Pifferi, Muse e Zampogne, Circolo ARCI Aurora, Arezzo, 6-8 Dicembre 2012

Liguriani
“Pifferi, Muse e zampogne”, il festival di musica etnica che si celebra ad Arezzo negli spazi culturali del Circolo AURORA, ha regalato anche quest’anno tre serate di bella musica ad un pubblico curioso e attento, educato all’ascolto da diciassette anni di scelte accurate e proposte significative portate avanti da un direttore artistico competente e appassionato, figura storica del folk italiano: Silvio Trotta. Il suo “piccolo grande festival”, come lui è solito definirlo , è una realtà alternativa e originale nel panorama italiano avendo come connotazione gli strumenti ad ancia, protagonisti non assoluti del festival, ma certamente soffi vitali della rassegna. Sono stati i suoni tipici della tradizione, cornamuse, zampogne ,muse e musette, flauti e pifferi, a inondare di atmosfere godibilissime le stanze del nostro provincialissimo Circolo che si è aperto così al mondo musicale glocale. Ma “Pifferi, muse e zampogne” non è stato solo musica è stato soprattutto incontro, un incontro fertile di pensieri, di contenuti e di significati, esercitati dagli uomini di oggi sulle loro radici e sul loro passato che si è fatto presente nel qui ed ora del loro far musica. Grazie ai “ Liguriani” straordinario gruppo che ha saputo raccontare la gente di Liguria interpretando sapientemente, con nuove sensibilità contemporanee, il suo patrimonio musicale in un suggestivo viaggio che, partendo dalla loro terra, approda anche nei luoghi dove gli emigranti liguri si sono stabiliti. Abbiamo ascoltato malinconiche mazurche, vivaci monferrine , walzer dagli echi francesi e ancora alessandrine delle Quattro Province, canti partigiani, il tutto amalgamato in una pastosità bellissima di suoni compatti. 
Antiche Ferrovie Calabro-Lucane
La loro musica è un arco metaforico, simile alla forma geografica della loro Liguria, che unisce visioni, collega esperienze, allea spazi diversi in un’unica appartenenza musicale per così dire “liguriana”. Resteranno nella memoria del festival, la solennità della cornamusa di Fabio Rinaudo, il sorriso di Filippo Gambetta, luminoso come il suo organetto, la chitarra regina di Claudio De Angeli, i festanti suoni “irish” di Fabio Biale e Michel Balatti e l’umile disponibilità al dialogo e all’ incontro con tutti i presenti. A “Pifferi”, infatti, gli artisti e gli spettatori non sono separati dall’altezza del palco, qui si suona, si canta e si ascolta sullo stesso spazio, in una ritrovata oralità comunitaria, sostanza di antichi contesti . Quei contesti nei quali la musica popolare nasceva e si tramandava sono ormai quasi del tutto scomparsi; inutile, anacronistico, talvolta patetico ricostruirli ma quei valori, quei sentimenti, in trasparenza riflessi nel suono degli strumenti e nelle melodie dei canti, esistono e continuano ad appartenerci e sono pronti a dispiegarsi in contesti diversi. Ed è lo spazio piccolo e raccolto del Circolo AURORA che, nei giorni del Festival, si è fatto contesto perché energizzato dalla forza antropologica della musica che lì ha continuato a intrecciare gli elementi fondanti della sua funzione: narrazione, condivisione, memoria, appartenenza, divertimento. 
Tamburello Cafè
Lo hanno ampiamente dimostrato “Le antiche ferrovie calabro/lucane” con un repertorio radicale, profondamente immerso nella tradizione ma che sotto la regia sapiente di Ettore Castagna si snoda lontanissimo da qualsiasi riproposta per giungere a chi ascolta intatto, originario, pulito, nuovo, vivo, ancora degno di essere tramandato. Strumenti arcaici, strappati all’oblio museale, come la lira calabrese, tornano ad essere, nella musica del gruppo, atavici, appartenuti a chi ci ha preceduto e ancora presenti in noi aldilà della consapevolezza e della ragione. Un concerto bellissimo, mediato con ironia e semplicità, dove la sostanza si impone sull’apparenza , dove le radici visibili non hanno bisogno di troppe parole. Basta la voce calda e ruvida di Domenico “Micu” Corapi, il ritmo sacro e profano della grancassa, per documentare una cultura tradizionale che “si muove” perché ancora viva nel momento in cui si compie.
Tre Martelli
Un dinamismo carico di suggestioni si è impossessato del festival quando I Tre Martelli, che festeggiano quest’anno i 35 anni di attività, hanno intonato i canti della loro terra, il Piemonte. Il loro concerto, ricco d’energia ma profondamente e tenacemente radicato nella ricerca è stato soprattutto uno scambio di reciprocità artistiche e umane tra i “ vecchi” e formidabili cantori Betti Zambruno e Vincenzo Chacho Marchelli, e i loro giovanissimi musicisti come Elisabetta Gagliardi e Paolo Dallara. Sulla pedana della rassegna si è tramandata la forza e il desiderio di salvaguardare quella memoria collettiva su cui poggia gran parte della nostra cultura e si è dimostrato che la musica popolare non appartiene esclusivamente a chi ha vissuto esperienze dirette con i mondi della tradizione. La musica popolare è cultura e come tale si può imparare. Convinzione, ne siamo certi condivisa anche dei Tamburello Cafè impegnati in una performance dal registro quasi didattico nella quale hanno presentato al pubblico tecniche percussive diverse al tamburello, nell’intenzione di recuperare tutta la dignità musicale di uno strumento dalla storia millenaria. Andrea Piccioni, Roberto Chiga, Vincenzo Gagliani e Gian Michele Montanaro, straordinari esponenti dell'arte dei tamburi a cornice italiana, con personalissime e virtuose abilità esecutive hanno costruito momenti originali e sorprendenti che, pur non fusi in un vero e proprio concerto, hanno documentato una ricerca attenta e significativa sul tamburello nella storia della musica del sud d’Italia. Anteprima del festival giovedì 6 dicembre è stato il concorso Suonare@Folkest – Premio Alberto Cesa. Tre le proposte musicali presentate; Macchia Libbr di Manfredonia (FG), Serio e Faceto di Vernio (PO) e Pergiorgio Manuele di Pistoia. La giuria, presieduta da Roberto Sacchi, ha scelto i primi due gruppi quali vincitori. 



Gloria Sereni