BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

sabato 25 agosto 2012

Indice 29/2012


Concertone de La Notte della Taranta, Melpignano (Le), 25 Agosto 2012
“Chi non diventa pazzo, non è normale!”, un commento a caldo

Mascarimirì Gitanistan Orchestra
Il day after dell’edizione 2012 del Concertone de La Notte della Taranta, come al solito, si porta dietro quella insopportabile sindrome tipicamente sanremese fatta di polemiche, critiche sterili, sottolineature inutili, con tanto di candidature fantasiose per l’edizione del prossimo anno, come quella spuntata questa mattina di Renzo Arbore, o nostalgici rimpianti per Ludovico Einaudi, certamente più vicino ai canoni radical chic del ruspante Goran Bregovic. La complessità della macchina organizzativa, l’importanza mediatica e il peso politico di questo evento, sono elementi imprescindibili per una sua seria e completa analisi, sicché, in questa sede, ci sembra molto più logico soffermarci solo ed esclusivamente sulla dimensione musicale. A differenza delle precedenti edizioni, l’anteprima del Concertone inizia con il sole ancora alto su Melpignano, e soprattutto con un caldo appena sopportabile. 
Il Pubblico di Melpignano
Salgono così per primi sul palco Li Strittuli, interessante gruppo di San Pancrazio Salentino, a cui seguono le simpatiche e bravissime Cantrici di Cannole, gli ormai immancabili Mario Salvi e i Cantori di Villa Castelli, ma soprattutto i Mascarimirì con la Gitanistan Orchestra impreziosita dai Massilla Sound Sistyem ed Antonio Castrignanò, quest’ultimo con tanto di scenografia personalizzata che rimandava alla Festa di San Luigi a Calimera. Giusto il tempo di montare le splendide scenografie di Mimmo Paladino, trasformate in luminarie dal maestro salentino Lucio Mariano, e sul palco prende il via il Concertone con Enza Pagliara che omaggia Uccio Aloisi con una struggente Vorrei Volare, entrano in scena i fiati per una bizzarra Opa Cupa. Il primo vertice del concerto arriva subito con la splendida Ederlezi riscritta in salentino come Santu Giorgiu, e cantata magistralmente da Maria Mazzotta e Alessandra Caiulo. 
Il Maestro Concertatore: Goran Bregovic
Goran Bregovic imbracciando la sua Gibson blu, guida la sua Wedding & Funeral Band e l’Orchesta della Notte della Taranta con grande umiltà e dedizione, senza cercare posizioni da frontman, ma scambiandosi spesso gesti di intesa con i suoi collaboratori ovvero Ninoslav Ademovic, Claudio Prima e Mauro Durante. Nessuna sperimentazione folle, nessun grande slancio, ma piuttosto tanta sostanza, sudore, energia e forza, con i fiati sostengono la spinta ritmica dei tamburelli, in modo sgangherato, come si addice alle orchestre balcaniche, ma non meno divertente ed emozionante. Nel corso della serata abbondano le Pizziche, ben sei, quasi a disegnare un itinerario sonoro che parte da Cutrofiano, tocca Torchiarolo e San Vito dei Normanni fino a raggiungere Aradeo, città nativa degli Zimba. Venendo agli ospiti molto suggestiva è stata la partecipazione della Mondine di Novi, in barba a chi ha scritto che è sembrato un festival della CGIL, che dopo un medley con Sciur Padrun hanno regalato una sorprendente versione di Fimmene Fimmene e un duetto con Goran Bregovic in Lubenica. 
Ballerini di Pizzica e sullo sfondo la Chiesa di Melpignano
Non mancano momenti più riflessivi e poetici come nel caso de La Tabaccara, cantata da Anna Cinzia Villani, ed Aremu Rendineddha, ma a riportare in alto il tasso energetico è Antonio Amato con una sorprendente Cammina Ciucciu. Interessantissima è anche l’incursione nel pop croato con Tonci Huljic & Madre Badessa Band che tra suoni anni ottanta e balkan folk regalano al pubblico salentino due divertenti brani ovvero Delirium Tremens e la filastrocca Ciciribella, più una Pizzicarella che sul finale sfocia in Funiculì Funiculà. Dalla Croazia si passa poi alla Serbia con la Nenad Mladenovic Orchestra che insieme all’Orchestra de La Notte della Taranta si lanciano in un altro brano storico di Bregovic, ovvero Mesecina in una versione scoppiettante. Se Giancarlo Paglialunga insieme al suo immancabile tamburello regala una trascinante Aulelì, Antonio Castrignanò infiamma il pubblico con Aria Caddhripulina dal repertorio di Pino Zimba, che colorata dai fiati balcanici suona ancor più trascinante e coinvolgente.  
La Banda di Racale
Sul finale sale sul palco la Banda di Racale e dopo una travolgente Kalashnikov, arriva l’immancabile Kalinifta, che ci conduce verso la conclusione, ma c’è ancora tempo per Bella Ciao, brano già eseguito da Bregovic con i Modena City Ramblers e presente anche nel suo prossimo disco dedicato alla Resistenza. Immancabile anche il bis finale con Enza Pagliara che regala una travolgente riproposta de la Pizzica di Torchiarolo, sugellando un Concertone dai suoni forse non eleganti, forse disarmonico ma non meno bello, energico e travolgente del resto come ha ricordato più volte Bregovic durante il concerto: “Chi Non Diventa Pazzo, Non è Normale!”.


Salvatore Esposito

Massimo Priviero e Michele Gazich: Storie di Folkrock

Dopo aver collaborato in diverse occasioni sul palco e in studio Massimo Priviero e Michele Gazich si sono ritrovati per incidere Folkrock, interessante progetto che li vede fianco a fianco nella rilettura di alcuni grandi classici del folk-rock. Li abbiamo intervistati per approfondire questo progetto che vede protagonista non solo la musica ma anche la letteratura. 

Come nasce il progetto Folkrock? 
Massimo Priviero: Folkrock nasce da delle sessioni che potremmo definire di amore comune nei confronti di certa musica. Sessioni che all'inizio non prevedevano la realizzazione di un album e di un libro, ma l' intensità e la condivisione profonda di queste ci hanno preso per mano fino ad arrivare all'incisione. 
Michele Gazich: Il Folkrock mi ha salvato la vita una serie di volte: ad esempio quando Michelle (Shocked) mi portò con sé su un palco per la prima volta nell’ormai lontano 1992 salvandomi dal suonare musica morta per un pubblico di morti in un’orchestra sinfonica o quando con Mark Olson ci ritirammo nel deserto della California a pregare per la nostra salvezza come uomini e musicisti e nacque Salvation Blues, eccetera… Avevo un debito di gratitudine nei confronti di questa musica, che da anni volevo ripagare. Poi ho incontrato Massimo che voleva fare qualcosa di simile e abbiamo unito le forze.  

Il progetto Folkrock l'ho definito multidimensionale nel senso che si muove su più piani, quello letterario e quello musicale, qual è la connessione tra queste due anime? 
MP: Esiste da sempre questo tipo di mescola musicale e letteraria. Quanto meno esiste in quelle che forse sono le cose migliori che certa musica ha regalato al mondo. Sono sbocchi naturali legati a sensibilità e caratteristiche di certe canzoni. Da sempre, e come ben sai accade spesso anche in quello che scrivo, cerco questo punto di equilibrio tra quello che ormai per convenzione chiamiamo rock'n roll e certa "necessità" di poesia. Quando si è toccato e si tocca questo punto di equilibrio, si son realizzate e si realizzano le cose migliori. E questo non solo artisticamente. In questo caso anche in quello che chiamerei impatto sociale e culturale della musica poplare nella vita di intere generazioni. 
MG: Volevamo, appunto, raccontare cosa hanno significato per noi queste canzoni. Massimo ha parlato dei suoi anni di formazione, in una sorta di romanzo breve. Io ho scritto Dodici esercizi di ammirazione, in cui ho spiegato perché ammiro queste canzoni e come hanno guidato e influenzato il mio agire, non solo come musicista. Ho sempre pensato che bisogna temere un uomo che non ammira. 

Da dove nasce l'esigenza di riprendere questi brani cardine della storia del rock? 
MP: Esiste una strada maestra, in qualche modo. Ecco, è come se tu riguardassi indietro agli anni della tua "formazione", alle cose che ascoltavi quando iniziavi a scrivere la tua storia, quando insieme alle prime melodie e ai primi testi che scrivevi, finivi inevitabilmente col misurarti con certe canzoni che giravano sulla tua chitarra e che, nel mio caso, amavo magari suonare e condividere sulle strade della mia vita. Canzoni che, anche per la loro forza e la loro grandezza, abbattevano qualsiasi confine. Potrei dirti che è stato anche un viaggio nel tempo di una trentina d'anni, ma ti confesso che molti "folkrock" ho continuato a suonarli nel corso del tempo con piacere infinito, insieme alle mie cose. 
MG: È stato come ripassare delle soglie che già altri uomini, altri passi avevano superato; come ripronunciare una preghiera o ridare voce ad una poesia che aveva già risuonato prima con voci diverse. Volevamo sentire come il nostro cuore avrebbe abitato queste canzoni. Il poeta Ezra Pound dice che la vera poesia è “News that stay news” (notizie fresche che restano notizie fresche): penso che valga anche per queste canzoni, il cui forte messaggio ci è sempre contemporaneo. 

Ci raccontate delle session di registrazione, so che ci avete lavorato moltissimo… 
MP: In realtà è stato un lavoro molto accurato e dove Michele ed io siamo stati affiancati da alcuni musicisti di nostra fiducia e da un ottimo tecnico del suono. Tuttavia, tutto è stato "naturale". Naturali i tagli dei nuovi arrangiamenti, naturali i suoni, naturali le soluzioni che di volta in volta prendevano forma. Come quando inizi a scrivere un libro e hai una idea di fondo da dove parti per poi scoprire che in qualche modo il libro si sta' scrivendo da solo e tu assecondi la forma che quel libro va a prendere. 
MG: Più che altro c’è stato un lungo lavoro preliminare: regolari session con Massimo nel basement di casa mia e poi con i musicisti coinvolti, tra cui ricordo Fabrizio Carletto, già con me a bordo della Nave dei Folli, il batterista Alberto Pavesi, il pianista Onofrio Laviola e il grande saggio delle chitarre Marco Vignuzzi, di cui torneremo a parlare. Ci siamo poi trasferiti al Macwave Studio di Brescia, dove avevo già registrato vari album miei e avevo curato svariate produzioni artistiche. Ho un fecondo rapporto di collaborazione con il tecnico del suono Paolo Costola. È stato lungo, ma non mi è sembrato tale il lavoro, perché è stato sempre gioioso. 


Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei vari brani? 
MG: Ho desiderato ricreare ogni brano, pur nel rispetto del suo nucleo originario, anzi cercando di arrivare a questo nucleo, alle volte denudando alcune canzoni come What a wonderful world che è stata registrata solo violino e voce o Ring them bells in cui il mio intimo Recitar-cantando si è alternato alla prorompente vocalità di Massimo su un semplice, direi luterano, accompagnamento di pianoforte. Altre canzoni hanno viaggiato in me verso altre dimensioni: Thunder Road di Springsteen è diventata una ballata alla Tom Waits, grazie soprattutto al cambio della tonalità e ad una partitura di archi dall’andamento moderatamente orchestrale. Ho arrangiato, invece, Where have all the flowers gone, per fare un altro esempio, con uno stile che deliberatamente omaggia il mio adorato Folkrock inglese.

Cosa caratterizza questi brani a livello interpretativo? 
MP: Guarda, la cosa più bella e se vuoi più magica è confrontarti con delle timbriche diversissime di brani grandissimi (non so, pensa a Cash, a Young a Dylan) e renderli una cosa unitaria attraverso il tuo modo di cantarli e di viverli. Non è un album di cover, non c'entra nulla. E' prendere del materiale musicalmente straordinario e provare a farlo diventare una cosa unica. Figlia da un lato di sensibilità comune di una certa epoca e che tu decidi di far propria vivendoli totalmente attraverso la tua sensibilità. Non è facile. Ma se ti riesce può diventare un viaggio meraviglioso da fare. 

Il disco è stato suonato con una strumentazione volutamente vintage, cosa vi ha dato in più questa cosa a livello di sound? 
MP: Odio l'idea dell'essere vintage in modo fine a sè stesso. Non ci siamo posti questo problema, ma i suoni che volevamo portavano a questo uso specifico di strumenti. Semplicemente, se vuoi piantare un albero e sperare che cresca nel modo che ti sembra migliore, lo pianterai nella terra più giusta e gli darai acqua nelle ore migliori. In quel caso, certamente, l'albero crescerà più forte. 
MG: Era l’unico modo per fare questo album e per farlo respirare. Nel libro una pagina elenca gli strumenti utilizzati, che vanno dagli anni Trenta ai giorni nostri. Ho fatto una ricerca filologica, anche avvalendomi delle competenze del già citato Vignuzzi che ha suonato banjo, autoharp, dobro e tanti altri inusuali strumenti. Ma la filologia non è, in questo caso, solo per i filologi, non è fine a se stessa, ma fa bruciare d’amore i suoni di queste canzoni. 

Quanto c'è di personale nei brani che avete scelto? 
MP: Molto per entrambi. Nel mio caso ci sono canzoni che sono state più formative di altre e che più di altre sono entrate nella mia vita accompagnandone soprattutto la prima parte. Molto, ti direi, da un punto di vista emotivo. Perchè già il fatto che un ragazzo suoni certa musica piuttosto che altra significa che lì dentro trova un pezzo di sè stesso, di come è, di come vorrebbe essere. Se hai bisogno di un sogno che accompagni e dia forza alla tua strada e alla tua vita, avrai bisogno di un sogno che parli nella tua lingua.In quel modo, quel sogno diventerà anche la tua vita vera.

Tornando al lato letterario qual è stata l'ispirazione letteraria che ha caratterizzato i vostri scritti? 
MP: Oh, nel mio caso è stato qualcosa che potresti chiamare autoritratto di un musicista da ragazzo. E' un viaggio autobiografico che inquadra un anno e mezzo dei miei vent'anni di un tempo. Come vivevo, qual che mi accadeva, felicità e disperazione, sudore e lacrime, sorrsi e strade che prendevano forma a poco a poco. Ovviamente tutto vero e tutto vissuto in funzione del mio rapporto con la musica e macinato dall'impatto dell'ascolto di certe particolari canzoni, alcune delle quali finite in Folkrock. 
MG: Ho preso in prestito il mio titolo (Esercizi di ammirazione) dal filosofo Cioran. Certamente mi ha influenzato, così come Adorno, il filosofo dei Minima Moralia. Ho sempre amato gli scritti in prosa dei poeti: di Dante, di Baudelaire, di Cristina Campo, di Paul Celan. Mi piaceva descrivere queste canzoni con uno stile e un lessico inusuale, forte, espressionista. C’è la mia vita in ballo; tutto è personale e spero che questi esercizi possano aiutare i miei lettori come hanno aiutato me. 

Sarebbe molto riduttivo definire Folkrock un disco di cover, come si inserisce questo album nelle vostre rispettive carriere? 
MP: Come ti dicevo, nulla di Folkrock è più lontano da un disco di cover. E, personalmente, non ho mai avuto simpatia per i dischi di cover, soprattutto di tipo monografico. Per quel che mi riguarda, considero questo progetto una necessità di ritrovare e di rivivere con la massima intensità la musica di cui molte generazioni sono figlie e debitrici. Lo considero un atto d'amore, prima di tutto. E di condivisione. Ti direi anche che in questi mesi sono in studio sul mio album di inediti che uscirà tra qualche mese e che incidere Folkrock più o meno nello stesso periodo è stata una esperienza bellissima di "sdoppiamento". Forse il modo migliore per scavare sempre meglio dentro me stesso. 
MG: Desidero, in questa fase della mia vita, che è stata ed è segnata da alcune gravi problematiche di cui vi ho già raccontato in una precedente intervista, recuperare me stesso, la mia radice più intima. Ho cominciato con L’Imperdonabile, lo spartano disco registrato da solo lo scorso anno, che era un’analisi del mio cuore messo a nudo; ora Folkrock recupera una radice fondamentale della mia scrittura musicale e poetica; a fine anno pubblicherò un film-concerto girato nel Duomo della mia città, in cui mi riapproprio di tutte le mie canzoni, anche di quelle che avevo appaltato ad altre voci; infine da anni sto lavorando ad un album concept che narra la storia della mia famiglia, che ha viaggiato tra Turchia, Jugoslavia, America e Italia. Folkrock non è, dunque, una deviazione, ma è parte di una ricerca sulle mie radici. 

Ogni brano vive una vita nuova nelle vostre versioni, c’è una differenza sostanziale tra il cantare la canzone di e l’interpretarla… 
MP: "Cantare bene" non significa nulla. Le ragazzotte che cantano ben intonate e che escono dai vari talent show sono in gran parte l'apoteosi di questo nulla. Un nulla che magari si "muove bene" e che le radio del nulla magari suoneranno. Credo che a Dylan direbbero che ha una voce troppo nasale e che non si capisce bene quel che scrive. "Interpretare" nella mia lingua vuol dire vivere, sorridere o piangere nota per nota, parola per parola. Spesso cercando poesia e magari disperandoti se non riesci ad afferrarla. Ma questo è un discorso un po' lungo e forse noioso. Ti direi solo, per capirci meglio, che un cantante non è nulla rispetto ad un artista. Che magari qualceh volta saprà anche cantare bene 
MG: Come dicevo, queste canzoni parlano anche di noi, che le abbiamo vissute, respirate, interiorizzate e ora le riproponiamo dopo averle lasciate risuonare in noi per tanti anni. C’è molto di noi in queste canzoni. 

Tra i brani che più mi hanno colpito c’è senza dubbio la versione di Thunder Road che ne esalta il testo… 
MP: Conosci le mie connessioni personali ed artistiche con certi musicisti e dunque non vado oltre. Semplicemente, Thunder Road è una delle più belle canzoni d'amore che siano mai state scritte. Ho spesso evitato nei miei concerti di inserire pezzi di Bruce, ma dovevo Thunder Road a quel ragazzo di vent'anni che amava tanto ascoltarla e che intanto iniziava a scrivere la sua strada e le sue canzoni. 
MG: Da parte mia ho curato a lungo la costruzione dell’arrangiamento di questo brano, come ti ho già accennato, ma lascerei parlare Massimo che, proprio con questa canzone, ha un legame fortissimo.

Altro brano particolarissimo è la versione di What A Wonderful World… 
MP: Già...sai quanto è difficile scrivere una capolavoro del genere. Sai quanto è difficile scrivere una melodia e delle parole che ti fan dire semplicemente di essere felice d'esser vivo. Ecco, immaginati un teatro che chiude, immagina una via deserta, immagina che è molto tardi e che ci sono una voce e un violino ad aspettare l'alba che nasce. Semplicemente per ringraziarla del fatto che nasce. E che tu in qualche modo rinasci insieme a quell'alba ogni giorno. 
MG: What a Wonderful World è una canzone meravigliosa, una canzone assoluta, che parla della gioia di essere al mondo, della contemplazione del creato, della fraternità tra gli uomini ed invita a confidare nel futuro. Per molti la bellezza della canzone è insostenibile: emblematico che in due noti film: Good Morning, Vietnam e Bowling a Columbine sia stata utilizzata per commentare scene di efferata violenza. Massimo ed io, invece, amiamo molto questa canzone e l’abbiamo voluta proporre nella sua nuda bellezza, come se la suonasse Ralph Stanley accompagnato solo da un fiddle; come due amici che, alla fine di una bella serata, suonano ancora una canzone, per celebrare con gioia essere al mondo ed essere musicisti. 

State portando in tour questo disco, come avete lavorato dal punto di vista del live con questi brani… 
MP: Ovvio che rivivere Folkrock dal vivo è speciale come lo è stato inciderlo. E' un live dove magari le stesse canzoni un po' seguono il filo rosso dell'album e un po' prendono forma nuova, come deve essere. Da vivere, credimi, da vivere fino in fondo. 
MG: Stiamo già suonando Folkrock live ed ogni sera ricreiamo le canzoni. Ogni sera sentiamo cosa hanno da dirci e le lanciamo al nostro pubblico, con libertà, senso del rischio e amore. Ci accompagnano Onofrio e Fabrizio, ma talvolta, come nella più pura tradizione folk, siamo io e Massimo in duo. 


Massimo Priviero & Michele Gazich – Folkrock (DVL Dischi Vololibero/Self) 
Consigliato Blogfoolk!!

Le strade di Massimo Priviero e di Michele Gazich si erano già incontrate più volte in questi ultimi anni, e il progetto Folkrock sugella in modo davvero particolare il loro rapporto artistico. Non si tratta infatti di un semplice disco tributo ma piuttosto di un lavoro multilivello che mescola musica e letteratura, rendendo omaggio ai classici del folk-rock. Ad accompagnare il disco c’è un corposo libretto che raccoglie due racconti, ovvero Diario Folkrock firmato da Massimo Priviero e Dodici Esercizi di Ammirazione di Michele Gazich, che in modo diverso ma con il medesimo trasporto raccontano il viaggio dei due autori attraverso la poesia del folkrock, mescolando frammenti di vita e riflessioni personali. Il disco mette in fila dodici brani che spaziano dal traditional House Of The Rising Sun a classici della canzone americana come le splendide versioni di A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan e Thunder Road di Bruce Springsteen, fino a toccare una intensa versione per soli violino e voce di quella What A Wonderful World resa celebre da Louis Armstrong. Dal punto di vista musicale ciò che colpisce di questo disco sono gli eleganti arrangiamenti curati da Michele Gazich, nei quali nulla è lasciato al caso a partire dai sontuosi intrecci tra i suoi archi, il piano di Onofrio Laviola e le chitarre, il banjo e il dobro suonati da Marco Vignuzzi e Paolo Costola, che impreziosiscono e rendono ancor più affascinante la voce di Massimo Priviero. 


Salvatore Esposito

Festival de La Notte della Taranta, Alessano (Le) 18 Agosto 2012, Martano (Le) 22 Agosto 2012

Ricchissimo il cartellone del Festival Itinerante della Notte della Taranta, che quest’anno visita ben quindici paesi del Salento, compreso il capoluogo Lecce, in attesa del Concertone, di cui quest’anno è protagonista Goran Bregovic, nei panni del maestro concertatore. Nonostante la poco felice atmosfera caciarona da sagra di piazza con tanto di chiassose bancarelle, e di pubblico distratto, la formula dei concerti itineranti rappresenta comunque una certezza importante su cui si basa il Festival de La Notte della Taranta, non solo perché sono il luogo dove hanno modo di esibirsi numerosi gruppi locali, anche poco noti, ma anche perché spesso diventano l’occasione per proporre progetti speciali collaterali rispetto al Concertone. L’edizione di quest’anno, oltre a riproporre il fortunato salotto di strada De La Notte Incanta, con showcase, interviste e presentazioni, ha visto protagonisti due ex maestri concertatori come Mauro Pagani e Ambrogio Sparagna, ma anche ospiti d’eccezione come Boban e Marko Markovic che hanno accompagnato Bandadriatica nella data di Calimera, o ancora eventi celebrativi come il commovente Omaggio a Pietro Milesi tenutosi a Galatina. 
In particolare però due serate hanno catturato maggiormente la nostra attenzione ovvero quella di Alessano del 18 Agosto in cui si sono esibiti Enza Pagliara ed Antonio Castrignanò, quest’ultimo con la partecipazione di Mauro Pagani, e quella conclusiva di Martano del 22 Agosto, in cui si sono avvicendati sul palco Ghetonia e Canzoniere Grecanico Salentino. Ad aprire le danze sul palco di Martano è Enza Pagliara, la quale nonostante le non perfette condizioni di salute ha dato vista ad una performance esplosiva nella quale ha presentato il suo ultimo album, Bona Crianza, accompagnata da una eccellente band in cui spiccano i fiati della Fanfara Populara, Antongiulio Galeandro (fisarmonica), Redi Hasa (violoncello) e Gianluca Longo (chitarra). Nel corso della sua esibizione la cantante di Torchiarolo ha suonato quasi per intero il suo ultimo album, non dimenticando ne' le evocative ballate narrative come Tre Sorelle e Quindici Anni, ne' le pizziche, ne' tantomeno l’autografa e divertente Sagna e Cozze, applauditissima dal pubblico. 
Il vertice della sua esibizione è però nella travolgente versione di Pizzica Macarìa, in cui Redi Hasa dimostra ancora una volta tutto il suo talento come violoncellista colorando di suoni balkan, questo brano scritto a quattro mani con Enza Pagliara. Dai dischi precedenti viene ripresa la Pizzica di Torchiarolo e poco altro, ma non avrebbe guastato qualche altro recupero come la splendida Malachianta. A seguire sale sul palco Antonio Castrignanò accompagnato dal suo gruppo nel quale spicca Ninfa Giannuzzi alla seconda voce, la prima parte del suo set è interamente focalizzata sul suo disco di debutto, il bellissimo Mara La Fatìa dello scorso anno, del quale propone tra gli altri brani una scoppiettante Signora Madama a cui si aggiungono le due pizziche Tremula Terra e Ahi Lu Core Meu. Il momento magico del serata arriva quando sale sul palco Mauro Pagani, che imbracciato il bouzuki si immerge in una sontuosa versione de La Ceserina mescolata in medley con Monti di Mola di De Andrè, a cui seguono in sequenza Ferma Zitella, una sorprendente versione della tarantella garganica La Montanara con l’ex PFM al violino, e Ndo, Ndo, Ndo cantata da una bravissima Ninfa Giannuzzi. 
Ancor più all’insegna della tradizione è stata invece la serata di Martano del 22 agosto, aperta dai Ghetonìa, ovvero Roberto Licci e il figlio Emanuele (chitarre, voce), Admir Shkurtaj (fisarmonica, organetto), Salvatore Cotardo (clarinetto, sassofoni), Antonio Cotardo (flauto, ottavino, ciaramelle), Franco Nuzzo (tamburello, percussioni), Giorgio Vendola (contrabbasso). La loro esibizione conferma come nel corso degli anni siano riusciti a rendere sempre più raffinata la loro ricerca attraverso l’intreccio tra musica balcanica, tradizione salentina, e cultura popolare grika, come dimostra la maggior parte dei brani eseguiti. Protagonista indiscusso della loro esibizione è senza dubbio Roberto Licci la cui voce intensa e toccante si intreccia spesso con quella del figlio Emanuele, che ricama perfetti arabeschi sonori alla chitarra. A seguire sale sul palco il Canzoniere Grecanico Salentino, guidato da Mauro Durante, e fresco della pubblicazione del loro nuovo disco Pizzica Indiavolata, che introducono la loro esibizione con un estratto da un documentario dedicato a Luigi Stifani, ed è proprio la figura del violinista cerusico delle tarantate ad essere evocata più volte durante la serata. Il violino di Mauro Durante, i tamburelli e la voce antica di Giancarlo Paglialunga e quella toccante di Maria Mazzotta, l’organetto travolgente di Massiliano Morabito, e la danza di Silvia Perrone danno vita ad un atmosfera magica e senza tempo attraversata quasi magicamente dalle trame sonore della chitarra di Emanuele Licci e dai fiati di Giulio Bianco. La forza, l’entusiasmo e l’energia del Canzoniere Grecanico Salentino è storia che si rinnova, si rivitalizza e si ripete, la musica tradizionale salentina con questo gruppo torna in vita non più evocata da lontano, ma viva e presente come poche realtà in Italia. 


Salvatore Esposito

Triace, Anfiteatro di Torre dell’Orso, Torre Dell’Orso, Melendugno (Le), 16 Agosto 2012

In attesa dell’uscita ufficiale del loro secondo disco, Incanti e Tradimenti, di prossima pubblicazione per S’Ardmusic e Elenaledda Vox, il progetto Triace ne ha offerto un anteprima al pubblico salentino, dando vita ad un coinvolgente concerto nella bella location dell’Anfiteatro di Torre dell’Orso, incorniciato da una delle spiagge più belle del Tacco D’Italia. Emanuela Gabrieli, Carla Petrachi, e Alessia Tondo, partendo dalle solide basi del loro disco di debutto, hanno intrapreso un nuovo cammino che prende le mosse dalla tradizione musicale della loro terra, il Salento e si allarga fino a toccare nuove suggestioni come il jazz e l’elettronica. Il risultato è un linguaggio sonoro del tutto nuovo in cui si mescolano improvvisazione e suggestioni elettroacustiche, che incorniciano magicamente le loro tre voci. Rispetto al passato ciò che risalta sin da subito è la guida di Elena Ledda, che sebbene non presente sul palco, dimostra di aver dato davvero moltissimo a queste ragazze non solo in termini di approccio vocale, ma anche dal punto di vista polifonico. 
L’attenzione alle timbriche, la capacità di improvvisare, e l’eleganza di diverse soluzioni melodiche, fanno emergere con maggior forza la caratteristica peculiare del progetto Triace, ovvero l’utilizzo delle voci come strumento. Le tre voci di Emanuela Gabrieli, Carla Petrachi, e Alessia Tondo, sebbene diverse come timbriche, si fondono così in un tutt’uno armonico, inseguendosi, intrecciandosi e dialogando in modo molto suggestivo, supportate in modo impeccabile da Marco Rollo, che destreggiandosi tra piano e programmazione ha messo in piedi per loro un perfetto ambiente sonoro. Creatività, talento, e passione sono così gli ingredienti di un concerto nel quale si mescolano pizziche, canti di lavoro, ninne nanne, il tutto riletto in una chiave diversa e sperimentale che si stacca completamente dalla musica di riproposta per abbracciare uno stile trasversale, reso ancor più coinvolgente dalla simpatia e dalla carica di queste tre splendide voci salentine. 
Il concerto non cala mai di tono e prosegue per oltre due ore, divertendo e coinvolgendo il pubblico in un viaggio sonoro di grande intensità, in cui il tamburello è fido compagno di viaggio, ma che mira ad esaltare al massimo le loro voci. Gli applausi alla fine suonano così come un riconoscimento importante, un premio al loro coraggio, e alla scommessa vinta di aver scelto di uscire dal Salento per andare ad incidere il loro secondo disco in Sardegna. Una scelta non facile, forse a prima vista penalizzante per loro, quasi ostracizzate durante la sempre intensa estate salentina, ma assolutamente determinante per la loro crescita musicale. 


altri video del concerto su canale YouTube di Blogfoolk

Salvatore Esposito

Santicanti Etno World Music Festival, Piazza del Popolo e Piazza San Martino, Taviano (LE), 12 agosto 2012

Nato da un idea di Donatello Pisanello, polistrumentista e fondatore di Officina Zoè, e Antonino Manni, Santicanti è ormai un appuntamento estivo immancabile per la bella Taviano, paese situato nell’area ionica del Salento e spesso fuori dai grandi circuiti musicali estivi. L’edizione di quest’anno oltre ai padroni di casa, gli Officina Zoè, e il giovane e frizzante Trio D’Eau, ha visto protagonista, come ospite speciale Nour Eddine insieme alla Takabum Brass Band. La serata cominciata in Piazza del Popolo con il Trio D’Eau, quartetto formato dalla brava vocalist Valentina Negro, Salvatore D’Alba (pianoforte), Angelo Urso (contrabbasso, sassofono e violoncello) ed Ovidio Venturoso (percussioni), che ha proposto un interessante viaggio attraverso il repertorio storico della musica leggera italiana, è proseguita successivamente in Piazza San Martino, dove si sono esibiti gli headliner del festival. 
Ad aprire le danze sono gli Officina Zoè, freschi di pubblicazione del loro nuovo album Taranta Nera, ed autori di una performance di grande intensità. Tra pizziche tradizionali, brani originali e canti d’amore, Donatello Pisanello all’organetto e al mandola, Lamberto Probo al tamburello e Cinzia Marzo alla voce, ci hanno condotto per mano nel cuore della musica salentina. La loro musica ipnotica, l’intensità delle voci e dei tamburelli, gli arabeschi sonori dell’organetto, evocano tempi lontani e ci restituiscono la dimensione taumaturgica della pizzica. Mentre sul palco Officina Zoè attraversa in lungo ed in largo tutto il loro repertorio, culminato con una superba versione di Don Pizzica, tra il pubblico si balla con gruppi improvvisati di ballerini e qualche professionista. Terminato il loro set, sale sul palco Nour Eddine, che con la sua Takabum Brass Band anticipa quello che sarà i suo prossimo disco Zagora Moon. 
Si parte con un brano molto evocativo in lingua araba, con il musicista marocchino al centro del palco, che interpreta ogni verso con grande trasporto, ma quasi all’improvviso dal pubblico irrompe la Takabum Brass Band che strumenti in mano, attraversa la piazza suonando fino a raggiunger Nour Eddine sul palco. Prende così il volo una performance travolgente densa di suggestioni e colori musicali, che vanno ben al di là del concetto di world music, per abbracciare un linguaggio musicale universale dove la gioia e la voglia di divertirsi diventano gli ingredienti principali. I fiati sono così un motore inarrestabile che imprime alle melodie del musicista magrebino una energia incredibile, che sfocia in lunghe jam strumentali con protagonisti i vari componenti del gruppo. Al culmine del suo set, torna sul palco anche Officina Zoè per un finale travolgente tra pizzica, tarantella calabrese e musica tradizionale del nord africa. Non avrebbe potuto avere un finale migliore, l’edizione 2012 di Santicanti, che in questo modo sugella la sua idea portante di unire la musica e i popoli del Mediterraneo. 


altri video del concerto su canale YouTube di Blogfoolk

Salvatore Esposito

Antonio “Rigo” Righetti - Bass Machine, Big Box & Bass Line, 2012, pp.112, Euro 15,00

Rigo è una presenza ormai fissa di Blogfoolk, ed è ben nota la sua familiarità con la scrittura non solo per l’immancabile TaglioBasso che ci regala settimanalmente ma anche per l’ottimo Autoscatto in 4/4 pubblicato lo scorso anno e che mescolava storie di rock ‘n’ roll, ricordi personali e fotografie autografe. A distanza di quasi un anno, il bassista reggiano torna con un nuovo libro Bass Machine, un vero e proprio atto d’amore verso il suo strumento di elezione. Diviso in cinque capitoli, il libro ripercorre in modo assolutamente coinvolgente la storia del basso elettrico partendo dalla costruzione del primissimo Precision Bass ad opera di Leo Fender nel 1952, passando per i grandi virtuosi di questo strumento fino a toccare l’Italia. Il libro scorre in modo piacevole, e la scrittura accattivante e familiare di Rigo, ci consente di toccare con mano tutta la passione con cui lui racconta del basso, quasi fosse una biografia scritta per un amico famoso. Passando da Levon Helm a Jack Bruce, da Jay W. Brown a Gary Tallent, si ripercorrono anche alcune tappe importanti della storia del rock, rilette però attraverso l’occhio del bassista, colui il cui soundcheck dura meno di tutti nella band, ma sulle cui spalle pesa la ritmica e il groove del gruppo. A rendere ancor più affascinante il tutto c’è la bella selezione di fotografie curata dallo stesso Rigo, che è riuscito a mettere insieme anche immagini abbastanza rare come quella di Elvis mentre imbraccia un raro Gibson Eb Double Bass. Bella è stata anche la scelta di Rigo di dedicare questo libro all’indimenticato Ernesto De Pascale, giornalista e musicista fiorentino, del quale era molto amico e al quale, ne siamo sicuri, questo libro sarebbe piaciuto parecchio. Bass Machine è dunque un eccellente libro dedicato al basso, il cui pregio è quello di non essere rivolto solo ai bassisti ma piuttosto sia un testo esplicativo, che miri a far conoscere da dentro quella parte di storia meno nota del rock, quella storia di coloro che stanno in seconda fila, di coloro che spingono al massimo e che dettano i tempi, insomma dei bassisti con la B maiuscola. 



Salvatore Esposito

Radiodervish - Dal Pesce Alla Luna, Canzoni Dal 1998 al 2012 (XL)

Uscito in abbinamento al magazine XL de La Repubblica, Dal Pesce Alla Luna, Canzoni Dal 1998 Al 2012, è una bella raccolta che sintetizza e ripercorre la vicenda artistica dei Radiodervish, band nato sul finire degli anni ottanta dall’incontro tra il musicista pugliese Michele Lobaccaro e il cantante palestinese Nabil Salameh. Sin dai primi passi come Al Darawish, i Radiodervish hanno rappresentato uno dei primi esempi di world music in Italia, proponendo uno stile aperto alla contaminazione in ogni direzione. Questa raccolta ha il pregio di raccogliere alcuni dei brani principali del gruppo a partire dai loro primi dischi come Al Darawish, e segue l’evoluzione del loro sound attraverso dischi fondamentali come Lingua Contro Lingua, prodotto da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, passando attraverso gli ottimi Centro Del Mundo, In Search Of Simurgh e fino a toccare i più recenti L’Immagine di Te e Beyond The Sea. Ad aprire il disco è l’inedito, In Fondo Ai Tuoi Occhi che anticipa il loro prossimo album, Human, la cui uscita è prevista per il prossimo autunno, e in cui viene cantato il risveglio del mondo arabo con piazza Tahir, i cambiamenti dell’Europa e dell’Italia. Durante l’ascolto ritroviamo piccoli gioielli come Centro del Mundo, la poesia di L’Immagine di Te, la world music di Erevan, ma soprattutto la splendida versione di Tu Si Na Cosa Grande di Modugno cantata da Nabil in italiano ed arabo, e le meno note ma non meno belle Belzebù, Taci e Gaza. Si compie così un percorso a ritroso nel tempo, nel quale si assiste alla creazione di un sound come quello dei Radiodervish, che ormai è un marchio di fabbrica, non solo per l’originalità della loro concezione di world music ma come punto di incontro tra culture differenti. Per quanti non conoscono l’opera di questo importante gruppo italiano, Dal Pesce Alla Luna è certamente un ottima introduzione, per quanti li conoscessero già consigliamo di aspettare il prossimo album. 



Salvatore Esposito

Giulia Millanta – Dust And Desire (Ugly Cat Music/Audioglobe)

A distanza di poco più di un anno dal suo secondo disco come solista, l’apprezzato Dropping Down, Giulia Millanta torna con un nuovo album, Dust And Desire, nato sull’onda di nuove energie ed ispirazioni sbocciate dopo un lungo periodo di permanenza ad Austin in Texas, dove ha avuto modo di confrontarsi con molti artisti e con generi musicali differenti. Registrato quasi interamente dal vivo in studio al Church House di Austin e co-prodotto in collaborazione con David Pulkingham, il disco mette in fila otto brani acustici cantati in inglese, spagnolo ed italiano. Inizialmente l’idea era quella di realizzare solo un Ep o un bootleg, ma sfruttando una fortunata fase creativa è nata una bella raccolta di canzoni, che ci mostra la cantautrice toscana nel pieno della sua maturazione artistica, ormai conscia delle sue potenzialità ed indirizzata verso un songwriting sempre più personale. Ad aprire il disco è la sinuosa Don’t Make A Fool Of Me in cui si apprezza il suo cantato particolarmente ispirato, mentre più aggressiva è la successiva Outta Here che si caratterizza per l’intreccio tra la chitarra di Pulkingham e il violino di Fabio A.T. Renzi. Mi Chiamava Lulù, il brano, cantato in italiano ed impreziosito dal violoncello di Brian J. Standefer, è senza dubbio uno dei momenti più riusciti del disco, ed è probabile che rappresenti un primo passo verso un ulteriore evoluzione della carriera della Millanta. Di ottima fattura sono anche la versione acustica di A Taste Of Honey di Bobby Scott e Ric Marlow, e quella del traditional messicano La Llorona, in cui scopriamo la cantautrice fiorentina nelle vesti di interprete. Nel mezzo ci sono altri due piccoli gioiellini ovvero Floating Cannonball ma soprattutto la title-track, una fascinosa rock ballad acustica per soli chitarra e percussioni, queste ultime suonate da Hector Munoz. Chiude il disco una versione molto intensa di Little Girl, già presente nel disco di debutto Giulia And The Dizziness e che qui trova una nuova vita in una versione scarna ma allo stesso tempo molto poetica. Quasi fosse un istant disc, Dust And Desire fotografa Giulia Millanta in una fase importante della sua carriera, in quanto misurandosi con l’essenzialità degli arrangiamenti acustici e badando solo alla sostanza, è riuscita a gettare le basi per un prossimo progetto, che certamente la consacrerà come una delle cantautrici italiane più brillanti degli ultimi anni. 


Salvatore Esposito

I Musicanti del Vento – Al Circo Del Poeta Matto (Sud Factory/Sud Studio)

Qualche tempo fa nella rubrica dedicata al folk-rock in Italia, recensimmo L’Isola Dei Burattini de I Musicanti Del Vento, gruppo calabrese di belle speranze il cui sound si rifaceva molto a quello dei conterranei Il Parto Delle Nuvole Pesanti. Quel disco datato 2010, evidenziava ancora una certa acerbità del sound, ma era in dubbio un certo talento che emergeva dal loro approccio molto teatrale con la musica. A distanza di due anni e dopo una improvvisa pausa di riflessione durante lo scorso tour estivo, i Musicanti del Vento ritornano con Al Circo Del Poeta Matto, disco che raccoglie nove brani inediti, che evidenziano molto bene come il loro processo di maturazione sia ormai sulla via del pieno completamento. Innanzitutto il loro approccio alla scrittura evidenzia un vero e proprio balzo in avanti, ma ciò che colpisce sono gli arrangiamenti misurati ed allo stesso tempo originali e divertenti con sonorità che spaziano da atmosfere riflessive ed intimiste a momenti più trascinanti che mescolano contaminazione ethno-rock, ska e reggae fino a toccare anche la musica irish. Nel complesso i vari brani compongono una sorta di concept album in cui ogni personaggio mette alla berlina abitudini, verità e maniere etichettate come alternative. Si parte con la trascinante Folle Folla, in cui viene cantata la pericolosità delle masse senza controllo, ma è con la toccante title track, che si tocca il primo vertice del disco. Si prosegue con Bucaniere che sembra la caricatura di uno dei tanti politici nazionali e che introduce alla splendida Giù Dai Monti Del Pollino, in cui i ritmi e le sonorità della tradizione calabrese si sposano ad un testo di grande intensità. Le sonorità balkan di L’Ultimo Folle Gesto introducono prima alla sommessa e riflessiva Il Vuoto e La Cenere e poi a quel gioiellino che è Al Tempo Del Tamburo un brano in crescendo che sfocia quasi in una sinfonia bandistica, che mette alla berlina la situazione politica in Italia. Chiudono il disco la storia di emarginazione di Orazio, e “Zappo La Terra” in cui i Musicanti cantano della riconciliazione dell’uomo con la natura, che pacifica i suoi sensi e lo riavvicina al senso della sua esistenza. Al Circo Del Poeta Matto è insomma un ottimo disco che segna una tappa importante di crescita per il gruppo calabrese e rappresenta una buona base su cui lavorare per il prossimo futuro.



Salvatore Esposito

Oh My Darling - Sweet Nostalgia (Oh My Darling)

Le Oh My Darling sono un gruppo bluegrass canadese, tutto al femminile, nato quatto anni quasi per caso quando durante una sera d’inverno quattro amiche si ritrovarono a suonare insieme. Alison De Groot imbracciava un vecchio banjo, Marie Dandenaeau un basso acustico mentre Rosalyn Demet aveva rispolverato dalla cantina il vecchio violino del nonno, a loro si aggiunse Vanessa Kuzina e ben presto deciso che sarebbero diventate una band. Nel giro di pochi anni hanno dato alle stampe un ottimo disco di debutto datato 2010 e l’Ep Love Shack dello stesso anno. A due anni di distanza queste quattro ragazze ritornano con Sweet Nostalgia, il loro secondo album che mette ben in evidenza come il loro sound non la pedissequa riproposizione di ballad old time, ma piuttosto tendano costantemente alla ricerca di un groove e di melodie originali. Registrato dal vivo in presa diretta, in soli sette giorni nel mezzo della campagna canadese e prodotto da Steve Dawson, il disco ci regala poco più di trenta minuti di ottima bluegrass music sospeso tra dolci melodie e qualche piccolo spaccato melanconico. Durante l’ascolto si apprezzano dieci brani di ottima fattura quasi equamente divisi tra originali e traditional, tra cui brillano l’iniziale Anna K dove spicca l’ottimo banjo della Allison, il country western di Fly Around, le folk song Cage Bird e All The Sweetness ma soprattutto l’ottimo gospel Roustabout. Non mancano uno strumentale, ovvero Mister Guy e un accenno al cajun con la trascinante Ma Bell. L’originalità di questo progetto è tutta racchiusa nell’approccio volutamente artigianale di queste quattro ragazze, che cantano e suonano spinte dal loro grande amore per la musica, e con tutta probabilità questo è e sarà il segreto del loro successo futuro. Ne vedremo delle belle, perché questo quartetto tutto pepe, ci sa fare davvero. 


Salvatore Esposito

domenica 12 agosto 2012

Municipale Balcanica – Off Beat

Municipale Balcanica, il suono delle bande della Puglia e la world music 
Nata nel febbraio 2003, in un "pianterreno" di Terlizzi, dall’incontro tra Nico Marziale, Paolo Scagliola, Raffaele Piccolomini, Michele Rubini e Mimmo Tricarico, la Municipale Balcanica in breve tempo è diventata una delle realtà più interessanti della scena musicale pugliese. Nel loro percorso artistico vantano numerosi concerti, e due dischi e un album di remix, che hanno raccolto apprezzamenti non solo in Italia ma anche all’estero. In occasione della pubblicazione del loro terzo disco, Offbeat abbiamo intervistato uno dei fondatori del gruppo, Nico Marziale con il quale abbiamo ripercorso la storia del gruppo, ma soprattutto approfondito questo nuovo lavoro, che li vede dare sfogo a tutta la loro creatività. 

Partiamo da lontano, come nasce il progetto Municipale Balcanica? 
La Municipale Balcanica è stata fondata nel febbraio 2003 da Nico Marziale, Paolo Scagliola, Raffaele Piccolomini in un classico "pianterreno" pugliese. Il progetto non è nato a tavolino, ma è stata l’esigenza comune di voler rappresentare in musica alcune delle caratteristiche dlela propria terra: la banda di paese, la musica popolare, i flussi migratori dai Balcani. 

Come si è evoluto il vostro sound da Fòua a Road To Damascus… 
Diciamo pure che i primi due dischi sono profondamente diversi tra loro e che questo terzo è una sintesi di entrambi per alcune sue caratteristiche. In Fòua si notano subito degli intro e dei soli di lunga durata, mentre in Road to Damascus tutti i brani sembrano avere il dono della sintesi; nel primo l’influenza del jazz è più presente, il secondo è un disco world a tutti gli effetti. 

Avete pubblicato anche una raccolta di remix Fòua 1.1 com'è nata questa idea e cosa vi ha dato dal punto di vista sonoro il confronto con i principali Dj europei? 
L’idea è nata alla fine del 2005 quando abbiamo iniziato la collaborazione col Dj australiano Brian May; i primi risultati di questa sperimentazione si sono visti nel 2006 quando siamo entrati con due brani nella compilation Gypsy Beats And Balkan Bangers Too, realizzata da Russel Jones e della etichetta inglese Altantic JAXX; da quel momento abbiamo partecipato a numerose compilation per arrivare a pubblicare in Germania un EP tutto nostro. Foua 1.1, che con la sua terminologia un po’ web sta a rappresentare una piccola evoluzione digitale del suono del primo disco Fòua del 2005. 

Veniamo al vostro nuovo album, come nasce Offbeat? 
Siamo andati a ruota libera, senza freni, abbiamo dato libero sfogo alla nostra creatività, alla voglia di suonare, alla voglia di interpretare cose che ci sono sempre piaciute. Pensando a questo disco possiamo dire da un lato di essere stati volutamente anticonformisti e dall’altro di essere tornati agli origini: la banda. Abbiamo voluto omaggiare la tradizione della banda intrecciando un nostro brano con una composizione del M° pugliese Ippolito, recentemente scomparso. Ci sono molte composizioni originali, alcune interpretazioni di brani tradizionali ed un omaggio a Tom Waits. Non abbiamo lasciato il nostro percorso artistico per intraprenderne un altro, ma questa volta siamo usciti completamente dai limiti virtuali che la discografia suddivisa a comparti impone alle produzioni. 

Ascoltando il disco emerge come questo sia un lavoro prettamente indirizzato verso l'aspetto live, quindi musiche trascinanti ma allo stesso tempo molto curate. Quali sono le principali differenze con i dischi precedenti a livello sonoro e di arrangiamenti? 
La differenza principale è che per gli arrangiamenti ci siamo avvalsi della collaborazione di Livio Minafra, affiancato degli autori dei nostri brani; non possiamo giudicare il risultato, però questa scelta è stata fatta con l’intento di evolvere il suono, cercando di rendere più oggettive alcune scelte musicali.

La vostra crescita musicale vi ha visto confrontarvi costantemente con la world music, in che direzione vi state muovendo attualmente? 
Diciamo che siamo partiti come un gruppo world con influenze jazz ed ora possiamo definirci a tutti gli effetti una formazione world-fusion. 

Tra i brani che mi hanno maggiormente colpito c'è senza dubbio l'iniziale Tuareg, che sembra raccogliere un po' quello spirito di rivolta che anima attualmente il nord Africa. Come nasce questo brano? 
Le prime note che introducono Tuareg vengono da lontano, sono leggere e sfuggenti e hanno una forte connotazione balcanica grazie all'apporto di Jeko Demirov e Vinko Stefanov della banda macedone Kocani Orkestar, e poi si entra nel vivo del brano con un attacco compatto e molto occidentale. Lo spirito di Tuareg è riproporre l'energia di chi decide di intraprendere un viaggio, e che non si incammina da solo. Il tuareg che, in fondo in fondo, è in noi vuole approfittare anche della sosta coi suoi compagni per battere le mani a tempo e così creare nel silenzio del deserto musica, ritmo e festa. 

Nel disco oltre alle vostre classiche sonorità balcaniche non mancano divagazioni nella musica del nord africa e in quella klezmer. Un esempio su tutti sono Un Chien Andalou e Die Mame Ist Gagengen… 
Un Chien Andalou è una melodia fortemente europea su una progressione armonica tra le più radicate, quasi ancestrali, nella cultura musicale occidentale. Atmosfere andaluse sì, con quelle percussioni mediorientali che ricordano una Spagna impregnata di cultura islamica, ma anche passaggi fatti di dissonanze e asperità sperimentali che diventano in piccolo ma completo tributo alla provocazione del film Un Chien Andalou di Bunuel. Die Mame è un tributo gioioso alla tradizione klezmer di cui però stavolta rispettiamo anche l'iniziale malinconia e attesa. Lunghe note di introduzione prima di una scatenata frenesia. Die Mame... è uno dei brani di cui abbiamo amato non solo la melodia, ma anche l'architettura. Questa è una composizione quasi cinematografica, con la prima fase in cui gli invitati si incontrano e salutano, una seconda in cui la festa comincia, e l'ultima di sana, incalzante e scatenata baldoria!

Prima hai fatto cenno al medley tra Carovana e il brano bandistico Lingonziana, ci puoi parlare di questo brano? 
Questo brano è una sorta di sincero ritratto della Municipale Balcanica. Una delle composizioni originali più amate del gruppo, Carovana, si sviluppa e si unisce con naturalezza alla marcia sinfonica Ligonziana”del maestro pugliese Ippolito. La cultura della banda fa parte della Municipale, e il fatto che uno dei suoi pezzi più esotici si colleghi con armonia a una delle marce più belle della tradizione bandistica del sud è il segnale che ogni suono ci appartiene e si trasforma. Una melodia intensa ed espressiva come quella della Ligonziana è stato un seme per nuove e coraggiose melodie. L'opera di Ippolito, una delle più famose ed eseguite del repertorio bandistico italiano, appartiene davvero alla memoria di chiunque abbia visto marciare una banda, e che sicuramente la riconoscerà pur non avendone mai saputo il titolo; in questa traccia riconoscerà ancora meglio come la banda tradizionale sia uno dei pilastri più solidi eppure poetici della Municipale e della musica italiana.

God's Away On Busines, è un omaggio a Tom Waits…. 
Non è uno dei suoi classici eppure è tra quelli che più si sono radicati nei musicisti della Municipale Balcanica perché le atmosfere acide e un testo incredibilmente poetico ed esplicito facevano affiorare un aspetto non sempre esplorato del gruppo. God's away on Business non è stata molto stravolta, perché è il nostro provocatorio passaparola riportare che “Dio è in viaggio d'affari”, visto che la politica e tutti coloro a cui ci siamo affidati hanno portato al naufragio la nave del nostro Paese. Un pezzo di Tom Waits incredibilmente acido, e profondamente italiano! 

Giugno 1917 è invece caratterizzata da un testo molto intenso e da un arrangiamento che cresce fino a diventare quasi orchestrale…. 
Una semplice canzone d'amore nata imbattendosi per caso nelle lettere che i soldati spedivano dalle trincee durante la Prima Guerra Mondiale. Pochi di loro, di entrambi i fronti, raccontavano gli orrori della guerra che stavano vivendo: quasi tutte le loro lettere parlavano d'amore, bei ricordi e dolci speranze. Là dove gli uomini erano in ogni momento in pericolo di vita, i loro pensieri non erano di odio, rabbia o vendetta, ma di puro amore. Quei giorni non sono diversi dai nostri. Allora come oggi siamo travolti da un progresso che ci calpesta e ci lascia indietro, e solo l'amore profondo, non importa se espresso con l'ingenuità dei poeti improvvisati, ci porta fuori dalla trincea, in nuovi paesaggi, che non sono molto lontani. In effett l’inserimento di un elemento barocco alla fine del tema principale dà un richiamo a composizioni per orchestra… 

Sul finale arriva poi un terzetto tutto pepe con Tartar Tanz, Vodka e Kurumuny che promettono di far ballare i vostri fans… 
Sono brani che rimandano alla tradizione più classica della Municipale e della musica dell’est… Seppure Kurumuny è una composizione originale. 

Chiude il disco All In un brano che per le sue atmosfere è un po' una novità per voi… 
E’ una canzone decisamente folle e sopra le righe. All In parla di azzardo, ma dell'unico azzardo che davvero conti: quello in cui ci si siede al tavolo da gioco solo per affrontare i propri demoni. Abbiamo creato l'atmosfera un po' farsesca da bisca luciferina per irridere il fanatismo dei giocatori dell'ultima generazione che a poker si affrontano solo per denaro. La storia di All In trae ispirazione dalle tante leggende, della cultura ebraica e della letteratura, in cui un uomo più o meno fortunato sfida il Diavolo nel gioco d'azzardo. La nostra All In è a lieto fine, pare, perché il protagonista non perde il proprio denaro, né se stesso né il meglio dei propri principi. 

Concludendo mi piace sottolineare ancora una volta la forza live di questo disco… In tour come riproporrete i brani come sono su disco o ci saranno delle varianti? 
Ci saranno delle novità, chi è stato in un live della Municipale sa che tutto può succedere, che ci sono dei brani con diversi arrangiamenti e che ci sono anche dei brani inediti e non incisi su alcun disco, il nostro messaggio è quello discoprire la musica attraverso il disco, e di scoprire il gruppo attraverso i suoi live. 



Municipale Balcanica – Offbeat (RedTomato Records/SDID Distribution) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

A quattro anni di distanza da Road To Damascus e a breve distanza dal bel disco di remix Fòua 1.1, la Municipale Balcanica torna con Offbeat, terzo disco di inediti nel loro percorso artistico e che raccoglie tredici brani tra originali e cover. Rispetto al passato e forti soprattutto della grande esperienza maturata sul palco, il gruppo con questo nuovo album ha senza dubbio trovato la completa realizzazione della sua cifra stilistica abbracciando con decisione una world fusion che spazia dalle radici tradizionali del suono delle bande pugliesi alla musica balcanica, il tutto caratterizzato da una grande libertà espressiva che gli consente di muoversi con agilità ed in modo trasversale tra musica klezmer, rock e jazz. In questo senso determinante per la riuscita complessiva del disco è anche la presenza di Livio Minafra, che ha curato gli arrangiamenti dei vari brani con il contributo di Raffaele Piccolomini, puntando ad esaltare il connubio fra culture diverse, che da sempre è un marchio di fabbrica del gruppo pugliese. Ogni brano è così un concentrato di groove, energia ed eclettismo che danno vita a suggestioni sonore di grande intensità spaziando dalle atmosfere orientali e quasi cinematografiche di Tuareg, alla evocativa Un Chien Andalou per ritornare al suono della banda nel medley Carovana Feat. Lingoziana. Tra i brani più intensi del disco vanno certamente citati Giugno 1917, una toccante lettera in musica di un soldato dal fronte, la bella versione di God’s Away On Business di Tom Waits e il traditional klezmer Die Mame Ist Gegangen. Sul finale arrivano poi le travolgenti Vodka e Tartar Tanz, ma è con All In, che arriva la grande sorpresa, con una scorribanda attraverso il rockabilly del tutto inedita per la Municipale Balcanica. Offbeat è non è un semplice disco da ascoltare distrattamente, è piuttosto un opera complessa e multidimensionale, che racchiude allo stesso tempo la poesia e il divertimento, riflessioni e spensieratezza.


Salvatore Esposito

Ballati!, Piazza del Popolo, Muro Leccese (Le), 11 Agosto 2012

Muro Leccese (Le), Piazza del Popolo in attesa di Ballati!
Giunto alla sua undicesima edizione, Ballati! nel corso degli anni è diventato uno degli eventi più attesi dell’estate salentina, e questo grazie all’instancabile lavoro di Claudio “Cavallo” Giagnotti, dei suoi Mascarimirì e di quella fucina creativa che è Dilinò, ideatori ed organizzatori di questo grande evento, che quest’anno ha registrato un vero e proprio record di pubblico, superando i diecimila spettatori. L’atmosfera familiare che Claudio “Cavallo” è riuscito ad imprimere a questo evento rappresenta qualcosa di davvero unico nel panorama musicale salentino, perché sul palco di Muro Leccese si respira aria di festa vera, una festa della musica come accade ormai troppe poche volte da queste parti, dove è abitudine associare alla sagra del prodotto tipico, il nome di uno dei gruppi di musica di riproposta. Notte della Taranta a parte con le sue contraddizioni e il suo fascino, Ballati! trasforma la piazza di questo splendido paese del Salento in un’isola felice, dove convivino ascoltatori attenti in prima fila, improvvisati gruppi di danzatori di pizzica e ronde spontanee, e in questa atmosfera non guastano nemmeno gli stand che vendono a prezzi economici “pittule” e “pezzetti de cavaddhu” ma soprattutto dell’ottima birra artigianale. 
AriaFrisca
Ad aprire il concerto sono gli Ariafrisca, giovane gruppo del Capo di Leuca ma con alle spalle una decennale esperienza nella ricerca e nella riproposizione dei materiali tradizionali salentini. Il loro set è coinvolgente e affascinante e si caratterizza per la particolare cura che questo gruppo riserva alle voci, riprendendo spesso alcune armonizzazioni vocali del “canto alla stisa”. Protagonisti della loro esibizione sono stati alcuni brani estratti dal loro ultimo disco in studio, La Strada delle Rose, come la bella versione de Alla Ripa De Lu Mare e il canto di lavoro Lu Sule Calau Calau, entrambi interpretati in modo eccellente da Maria Antonietta De Filippis. Interessanti anche i loro arrangiamenti in cui brillano l’ottimo polistrumentista Mauro De Filippis che si destreggia tra tin whistle, fisarmonica e ciaramella, Angelo Sarcinella alla chitarra, Totò De Lorenzis all’organetto diatonico e Salvatore Trianni all’armonica a bocca, senza contare il talentuoso Mino Scanderbech ai fiati. 
Gli Ariacorte
Si prosegue con la musica tradizionale con gli Ariacorte, altro gruppo storico salentino di base a Diso (Le), nella cui line-up annoverano il talentuoso tamburellista Carlo “Canaglia” De Pascali, e la flautista Marianna Cariulo. La loro esibizione è un concentrato di energia ed intensità, e le loro versioni dei brani tradizionali dimostrano chiaramente tutto il loro impegno profuso nell’attività di ricerca. Ciò che però impressiona davvero sono gli spaccati strumentali dove ogni strumentista da il meglio di se come nel caso di Chicco Costantini (mandolino) e Giovanni Arbace (chitarra) che tessono eccellenti trame sonore su cui si innesta l’organetto diatonico di Salvatore Corvaglia e che sfociano nei lunghi assolo di tamburello di Carlo “Canaglia” De Pascali. Arrivano poi sul palco i padroni di casa, i Mascarimirì, che con il loro Gitanistan Tour possono essere considerati a buon diritto come uno dei migliori live act di quest’anno. 
I Mascarimirì
Ad aprire il loro set è la programmatica Balkanipizzicata, che con il suo ritmo travolgente ci guida nel cuore di Gitanistan con un Claudio “Cavallo” perfetto nelle vesti di Maestro delle Cerimonie. Tra elettronica, suoni tradizionali e divagazioni nelle sonorità occitane, si celebra la vera frontiera della scena musicale salentina ovvero la Tradinnovazione, un concetto e un progetto musicale molto preciso che nasce da un lungo percorso di ricerca e sperimentazione, e di cui i Mascarimirì sono l’anima e il cuore. L’esempio più grande di tutto questo arriva con la trascinante Farandola de Muro Leccese, un incrocio di stili e generi musicali differenti che avvicina Salento ed Occitania, Muro Leccese e Marsiglia, in un brano di grande intensità ed energia. Ad impreziosire e a chiudere il set di Claudio “Cavallo” e soci arrivano anche una vibrante versione di Cecilia e Canuscu Na Carusa, entrambe tratte dai dischi precedenti del gruppo. 
Gli Insintesi
Il finale di Ballati! 2012 è affidato al recentissimo progetto Fimmene in Dub degli Insintesi, duo composto dal dj Francesco Andiani De Vito e dal dub master Alessandro Lorusso. Per l’occasione con loro sul palco ci sono anche le tre splendide voci di Anna Cinzia Villani, Raffaella Aprile ed Enza Pagliara, nonché Papa Ricky, storica figura del raggamuffin salentino. Proprio Papa Ricky apre il set presentando la Villani che interpreta una Fimmene Fimmene in una sorprendente chiave dub, ma è con Malachianta, riletta in versione reggae ed interpretata da Enza Pagliara, che si tocca il primo vertice del set degli Insintesi. Si passa così da Oriamù di Raffella Aprile alla splendida Pizzicarella cantata da Anna Cinzia Villani fino a toccare Kalinifta ancora con la Pagliara, senza contare anche le due zampate di un Papa Ricky in gran forma, che coinvolge tutti cantando il recente singolo Libero, tratto dal suo ultimo disco Villa Barca. Chiuso il sipario sul concerto ormai a notte fonda, la musica non è finita ma si è solo trasferita dal palco alle strada di Muro Leccese con le ronde spontanee guidate da Claudio “Cavallo” e il fratello Mino fino a notte fonda. L’edizione 2012 di Ballati è stata senza dubbio uno spartiacque importante, e siamo certi che questo evento è pronto a crescere ancora di più il prossimo anno.




Salvatore Esposito

Almoraima, Cantine Menhir, Minervino di Lecce (Le), 10 Agosto 2012

Considerata da sempre magica ed affascinante, quella di San Lorenzo è un una notte particolare, vuoi per l’attesa di vedere una stella cadente ed esprimere un desiderio, vuoi perché questa stessa atmosfera di attesa rende ogni cosa speciale. Per celebrare questa notte, abbiamo scelto di trascorrerla insieme agli Almoraima nella splendida cornice dell’Osteria Origano delle Cantine Menhir, giovane ma attivissima casa vinicola di Minervino di Lecce, che per l’occasione ha dato vita ad una cena con concerto sotto le stelle. Cornice della serata, il bellissimo giardino, dove oltre al palco sono stati posizionati anche i tavoli. Memori del coinvolgente disco Amor Gitano, eravamo certi che gli Almoraima avrebbero positivamente impressionato, ma la sorpresa è stata ancor più grande nello scoprirli nel pieno di una fase di svolta nel loro percorso artistico, decisi ormai a perseguire con maggior convinzione la loro ricerca nelle sonorità etno-world. Mentre sul nostro tavolo si avvicendavano le diverse portate con gli antipasti, tra cui spiccavano delle eccellenti polpette di carne al sugo, le ottime lasagne con verdure e l’arrosto alla brace di carne locale, il tutto innaffiato dal rosato Novementi, sul palco gli Almoraima hanno dato vita ad una interessante viaggio sonoro che ci ha condotto dalle coste del Mediterraneo a quelle del Sudamerica, in un fluire continuo di belle suggestioni sonore. 
Guida impeccabile del gruppo è Massimiliano Almoraima che dividendosi tra la chitarra flamenca e l’oud ha dato prova di essere un eccellente strumentista, in grado di misurarsi con agilità, ora con la tradizione mediorientale, ora con quella balkanica, ora ancora con il flamenco arabo . La svolta sonora del gruppo è sinonimo di una grande vitalità creativa, elemento questo che avevamo già evidenziato nel recensire il loro disco di debutto, ma la vera novità consiste soprattutto nella presenza nella line up di una ottima cantante, che con grande eclettismo interpreta con perizia canti in lingue differenti. Pur non scoprendo niente di nuovo nel definire, come riuscitissimo, il connubio tra mangiar bene e musica, questa cena concerto alle Cantine Menhir è stata davvero interessantissima sia per l’ottima qualità della proposta culinaria ed enologica, ma soprattutto per il concerto degli Almoraima, che si confermano come una delle più interessanti realtà musicali del Salento.



Salvatore Esposito

Sentieri A Sud, Presentazione del Libro di Cici Cafaro - “Io Scrivo La Realtà”, Kurumuny, Martano (Le), 3 agosto 2008

Sentieri A Sud è l’annuale rassegna che la casa editrice Kurumuny, dedica alle sue principali produzioni nella splendida cornice della masseria omonima, ricostruita così com’era in origine da Luigi Chiriatti. Il quarto ed ultimo incontro di quest’anno è stato dedicato alla presentazione del recente volume di Cici Cafaro, Io Scrivo La Realtà, opera autobiografica nella a cui è allegato uno splendido disco inciso dal cantastorie salentino in collaborazione con Antonio Castrignanò e Daniele Durante. Nella piccola aia illuminata dai lampioni realizzati a mano dallo stesso Cafaro, e sotto uno splendido cielo stellato, si è così raccolto un folto pubblico che con grande interessa ha seguito gli interventi di Eugenio Imbriani, Luigi Chiriatti, Pier Francesco Pacoda e da ultimo di Daniele Durante, che ha raccontato la realizzazione del disco. 
Ospite della serata è stato ovviamente Cici Cafaro, che nonostante i quasi novant’anni di età ha intrattenuto il pubblico per oltre un ora tra racconti e canti attraverso cui ha raccontato un po’ della sua vita. Accompagnato da Pasquale De Nigris e Daniele Durante alle chitarre, ed Antonio Castrignanò al tamburreddhu, il cantastorie salentino ci ha aperto le porte alla sua musica, alla sua ispirazione, ma soprattutto a quella cultura così complessa ed affascinante che è quella dell’area grika del salento. Uomo dalle dieci vite in una, Cici Cafaro è un aedo moderno, un aedo rurale che canta della vita semplice, dei sentimenti genuini ma anche delle difficolta di sopravvivere, della lotta per il lavoro, e delle difficoltà di una terra da sempre difficile come il Salento. Conclusa l’esibizione con l’immancabile canto dedicato al vino, Kurumuny si è trasformata in una bella festa notturna sull’aia con Luigi Chiriatti che dismessi momentaneamente i panni dell’editore si è trasformato in perfetto padrone di casa, offrendo ai partecipanti le classiche friseddhe ‘ncapunate, della carne arrostita ma soprattutto dell’ottimo vino. La musica è tornata protagonista con canti e pizziche sull’aia fino a notte fonda. 


Salvatore Esposito

Cantacronache: 1958-1962 Canzone Politica e Protesta nell’Italia del Boom Economico

“Se non ci fossero stati i Cantacronache e quindi se non ci fosse stata anche l'azione poi prolungata, oltre che dai Cantacronache, da Michele L. Straniero, la storia della canzone italiana sarebbe stata diversa. Poi, Michele non è stato famoso come De André o Guccini, ma dietro questa rivoluzione c'è stata l'opera di Michele: questo vorrei ricordare”, così Umberto Eco, ricorda lo storico gruppo di musicisti, letterati e poeti, sorto del tutto informalmente a Torino nel 1957 con lo scopo di valorizzare la canzone di impegno sociale, ed in parallelo prendere le distanze dalla canzonetta di consumo nata nel dopo guerra e di cui il Festival di Sanremo ne era la concretizzazione. Fondato da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero, il gruppo si arricchì ben presto di diversi componenti come Emilio Jona, Fausto Amodei, Giorgio De Maria, Margot Galante Garrone, Mario Pogliotti e Duilio Del Prete, ma contributi non secondari arrivarono anche da compositori più “colti” come Fiorenzo Carpi, Giacomo Manzoni, e Valentino Bucchi mentre tra gli interpreti si avvicendarono anche Franca Di Rienzo, Pietro Buttarelli, Edmonda Aldini, Silverio Pisu, Glauco Mauri. Questo gruppo di artisti si concentrò nella produzione di testi e musiche che descrivevano e denunciavano una realtà molto diversa da quella raccontata dall’industria discografica di allora, ispirandosi tanto agli chansonnier francesi come George Brassens, quanto ai repertori di Bertolt Brecht e Kurt Weill, e alla tradizione dei cantastorie italiani. Già il nome del gruppo ne chiariva la vocazione, ovvero raccontare la cronaca, la realtà dell’epoca, ciò che circondava i cittadini, ma anche storie di un passato recente da non cancellare come la Resistenza, fatti, insomma, che dovevano essere riconsegnati alla memoria collettiva, raccontando il paese per quello che era davvero e non per come appariva ai primordi della televisione. Attraverso la canzone, i Cantacronache intervennero sulla realtà sociale e politica del paese, proponendo una visione critica sul contesto culturale dell’Italia del Boom Economico. Una contestazione che colpiva i prodotti culturali di consumo e di intrattenimento, che avevano l’effetto di creare nel pubblico una visione passiva ed acritica della realtà, e che in La Canzone dei Fiori e Del Silenzio definirono come “evadere dall’evasione”. Oltre il fiori di San Remo, le passerelle di Miss Italia e le prime immagini della Rai, c’era la questione dei lavoratori, i diritti da difendere, la dignità di coloro che avevano creato con le proprie mani il Boom Economico. Emerge così uno sguardo critico e del tutto inedito sul contesto culturale dell’Italia del Boom Economico, ed è per questo che i Cantacronache hanno avuto un’importanza enorme non solo all’interno della canzone d’autore ma anche nell’alveo della musica popolare. Il loro invito all’impegno sociale, alla riflessione ha rappresentato, dunque, una vera rivoluzione che ha anticipato l’opera di Guccini come quella di De Andrè e De Gregori. Appena un anno dopo, mentre Nel Blu Dipinto Di Blu trionfava a San Remo ed in parallelo esplodeva il mercato dei 45 giri con oltre dieci milioni di pezzi venduti, il 1 maggio 1958 avvenne il battesimo dei Cantacronache, quando ad un corteo della CGIL dagli altoparlanti si diffuse la ballata Dove Vola L’Avvoltoio?, scritta da Italo Calvino e musicata da Liberovici. 
Il gruppo restò in attività quattro anni, nei quali si dedicò non solo al recupero della canzone politica e della Resistenza ma proponendo, anche su disco, brani della tradizione anarchica, di quella socialista e persino di quella giacobina italiana. Le canzoni dei Cantacronache abbracciavano per intero l’Italia da Nord a Sud, con i turni massacranti nelle fabbriche che condizionavano pesantemente lo stile di vita di uomini e donne come nella toccante Canzone Triste, in cui moglie e marito facevano turni in fabbrica e si incontravano solo di sfuggita (“Lui aveva il turno che finisce all’alba, / entrava in letto e lei n’era già fuori”). Molto toccante è anche Novembre Lombardo-Veneto, scritta da Franco Fortini con musica di Fiorenzo Carpi, che appena un decennio dopo fu recuperata da Enzo Jannacci, e che raccontava di una coppia di giovani, in un autunnale pomeriggio di domenica popolato di “famiglie cadenti come foglie”, di “figlie senza voglie”, di “voglie senza sbagli”, fino a sfociare nel ritornello che ripeteva “Cara dove si andrà - diciamo così a fare all’amore? Non ho detto a passeggiare, / e nemmeno a scambiarsi qualche bacio. / Ho detto quella cosa che tu sai / e che a te piace, credo, quanto a me”. Della produzione di Umberto Eco, non restano tracce, tuttavia l’autore di Diario Minimo, scelse la strada della parodia con Tuppe Tuppe Marescià che divennne Tuppe Tuppe Colonnello, in cui si metteva alla berlina lo scandalo dell’edilizia romana, o Ventiquattromila Baci di Celentano che divenne una canzone contro la bomba atomica conil titolo Ventiquattro Megatoni. 
In parallelo alcuni componenti del gruppo si dedicarono anche allo studio dei repertori di protesta provenienti da quei paesi che nei primi anni Sessanta stavano vivendo particolari situazioni di fermento politico come la Spagna con la pubblicazione del volume Canti della Nuova Resistenza Spagnola, l’Algeria con la Canzone per il Popolo Algerino, l’Angola e Cuba. Si trattava insomma di canti che rappresentavano l’azione collettiva e popolare nell’atto di emanciparsi culturalmente rispetto allo stato, erano i canti di un popolo che denunciava le ingiustizie sociali, che chiedeva libertà e soprattutto era il segnale di una crescente partecipazione della gente comune alla cosa pubblica. Nel corso della loro attività il gruppo produsse oltre cento canzoni e diversi dischi tra Lp ed Ep con Italia Canta, società di proprietà del PCI, ma soprattutto diede vita ad una lunga serie di concerti. La proposta dei Cantacronache, tuttavia fece molta fatica ad affermarsi rispetto al grande pubblico, e restò confinata nel giro delle Feste dell’Unità e delle Case Del Popolo, così nel 1962 il gruppo si sciolse. La fine non fu decretata da una ragione precisa, c’era una certa insoddisfazione per il rapporto con la casa discografica Italia Canta, gestita da un ex lavoratore licenziato dalla Fiat, ma probabilmente fu anche il repentino cambiamento della scena musicale italiana, che in pochi anni che vide sbocciare a Milano una scena del tutto nuova con Dario Fo, Jannacci, Gaber e la Vanoni e la stessa canzone politica trovò poco dopo una sua collocazione con Ivan Della Mea, Giovanna Marini e Gualtiero Bertelli. I Cantacronache, si frantumarono, con Amodei e Straniero che proseguirono l’attività di riscoperta della canzone sociale e di protesta all’interno del Nuovo Canzoniere Italiano, mentre gli altri imboccarono altre strade. Pochi anni dopo lo scioglimento del gruppo, fece molto scalpore, Michele Straniero che il 20 giugno 1964 al Festival Dei Due Mondi di Spoleto, cantò i versi di O Gorizia Tu Sia Maledetta, canzone critica sulla prima guerra mondiale che costò una denuncia per “vilipendio alle forze armate italiane” all'autore ed ai responsabili della manifestazione. 


Le Ristampe Albatros di Nota 
Le tante incisioni dei Cantacronache realizzate tra il 1957 e il 1963 su vari 45 giri EP o singoli (prima su etichetta Italia Canta e poi su DNG), furono ristampate in quattro LP e pubblicati dalla Vedette nel 1971. Poi per molti anni la memoria dei Cantacronache fu ingiustamente abbandonata all’oblio, e solo di recente grazie al libro di Giovanni Straniero, Cantacronache, i Cinquant’Anni della Canzone Ribelle edito da Zona, e alle ristampe Albatros ad opera di Nota, si è gettato nuova luce su questo movimento culturale. In particolare queste ultime, curate dalla casa editrice friulana, riproducono fedelmente gli originali, comprese le note di copertina scritte all’epoca da Roberto Leydi. 


Cantacronache - 1 (Albatros/Nota)

Il primo volume di Cantacronache è senza dubbio quello più famoso, non solo perché contiene alcuni dei brani più famosi del gruppo, come Oltre Il Ponte, scritta da Calvino e Liberovici, ma anche per la presenza di alcuni piccoli gioielli come La Zolfara di Straniero e Amodei, e Polesine cantata da Margot e La Ruota scritta ed interpretata da Pogliotti. Si tratta di brani che catturano con grande forza quella che era l’atmosfera sociale e politica dell’Italia tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, e che allo stesso tempo riaprono una profonda riflessione sulla Resistenza. Sebbene il successo commerciale sia nelle prime stampe per Italia Canta, sia nella versione lp di Albatros fu molto limitato, questo disco ancora oggi ha un importante significato sociale e culturale perché aprì la strada ad una generazione di cantautori “impegnati”, partendo da un fortissimo legame con le radici della tradizione popolare. Ad arricchire il disco troviamo anche l’intensa Nel Mondo Dei Beati di Duilio Del Prete, che sebbene risalente al periodo appena successivo allo scioglimento del gruppo, ne conserva lo spirito originario. 

Cantacronache - 2 (Albatros/Nota)

Seguito ideale del primo volume, Cantacronache 2, ha il pregio di riportare alla luce alcuni brani incisi fra il 1958 e il 1964 ed usciti solo su 45 giri con scarsissima diffusione in Italia. Rispetto al primo volume in cui gli interpreti erano vari, e c’era la presenza di una firma importante come quella di Franco Fortini, questo disco si concentra maggiormente sulle figure di Fausto Amodei, Mario Pogliotti, e Margot. Ad aprire il disco è la storica Dove Vola L’Avvoltoio scritta da Calvino e Liberovici ed interpretata da Pietro Buttarelli, ma diversi sono i brani storici presenti in scaletta, si va, infatti da Le Cose Vietate di Fauso Amodei a Partigiano Sconosciuto cantata da Michele Straniero, fino a toccare La Morte di Anita Garibaldi interpretata da Margot, e quel gioiellino che è Girotondo Di Tutto Il Mondo di Rodari e Liberovici. Chiude il disco forse il brano più intenso, ovvero quella perla che è Un Paese Vuol Dire Non Essere Soli, scritta e cantata da Mario Pogliotti con l’arrangiamento di Fiorenzo Carpi.

Cantacronache 3 (Albatros/Nota)

A differenza dei due precedenti che focalizzavano la loro attenzione sul gruppo come collettivo, il terzo volume di Cantacronache si concentra solo sulla figura di Fausto Amodei, ed in particolare su dodici brani pubblicati nel 1960 e nella primavera del 1963, allorché il gruppo era ormai sciolto. Si tratta di un documento importante perché testimonia il momento di passaggio di Amodei dalla produzione satirica con brani come Il Ratto della Chitarra, Il Gallo, e Una Carriera alla canzone didascali de Il Tarlo, fino a toccare le storiche canzoni corali come Per I Morti di Reggio Emilia e Ballata Ai Dittatori. In particolare Per I Morti Di Reggio Emilia, divenne la canzone simbolo non solo dei Cantacronache ma anche della canzone di protesta in generale. Scritta all'indomani della strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, questa canzone raccoglieva il disagio politico verso il ritorno ad un governo filofascista come quello di Tambroni, eletto con il sostegno del MSI e che al momento della sua formazione, nell’aprile di quell’anno provocò violenti scontri e vittime. La scrittura di Amodei vibra di grande passione politica, ma ciò che risalta è la sua capacità di unire il linguaggio “poetico” con quello quotidiano, il tutto caratterizzando ogni suo testo con la sua ironia. Fuori dagli schemi metrici, dalle rime baciate, troviamo testi profondi ed intensi, che sebbene non immediati lasciano trasparire la sua grande perizia compositiva. Scrive Roberto Leydi, nella presentazione originale: “Riproporre le canzoni di Amodei significa quindi riproporre alcuni dei documenti di base della canzone italiana. Non soltanto documenti per la cronaca (o magari la storia) ma voci ancora vive, pungenti, stimolanti, in alcuni cas incalzanti, anche in rapporto alla dura situazione che stiamo vivendo”. 

Cantacronache - 4 (Albatros/Nota)

Se i primi tre dischi documentano la produzione di brani inediti da parte dei musicisti dei Cantacronache, il quarto volume documenta l’altra faccia della medaglia del gruppo torinese, ovvero la riproposta. Accanto, infatti, alle canzoni nuove trovavano spesso posto brani del repertorio politico tradizionale, che rappresentavano una parte importante anche della loro attività di ricerca. Diviso in due parti la prima dedicata ai Canti di Protesta del Popolo Italiano e la seconda ai Canti della Resistenza, il disco raccoglie undici brani cantati da Margot, Fausto Amodei e Michele L. Straniero. Si tratta di un disco da ascoltare con grande attenzione perché, al di là del valore intrinseco delle reinterpretazioni per certi versi fredde, ci troviamo di fronte ad un documento di grande importanza, che ha rappresentato una traccia di lavoro importante, un metodo dal quale avrebbe tratto molto anche il Nuovo Canzoniere Italiano. Queste canzoni documentano così una rivoluzione straordinaria, una presa di coscienza verso la memoria, riannodando i fili del tempo. E’ per questo che è difficile non commuoversi nel sentire la voce di Margot intonare gli Stornelli D’Esilio, o ancora quella di Michele L. Straniero cantare Inno Della Rivolta, o ancora Fausto Amodei che interpreta Il Crack Delle Banche con grande trasporto. Della seconda parte memorabili restano le due interpretazione ancora di Margot de La Badoglieide e Pietà L’è Morta, quest’ultima con il supporto del Coro Del Teatro Comunale di Bologna. 


Salvatore Esposito