BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 23 maggio 2012

Enzo Vacca: L’Arpa Celtica e La Tradizione Musicale del Piemonte

Polistrumentista piemontese nonché talentuoso arpista, Enzo Vacca sin dai primi anni ottanta si è dedicato alla musica tradizionale della sua terra. Negli anni novanta l’incontro con Enrico Euron e lo sbocciare del suo amore per l’arpa celtica, hanno aperto una nuova fase del suo percorso artistico nel quale ha collaborato con musicisti del calibro di Dominig Bouchaud, Myrdhin, Bill Taylor, Grainne Hambly, Janet Harbisson e Cormac de Barra. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere con lui la sua carriera e per approfondire le connessioni tra la tradizione celtica e quella piemontese, senza dimenticare i suoi progetti futuri. 

Come è nato il tuo amore per la musica tradizionale? 
Ho respirato musica tradizionale sin da quando sono nato. Ho avuto la fortuna di vivere tutta la prima infanzia in un paesino del basso Roero, in una zona che sarebbe diventata famosa nel circuito folk revival degli anni Settanta. Canove di Govone infatti è a soli tre chilometri da Magliano Alfieri, sede del famoso Gruppo Spontaneo, fondato dal compianto Antonio Adriano. Vivere in campagna, e per di più vicino allosteria, mi ha permesso di avere un repertorio personale di prima mano ma crescendo le cose si sono un po’ complicate. Alla fine degli anni Sessanta sono stato riportato a Torino ed in breve ho respirato la vita complessa di quegli anni, i problemi legati alla seconda grande ondata di immigrazione dal Sud Italia, una cultura che imponeva di vergognarsi di tutto ciò che fosse in qualche modo legato alla campagna e al suo linguaggio, quindi mi sono dovuto vergognare del mio parlare e pensare in piemontese, e mi sono anche vergognato profondamente, questa volta senza essere obbligato, dei comportamenti razzisti e xenofobi che spesso hanno segnato la vita sociale di quegli anni. Tutto questo mi ha messo fortemente a disagio nei confronti delle mie radici e mi ha tormentato per lungo tempo. Come molti sono stato affascinato dal folk revival degli anni Settanta e la scoperta dei grandi interpreti di quel tempo, la figura carismatica di Alberto Cesa, il lavoro splendido del doppio lp La luna e ’l Sul, Prinsi Raimund e le feste popolari hanno segnato profondamente il cammino successivo. La cosa che non sopportavo nel mondo del folk revival era però una certa mitizzazione del mondo contadino e una sua politicizzazione estrema, certo normali in quegli anni, ma che poi di fatto portava a constatare che troppo spesso la musica tradizionale, il folk, venivano coniugati con lo sberleffo, il triviale, il grottesco, il ciarlatanesco, dando vita ad un controaltare colto che portava all’interno delle università il mondo contadino, analizzandolo, rielaborandolo e portando alla conoscenza degli intellettuali, patrimoni di cultura inaspettati ma di fatto lontani dall'anima profonda della loro terra di origine. Sono sempre illuminanti i pensieri di Pasolini sulla cultura popolare, e riletti oggi fanno molto pensare. Di fatto ho impiegato molti anni prima di arrivare a concretizzare la mia personale visione della musica tradizionale e a pensare che poteva essere la mia musica. 

Come hai cominciato a suonare l'arpa celtica? 
Erano gli inizi degli anni Ottanta e Stivell, Stivell e poi ancora Stivell! Lavoravo all’epoca quasi sempre di notte in un grosso centro elaborazione dati, e la musica serviva per stare svegli. Fu un mio collega a farmi ascoltare e conoscere la musica di Alan Stivell e, possiamo dire, tutto ebbe inizio da lì. Quella musica mi rituffava nella mia infanzia, vedevo la mia gente cantare, ballare, far festa. La musica bretone e la Bretagna mi affascinarono sin dal primo momento. Incontrai Enrico Euron ed iniziai lo studio dell’arpa celtica. Quasi subito, però, iniziai ad intraprendere un cammino molto personale. Pur amando il repertorio irlandese e scozzese, preferivo quello bretone e grazie ad un grande amico, conobbi per la prima volta la musica di Dominig Bouchaud. Era, credo, il 1993 o 1994 ed iniziarono i miei viaggi in Bretagna. 

Nel 1999 hai fondato i Musici Vagantes ci puoi parlare di questo tuo progetto artistico?
L’idea era molto semplice e complessa al tempo stesso. I musici Vagantes, di fatto io e mio figlio Martino, dovevano presentare un repertorio di musica celtica ma in modo nuovo, sfruttando il duo e le sonorità necessariamente sobrie di questa formazione, volevo che ci fosse però poesia, ritmo, groove. E direi che, visti i risultati, ha funzionato con un momento molto felice in cui ci fu l’inserimetno di Francesco Vazzana alla chitarra e al bouzuki, nel mio primo lavoro Rèis ci siamo tutti e tre. Poi il progetto ha dovuto forzatamente e giustamente seguire altre strade. Ognuno di noi ha intrapreso un suo personale percorso musicale, io mi sono dedicato totalmente alla musica tradizionale del piemonte, Francesco ha continuato con altri progetti, e mio figlio Martino è partito per l’Irlanda dove nell’agosto 2009 a Tullamore, Co. Ofaly ha vinto il Fleadh Cheoil na hÉireann, o All Ireland come molti lo chiamano, la più grande competizione di musica irlandese al mondo nella specialità delle Uilleann Pipes. Inutile dire che ne vado molto fiero. Ma, come è scritto nel nostro sito, ci riuniamo per le grandi occasioni e nel 2010 abbiamo suonato nuovamente insieme in duo al Brintaal Folk Festival di Valstagna, dove abbiamo riproposto, per festeggiare i dieci anni del festival, uno dei nostri primi concerti in una chiave molto suggestiva: una lastra di roccia al bordo di un laghetto carsico ai piedi di una grande parete di rocciosa riproponendo il repertorio squisitamente celtico, tutto in acustico. 

Hai lavorato con diversi artisti come Myrdhin, Bill Taylor, Janet Harbisson, Gainne Hamly, Cormac de Barra, Françoise Le Visage ed in particolare con Dominig Bouchaud, quanto ti hanno arricchito queste collaborazioni? 
Tantissimo. Tutti questi musicisti mi hanno permesso di avere un panorama del mondo legato all’arpa celtica, di slegarmi da stereotipi e luoghi comuni, ma lavorare, e prima ancora, studiare con Dominig è stato fondamentale per tutto quello che ne è seguito. È stato lui ad insegnarmi ad ascoltare i materiali registrati e raccolti sul campo, ad avere attenzione estrema negli arrangiamenti, a cogliere le più leggere sfumature delle melodie, insomma gli devo molto. Ed anche a Françoise Le Visage, con la quale parteciperò al Festival di Lorient quest’anno, devo molto. Il suo lavoro sulla danza bretone arrangiata per arpa celtica è stato per me a dir poco illuminante. La collaborazione con Françoise si è anche concretizzata nel primo videometodo di Arpa Celtica edito nel 2010, dieci lezioni con repertorio bretone e piemontese per muovere i primi passi. 

Reis che hai inciso in collaborazione con Bouchaud ha rappresento una svolta importante nella tua carriera. Come è cambiato il tuo approccio con la musica tradizionale? 
Con Rèis è veramente cambiato tutto. Da quel lavoro in poi non ho quasi più suonato musica celtica ma mi sono dedicato interamente alla musica piemontese e alla ricerca, sia sul campo, sia dei materiali già registrati ma spesso di difficile reperimento. In Rèis ci sono gli esperimenti, è un disco difficile da ascoltare, gli arrangiamenti sono scarni, sono veramente i primi passi. Non posso dire di avere cambiato approccio ma di avere fatto chiarezza in quello che volevo e del sentiero che volevo percorrere. Vedi, ho sempre sofferto per come è considerata la musica tradizionale qui da noi, ho già detto qualche cosa prima, la musica tradizionale da noi è politicizzata, è fatta bandiera di questo o di quello, è sfruttata quando il mercato discografico ufficiale non va bene. Se parli piemontese ti guardano con sospetto, molta gente pensa che tu voglia creare barriere, difendere chissà quali baluardi di progresso e civiltà, e tutta una serie di stupidità umane di cui puoi immaginare l'elenco. In Bretagna dove l'identità è molto forte, ho imparato e visto una cosa molto semplice: ho le mie radici, ne vado fiero e proprio perché ho radici posso capire gli altri che hanno radici diverse dalle mie e lavorarci insieme, nella musica e in tutto il resto. Ho intervistato recentemente Amerigo Vigliermo e parlando a ruota libera proprio delle questioni identitarie mi ha detto: è arrivato il momento di partire per una nuova ricerca sul territorio e di chiedere al magrebino, al nigeriano, all'albanese, di cantare le canzoni che gli cantava la sua mamma, come io gli canto le canzoni che mi cantava la mia. Non c'è altro da aggiungere. 

Quali sono i tuoi medoti di ricerca sul campo nell'alveo della musica tradizionale?
Come ho appena detto mi sono mosso su due linee di ricerca, la prima apparentemente più semplice, ha comportato il reperimento di quanto esisteva: il mio primo acquisto fu la raccolta di quindici cd curata da Amerigo Vigliermo sulla ballata epico lirica e sul Nigra, e poi tutto quanto riuscivo a recuperare, sia registrazioni che opere letterarie, fotocopie e via dicendo. Quindi Il gruppo spontaneo di Magliano Alfieri, Da Pare An Fieul di Bagnolo, per terminare con il materiale di Leydi su Teresa Viarengo, oggetto del mio ultimo lavoro. La seconda linea di ricerca è quella sul campo. Ho trovato ancora gruppi di persone anziane che hanno memoria di repertori tradizionali, ho ritrovato il Nigra anche in versioni ancora mai sentite, e continuamente cerco di recuperare quanto più possibile, Oramai tutti gli amici sanno di questo mio interesse e mi capita di incontrare ancora persone incredibili con repertori molto interessanti. 

Come è nata l'idea di rielaborare la musica tradizionale piemontese per l'arpa celtica? 
Vedi, sin dall’inizio, non ho voluto fare un lavoro filologico: non mi interessava e non mi interessa anche se ritengo fondamentale avere ben chiaro il punto di partenza e conoscere e i lavori filologici e di ricerca più importanti di cui si può disporre. In Bretagna ho conosciuto molti gruppi che fanno musica bretone con i linguaggi contemporanei, di sperimentazione, anche discutibili per carità, ma molto liberi perché la musica tradizionale è considerata ed è di fatto una musica viva, non un reperto da museo. Questa è l’idea di fondo. L’arpa celtica certo non è uno strumento della tradizione popolare piemontese, ma è per me lo strumento che mi permette di trasmettere l’anima della mia terra. Poi che ci riesca è un'altra questione ma nei miei lavori mi sono lasciato guidare dalla mia storia di ascolti e frequentazioni musicali che vanno dalla musica classica e contemporanea, adoro Arvo Part, fino alla sperimentazione più spinta. Affondo le mie radici negli anni Settanta e nel Progressive italiano, nella musica dei cantautori, nel rock e nel pop, chi vuole può cercare le citazioni che spesso volutamente metto nei miei arrangiamenti. Un brano non è solo musica e parole, deve trasmettere anima, vita, persone, luoghi, cose, deve riuscire a raccontare qualcosa di quelli che hanno cantato prima di me queste ballate o suonato queste danze. Quindi non mi muovo secondo linee precise, se vogliamo individuare un metodo diciamo che ascolto il brano, quasi sempre cantato, decine di volte e mi lascio guidare dai ricordi, da idee musicali che provo ad immaginare, da frammenti di arrangiamento che provo a suonare, immagino orchestrazioni varie, affido la melodia agli strumenti più improbabili, e finalmente quando decido lo stile che voglio dare a qual brano, suono e scrivo, prima la parte di arpa e poi il resto. Anche qui non ho uno schema fisso di strumenti, mi piace cambiare, sentire suoni nuovi, anche se ho delle preferenze come tutti, il violoncello e l’oboe ad esempio mi piacciono alla follia! 

Hai avuto modo di presentare il tuo lavoro di rielaborazione anche all'estero in circuiti strettamente collegati alla musica celtica, come è stata questa esperienza e qual'è stato il riscontro che hai avuto?
Credo che essere invitato al Festival di Lorient quest’anno proprio in virtù del lavoro fatto con la musica tradizionale del Piemonte sia un buon riscontro positivo. Ma al di là dei luoghi ufficiali, è stato il pubblico incontrato e gli allievi che partecipavano agli stages che mi hanno convinto della forza contenuta in questa musica. Uno dei momenti più emozionanti è stato il Festival di Edimburgo, dove ho ricevuto un'accoglienza molto calorosa ed inaspettata trovando molta curiosità ed interesse per repertori nuovi ed esperienze come la mia. 

Negli anni ti sei dedicato anche all'insegnamento dell'arpa quanto ti ha arricchito questa esperienza e quanto è importante la divulgazione di uno strumento etnico? 
Insegnare musica tradizionale è bellissimo. Non trasmetti soltanto le conoscenze tecniche per permettere a qualcuno di suonare uno strumento, ma gli racconti un mondo, fai da ponte con il passato cercando di portare avanti quello che hai ricevuto. Il senso della cultura orale contadina, e non solo contadina, in fondo è questo. Certo uno strumento etnico si porta dietro la sua storia e la sua tradizione e quindi aiuta a capire questo senso di appartenenza a qualcosa che pur essendo più grande di te ha bisogno di te per continuare il suo viaggio. 

Nel 2007 hai dato alle stampe Evoa, dedicato a Costantino Nigra nel centenario della sua morte e al grande repertorio della ballata epico-lirica, puoi parlarci di questo disco, che tra l'altro ti è valso il Bravos! da Trad Magazine? 
Evoa è stato per me un po’ il disco della conferma di quanto progettavo. Fino ad allora ero abituato a parlare dei miei progetti e ricevere dei sorrisetti di commiserazione che erano molto chiari nel loro messaggio, oppure consigli su come rendere più accessibile, più accattivante quanto proponevo. Quindi quando parlai ad Yves Ribis del progetto chiedendogli di collaborare per gli arrangiamenti, adoravo Arz Nevez e il lavoro che Yves aveva fatto per Stivell, ero pronto ad ogni evenienza, forse l’unica a cui non ero pronto e che dicesse di si e che fosse interessato alla cosa! Da tempo ascoltavo il materiale del Nigra e più lo ascoltavo e più lo trovavo bretone, provavo arrangiamenti in stile un po' troppo Dominig Bouchaud come diceva spesso mio figlio Martino, ma funzionavano e rendevano, per me, il cuore e l'anima di questo repertorio. Così nacque l’idea di un disco tutto dedicato al Nigra e alla ballata epico-lirica. Non so quanto la collaborazione di Yves, Doming e Françoise abbiano inciso sul successo del disco, ma posso dire che lavorare con loro e per loro, mi ha costretto a notevoli sforzi, e anche a distaccarmi dalla musica bretone per cercare un linguaggio più personale, insomma fatti i primi passi era ora di camminare da solo! 

Il tuo ultimo lavoro è Un'Arpa per Teresa, dedicato a Teresa Viarengo come nasce questo disco? 
L’idea è nata leggendo il libro Canté Bergera, dove Leydi illustra i materiali da lui raccolti e del suo legame con Teresa. Purtroppo di edito c’è molto poco rispetto a quanto è stato registrato e così sono partito per la Svizzera in quel di Bellinzona per ascoltare tutto il materiale, interviste comprese. Le interviste sono state una parte determinante della stesura finale del repertorio, potrei dire di avere ritrovato e riascoltato tutte le persone che sentivo parlare e cantare all’osteria, i racconti di quando ero bambino, i segreti che i bambini non dovevano sentire quando, facendo finta di giocare, ascoltavo i grandi raccontare. Ero convinto che ci fossero brani inediti e bellissimi ed infatti così è stato. Il solo di arpa de La Bela va all’Inghilterra è un frammento di pochi secondi ma la melodia è semplicemente meravigliosa, sembra scritta per l’arpa. E poi volevo indagare e sostenere una teoria molto personale e cioè che questa musica comunque la si suoni, qualunque linguaggio si scelga, dal più classico al più sperimentale ha un potere evocativo unico. Ascoltando il cd, ti accogerai che ci sono linguaggi molto distanti, c’è del classico quasi vivaldiano unito al pop e al jazz, c’è la musica contemporanea, questo grazie al grande aiuto dell’amico e compositore Aldo Sardo, c'è musica tradizionale, che poi l’esperimento sia riuscito non sta a me dirlo, ma posso dire che a me piace quello che ne è uscito ed è proprio quello che volevo! 

Quali sono le connessioni tra la musica celtica e bretone e la tradizione musicale piemontese? 
Qui apriamo un’enciclopedia, ma la chiudiamo subito: non sono malato di celtismo. Nigra nell’introduzione del suo lavoro del 1888 parla espressamente di “materiali che abbiano un substrato celtico” essendo egli conoscitore di altre ricerche a lui contemporanee come il Barzaz Breiz di Villemarqué o il lavoro di Luzel sulla musica popolare. Molto oltre non si va. I ricercatori e gli etnomusicologi ci consegnano dei dati interessanti e certo ci sono aspetti ancora da indagare così come la storia apre spunti di ricerca che varrebbe la pena perseguire, ma questo non è il mio lavoro. Molti musicisti e amici bretoni mi hanno spesso chiesto se le melodie fossero ispirate alla loro musica e restano sempre stupiti nel conoscere che nulla nella melodia è stato toccato, questa è una delle caratteristiche del mio lavoro, le melodie sono esattamente le stesse che ho ascoltato. Esistono curiosi casi in cui i testi sono quasi identici e sono in francese, non dimentichiamo che per il Piemonte il francese è stata lingua comunemente utilizzata nei secoli scorsi e conosciuta anche dal popolo, oppure ballate che raccontano la stessa storia, alcune melodie sono conosciute sotto forma di brani da danza sia in Piemonte sia in Bretagna. In ogni caso la ballata è sempre stato un genere molto diffuso in tutta Europa. Quello che a me è interessato e interessa è pensare che, come Stivell ha fatto per la Bretagna, si può fare anche da noi un lavoro nuovo sulla nostra musica. 

Hai avuto modo di collaborare anche con Alberto Cesa e Donata Pinti, puoi parlarci del tuo rapporto con loro… 
Il lavoro con Alberto e Donata è stato legato strettamente a Rèis, non ho avuto la fortuna di proseguire oltre la collaborazione con loro ma è qualcosa che è rimasto nel profondo. Il primo brano di musica piemontese che mi permisi di arrangiare in chiave personale, anche se all'epoca era per chitarra con accordatura aperta, fu Il Moro Sarasin, dal repertorio di Canto Vivo e quando pensai a Rèis accarezzai il sogno di avere Alberto a cantare il mio arrangiamento, arricchito per l'occasione dall'arpa e dalle uilleann pipes. Da Alberto il passo fu breve nel chiedere a Donata di collaborare, anche perchè credo fosse l'unica, e lo sia ancora, a poter reggere il confronto con la voce di Anne Auffret. In realtà avevo ancora qualche progetto nel cassetto con loro, ma la prematura scomparsa di Alberto lo lascerà per sempre li, e credo sia anche giusto così. 

Concludendo quali sono i tuoi progetti futuri? Stai preparando un nuovo disco? 
Non mi piace stare fermo e vivere di rendita, il nuovo lavoro sarà proprio nuovo. Sono composizioni su dei testi poetici, sempre in piemontese questo è chiaro, ma con un linguaggio aperto a nuovi suoni e qualche esperimento come al solito. La novità principale è la collaborazione con Barbara Borra, nuova voce dei miei lavori, cantante jazz, compositrice e ottima pianista, con un'esperienza internazionale non indifferente, quindi nuovi suoni delle tastiere, ci saranno percussioni in modo decisamente superiore a quanto non ho utilizzato fino ad ora, il contrabbasso e il basso elettrico, gli archi molto probabilmente e come sempre qualche comparsa dal mondo celtico. Vorrei fosse pronto al più presto ma, come puoi immaginare, di questi tempi non è semplice risolvere gli aspetti economici anche se riduci al minimo i costi. 



Enzo Vacca & Dominig Bouchaud - Rèis (ArteNomade/Coop Breizh) 
Registrato nel 2004 insieme a Doming Bouchaud ed ispirato da Canté Bergera, l’opera di Roberto Leydi dedicata a Teresa Viarengo, Rèis è il disco che apre il percorso musica di Enzo Vacca attraverso la riscrittura e la riproposizione per arpa celtica della tradizione musicale piemontese ed in particolare della ballata epico-lirica. Al suo fianco troviamo oltre al già citato Bouchaud, Anne Auffret (canto, arpa), Elisabetta Bosio (viola), l’indimenticato Alberto Cesa (canto, ghironda), Donata Pinti (canto), il figlio Martino (uilleann pipes) e Francesco Vazzana (chitarra). Il disco raccoglie tredici brani di pregevole fattura che rispecchiano il riavvicinamento di Vacca alle tradizioni della sua terra, attraverso un viaggio a ritroso nel tempo che parte dalla Bretagna e ritorna alla suo paese di origine tra la provincia di Cuneo e quella di Asti. E’ dunque un fluire di ricordi, melodie e canti antichi, frammenti di vita, che diventano musica per arpa, ispirandosi al lavoro dei Cantovivo di Alberto Cesa, e non è un caso che il disco si chiuda con Escriveto, versione franco provenzale della ballata piemontese ël Mòro Sarasin, brano tradizionale che per primo catturò l’attenzione del musicista di Canove di Govone. L’ascolto ci consente così di scoprire anche sorprendenti connessioni tra la musica celtica e quella piemontese con brani come Gli Anelli, Ar c'hallez vihan, cantata dalla Auffret sulla melodia del tradizionale Cecilia, e Marion cantata da Donata Pinti, e caratterizzata dal testo piemontese scritto da lei stessa, sulla melodia di Eliz Iza, brano del repertorio bretone. Sebbene Rèis sia solo il primo passo del cammino musicale di Enzo Vacca, da questo disco emerge chiaramente come la sua opera di contaminazione sonora non sia volta semplicemente alla ricerca di un suono ma piuttosto si ponga come strumento di dialogo tra tradizioni diverse e tra presente e passato alla ricerca di una radice sonora unica che collega la Bretagna con il Piemonte. 

Enzo Vacca – Evoa! (R&G Zedde) 
Evoa. L’acqua, proprio quella che durante le estati trascorse a Canove di Govone, Enzo Vacca chiedeva alla nonna per dissetarsi dopo aver giocato. Ormai adulto, quella stessa acqua è diventata simbolo di memoria, di ricordi ma anche delle radici della sua terra. Pubblicato nel 2007 Evoa! è il titolo del secondo disco del musicista piemontese nel quale, attraverso undici brani, prosegue il suo cammino di riscoperta dei suoni e delle tradizioni della sua terra, e non è un caso che il disco sia dedicato a Costantino Nigra, precursore dei tanti ricercatori che si sono avvicendati negli anni nello studio della cultura e della musica popolare in Italia. Ad affiancarlo in questa nuova avventura oltre a Dominig Bouchaud, già con lui nel primo disco, troviamo anche altri musicisti della scena bretone come Françoise Le Visage e gli Arz Nevez ovvero Grégoire Hennebelle (violino), Gael le Bozec (violino e viola) e Maud Caron (violoncello) ed alcuni ottimi musicisti italiani come il figlio Martino (uilleann pipes), Francesca Funnone (violoncello), Claudia Bellamino (oboe) e le voci di Arianna Ferraudo, Giovanna Marello, Dario Marello, Enzo Marello, Alberto Marello e Batista Cornaglia. Durante l’ascolto si spazia così dalle sonorità della tradizione piemontese con Papà Dame La Bella, Taca Bòrgno e O Mama Mia Marideme Mi, a composizioni originali come la splendida Tera Sagrinà nel quale si intrecciano un personale Dies Irae e una toccante Ave Maria. Vertice del disco è senza dubbio Cassin-a Sola, una delle più belle canzoni tradizionali piemontese raccolte da Costantino Nigra, tuttavia di grande intensità sono anche Suite ‘d Natal, che mescola tre brani natalizi, la toccante Amore Risponde a Tutto e I Veuj Nen Scordè (Moreto), brano ascoltato in un’osteria e qui riletto per l’arpa e le voci del coro composto da Giovanna Marello e la sua famiglia. Come il precedente, Evoa! unisce tradizione, dialogo ed innovazione in una proposta musicale assolutamente originale, ciò che però lo rende ancor più affascinante è la cura per le melodie ora più eleganti ed fascinose. 

Enzo Vacca - Un’Arpa Per Teresa (Concert-Azione/R&G Zedde) 
Complice l’ascolto del disco della GEOS “Teresa Viarengo e la ballata popolare in Piemonte" ed una traccia di lavoro sui materiali del Coro Bajolese, Enzo Vacca con Un’Arpa Per Teresa torna all’ispirazione che aveva animato il suo disco di esordio, ma questa volta per focalizzarsi solo ed esclusivamente sul repertorio di Teresa Viarengo. E’ nata così l’idea di riprendere quella traccia di ricerca, concretizzatasi con l’ascolto delle registrazioni integrali del fondo Leydi conservate in Svizzera presso il Centro di Dialettologia e di Etnografia di Bellinzona. E’ nata così l’idea di recuperare sette brani del repertorio della cantante astigiana, ai quali si uniscono due composizioni dello stesso Vacca e quattro del compositore classico Aldo Sardo, tra cui la suggestiva Suite ëd Pasqua. Una scelta bene precisa questa, che evidenzia come il musicista piemontese abbia compiuto un ulteriore passo in avanti nel suo percorso artistico, puntando con maggior decisione anche sulle composizioni originali, così intense dall’essere difficilmente distinguibili dai brani tradizionali. In questo senso fondamentale è stata anche la scelta di circondarsi di quasi esclusivamente di musicisti italiani fra cui il figlio Martino alle uillean pipes, il produttore Giancarlo Zedde alla fisarmonica, e il trio d’archi composto da Marco Allocco al violoncello, Lorenzo Prelli e Gianluca Allocco al violino. Durante l’ascolto brillano così sia i tradizionali come Doi Anelin, Batajin e la struggente La Cecilia ma anche le composizioni originali come il toccante Tango Per Teresa e Ar Me Matòt dello stesso Vacca e Sant’Alessi di Sardo, che recupera la tradizione del teatro liturgico popolare del piemonte. Un’Arpa Per Teresa è senza dubbio il lavoro più compiuto e maturo artisticamente parlando di Enzo Vacca e questo anche grazie alla preziosa collaborazione con Aldo Sardo che ha consentito di allargare ulteriormente gli orizzonti musicali. 



Salvatore Esposito

Lepistö & Lehti - Radio Moskova (Aito Records)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Dopo aver contribuito al portentoso ensemble Accordion Samurai, l’organettista finnico Markku Lepistö si ripropone nella solida intesa con Pekka Lehti al contrabbasso, nata ai tempi della comune militanza nei Värttinä. Markku porta i sui mantici oltre i confini della tradizione popolare, pur possedendone pienamente la grammatica, il visionario Pekka si muove con agilità tra piglio rock, jazz e improvvisazione. Nel 2008 il loro album di debutto Helsinki aveva colto nel segno per effervescenza esecutiva congiunta ad inventiva ed espressività simbiotica. Eccola, la seconda avventura in otto tracce: superba mescolanza temperamenti sonori. Il titolo del disco lo spiega Pekka, che da ragazzo, negli anni ’70, si emozionava sintonizzandosi sulle emittenti radio straniere, specialmente dell’Unione Sovietica (chi è nato nell’era del web, non è detto che comprenda pienamente il fascino di quegli ascolti sulle onde corte). In seguito, quella stessa radio divenne amplificatore per il suo basso da punk-rocker, con quali conseguenze per l’apparecchio è facile immaginarlo. Cosicché la title-track evoca l’atmosfera di quelle trasmissioni, ma la partenza è superlativa con il chiaroscuro raffinato di “Waltz for Eino”. "Skrubu" è un tango dalle reminiscenze piazzolliane e rotiane. Corre che è un piacere l’organetto in “Lokakuu”, mentre il dialogo tra corde e mantice si mantiene serrato in “Kaksi”, altro brano avvincente per destrezza e virtuosismo. Il contrabbasso detta legge nella tensiva “Artsi”, ancora sopraffina la combinazione strumentale in “Raudanselkä“, più riflessivo e nostalgico l’andamento di “Snadina” con le sue virate jazz e un fischio di aroma morriconiano: altro ricordo di un’infanzia di boschi da attraversare sulla via di casa. Possiede solenne linearità l’inno tradizionale "Vasulaisten Juhlamarssi", ancora proveniente dalla memoria del fanciullo Markku, tema che chiude questo magnifico esempio di matura musica acustica che si produce in terra finnica. 



Ciro De Rosa

Michael Dregni (Trad. di Francesco Martinelli), Django: Vita e Musica di Una Leggenda Zingara, Edt/ Siena Jazz, 2012 pp. 428, 22 euro


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Pubblicato per la prima volta nel 2004 dall'Oxford University press, Django. The Life And Music Of A Gypsy Legend di Michael Dregni è, senza dubbio, l'opera biografica più completa su Django Reinhardt, seguendo quella storica di Charles Delaunay, l'impresario che promosse il celebre quintetto a corde con Stéphane Grappelli e il lavoro degli italiani Maurizio Franco e Roberto Colombo. A distanza di otto anni dalla sua pubblicazione negli Stati Uniti, questo splendido saggio è stato di recente stampato in Italia dalla Edt e Siena Jazz nell'eccellente traduzione di Francesco Martinelli con il titolo Diango: Vita e Musica di Una Leggenda Zingara. Diviso in tredici capitoli più un epilogo e corredato da una corposa bibliografia e da una dettagliata discografia, l'opera copre per intero la vita della grande leggenda del jazz manuche, partendo dalla storia della sua famiglia, passando per il tragico incidente che all'alba del 26 ottobre del 1929 gli costò tre dita della mano sinistra, fino a toccare il successo e i tanti incontri musicali che caratterizzarono la sua vicenda artistica da quello con Stéphane Grappelli a quello con Duke Ellington e Dizzy Gillspie. Il tutto è contestualizzato sia da una accuratissima ricostruzione storica in cui si intrecciano la scena musicale parigina e quella della comunità zingara, sia da una approfondita analisi critica sul suo peculiare stile chitarristico e più in particolare sul jazz manuche, che univa la tradizione rom con le atmosfere della musica afroamericana. Quasi fosse un romanzo Dregni ci racconta, attraverso testimonianze ed aneddoti, l'avventurosa vita di Django non risparmiando anche i tratti più controversi della sua figura umana come il suo vivere alla giornata passando dall'essere un ricco signore a momenti in cui era quasi un barbone, o il suo sperperare rapidamente ogni guadagno tra auto sportive che guidava senza patente e che puntualmente distruggeva, o ancora la sua completa libertà di non rispettare appuntamenti per stare semplicemente a letto o insieme ai suoi parenti zingari per celebrare feste di famiglia e matrimoni. A chiudere il saggio è un epilogo in cui viene tratteggiato un excursus a partire dalla morte di Django su tutti quegli artisti che ne hanno raccolto l'eredità artistica. Il pregio di quest'opera risiede tanto nell'alta qualità scientifica ma anche nella capacità affabulatoria dell'autore, che risalta anche nella traduzione italiana di Martinelli, e ciò la rende assolutamente fruibile tanto agli appassionati di musica jazz quanto a coloro che per la prima volta intendono approfondire la vita artistica di Django Reinhardt. 


Salvatore Esposito

Milagro Acustico - Sangu ru Poeta - Şairin Kani (CNI)

Se in precedenti lavori il sax sopranista e clarinettista Bob Salmieri, mente e anima del progetto Milagro Acustico, aveva recuperato dalle pieghe della storia il fiore poetico della Sicilia islamica, la nuova, intensa opera dell’ensemble che da diciassette anni propone comunanze e confluenze mediterranee accosta due grandi artisti della parola: il siciliano Ignazio Buttitta (1899-1997) e il turco Nazim Hikmet (1901-1963). Sono due scrittori accomunati da passione civile e politica, lotta per la libertà di espressione pagata a caro prezzo: aedi popolari che hanno dato voce a chi voce non aveva. “Il poeta dovrebbe essere sacro”, ammonì Alberto Moravia nell’orazione funebre per Pier Paolo Pasolini, di cui nel CD ascoltiamo un frammento, non senza emozionarci. Parole che suonano lontane, oggi che alla morte di poeti insigni (Luzi, Merini, Sanguineti, solo per citare gli ultimi) le televisioni italiote hanno dedicato lo spazio meschino di un coccodrillo. Il rischio dell’oblio di voci non allineate è un pericolo gravissimo. Eccoli questi poeti ancora imprescindibili, ieri come oggi, celebrati in un disco di respiro mediterraneo, registrato tra Roma, Trapani e Istanbul. Dialogo e compenetrazione di lingue (una poesia del poeta di Bagheria tradotta in turco, una del poeta nativo di Salonicco in siciliano), suoni e stilemi popolari, messi a punto da un’orchestra che incornicia con passaggi eleganti, suadenti, pieni di pathos e suggestioni il contenuto lirico. Le voci principali sono quella morbida della cantante e danzatrice turca Eda Ozbakay e quella potente e calda di Patrizia Nasini (già con il Quartetto Vocale di Giovanna Marini), ampio il ventaglio di strumenti: ney, kaval, friscaleddu, grand piano, baglama, tambur, percussioni, organetto, chitarra, oud, tar, setar, contrabasso, ribeca, lira, violino, kanun. Si accendono le emozioni con l’incedere evocativo di “Aman”, testo di Hikmet, arcate toccanti della ribeca di Raffaele Mallozzi, e schegge sonore raccolte sul campo in principio: rane della valle di Ihlara, la voce dell’imam della grande moschea di Sanliurfa nel finale del brano. Hikmet è tradotto in siciliano in “Nighyar e Mustafa”, brano dall’ambientazione più baldanzosa. Si vola alto con “Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali”, in cui Buttitta racconta del sindacalista ucciso dalla mafia negli anni ’50, su un tessuto di corde, percussioni e sax, canto di dolore con protagonista vocale Patrizia Nasini. Il flauto ney introduce ’Ncuntravu u Signori”, ancora di Buttitta: qui, a parte voci e contrabbasso, l’orchestra impiega strumenti tipicamente arabo-turchi (ney, baglama, kanun) ad enfatizzare il legame, lo scambio che animano il progetto. Segue ancora la drammaticità – tra cantato e recitato, la voce aspra è di Maurizio Catania – del Buttitta di “Parru cu tia”. Poi ancora “Li morti”, l’episodio più lungo, pieno d’atmosfera, “Anatolia”, profumato di Oriente, “La povira genti”, dal tratto sontuoso. In “PPP” percussioni e sinth fanno da cornice alla voce di Moravia sulla sacralità del poeta, cui segue un altro frammento sonoro con la Banda dei Misteri di Trapani. Ha un tono da ballata la successiva “La peddi nova” che Buttitta dedicò allo scrittore friulano. Chiude il disco “Erkeklerin sesi”, vale a dire la buttittiana “La vuci dell’omini” tradotta in turco: trionfo di riflessi sonori. 



Ciro De Rosa

Lalli e Pietro Salizzoni – Èlia In Concerto (Felmay/Egea)

Il sodalizio artistico tra Lalli e Pietro Salizzoni risale al 2000 quando realizzarono il brano Testa Storta, per la colonna sonora del film Preferisco Il Rumore Del Mare di Mimmo Calopresti, successivamente si ritrovarono a collaborare per la scrittura dei brani di All’Improvviso Nella Mia Stanza del 2003, secondo disco solista dell’ex voce dei Franti. Il loro fortunato incontro musicale trovò la sua piena realizzazione nel 2006 con Èlia, splendido disco realizzato a quattro mani e che confermava tutto il fascino della loro proposta artistica nella quale la poesia dei testi si sposava perfettamente con la splendida voce di Lalli, calda, intensa ed evocativa come poche in Italia. Ad appena un anno dopo risale invece lo splendido Èlia In Concerto, recentemente pubblicato da Felmay, che raccoglie una selezione di tredici brani tratti dalle registrazioni dei due concerti tenuti da Lalli e Salizzoni il 12 e 13 aprile 2007 al Teatro Agnelli di Torino. Si tratta di una testimonianza importante, che come scrive Lalli nella presentazione è “un modo per condividere la dimensione del suonare che forse preferiamo, quella dei concerti, e un modo ancora diverso per portarvi nel nostro mondo”. Brillano così gli eccellenti arrangiamenti in cui spicca la ruvida chitarra di Pietro Salizzoni, si sposa alla perfezione con gli archi Emma Salizzoni (violino), Massimiliano Gilli (violino), Paola Secci (violoncello), e la tromba di Giorgio Li Calzi. Il tutto è impreziosito poi dall’ottima sezione ritmica composta da Stefano Risso (contrabbasso), Donato Stolfi (batteria, cajon, percussioni), e dall’impeccabile Matteo Castellan (pianoforte, tastiera, fisarmonica). Un gruppo di talentuosi musicisti, ma soprattutto di amici che da tempo condividono un percorso artistico comune nel quale si riflettono tutte le loro esperiente musicali accumulate nel corso degli anni tra il rock, il folk e la musica d’autore. Durante l’ascolto ciò che colpisce, oltre alla parte musicale sono i testi, poesie intense, intimistiche, rarefatte, che farebbero vibrare anche le pagine di un libro, essendo del tutto lontane dai classici stilemi della canzone come rime ed assonanze. In ogni canzone la poesia si fa musica toccando direttamente le corde dell’anima dell’ascoltatore. Quelle di Lalli e Salizzoni non sono solo storie o racconti ma anche spaccati di emozioni, sensazioni e sentimenti del nostro tempo, che compongono un mosaico intenso ed affascinante che rimanda ai gloriosi giorni dei Franti, e la presenza di Stefano Giaccone non è casuale. Ad aprire il disco sono due brani tratti All’Improvviso Nella Mia Stanza ovvero la sinuosa Chenini e la già citata Testa Storta, si torna poi più indietro al disco di debutto di Lalli con lo spooken word Aria di Buenos Aires e La Mia Faccia. Non mancano alcune perle come le reinterpretazioni di Yo Vengo A Ofrecer Mi Corazon del cantautore argentino Fito Paez, una superba Afraid di Nico, Ave Maria di Fabrizio De Andrè e una struggente Vedrai, Vedrai di Luigi Tenco. Il vertice del disco arriva però dapprima con quel capolavoro che è Li Riconosca A Stento e poi con Brigata Partigiana Alphaville, ancora da Il Tempo Di Vento del 1998. Èlia In Concerto è un gioiello di rara bellezza, uno degli esempi più intensi ed originale di canzone d’autore in Italia. 



Salvatore Esposito

Musicanti del Piccolo Borgo Trio, Folkaurora, Arezzo, 04 Maggio 2012

Sulle tante strade della musica ci sono vie meno affollate che il mondo commerciale e i media difficilmente percorrono ma è su questi sentieri che abitano le cose più preziose, gli artisti più appassionati ed originali e una musica “altra” che scalda il cuore. È lì che abbiamo incontrato i Musicanti del Piccolo Borgo, in TRIO, venerdì sera al Circolo Aurora di Arezzo, con il loro nuovo progetto: “dicantididonne d’amore”. Elvira Impagnatiello, Silvio Trotta e Alessandro Bruni ripercorrono la creatività e le ispirazioni nate dal contatto diretto con le fonti popolari della musica tradizionale del centro sud , in un concerto nuovo, intimo e raffinato che sceglie di cantare la donna e le sue tante anime. Il trio insegue l’emozione più che il rigore filologico, rincorre la suggestione, allenata dall’esperienza trentennale, manipola con cura e rispetto i materiali sonori e racconta una tradizione viva, in fertile trasformazione.
I brani, dalle melodie antiche, sono rivisitati dagli echi morbidi della chitarra classica, cesellati dalle splendide trame della chitarra battente, declinati in punta di piedi dal mandoloncello e conquistano lo spazio e il tempo della memoria. L'universo sonoro delle corde e dei plettri di Silvio Trotta e Alessandro Bruni struttura un substrato evocativo dove la bella voce di Elvira Impagnatiello si immerge libera, apre antichi scorci di vita, ricontatta immutabili sentimenti. La cantante dilata nel tempo con emissioni morbide di suoni le parole dei testi, prepara chi ascolta ad accogliere contenuti e suggestioni e incide, con la sua capacità interpretativa, i significati e i valori della musica popolare. Silvio Trotta risponde con la sua lingua materna, riaffonda nelle radici della sua terra, il Molise e canta ciò che profondamente gli appartiene.
Le corde dei suoi strumenti, immersi nella tradizione, riemergono contaminati dal contatto con stili diversi che intreccia spontaneo con l’intenzionalità generosa di chi, con passione, ridà alla gente ciò che la gente gli ha regalato. È lui l’anima pensante del Trio, che non ha dimenticato i vecchi cantori, i quali senza nessun accompagnamento musicale erano comunque capaci di comunicare il loro mondo e fa come loro tramanda, trasporta nel qui e ora del suo far musica la forza narrativa della memoria senza indugi patetici, senza manierismi radical chic con dignità e sobrietà, con il pudore estetico della vera bellezza. Lo fa anche grazie al suo compagno di corde, Alessandro Bruni, eccellente chitarrista classico, che mette a disposizione del gruppo la raffinatezza dei suoi suoni dimostrando quanto sia debole il confine tra musica colta e musica popolare. Alessandro intercetta con grande sensibilità la filigrana, l’essenza di queste melodie e aderisce con la sua chitarra all’idea sottesa delle parole e crea emozione e struttura armonia. Ed è un profondo senso di armonia che ci portiamo dentro dopo questo concerto… 



Cinzia Lanzano

Cìansunìer – Pipazzi Krosky “Canzoni Da Osteria Vol.12 lettera C” (Autoprodotto)

Attivi dal 2004, anno in cui diedero alle stampe il divertente primo volume di Canzoni Da Osteria, i Cìansunìer sono un collettivo di musicisti di base a Vernante (Cn) nato con l’idea di unire la spensieratezza e la leggerezza dei Canti da Osteria con una rigorosa ricerca su questo repertorio nel quale sono confluiti brani narrativi e da ballo della tradizione piemontese, occitana e più in generale italiana. Tra storie di alpini, bersaglieri, belle che si maritano e amanti che si lasciano, i Cìansunier con la loro musica danno vita ad una proposta musicale che si propone come primo obiettivo l’aggregazione sociale e la festa, senza dimenticare la memoria. Pipazzi Krosky ovvero Canzoni Da Osteria Vol.12 lettera C, il loro quarto album, segue il Vol.8 pubblicato nel 2008 e raccoglie quindici brani, incisi con la consueta formazione aperta che oltre a Loris Cavallera alla voce e chitarra acustica, Paolo Marchesi alla voce, Albert Giuliano alla fisarmonica cromatica, Fabrizio Carletto al basso, Danilo “Pelè” Dalmasso al rullante e Marco "Tibu" Lamberti alle chitarre classica e acustica, vede protagonisti anche alcuni Cìansunìer onorari come Michele Gazich (violino e viola), Roberto Tentori (fisarmonica) e Mauro Morello (voce). Durante l’ascolto si spazia così da sorprendenti recuperi dell’era Beat come l’iniziale La Bornia degli Scaffold, in passato ripresa dai Gufi e da Antonine, a vere perle come Il Re Dei Pagliacci di Neil Sedanka, Il tuo Mondo di Claudio Villa e la splendida La Prima Cosa Bella di Nicola di Bari, uno dei vertici del disco. Non manca qualche classico del liscio come Bugiardo Amore, Media Luz o qualche divagazione in altri repertori tradizionali come quello sardo con una soprendente versione di No Potho Reposare. Si torna poi alla tradizione piemontese con La Polahiera e Sota La Topia, quest’ultima caratterizzata dal violino di Gazich in grande evidenza. Sul finale il disco regala altre piccoli gioielli come la bella versione da balera di Dieci Anni Fa dal repertorio di Demis Roussos, o La Petite Marie, tuttavia altro vertice del disco lo si tocca con i tre brani finali ancora provenienti dalla tradizione piemontese ovvero Piemonte In Fiore, Er Mè Sentè e L’Uva Fogarina. Chiude il disco la romantica Ritrovarsi di Piero Montanaro, che con la sua poesia semplice e genuina sugella un disco di ottima fattura nel quale convivono l’atmosfera scanzonata delle osterie, un romanticismo d’altri tempi e una dose di sana autoironia. 



Salvatore Esposito

Muffx – Époque (Lobello Records/Goodfellas)

Nati nel 2006 i salentini Muffx, sono una interessante band composta da Luigi Bruno (voce, chitarra), Alberto Ria (batteria), Gianna Greco (basso) e Cristiano Colopi (chitarra), che mescola lo stoner rock dei Queens Of The Stone Age con le sonorità dei Gogol Bordello e quelli delle colonne sonore dei film noi italiani degli anni settanta. A quattro anni da Small Obsessions, arriva Époque, disco che raccoglie undici brani che segnano una piccola rivoluzione nella loro cifra stilistica sia per l’introduzione dei testi in italiano in luogo di quelli in inglese dei primi due lavori, sia per una maggiore attenzione verso gli incroci musicali con la world music e il folk. Per comprendere a pieno questo disco è necessario partire dalla copertina su cui è ritratto un omone in giacca e cravatta, che girando il disco si scopre essere un diavolo, posto al vertice di una sorta di piramide sociale nella quale le posizioni di vertice sono occupate da un politico, alcuni banditi, un cardinale e una velina, i personaggi insomma che ogni giorno popolano le cronache dei giornali. In basso invece troviamo la gente comune, una coppia di giovani innamorati, gli anziani, gli operai. I Muffx con Époque lanciano un atto d’accusa senza mezzi termini verso la nostra società, figlia e vittima di una economia fatta solo di consumismo e speculazione, ed assolutamente indifferente ad ogni forma di umanità. Durante l’ascolto, spinti dalla potenza delle chitarre abrasive e dalle divagazioni attraverso i suoni balcanici, si spazia dallo stoner rock di Dopo Tutto alla bella title track in cui brilla la tromba di Cesare Dell’Anna, tuttavia il meglio arriva con le due parti di Sagra del Diavolo con l’hammond di Mauro Tre in grande evidenza, e con la divagazione nei suoni balkan de Il Mercante di Croci. Se False Partenze lascia intendere che il futuro sarà certamente all’insegna della sperimentazione, lo strumentale Coincidenze, che chiude il disco. è l’esempio più interessante di quanto siano ampie le potenzialità di questo gruppo, che certamente nel prossimo futuro saprà ancora sorprenderci magari aggiungendo al loro sound un pizzico di tradizione musicale salentina. 



Salvatore Esposito

The Sadies - Darker Circles (Outiside/Yep Roc)

Ecco una storia fatta di Telecaster e Gretsch, tanta musica e nomi eccellenti. Loro sono al settimo o ottavo disco, hanno accompagnato la brava Neko Case in studio e live e, in questo caso, si son fatti aiutare in studio dal Jayhawks Gary Louris. Canadesi di nascita, non potevano non arrivare ad accompagnare anche The Loner Neil Young in persona e partecipare al bellissimo tributo canadese a The Band registrato da Garth Hudson. Il sound? Non chiamatelo alt-country che sennò si arrabbiano. Quando ero un pivello, al sabato andavo in pellegrinaggio in un negozio di disco a fianco di una nota discoteca della zona ( era il mitico Picchio Rosso, ora ci sono brutte case al suo posto), il negozio si chiama Peecker Sound e , in appositi scaffali, ogni sabato potevi trovare dei forati di importazione americana. I forati erano dischi economici facenti parte di stock a prezzo ribassato. Dentro non c’erano gli Stones o i Creedence ma nomi spesso sconosciuti che potevi portarti a casa per 2500 lire. Due euro e portavi a casa un vinile nero che era impossibile prevedere. Ecco, i Sadies avrebbero potuto far parte dei forati. Che però non esistono più. Ci sono riferimenti importanti nelle sonorità più psichedeliche dei Byrds, qualche sprazzo di bluegrass mescolato a un sound fiero e chitarristico. I ragazzi suonano e anche molto, e lo fanno bene. A differenza dell’italietta , le voci sono al livello giusto, c’è tanta musica che scorre e si rivela ascolto dopo ascolto. Qualche dubbio o perplessità me la mette il fatto che si sia scelto di accodarsi a quel trend che preferisce l’uso del contrabbasso piuttosto che il basso elettrico, ( se avete fatto caso al nome della mia rubrica, sapete che le frequenze basse sono il mio pane quotidiano e qui le sento scomparire perse in una certa nebulosità) . Gary Louris si è concesso qualche sfizio produttivo interessante, alcuni pan pot violenti di batteria che danno un’aria di classico al sound, voce principale che suona nello speaker di destra e il suono globale che diventa più grande ed interessante. Le chitarre passano da un twang alla Duane Eddy fino ad un western cartonato alla Ennio Morricone, gli abiti sono quelli più vicini a Nudie e ai Flyng Burrito Brothers che si puo’. Chi li ha visti dal vivo ne ha parlato benissimo. Insomma, mi sa che vi conviene procurarvi il cd.




Antonio "Rigo"Righetti

martedì 15 maggio 2012

Intervista a Francesco Turrisi

Nella musica del Vicino Oriente la parola tarab denota un intenso stato emozionale associato alla performance musicale che diventa esperienza estatica. Tarab è anche il nome di un ensemble multinazionale con sede in Irlanda, creato da Francesco Turrisi, originario di Moncalieri (TO), musicista di estrazione jazzistica, pianista, clavicembalista, fisarmonicista, percussionista che ha scelto di vivere e lavorare con la musica nell’isola. Numerosi gli artisti con i quali ha collaborato, tra i quali ricordiamo Lucilla Galeazzi, Gabriele Mirabassi, Gianluigi Trovesi, Dave Liebman, Pepe Habichuela, Bijan Chemirani. Nel 2008 Turrisi ha registrato il suo primo CD Si Dolce è il Tormento, contenente composizioni originali ispirate alla musica Italiana del XVII secolo. Del 2011 sono l’esodio dei Tarab e il disco di un’altra sua creazione, il trio Zahr. La chiacchierata con Francesco diviene occasione non soltanto per discutere dei suoi progetti musicali, ma anche per guardare alla scena musicale irlandese con gli occhi di chi non essendo nato e cresciuto in quel contesto, possiede un’angolazione eccentrica che spesso si traduce in maggiore acutezza analitica. 

Dagli studi di economia presto abbandonati allo studio del jazz a tempo pieno. 
Era il 1996 e in Italia non esistevano ancora molte strutture che offrissero un'educazione jazzistica completa e un ambiente musicale molto avanzato. Quindi dopo avere fatto un po' di ricerche sono finito al Conservatorio Reale de L'Aja, dove aveva studiato uno dei miei professori del centro musicale nel quale avevo iniziato a studiare jazz. Il Conservatorio de L'Aja era come il paradiso per me che venivo da un'educazione musicale un po' fai da te. C'erano un migliaio di studenti in totale in una struttura grandissima. I dipartimenti più importanti erano, e sono tuttora, musica antica, musica elettronica – uno dei più prestigiosi in assoluto – e jazz. Quindi l'ambiente musicale era incredibile con persone che venivano da tutto il mondo. L'Olanda è un paese molto piccolo e, all'epoca, culturalmente molto avanzato. Per fare un esempio, ogni sera potevo prendere un treno e andare a sentire la Concertgebouw Orchestra ad Amsterdam ad un prezzo contenuto per gli studenti. Poi finire ad una jam session e tornare sempre con il treno a L'Aja al mattino dopo. 

Poi è arrivata l’emigrazione a Dublino… 
Sono arrivato a Dublino nel 2006, dopo aver finito un BA e un MA in jazz piano a L'Aja. Il mio master era una combinazione tra jazz e musica antica e avevo cominciato a studiare clavicembalo e a lavorare sull'improvvisazione nella musica del Seicento italiano. Il quel periodo una professoressa del Conservatorio mi aveva chiesto di suonare nel suo gruppo. Lei era Christina Pluhar e il gruppo L'Arpeggiata. Con questo ensemble avevo cominciato a suonare parecchio in giro per il mondo in molti festival di musica antica e a lavorare con grandissimi musicisti, tra i quali Gianluigi Trovesi, Lucilla Galeazzi, Pepe Habichuela. Durante le mie peregrinazioni ho scoperto l'Irlanda e mi sono innamorato di un'irlandese...che adesso è mia moglie. Quindi diciamo che poi sono venuto a Dublino per amore! 

Come è stato l’incontro con la scena locale? 
All'epoca l'Irlanda era nel pieno del boom economico, era un Paese molto caro, ma c'erano molti soldi e c'erano molte opportunità per i musicisti. Sono riuscito ad inserirmi abbastanza in fretta e in poco tempo. Grazie a finanziamenti dell'Arts Council e dell’Istituto Italiano di cultura ho organizzato i miei primi progetti con musicisti irlandesi e italiani. In generale, mi sento molto fortunato di avere avuto tutte queste opportunità di organizzare e creare musica in questo Paese. Purtroppo ci sono anche dei lati negativi riguardo alla mia esperienza irlandese. Sicuramente la mancanza di pianoforti che mi ha costretto quasi ad abbandonare lo strumento e a concentrarmi sulla fisarmonica, che ho cominciato a suonare proprio in Irlanda, e sulle percussioni mediterranee. 

Dal tuo punto di osservazione, come vedi la scena musicale dublinese nei termini di fermenti sonori.
Purtroppo uno dei punti a sfavore dell'Irlanda è che è un paese molto piccolo – anche se sul piano delle opportunità questo è un fattore positivo – e quindi non c'è una grande varietà di musicisti. In generale, all'inizio, la trovavo una cosa frustrante perché cercavo musiche e strumenti non troppo convenzionali...tipo musica persiana, suonatori di oud, percussionisti brasiliani, musica italiana del ‘600 etc...e non trovavo niente. Quindi mi sono reso conto che la cosa migliore da fare era trovare finanziamenti – che all'epoca esistevano – per portare queste musiche e musicisti in Irlanda. Da un punto di vista dei fermenti ci sono dei musicisti che fanno cose interessanti e originali ma non sono molti. 

E la scena jazz? 
Non è molto ampia e mancano molti strumentisti: nessun trombettista per esempio. Il jazz più tradizionale, fatto di jam sessions e standard non esiste, quindi manca un po' il background per i giovani. C'è la Newpark School, in cui insegno, dove si può ottenere un BA in jazz. Il direttore è il bassista Ronan Guilfoyle, un grande appassionato di musica Indiana carnatica, che da anni cerca di utilizzare questi complessi modelli ritmici nel jazz. Il risultato è che, anche inconsciamente, molti studenti finiscono con l'essere influenzati dal suo stile. Cosicché quando terminano la scuola suonano tutti quella musica. È musica interessante ma, a mio parere, troppo razionalmente complessa, che non privilegia l'aspetto melodico, concentrandosi sui ritmi super complicati. Il mio “jazz” è molto più vicino al suono della ECM e quindi mi sento molto più attratto dalla melodia e dal suono più puro. In questi ultimi anni, però, ci sono molti giovani che vanno a studiare all'estero e poi tornano in Irlanda portando musiche e approcci diversi e nuovi. 

Anche se non fai pienamente parte del circuito della musica tradizionale, come la valuti dal tuo punto di osservazione? 
Il gruppo Tarab a volte suona un po' nel circuito. In generale, diciamo che la musica trad migliore non si ascolta a Dublino. Ci sono solo un paio di pub con session ad alto livello e quasi tutti i musicisti migliori abitano fuori in campagna e soprattutto nell’Ovest. Ci sono dei musicisti innovativi che in questi anni cercano di re-immaginare la musica irlandese e creare un suono diverso. Parlo di personaggi come Caoimhin O Raghallaigh, Iarla Ó Lionaird. Ci sono anche molti musicisti che pur essendo più tradizionali hanno sviluppato un suono più moderno e molto sofisticato come Martin Hayes o il trio di violinisti Fidil. Una delle cose più belle che ho sentito di recente è stata una collaborazione tra Iarla Ó Lionaird e il chitarrista Australiano Steve Cooney, una leggenda nella scena trad. 

S’incontrano progetti innovativi? 
Personalmente, ho provato a fare molti progetti ma non è facile trovare i musicisti giusti. Adesso sto lavorando ad un progetto sul canto sean-nós accompagnati dal mio piano trio, dal suono un po’ ECM, con una cantante molto brava che si chiama Roisin ElSafty, che è metà egiziana e metà del Connemara. È molto difficile lavorare con i cantanti di sean-nós, perché non sono abituati a collaborare con strumentisti, quindi è più difficile creare qualcosa di interattivo che non sia semplicemente un sfondo sonoro alle canzoni che di per sé sono già molto complete e non hanno bisogno di accompagnamento. 

I problemi che possono sorgere nel miscelare linguaggi musicali? 
Ci sono stati varie iniziative che hanno provato a mischiare jazz e trad ma, a mio avviso, non sono molto riuscite per le incongruenze stilistiche. Il problema sta nell'immaginare il suono che questa musica avrà e riuscire a creare qualcosa che si amalgami senza suonare forzata. Per me, l'idea non è quella di far comunicare persone che parlano lingue diverse ma quella di far crear loro una lingua ed un vocabolario nuovo che porta caratteristiche di tutte le loro lingue individuali. È molto più facile far incontrare diversi tipo di musiche tradizionali, come avviene nel gruppo Tarab, perché i linguaggi e le estetiche musicali sono più simili. Il jazz ha come base l'improvvisazione e su di essa si fonda quasi interamente. Ciò a volte lo rende un po' più ermetico e più difficile da contaminare senza perderne l'essenza. 

Cosa rappresenta una formazione come Tarab nel panorama culturale dublinese? 
La mia idea con Tarab era quella di guardare a est e a sud dall'Irlanda. La mia immaginazione musicale vedeva molti punti in comune tra musica irlandese e le varie musiche del Mediterraneo. Strumentazione simile, ritmi comuni, concentrazione sulla melodia e sull'ornamentazione. In realtà, dopo aver lavorato insieme per un paio di anni, credo che siamo riusciti a creare un sound originale per il gruppo e usiamo questo modo di far musica con tutto il materiale che suoniamo. A parte qualche brano, nessuno scrive partiture, ci troviamo a provare una melodia e ognuno trova la sua parte. È un processo più lungo ma che ci ha permesso di creare questo suono particolare. Un altra particolarità del gruppo e la combinazione non tanto comune tra flauto irlandese e sax soprano e tra fisarmonica e violoncello. Abbiamo lavorato molto su queste combinazioni. 

Ci presenti la band? 
C’è Emer Mayock, multistrumentista che suona flauti irlandesi, whistles, uilleann pipes, violini, che è una delle personalità più interessanti della musica tradizionale. Emer viene dalla contea di Mayo e nasce in una famiglia di musicisti. Ha un gusto e una conoscenza musicale molto vasta, cosa rara tra i musicisti di musica tradizionale e scrive pezzi molto interessanti, usando molti tempi dispari. Nonostante ciò il suo suono è al 100% irlandese, qualsiasi strumento suoni e qualsiasi tipo di musica. Poi c’è Nick Roth che suona il sax soprano. È un jazzista inglese di origine ebraica che vive da molti anni in Irlanda. Ha studiato molta musica klezmer, musica balcanica e turca. Lavora anche nell'ambiente della musica contemporanea classica. Dirige un ensemble che si chiama Yurodny, nel quale suono anche io, che rappresenta forse ancora meglio il melting pot della Dublino contemporanea, tra musica classica, jazz balcanica e altro. Di differente background è la violoncellista Kate Ellis, musicista classica, specializzata in musica contemporanea, ma in realtà suona con tutti i musicisti più importanti in Irlanda, dal jazz al pop al tradizionale ai cantautori. Infine, c’è il percussionista Robbie Harris. Robbie ha suonato con tutti i musicisti più importanti di musica tradizionale e il suo bdhrán è uno dei più richiesti e versatili in Irlanda.

Come avete costruito il repertorio? 
Ognuno ha portato un po' di musica e abbiamo fuso tutto insieme. Emer, Nick ed io abbiamo portato le composizioni originali. Oltre a queste, io ho portato del materiale italiano e turco, Emer dei pezzi di trad. Insieme abbiamo arrangiato i brani. 

Per un ensemble eclettico come il vostro, ci sono difficoltà nel collocarvi all’interno dei festival musicali dell’isola? 
Credo che Tarab sia una realtà originale nella scena irlandese, perché la maggior parte dei gruppi moderni guarda più ad ovest per le contaminazioni. Ovviamente gente come Donal Lunny, che in principio voleva fare da produttore per il nostro disco ha guardato a Est ben prima di noi, ma in generale sembra che il focus sia più sulla Bulgaria e sull’area balcanica (qui vanno ricordati anche Andy Irvine e Davy Spillane, ndr). Personalmente, propendo più per il mondo turco, arabo e naturalmente italiano, mi piacerebbe lavorare sui quarti di tono. Il gruppo ha abbastanza successo in Irlanda, ma sembra piacere più agli amanti della world music e del jazz che a quelli della musica tradizionale. Nonostante ciò abbiamo ottenuto un finanziamento dal Deis, l'Arts Council delle arti tradizionali, il che vuol dire che siamo riconosciuti come facenti parte della tradizione. Uno dei nostri brani è stato anche scelto per una compilation regalata al presidente Obama in visita nel Paese per rappresentare la musica irlandese contemporanea. 

Sei coinvolto in un altro bell’ensemble che si chiama Zahr, con cui collabora anche Lucilla Galeazzi. 
Zahr nasce da una collaborazione con il percussionista Andrea Piccioni, che ho conosciuto anni fa, essendo uno dei più illustri esperti di tamburi a cornice in Italia (strumenti che suonicchio e di cui sono grande amante). L'idea che avevo da tanti anni era quella di usare il pianoforte e i tamburi a cornice. Quindi ho cercato del materiale ed abbiamo arrangiato insieme un po' di pezzi. Mi interessava un certo tipo di repertorio che viene dal Sud dell'Italia ma che ha una forte impronta araba e con un suono, come dire, un po' malinconico. Nel disco suonano anche il grande multistrumentista Fabio Tricomi e la fantastica Lucilla Galeazzi, che ho conosciuto con L'Arpeggiata, e con la quale ho lavorato per tanti anni in un programma chiamato: “Tarantella tra musica del Seicento e musica tradizionale italiana”. Il disco è uscito a ottobre del 2011 e abbiamo fatto un tour qui in Irlanda che è andato molto bene, anche con la partecipazione del suonatore di oud iracheno Khyam Allami, che vive a Londra, ed è abbastanza popolare in questo momento nella scena inglese della world music. 

Da dublinese adottivo, quali sono i luoghi della musica che consiglieresti? 
Credo di poter affermare che non ci siano veramente venues dedicati a Dublino in questo momento per qualsiasi tipo di musica. Praticamente non esiste un jazz club e ci sono pochii posti per ascoltare una vera trad session. Ci sono locali che sono commerciali e programmano qualunque cosa. Le cose più interessanti da un punto di vista del turismo culturale sono i festival. La maggior parte dei festival più interessanti al momento sono i cosiddetti Arts Festivals, che programmano un po' di tutto, musica, arte, teatro, danza etc... e quindi offrono una vastissima gamma di scelte. I miei preferiti sono sempre il Kilkenny Arts festival, ad agosto, e il Galway Arts festival, a luglio. Entrambi hanno un'atmosfera incredibile e un cartellone molto interessante. Recentemente Tarab ha anche suonato al Temple Bar Trad festival, che però mi sembra più una cosa per turisti americani che per irlandesi. Per il jazz c'è il festival di Cork che però è molto commerciale e non molto interessato alla scena musicale locale e il più piccolo ma interessante Bray jazz festival appena fuori Dublino. 



Tarab - Tarab (Taquin Records) 
Zahr - Zahr (Taquin Records) 
Più che lusinghiere le critiche dell’Irish Times, che scomoda confronti con l’epocale East Wind del duo Andy Irvine & Dave Spillane. Acclamato questo esordio dei Tarab anche dal webmagazine The Journal of Music, rivista molto attenta ai nuovi suoni d’Irlanda. Ne conveniamo, perché le due realizzazioni del musicista italiano e dei suoi compagni lasciano il segno. L’inizio è come si suol dire col botto, “Delicious Moments” è una vera e propria dichiarazione di intenti del quintetto: fisarmonica, flauti, percussioni che procedono su combinazioni ritmiche e profili melodici irlandesi-mediterranei con un crescendo improvvisativo. Il disco vive della dialettica di artisti dalla cifra musicale compatta ed elegante, possiede ritmiche composite, climi avvolgenti, trascinanti ed evocativi. Vincente per impasti timbrici è “Salterello Set”, mentre in "St. Chartier", si fa spazio il timbro profondo del flauto furulya di Nick Roth. Accentuata l’apertura verso i tempi dispari di origine balcanica con "Hicâz Zeybek" e “Hicâz Mandira”, mentre è dominata dalle corde del lavta “Sibouni Ya Naas”, tratta dal repertorio del cantante siriano Sabah Fakhri. In “Lucky Thirteen”, “Greeny set” assume un ruolo centrale il talento versatile di Emer Mayock, fiatista che qui si muove tra stilemi irlandesi e bretoni. Si raggiungono esiti davvero ragguardevoli in “Jenny Set” e nella conclusiva “Abbey Reel”, un tradizionale irlandese che presenta il dialogo violoncello, flauto e sax soprano. 
Altra creatura di Turrisi è il gruppo Zahr, che in arabo è la zagara. Il piemontese (piano e fisarmonica) condivide la scena con due musicisti navigati e di assoluta levatura come il brillante percussionista Andrea Piccioni (tamburi a cornice e a calice), e il multistrumentista e ricercatore Fabio Tricomi (oud, viella, kemenche, marranzano, tamburello). Ancora un lavoro dallo spirito volutamente di fusione, nel quale Turrisi porta tinte jazz e pianismo terso, fluido, misurato ed elegante con propensione nettamente improvvisativa , accostati a timbri, melodie e ritmiche di area mediterranea e mediorientale. Si parte con “Alla Carpinese” per trio di piano, oud e bendir, si sale verso l’entroterra napoletano con “Tammurriata”, ingioiellata dalla voce duttile e luminosa di Lucilla Galeazzi, che fa splendere anche la “Tarantella dell’Avena”. Il classico lucano “Fronni d’alia” è costruito su dialogo tra piano e bendir, mentre dal repertorio di Pino De Vittorio proviene “Tu bella”, costruita sul trio piano, kemenche e tombak e inserimento di basso elettrico, che conduce al brano che dà il titolo al gruppo e all’album, tema paradigmatico della compenetrazione collettiva dei musicisti, eseguito con piano, oud e percussioni. Del tutto inconsueto quanto riuscito, l’incontro tra il piano di Turrisi e la zampogna a paru messinese del maestro Pietro Cernuto degli Unavantaluna in “Ciaramedda”. Forte accelerazione ritmica e carattere improvvisativo nel finale del disco con il brano di Mario Salvi “Oriente Vesuviano”, per fisarmonica, oud, percussioni e basso elettrico. 


Ciro De Rosa

Nina Pedersen – Songs From The Top Of The World (Alfa Music/EGEA)

CONSIGLIATO BLOFOOLK!!

Nata a Grimstad, piccolo paese sulla costa sud della Norvegia, Nina Pedersen è una talentuosa cantante jazz che da vent’anni vive in Italia. Sin da piccola ha coltivato la sua passione per la musica dapprima cantando nel gruppo vocale Jubal e successivamente studiando arrangiamento e direzione corale. Trasferitasi in Italia nel 1990 ha dato vita dapprima ad un coro dedicato alla musica scandinava e successivamente ad un coro jazz. Dopo aver studiato al Saint Luis College Of Music di Roma, è diventata lei stessa docente nella medesima scuola, ed in parallelo ha proseguito il suo percorso artistico e di formazione spaziando dalla lirica alla musica sperimentale, arrivando nel 2001 a realizzare un disco trip-hop con il gruppo Mata Hari. A coronamento una così intensa carriera arriva Songs From The Top Of The World, disco che raccoglie dieci brani, che rappresentano un atto d’amore per la tradizione musicale della sua terra d’origine, la Norvegia. “Sono una straniera a tutti gli effetti. Ovunque io vada. Mi sento norvegese quando mi trovo in Italia, e italiana quando sono in Norvegia”, così Nina Pedersen, scrive nelle note di copertina del disco e questo per sottolineare come nonostante la distanza il legame con la sua terra non si sia mai spezzato sebbene dopo vent’anni anche la sua madrelingua non è più la sua lingua madre, e l’accento straniero nel suo italiano continui a persistere. Le sue radici però sono sempre norvegesi e quelle non cambieranno mai. Il disco così raccoglie una selezione di otto brani tradizionali norvegesi a cui si aggiungono due inediti composti dalla stessa Pedersen, caratterizzati da moderni arrangiamenti ethno-jazz nei quali brillano eleganti atmosfere oniriche e un sontuoso interplay tra i vari strumenti. Prodotto con la supervisione di Fabrizio Salvatore, il disco vede la partecipazione di alcuni eccezionali musicisti come Aldo Bassi (tromba), Arnaldo Vacca (percussioni), Carolo Cossu (violino), Luca Pirozzi (basso) e Lutte Berg (chitarra). L’ascolto sorprende sia per gli eccellenti arrangiamenti sia per la sorprendente vocalità della Pedersen, e ci regala un affascinante viaggio attraverso le quattro stagioni di una terra nella quale a farla da padrone è sempre e solo la natura, con le sue atmosfere malinconiche e allo stesso tempo mistiche ed ancestrali. La Pedersen è riuscita a dare a questi brani antichi un suono nuovo dando vita ad un climax emozionale quasi desiderasse che l’ascoltatore sia il suo ideale compagno di viaggio nel suo passato tra ricordi, vibranti d’amore e malinconia. Si procede così in direzioni differenti, si respirano atmosfere rarefatte, con il canto della norvegese che ci accompagna tratteggiando paesaggi immaginifici, dove istinto, passione e amore per la propria terra vanno di pari passo. Ad aprire il disco è Songen Hennar Magnill, un dolcissimo bansull un ninna nanna tipica molto diffusa in Norvegia, che ci introduce allo struggente tradizionale En Liten Vise con testo del poeta Arnulf Overland le cui atmosfere autunnali ed evocative vibrano di poesia. Si prosegue poi con il reddervise Jeg Lagde Meg Sa Silde, una ballata che racconta una storia d’amore finita tragicamente dove l’uomo arriva dalla fidanzata trovandola morta, ma è con Varvindar Friska, un tradizionale svedese, e l’inedita Vardansa che si tocca il primo vertice del disco. Le dolci melodie da ninna nanna tornano con Kveld-sang For Blakken di Nordahl Rolfsen e Edward Grieg, una sorta di nenia per Blakken, fedelissimo cavallo da lavoro che si trova in ogni fattoria del Nord Europa. Le atmosfere invernali caratterizzano l’altro inedito Sneen Daler Still che apre la strada allo stev Eg Ser Deg Utfor Gluggen, altra forma caratteristica della tradizione norvegese. Sul finale arrivano poi Den Fyrste Song di Per Sivle e Lars Soraas, l’inedito Wintersongs e la conclusiva Hogt Fra Den Himmelske Klara una melodia religiosa di grande intensità. Songs From The Top Of The World è un disco di grande fascino e bellezza che non mancherà di toccare il cuore non solo degli appassionati di ethno-jazz ma anche degli ascoltatori occasionali, di fronte a tanta bellezza è difficile non far sciogliere il cuore e non abbandonare la propria anima. 


Salvatore Esposito