Elisabetta Landi & Erasmo Petringa – Contadini e Santi. Live in Santa Sofia (Provincia di Benevento)

Parliamo del Sannio beneventano, territorio storicamente denso di religiosità, di pratiche devozionali, alcune perfino molto note, eppure soltanto sfiorato dalle memorabili ricerche etno-musicologiche di tre quarti del Novecento. Della sua religiosità abbiamo appreso da insigni volumi di poesia popolare, più recentemente qualcosa è stato messo su disco (pensiamo alla pubblicazione del gruppo Viento “Recorrimo a lo sepolcro”, ma anche al lavoro di ricerca dei fratelli Ciervo con l’attività di Musicalia e i due CD “Voci della Campania infelix”). Un nuovo, importante tassello per la ricostruzione della storia religiosa della Campani arriva con “Contadini e Santi – Live in Santa Sofia”, prodotto dalla Provincia del capoluogo sannita, che fissa su disco la registrazione del concerto di Elisabetta Landi ed Erasmo Petringa del dicembre 2012, nello scenario unico di Santa Sofia, perla dell’architettura longobarda. Curata veste grafica del booklet, con scatti del concerto, sintetiche note di presentazione dei canti (italiano e inglese) e trascrizione dei testi dialettali. Elisabetta Landi, uscita dalla “bottega” dei Musicalia, poi vocalist di Ausulèa Ensemble, si è costruita un’autonoma fisonomia di cantante e percussionista ma, soprattutto, di attenta ricercatrice di storia orale (qui ricordiamo la sua ricerca sul mercato dei valàni a Benevento). Non occorrono presentazioni per Erasmo Petringa, strumentista di grande valore, che vanta numerose collaborazioni, nonché un lunga carriera solista. La ricerca sul campo di Landi (tra il 1998 e il 2012) ha interessato soprattutto l’area del monte Taburno; “Contadini e Santi” (titolo mutuato da uno studio del russo Aron Jakovlevic Giurevic) è un itinerario nella memoria, una traccia che scava nelle storie subalterne, nelle credenze popolari, all’interno di una visione altra del mondo religioso, con divinità salvifiche, mediatori, deus ex machina che intervengono a risanare le ingiustizie, a ristabilire l’ordine violato. Un’opera che recupera materiale che ha perso la sua funzionalità ma che riaffiora, memoria riattivata, attraverso la sollecitazione della ricercatrice alle testimoni di un sapere. Un lavoro non facile quello di Landi, che presuppone sempre un confronto con quanto già investigato, ma che non è mai definito, nel senso che indagando nella memoria popolare si aprono squarci di umanità, ma perfino visioni disturbanti. I canti sono stati rinvenuti con profili melodici accennati, non compiuti o integri, senza musiche o cantati utilizzando la stessa melodia. Esprimono lo smarrimento di senso? Sono il segno di una pratica di sovrapposizione di melodie tipiche delle culture popolari? Elisabetta Landi non teme di esporre la voce, accompagnandosi con i tamburi a cornice, per interpretare un repertorio di non facile esecuzione. Sono undici brani reiventati, nel senso che Petringa, lontano dall’idea passatista o di scavo filologico, suona solo una chitarra 12 corde e una loop station, rinunciando a strumenti che possono ricondurre a stereotipi etnici. La creazione è misurata: è profonda immediatezza, ricerca l’essenzialità (evviva!), rifugge la ridondanza timbrica che in certi casi serve ad ammantare di piacere sonoro voci non sempre all’altezza, si pone sulla scia dello studio della musica etnofonica del sud. Petringa lavora sulle cellule ritmiche e melodiche popolari per rivestire le litanie: così eccoci ad ascoltare un giro armonico della carpinese o della tammurriata, spunti di natura world. Ciò che colpisce è la fruibilità dell’album, che presenta storie avvincenti di santi: deus loci, patroni locali, ma anche modelli di ampia diffusione in Italia, con alcuni brani che testimoniano il retaggio altomedievale. Così passiamo dalla celebrazione della funzione mediatrice di Maria (“C’è benuto Gesù Cristo”) all’orazione agiografica su Sant’Antonio da Padova (“E de lu martedì”), dalle storie salvifiche di pellegrini (“Giovane innocente”) ad una notissima “Ninna Nanna”, diffusa in molte are del centro-sud, dalla storia del giocatore incallito (“’O Giocatore”, di cui ricordo anche una notevole versione in un disco dei Musicalia) alle giaculatorie mariane (“’Stu rosario”). Si segnalano ancora le vicende narrate in “Ciunco cavaliere”, “Santu Pellerino” e “La vecchia ostinata”, mentre una preghiera serale, su una melodia esistente tratta dal repertorio di Petringa. conclude questo “Contadini e Santi”, bell’esempio di via artistica individuale alla riproposta di un patrimonio culturale che è importante non scompaia, non solo per la sua importanza storico-musicale, ma per il suo inalterato potere narrativo. 


Ciro De Rosa