Maurizio Geri: Dal Folk Della Dorsale Appenninica al Gipsy-Jazz

Chitarrista, compositore e cantante, Maurizio Geri, parallelamente alla sua attività con Banditaliana, insieme a Riccardo Tesi e Claudio Carboni, a partire dal 1994 ha dato vita al suo Swinget con il quale, oltre ad una intensa attività live, ha registrato anche due dischi “Manuche e Dintorni” nel 1996 e “A Cielo Aperto” nel 2002. A dieci anni di distanza dalla pubblicazione di quest’ultimo, il chitarrista toscano ha recentemente dato alle stampe “Tito Tariero”, il terzo disco insieme al suo Swinget. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui di questo nuovo album e per approfondirne le ispirazioni, senza dimenticare uno sguardo verso la sua formazione artistica, il suo rapporto con il gipsy-jazz e la sua tecnica chitarristica. 

Come nasce “Tito Tariero”? 
E’ un nome di fantasia che nasce da parole non-sense , come quando canticchi una melodia senza saperne il testo, in effetti è nato proprio mentre stavamo registrando e dovevo cantare la melodia di Melancolia a Giacomo (Giacomo Tosti , fisarmonicista entrato recentemente nello Swingtet) per suonarla all’unisono, poi abbiamo deciso di lasciare la frase “titotariero” proprio in quel punto del brano aggiungendo altre parole a completare la parte. Dopo lo abbiamo promosso a titolo del cd inserendo a quel punto anche foto del mio cane che si chiama Tito…e abbiamo chiuso il cerchio. 

Questo nuovo album si inserisce in un tuo personale percorso attraverso il gispy-jazz che si snoda da “Manouche e Dintorni” del 1996 a “A Cielo Aperto” del 2002, come si è evoluto il tuo approccio a questo particolare ambito del jazz? 
Lo stile manouche è per me una fonte di ispirazione come lo sono altre musiche, da quella popolare a quella colta passando per la forma canzone, ciascun musicista fa tesoro di ciò che lo colpisce e lo emoziona, mette tutto in cassaforte e lascia decantare, poi ogni tanto apre lo sportello e pesca in questo archivio per comporre nuovi brani, sono suggestioni che riaffiorano qua e la. 

Si dice Gipsy-Jazz e si legge Django Reinhardt, quanto ti ha influenzato il suo stile e quanto c'è di personale nel tuo approccio alla chitarra? 
Quello che mi ha impressionato di Django è il suo lirismo ed il suo approccio agli assolo. Se ascoltiamo versioni diverse dello stesso brano l’improvvisazione di Django segue schemi differenti, difficilmente si notano ripetizioni di frasi fatte, è una invenzione continua ed è sicuramente un atteggiamento pensato. Il mio approccio allo strumento è da autodidatta, normalmente canto prima le melodie o i temi che poi andrò ad eseguire e come dicevo prima ogni musicista ha un bagaglio personale e uno stile che lo rende unico, l’approccio secondo me è sempre personale, certamente vanno coltivate le differenze e le singolarità stilistiche che emergono dal proprio modo di suonare, vanno evidenziate, è un percorso necessario, faticoso ma affascinante. 

Durante l'ascolto emerge chiaramente come tu non ti sia limitato a fare il verso a Django ma il tuo suono e il tuo stile si aprono anche ad altre sonorità, ci puoi parlare di questa particolare visione del gipsy-jazz all'italiana? 
Cerco di pensare alla musica che può essere prodotta da un insieme di strumenti, in questo caso due chitarre (l’altra è di Luca Giovacchini) , contrabbasso (Nicola Vernuccio, con Luca uno dei fondatori dello Swingtet), clarinetto (Michele Marini) e fisarmonica, l’idea alla base è dare voce ad ogni strumento e raggiungere un equilibrio formale. Facendo ciò si utilizzano schemi che sono già collaudati e anche si percorrono nuove strade, per evitare di essere surrogati o copie sbiadite di qualcun altro. Il repertorio aiuta molto, è l’insieme di repertorio, stile e arrangiamento che caratterizza il suono del gruppo più delle singolarità solistiche che restano diciamo così asservite all’insieme, è stata questa la direzione che ho cercato di dare allo Swingtet in tutti questi anni. La cornice in cui ci muoviamo è caratterizzata parecchio dal gypsy-jazz ma il risultato è piu ampio, non lo ridurrei all’interno di un genere. 

Il disco è stato registrato dal vivo in studio con il tuo Swinget, ci puoi parlare delle sessions? 
Il disco è quasi interamente live, a parte poche sovra incisioni, abbiamo voluto mantenere la freschezza generale a scapito di piccole imperfezioni esecutive che normalmente non passano le maglie della registrazione multi-traccia (una traccia alla volta). Il rischio che si corre nell’eccessivo perfezionismo e pulizia è che alla fine suona tutto freddo e la musica viene svuotata di anima e calore. Inoltre ascoltando il brano nella sua interezza si ha subito la percezione del lavoro finito, abbiamo fatto diverse take d’insieme e scelto le migliori. Sono molto contento del risultato. 

Nell'album sono presenti numerose composizioni originali, cosa ti ha ispirato nella composizione di questi brani? 
Ogni brano ha una sua storia personale, ho riascoltato anche vecchie idee che hanno portato per esempio a realizzare “Foresta”, di solito lo studio dello strumento mi ispira e mi conduce a nuove composizioni. 

Tra i brani di tua composizione particolarmente accattivanti sono “Piccolo Valzer” e “Presente Archeologico”, come nascono questi due brani? 
“Piccolo Valzer” è un pezzo che ha qualche anno, le prime due lettere sviluppano una melodia canonica, la parte C subisce influenze latine nella divisione ritmica del tema, “Presente Archeologico” è l’unica canzone del disco, ci sono ottimi consigli se dovrete fare un regalo ad un amico/amica archeologa. E’ un brano nato dopo una gita al mare con la mia ragazza, sono contento di averlo arrangiato in modo così semplice, per tre strumenti più voce (pianoforte, contrabbasso , chitarra), mette in evidenza il testo. 

Non mancano alcuni standard come la splendida “Melodie Au Crepuscule” di Django, come mai hai scelto proprio questo brano? 
E’ un brano molto bello che suono da tanto tempo, ha il pregio di poter essere suonato con chitarra sola sia perché è un “medio” come tempo, e quindi non necessita di una esecuzione forsennata, sia per la particolare costruzione armonica che pone la nota più acuta dell’accordo a disegnare la melodia, dunque un brano squisitamente chitarristico. 

In scaletta è presente anche il traditional “Cette Nuit Là”, altro brano particolarmente affascinante nella sua esecuzione… 
Questo pezzo è stato registrato completamente live perché ha al suo interno molte variazioni di velocità, lo suonavamo nel periodo di “a cielo aperto” (2002) quando collaborammo e incidemmo insieme al fisarmonicista Enzo Biordi che ce lo insegnò, Enzo aveva suonato molti anni con Titi Winterstein ed altri manouche alsaziani, è stato un incontro bellissimo che ricordo con gioia. 

Dal gipsy-jazz ai suoni della dorsale appenninica e quelli world, si può dire che nella tua carriera tu non ti sia fatto mancare nulla, ci puoi parlare del tuo personale percorso di ricerca artistico?
Ho iniziato con la musica popolare toscana e ho suonato molti anni con Caterina Bueno, è stata la prima grande scuola per così dire “non accademica”, con lei ho conosciuto il patrimonio tradizionale italiano ed i primi festival internazionali. Mi ha insegnato ancor di più ad amare e apprezzare le radici della nostra musica, mi ha trasmesso un rigore e una cura del particolare che poi ho trasferito nell’affrontare altri mondi musicali. La ricerca è importante, direi di più, è un diritto che dobbiamo esercitare, è un albero che ha bisogno di tutti noi per far crescere nuovi rami. 

Quanto ha pesato il tuo sodalizio artistico e la tua amicizia con Riccardo Tesi nel tuo percorso musicale? 
E’ stato un incontro molto importante, per esplorare paesaggi musicali nuovi a partire da radici comuni, ha rappresentato anche l’apertura concertistica all’estero e le suggestioni globali della world-music. Parallelamente a Banditaliana restano per me fondamentali le produzioni “acqua foco e vento” voluta dalla provincia di Pistoia e “sopra i tetti di Firenze” doppio cd omaggio alla figura di Caterina. 

Quali sono i segreti di Maurizio Geri come chitarrista? 
Non ci sono segreti, ogni passione impone una dedizione ed un lavoro costante, che quasi non pesa proprio perché nasce come divertimento, questo ti porta col tempo ad incontrare persone che condividono una direzione o un sentimento, certo un poco di fortuna non guasta…

Quanto conta l'improvvisazione nel tuo stile chitarristico? 
E’ un aspetto su cui lavoro molto, studio quasi esclusivamente per riuscire ad improvvisare, ho avuto tardi questo approccio e sto recuperando…, mi ritengo per indole un accompagnatore, i temi e le idee nascono comunque e sempre da questo studio sia tecnico che espressivo. Cerco sempre di trovare un equilibrio formale fra temi e improvvisazione, non amo particolarmente la forma tema-soli-tema finale , a parte nelle jam, penso alla musica con gli altri come un’attività piuttosto organizzata, dove ci siano degli spazi per i solisti, delle parti d’insieme e possibilmente delle novità a livello di arrangiamento.

Concludendo porterai in tour questo nuovo disco? Come si evolveranno i brani dallo studio al palco? 
Certo, abbiamo in programma di suonare più possibile, nonostante il periodo infelice ci stiamo muovendo con grande entusiasmo ed oltre a diverse date in zona Toscana fra cui il Pinocchio jazz club di Firenze, saremo per esempio al festival Django Reinhardt di Pennabilli (RM) il 30 dicembre, poi a marzo in zona Perugia per una due-giorni all’insegna dello swing , a maggio abbiamo una piccola tournee in Austria con date di appoggio che toccheranno Parma, Rovigo, Trieste e Treviso. I brani sono già abbastanza rodati ma come sai più vengono suonati e più si riesce a trovare quella sicurezza necessaria che trasmette serenità e comunicazione con il pubblico, sempre con le orecchie attente a modificare qua e la gli arrangiamenti, non ci sono altre ricette a parte suonare insieme il più possibile.



Maurizio Geri Swinget – Tito Tariero (Materiali Sonori) 
Chitarrista raffinatissimo e dotato di rara sensibilità artistica, Maurizio Geri, nel corso del suo percorso artistico all’interno di Banditaliana, ha dato vita nel 1994 al suo Swinget con cui ha intrapreso un interessante percorso di ricerca nell’alveo del gipsy-jazz dando alle stampe due album tra il 1996 e il 2002. Recentissimo è il terzo disco del gruppo, “Tito Tariero”, che raccoglie dodici brani tra inediti e riproposizioni, registrati in presa diretta a casa dello stesso Geri. Durante l’ascolto emerge chiaramente come la registrazione abbia conservato intatta l’atmosfera rilassata e confidenziale delle sessions, con Maurizio Geri e Luca Giovacchini a dialogare con le chitarre supportati dal contrabbasso di Nicola Vernuccio, dalla fisarmonica di Giacomo Tosti e il clarinetto di Michele Marini. I brani mescolano spunti ed ispirazioni diversificate spaziando dal gipsy-jazz francese alla tradizione musicale italiana fino a toccare la world music e la canzone d’autore. Brillano così brani originali come la trascinante “Ali’s Wing”, la sognante “Gingillone” e quei due gioielli che sono “Rapido Per Algeri” e “Algeri” con la prima a fare quasi da intro alla seconda con la linea melodica che richiama i suoni treno. E che dire poi delle altrettanto fascinose “Foresta” e “Piccolo Valzer”, che mettono in luce la grande eleganza dell’interplay tra le due chitarre e la fisarmonica. Parte rilevante e determinate del disco sono anche le rielaborazioni di alcuni standard come “Hunn o pani naschella”, “Melancolia”, “Cette nuit là”, tuttavia il brano più intenso è senza dubbio quella “Melodie Au Crepuscule” di Django Reinhardt, che Geri alla chitarra ripropone in modo superbo, riuscendo ad eguagliare la bellezza dell’originale. Non manca un brano di impostazione cantautorale come “Presente Archeologico”, che conferma il chitarrista toscano come eccellente autore in grado di mescolare ottime strutture melodiche a testi densi di poesia. “Tito Tariero”, raccogliendo tutte le istanze artistiche e tecniche di Maurizio Geri, è una fotografia perfetta del suo essere musicista a tutto tondo, evidenziandone molto bene tanto la curiosità e la ricerca quanto la sua capacità di dare vita ad un suono di insieme efficace ed elegante. 



Salvatore Esposito