Il Mare di Suoni di Bandadriatica

Intervista a Claudio Prima 

Metafora di secolari crocevia umani, il Salento musicale di oggi volge quasi necessariamente lo sguardo verso l’altra sponda dell’Adriatico, cercando congruenze tra passato e presente migratorio, lasciandosi sedurre dalla potenza sonora del mondo popolare di area danubiano-balcanica, così densamente stratificato, pieno di commistioni, di ponti culturali. Non sfugge a questo fascino la Bandadriatica, giunta al terzo album, dopo i precedenti Contagio e Maremoto. Capeggiata dall’organetto di Claudio Prima, la ciurma comprende Emanuele Coluccia (sax alto e tenore), Redi Hasa (violoncello), Vincenzo Grasso (clarinetto, sax tenore), Andrea Perrone (tromba), Gaetano Carrozzo (trombone), Giuseppe Spedicato (basso elettrico), Ovidio Venturoso (batteria, cajon). Con Arriva la banda! il combo pugliese si esprime con piglio arrembante, tenendo insieme modi degli ottoni balcanici, stilemi jazz, slancio rock, e note di casa che si ritrovano soprattutto nella canzone d’autore. Il viaggio per mare è ancora l’imprescindibile principio narrativo. “Andare per mare è innanzitutto passione per lo smarrimento. Suonare del mare è passione per il racconto di questo smarrimento. […] Ci siamo smarriti nella magia antica delle isole greche e nei paradossi d’Albania , dietro le quinte Croate e Montenegrine invisibili ai turisti e nel mondo a venire Istriano, per ritornare mille volte a casa, in Salento. Abbiamo deciso, infine, di usare le nostre parole, la nostra lingua, le nostre note, che si sono rivelate, in fondo, le uniche possibili”, chiosa la Banda nelle note di presentazione del disco. Claudio Prima, incontrato al Medimex di Bari, ci guida a bordo del vascello di Bandadriatica. 




Claudio, qual è il clima a bordo? 
C’è un grande entusiasmo in questo periodo perché la ciurma sta raggiungendo un po’ di tappe in questo viaggio, interminabile, attraverso l’Adriatico perché ci siamo messi appresso ad una scommessa che ci terrà a bordo impegnati per molto tempo. Il viaggio si fa entusiasmante perché in questo periodo Arriva La Banda! ci sta facendo arrivare a tante orecchie ed occhi nuovi, perché la mia musica insieme a loro, come la musica appresso alle bande, cammina anche per immagini, perché il videoclip di Arriva La Banda, che è stato inserito anche nella compilation di Puglia Sounds distribuita con XL di Repubblica, è finalista, essendo stato scelto tra 25 migliori video italiani, per il premio PIVI e anche per il premio PQI tra i trenta finalisti. Stiamo sfondando delle barriere inaspettate all’inizio di questo viaggio. 

Nelle note di Contagio, il vostro primo album ipotizzavate un linguaggio tra bande dell’ovest, nostrane, e fanfare dell’est. In Maremoto, poi, questo immaginifico solcare il mare diventava un vero e proprio viaggio attraverso i porti dell’Adriatico, ora con il terzo disco, vi aprite ad un nuovo viaggio che vogliamo ricostruire con te attraverso gli incontri e le emozioni… 
È un gruppo che è giunto al sesto, quasi settimo anno di vita, ciclicamente ripercorre come un giro di campo il periplo dell’Adriatico e ad ogni giro, ogni esplorazione, sono tantissime le esperienze frutto della propria storia e del proprio percorso che suonano ogni volta in maniera diversa. Contagio era una prima esplorazione, era legato alla nostra terra di appartenenza, c’era molto della banda della tradizione italiana, c’era molto della forma canzone esplorativa con lo sguardo rivolto all’Est ma con i piedi ancora ben piantati a terra. In Maremoto c’è stato un secondo giro, questa volta via mare, e già la musica lì si è nutrita di tutti gli apporti che abbiamo vissuto sulla nostra pelle in viaggio. La forma musicale si è modificata ulteriormente, il suono è maturato, lo stare insieme in mezzo al mare si trasmutava in uno stare insieme sul palco molto più percepibile da parte di tutti, perché dava il senso di un gruppo di marinai, di musicisti, di sperimentatori. In questo terzo giro c’è una forma di maturazione sonora che arriva quasi a toccare un linguaggio… un nuovo linguaggio, che è quello che ci siamo proposti come obiettivo della ricerca all’inizio del nostro percorso. Questo linguaggio comincia ad essere riconoscibile, noi stessi applichiamo la nostra lingua a questa musica che in qualche modo riscrive le musiche dell’Adriatico…. Ed è un buon modo per poter comunicare, cioè avere un linguaggio su cui poggiare il proprio messaggio. 

C’è stato uno sviluppo musicale che ha accentuato la presenza di brani cantati. La canzone d’autore è per voi un punto di approdo? 
In questo momento è più uno strumento per rendere partecipe l’ascoltatore di una serie di esperienze che noi riteniamo fondamentali per instillare una cultura dell’incontro. Per noi è molto importante far passare l’interno delle nostre canzoni e quindi della nostra musica ma anche il racconto che c’è dietro la Bandadriatica, dietro la storia della Bandadriatica e quindi anche il live che esprime in forma spettacolare questa storia. Dietro a tutto c’è un grande messaggio, che noi dobbiamo salvaguardare, rendere accessibile, sostenibile ed è per questo che viene filtrato e scomposto nelle sue mille possibili interpretazioni delle nostre canzoni. C’è una cover di “Ma Come Fanno I Marinai”. Sia il titolo che il testo esprimono la nostra storia ante litteram con quarant’anni di anticipo. Qualcuno parlava di marinai e in qualche modo ci siamo sentiti chiamati in causa. Soprattutto però abbiamo voluto omaggiare una canzone d’autore italiana a cui facciamo riferimento, perché sono state quelle canzoni, quelle di Dalla, di De Gregori, le canzoni degli anni Settanta a formarci almeno dal punto di vista della scrittura e facciamo riferimento ad una qualità della canzone d’autore che è andata un po’ perdendosi in mezzo al mare negli ultimi anni, è andata un po’ sfumando all’orizzonte. 

Nella vostra ricerca di assonanze adriatiche vi siete mai confrontati con esperienze storiche come quella dei veneti Calicanto nell’uso delle timbriche delle forme musicali dell’Adriatico settentrionale e centrale. 
Fa parte dei nostri ascolti questo sicuramente e delle suggestioni che abbiamo colto prima di intraprendere questo viaggio, e fa parte anche degli obiettivi come se la distanza rappresentasse un nuovo punto di arrivo. Il fatto che l’Italia del nord e dell’Istria siano le tappe più lontane da raggiungere per noi che siamo a sud dell’Adriatico, significa che lì c’è una nuova fonte di ispirazione, un nuovo ambito di ricerca che non vediamo l’ora di andare ad incontrare. 

Tra le voci presenti alcune tra le maggiori rappresentanti femminili del revival salentino, Maria Mazzotta, Enza Pagliara, Anna Cinzia Villani. 
“Jatatorce” è il brano che loro cantano in dialetto salentino, è un esperimento che racconta molto del nostro modo di approcciare la musica. È un brano cantato in dialetto ma di ispirazione bulgara. È come se le voci salentine si facessero bulgare nelle armonizzazioni e nella metrica del canto, è una forma sperimentale in cui si intende perfettamente come ci sia un richiamo quasi ancestrale tra tutte le musiche corali dell’Europa, in questo asse virtuale che collega il Salento alla Bulgaria, in questo esperimento che noi abbiamo chiamato con un nome virtuale: “Jatatorce”, che non significa nulla e non è una parola di senso compiuto… Abbiamo voluto creare un legame. La musica in quel caso fa da perfetto collante, questo 5/8 assolutamente inedito per il Salento lascia spazio invece ad un racconto simbolicamente molto forte che è tutto salentino.

Nei vostri incontri fatti in Salento durante il Festival de La Notte della Taranta, avete collaborato con Boban e Marko Markovic ci puoi parlare di questo incontro? 
È stato strabiliante, perché abbiamo ascoltato da sempre Boban Markovic e, ultimamente, anche suo figlio Marko, perché tra le varie brass band d’Europa sono veramente il top. Avere modo di scambiare direttamente con loro e di suonare sullo stesso palco, oltre a renderci un grande onore ci ha restituito anche una forma molto importante della qualità dei musicisti che è quella della capacità di lasciarsi partecipare. Quindi loro con grande sensibilità e grande entusiasmo hanno incontrato pienamente la nostra musica e si sono lasciati coinvolgere sia musicalmente sia umanamente in questo concerto, sono diventati parte della ciurma. Sono saliti a bordo e si sono lasciati divertire, e questa è stata una grande lezione per noi perché umanamente ci hanno insegnato che nella musica non possono esistere barriere di nessun tipo né artistiche né umane, e che l’umiltà è la prima chiave per affrontare nel migliore dei modi ogni incontro. 

Un altro progetto in cui agisci è quello degli Adria, antico nome della città di Zara, con Redi Hasa al violoncello ed Emanuele Coluccia al sax. 
Siamo da sempre stato il nucleo operativo della Bandadriatica, sia dal punto di vista compositivo che dal punto di vista concettuale. Il gruppo nasce da noi tre, noi tre Adria e in qualche modo con loro per la prima volta abbiamo cominciato a pensare a come costruire un ponte virtuale tra Salento e Albania e con loro abbiamo provato tutti e tre davanti agli strumenti a scrivere qualcosa di nuovo. In questi anni, ormai sono sette otto che lavoriamo insieme si è creato un grande rapporto professionale e di amicizia, abbiamo sempre da scambiare una quantità di musica straordinaria. In questo rientra anche il nuovo progetto che riporta un po’ il meglio delle nostre esperienze adriatiche. 

Dallo spartito al concerto, come e cosa cambia nel vostro suono? 
Completamente. C’è sicuramente una grande voglia di comunicare quello che proviamo in quanto viaggiatori prima che musicisti: per fare questo bisogna lasciarsi coinvolgere e per comunicare in maniera autentica un messaggio in cui noi crediamo e crediamo fortemente, c’è bisogno di darsi. Può avvenire solo con uno scambio relazionare vivo ed è quello che avviene sul palco nei confronti del pubblico. 

Ho letto che nel prossimo futuro viaggerete verso Istanbul. Quali i propositi do questa nuova rotta? 
Probabilmente lì c’è questa chiave di volta di un possibile linguaggio originale, di un possibile big bang della musica adriatica. La musica turca ha influito tantissimo nelle musiche dell’Adriatico: la troviamo nelle melodie comuni albanesi croate e salentine. C’è una matrice croata anche nei nostri volti nelle nostre sembianze, dobbiamo andare lì a scoprire se siamo figli dei turchi, dei saraceni… 
Grazie, Claudio. Buon Vento! 



Bandadriatica – Arriva la banda! (Finisterre) 
L’attacco spavaldo di fiati ne “La Notte non è di nessuno” ci proietta subito nel mondo bandistico degli slavi del sud, poi nel clima festaiolo prodotto da vigorosi uptempo si innestano fraseggi jazz, rock e forma canzone. Non muta il clima nella spensierata “Quando arriva la banda”, anch’essa firmata da Claudio Prima (organetto, voce). Con questo nuovo lavoro, edito da Finisterre con il contributo di Puglia Sounds, i pugliesi di Bandadriatica, alfieri di una musica in transito, hanno fatto decantare viaggi, incontri, insegnamenti, incentivando la scrittura autorale, limando leziosità ritmiche ma mantenendo inalterata la passione per i tempi asimmetrici: ascoltare “A14”, “Valzebù”, “Durrës”, o ancora la conclusiva “Balcaneve”, tutti strumentali sbocciati dalla penna di Emanuele Coluccia, colonna portante del suono robusto degli ottoni, dove tempi zoppi popolari dell’est Europa, virtuosismo, impennate jazz, citazioni di Chačaturjan e abbraccio mediterraneo si (con)fondono. In “Tangenziale uscita 3” il clarinetto di Vincenzo Grasso si erge da protagonista librandosi in notevoli solo, il gusto danzereccio si mantiene preponderante, pur non oltrepassando talvolta una certa routine bandistica. Altrove, il vortice delle ance si placa mettendosi al servizio di una profonda, vitale liricità che ne “La vita che danza”, concepisce il viaggio come “passo oltre”, una dislocazione esistenziale e metafisica, o che scava in suggestioni, desideri, tribolazioni di approdi sognati, anelati, raggiunti: “Al porto si balla in re minore/ Con le braccia tese a trattenere il dondolio perenne di un barcone”, canta Claudio Prima ne “Il porto”, tra i risultati più rilevanti della maturità artistica raggiunta dalla banda. Invece, “Jatatorçe”, costruito su una polifonia di andatura bulgara su testo dialettale salentino, porta in scena tre autorevoli voci femminili locali (Maria Mazzotta, Enza Pagliara, Anna Cinzia Villani). In sintonia con lo stile errabondo della banda, è la deferenza verso un classico della canzone d’autore italiana, quel “Ma come fanno i marinai” – peraltro pienamente a tema – trasportato musicalmente in una taverna egea, con tanto di bouzouki (Luca Tarantino) e darbouka (Roberto Chiga). 


Ciro De Rosa