Luigi “Grechi” De Gregori, La Poesia Del Country Rock In Italia

A nove anni dall’apprezzato “Pastore di Nuvole” e a cinque dalla raccolta “Ruggine”, Luigi Grechi torna con un nuovo album “Angeli e Fantasmi”, che lo vede non solo riappropriarsi del cognome De Gregori, ma anche mettere in fila un pugno di canzoni nuove, dense di poesia e liricità come nelle pagine più belle della sua discografia. Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione del disco, per approfondirne temi e contenuti, senza tralasciare uno sguardo nel suo vissuto artistico spaziando dal rapporto con il fratello Francesco, ai giorni del Folkstudio, fino a toccare il suo amore per Woody Guthrie. 

Come nasce “Angeli e Fantasmi”? 
Era il periodo del tour di Francesco De Gregori con il povero Lucio Dalla, e Stefano Parenti e Paolo Giovenchi non erano impegnati con la band, e poiché anch’io avevo un po’ di tempo libero, gli ho detto: “Perché invece di stare senza far niente non ci vediamo per suonare un po’”. Suonando, suonando, abbiamo cominciato a lavorare su “La Strada è Fiorita”, che è un brano scritto da Francesco quando era diciottenne. Quella canzone diceva delle cose che mi ronzavano in testa da tempo, e così ho pensato che avrei potute dirle anch’io a sessantotto anni. Si tratta di qualcosa di quasi profetico. Così l’abbiamo registrata, ed è venuta talmente bene, e talmente al di sopra delle aspettative, che ho deciso di rimettermi a scrivere dei brani, e registrarli man mano, uno alla volta. Il tutto in grande relax e tranquillità, e non è un caso che ci sia voluto quasi un anno per scrivere tutto l’album. Il fatto poi che contenga solo otto brani, è dovuto alla data di presentazione del disco che già era stata concordata ed offerta molto tempo prima dall’amico e fan, Renato Mazzetti. Alle session poi si sono aggiunti vari musicisti come Alessandro Valle, che già suonava con me nella Bandaccia e che Francesco, dopo averlo sentito ad una festa lo ha voluto nella sua band, ma quando è libero non manca mai di suonare anche con me ancora. 

Come mai poi hai scelto questo titolo, “Angeli e Fantasmi”? 
Viene da un verso di una canzone di Guy Clark di cui non ricordo il titolo, e in cui scrive appunto di un angelo o un fantasma. L’accoppiamento mi è piaciuto molto e così ben prima di cominciare a scrivere questo disco, sapevo già che si sarebbe chiamato così. In effetti poi a ben vedere di Angeli nel disco c’è solo “L’Angelo di Lyon”, mentre i fantasmi che aleggiano sono tanti come la guerra, la paura, le angosce, la politica. Colgo l’occasione per dire che il disco è stato completamente autoprodotto, ma ha una distribuzione ufficiale ovvero la Ducale, che distribuisce soprattutto musica classica e jazz di qualità come Enrico Rava e Keith Jarrett. Spero sia distribuito bene nelle grosse catene come Fnac, Feltrinelli, ed Amazon. Quello che posso dire che questa è un esperienza interessante perché mi trovo a fare anche il manager di me stesso. E’ un avventura, una parte dell’avventura anche questa. 

Una delle novità di questo disco è che ti sei riappropriato del cognome De Gregori… 
Quando ho iniziato, Francesco aveva già inciso dei dischi prima di me ed era già abbastanza famoso, la mia esigenza fu dunque di non voler essere confuso con lui. Era un modo per identificarmi, per creare una giusta distinzione tra i due senza essere incasellati o confusi, e non già gelosia o spirito di indipendenza. Del resto oltre al fatto che siamo fratelli, abbiamo avuto sempre un rapporto molto amichevole. Fui io a portarlo a Folkstudio, e le sue canzoni mi sono piaciute da sempre. Alla fine i conti sono andati pari, perché essere fratello di De Gregori è stato in parte un vantaggio, e in parte uno svantaggio, così alla fine non credo che ci sia nulla da dire. Ora questi problemi di identificazione non ci sono più, siamo abbastanza identificabili entrambi. Così quando Francesco mi ha detto: “Guarda sarebbe ora che tu usassi il tuo cognome vero”, ci ho pensato un attimo e mi sono mi sono detto, perché no? Così si elimina per sempre il solito discorso delle recensioni con il solito cappello in cui si dice che in realtà io mi chiamo De Gregori e che sono fratello di Francesco. In questo modo si può parlare direttamente del disco, delle canzoni, invece che parlare di Francesco, anche perché io, De Gregori mi ci chiamo da prima di lui (ride). Insomma mi sembra che sia arrivata un età in cui di queste cose non me ne frega niente, non essendo più in un mercato. Il cognome Grechi era un nome d’arte. Era il cognome da ragazza di mia madre, e da qui è nata la famosa leggenda che fossimo fratellastri. Perciò ribadisco, se ce ne fosse mai bisogno, che siamo figli della stessa madre e dello stesso padre. Al momento di pubblicare il disco, partendo dal presupposto di cui dicevo prima, pensavo a che caspita di cognome potessi scegliere, mi misi addirittura a sfogliare gli elenchi del telefono. Alla fine dissi c’è un nome in famiglia, che è Grechi, è breve ed è facile, così pensai di usarlo in modo da fare contenti entrambi i rami della famiglia. Contenti o scontenti (ride) entrambi i rami della famiglia. La famiglia di mia madre è altrettanto meritevole come quella di mio padre, vanta illustri giuristi, avvocati e quindi perché no.. Quella paterna è, come noto, piena di bibliotecari. Nostro nonno materno credo che fosse un direttore della banda dei Carabinieri e quello paterno, oltre ad essere un insigne bibliotecario, per diletto suonava nelle osterie romane ai tempi del Sor Capanna, insieme ad un tenente dell’esercito e altre due persone di cui non ho più memoria, ed è un peccato che nessuno più della famiglia possa risalire a quegl’anni. Mio nonno suonava pianoforte, mandolino, chitarra e violino, i quindi talenti artistici saltano sempre una generazione. Supposto che siano talenti (ride). 

Il disco è dedicato ad alcuni dei grandi personaggi della musica in Italia… 
Sono quattro persone, che se ne sono andate, che non ci sono più. Sono stati partner silenzioni ed invisibili di tutta la musica che mi piace. 

Uno su tutti Giancarlo Cesaroni, che fu l’anima del Folkstudio… 
Giancarlo ha gestito il Folkstudio per tantissimi anni, ma va ricordato che fu aperto da Harold Bradley, un americano di colore, che aveva studiato all’università per stranieri di Perugia e aveva fondato i Folkstudio Singers, con cui si era esibito al Festival Di Spoleto, quello famoso di Bella Ciao. Poi si era trasferito a Roma per fare il pittore e nel suo studio, che era in via Garibaldi, 58, venivano artisti e pittori di tutto il mondo, parecchi dei quali erano anche musicisti a tempo perso, più o meno bravi. Se andate sul mio sito, troverete la foto della lapide fatta istallare dal Comune di Roma che, pur essendo di destra, ha fatto mettere là per ricordare il luogo dove nacque il Folkstudio nel 1961. Tutte le sere si concludevano tra canti, chitarre e schiamazzi, e tutte le sere arrivava la polizia, e puntualmente tutti i presenti facevano una colletta e pagavano la multa. Finché ad un certo punto si dissero: “invece di pagarci la multa, apriamo un locale con la formula del circolo culturale e politico, così siamo in regola con la legge”. E così nacque ufficialmente il Folkstudio. Credo nel 1968 o nel 1969 Harold poi tornò in America, si dice per i debiti che aveva per l’affitto del locale, ma quelli sono stati i problemi di tutti i Folkstudio, anche di quello successivo di Cesaroni. Non erano mai molto puntuali nel pagare l’affitto. Credo però che Harold se ne andò perché in quel periodo in America c’era il movimento di Martin Luther King per l’emancipazione degli Afroamericani. Giancarlo Cesaroni, che era uno dei soci fondatori, bontà sua si prese sulle spalle il Folkstudio e lo condusse nel periodo più glorioso che tutti conoscono. Mi dispiace che ci sia stata gente che se l’è presa a male per questo riconoscimento a Harold Bradley del Comune di Roma, ma d’altra parte è stato fondato da lui. C’è sempre spazio per scrivere la storia del Folkstudio e per ricordare Giancarlo. Così l’ho voluto dedicare innanzitutto a lui, perché se n’è andato. Harold invece è ancora felicemente vivo come vedete dalla foto sul mio sito. Il primo Folkstudio era assolutamente anarchico, non aveva una programmazione, non si sapeva chi avrebbe suonato la sera, eppure la gente era davanti alla porta chiusa a fare la fila prima che cominciasse. Se per caso poi capitava un momento che non c’era nessuno, Harold prendeva un pezzo di pietra di travertino e un martello, e cominciava a cantare, “When John Henry was a little baby, (sbag!) Sittin' on his daddy's knee (sbang!)” facendo così una piccola pièce teatrale per ricordare il lavoro della sua gente, quando era schiavizzata in America. 

Nei giorni del primo Folkstudio, sembra che fosse passato anche Bob Dylan da quelle parti…
Io non c’ero questo è certo, ma non ci trovo nulla di strano in questa cosa. Nei primi anni sessanta fino al 1968, erano anni in cui Roma era piena di giovani, che scappavano dalle tante dittature che c’erano nel mondo. Lo scià di Persia in Iran, le dittature sudamericane, gli americani che scappavano dal militare bruciando la cartolina di precetto, e fuggivano prima in Canada e poi in Scandinavia e da lì arrivavano a Roma. Piazza Navona era piena, senza esagerare, come un autobus di frikkettoni che da tutto il mondo venivano con la chitarra a tracolla. Quindi Dylan era confuso in questa gente qui, che veniva al Folkstudio di Harold Bradley perché già sapevano che partendo dall’America a Roma avrebbero trovato un posto dove potersi guadagnare un piatto di minestra suonando qualche canzone. Il pubblico del Folkstudio era un pubblico internazionale, cosa che però poi non ci fu con la gestione Cesaroni che era più italianizzante, quella è stata la culla della canzone d’autore italiana, mentre Harold era a dimensione internazionale fortissima, e qualunque frikkettone venisse in quegli anni sapeva che poteva andare là e suonare. 

Gli altri personaggi a cui è dedicato il disco sono Franco Lucà, Carlo Carlini e Franco Ratti..
Con Franco Lucà avevamo gusti musicali affini, nel suo Folk Club si suonava world music a trecentosessanta gradi, ma anche cantautori, musicisti country e bluegrass, musica da tutto il mondo insomma. Spesso mi sono trovato là anche da ascoltatore. Lui era un amico, e portava avanti questa musica diremmo di nicchia. Poi c’è Carlo Carlini, che mi ha dato la possibilità di conoscere, dividere il palco e stringere la mano ai miei cantautori preferiti di area texana, tutti da Guy Clark a Townes Van Zandt a Butch Hanckock, passando per Rick Danko, ed Eric Andersen. Tutti insomma quegli artisti che da sempre sono la mia ispirazione. Da ultimo, ma non meno importante, c’è poi Franco Ratti della I.R.D. ma anche della Appaloosa, che ha pubblicato dischi di diversi personaggi dell’area Byrds, di Peter Rowan. Tre ce li facevano sentire dal vivo, e un altro distribuiva i loro dischi in Italia. Quando ho lavorato per Chitarre, in cambio della pubblicità di Franco Ratti, andavo nel suo magazzino a prelevare i dischi da recensire. Quindi mi dispiace che siano scomparsi perché sono stati veramente l’ossatura della musica che continuo ad amare, e che continua ad andare avanti grazie ad altri che sono ancora lì. Lo avrei dedicato molto più volentieri ad altri personaggi che sono ancora vivi, ma mi sembrava che lo scherzo ancorchè appropriato non fosse adatto (ride). 

Parlando dei brani, cosa li ha ispirati, anche dal punto di vista musicale? 
Musicalmente in questo disco ci sono un po’ tutte le diverse direzioni e gli stili a cui sono affezionato, ma devo dire che non è stata una cosa premeditata. Come ho detto i vari brani sono stati registrati di volta in volta, chiamando poi i musicisti che ritenevo più adatti ed appropriati alla situazione. A cose fatte mi sono accorto che ci sono tutte le mie passioni, il tex-mex, la musica latino-americana, il folk, il country rock, c’è anche il rock blues come in “Senza Regole”. In questo brano Francesco suona l'armonica, che ritengo essere il suo strumento del cuore, la sua seconda voce. All’inizio volevamo solo una coloritura poi è diventato lo strumento portante del brano. “Al Falco e al Serpente” nasce da una riflessione sulla nostra epoca, che sarà ricordata allo stesso modo in cui noi consideriamo il medioevo. Le invasioni barbariche con le popolazioni che si muovono e portano altre abitudini culturali, alimentari, musicali. 

Nel disco c’è anche una nuova versione della tua traduzione de “L’Angelo di Lyon” che è stata incisa anche da Francesco De Gregori in “Per Brevità Chiamato Artista”… 
 L’Angelo di Lyon, non saprei come definirla, forse è un brano folk progressivo, dove c’è il contrabbasso suonato ad arco di Franz Mayer, quindi è un atmosfera che può essere definita anche europea. E’ una di quelle canzoni che è anche facile da tradurre, è una splendida la storia. 

"L'Angelo di Lyon" non è l’unico brano che hai tradotto, penso alla splendida versione di "Souvenir" di Goodman, portata poi al successo da John Prine. Qual è la difficoltà nel tradurre un brano dall’inglese all’italiano? 
La difficoltà di tradurre dall’inglese nasce dal fatto che questa lingua ha un contenuto altissimo di informazione per simbolo fonentico, per lettera, invece in italiano questo è bassissimo. L’inglese è fatto tutto di monosillabi, quindi è molto più cantabile di una qualunque parola italiana che finisce per vocale, e quindi con un suono aperto. Si dice che la lingua italiana sia una lingua musicale, e questo è vero, ma solo in apparenza perché questo si avverte nel sentirla parlare. In effetti è molto meno cantabile dell’inglese, dove le parole puoi allungarle, stirarle come vuoi. Prendi ad esempio War, puoi farla lunga, breve, invece la parola Guerra, là nasce e là finisce. Allora ci inventiamo le dizioni poetiche. A me non è mai piaciuta l’opera perché i librettisti erano costretti a fare delle rime come cuor, amor, in modo da poter allungare. Poi Francesco De Gregori se n’è inventata un'altra ancora, che poi è la ritmica della chiesa, quella delle prediche. I sermoni della chiesa sono sempre stati una fonte di ispirazione per chi faceva rock o blues, il cui suono viene proprio dalle prediche dei neri d’america, che hanno una loro musicalità e una loro ritmica e che si traduce subito in espressione musicale.
Se si ascolta Francesco De Gregori, che ha ispirato tutti quelli che si sono rifiutati di usare la rima cuor amor, si comprende come ci sia stato lo sviluppo di un fraseggio e di una ritmica cantautorale che è tutta abbastanza simile. Quindi la difficoltà principale di tradurre dall’inglese è proprio quella, ti devi mettere ed inventare. Non si può tradurre letteralmente, e capirai come queste traduzioni non siano vere e proprie traduzioni, ma piuttosto dei rifacimenti.  E’ il caso di Tom Russell che a “L’Angelo di Lyon” ha dato una ritmica proprio diversa, ma ad esempio Steve Young la fa con una ritmica molto più cantautorale. Nello stesso mondo americano le cover non sono quasi mai delle copie carbone, anzi uno che fa una cover, la fa rifacendola, perché non ha senso rifarla uguale. Qui in Italia invece si fanno le copie carbone, ci sono le cover band. Tornando alle traduzioni, le prime canzoni di Dylan, uscivano su degli spartiti che si potevano comprare, c’erano i testi, gli accordi e poi c’era sempre la traduzione italiana. Le traduzioni, fino ad un certo punto, erano firmate da Mogol, che a me non è mai piaciuto come autore, neanche cantato da Battisti, che riusciva a dare dignità a quei testi… proprio scritti male. Roba che se uno legge una canzone scritta da Mogol - e questa è una mia opinione perchè non voglio offendere nessuno e perché ognuno fa il suo mestiere - come fosse un tema, io gli darei cinque, cinque e mezzo, sei. Non si capisce niente. Battisti poteva cantare anche l’elenco del telefono, ma il vertice della sua carriera è stato Don Giovanni, con testi di Panella. Lì la grandezza di Battisti è uscita tutta. Io scrissi delle cose inverosimili recensendo quel disco e mi cancellarono anche la frase in cui dicevo che quel disco era “una delle più belle pagine del rock italiano”. Quella rivista aveva un'altra idea del rock, per me Battisti era rock, cosa c’era più rock di Panella trattato da Battisti? Ho in mente ad esempio Mr. Tamburine Man, che è una canzone dedicata ad un pusher e il tamburino era quello che gli passava l’LSD, era una canzone che diceva delle cose. Nella traduzione italiana era diventata un tamburino che girava per la strada. Blowin’ In The Wind, non so come l’abbia straziata, ma tanto nessuno le ha mai cantate quelle cose. Una cosa che pochi sanno, è che se uno traduce una canzone americana di successo, prende anche una piccolissima quota delle royalties del pezzo originario, perché si pensa che se uno traduce un pezzo in italiano, in qualche maniera lo promuove e quindi gli tocca una fettina di diritto d’autore del pezzo originale. Anche quando uno compra il disco di Dylan originale, al traduttore tocca sempre una piccolissima percentuale.
Mogol traduceva tutto quello che usciva all’epoca, e non gliene fregava nulla che nessuno le cantasse, alla fine ciò che gli interessava era depositare il testo alla SIAE come traduzione. Tutto questo avveniva con l’approvazione della società editrice di Dylan, che credo fosse la Ricordi. Ad un certo punto Dylan guardando i suoi rendiconti si accorse che dall’Italia gli arrivavano un sacco di soldi e vide che c’erano queste traduzioni di Mogol. Così chiesi di leggere la traduzione della traduzione. Non gli piacquero assolutamente e dopo di che disse ai suoi editori, di fare una diffida per Mogol per fargli azzerare tutte le sue tradizioni. Da quel momento in poi chiunque volesse tradurre un suo brano, gli avrebbe dovuto far leggere la traduzione della traduzione. Francesco è passato per tutta questa trafila con “If You See Her Say Hallo”, e alla fine Dylan ha approvato la sua traduzione, e come non avrebbe potuto? Lui ha fatto un lavoro eccezionale, per una canzone che era molto difficile da tradurre. Se fosse stato facile ci sarei riuscito anch’io. Mogol traduceva in modo che ogni nota musicale che corrisponde ad una sillaba fosse sovrapponibile tra italiano ed inglese, ma è una cosa impossibile, è necessario sostituire delle note, fare degli accorgimenti. Tutte quelle traduzioni che ho firmato sono canzoni che avrei potuto pubblicare come mie. Di fronte ad una causa per plagio, deve essere uguale lo spartito, bisogna prendere le battute, e vedere se sono sovrapponibili. Quelle di Mogol erano sovrapponibili al 100% quelle di Francesco non credo, ne tantomeno le mie. Così avrei potuto firmare vari brani come miei. Il discoro era che non cercavo una ispirazione ma volevo proprio tradurre. La difficoltà della traduzione è quella di usare l’italiano al posto dell’inglese che è più compatto e, come minimo, succede che per tradurre quattro strofe ne devi mettere sei, e così una canzone di durata normale, in italiano diventa molto più lunga. Una canzone di Tom Russell che ho tradotto “La Coperta Indiana” altro non è che un riambientamento, una riscrittura, poichè la storia la trasporto dall’America all’Appennino Italiano. Nella sua versione originaria era ancora più lunga, e quando mi trovai ad inciderla per il disco “Girardengo e altre storie”, il produttore Vincenzo Mancuso, che è anche un ottimo chitarrista, mi convinse a togliere delle strofe perché era davvero lunghissima, e nonostante tutto è ancora un brano di notevole durata. Ce n’è qualcuna che per miracolo, come Suveniers, che è venuta abbastanza fedele, perché ha una scansione ritmica particolare. Anche le canzoni di Tom Russell sono così, infatti l’ho tradotto spesso, e in qualche maniera la sua scrittura è più facile da tradurre. 

Come nel caso di “Ultime della Sera”… 
Si, questo brano è chiaramente debitore di una canzone della Carter Family degli anni venti, che era “Jimmy Brown The Newsboy”, che faceva così (e canta) “I sell the morning papers sir my name is Jimmy Brown/Everybody knows that I'm the newsboy of the town”. Sono due accordi e poi questo brano era in qualche maniera ispirato ad un altro brano ancora, che parlava di Charles Guiteau, l’assassino del presidente americano Garfield. Le canzoni country folk si assomigliano tutte. C’era un etnomusicologo che disse le canzoni folk americane sono due una è “Jesse James” e l’altra no (ride). Ed è veramente così perché le varie linee melodiche derivano tutte dallo stesso ceppo, che a forza di rimaneggiamenti e cambiamenti si sono trasformate in altri brani. 

Nel disco è presente anche “Quello Che Mi Resta” di Stefano Rosso.. 
Sono sempre stato affezionato a Stefano, lo conoscevo da quando strimpellava la chitarra in Piazza Santa Maria in Trastevere. Così mi ero ripromesso che prima o poi avrei voluto ricordarlo con una canzone. Sarebbe troppo facile, però, dire che eravamo amici. Dopo la morte di qualcuno, tutti si scoprono amici, e Stefano di amici non ne aveva, anzi ne aveva uno solo forse che era Giovannone il suo tastierista degli ultimi anni, e che, tra l’altro era molto più giovane di lui. Preferisco dire che a Stefano gli volevo bene, ma non posso vantarmi di essere stato suo amico, anche se abbiamo diviso strada e concerti. Ci telefonavamo alle tre di notte da ubriachi tutti e due, più lui telefonava a me in verità. Gli ultimi anni mi chiedeva di fare delle cose insieme, e gli rispondevo delicatamente di no. Prima di tutto, dicevo: “Guarda Stefano non è che se facciamo un concerto insieme viene il doppio della gente, perchè vengono sempre le stesse persone”. Però il motivo fondamentale era che lavorare con lui era difficile, perchè aveva un carattere pessimo. Quindi ho preferito non collaborare con lui, per evitare di non volergli più bene. Tuttora mi chiedo se ho fatto bene o ho fatto male, ma ognuno ha questi debiti con la propria coscienza. Non che mi senta in colpa, perché non gli ho mai fatto niente di male, però tutti sappiamo come era fatto. Lo conosce bene Andrea Tarquini che ora suona con me, e che a lungo è stato il suo chitarrista. Senz’altro era una persona amabile, gli si poteva voler bene, ma l’amicizia è un'altra cosa… 

Veniamo a “Torna Il Bandito”, che rappresenta la continuazione de “Il Bandito e Il Campione”...
 “Il Bandito e Il Campione” sin da subito mi era sembrata eccezionale. Era una bomba. Poiché con Francesco ci siamo sempre fatti sentire a vicenda le rispettive novità, gliela feci ascoltare e lui disse subito che prima o poi l’avrebbe voluta incidere. La prima versione che ho pubblicato risale al 1990 quando la incisi su “Azzardo”, una cassetta registrata dal vivo, ma al successo ci arrivò nel 1993 con la versione di Francesco che vendette cinquecentomila copie. Che la canzone funzionasse l’avevo capito subito, ma ci voleva un big come lui per portarla al successo, perché il mio pubblico è di nicchia. Francesco l'ha cantata in maniera ottima. Il potenziale nella canzone c'era e nel caso di Francesco c'era anche il pubblico. Mi dispiace che la storia sia stata buttata via quando è stata fatta la fiction. Io rispetto questo tipo cinema televisivo, e lo stesso autore e regista mi hanno detto che la fiction è una fiction perché racconta storie di fantasia. Anche quella de “Il Bandito e Il Campione” però è una storia di fantasia, perché non racconta nulla di certo, ci sono solo delle scene, dei flash, ma non è assolutamente la storia della fiction televisiva. Se avete letto il libro di Marco Ventura, a cui è ispirata la fiction, si nota che quest’ultima ha distrutto tutto il dato storico, inventando dei personaggi femminili, che poi in questa storia c’erano già e tutti di grandissimo livello. C’era una donna di Torino, che faceva parte della banda Pollastri, ed era un esempio di protofemminismo. Un personaggio interessantissimo insomma, sul quale si sarebbe potuto inventare un amore tra lei e il bandito, o fra lei e un altro componente della banda senza scomodare altre presenze. Di questa fiction non voglio dire ne bene ne male, semplicemente non era la storia che interessava a noi. Il libro è invece molto rigoroso e ci sono cose che non sapevo neanch’io. Conobbi Marco Ventura quando ancora stava scrivendo il libro, lui stava a Foligno perché stava scrivendo degli articoli post terremoto in Umbria. Ci incontrammo per caso e facemmo una piacevolissima chiacchierata e mi disse che stava scrivendo questo libro, e tutto quello che era venuto a sapere. Finì il libro, le edizioni mi chiesero il permesso di aprire il libro con i versi della mia canzone, permesso che io diedi più che volentieri perché avevo già letto degli stralci del libro che era assolutamente rigoroso, bello, e ben scritto.
Insomma la storia ci sarebbe e sarebbe interessante e credo che ne verrebbe fuori un film ricchissimo di spunti, perché non finisce con l’arresto di Sante Pollastri, che era anche una personalità interessantissima. Da un bandito così feroce, come racconta la leggenda, ci si aspetterebbe una reazione forte al momento dell’arresto, ma lui invece si fece mettere le manette senza neanche arrabbiarsi. Fu un detenuto esemplare, tanto che sedò una rivolta nel 1945 perché erano scappati tutti dal carcere. I galeotti avevano anche problemi di sopravvivenza e si erano rivoltati e lui riuscì a condurre le trattative fra gli Alleati che stavano occupando l’Italia e i detenuti e calmò le acque. Per cui poi fu graziato, non ricordo in che anno, e tornò a casa sua a Novi Ligure. Qui comincia la storia di “Torna Il Bandito”. La gente che aveva discusso al bar e all’osteria se c’erano rapporti fra il bandito e il campione, se era stato Girardengo che l’aveva tradito o meno. “Il Ritorno del Bandito” è la storia di Sante Pollastri dopo il carcere. Quando tornò era temuto da tutti, e tutti si aspettavano che ci fosse una resa dei conti con Girardengo, ma invece non ci fu niente. Questo non è certo storicamente, ma la gente raccontava che il bandito entrò dentro il negozio di biciclette che aveva messo su Girardengo, una volta ritiratosi dallo sport attivo. Io mi immagino il bandito che entra, Girardengo che tira giù la saracinesca del negozio, e dopo di che escono tutti e due, si salutano e ognuno va per la sua strada. La gente diceva che probabilmente Girardengo gli aveva dato dei soldi, e credo sia andata proprio così con il vecchio campione che aiutò il detenuto del suo paese, a tirare avanti. Lui tirò avanti portando in giro una bicicletta con su una cassetta per la frutta, non di plastica perché negli anni cinquanta non c’era plastica, e vendeva piccola maglieria per bambino, cioè magliettine, calzini porta a porta. Sposò una ragazza madre, diede un nome al figlio di lei. Dall’arresto in poi Sante Pollastri fu una persona assolutamente irreprensibile, anzi più che umano. D’altra parte, penso che dopo il primo omicidio, sentisse il peso del crimine, durante il processo in Francia spiegò perché aveva ucciso il Maresciallo Lupano, che fu la prima vittima. Il giudice gli disse bene questi sono i motivi del primo omicidio, e gli altri? Lui rispose dicendo che gli altri furono quasi obbligatori, perché non aveva più nulla da perdere, semplicemente continuava ad uccidere per scappare e non essere preso. Di vittime gliene attribuirono molte più di quante ne fossero in realtà però erano quindici o diciannove tra forze dell’ordine, francesi, italiane. Sul libro di Ventura sono spiegati comunque tutti i dettagli della sua storia. 

Che ne pensi della versione de Il bandito e Il campione di Tom Russell sul disco dei Barnetti Brothers? 
Mi piace assolutamente conosco benissimo lo stile e la rifà in stile mariachi, tex mex. Mi sembra giustissimo. Fa esattamente quello che faccio io riadatta, riambienta. Non capisco cosa c’entri con i Barnetti Brothers, la traduzione è di Tom Russell, la canta lui, e i Barnetti Brothers cantano solo “Ahiaiai Girardengo” nel coro. Non capisco perché l’abbiano usata come pezzo di punta di tutto l’album, quando in realtà è Tom Russell con la sua band e con tutto il resto del disco non c’entra nulla. Io sarei contento se la mettesse in un suo disco, intanto l’ha tradotta in inglese e magari un domani lo potrebbe fare anche qualcun altro, magari anch’io se provo a cantare in America. E’ un brano a disposizione di tutti. Un testo chiunque lo canti, basta che passi un anno e lo può cantare chiunque altro, senza chiedere permessi o autorizzazioni, basta citare l’autore. In questo senso la musica è gratis. Torna il bandito si conclude con la frase “c’è chi usa una vecchia pistola e chi ti ruba con la penna stilografica”, che in qualche modo ricalca un verso di Pretty Boy Floyd di Woody Guthrie… Woody Guthrie dice “qualcuno ti rapina ‎con una sei colpi, qualcun altro con una penna stilografica”, anche qui ho cercato di far emergere lo stesso concetto ma con parole diverse. Qualcuno mi ha detto però che prima di Woody Guthrie, anche Bertold Brecht aveva usato questa espressione. Probabilmente tanta altra gente lo avrà detto. Ci sono una serie di proverbi che sono di uso comune, come quello che dice è “meglio una coltellata che un pacchettino di carta bollata”. Sono tutte cose di origine popolare come “uccide più la lingua della spada”. 

Rispetto a "Pastore di Nuvole" come è evoluto il sound in questo disco? 
“Pastore di Nuovole”, a differenza di questo che è prodotto da me e Paolo Giovenchi, godeva di una produzione ufficiale di Guido Guglielminetti e in quel momento era il mio disco migliore, e teneva conto dei miei gusti. Il produttore di una grossa major, però, deve rispondere di un budget, oltre a starci dentro, deve anche confezionare un prodotto che sia consono agli standard commerciali. In questo caso non mi sono posto minimamente questo problema. Non c’era nessuno che mi diceva questa canzone non va bene, o bisogna aggiungere un ritornello, o fare un arrangiamento più accattivante. La responsabilità di questo non è solo del produttore ma anche di chi gli dà i soldi, delle radio che mandano avanti solo certi suoni. E’ un po’ come la moda, che è in mano alle persone che a livello mondiale rappresentano i pigmenti, che sono le basi per fare i colori, e hanno i loro grossisti internazionali. Quindi un anno va il blu, un anno un altro colore, bisogna far contenti tutti. Si mettono d’accordo, allo stesso modo accade per la musica. Un anno va l’etno-africano, un anno va questo, un anno va la tecno. Il discorso è che il mercato italiano per una major, come la Sony, è già un sottomercato. Loro si muovono solo per cose che avvengono a livello globale tipo che ne so la colonna sonora del “Re Leone”, e lì funziona alla grande. Del mercato italiano non gliene frega niente, è in perdita, è una cosa minima. Figuriamoci poi un Luigi Grechi all’interno di un piccolo mercato, è ancora più piccolo. Quel disco è solo una cortesia che hanno fatto a me, forse effettivamente perché ero fratello di Francesco e avevano anche un po’ di soldi da buttare via, e questo penso sia l’unico motivo per cui ho fatto il disco con loro. E non è che sia stato distribuito meglio di come lo sarà questo. Una delle cose su cui scommetto per “Angeli e Fantasmi” è proprio questa, riuscire a vendere le stesse copie che ho venduto con la Sony con una distribuzione piccola. E parliamo di poche copie, perché il disco non era distribuito come viene distribuito un disco di Baglioni, o di chiunque altro sia top. RCA, Sony, BMG, sono ormai una sola cosa, ma prima si mettevano d’accordo sul prezzo, e come sapete in Italia non abbiamo una legge anti trust, e con tutto ciò hanno dovuto pagare una penale enorme. Non si capisce infatti perché un disco che è costato un milione di euro, debba avere lo stesso prezzo di uno che è costato dieci mila euro. Quando sono in negozio costano tutti uguali. Oggi c’è una maggiore attenzione sulle differenze, ovvero tra le svendite autostradali di dischi di quarant’anni fa, che costano 3 Euro e novanta e le cui spese sono state già ammortizzate da anni ed anni, e anche a vendere il prezzo base della plastica e della confezione ci guadagnano sempre. Perché le grosse compagnie hanno interesse a fare i dischi oggi? Sono compagnie che sono appunto che con i dischi ci rimettono ma poi ti vendono i dischi vergine, i masterizzatori, i lettori, gli amplificatori, i circuiti e tutto il resto, e loro possono andare avanti a fare dischi in perdita tanto la gente dovrà pure sentirli da qualche parte. Io ho prodotto un disco da artista come se fossi un regista indipendente, questa è la differenza. Musicalmente Guglielminetti ha fatto ottimamente il suo lavoro, e io l’ho fatto lo stesso fregandomene di qual è il pigmento di quest’anno. E’ una scommessa, e non lo so se avrà successo. Sicuramente ci rimetterò i soldi che ci ho messo, ma il motivo perché l’ho fatto è un altro. Sono passati i tempi in cui, non dico diventavi ricco, ma vivevi tranquillo facendo un disco. Questi tempi sono finiti per sempre, anche perché è finito il disco. Resta il file, ma il disco non c’è più. Il file può diventare disco, penna usb, ma non si fanno più soldi facendo i dischi e tutti quanti i discografici stanno lì a piangere. E certamente piangerò anch’io, ma grazie a questo disco spero di rimettermi in pista e andare a suonare dal vivo con più frequenza. E’ questo quello che mi aspetto. 

Tornando a Woody Guthrie come sei venuto in contatto con la sua musica? 
Quando io incominciai ad interessarmi di folk americano non ero assolutamente in grado di capire il testo di una canzone. C’era però una biblioteca in Via Veneto, dove per la prima volta andai a leggere, il Capitale di Marx, Il Manifesto del Partito Comunista e che là li si potevano trovare in versione originale, a differenza delle altre biblioteche italiane dove spesso sparivano dagli scaffali o non erano accessibili. Oltre a leggere queste cose andavo lì a cercare i libri di Alan Lomax per trovare i testi delle ballate americane, e in un libro che parlava dei folksinger scoprii Woody Guthrie. Qua in Italia però non esisteva nessun disco suo, ma poi chiesi ad una mia amica, che era hostes, di comprarmi qualche suo disco quando andava in America. Lei mi portò Dust Bowl Ballads che cominciava con Tom Jod, e che tra l’altro era delle edizioni RCA americane. Non era la versione della Library Congress. Parliamo del 1965, qualche anno prima che morisse Guthrie. Poi comprai in Inghilterra una raccolta di canzoni e successivamente Bound For Glory il suo romanzo, e quindi cominiciò una vera e propria ricerca. Allora non c’era internet, non c’erano manuali per chitarra, non esistevano dischi, mp3, era una continua ricerca. Woody Guthrie è stata una grande ispirazione per me. 


Salvatore Esposito e Giommaria Monti

Luigi Grechi ”De Gregori” - Angeli & Fantasmi (Autoprodotto/Ducale) 
Giù il cappellaccio da cowboy, gente, che è di nuovo tempo di zingari felici, anime nella corrente, angeli & fantasmi di sua maestà country-folk Luigi Grechi, l’altro De Gregori. Barba profetica e testi pure, prospettiva del mondo on the road, centrata sul nocciolo della questione, come dio comanda e la canzone di contenuto pure. Otto tracce appena, ma servono a farsi un’idea del cantautore doc. Chi ne masticasse poco o soffrisse di memoria corta sappia che la storia della ballata d'autore è passata - e passa - anche dai suonatori per niente stanchi come il Grechi in oggetto; che più polvere e frontiera e mito americano di così soltanto il Denver delle higway stelle a strisce e/o (per restare alle nostre latitudini) lo Stefano Rosso di Vado, prendo l’America…e torno. Per gli idiosincratici agli album belli senz’anima e ancora meno idee, questo è il disco cinque stelle da non mancare per rifarsi (con gli interessi) orecchie e cervello. Il tempo passa e l’impegno pure, ma non per Grechi, che sotto l’egida di musica & parole rimesta nel sacco del suo passato remoto (Al primo canto del gallo); rivisita il Tom Russel di L'angelo di Lyon; omaggia il fratello illustre con ripescaggi d’antàn (La strada è fiorita), se la vede proprio con Stefano Rosso (Quello che mi resta); quindi rimpolpa la scaletta di tasca propria e inedita. Per mezzo di una quaterna di brani che si intrattengono su emigrazione indiana (Al falco ed al serpente), hit di stra-meritata fortuna (Torna il bandito, capitolo conclusivo de Il bandito e il campione), ritratti di newboy su sfondo di città (Ultime della sera) e manifesti rock blues (Senza regole), dove figura persino il sopra-evocato Francesco De Gregori all’armonica a bocca. La voce regge quanto basta, e dove la voce non può ci pensano la verve della chitarra e la sezione ritmica basso-batteria di Giovenchi & Parenti. Un sound discreto, al servizio delle parole, con dentro il sangue vivo della canzone d’autore. Senza contare, poi, che il popolo scombinato dei drop-out luigidegregoriani entra & esce dalle ballate stra-carico di vita vissuta e umanità: chi si re-inventa la vita in un maneggio, chi a un semaforo come strillone, chi lo fa per avversità della sorte, chi del cuore. Il quarto stato che resiste (a tempo, capitalismo, omologazione, pressapochismo, consumi di massa), e che Luigi Grechi non smette di cantare in senso paradigmatico. Fedeltà a se stessi e alle proprie idee, si diceva una volta. E allora, di nuovo, giù il cappello, signore e signori, che è tornato alla grande il pastore di nuvole, l’acchiappasogni con codino, barbone & chitarra, il folk singer Luigi Grechi che pare uscito fresco da un racconto West americano e per mia e vostra fortuna invece canta e suona e parla (benissimo) in italiano. Un cd senza uno straccio di ombra, questo Angeli & Fantasmi: discreto, sostanzioso, orecchiabile, che commuove. Una boccata d’aria pura nel miasma dei vuoti a perdere discografici che ci circonda. Oltre ai già citati Paolo Giovenchi (basso) e Stefano Parenti (batteria), il cast del disco si completa del supporto di Francesco Bellani (tastiere), Fiore Benigni (organetto), Leonardo Petrucci (mandolini), Andrea Tarquini (chitarra), Alessandro Valle (dobro e pedal-steel) e Franz Mayer (contrabbasso ad arco in L'Angelo di Lyon). Che dite, basta per un’ovazione? 


Mario Bonanno