BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 31 gennaio 2013

Numero 86 del 31 gennaio 2013

Sebbene con un leggero ritardo sulla nostra ormai puntuale cadenza settimanale, Blogfoolk ritorna con un altro numero molto ricco che si apre con un lungo speciale, di Ciro De Rosa, dedicato alla cantante jazz albanese Elina Duni. Sempre il nostro direttore responsabile ha seguito per noi l’annuale Festival La Zampogna, organizzato da Ambrogio Sparagna e nel quale si sono esibiti eccellenti musicisti come Enzo Avitabile, Nando Citarella e la Zampognorchestra. Si passa poi alla rubrica Letture con la recensione del libro Balli di Sfessania del ricercatore isernino Rino Capone, che ci introduce alle recensioni con il Consigliato Blogfoolk, che va a Barbari di Gualtiero Bertelli, e le consuete rubriche Viaggio In Italia, con i pugliesi Terraròss e gli occitani Lhi Balòs, e World Music dedicato ai sorprendenti Chica Libre. In chiusura il puntuale ed immancabile, Taglio Basso di Rigo dedicato al nuovo disco di Ben Harper in coppia con Charlie Musselwhite

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L’Albania Ritrovata di Elina Duni

Quello di Elina Duni è uno snodo identitario ed intellettuale a cui difficilmente sfugge chi si allontana dalla propria terra di nascita. Originaria di Tirana, dov’è nata nel 1981, Elina proviene da una famiglia di artisti (papà attore e regista, mamma scrittrice); si separa dalla sua Albania all’età di dieci anni. In Svizzera studia canto e pianoforte classico, incontra il jazz, ma al di là dei ricordi d’infanzia non è incline ad interessarsi al patrimonio folklorico di casa, che negli anni della sua infanzia è stato pesantemente influenzato dalla retorica del regime comunista da poco imploso. In seguito, anche grazie alle sue frequentazioni musicali, si avvia la riconciliazione con una parte del suo mondo culturale di provenienza: ecco la riscoperta della magnifica espressività musicale albanese che decide di esplorare, di fare propria alla luce della sua ricerca e maturazione artistica. Incide due album, Baresha e Lume, prodotti rispettivamente nel 2008 e nel 2010, dove la tradizione orale balcanica si affaccia nell’orizzonte creativo ed interpretativo. Adesso è la volta di un disco realizzato alla corte bavarese di Manfred Eicher, intitolato emblematicamente “Al di là delle Montagne”, Matanë Malit. Scrive Elina nelle note che il disco è “l'eco della mia infanzia, del mio esilio e della mia riconciliazione con i due mondi che mi hanno formata”. Ha carattere la vocalist elvetico-albanese, coadiuvata da tre musicisti di assoluto livello che conferiscono all’album una pienezza di stile, un quadro sonoro nel quale si intersecano storie musicali diverse. Con la complicità di Marie Ferré dell’ufficio stampa ECM in Italia, che ringraziamo in questa sede, abbiamo raggiunto Elina Duni, in tour, per farci presentare il suo poetico omaggio alla cultura albanese. 

I due principali dialetti musicali albanesi corrispondono all’incirca ai due maggiori dialetti linguistici: il geg e il tosk. Che rapporto hai con questi idiomi? 
Parlo la lingua standard, che è in larga pare basata sul dialetto tosco, ma amo tutti i dialetti albanesi, li canto tutti. 

A dieci anni hai lasciato l’Albania. Che ricordi hai del tuo Paese? Vi ritorni spesso? 
Ritorno sempre in Albania e mantengo forti relazioni con il mio Paese. Ho amici e poi c‘è la mia famiglia. La mia infanzia in Albania è stata meravigliosa. Era come essere su un altro pianeta: niente automobili né lattine di coca cola. Una sensazione di libertà e sole. 

Quali sono i tuoi primi ricordi musicali? 
Il mio primo ricordo musicale risale ai due anni con i valzer ungheresi di Brahms. In Albania ascoltavo musica classica e musica leggera albanese ma davvero poca musica tradizionale. 

Che esperienza hai avuto in Albania della musica e del canto tradizionale? 
In Albania la musica folk era in larga parte utilizzata per la propaganda di regime, the folk music propaganda for the regime, non apparteneva davvero al popolo e io non ero in contatto con quella musica. L’ho scoperta successivamente in Svizzera e me ne sono immediatamente innamorata. 

Che significa per te essere parte della diaspora albanese? 
Porto sempre l’Albania con me anche se mi considero una cittadina del mondo. 

E cosa ti ha dato la Svizzera? 
Mi ha dato istruzione, cultura e un grande senso di umiltà: mi ha formato. 

Come hai iniziato a cantare? 
Per quel che mi ricordo, ho sempre cantato e ballato. Ero molto sensibile alla musica. Quando avevo cinque anni, camminando per le strade di Tirana con mia madre, incontrammo un compositore che per caso mi sentì cantare – mi piaceva sempre cantare – e decise di scrivere una canzone per me presentandola al Festival dei Bambini. Così è cominciato tutto, cantando su un palcoscenico a cinque anni. 

Chi sono le tue icone jazz? 
Miles Davis è stato colui che mi ha dato il primo “jazz-slap” (Elina gioca con il significato di slap, che è uno strappo, una pacca ed anche una sventola ma – com’è noto – è anche la tecnica usata negli strumenti a corda, soprattutto il basso ndr) , poi John Coltrane, Billie Holiday, Shirley Horn, Sidsel Endresen e molti altri. 

Oltre al jazz, ci sono modelli di canto? 
Ascolto molti cantanti folk albanesi, dei Balcani, dell’Africa, ma anche artisti pop-rock come Jeff Buckley, Nick Drake, Thom Yorke. Quali procedure adottate negli arrangiamenti delle canzoni tradizionali? La maggior parte è arrangiata insieme a Colin Vallon al piano, Patrice Moret che suona il contrabbasso e Norbert Pfammatter, il batterista. Uno di noi ha un’idea e quindi proviamo, discutiamo, proviamo ancora. Più suoniamo e più la canzone evolve in una determinata direzione. 

Come hai scelto le canzoni tradizionali del disco? 
Per prima cosa volevo avere canzoni provenienti dalle diverse regioni dell’Albania, che toccassero periodi differenti della storia dell’Albania, e c’erano canzoni che conoscevo da molto tempo, ma non avevo avuto opportunità di suonare. Desideravo che l’intero album fosse un viaggio in Albania. Alcune canzoni era ben note, altre le ho cercate in vecchi cassette e su Youtube. 

Una delle canzoni del disco ci riporta all’occupazione italiana dell’Albania durante il fascismo. Che ricordi familiari hai di quel periodo? 
Sì, di quel tempo ha ricordi il mio nonno materno che mi cantava questa canzone. Divenne un partigiano che a soli dodici anni combatteva i fascisti in montagna. 

Il quartetto è la tua dimensione musicale ideale? 
Per il momento lo è, non so dire del futuro. 

Sei poliglotta, in quali altre lingue canti? 
Canto in molte altre lingue. Nel mio secondo album Lume ho cantato in bulgaro, greco, turco, inglese, romanes, romeno e… albanese. 

A parte l’albanese, in quale lingua ti piace di più cantare? 
Amo cantare in francese, inglese e italiano. 

Ti affascina la musicalità della lingua? 
Assolutamente. Ogni lingua è un mondo in sé, una mentalità, una cultura, un suono. Mostri un grande interesse per preminenti autori albanesi, come Ismail Kadare o il poeta Llazar Siliqi, ma anche scrittrici, come tua madre Bessa Myftiu. La poesia è nel mio background culturale, in primo luogo perché Bessa Myftiu è mia madre. In secondo luogo, la lingua albanese stessa è sopravvissuta grazie alla sua tradizione orale. Sono molto sensibile alla poesia e al contenuto delle canzoni. Ecco perché ho deciso di scrivere due composizioni su liriche di Ismail Kadare e Bessa Myftiu. Pensi di continuare ad esplorare la musica dei Balcani? Sì, lo farò, ma continuerò anche a compore musica mia. 



Elina Duni Quartet – Matanë Malit (ECM/Ducale) 
Seduce, la vocalità calda e flessuosa di Elina Duni, fin dalle prime note di "Ka një mot" del compositore tiranese Muharrem Gurra; gli strumenti assecondano la ritmica irregolare e l’avvolgente voce-strumento della cantante, tratteggiando atmosfere di impronta nordeuropea. Si passa a “Kjani trima”, canto noto anche in Italia perché diffuso nelle nostre comunità arbëreshë, qui proposto in una versione attestata tra gli arvaniti della Grecia settentrionale. Quella di Duni è una reinvenzione del patrimonio canoro del paese delle aquile; Matanë Malit ci consegna un canzoniere dalla struttura musicale balcanica che ben si presta ai misurati e rifiniti accenti jazz, al respiro cameristico di scuola ECM, alle plastiche, aggraziate e chiaroscurali estensioni improvvisative vocali dell’artista bernese-tiranese. Un ensemble di musicisti impeccabili spalleggia Elina, con il contrabbasso di Patrice Moret e la batteria di Norbert Pfammatter a sostenere l’ossatura dei brani e il pianismo dal tratto evocativo, sempre ispirato, di Vallon a contrappuntare la voce della Duni, come avviene in “Kur të kujtosh”: musica di Elina su liriche di sua madre Bessa Myftiu. Dalle pieghe della memoria della vocalist arriva la successiva “Vajzë e valëve”, canzone di emigrazione, tratta dal repertorio dell’influente compositore dei primi decenni del Novecento Neço Muko; una canzone che i nonni paterni, rammenta Elina, intonavano in occasione delle riunioni familiari. Segue l’accarezzamento di “Unë ty moj”, che è un canto tradizionale d’amore dell’Albania centrale. C’è tutta la stoltezza ideologica del regime comunista albanese dietro la storia di “Erë pranverore”, una canzone d’autore (testo di Llazar Siliqi su musica di Tish Daija) proposta per la prima volta dal cantante Vaçe Zela al Festival Nazionale d’Albania del 1962, e subito censurata per le liriche che associano libertà e brezza primaverile e per il suo impianto jazz. Si transita poi per tre ballate tradizionali, nelle quali la matrice post-bop di propensione europea diventa più marcata: “Çelo Mezani” si rifà alla tradizione eroica schipetara, mentre la magnifica “Ra kambana” mette in luce ancora il mondo albanofono greco. Infine, “Çobankat” è un vecchio canto del sud dell’Albania, che in passato ha subito ritocchi testuali per diventare veicolo di propaganda. Invece, la vena autorale di Elina prende il sopravvento nella canzone “Kristal”, che musica versi di Ismail Kadare. Tempi dispari mescolati ad incisive procedure jazz caratterizzano “U rrit vasha”, un canto nuziale del Kosovo, mentre la conclusiva “Mine Peza” è una canzone della resistenza albanese antifascista, amata dal nonno materno di Elina che da partigiano combatté gli invasori italiani. 


Ciro De Rosa

La Zampogna. Festival Di Musica E Cultura Tradizionale, Maranola, Campodimele, Itri, Formia, 18-20 gennaio 2013

Nemmeno la pioggia ha scoraggiato il popolo zampognaro che nei tre giorni della ventesima edizione del Festival La Zampogna ha accompagnato la manifestazione, accolta come consuetudine da diverse località pontine. Il raduno è uno dei punti di riferimento per quanto riguardo gli aerofoni a sacco, ma non solo. Stand di liutai, concerti, seminari, showcase, presentazioni di pubblicazioni, jam session costellano l’iniziativa, che culmina alla domenica nel borgo posto alle pendici degli Aurunci. E festa è stata anche quest’anno, perché, come ci ricorda La Gazzetta dello Zampognaro, la testata-programma che annualmente è pubblicata in occasione della manifestazione, il numero 20 nella smorfia napoletana corrisponde proprio alla festa. Tutto ciò, nonostante l’imperversante maltempo, la crisi, i tagli alla cultura, le terribili difficoltà che affrontiamo quotidianamente, fattori che hanno portato a qualche defezione tra i liutai invitati. La novità del 2013 è stata la…riconquista di Formia: il festival ha fatto tappa nuovamente nella cittadina rivierasca, con una bella serata al teatro Remigio Paone che ha visto di scena i prodi alfieri della Zampognorchestra e il funambolico, inventivo artista siberiano Vladiswar Nadishana, quest’ultimo alle prese con uno strumentario composito: dagli scacciapensieri siberiani al kou xiang, strumento cinese costituito da lamelle metalliche, simile anch’esso ad uno scacciapensieri, che produce un suono simile a quello di un synth, dal flauto armonico ad un vaso da fiori percussione, da una sansa ibrida al… cellulare. 
Del quartetto Zampognorchestra (Aldo Iezza, Giuseppe Moffa, Antonello Di Matteo, Massimiliano Mezzadonna), che a Maranola la domenica pomeriggio ha presentato il loro spumeggiante disco nuovo di zecca Bag to the Future, si deve dire che rappresentano una nuova generazione di zampognari. Tra l’altro, che Giuseppe Spedino Moffa sia uno zampognaro lo attesta anche la sua carta d’identità su cui è scritto proprio “professione: zampognaro”. I quattro musicisti hanno alle spalle studi di conservatorio e ascolti a tutto campo, ma soprattutto la determinazione di voler sfatare gli stereotipi sulla zampogna, guardando a ciò che è avvenuto con le cornamuse in Scozia o in Galizia, senza per questo negarne il ruolo di icona della natività e di altri rituali devozionali. In tal senso, il loro groove, il piglio rock (la zampogna gigante laziale usata come un basso, gli altri aerofoni usati in veste melodica ed armonica), la rilettura di classici di Rolling Stones e Beatles ma anche del cavallo di battaglia dei Blues Brothers, non è certo un divertissement, piuttosto rivela l’abilità di elaborare una nuova scrittura per uno strumento antico che – con alcuni accorgimenti organologici, come i fori applicati del bordone che ampliano lo spettro armonico – può parlare le lingue musicali di oggi. 
Accanto a “(I Can’t Get No) Satisfaction”, “With a Little Help from My Friends” e “Gimme Some Lovin’”, pagine compositive che uniscono pastorale e brit pop, funky e tarantella. Va detto che in fin dei conti lo spirito dell’ensemble abruzzese-molisano è riconducibile a quello dello stesso festival laziale, che ha sempre considerato la tradizione come un processo, dando spazio e visibilità agli anziani maestri degli aerofoni popolari, depositari di sapienza e portatori di letizia nei piccoli e grandi centri urbani, ma anche ai nuovi suonatori e innovatori degli strumenti. Anche quest’anno ne abbiamo incontrati parecchi: da quelli di Cava de’ Tirreni ai cilentani, e naturalmente i suonatori locali. Ritornando al programma del Festival, dopo le serate di Campodimele (18 gennaio), protagonisti gli organetti di Sparagna e il versatile artista siberiano, a Itri (il 19 gennaio), al Museo del Brigantaggio, c’è stata la presentazione del ”buco buco”, un canto di questua in uso l’ultimo giorno dell’anno a Sessa Aurunca, nel casertano, e un set di canti di Sicilia interpretati dalla brava Eleonora Bordonaro, accompagnata all’organetto da Ambrogio Sparagna che, con il suo pard Erasmo Treglia, è l’ideatore e promotore della manifestazione. 
Detto del concerto sul palcoscenico del teatro formiano, va aggiunto che la stessa sera nella frazione di Maranola si è svolta una cena a base di prodotti locali (deliziose cicerchie, salcicce e polenta e vin brulè) e musica per zampogne: una novità gustosa del festival, dalle buone potenzialità, vista la discreta affluenza di pubblico che ha sfidato l’umidità e il freddo della notte. Così, si arriva alla domenica mattina (20 gennaio), quando sotto la pioggia si è svolta l’ormai rituale processione di suonatori all’edicola votiva della Madonna degli Zampognari. Dopo il momento di raccoglimento affidato alle parole del parroco Don Antonio De Meo, imprescindibile figura che dà il via alla mattinata maranolese, la zampogna di Gianluca Zammarelli e la dolce voce di Lavinia Mancusi hanno eseguito i canti votivi per la Madonna. Da subito è arrivata la sorpresa: Enzo Avitabile, al quale è andato quest’anno il Premio La Zampogna, ha voluto intonare anche lui delle devozioni del XXI secolo per voce e tamburo. 
Che inizio! L’informalità, la spontaneità, la flessibilità dominano un festival come La Zampogna: così succede che la voce tenorile di Nando Citarella – presente in sala – si unisca ai cilentani Kiepò, tra i quali primeggiano la zampogna di Tommaso Sollazzo e la ciaramella di Antonio Cortazzo, ad accompagnare la presentazione del bel libro di Giandomenico Curi, Il tempo del Bambino e della Stella (edito da Kurumuny). Nel frattempo, tra un seminario e l’altro, sempre a Torre Cajetani al centro studi De Santis, sede dell’Archivio Aurunco, si poteva ammirare la mostra temporanea di flauti, colti e popolari, allestita dal collezionista Francesco Spada. Altro momento di riflessione e di musica al contempo, il meticoloso progetto di ricerca dell’ensemble Lapsus Calami che, partendo dallo studio organologico di zampogne e ciaramelle di oggi e dall’analisi delle notazioni dei manoscritti, non solo riformula la prassi costruttiva delle bombarde rinascimentali, ma rinterpreta anche alcuni repertori di musica antica ed etnica (dall’ars nova alla Turchia, dalla musica bretone alla lauda). La maggior parte degli artisti presenti al festival si è esibita dal pomeriggio al crepuscolo nella chiesa di San Luca Evangelista, dove abbiamo potuto ascoltare anche interventi di Raffaello Simeoni e del Coro Popolare dell’Auditorium Parco della Musica di Roma diretto da Annarita Colaianni. 
Nel continuum sonoro creatosi nella chiesa, un acclamatissimo e disponibilissimo Enzo Avitabile ha condiviso la scena con Nando Citarella, Ambrogio Sparagna e Gianni Dell’Aversana. Finale con il concerto “Il suono del vento, organi a zampogne”, protagonisti Alessandro Mazziotti, Orlando D’Achille e Luigina Parisi, nella splendida chiesa di Santa Maria ad Martyres, dove ha suonato un organo del 1761, da poco restaurato. Un concerto che ha riletto pagine storiche di compositori colti ispirati dal registro e dai suoni delle zampogne. Come sempre gli eventi ufficiali sono stati affiancati da session improvvisate tra gli stand dei liutai (purtroppo penalizzati dalla pioggia), nelle viuzze del paese. Venti anni sono un grande traguardo per il festival sud pontino che tanto fa per la valorizzazione della cultura popolare. Val la pena ricordare quanto osservato da Erasmo Treglia con la sua abituale verve ironica: “20 anni fa dare dello zampognaro a qualcuno suonava come un’offesa. Oggi, anche grazie ad un festival come La Zampogna, non lo è più”. In venti anni alle zampogne e agli zampognari è stata data una nuova dignità. Una moltitudine di appassionati, cultori, musicisti e costruttori anima un movimento culturale in continua crescita. 


Ciro De Rosa

Rino Capone, I Balli Di Sfessania Fra Tarantismo e Tarantella, Editore Firenze Atheneum (Collana Collezione Mercator) 2012, pp.268, € 19,90

Sviluppatisi in Campania tra il Cinquecento e il Seicento, e considerate la forma più antica della tarantella partenopea, i Balli di Sfessania, erano una forma coreutica in uso durante i festeggiamenti del carnevale, che con la loro diffusione anche in altre regioni, furono assimilate ed utilizzate dagli attori della Commedia dell’Arte come segmenti comici dei loro spettacoli. Sebbene a livello mondiale questi antichi balli siano associate e studiate come repertori teatrali piuttosto che come forme coreutiche, rivestono rivestono una grande importanza dal punto di vista etnografico in quanto vanno collocati al centro di un lungo processo evolutivo che dal tarantismo, grazie alla contaminazione del fandango spagnolo, ha originato la tarantella post-illuministica, quale danza di corteggiamento basata sull’affermazione del binomio maschio-femmina. A gettare nuova luce su questa antica forma coreutica è il saggio “I Balli Di Sfessania Fra Tarantismo e Tarantella” del ricercatore isernino Rino Capone, già autore di vari saggi e studi sulle danze antiche e moderne. Si tratta di uno studio che raccoglie le risultanze di un lungo e rigoroso percorso di ricerca, che ha visto l’autore prendere in esame una corposa mole di documenti storici, provenienti da diversi circuiti internazionali, che spaziano dalle opere di Del Tufo e Andreini fino a Salvator Rosa, senza dimenticare le ventiquattro incisioni realizzate dal manierista francese Jacques Callot (1592-1635), che descrivono e documentano in modo magistrale non solo le precipue modalità coreutiche ma anche le maschere della commedia dell’arte italiana ad essa collegate. Seguendo un metodo comparatistico, Capone ha lavorato non si è limitato solo alle fonti storiche ma ha allargato il campo della ricerca anche all’aspetto musicale e coreutico, andando a recuperare antichi spartiti e documenti rari sulle modalità del ballo. Diviso in tre parti, il libro consente al lettore di immergersi totalmente nel mistero di Sfessania, città immaginaria, quasi carnevalesca nei cui vicoli assistiamo a balli comici in maschera, ascoltiamo il suono dei calascionari, i cantori delle luciate, e il ritmo delle tubbe catubbe, ma nei dintorni si aggirano sconci femminelli con falli posticci e natiche nude. Ampio spazio è dedicato al percorso evolutivo dei Balli di Sfessania verso la tarantella partenopea, andando così a riempire una casella determinante per comprendere a fondo i fenomeni coreutici del Meridione D’Italia. Capone con questo saggio ha certamente apportato un importante contributo non solo di carattere storico ma anche prettamente etnografico, schiudendoci la porta su un universo culturale e sociale spesso tralasciato. 


Salvatore Esposito

Gualtiero Bertelli con La Compagnia delle Acque e Gian Antonio Stella – Barbari (Nota)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!


“Con La Compagnia delle Acque abbiamo festeggiato i dieci anni di attività, il 21 gennaio nel teatro di Mira dove siamo nati il 12 dicembre del 2002 con il primo spettacolo realizzato con Gian Antonio, tratto dal suo libro “L’Orda. Quando Gli Albanesi Eravamo Noi” e con il quale abbiamo fatto oltre quattrocento repliche. Dalla prima formazione a quella di oggi hanno collaborato con la Compagnia una quindicina di musicisti, ed erano tutti presenti il 21. Una bellissima serata con la partecipazione dei giornalisti con i quali abbiamo lavorato: Gian Antonio Stella, Edoardo Pittalis e Fabrizio Gatti, e l'apporto di attori con i quali ci siamo incrociati nel corso delle nostre attività: Marco paolini, Moni Ovadia e Titino Carrara. La più bella festa di compleanno che io abbia mai avuto”, così Gualtiero Bertelli racconta la festa per i dieci anni di attività con La Compagnia delle Acque, e del sodalizio artistico con il giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella. L’ultimo lavoro che li vede protagonisti nuovamente insieme è “Barbari”, doppio album che documenta due spettacoli tratti dai libri di Gian Antonio Stella, “Negri, Froci, Giudei & Co.” e “Vandali. L’Assalto Alle Bellezze D’Italia” quest’ultimo scritto con Sergio Rizzo. Si tratta di due ulteriori tasselli, di quel teatro civile di cui Bertelli e Stella si sono fatti promotori, tenuti insieme dal comun denominatore della denuncia civile verso l’intolleranza e l’ignoranza viste come causa dell’odio nei confronti dell’altro, del diverso. Se Gian Antonio Stella con i suoi libri ha dato prova di essere uno dei giornalisti più lucidi ed onesti che ci sono in Italia, in grado di fare denuncia sociale vera e sulla base di analisi e studi di prima mano, Gualtiero Bertelli, dal canto suo, con la sua ricerca attraverso le fonti musicali dell’immenso patrimonio della canzone italiana è riuscito a tradurli e a decodificarli in musica. Un lavoro non facile ma certamente non privo di fascino, tanto per il suo autore quanto anche per coloro che ne fruiscono, soprattutto dal vivo. Ad accompagnare Bertelli, che si divide tra canto, fisarmonica e voce, troviamo l’ormai famosa Compagnia delle Acque, ensemble composto da Maurizio Camardi (saxofoni, duduc e flauto a becco), Rachele Colombo (voce, percussioni, chitarra, mandola ed eleaborazioni elettroniche), Paolo Favorido (pianoforte e tastiera), Simone Nogarin (chitarre) e Domenico Santaniello (contrabbasso e violoncello). Il primo disco, registrato dal vivo durante i tour del 2010 e del 2011, “Negri, Froci, Giudei & Co." ricalcando l’incedere del libro omonimo, ricostruisce attraverso quattordici brani, tra riproposizioni e composizioni originali di Bertelli, il rapporto tra noi e gli altri, l’odio razziale, la riemersione della xenofobia, e tutto quanto rappresenta una minaccia per le nostre povere e labili certezze minate dalla presenza del diverso. Brillano così brani firmati da Bertelli come “Cara Mare” una sorta di “falso popolare” cantato da Giuseppina Casarin, la drammatica “Barbari”, ma anche tradizionali come “Canto Di Battipali Della Laguna di Venezia”, il canto della Quarta Crociata “Sede Syon” e reinterpretazioni di gemme della canzone di denuncia italiana come “Se Il Cielo Fosse Bianco Di Carta” di Ivan Della Mea e “Lamento Per La Morte di Pierpaolo Pasolini” di Giovanna Marini, quest’ultima in una struggente versione con Bertelli accompagnato al piano da Paolo Favorido. Ciò che sorprende sono gli arrangiamenti sempre accattivanti, che mescolano suggestioni differenti che spaziano dalla musica tradizionale a quella da ballo per passare alla migliore canzone d’autore italiana e in questo senso determinante ci sembra l’apporto de La Compagnia delle Acque. Il secondo disco, “Vandali” a differenza del primo è registrato in studio e rievoca le tante bellezze sfregiate, abbandonate e lasciate all’incuria del nostro paese, denunciate nel già citato libro omonimo. Parimenti coinvolgente dal punto di vista delle sonorità, questa seconda parte mette in fila tredici brani che spaziano dalla trascinante “Canzone dei Fiori e del Silenzio” di Emilio Jona e Sergio Liberovici ai due brani musicati da Rachele Colombo ovvero “Si Rubano Il Salento” e “Richiamo all’Antico” un ode di Orazio in latino in cui viene denunciato l’uso dei romani di costruire ville sempre più grandi. Non mancano piccole soprese come la bella versione di “Addio Mia Bella Addio” o la versione per piano e sax di “Era De Maggio”, tuttavia il vertice del disco è certamente “Un Paese Vuol Dire Non Essere Soli” di Mario Pogliotti qui riletta in modo superbo dalla voce di Rachele Colombo. Completano il disco “Mi Voria Saver” di Bertelli e le belle riletture de “Il Dolce Paese” di Sergio Endrigo e “Io Non Mi Sento Italiano” di Giorgio Gaber. Sebbene il primo abbia il pregio di conservare intatta la tensione teatrale dello spettacolo, la scelta di registrare il secondo disco in studio non è stata causale come ci racconta lo stesso Bertelli: ”Ora stiamo girando con “Vandali” e sta avendo un grande successo anche perché l'apporto di Gian Antonio, sempre pregnante, in questo caso è straordinario per la partecipazione che ci mette. E’ certamente vero che registrazione dal vivo è più coinvolgente, perchè ha anche dei parlati e quindi ti fa entrare dentro lo spettacolo, ma questa volta abbiamo voluto incidere presto le canzoni, per evitare che accadesse quello che è successo per “Negri”, quando il disco è uscito mentre il tour si stava chiudendo. In questo modo, con il doppio, riusciamo a distribuirli tutti e due, per lasciare una traccia di tanto lavoro”. Il Teatro Civile di Bertelli e Stella è diventato, dunque un format, forse non particolarmente originale nella forma, ma che senza dubbio rappresenta un mirabile esempio di come si possa fare della canzone d’autore di qualità, guardando al passato alla riscoperta di una memoria condivisa, il tutto smuovendo le coscienze nel profondo partendo dalla semplicità di canzoni che sono entrate ormai nel nostro patrimonio culturale.


Salvatore Esposito

Terraròss – Tarantella Dell’Incerto (Stranamente Music/Puglia Sound Recording)

Attivi da qualche anno e con alle spalle già un disco, l’apprezzato “Na Sunète Fore La Marinare”, i Terraròss sono un gruppo di suonatori e menestrelli della Bassa Murgia, guidato da Dominique Antonacci (voce, tamburelli, percussioni, cassa, udu, cori), e composto da Ana Rita De Leo (voce, tamburello e cori), Vito Gentile (fisarmonica, cori), Giuseppe De Santo (voce, chitarre, chitarra battente, cori), Antonio De Santo (voce, tamburello, cori), Biagio De Santo (cupa cupa, castagnole, cori), Nicola Mandorino (mandolino, chitarra, cori), Giuseppe D’Amati (chitarra, cori), Giuseppe D’Amati (chitarre, cori), e Carlo Porfido (violino). Accomunati dalla passione per la musica della loro terra, il gruppo pugliese ha inteso non semplicemente puntare alla riproposizione di materiali tradizionali ma anche produzione di composizioni originali, che in qualche modo avessero un riflesso più attuale. Un modo insomma per far rivivere nel presente i suoni del passato, riscoprendo la vera natura della musica popolare, ovvero quella del ballo ma anche quella della denuncia sociale. Il loro nuovo album, “Tarantella Dell’Incerto” si compone di dieci brani, di cui ben nove originali firmati da Giuseppe De Santo e Dominique Antonucci, che nel loro insieme rappresentano una sorta di inno al lavoro, agli sforzi per vincere la battaglia che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare e alla lotta per realizzare i propri sogni. Ad aprire il disco è un canto di lavoro alla stisa “‘U Sudor Du Fattor”, un brano quasi improvvisato che si dipana attraverso un botta e risposta tra due voci. Segue poi il brano che da il nome all’album, una tarantella cantata in italiano e caratterizzata da un testo che mescola denuncia sociale, satira politica, e spaccati della società attuale con i suoi problemi e le sue contraddizioni. Si passa poi alla pizzica con la travolgente “Pizzica Dolcemorso” realizzata da Vito Gentile che fa da perfetto apripista per l’esilarante “La Fressole”, rielaborazione de “La Bicicletta” di Matteo Salvatore. Se il canto di lavoro “All’Alì” è un tammuriata dedicata alla raccolta delle olive, “U Paise Addò So Nete” ci conduce al senso di appartenenza al proprio paese di origine con il suo fascino, il suo spettegolare, il bianco e il nero che appartiene ad ogni luogo. “Sime Briganti” apre invece uno spaccato sui briganti di oggi, ovvero quelli che lottano per una società migliore, mentre la successiva “‘Na Sere Fubbe Criuse”, ci riporta a tematiche più leggere e divertenti. Completano il disco “Quand Ié Bèlle a Fè L’Amore”, una bella ballata d’amore e “Pizzica A Santu Paulo” che dalla Bassa Murgia ci conduce nel Salento. Mescolando riflessioni profonde a brani divertentissimi, “Tarantella Dell’Incerto” è un disco di artigianato sonoro, onesto, sincero e senza fronzoli, che non mancherà di entusiasmare quanti vi si avvicineranno. 


Salvatore Esposito

Lhi Balòs - Banda Balossa (Autoprodotto)

Nati nel settembre 2006, i Lhi Balòs sono una band cuneese che propone un originale patchanka sonoro che mescola ska, reggae e irish-folk con le melodie tradizionali occitane, ricalcando per certi versi quanto già fatto da alcune band conterranee come Lou Dalfin, Lou Seriol e Kachupa Folk Band. Ben noti non solo sui palchi della loro zona ma anche nel resto dell’Italia e all’estero, e con alle spalle già due dischi “Es Mas Que Lo Premier” del 2008 e “Gran Crema” del 2010, il gruppo nel corso degli anni ha visto la sua formazione evolversi progressivamente, fino a stabilizzarsi con la line up attuale composta da Stefano “Bertu” Bertaina (fisarmonica), Simone Marenchino (clarinetto, cornamusa, flauti), Daniele Crocchioni (batteria), Michele Bruna (basso), Ettore Longo (chitarra acustica, ghironda), Elia Zortea (trombone), e Matteo Orcellet (voce). Sebbene il nome del gruppo, Lhi Balos che tradotto dal piemontese significa coloro che fanno zingarate, alluda alla supercazzola di tognazziana memoria, questi ragazzi dimostrano di aver ben chiaro il loro rigoroso approccio alla musica, e non è un caso che vengano curati tanto gli arrangiamenti quanto l’aspetto dei testi, che combina spaccati riflessivi e canti a difesa della loro terra, a momenti più leggeri ed ironici. A distanza di due anni dal loro secondo disco, i Lhil Balos, nella primavera dello scorso anno sono tornati in studio per incidere “Banda Balossa”, disco composto da sette brani, tra originali e riletture di materiali tradizionali occitani, che li fotografano nel pieno della loro fase di maturazione. Durante l’ascolto si spazia da brani ballabili come lo strumentale “Svoltish” a travolgenti incursioni sonore a ritmo di ska nella tradizione della loro terra come “Autodeterminacion”, un vero e proprio inno di lotta a difesa delle minoranze linguistiche e culturali, o “Béziers” in cui viene raccontato il massacro degli eretici Midi da parte di Simon De Monfort, o ancora l’anthem “La Libertat”. Completano il disco “Pastis” trascinante brano in cui viene descritto il rito dell’aperitivo omonimo tipico delle valli occitane, la ballata narrativa “Cavalier” e il dolce ed evocativo strumentale “Nina”. Insomma “Banda Balossa” è l’occasione giusta per scoprire un gruppo dal sicuro talento, il cui pregio è essere riusciti a non apparire come l’ennesima “cover band” dei Lou Dalfin, ma a proporre piuttosto un sound nel quale tradizione e innovazione vanno a braccetto. 


Salvatore Esposito

Chicha Libre – Canibalismo (Crammed Discs/Materiali Sonori)

Molto in voga tra la fine degli anni Sessanta e buona parte degli anni Settanta, la chicha è un genere musicale sviluppatosi in Perù che mescola ingredienti differenti che vanno dalla cumbia al rock psichedelico, passando per il pop latino, il son cubano e la musica tropicale. Insomma si tratta di un impasto musicale che abbraccia tutte le sfumature sonore del Sudamerica contaminandole con il rock, un meltin’ pot sonoro, che potremmo definire sincretico o meticcio ma sarebbe del tutto riduttivo. Dopo il grande successo degli anni d’oro questo genere non ha riscosso più grande seguito, se non in Perù, tuttavia a riportarlo in auge su scala mondiale è stato il musicista francese Oliver Conan, il quale, complice una vacanza a Lima, otto anni fa decise di mettere su una band che riproponesse in chiave moderna questo particolare sound. Sono nati così i Chica Libre, sestetto tutto pepe, che il francese guida dividendosi tra i suoi impegni come gestore di un locale a New York e un etichetta discografica. A quattro anni dal disco di debutto Sonido Amazonico, nel quale rendevano omaggio ad alcuni classici della tradizione peruviana, il gruppo newyorkese torna con un nuovo album Canibalismo, disco che raccoglie quattordici brani dal sound più marcatamente world, dove la struttura ritmica della cumbia incontra ora le timbriche africane, brasiliane e colombiane, ora le suggestioni della clave cubana e del rock urbano. In questo senso particolarmente calzante ci sembra il titolo che rimanda direttamente al “cannibalismo culturale” e al Manifesto Antropófago del poeta brasiliano Oswald de Andrade. Non è un caso infatti che durante l’ascolto si percepiscano addentellati culturali di ogni tipo che ci conducono da Carlos Santana alla tradizione musicale peruviana, dai Caraibi a quel sorprendente riadattamento della Cavalcata delle Valchirie di Wagner che è “The Ride of The Valkyries”. Insomma Canibalismo è un disco davvero spiazzante e non solo dal punto di vista musicale ma anche per la sua portata culturale, infatti rappresenta una delle sintesi più riuscite degli ultimi anni di quelle che sono le tante sfumature della musica del Sud America, qualcosa di ben diverso da quei balli di gruppo che spopolano sulle spiagge in estate. Insomma se cercate della bella musica sudamericana riletta in chiave moderna, dovete fare una capatina da queste parti, non ve ne pentirete. 


Salvatore Esposito

Mara Cantoni - Elles Sont Venues Pour Dire (Zone di Musica)

Nata da una famiglia ebraica e con alle spalle una solida formazione in ambito musicale e filosofico, Mara Cantoni è nota non solo per i suoi trascorsi con il Gruppo Folk Internazionale in cui ha militato fino al 1974, ma anche per la sua lunga esperienza come regista nel campo della lirica e della drammaturgia musicale, che l’ha vista collaborare negli anni con Claudio Abbado, Luca Ronconi e Moni Ovadia. Negli anni più recenti, accanto alla sua attività teatrale e poetica, la sua carriera ha abbracciato anche il mondo dell’arte figurativa così come è tornata con maggiore incisività all’attività musicale con la realizzazione del singolo “Elles sont venues pour dire”. Si tratta di una splendida ballata che, come scrive l’autrice, è nata “senza altro pensiero che quello di dedicare qualcosa alle donne, un "insieme" di cui faccio parte”. Presentato in due versioni, una in francese e una corale a più voci in cui si susseguono e si intrecciano diverse lingue, il brano è contemporaneamente un invito al dialogo, alla nonviolenza, all’accoglienza, un inno a quelle donne che voltano le spalle alle armi per abbracciare la vita. Se nella versione in francese traspare tanto la profondità poetica del testo quanto il coraggio di affrontare a viso aperto una tematica strettamente politica, in quella corale emerge un intreccio di voci femminili e lingue diverse come l’inglese, l’italiano, lo spagnolo, il portoghese, il croato, l'albanese, il greco, il turco, l’ebraico e l’arabo, che abbracciano l’intero Mediterraneo evocando le donne protagoniste della Primavera Araba, quelle il cui cuore è dilaniato dalle tante guerre del Medioriente, ma anche quante quotidianamente sono vittime di soprusi e violenze. Chiude il brano l’ossimoro “è un silenzio che grida” a sottolineare come lo stare in disparte delle donne sia spesso una richiesta di aiuto, un invito a non dimenticare. Dal punto di vista prettamente musicale emerge così un songwriting di alto profilo, che affonda le sue radici nella canzone d’autore ma che guarda ai suoni del mondo senza pregiudizi. Da notare c’è anche il fatto, non trascurabile, che il disco è stato realizzato interamente da donne, come Lee Colbert, che ha seguito l'arrangiamento e la direzione dell'ensemble strumentale, formato da alcune musiciste dell'Orchestra delle donne del 41° parallelo e Bice Lazzari, pittrice del passato ma presente nel quadro della copertina. Considerando la bellezza di questo brano e della sua evoluzione in più lingue, è lecito attendersi adesso un intero disco con canzoni composte dalla Cantoni, il quale siamo certi non passerà sotto silenzio, ma anzi contribuirà ad allargare la portata del suo messaggio sociale, poetico e culturale. 

Salvatore Esposito

Ben Harper & Charlie Musselwhite - Get Up (Stax)

Nuovo lavoro per il signor Ben Harper, ultimamente parecchio attivo, anche come produttore artistico, è infatti dietro all'ultima registrazione di Rickie Lee Jones, da me recensita qualche mese fa. Ora, affiancato dal luminare dell'armonica Charlie Musselwhite, sforna un disco dal sapido sapore di jam pomeridiana, pieno di echi che ci rimandano senza esitazioni alla tradizione californiana del blues, inteso come veicolo per trasportare agevolmente tutta una serie di pulsioni. Ci sono pezzi che, cantati col falsetto celestiale del bravo Ben fanno pensare ai Canned Heat, soprattutto perchè si è tentato di evitare l'aspetto scolastico, quello che rappresenta un rischio quando si decide muoversi dentro le 12 battute. Un paio di episodi fanno sfogare la vena più rock presente nel fare musica di Ben Harper, la sua fulgida chitarra slide si staglia come un tatuaggio su un pezzone che si basa su un riff da pentatonica molto bello che si chiama “I Don’t Believe A Word You Say”. Charlie Musselwhite fornisce una armonica raminga e attenta a non rimanere intrappolata nell'uso codificato dai grandi. L'armonica è da sempre uno strumento potentissimo, capace di evocare i suoni di una tastiera in pochissimi grammi, tutto dipende dal capitano del vapore, in questo caso, la storia di Musselwhite si fa strada in modo prepotente. Infatti il suono di uno strumento, di una voce, di una chitarra, è il suono di chi lo produce, suono che è la sommatoria delle storie del musicista, delle stazioni dei treni che ha visitato, degli autogrill e delle corriere che frequenta. Nel caso di Ben Harper e Charlie Musselwhite, le storie sono tante e la musica, proprio per quello, si fa ricca e colorata. Il gruppo che accompagna questa produzione di Ben Harper è il suo, quello recente, più rock oriented rispetto agli Innocent Criminals, che a tratti sembra incepparsi dal punto di vista del groove, ma che evita lo scadimento del disco nel calderone del blues troppo leccato, mantenendo invece una freschezza che è ottenuta anche grazie alla parsimonia di colori utilizzati. Ben potrebbe cantare anche l'elenco del telefono con la dotazione vocale che si ritrova. Un bel lavoro. Consigliatissimo.



Antonio "Rigo"Righetti

venerdì 18 gennaio 2013

Numero 85 del 18 Gennaio 2013

Il nuovo numero di Blogfoolk si apre con un lungo speciale, firmato da Ciro De Rosa e dedicato a “Malacarn” il nuovo e bellissimo disco dei pugliesi, Uaragniaun, che abbiamo intervistato per l’occasione. Si prosegue con la rubrica Letture dedicata alla raccolta di studi sulle Multipart Musics, curato da Ignazio Macchiarella per Nota, e il Consigliato Blogfoolk, che questa settimana va a The Tarot Album dell’Elias Nardi Quartet, bel disco dai suoni world molto trasversale, che spazia dal jazz al prog, passando per il Medio Oriente. Ampio spazio è poi riservato alla rubrica Viaggio in Italia con le recensioni di A Brigà, Mino De Santis, ed Orio Odori. Completano il numero Suoni Jazz con il nuovo disco di Pierluigi Balducci, prodotto da Dodicilune, Il Ponte del Diavolo dei Taberna Vinaria e l’immancabile Taglio Basso di Antonio “Rigo” Righetti.

GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
LETTURE
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!
VIAGGIO IN ITALIA
SUONI JAZZ
MUSICA ANTICA
TAGLIO BASSO

Le Storie Maledette di Uaragniaun

Tra un disco in studio e un altro fanno passare almeno un lustro, quindi avere tra le mani un nuovo lavoro del trio altomurgiano è sempre un’occasione speciale. Uaragniuaun sono Maria Moramarco (canto), Luigi Bolognese (plettri) e Silvio Teot (percussioni a cornice e a calice, batteria, idiofoni); al loro fianco uno stuolo di affiatati collaboratori e di amici musicisti che li accompagnano in un percorso artistico che ha pochi eguali in Italia per rigore culturale, finezza sonora e soprattutto passione smisurata. Sul finire del 2012 hanno pubblicato Malacarn, un disco non banale, né per forma né per contenuti. Da parte loro la volontà, quasi una sentita necessità, di dar voce al “mondo dei vinti”, di presentare un’umanità varia di personaggi accomunati dalla marginalità, esclusi dalla storia ufficiale del farsi del nostro Paese o dannati per i posteri: si pensi a briganti e miserabili i cui crani, strappati alla pietas familiare, finirono nel laboratorio di Lombroso. Canti dell’Alta Murgia e canzoni d’autore di tre alfieri del folk d’Italia, alcune dimenticate altre per fortuna no, presentano questo mondo basso, incorniciate da musiche che attingono principalmente all’universo della tradizione orale del sud Italia ma non solo. Blogfoolk incontra i tre storici componenti di Uaragniaun, per sapere dalle loro voci della realizzazione di quest’opera che racconta storie di uomini e donne in fuga. 

Finalmente, un nuovo disco di Uaragniuan… 
Maria Moramarco: Sono passati tre anni dall’uscita di Lamalunga-live. I periodi di “silenzio” sono per noi essenziali per riflettere sulle nuove produzioni: non avvertendo l’urgenza e la fregola di dover necessariamente elaborare uscite musicali a scadenza fissa , ci prendiamo il tempo di far maturare il momento in cui si decide di aver qualcosa da dire. Per Malacarn, ti posso dire con un proverbio murgiano che “avàjene maturèite l’anèspre” (ossia “erano mature le nespole”); avevamo il desiderio di comunicare, di condividere altri testi e un altro pezzo della nostra musica. 

Qual è la genesi di Malacarn? 
Silvio Teot: La scelta di lavorare sul disco nuovo ha come premessa la mole di materiali ancora inediti raccolti da Maria. Il pretesto per costruire un nuovo disco nasce nel corso delle celebrazioni dell’Unità d’Italia. In quella circostanza ci ritrovammo impegnati a ricordare Enzo Del Re, nella sua città, Mola di Bari, dove fu organizzato un concerto in sua memoria. Ci mettemmo a lavorare su un pezzo di Enzo, “Ammenazza u murt”, che abbiamo registrato e che poi è diventato il brano che apre il nuovo disco. Per i 150 anni avevamo idee di brani legati all’unità, in particolare ce n’è uno di nostra composizione (“Canzona per Rosalia”), che è la storia di Rose Montpasson. Pensammo a personaggi marginali, come Montpasson, l’unica donna ufficialmente imbarcata con i Mille di Garibaldi che era la compagna, poi moglie di Francesco Crispi, poi ripudiata dal Crispi che si risposò. La storia ci affascinò molto, perché lei finisce per essere abbandonata da Crispi quando è nominato Primo Ministro, diventa una barbona, gira per Roma con le medaglie garibaldine. Tra l’altro, in Sicilia – Crispi era siciliano – sarà chiamata Rosalia per anni. Quando muore, sulla sua tomba scrivono Rosolia Montpasson. Una storia che ci ha colpito molto, di un’eroina garibaldina che diventa una malattia dell’infanzia. Dalla sua biografia abbiamo ricavato un testo scritto da Maria, che abbiamo musicato io e Luigi. Abbiamo pensato a questo punto di procedere sul filone di fine Ottocento e recuperare le storie di un brigantaggio minore: in Basilicata c’è la storia di un brigante di Matera abbastanza noto, ci sono altre storie di brigantaggio della zone tra Basilicata e Puglia. Abbiamo recuperato anche la documentazione su queste storie. Però su questi materiali non ci sono musiche, così abbiamo lavorato di composizione. L’altra scelta è stata di non parlare del brigantaggio ufficiale, queste storie sono sempre sui margini: briganti veri scambiati per banditi e banditi veri scambiati per briganti. Il materano di cui parliamo era un bandito, in realtà, diventato un eroe perché derubava i possidenti. Ci piaceva l’idea di riprendere queste storie maledette: di donne che ammazzano per onore, per amore. E che, addirittura, non hanno problemi ad ammettere i loro delitti chiamando a testimonianza la Madonna, il crocefisso, la religione che si intreccia con l’omicidio passionale. Luigi Bolognese: Il titolo ci piaceva perché riassume quest’idea di storie di malacarne, come si dice da noi, di malavitosi oppure briganti. Abbiamo proceduto come fosse quasi una monografia, abbandonando altri materiali che ci riserviamo di incidere più in là. Silvio Teot: Sono storie di uomini e donne in fuga. Poi c’è la vicenda del brigante più noto d’Italia, che è Musolino, perché avevamo voglia di fare un omaggio ad un amico come Otello Profazio. Avevamo ripreso due brani, “Lu ben mio” di Matteo Salvatore e “Ammenazza u murt” di Enzo Del Re. Ci dispiaceva non prendere anche un suo brano, anche perché si sarebbe offeso… Ti racconto un piccolo aneddoto. Quando gli abbiamo detto che avevamo preso questi pezzi, lui ci ha risposto: “E dei miei?”. Noi gli abbiamo detto: “Ma tu sei ancora vivo!” E lui, di ritorno: “Ma io non sono superstizioso!”. Così abbiamo inserito anche “Mi chiamano brigante”. Sono tre omaggi a tre grandi cantastorie. D’altra parte la figura del cantastorie sta dietro a queste vicende anche di criminalità dozzinale. 

Profazio, Del Re, Salvatore: tre personalità diverse, tre figure centrali nella cultura popolare del Sud. Con Profazio hai anche lavorato da giovanissima. 
Maria Moramarco: Ho grande stima e affetto per Otello , ritengo che il suo lavoro meriti forse una maggiore considerazione ”in vita”, senza aspettare di alzare altari dopo. Otello, la cui carriera artistica inizia nella metà degli anni 50,quando il festival di Sanremo aveva pochi anni di vita, si presenta come uno dei primi “intermediari” tra la il mondo della cultura contadina e il mondo della nascente cultura di massa . Egli si è sempre saputo muovere nel mondo dello spettacolo , la sua esperienza è ricca di incontri con personaggi oggi mitici: Murolo , Modugno, Maria Carta, Rosa Balestrieri, Ignazio Buttitta. Ho conosciuto Otello alla RAI, e attraverso lui Pietro Basentini e Matteo Salvatore, con cui ho potuto fare alcuni trasmissioni. Di Otello, ammiro l’abbondanza e la varietà del suo lavoro, la sua capacità di interpretazione, la sua amara e paradossale ironia. “Molte delle persone che conosciuto sono morte e io non mi sento molto bene…”, dice nei suoi concerti; mi piace la fierezza con cui dichiara di essere un cantastorie. Abbiamo scelto “Mi chiamano brigante” perché perfettamente in tema con la nostra raccolta e perché in questo brano Otello è riuscito a ricostruire i punti nodali della vicenda del brigante Musolino, facendone un’autobiografia cantata. 

Matteo Salvatore? 
Maria Moramarco: Otello mi ha sempre parlato con reale affetto e considerazione di Matteo Salvatore, e mi ha spesso sollecitato ad “ascoltare” con un orecchio particolare Matteo, ritenendo fosse doveroso da parte mia fare qualche suo brano nei nostri concerti. Ti parlo degli anni ottanta , quando il repertorio di Matteo era letto da molte di noi in modo antifemminista! Effettivamente io devo ammettere in tutta onestà di apprezzare oggi di più Matteo, di quanto abbia fatto in quelle volte quando ho avuto l’occasione di stare a suo fianco. Oggi mi incanta la sua voce, il suo modo originale di suonare la chitarra e i suoi testi, mamma mia!! Davvero un poeta naturale, verace, capace di far poesia , senza sapere di poesia. 

E Del Re? 
Maria Moramarco: Non ho avuto modo di conoscere personalmente Enzo Del Re, non faceva parte del “carrozzone dei penultimi cantastorie” di Profazio , dove mi sono ritrovata con Franco Trincale, Nonò Salomone, Danilo Montenegro, ma Enzo non c’era pur avendo tutti i titoli per esserci . Enzo, incisivo, essenziale, sferzante e sorprendentemente dolce; abbiamo usato “Ammenazz u’ murt” nel nostro lavoro perché quel brano è il dipinto ironico di uno spaccato di vita di quell’ universo di outsiders di cui volevamo dire, uno “Spoon River” popolare. 

Da dove provengono i testi tradizionali? 
Maria Moramarco: I testi tradizionali provengono dal materiale della mia ricerca condotta sul territorio di Altamura negli anni che vanno dal 1978 al 1985, anni in cui era ancora possibile ascoltare canti dalla viva voce di informatori, sia pure in situazioni create per questo scopo. La mia tecnica di rilevazione , sempre la stessa: la continua frequentazione di persone con cui attivare il meccanismo del “ricordo” , metodo empirico poco ortodosso, poco scientifico, poco o niente rispetto ai noti criteri della rilevazione sul campo, ma un metodo che mi ha consentito di avere un materiale che non avrei potuto trovare diversamente, in un periodo in cui il canto contadino non era già più pratica consueta e la cultura televisiva stava già obliando e resettando tutto il patrimonio della tradizione orale. 

Cosa ti colpisce di un testo: la storia narrata ? La musicalità delle parole? Le immagini che le liriche evocano? La loro traducibilità in musica? 
Maria Moramarco: Nei canti di lavoro, di tipo monostrofico, mi affascina la liricità delle parole, la spontanea capacità di fare largo uso di efficaci metafore; da un punto di vista più strettamente musicale mi affascina in questi canti la modulazione della voce, il melisma, che sicuramente prescindendo da un motivo estetico rispondeva a determinati movimenti del corpo durante il lavoro. Ciò che invece mi colpisce nei testi di tradizione orale di tipo narrativo è sicuramente la storia , e ogni volta mi sembra di percepire la forte volontà di un gruppo o di una comunità di lasciar traccia di vicende vissute, in maglie di racconti che nessuno avrebbe potuto tessere in trame scritte e che quindi venivano affidate alla parola orale e al canto. 

Maria, in questo lavoro sei anche autrice di storie dove protagoniste sono donne. Un nuovo ruolo, per te. 
Maria Moramarco: Sicuramente un nuovo ruolo per me. Ci avevo timidamente provato con il brano “ Putresenella” passando dalla fiaba locale al testo di un canto, di cui mi è piaciuto molto il feedback. È stato usato come materiale scolastico, imparato, analizzato, eseguito, contestualizzato in un bellissimo lavoro condotto da ottimi docenti di una scuola media di Altamura, che si è concretizzato in una pubblicazione “Un viaggio con Prezzemolina” Questa volta ci ho preso un gusto particolare: la storia di Rosalia mi attraversa, mi disturba la prepotenza di un uomo che ricorre al sotterfugio del falso matrimonio per mettere a posto le sue cose, dimentico di come lei abbia rivoluzionato la sua vita in nome dell’amore per lui, mi disturba la beffa di come facilmente la storia anzi la Storia, dimentichi il nome di una donna. Questo personaggio mi ha particolarmente “avvolto”, la sua vicenda è di una impressionante attualità. Ad una rilettura più accurata dei testi, mi accorgo che nella elaborazione dialettale dei testi, mi ritornano in mente modi di dire e frammenti lessicali che appartengono a quel vasto frasario dei canti della tradizione che sono nella mia memoria. La strofa finale di “Chitaridde”: “Sia maledetta mamme , ca dejàule me fascì,ci jì na ‘nfuesse nèite ,na ‘nfuesse steite chessì dannèite” è un richiamo a dei versi di un canto sacro “U vèrbe de Dije”, dove vi è il drammatico contrasto tra anime beate e anime dannate che bestemmiano una esistenza disperata di cui non hanno colpa, così come alcuni versi di “Pupidde” fanno parte di nenie udite e assorbite. 

Parliamo degli altri musicisti: troviamo un organico di fidati partner, nuovi collaboratori, di esperienza e giovani a voi molto vicini, e qualche ospite di riguardo. 
Luigi Bolognese: Ci sono i musicisti con cui abitualmente collaboriamo artisticamente: Nico Berardi (zampogna, charango, quena), Filippo Giordano (violino), Pino Colonna (flauti dritti, ciaramella). Altri collaboratori sono Gianni Calìa (sax soprano), Gennaro Ciccimarra (chitarra elettrica), Carlo La Manna (basso fretless), Massimo Stano (programmazione), Paolo Clemente (basso acustico), Adriano Vulpio (contrabbasso). Ci sono i nostri figli: Michele Bolognese (mandolino) e Nanni Teot (tromba). Alessandro Pipino rappresenta la grande novità di questo disco che ci ha portato nuove sonorità: organetto, toy piano, tastiere, lame sonore. È l’ospite più impegnato, in otto brani. Altri ospiti sono in un brano l’organetto di Ambrogio Sparagna e il fisarmonicista basco Joxan Goikoetxea che ha già collaborato con noi. Poi c’è Rocco Capri Chiumarulo, cantante e attore, uno studioso della vocalità di Del Re e Salvatore che interpreta filologicamente, cercando proprio di cantare come Enzo. 

Come si sviluppa la composizione della musica rispetto al testo? 
Maria Moramarco: La musica è consequenziale , si adatta come un vestito cucito sulle parole, prima le cose essenziali poi man mano tutti i dettagli, dipanati attraverso un lavorìo di ricerca di colori musicali che questo o quell’altro strumento deve dare, nel dilemma di cosa togliere quando percepisci il senso di un brano “troppo pieno”. Non esiste mai un momento in cui dici: “I brano è perfetto”, apporteresti continue modifiche, come avviene quando i brani passano dallo studio al concerti live, dove ti accorgi davvero cosa a livello comunicativo funziona di più o funziona di meno. Luigi Bolognese: Il nostro è un lavoro di squadra insieme a Maria buttiamo giù il primo arrangiamento di base e poi con Silvio proviamo a mettere a fuoco delle idee sui temi musicali da usare come intro o come intermezzo, ovviamente non mancano le discussioni ma sempre con un intento costruttivo, non so come spiegarlo, ma solo quando decidiamo di fare un nuovo disco scattano particolari meccanismi creativi che portano a realizzare i nostri brani. Questo continuo confronto tra di noi è chiaro che porta via parecchio tempo e i tempi di realizzazione si protraggono per svariati mesi con Maria che spesso frena i nostri propositi quando questi vanno un po’ oltre gli schemi, ma in questi anni abbiamo imparato a conoscerci tra di noi e troviamo un equilibrio . Il collante di tutto questo è una profonda amicizia che lega noi tre da oltre 35 anni. Silvio Teot: L'approccio è strettamente legato alle storie, ai personaggi e alle situazioni... E ovviamente rispecchia i nostri gusti attuali. Ad esempio c'è la storia di un omicidio passionale (“La saire de Carnevele”) in cui ci parso adatto un arrangiamento che ammicca al fandango. Personalmente credo che mi abbia molto influenzato quello che ascolto con maggiore interesse da un paio di anni, ovvero Renaud Garcia-Fons: lo strumentale “Malacarn” mi è venuto dopo aver ascoltato un disco di Renaud. E poi ci sono le vecchie passioni per il progressive, per il basso elettrico di Jaco Pastorius che Carlo La Manna, in particolare, rievoca in maniera evidente nel finale di “Canzona per Rosalia” o nello stesso “Lu bene mio”. Questo disco contiene in fin dei conti canzoni e ballate. Questo significa che senti quasi naturale scrivere temi e incisi. E non è per nulla facile o scontato perché la tua creatività deve fare i conti con regole e sintassi musicali che questo genere di cose impone. Sei costretto a lavorare su tre accordi e quando ti riesce bene e il brano "cammina", ha dinamica e funziona, la soddisfazione è enorme. In passato, negli altri lavori, sentivi di avere praterie e spazi enormi su cui lavorare partendo dalla ricerca di Maria e avendo a disposizione l'enorme lavoro che altri prima di noi avevano fatto su tarantelle, canti sacri o canti di lavoro... Insomma disponevi di modelli consolidati. Credo che questo nuovo disco segni una svolta abbastanza evidente per Uaragniaun.  

Silvio ha citato Garcia-Fons, altri ascolti che hanno accompagnato la gestazione di “Malacarn”? Maria Moramarco: Ciò che ci ha accomunato è l’ascolto di Eleni Karaindrou, in modo particolare dopo il film “The weeping meadow”. 

Come già in precedenza avete operato delle scelte particolari anche nell’artwork. Per U diavule eravate ricorsi ad Angelo Stano, disegnatore delle copertine di Dylan Dog. 
Silvio Teot: Abbiamo deciso di usare i fumetti per richiamare i tabelloni che utilizzavano i cantastorie che impiegavano i fumetti per illustrare le storie. Il fumetto è legatissimo alla canzone popolare, soprattutto al mondo dei cantastorie. Abbiamo coinvolto Pasquale Frisenda che è uno dei disegnatori della Bonelli, uno degli attuali disegnatori di Tex, che ha realizzato la copertina, i volti dei briganti e gli acquerelli. 

Malacarn è un disco autoprodotto. 
Luigi Bolognese: Il disco esce come Suoni della Murgia, che è il nome del festival che organizziamo da dieci anni. È il primo CD di una etichetta che accoglierà anche registrazioni antologiche del festival. 

Ci parlate del festival Suoni della Murgia? 
Luigi Bolognese: Il festival nasce come evoluzione di “Fieri di Fiore”, una rassegna cittadina sul canto sociale ad Altamura. Dal 2003, con Carlo Cardinale che era con noi, è diventata una rassegna di musica popolare internazionale che si svolge nei comuni dell’Alta Murgia, identificandoci con un territorio, tra fine luglio e inizio agosto. Un festival che ha avuto un tempo risorse istituzionali e oggi è in vita grazie alla presenza di uno sponsor e alla disponibilità anche grande di artisti che pur di non mancare partecipano alla rassegna. Silvio Teot: il fatto è che nelle edizioni del passato con una maggior possibilità economica abbiamo portato il meglio degli artisti italiani ma anche artisti stranieri mai venuti al sud come Renato Borghetti, gli Skolvan, Davy Spillane. Cosicché, in base a quello che avevamo fatto, molti artisti sono venuti anche a prezzi contenuti, vista l’alta considerazione ricevuta dal festival. Sul sito suonidellamurgia.net si trovano tutte le informazioni sulla storia e le edizioni del festival. 

Sogni nel cassetto? 
Silvio Teot: Non so dirti se Malacarn è un punto di inizio o anche la fine di un ciclo. A differenza di Maria e Luigi, che certamente continueranno a scandagliare i nostri archivi, visto che la ricerca di Maria non è stata ancora tutta pubblicata, io ho altri progetti che invadono altri campi sonori. Alla mia età comincio ad amare sempre meno esibirmi nei concerti e preferisco la composizione strumentale che probabilmente mi vedrà impegnato con mio figlio Giovanni (i suoi modelli sono Davis e Fresu). Lui ha già scritto una dozzina di brani che mi intrigano molto e che contiamo di incidere insieme ad altri musicisti. Poi chissà, magari non se ne fa nulla e facciamo un nuovo album con Uaragniaun. 

Maria Moramarco: Intanto una buona diffusione di questo lavoro, visto che ci è costato veramente tanto in termini di energie ed impegno anche economico ( il lavoro è interamente da noi autoprodotto), ma a parte questo vorrei che l’Alta Murgia fosse un po’ più considerata nel quadro della musica di tradizione. La Puglia è una regione lunga e varia, offre spunti musicali e tematici di una certa rilevanza. Noi, e non solo noi, non ce ne stiamo con le mani in mano, noi “abbiamo poco appetito” perché non viviamo di questo lavoro, lo facciamo “per passione”. Lo affermo senza retorica, ma gli altri? L’Alta Murgia e i canti di questa zona esistono. 

Lugi Bolognese : Fra i tanti sicuramente quello di vederci affiancati nel nostro percorso dai nostri figli e parlo di Michele figlio mio e di Maria e di Nanni il figlio di Silvio. Averli coinvolti quasi per scherzo durante la registrazione del disco e poi nei primi concerti di presentazione ci ha riempito il cuore di orgoglio. L’ altro sogno è quello di continuare con ostinazione con le nostre pubblicazioni a far conoscere in tutta Italia e non solo il repertorio legato al nostro territorio : l’Alta Murgia, uno dei miei figli ha scritto sulla nostra pagina di facebook : Uaragniaun in missione per conto dell’ Alta Murgia ed è quello che vogliamo fare, con tutti i nostri limiti, abbiamo cercato di partecipare a numerosi festival in Italia e all’estero e spero che Malacarn possa permetterci di continuare questo lavoro di diffusione nonostante le difficoltà dovute ad una crisi finanziaria gravissima che ha quasi azzerato la propensione alla cultura nelle istituzioni chiave comuni provincie e regioni. In Puglia è in atto questo interessante progetto culturale legato alla creazione di Puglia Sounds che con alcuni bandi sta tentando di finanziare iniziative culturali e musicali su vari generi tra questi rientra la musica popolare. Noi cercheremo di utilizzarli anche se spesso ci sono dei requisiti che anche ad un gruppo longevo come il nostro con 8 produzioni discografiche alle spalle prodotte negli ultimi 22 anni e decine di compilation, impediscono di avere un finanziamento su un nuovo CD se non si sono prodotte nel periodo 2010-.2012 almeno due pubblicazioni discografiche. Cosa che francamente non riesco a capire! La conseguenza di tutto questo è la mancanza nelle compilation prodotte da Puglia Sounds del repertorio ricercato da Maria Moramarco in questi ultimi 35 anni, del repertorio dell’Alta Murgia. 



Uaragniaun – Malacarn (Suoni delle Murgie) 
Un titolo forte segna il ritorno del trio altamurano, a cinque anni di distanza dal precedente disco in studio, U diavule e l’acqua sante (Felmay), cui sono seguiti il live Lamalunga e il volume, Paràule, con cui Maria Moramarco, anima vocale dell’ensemble-laboratorio Uaragniaun, ci consegnava i canti di una vita, lei ricercatrice, mediatrice ed interprete della cultura orale dell’Alta Murgia. L’attesa non è stata vana, dal momento che se è vero che questo concept album conserva tutta l’essenza dei lavori di Uaragniaun – testi tradizionali, frutto di una decennale frequentazione sul campo e composizioni d’autore di giganti del musica popolare del Sud, ma anche liriche della stessa Maria che di quell’humus popolare sono pieni con naturalezza che ha pochi eguali in Italia – Malacarn si apre a spunti innovativi sul piano compositivo. La parte strumentale, governata da Teot e Bolognese, intreccia corde, percussioni, mantici, fiati popolari, ottoni e strumenti extra-popolari, sempre al servizio della vocalità appassionata, profonda, calda e luminosa di Maria. Come già in passato, arrangiamenti raffinati, quanto eterogenei per ricchezza timbrica, che contemplano riferimenti alla musica pugliese (ninna nanna, tarantella), campana (tammurriata), alla canzone da cantastorie, con immancabili spruzzi di jazz e rock, sapore mediterraneo con propensione iberica, inflessioni colte e barocche, contrappunti stilistici e di toni: dai modelli solenni ai moduli dissacratori, dalle canzonature ai passaggi aulici, dalle immagini dolenti alle invettive, tutto teso a costruire un affresco vivido di microstorie in musica che gettano luce su murder ballads, violenze e soprusi subiti e perpetrati, ingiustizie patite e mai riparate, un “ciclo dei dannati”, un canto per anime perse, celebrate senza retorica revisionistica sudista o revanchista. Non sentiamo il bisogno di segnalare un brano in particolare tra le sedici tracce dell’album, lasciatevi trasportare in questo racconto di storie di un’altra Italia. 


Ciro De Rosa

Ignazio Macchiarella – Multipart Music: A Specific Mode Of Musical Thinking, Expressive Behaviour And Sound, Nota 2012, pp. 510, Euro 45,00

Le Multipart Musics, che in italiano può essere tradotto come musiche in più parti, sono un fenomeno straordinario, variegato ed illimitato, in quanto in continua trasformazione nei modi e nelle forme del suo manifestarsi. Si tratta di qualcosa di ben più ampio rispetto alla polifonia, solitamente indicata per le musiche caratterizzate da sovrapposizioni di linee melodiche differenti, ma piuttosto di un approccio che vede coordinarsi più identità sonore in un genere musicale riconoscibile, tanto da chi le realizza quanto da chi le ascolta nel medesimo scenario musicali. Per lo studio di questo particolare modo di fare musica e della specificità dei suoi processi produttivi, nel 2009 è nato uno Study Group all'interno dell'ICTM (International Council for Traditional Music), mentre nel 2010, grazie all’organizzazione del Dipartimento di Studi Geografici ed Artistici dell’Università di Cagliari, si è tenuto il suo primo simposio nel capoluogo sardo, al quale hanno preso parte esperti e specialisti provenienti da tutta Europa e Stati Uniti. Tra undici sessioni di interventi teorici e dibattiti e cinque workshop teorico-pratici, il simposio è stato incentrato essenzialmente sulla questione della specificità del fare e pensare la musica a più parti, come suggerito dal tema generale. A corollario di questo importante meeting, l’organizzatore del simposio il Prof. Ignazio Macchiarella ha curato l’interessantissimo volume omonimo, edito da Nota, nel quale sono confluiti non solo una parte degli interventi ma anche gli sviluppi successivi delle risultanze congressuali, ovviamente il tutto in lingua inglese. Introdotto dagli interventi di Ignazio Macchiarella e Enrique Camara de Landa, che focalizza la sua attenzione alla Spagna e all’America Latina, e diviso in cinque sezioni, il testo si sofferma non solo sugli aspetti storici delle Multipart Music, ne analizza nel dettaglio la concezione, la realizzazione e successivamente esamina i casi dei Pirenei e della Sardegna. Si tratta, insomma di un lavoro di altissimo pregio scientifico, non solo perché raccoglie i lavori dei più importanti etnomusicologi europei e statunitensi, ma anche perché analizza il fenomeno delle Multipart Musics, con un approccio meno teorico e più pratico, basato sull’analisi diretta dei fenomeni, e non è un caso che proprio durante il convegno del 2010 non siano mancate le occasioni per mettere a confronto diretto i partecipanti al congresso e alcune tipologie musicali, attraverso alcune sessioni concertistiche tenutesi al teatro Nanny Loy. Per quanti intendessero approfondire l’argomento o semplicemente sono curiosi di saperne di più, al fianco della lettura del libro consigliamo una visita al sit www.multipartmusic.org. 

Salvatore Esposito

Elias Nardi Quartet - The Tarot Album (Zone di Musica)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Poco fuori Capalbio, a Pescia Fiorentina, sul versante meridionale della collina di Garaviccio, c’è il Giardino dei Tarocchi, un posto magico, ricco di fascino, popolato dalle enormi sculture realizzate da Niki de Saint Phalle con il marito Jean Tinguely, ispirate alle principali alle figure ritratte sulle carte da gioco degli Arcani Maggiori. Complice una visita in questo posto meraviglioso ed affascinato dalla visione sbalorditiva di queste opere, il musicista toscano Elias Nardi ha voluto approfondire lo studio dei Tarocchi, cercando di comprenderne non solo l’aspetto ludico, ma anche il più profondo significato simbolico ed esoterico di queste antichissime carte da gioco. E’ nata così l’idea di dare vita ad un disco che in qualche modo riflettesse in musica gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, ma a finalizzare l’idea è stato un volontario esilio in Corsica insieme al bassista Carlo La Manna, dove hanno dato vita all’ossatura del disco. Grazie anche all’apporto di Roberto Segato al piano e alle tastiere, hanno cominciato a prendere vita le diciotto canzoni che compongono “The Tarot Album”, nelle quali ognuna si rifà al nome e alla figura simbolica rappresentata da una carta dei Tarocchi. A differenza del precedente i cui brani racchiudevano un percorso musicale durato dieci anni, questo nuovo disco è un vero e proprio concept album che segna un importante punto di svolta nella carriera di Nardi, infatti oltre ad aver ridisegnato il suo quartetto con l’ingresso appunto di Segato alle tastiere e Zachary James Baker alla batteria, anche dal punto di vista musicale si avverte chiaramente come ci sia stata uno sviluppo sensibile della ricerca armonica rispetto ad “OrangeTree”. Il musicista toscano e il suo quartetto hanno così imboccato una via differente che dalle sonorità più marcatamente folk e world li ha condotto verso un approccio più sperimentale e moderno, lasciando invariato però l’apporto dell’oud che caratterizza ogni brano con le sue sonorità mediterranee. Oscillando così tra trame acustiche e spaccati quasi psichedelici, emergono timbriche e linee melodiche originali, che consente all’ascoltatore di viaggiare quasi senza confini nell’universo immaginifico della loro musica. Ad aprire il disco è “The Lovers” nella quale l’oud di Nardi dialoga con il pianoforte dando vita ad una tessuto sonoro di grande potenza evocativa, e che funge da perfetto antipasto per la superba mini suite “The Magician, The High Priestess & The Wheel of Fortune”, dove assistiamo ad un interplay intensissimo tra i vari musicisti. Durante l’ascolto brillano così l’enigmatica “The Emperor” in cui Andrea Vezzoli al sax baritono entra in modo eccellente nella linea melodica, la sinuosa “The Moon”, ma il vero vertice del disco arriva con “The Strenght” in cui fa capolino la voce del soprano Dania Tosi. Non manca qualche sorpresa sonora come il liuto che caratterizza “The Empress and the Judgment”, l’intreccio tra viola e oud in “The Sun” e la conclusiva “The World”, che racchiude un po’ tutte le sonorità del disco. Insomma se avete apprezzato “The OrangeTree”, questo nuovo album dell’Elias Nardi Quartet vi sorprenderà e sorprenderà ancor di più chi conosce l’antica sapienza dei Tarocchi, dove si intrecciano simboli, magia, archetipi e suggestioni e che ritroverà tradotte in musica in questo disco. 


Salvatore Esposito