BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 28 novembre 2012

Numero 79 del 29 Novembre 2012

Mentre chiudiamo questo terzo numero di novembre, le valige della "flying squad" di Blogfoolk sono già pronte per partire per Bari, destinazione Medimex, a cui dedicheremo un lungo speciale la prossima settima. Ad aprire questa nuova edizione c'è una lunga ed interessantissima intervista con Patrizio Fariselli, in cui abbiamo approfondito l'atteso come back album degli Area, Live 2012. La rubrica I Luoghi della Musica approda a Cagliari per il Premio Parodi, di cui Ciro De Rosa ci racconta nel suo lungo approfondimento. Non non mancano ovviamente le recensioni con il Consigliato Blogfoolk che in questo numero va a The Young 'Uns, i Kalàscima che vedremo venerdì dal vivo al Medimex, il nuovo disco di Salif Keïta, e il primo album in studio di Quartiere Tamburi. Completano il numero la recensione del bel volume dedicato a Stefano Rosso di Mario Bonanno e Stefania Rosso, il tributo a Woody Guthrie degli italiani Lowlands e l'immancabile e prezioso Taglio Basso di Rigo.

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Gioia e Rivoluzione: Il Ritorno degli Area

A quartant’anni dalla pubblicazione del loro primo album “Arbeit Macht Frei”, Patrizio Fariselli, Paolo Tofani e Ares Tavolazzi, ovvero tre dei componenti storici degli Area hanno incrociato di nuovo le loro strade. Sebbene nel gruppo manchino due figure importanti come Demetrio Stratos e Giulio Capiozzo, il nuovo corso del gruppo, partendo dalle radici del passato guarda verso il futuro, senza nostalgia o rimpianto ma piuttosto con una rinnovata curiosità nell’esplorare nuovi suoni e strutture musicali. In occasione della pubblicazione di Live 2012 che documenta il tour della reunion, abbiamo intervistato Patrizio Fariselli e con lui abbiamo approfondito il nuovo corso della band, il nuovo album, senza perdere di vista la sperimentazione sonora e la ricerca. 

Come è nato Live 2012, disco che nasce da due anni di tour di Reunion con i membri storici degli Area? 
All’origine di tutto c’è il desiderio e il piacere di riprendere a fare musica assieme. La Reunion è cominciata due anni fa, estemporaneamente, con un concerto a Siena in memoria di Demetrio Stratos, organizzato da Mauro Pagani e nel quale eravamo invitati singolarmente a portare il nostro lavoro. Io mi esibii in piano solo e con una danzatrice, mia sorella Loretta Fariselli, Ares Tavolazzi suonò con il suo trio, e Paolo Tofani si presentò con il suo set elettronico. Ognuno eseguì il suo repertorio e alla fine facemmo una jam session, breve, ma intensa; e lì, di fronte a quel bellissimo pubblico, è nata la scintilla che ci ha fatto tornare assieme . E mi sono detto, ma guarda un po’, non ci si può distrarre una trentina d’anni che si trovano i vecchi compagni, non solo ancora vivi e vegeti, ma che fanno anche cose molto interessanti, per quanto formalmente lontane l’uno dall’altra. La diversità di vedute musicali, contrariamente a quel che si può pensare, è un elemento formidabile per la coesione di un gruppo come gli Area. Tramite l’interscambio, produrre qualcosa di nuovo, stimolare la fantasia degli altri, questo è sempre stato il nostro modo di procedere. A Siena ci siamo lasciati con la promessa di rivederci, e poi, qualche mese dopo, ci siamo ritrovati a Bologna per due concerti, una sera dietro l’altra. Il primo in trio, senza percussioni, e l’altro con un amico, U.T. Gandhi, un grande batterista con il quale ogni tanto suoniamo, anche se il batterista ufficiale della formazione è Walter Paoli. Queste due occasioni furono talmente divertenti che decidemmo senza dubbio di proseguire l’attività. Nei successivi concerti utilizzammo una formula particolare, che è documentata sul disco. Inizia Paolo Tofani, da solo, e suona quanto gli pare, a volte anche un quarto d’ora, o venti minuti (ride). A lui poi mi aggiungo io, e insieme facciamo un duetto; dopo di che, Paolo se ne va e io suono un pezzo di piano solo; poi sale sul palco Tavolazzi e suoniamo in due, poi io me ne vado e lascio solo Ares, e così via. Uno dei due cd documenta questa parte. Praticamente iniziamo a suonare tutti assieme, in quartetto, dopo almeno tre quarti d’ora. Questa esigenza di iniziare gradualmente e arrivare senza fretta alla musica d’insieme, ha due scopi fondamentali: il primo è quello di fare il punto della situazione, di mostrare qual è stato il percorso di questi trent’anni, quali sono le cose che ci interessano in questo momento; e il secondo è un modo di riprendere confidenza, di annusarsi, piano piano, senza fretta; e questo non aver fretta innesca un altro gioco, questa volta nei confronti del pubblico, mi riferisco soprattutto a quelli della mia età, quelli che chiamo i “combattenti e reduci” (ride) che molto spesso vengono a sentire gli Area per rivivere momenti della loro giovinezza e hanno fretta di sentire i pezzi che conoscono, invece si trovano di fronte a un sacco di musica nuova, per un bel po’. E’ anche un modo per dire: se vuoi ascoltare gli Area stai lì e ascolta chi sono gli Area adesso, senti perché hanno deciso di sfoderare la vecchia bandiera. Questa prima parte è dunque fondamentale. Dopodiché inizia l’esibizione in gruppo e si va avanti ad abundantiam. I concerti possono durare anche due ore e mezza e c’è modo di saziarsi. 
Si attacca a fare musica d’insieme, con una rivisitazione del repertorio storico del gruppo, guai a non farlo, ci sono pezzi che sono monumenti nazionali (ride). Noi però li affrontiamo con grande disinvoltura, sia chiaro. Innanzitutto evitando di fare il verso a noi stessi, non potremmo sopportarlo. Introduciamo tutta una serie di elementi, negli arrangiamenti e nello sviluppo delle parti, completamente nuovi, e molto diversi da come li facevamo negli anni settanta. Abbiamo scelto di eseguire musica strumentale, senza cantante, a parte l’ospitata di qualche amico, ogni tanto, come Maria Pia De Vito che sul disco canta Cometa Rossa; però sostanzialmente è musica strumentale, che va ad esplorare potenzialità che i brani avevano al loro interno, ma che forse allora non sono state espresse compiutamente. In quest’ottica andiamo a ripescare brani meno famosi come “Nervi Scoperti”, che negli anni settanta abbiamo inciso e praticamente mai suonato dal vivo. Ciò succedeva perché cominciavamo ad accumulare tanto materiale musicale, e alcuni pezzi nati in studio sono finiti lì, senza avere un seguito nei concerti, senza una successiva elaborazione. Un altro brano che vogliamo rimettere in pista sarà “Megalopoli”, dal tema meraviglioso, che allora affrontammo in una certa maniera e che, guardandolo adesso, vediamo sviluppato in maniera insufficiente (ride). Quel pezzo ha ancora molte cose da dire… e le diremo. O un altro pezzo potrebbe essere “ZYG - Zero Year Growth”, che probabilmente andrà sul prossimo disco. Questo per dirti che a noi interessa il work in progress, non a caso questo è un disco live, che documenta questo tipo di interesse. 

Sono passati trent’anni dal vertice della vostra esperienza come gruppo, è passato un grande personaggio come Demetrio Stratos, Giulio Capiozzo… 
Certo, la maggior parte del pubblico conosce gli Area come quintetto, con la formazione con cui abbiamo registrato la maggior parte dei dischi, ma nel nostro gruppo sono passati altri grandi talenti che non hanno lasciato molti segni nella storia discografica, ma che nell’attività performativa, in concerto, sono stati determinanti: parlo di Eddy Busnello, grandissimo sassofonista che suona nel primo disco, Massimo Urbani, che è stato con noi tra il 1973-1974, e Larry Nocella, tutti grandissimi artisti prematuramente scomparsi… Poi ovvio che si parli soprattutto di Demetrio Stratos e Giulio Capiozzo, elementi fondamentali del gruppo, che ci mancano tanto. 

Nella storia recente c’è stato anche un ottimo chitarrista jazz come Pietro Condorelli… 
Sì, il Condor, anche lui ha suonato con noi, abbiamo fatto molti concerti insieme. E poi c’è stato anche Paolino Dalla Porta, al contrabbasso, tra il 1996 e il 1997, con me e Giulio Capiozzo. Il fare musica, così come lo intendiamo noi, è una cosa molto viva e fluida; gli Area intendono definire una progettualità, un percorso... Area è il cappello dove coesistono delle tensioni, naturalmente ci sono delle costanti, che rimangono tali, ma è una dimensione variabile, anche se poi i dischi storici, chiamiamoli così, anche se mi fa un po’ ridere, sono stati fatti dal quintetto. 

In Live 2012 siete riusciti a non far sentire la mancanza di Demetrio Stratos. Nei vari brani c’è una liricità che evoca la sua voce… 

Questa è una cosa che, da un lato, mi fa piacere. Se ci pensi, la musica degli Area è sostanzialmente strumentale, con ogni tanto interventi vocali. In fondo non abbiamo mai fatto canzoni, se non in un paio di occasioni, quindi non è che la musica del gruppo si appoggiasse sul cantante, come nel 99% dei gruppi; anche Stratos era un musicista che usava la voce, era un pianista; suonava l’organo con me, eravamo due tastiere, una particolarità non indifferente, anche di una certa difficoltà. Era anche compositore, un progettista di musica, come tutti noi, e poi aveva questa voce pazzesca che nel gruppo usava in quel modo, in modo a volte parco, rispetto alla parola, ma esuberante per quello che riguarda il suono. Ecco perché, a chi conosce i nostri dischi e la nostra storia, pare quasi di sentire Demetrio che viene fuori, anche nelle cose che facciamo adesso. Se fosse vivo, sarebbe qui con noi a farsi delle risate… 

La struttura del disco inverte quello che è l’ordine della vostra esibizione in concerto… 
Abbiamo dovuto dividere la mole di musica in due oggetti differenti, due dischi. Non è una cosa cercata. Per noi, sul palco, è un fluire unico, si va dal minimo al massimo, dal rarefatto ad una massa imponente di suoni. Su disco abbiamo solo invertito i numerini (ride) perché è una comunicazione di tipo differente. E poi non è la scaletta esatta dei concerti, abbiamo voluto cominciare con “La Mela di Odessa” perché è un pezzo nel quale il gioco ha la predominanza; Paolo si permette delle licenze rispetto al testo originario, improvvisando, perché è un burlone (ride) molto serio… 

Hai accennato a Maria Pia De Vito, così mi piacerebbe soffermarmi su Cometa Rossa.. 
Come ti dicevo prima, rimane un po’ l’atteggiamento di gruppo aperto inaugurato nel 1975 nel disco "Maledetti". Gli Area decisero che avevano bisogno di aprirsi: volevamo rompere la logica dell’ensemble chiuso, anche se il rapporto costruito nel tempo, tra noi musicisti “titolari”, era molto intenso; il gruppo doveva aprirsi. Abbiamo cominciato ad accogliere degli ospiti e continuiamo anche oggi: due anni fa, con Mauro Pagani, siamo stati a suonare a New York. In passato, negli Stati Uniti, avevamo sempre trovato le porte chiuse, per motivi politici, ma finalmente ce n’è stata data la possibilità. Là si sono aggiunti altri musicisti, il batterista J.T. Lewis e Marco Cappelli, un chitarrista italiano che è venuto a trovarci. Anche con U.T. Gandhi, batterista e percussionista, come dicevo prima, ci piace trovarci a suonare. E, naturalmente, con Maria Pia, che ha molte analogie con il lavoro di Demetrio; parlo di analogie di principio: anche lei è una musicista che usa la voce. Maria Pia è una punta di diamante della musica vocale italiana, proprio per il fatto di essere prima di tutto musicista, e di un professionismo pazzesco. Ha avuto la grande intelligenza di ispirarsi alla vocalità di Demetrio senza scimmiottarlo. E’ arrivata a suonare con noi quasi senza prove, ma durante il primo concerto che abbiamo fatto, sembrava che avessimo suonato insieme da sempre. Ci ha restituito le parti strutturali in cui era determinante la voce, aggiungendovi la sua personalità, regalandoci il suo lavoro e il suo talento; in modo molto coerente con il tipo di ricerca che sta portando avanti il gruppo. “Cometa Rossa” documenta questo tipo di percorso e di atteggiamento. Nel duetto che facciamo come introduzione, lei porta agli estremi le sue possibilità vocali, giocando fino a confondere il confine tra la voce naturale e quella del sintetizzatore. E’ una cosa che ci ha molto divertito, ed è stata estemporanea, improvvisata. Noi siamo tutti improvvisatori e diamo grande importanza alla performance, alla musica fatta in quel momento, con quella gente, in quel posto. Questo è l’altro motivo per cui abbiamo scelto di fare un live, rubando qua e là alcuni momenti di vita vissuta. Comunque, tornando a “Cometa Rossa”, sono certo che Demetrio stesso sarebbe contento di sentire quel pezzo cantato in questo modo. 

Un altro brano che mi ha colpito molto nella nuova versione è la storica “Luglio, Agosto, Settembre (nero)”. Quanto è attuale ancora questo brano? 
Purtroppo, moltissimo. Nonostante sia uno dei brani più vecchi che abbiamo fatto. Parliamo di quarant’anni fa… il prossimo anno c’è il quarantennale del gruppo! Allora, parlammo del problema del popolo palestinese cercando, in qualche modo, di mettere sul piatto le loro istanze, invitando a risolverle. E’, non solo triste, ma vergognoso, che a quarant’anni di distanza non sia cambiato nulla! Quindi un po’ mi disturba che questo pezzo sia di così tragica attualità… Per questo è importante continuare a farlo, affinché se ne parli… Dal vivo facciamo un’azione, prima di questo pezzo, che non è venuta documentata nel disco perché è stata scelta una versione in cui non c’era: prima della voce araba invitiamo il pubblico a frugarsi nelle tasche e tintinnare le loro chiavi per un lungo momento, insieme a noi. Questo in omaggio ai cittadini palestinesi, che si tramandano di padre in figlio le chiavi delle loro vecchie case, chiuse e sequestrate dagli israeliani. Molte di quelle case furono abbattute e ciò che resta è solo quella chiave, un simbolo di ciò che, legalmente, dovrebbe essere la loro casa, la loro terra . Trovo questa cosa davvero terribile, ancorché piena di poesia. Così prima di “Luglio, Agosto, Settembre (nero)” facciamo un attimo di silenzio e facciamo risuonare questo suono fievole, ma dalla grande potenza evocativa. 

Il medley “Gerontocrazia/L’Elefante Bianco” apre il vostro suono verso la world music. La ricerca in questo ambito ha da sempre caratterizzato il vostro suono… 
Noi facevamo world music ante-litteram, siamo sempre stati curiosi. La curiosità e la ricerca sono le molle di tutti i musicisti che hanno fatto parte del gruppo. In particolare fu Demetrio che intraprese un percorso di ricerca delle sue radici levantine, lui era greco, ma di nazionalità cipriota e nato ad Alessandria D’Egitto. Il suo percorso musicale si era sviluppato in un’ottica occidentale, non a caso, aveva fatto le scuole inglesi in Egitto; cantava in inglese come fosse madrelingua, la sua cultura era quella del grande rock e del Rytmn and Blues americano, che suonava in modo incredibile. Ci fu però un momento in cui volse lo sguardo a oriente, verso la cultura dei suoi antenati, e cominciò un percorso di studio sulla musica balcanica e quella greca, e naturalmente, anche tutti noi rimanemmo affascinati da questo mondo. Conoscemmo questa musica partendo da un musicista americano che si chiamava Don Ellis, direttore d’orchestra ormai scomparso, che in un suo disco fece un pezzo che si chiamava “Bulgarian Bulge”: era un pezzo bulgaro a tutti gli effetti, con tempi dispari, suonato dall’orchestra a velocità pazzesca, nel quale ognuno improvvisava. Da questo interesse per la musica balcanica, per quel tipo di modalità melodica, e soprattutto per i tempi dispari, è cominciata la vena compositiva dei nostri pezzi. 

Live 2012 è dunque un disco di musica contemporanea a tutto tondo… 
Se un artista vuole essere degno di questo nome, non può non portare ai limiti la sua ricerca di conoscenza. Noi abbiamo cercato di onorarla fino in fondo questa cosa. La musica contemporanea sta diventando un’etichetta, in cui si fa riferimento a certa musica colta, a certi compositori ed elaborazioni sonore storiche, che abbiamo cercato di conoscere il più possibile. La nostra etichetta, la Cramps di Gianni Sassi, dedicò intere collane, documentando le punte di diamante della ricerca compositiva, a musicisti straordinari, come John Cage, Walter Marchetti, Juan Hidalgo… ed anche alla ricerca strumentale sui singoli strumenti. Vivendo a Milano, in quel periodo, siamo venuti in contatto con queste persone e abbiamo avuto modo di imparare tantissimo. 

In questo Gianni Sassi era il massimo dell’eclettismo… 
Gianni era una persona illuminata, di profonda cultura. Diventò discografico per pubblicare la musica degli Area di cui era il paroliere, e poi di tanti altri musicisti, come gli Skiantos, Finardi, Arti e mestieri, Battiato… Le sue collane di musica contemporanea e di ricerca continuano ad essere delle vere perle.

Facendo un salto indietro nel tempo. Tu nasci in una famiglia di musicisti, quanto ha pesato nella tua carriera questa cosa? 
Mio nonno suonava il clarinetto nelle feste campestri della Romagna e questa sua passione per la musica lo indusse a far studiare i suoi due figli, mio padre e mio zio, che frequentarono il conservatorio di Cesena. Mio padre studiò contrabbasso e poi si ritrovò a suonare il trombone; negli anni cinquanta passò diverso tempo nell’orchestra di Henghel Gualdi, uno dei più grandi musicisti che abbiamo avuto in Italia, e con lui si trovò a suonare anche jazz. Mio zio invece era un violinista, la sua passione era il grande repertorio ungherese, aveva un senso della melodia impressionante. Quindi immagina la tecnica ungherese applicata all’espressione melodica romagnola. Poi c’è mio fratello, che è un sassofonista valente e mia sorella che è danzatrice… La musica per noi è cosa naturale... 

Come ha inciso nella tua vita da musicista tutto questo… 
In termini di affetto moltissimo, ricordo gli anni della mia adolescenza con grande tenerezza. Ho suonato per diversi mesi con l’orchestra di mio padre, quando lui ha avuto bisogno. Mi sono fatto una bella carica di valzer, polke e mazurche. Sono cose che formano, ma le odiavo all’epoca. Poi con il tempo ho cominciato a rispettarle e ho riscoperto la musica di mio nonno, quella delle campagne dominate dal Passatore… Mio padre ha sempre supportato la mia passione per il jazz, per la musica improvvisata e mi ha sempre aiutato e sostenuto in qualsiasi scelta. Quando sono entrato negli Area, all’epoca avevo vent’anni, appena finito il militare, ero il più giovane di tutti e lui era un nostro fan accanito; è sempre venuto ad ascoltarci, mi ha sempre dato consigli e gliene sono molto grato, perché era una persona saggia, oltre che un musicista autentico. Al conservatorio, ho avuto la fortuna di studiare con Sergio Cafaro, un maestro di grandissimo livello che mi ha aperto la mente. Per chi volesse saperne di più, ho scritto anche un libro che si chiama “Storie Elettriche” dove c’è un po’ della storia mia e degli Area, e una quantità di aneddoti personali. 



Area – Live 2012 (Up Art Records) 
A quante reunion nostalgiche di storiche band abbiamo assistito in questi anni? Difficile contarle, quel che è vero è che nessuna di queste è riuscita a dare una risposta degna del loro passato. L’eccezione che conferma la regola sono gli Area, ovvero Patrizio Fariselli (pianoforte e tastiere), Paolo Tofani (chitarra, live electronics, voce) e Ares Tavolazzi (contrabbasso e basso elettrico), che complice un concerto organizzato dall’ex PFM, Mauro Pagani nel corso della rassegna Siena Città Aromatica, si sono ritrovati a suonare insieme dopo tanti anni. Da lì è partito il progetto di rispolverare il vecchio marchio di fabbrica, proponendo non una semplice rilettura nostalgica del loro repertorio ma piuttosto aggiornandolo ed impreziosendolo alla luce delle rispettive esperienze musicali accumulate in questi anni, e senza perdere di vista la curiosità nella ricerca e nella sperimentazione di nuove sonorità. Il risultato è stato un lungo ed applauditissimo tour durato ben due anni, e che adesso trova la sua più giusta testimonianza in Live 2012, doppio disco che raccoglie tredici brani registrati dal vivo con la partecipazione del batterista Walter Paoli e della straordinaria Maria Pia de Vito. Ad aprire le danze è un classico, “La Mela di Odessa” con Paolo Tofani che racconta la storia del dadaista Appel che nel 1920 dirottò per la prima volta una nave verso il porto di Odessa. La splendida voce di Maria Pia de Vito regala poi una superba interpretazione di “Cometa Rossa” dapprima omaggiando Demetrio Stratos poi aggiungedovi il proprio tocco di originalità. Il primo vertice del disco arriva però con la ancora attualissima “”Luglio, Agosto, Settembre (Nero) che fa il paio con la sorprendente “Nervi Scoperti”, mai suonata in passato e qui impreziosita da un potente lavoro di improvvisazione in cui spicca l’assolo di batteria di Walter Paoli. Il medley “Gerontocrazia/L’Elefante Bianco” ci porta in territori world con il grande Patrizio Fariselli che giganteggia al piano. Chiudono il primo disco “Arbeit Macht Frei” e il divertissement “Sedimentazioni” costruito sovrapponendo le parti più significative di tutti i brani incisi dagli Area dal 1973 a oggi, anzi, a ieri, perché ora dovremo aggiornarlo aggiungendo anche i pezzi di questo doppio CD. Il secondo disco “Geometrie” invece documenta quella che è la prima parte dei concerti degli Area, il primo tempo che funge da preludio ai brani storici nei quali i componenti del gruppo si esibiscono dapprima in solitario poi in duetto. Si tratta di brani inediti, che documentano lo stato dell’evoluzione individuale dei singoli musicisti. Si parte con “Encounter 1” uno splendido dialogo-battibecco basato su una scala orientale tra Tofani e Fariselli nel quale esplorano le inflessioni della voce umana applicate al sintetizzatore. “Encounter 2 (Skindapsos)” è invece un elegante dialogo a metà strada tra jazz e musica contemporanea con protagonisti il piano di Fariselli e il contrabbasso di Tavolazzi. “Trikanta Veena Suite” vede protagonista il solo Tofani che fa letteralmente magie armato della sua Trikanta Veena, una chitarra con tre manici progettata da lui stesso e costruita da un liutaio cremonese in un unico esemlare. Il suono evocativo e profondo del santoor suonato da Tofani è protagonista del duetto con Tavolazzi in “Encounter 3” altra esplorazione sonora di grande pregio. “Canzone di Seikilos”, è una rielaborazione per piano e live electronics di Patrizio Fariselli, di una melodia del II° secolo A.C. conosciuta come L’epitaffio di Seikilos, uno dei brani più antichi della musica occitentale ad essere giunto integro sino a noi. Chiude il disco Aten, bella riscrittura per solo contrabbasso di “Nefertiti” di Wayne Shorter con Ares Tavolazzi in assoluto spolvero. Live 2012 è dunque un disco ricco di sorprese non solo perché vede gli Area riattualizzare, riscrive e reinventare alcuni brani storici del loro repertorio, ma soprattutto perché ci regala una fotografia perfetta dalle genialità di Tofani, Fariselli e Tavolazzi, tre tra i più grandi musicisti italiani di tutti i tempi. 


Salvatore Esposito
Foto di Paolo Soriani per gentile concessione di Art Up Records

Premio “Andrea Parodi”, 22-23-24 Novembre 2012, Cagliari

Elsa Martin
World Music D’Autore. Il Canto Delle Donne Fa Il Pieno Al Premio Parodi 

Non sono bastati il temperamento energico e l’ottima tecnica strumentale di Simona Colonna, che usa il suo violoncello come strumento melodico, ritmico e percussivo per narrare la storia piemontese di “Brigante Stella”, né la vocalità potente e raffinata del trio (voce, piano, flauto) della nipponica Shinobu Kikuchi. Elsa Martin, ammiccante chanteuse friulana, si è aggiudicata la quinta edizione del Premio intitolato alla memoria dell’indimenticato vocalist sardo. Assieme all'ottimo compositore, arrangiatore e chitarrista Marco Bianchi la musicista ha interpretato l'elegante ed efficace “Dentrifûr”, tratto da “vERSO”, con cui è già stata finalista delle Targhe Tenco 2012 nella sezione opera prima. 
Lino Cannavacciuolo e Elena Ledda
Le due giurie del Premio – la tecnica e la critica, nonché la tenera, non ufficiale giuria di bambini – hanno pienamente concordato nel ritenere l’artista di Tolmezzo la più meritevole tra i 10 presenti nelle tre serate cagliaritane. In qualità di vincitrice assoluta del concorso Elsa riceverà un premio di 2500 euro per la formazione musicale, e parteciperà nel 2013 al Premio Andrea Parodi, all'European Jazz Expo di Cagliari, al Negro Festival di Pertosa (SA) e al conterraneo Folkest. Come vincitrice del Premio della critica riceverà la produzione di un videoclip professionale. Al giovedì, un primo assaggio al club FBI di Quartu S. Elena ha consentito ai dieci artisti finalisti di proporre, oltre al brano in concorso, un'altra composizione del proprio repertorio, dando anche modo alla giuria dei critici in platea di interagire con gli artisti con la vivace mediazione del conduttore Carlo Massarini. La prima delle due serate al Teatro Auditorium di Cagliari ha offerto l’ascolto, oltre che del tema in concorso, di una cover delle canzoni di Andrea Parodi. 
Luigi Lai
Ospiti della serata Elva Lutza, duo vincitore della precedente edizione, e Luigi Lai, che ha ricevuto “Albo d'oro”, il premio alla carriera, ma soprattutto ha entusiasmato un pubblico attento e partecipe con la sua arte di maestro delle launeddas. Emozioni nelle dieci rivisitazioni del repertorio parodiano, su tutti “Stabat” (Boschiero), “Astrolicamus” (Martin), ma soprattutto “Ruzaju” (Simona Colonna) e “Camineras” (Shinobu Kikuchi). Nella serata finale, presentata ancora da Massarini (protagonista involontario di qualche anacronismo e gaffe: al suo taglio giovanilistico, abbiamo preferito la sobrietà e il rigore professionale di Ottavio Nieddu la serata precedente), ciascun concorrente ha eseguito il solo brano in concorso, mentre ospiti di prestigio hanno contribuito al successo dello spettacolo. Si è iniziato con il violino fatato di Lino Cannavacciuolo con Tommy De Paola (piano), per continuare con l’eclettismo del duo Boi Akih, una voce soul e una chitarra acustica aperta a mille rivoli sonori (riparleremo presto del loro recente “Circles in a square society”). 
Enzo Avitabile, Mauro Palmas e Andrea Ruggeri
Apoteosi con Enzo Avitabile, accompagnato da Mauro Palmas (mandola) ed Andrea Ruggeri (percussioni). Ritornando ai riconoscimenti, la folksinger cadorina Erica Boschiero si è piazzata con il miglior testo, anche se le liriche della sua dolce canzone “Fada”, ispirata a figure del folklore bellunese, erano opera del poeta e ricercatore Gianluigi Secco. Successi anche per l’albese Simona Colonna (da ascoltare il suo CD “Masca vola via”, per voce e violoncello), e non poteva essere altrimenti, premiata come migliore interprete, migliore arrangiamento, e migliore interpretazione riconosciuta da parte degli altri artisti in gara che, bella prerogativa del concorso cagliaritano, si sono votati a loro volta. Degli altri contendenti, si è già detto di Shinobu Kikuchi, cresciuta di serata in serata per capacità compositiva ed interpretativa del suo autobiografico “Den-shò”, uno dei brani più esplicitamente ascrivibili alla matrice world; maggior fortuna meritava anche "Avè", dei camerunesi-lecchesi Bembekiri. 
Simona Colonna
Onestamente, un po’ sotto tono le altre proposte, a cominciare da quelle isolane di matrice prog di Perry Frank ("Cantu a merì") e rock di Lame a foglia d'oltremare (“George Gray"). Rimaneggiati nella line-up non ha hanno brillato neppure i Wafekome ("Wish I could"), il romanesco in salsa country-rock Simone Presciutti (“Fiore"): più prossimo a Lando Fiorini e Venditti prima maniera che a Remo Remotti, e i bergamaschi Terre Miste di "Ninna nanna". Concordiamo con Valentina Casalena Parodi, organizzatrice e presidente della Fondazione, nel ritenere la V edizione vincente in termini progettuali e cresciuta in qualità artistica. Soddisfazione anche nelle parole della direttrice artistica Elena Ledda che ha messo l’accento giustamente sull’atmosfera positiva tra artisti e addetti a lavori venutasi a creare nei tre giorni del contest. La stessa Ledda non si è sottratta alle sollecitazioni del palco, affiancando nella serata finale prima Lino Cannavacciuolo e poi Kaballà, Enzo Avitabile, la giovane vocalist Francesca Corrias (bello il suo showcase in cui ha presentato “Songshine”, edito da S’Ard) in una versione da brividi di “Sienda”, nonostante l’effetto “We are the world” che aleggia, inevitabilmente, quando artisti così diversi salgono tutti insieme su un palco. 
Kaballà, Enzo Avitabile, Elena Ledda e Francesca Corrias
Non mancano le sollecitazioni provenienti da una ricca manifestazione dedicata alla world music: riflessioni e domande sull’accezione di musica del mondo preminente nel nostro Paese. Proviamo a metterne in file alcune, forse troppe! Si può definire di world music un brano rock, solo perché cantato in una lingua minoritaria o in un dialetto? Esiste ormai una “canzone world” alla cui diffusione ha contribuito anche la sezione dilettale del Premio Tenco ? O è la canzone che torna ad alimentarsi alla tradizione orale, ma anche al jazz, per rinnovarsi e ritrovare appeal? Che spazio ha o può avere la musica strumentale nella rielaborazione della tradizione orale? Perché nei Premi italiani rivolti alle musiche di tradizione orale e alle musiche del mondo prevalgono spesso dischi di artisti riconducibili alla canzone d’autore? Partendo dal fatto che il termine cantautore è tipicamente italiano, si tratta allora di una declinazione specificamente italiana del folk? O, ancora, è il privilegio dato alla forma canzone d’autore che conferisce un vestito intellettuale di pregio, che dà più importanza all’artista? Non da ultimo, esiste una lobby mediatica, giornalistica ed artistica che in Italia ruota intorno alla canzone d’autore e si fa portatrice delle sue istanze? Non sono riflessioni che sottendono una volontà classificatoria e prescrittiva di world music, ma considerazioni su quale idea di musiche del mondo abbiano operatori e critici (non tutti specialisti ma spesso generalisti) o concorrano a costruire. Domande che possono sollecitare l’interessare di studiosi di popular music, cultori, giornalisti, musicisti, addetti ai lavori. Auspichiamo che si possa aprire un confronto. Su blogfoolk, lo accoglieremo volentieri. 



Ciro De Rosa

The Young ‘Uns - When Our Grandfathers Said No (Navigator)

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Si sono fatti le ossa nei folk club del Teesside, ad iniziare da quello di Stockton, Inghilterra nord-orientale, da cui provengono i tre Young ‘Uns che rispondono ai nomi di Sean Cooney (voce), David Eagle (voce, tastiere, fisarmonica) e Michael Hughes (voce, chitarra). Sono cresciuti ascoltando i cantori locali della famiglia Wilson, ma hanno come modello anche i giganti Watersons, ormai classico gruppo vocale della scena folk revival inglese del secondo Novecento. When Our Grandfathers Said No è il loro quarto CD, il primo inciso per la label Navigator Records. Il titolo deriva da un verso di “The Battle of Stockton”, uscita dalla prolifica penna di Sean Cooney, che firma la maggior parte delle dodici tracks dell’album. La canzone ci riporta alla domenica del 10 settembre 1933, quando la feccia fascista di Oswald Mosley, che cercava consensi in un’area di forte deprivazione sociale e disoccupazione, fu letteralmente scacciata da Stockton dagli “hungry, desperate grandfathers”. Un disco che suona tradizionale, ma contiene ballate e canzoni contemporanee d’autore, che racconta soprattutto storie working class di mare e di fabbrica, con linee essenziali di chitarra, fisarmonica e piano che accompagnano il rigoroso canto corale in armonia. Paradigmatica di questa espressività esecutiva di matrice tradizionale inglese è la tiratissima, cavalcata di “Another Storm”. 
Si prosegue con “The Chemical Worker’s song” dell’autore locale Ron Angel – responsabile del Folk Club di Stockton – eseguita a cappella, critica severa al lavoro insalubre nella fabbrica ICI. Poi c’è la già citata ballata per voce, chitarra e fisarmonica sulla resistenza antifascista della comunità di Stockton. “Roll Down” è un energico shanty di Peter Bellamy, tratto da uno dei suoi capolavori: la ballad opera The Transports del 1977. Piano e voci dominano “Harbour Voice”, mentre le sole voci interpretano “One December Morn”, sempre dal songwriting di Cooney, canto che scava ancora nella memoria della comunità, quando Hartlepool, cittadina in cui risiedono i Young ’Uns, subì un terribile bombardamento navale dalla flotta tedesca nel 1914. È la storia tragica di una madre che rassicura il figlio, dicendogli che si tratta solo di un tuono, mentre, nel finale è il bimbo a rivolgersi, a sua volta, alla madre, ormai senza vita, dicendole che passata la tempesta presto il sole spenderà. Fisarmonica e chitarra per la delicata “Love in a Northern Town”, che alleggerisce il tono con una vicenda familiare in cui Cooney racconta dell’amore sbocciato tra i suoi nonni all’ombra dei cantieri navali di Sunderland. Misurate le cadenze di “Rolling Down To Rio”, melodia di Bellamy su componimento del poeta Kipling, di “Wild Goose”, tratta dal canzoniere del folk singer canadese Wade Hemsworth e di “You Can Close Your Eyes” di James Taylor, tra le prime canzoni apprese dal trio. Dalla tradizione dei canti marinari dei balenieri nasce il canto a cappella bretone “Pique La Baleine” di Philippe Nairel, dove un arpioniere pensa alla sua amata lontana; di lunghi viaggi per acque e d’amore lasciato a casa si parla anche nella conclusiva “Jenny Waits for Me”. Ancora una corroborante prova proveniente dalla scena nu folk britannica. Ascoltate questo disco, perché ne vale davvero la pena. 


Ciro De Rosa

Kalàscima – Santa Maria del Foggiaro (Autoprodotto)

Considerati uno dei gruppi più interessanti della scena musicale salentina, i Kalàscima nascono ad Alessano (Le) circa dodici anni fa dall’incontro tra il polistrumentista Andrea Morciano e il percussionista Riccardo Laganà. Dopo aver pubblicato il loro disco di esordio “Quannu U Diavulu Te ‘nkarizza... L’Anima Ne Vole” nel 2003 hanno seguito un lungo percorso di maturazione, passato attraverso una intensa attività live sia in Italia che all’estero, che li ha condotti alla realizzazione del loro secondo album, Santa Maria del Foggiaro. Il disco, realizzato con la produzione artistica di Stefano “Iosko” Iascone e registrato ad Alessano (Le) presso l’Auditorium Don Tonino Bello, raccoglie tredici brani che mescolano canzone d’autore e musica tradizionale, il tutto caratterizzato da testi profondi e mai scontati caratterizzati da un forte desiderio di conservare la “memoria sociale” della loro terra. Forte di un solido percorso di ricerca sulle sonorità tradizionali, il gruppo salentino è anche un laboratorio creativo a cielo aperto, non limitando il proprio raggio d’azione alla sola musica ma anche alla storia e agli eventi che hanno segnato la loro terra. La musica popolare riscopre così la sua fondamentale funzione di denuncia sociale che si concretizza, non solo quindi nella sua dimensione ricreativa e aggregativa, ma diventa un baluardo contro l’oblio del tempo. L’urgenza creativa e comunicativa dei Kalàscima è così la molla per rileggere le lotte contadine in “La Rivolta dell’Arneo”, le dure condizioni di lavoro e le morti bianche nella splendida “8 Agosto ‘56 – Marcinelle” introdotta dal racconto di Mario Perrotta “M’ero illuso”, ma anche il coraggio di chi ha lottato contro il terrorismo nel brano A Guido Rossa”. Dal punto di vista prettamente sonoro ad una solida base di musica tradizionale salentina si aggiungono suggesioni provenienti dalla tarantella garganica, calabrese e siciliana, ma anche suoni che rimandano all’Irlanda, alla musica klezmer e ai balcani, il tutto caratterizzato da una ricchissima strumentazione. Durante l’ascolto emergono così brani come la tiratissima title track in cui troviamo come ospite Puccia degli Après la Classe che aggiunge una bella dose di reggamuffin al sound del gruppo, ma anche quel gioiello che è la trascinante “Tarantella per elettroneddas e zampogna” registrata con la partecipazione di Mario Incudine. Non mancano alcuni brani tradizionali come la pizzica pizzica in “Cutrofiano” che suona come un omaggio al grande Uccio Aloisi, e una bella versione divisa in due parti di “Donna De Coppe”. Santa Maria del Foggiaro è dunque un disco maturo, solido e ben strutturato, che evidenzia molto bene tutte le potenzialità dei Kalàscima, cogliendo tanto la loro originale cifra stilistica quanto anche la loro attitudine live. 


Salvatore Esposito

Salif Keïta – Talé (Emarcy)

Salif Keïta + Philippe Cohen Solal= Talé, questa è l’equazione vincente per un album vibrante!Il cantante maliano si addentra, insieme con uno degli “architetti” dei Gotan Project, sui sentieri di una musica tradizionale ricca di contaminazioni e sonorità elettroniche: due mondi che potrebbero sembrare lontani anni luce, ma riescono a fondersi e a sposarsi egregiamente. Dopo il successo de “La Difference”, questo nuovo album potrebbe essere una sorpresa per gli ascoltatori di Salif Keïta, anche se la sua musica non è nuova a commistioni di generi! Divenuto un ambasciatore della cultura del Mali fin dagli anni Settanta, nati prima dello scoppio delle ostilità nel 2011, ha cominciato a realizzare questi undici brani, che vogliono essere una boccata d’ossigeno per un paese che pur attraversando una crisi profonda, tenta in tutti i modi di tornare ad una vita normale: “When the people aren’t at ease anymore, neither are the artists. We’re the mirror of society! I still do dance events at my club, the Moffou, so that people don’t shut themselves into sadness. They need to have fun. Malians have had their pride hurt…” in questo modo Salif spiega ciò che fa nel suo piccolo per il suo popolo e parla di danza. Forse la musica e la danza possono salvarci davvero, salvare il nostro spirito allontanandolo dall’angoscia e dalla negatività, così come ha fatto lui mentre componeva questi versi con la chitarra in riva al fiume, con una sola ispirazione: far ballare la gente. Proprio questo sprone rende l’unione con Philippe, ed il loro lavoro, un connubio che riesce a far incontrare sonorità diverse: ci sono strumenti tradizionali come il guembri e le qaraqebs gnaouas e c’è una musica che non necessità di “strumenti” . Così, anche se “Da” manifesta la sua matrice più etnica, rispetto a “C’est Bon, C’est Bon”, non si percepisce un senso di sconnessione. Quest’ultima canzone vede la partecipazione di Roots Manuva e può considerarsi un tipico pezzo di World Music: il suo motivo ballabile, non è nuovo nel repertorio di Salif Keïta, che in passato ha fatto danzare intere capitali come New York, Londra e Tokyo. Parlando di questi due pezzi, Salif dice: "In Da, I sing that today friendship and family ties mean nothing. It’s all about personal gain. On C’est bon, I explain that I don’t envy kings, diplomats or rich people because they can be bad. Us musicians are there to make people happy". “Après Demain” segue le tracce di “À Demain”, proseguendo il racconto di questa storia d’amore che comincia con il dolce suono del flauto, prima che il ritmo incalzi con le percussioni, ne riprende il refrain in maniera evanescente, mentre il tempo cambia continuamente: dapprima andante, diventa poi lento per essere sempre più veloce, placandosi in un finale in cui il suono delle trombe evoca il barrito degli elefanti. La voce africana di Salif, incontra e si scontra con il sound elettronico in “Samfy”, un pezzo che è una satira politica. Simby nasce da un’atmosfera rarefatta ed è, quasi, un canto a cappella, con i suoi tanti rumori che fanno da sottofondo. “Natty”, molto vicina alla musica pop, ha la sua particolarità nel canto della voce bianca che lo interpreta, intonando l’amore per i suoi genitori. “Yalla” è impregnata di suoni più medio-orientali. “Talè”, che da’ il nome all’album, innesta più voci su uno stesso ritmo creando splendidi effetti corali, soprattutto nel finale. “Tassi”, ha un ritmo meno complesso rispetto agli altri. Il brano più sentito,però, è quello che conclude “Talé”: “Chérie s’en va”, velato di tristezza e di una dolcissima malinconia che Salif Keïta esprime al meglio grazie all’armonia con la melodiosa voce della contrabassista e cantante jazz Esperanza Spalding. 


Cinzia Lanzano

Quartiere Tamburi – ERT (Materiali Sonori)

Attivi dal 2001 e con alle spalle già un dvd e due dischi dal vivo, tra cui il recente “Losna” dello scorso anno, Quartiere Tamburi, il collettivo toscano guidato dal batterista Marzio Del Testa e composto da Iago Bruchi (tom tom e percussioni), Sebastiano Greppi (tom tom e percussioni), Alessandro Gangitano (timpano), Riccardo Chiti (timpano), ha di recente dato alle stampe “ERT”, disco che raccoglie dieci brani ispirati dai termini Heart (Cuore) e Eart (Terra), e nei quali evocano la dannosità dell’inquinamento creato dall’uomo ponendolo a confronto con la bellezza della natura. Il tema della difesa dell’ambiente è da sempre correlato alla storia del gruppo, infatti non è casuale la scelta del loro nome che rimanda a quel Quartiere Tamburi a Taranto, che è tra le zone più inquinate d’Italia, a causa della vicinanza con l’ormai ben nota ILVA. Vibrante di urgenza creativa il disco, mette in evidenza molto bene come la ricerca sulle ritmiche si stia sempre più indirizzando verso una alchimia sonora che vede amalgamarsi le percussioni tradizionali con la modernità di loop elettronici, echi, riverberi e suoni distorti. I ritmi quasi ossessivi, cadenzati, e potenti, riflettono il rumore della “giungla urbana”, che viviamo quotidianamente, con i cantieri, le industrie, il traffico. In questo senso molto importante è anche il video della title track, girato in una antica grotta sottoterra, al buio e caratterizzato dall’utilizzo di luci wood e colori fluorescenti, che esprime in modo molto efficace la dannosità dell’inquinamento rispetto alla natura. Durante l’ascolto brillano così brani come “Otton”, la torrida “Sei S” e la conclusiva “Dieci U” che rappresentano in modo molto efficace tutto lo spirito che ha animato il disco. Sebbene i dischi di Quartiere Tamburi non siano di facile fruibilità, la loro proposta musicale rappresenta un unicum in Italia e questo non solo per il coraggio di proporre un disco di sole percussioni ed elettronica, ma anche per la capacità di saper valorizzare l’elemento melodico attraverso la ricerca sul ritmo, spaziando dai suoni industrial alla world music. 


Salvatore Esposito

Mario Bonanno e Stefania Rosso, Che Mi Dici Di Stefano Rosso?, Nuovi Equilibri Editore 2011, pp.120, Euro 18,00 Libro con cd

Considerato uno dei cantautori italiani più originali degli anni Settanta e non solo per aver scritto quella “Storia Disonesta” diventata poi sua croce e delizia, Stefano Rosso era soprattutto un virtuoso della chitarra acustica e del fingerpicking, ed un grande conoscitore della musica folk. Solo lambito dal successo e volontariamente lontano dalle scene, il cantautore trasteverino non ha goduto di alcun tributo o celebrazione dopo la sua morte, quasi la sua esistenza si fosse chiusa con il contestuale oblio sulla sua figura. Tuttavia a gettare nuova luce sulla sua vicenda umana ed artistica c’è l’eccellente “Che Mi Dici Di Stefano Rosso?” curato da Mario Bonanno e la figlia del cantautore romano Stefania Rosso, che tratteggia in modo impeccabile la complessità della figura di Stefano Rosso. Senza avere la pretesa di essere un saggio critico o una biografia, quest’opera è una sorta di scrapbook nel quale sono confluite analisi sul suo songwriting, frammenti del suo diario, una dettagliata discografia, nonché i ricordi di alcuni amici e colleghi, e un corposo apparato fotografico. Per chi ben conosce Stefano Rosso, sarà come ritrovare un vecchio amico, ma allo stesso modo anche quanti incuriositi si avvicineranno alla sua storia, avranno modo di lasciarsi affascinare dalla sua figura, dalle sue canzoni e dalla sua vita. Si scoprirà così il suo amore per la chitarra, la sua passione per il fingerpicking e quella per il folk, ma anche le cause della patina di oblio che avvolge la sua figura, il suo caratteraccio poco incline ai compromessi, la volontaria lontananza dalle scene e la miopia dei discografici, che non seppero valorizzare il suo talento. Stefano Rosso era un cantautore nato dal popolo, la cui scrittura mescolava sarcasmo urbano ed ironia popolare, poesia e malinconia, pungenti riflessioni e spaccati intimistici. Più che essere un atto di giustizia, questo libro è un atto d’amore, un ricordo accorato, partecipato e commosso di una figura importante della canzone italiana, il cui solco tracciato corre dai vicoli di Trastevere, tocca la Londra di Ralph McTell fino a giungere, agli States del suo amato bluegrass e del country. Ad impreziosire il tutto c’è anche un disco dal vivo inedito registrato nella storica cornice del Folkstudio a Roma nel 1993. L’ascolto di questo prezioso documento ci conduce indietro nel tempo in quella fucina di canzone d’autore che era il locale di Cesaroni, e ci consegna intatta la genuinità delle esibizioni di Stefano Rosso. Nel corso degli undici brani spiccano perle come le iniziali “Canzone Per Un Anno” e “Gli Occhi dei Bambini” ma anche brani storici del suo repertorio come “Letto 26” in medley con “Gina Blues”, e “Una Storia Disonesta” e qualche sorpresa come il tradizionale “Galopeira”, “I Got Rhythm” e il travolgente “Nashville Rag”. 


Salvatore Esposito

Lowlands & Friends - Better World Coming (Gypsy Child Rec)

I tributi a Woody Guthrie ormai non si contano quasi più, e questo non solo per il rispetto e la venerazione che c’è per la sua ormai leggendaria figura, ma anche perché artisticamente parlando album commemorativi come lo splendido “A Vision Shared”, il live “Til We Outnumber Them” e il monumentale “Mermaid Avenue” di Wilco e Billy Bragg, hanno aperto una strada importante verso la sua riscoperta. Nell’anno del centenario della nascita del folksinger di Oklahoma, tante sono state le iniziative per ricordarlo a partire dal bel cofanetto “Woody At 100” della Smithsonian/Folkways, per passare al tributo “Notes For Hope”, fino al progetto “New Multitudes” di Jay Farrar. Fa dunque molto piacere, vedere che a questa nobile schiera di omaggi al grande Woody Guthrie, si sia aggiunto anche “Better World Coming”, realizzato dagli italiani Lowlands, insieme ad un gruppo di amici e musicisti. Ciò che colpisce sin da subito è che pur essendo un disco tributo e misurandosi con un corpus di canzoni tra i più conosciuti e rivisitati di sempre, la band pavese abbia dato una sua impronta di originalità alle canzoni, riuscendo a non risultare didascalica e scontata nelle sue interpretazioni. Nato per caso tra le prove in studio e a casa, questo progetto fotografa anche una scena musicale molto viva come quella di Pavia, riunendo diversi musicisti locali che in Woody Guthrie hanno trovato il loro comune denominatore. Ad aprire il disco è un accenno strumentale di “This Land Is Your Land” suonata al piano da Francesco Bonfiglio, che introduce a “This Train Is Bund For Glory” nel cui sound country rock brillano la national guitar di Maurizio Gnola Glielmo e l’armonica di Francesco Limido mentre sullo sfondo si muove il dialogo tra il mandolino di Alex Cambise e il banjo di Nicola Crivelli. Si passa poi a “Heaven My Home”, il cui arrangiamento si ispira da vicino a quello di Joel Rafael, e che funge da perfetto apripista per una splendida “I Ain't Got No Home” in versione acustica con l’armonica di Limido ancora protagonista. Uno dei vertici del disco arriva con “More Pretty Girl” in una versione waitsiana, cantata in duetto dall’ottimo Sergio “Tamboo” Tamburelli con Edward Abbiati, che si ripete in solo acustic nella successiva “Better World Coming”. La storia di Sacco e Vanzetti raccontata in “Two Good Meen”, ci porta sorprendentemente in Irlanda con le voci di Edward Abbiati, Franco Limido, Paolo Terlingo, Jimmy Ragazzon, Maurizio Gnola Gnelmo che si alternano al canto. Una evocativa e corale versione di “Plane Wreck At Los Gatos (Deportees)” ci conduce verso il finale con le ottime riproposte di “Stepstone”, “Going Down The Road” e “Lonesome Valley”. Chiude il disco il classico “Hard Travellin” in cui si susseguono le voci di Edward Abbiati, Franco Limido, Paolo Terlingo, Jimmy Regazzon, Maurizio Gnola Glielmo, con le belle armonie di Nicola Crivelli, Betty Verri e Claudio Raschini, e nella quale spicca l’intreccio tra il mandolino di Cambise e la fisarmonica di Bonfiglio. L’outro pianistico di “This Land Is Your Land” sugella un disco di ottima fattura, e che conferma come la scena roots italiana stia vivendo da qualche anno uno stato di grazia. 


Salvatore Esposito

Cody Chesnutt - Landing On A Hundred (One Little Indian)

Il disco di Cody Chesnutt è decisamente e potentemente improntato a donarci un sapore soul vero, non patinato, che parla di storie vere e vissute, in un solco di una tradizione che ci ha donato grandi dischi e messaggi di fratellanza e speranza come il meraviglioso “What’s Goin’ On” di Marvin Gaye o i dischi imperdibili di un altro cantante con chitarra elettrica come Cody Curtis Mayfield o Bobby Womack. Senza voler pesare troppo in termini di confronti con questo onesto autore determinato a ritagliarsi uno spazio autonomo per sviluppare le sue idee, vi dico che siamo in presenza di un bellissimo lavoro, con suoni belli come raramente si sentono in questi dischi, grazie anche al lavoro svolto presso i Memphis’s Royal Studios, tanto cari all’Al Green dei giorni migliori, giri di chitarra groovosi e virali, batterie suonate molto bene e ottimi giri di basso enfatizzati dal mixaggio e dalla masterizzazione, vi dico anche che c’è molto bisogno di musica soul che solleva gli animi e possa dare sollievo in questi tempi difficili. C’è una solarita’ che sicuramente ricalca una raggiunta serenita’ del buon Cody, diventato padre di due figlioli, questo gli dona uno sguardo sulla realtà più focalizzato a cercare il bene e le possibilità, non è che si possa fare i nichilisti di fronte ai propri figli. Cody ci riesce molto bene. Altro aspetto interessante è una cosa personale, mi succede infatti che quando la musica di un autore mi colpisce sento il bisogno di suonarla, in questo caso la recensione finisce perchè vado a tirare fuori il basso per scovare quali segreti arrangiativi sono stati infilati nella musica da Cody e dai suoi compari!




Antonio "Rigo"Righetti

giovedì 22 novembre 2012

Numero 78 del 23 Novembre 2012

Il secondo numero di Novembre si apre con una lunghissima intervista a Luigi "Grechi" De Gregori, realizzata in collaborazione con Giommaria Monti, direttore di Left, in occasione della presentazione del suo nuovo album "Angeli e Fantasmi". La rubrica I Luoghi della Musica è dedicata invece alla serata tributo a Woody Guthrie, organizzata dal Club Tenco e che abbiamo recensito grazie al prezioso podcast in vendita on-line. Per restare in tema con il folk americano e più in generale con la ricerca, ospitiamo una preziosa intervista ad Anna Lomax realizzata da Simona Frasca, e dedicata al debutto in rete di tutto l'archivio di Alan Lomax. Il Consigliato Blogfoolk, va questa settimana allo splendido disco degli Elva Lutza, recensito da Ciro De Rosa. La rubrica Viaggio In Italia si arricchisce del disco degli Uribà, mentre per World Music, presentiamo il disco omonimo di Aziz Sahmaoui & University of Gnawa. Completano il numero l'ottimo libro Noi Siamo Le Canterine Antifasciste di Cristina Ghirardini, la recensione di Occhi Neri dei Roma Amor di Cinzia Lanzano, e il consueto Taglio Basso di Rigo. 

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Luigi “Grechi” De Gregori, La Poesia Del Country Rock In Italia

A nove anni dall’apprezzato “Pastore di Nuvole” e a cinque dalla raccolta “Ruggine”, Luigi Grechi torna con un nuovo album “Angeli e Fantasmi”, che lo vede non solo riappropriarsi del cognome De Gregori, ma anche mettere in fila un pugno di canzoni nuove, dense di poesia e liricità come nelle pagine più belle della sua discografia. Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione del disco, per approfondirne temi e contenuti, senza tralasciare uno sguardo nel suo vissuto artistico spaziando dal rapporto con il fratello Francesco, ai giorni del Folkstudio, fino a toccare il suo amore per Woody Guthrie. 

Come nasce “Angeli e Fantasmi”? 
Era il periodo del tour di Francesco De Gregori con il povero Lucio Dalla, e Stefano Parenti e Paolo Giovenchi non erano impegnati con la band, e poiché anch’io avevo un po’ di tempo libero, gli ho detto: “Perché invece di stare senza far niente non ci vediamo per suonare un po’”. Suonando, suonando, abbiamo cominciato a lavorare su “La Strada è Fiorita”, che è un brano scritto da Francesco quando era diciottenne. Quella canzone diceva delle cose che mi ronzavano in testa da tempo, e così ho pensato che avrei potute dirle anch’io a sessantotto anni. Si tratta di qualcosa di quasi profetico. Così l’abbiamo registrata, ed è venuta talmente bene, e talmente al di sopra delle aspettative, che ho deciso di rimettermi a scrivere dei brani, e registrarli man mano, uno alla volta. Il tutto in grande relax e tranquillità, e non è un caso che ci sia voluto quasi un anno per scrivere tutto l’album. Il fatto poi che contenga solo otto brani, è dovuto alla data di presentazione del disco che già era stata concordata ed offerta molto tempo prima dall’amico e fan, Renato Mazzetti. Alle session poi si sono aggiunti vari musicisti come Alessandro Valle, che già suonava con me nella Bandaccia e che Francesco, dopo averlo sentito ad una festa lo ha voluto nella sua band, ma quando è libero non manca mai di suonare anche con me ancora. 

Come mai poi hai scelto questo titolo, “Angeli e Fantasmi”? 
Viene da un verso di una canzone di Guy Clark di cui non ricordo il titolo, e in cui scrive appunto di un angelo o un fantasma. L’accoppiamento mi è piaciuto molto e così ben prima di cominciare a scrivere questo disco, sapevo già che si sarebbe chiamato così. In effetti poi a ben vedere di Angeli nel disco c’è solo “L’Angelo di Lyon”, mentre i fantasmi che aleggiano sono tanti come la guerra, la paura, le angosce, la politica. Colgo l’occasione per dire che il disco è stato completamente autoprodotto, ma ha una distribuzione ufficiale ovvero la Ducale, che distribuisce soprattutto musica classica e jazz di qualità come Enrico Rava e Keith Jarrett. Spero sia distribuito bene nelle grosse catene come Fnac, Feltrinelli, ed Amazon. Quello che posso dire che questa è un esperienza interessante perché mi trovo a fare anche il manager di me stesso. E’ un avventura, una parte dell’avventura anche questa. 

Una delle novità di questo disco è che ti sei riappropriato del cognome De Gregori… 
Quando ho iniziato, Francesco aveva già inciso dei dischi prima di me ed era già abbastanza famoso, la mia esigenza fu dunque di non voler essere confuso con lui. Era un modo per identificarmi, per creare una giusta distinzione tra i due senza essere incasellati o confusi, e non già gelosia o spirito di indipendenza. Del resto oltre al fatto che siamo fratelli, abbiamo avuto sempre un rapporto molto amichevole. Fui io a portarlo a Folkstudio, e le sue canzoni mi sono piaciute da sempre. Alla fine i conti sono andati pari, perché essere fratello di De Gregori è stato in parte un vantaggio, e in parte uno svantaggio, così alla fine non credo che ci sia nulla da dire. Ora questi problemi di identificazione non ci sono più, siamo abbastanza identificabili entrambi. Così quando Francesco mi ha detto: “Guarda sarebbe ora che tu usassi il tuo cognome vero”, ci ho pensato un attimo e mi sono mi sono detto, perché no? Così si elimina per sempre il solito discorso delle recensioni con il solito cappello in cui si dice che in realtà io mi chiamo De Gregori e che sono fratello di Francesco. In questo modo si può parlare direttamente del disco, delle canzoni, invece che parlare di Francesco, anche perché io, De Gregori mi ci chiamo da prima di lui (ride). Insomma mi sembra che sia arrivata un età in cui di queste cose non me ne frega niente, non essendo più in un mercato. Il cognome Grechi era un nome d’arte. Era il cognome da ragazza di mia madre, e da qui è nata la famosa leggenda che fossimo fratellastri. Perciò ribadisco, se ce ne fosse mai bisogno, che siamo figli della stessa madre e dello stesso padre. Al momento di pubblicare il disco, partendo dal presupposto di cui dicevo prima, pensavo a che caspita di cognome potessi scegliere, mi misi addirittura a sfogliare gli elenchi del telefono. Alla fine dissi c’è un nome in famiglia, che è Grechi, è breve ed è facile, così pensai di usarlo in modo da fare contenti entrambi i rami della famiglia. Contenti o scontenti (ride) entrambi i rami della famiglia. La famiglia di mia madre è altrettanto meritevole come quella di mio padre, vanta illustri giuristi, avvocati e quindi perché no.. Quella paterna è, come noto, piena di bibliotecari. Nostro nonno materno credo che fosse un direttore della banda dei Carabinieri e quello paterno, oltre ad essere un insigne bibliotecario, per diletto suonava nelle osterie romane ai tempi del Sor Capanna, insieme ad un tenente dell’esercito e altre due persone di cui non ho più memoria, ed è un peccato che nessuno più della famiglia possa risalire a quegl’anni. Mio nonno suonava pianoforte, mandolino, chitarra e violino, i quindi talenti artistici saltano sempre una generazione. Supposto che siano talenti (ride). 

Il disco è dedicato ad alcuni dei grandi personaggi della musica in Italia… 
Sono quattro persone, che se ne sono andate, che non ci sono più. Sono stati partner silenzioni ed invisibili di tutta la musica che mi piace. 

Uno su tutti Giancarlo Cesaroni, che fu l’anima del Folkstudio… 
Giancarlo ha gestito il Folkstudio per tantissimi anni, ma va ricordato che fu aperto da Harold Bradley, un americano di colore, che aveva studiato all’università per stranieri di Perugia e aveva fondato i Folkstudio Singers, con cui si era esibito al Festival Di Spoleto, quello famoso di Bella Ciao. Poi si era trasferito a Roma per fare il pittore e nel suo studio, che era in via Garibaldi, 58, venivano artisti e pittori di tutto il mondo, parecchi dei quali erano anche musicisti a tempo perso, più o meno bravi. Se andate sul mio sito, troverete la foto della lapide fatta istallare dal Comune di Roma che, pur essendo di destra, ha fatto mettere là per ricordare il luogo dove nacque il Folkstudio nel 1961. Tutte le sere si concludevano tra canti, chitarre e schiamazzi, e tutte le sere arrivava la polizia, e puntualmente tutti i presenti facevano una colletta e pagavano la multa. Finché ad un certo punto si dissero: “invece di pagarci la multa, apriamo un locale con la formula del circolo culturale e politico, così siamo in regola con la legge”. E così nacque ufficialmente il Folkstudio. Credo nel 1968 o nel 1969 Harold poi tornò in America, si dice per i debiti che aveva per l’affitto del locale, ma quelli sono stati i problemi di tutti i Folkstudio, anche di quello successivo di Cesaroni. Non erano mai molto puntuali nel pagare l’affitto. Credo però che Harold se ne andò perché in quel periodo in America c’era il movimento di Martin Luther King per l’emancipazione degli Afroamericani. Giancarlo Cesaroni, che era uno dei soci fondatori, bontà sua si prese sulle spalle il Folkstudio e lo condusse nel periodo più glorioso che tutti conoscono. Mi dispiace che ci sia stata gente che se l’è presa a male per questo riconoscimento a Harold Bradley del Comune di Roma, ma d’altra parte è stato fondato da lui. C’è sempre spazio per scrivere la storia del Folkstudio e per ricordare Giancarlo. Così l’ho voluto dedicare innanzitutto a lui, perché se n’è andato. Harold invece è ancora felicemente vivo come vedete dalla foto sul mio sito. Il primo Folkstudio era assolutamente anarchico, non aveva una programmazione, non si sapeva chi avrebbe suonato la sera, eppure la gente era davanti alla porta chiusa a fare la fila prima che cominciasse. Se per caso poi capitava un momento che non c’era nessuno, Harold prendeva un pezzo di pietra di travertino e un martello, e cominciava a cantare, “When John Henry was a little baby, (sbag!) Sittin' on his daddy's knee (sbang!)” facendo così una piccola pièce teatrale per ricordare il lavoro della sua gente, quando era schiavizzata in America. 

Nei giorni del primo Folkstudio, sembra che fosse passato anche Bob Dylan da quelle parti…
Io non c’ero questo è certo, ma non ci trovo nulla di strano in questa cosa. Nei primi anni sessanta fino al 1968, erano anni in cui Roma era piena di giovani, che scappavano dalle tante dittature che c’erano nel mondo. Lo scià di Persia in Iran, le dittature sudamericane, gli americani che scappavano dal militare bruciando la cartolina di precetto, e fuggivano prima in Canada e poi in Scandinavia e da lì arrivavano a Roma. Piazza Navona era piena, senza esagerare, come un autobus di frikkettoni che da tutto il mondo venivano con la chitarra a tracolla. Quindi Dylan era confuso in questa gente qui, che veniva al Folkstudio di Harold Bradley perché già sapevano che partendo dall’America a Roma avrebbero trovato un posto dove potersi guadagnare un piatto di minestra suonando qualche canzone. Il pubblico del Folkstudio era un pubblico internazionale, cosa che però poi non ci fu con la gestione Cesaroni che era più italianizzante, quella è stata la culla della canzone d’autore italiana, mentre Harold era a dimensione internazionale fortissima, e qualunque frikkettone venisse in quegli anni sapeva che poteva andare là e suonare. 

Gli altri personaggi a cui è dedicato il disco sono Franco Lucà, Carlo Carlini e Franco Ratti..
Con Franco Lucà avevamo gusti musicali affini, nel suo Folk Club si suonava world music a trecentosessanta gradi, ma anche cantautori, musicisti country e bluegrass, musica da tutto il mondo insomma. Spesso mi sono trovato là anche da ascoltatore. Lui era un amico, e portava avanti questa musica diremmo di nicchia. Poi c’è Carlo Carlini, che mi ha dato la possibilità di conoscere, dividere il palco e stringere la mano ai miei cantautori preferiti di area texana, tutti da Guy Clark a Townes Van Zandt a Butch Hanckock, passando per Rick Danko, ed Eric Andersen. Tutti insomma quegli artisti che da sempre sono la mia ispirazione. Da ultimo, ma non meno importante, c’è poi Franco Ratti della I.R.D. ma anche della Appaloosa, che ha pubblicato dischi di diversi personaggi dell’area Byrds, di Peter Rowan. Tre ce li facevano sentire dal vivo, e un altro distribuiva i loro dischi in Italia. Quando ho lavorato per Chitarre, in cambio della pubblicità di Franco Ratti, andavo nel suo magazzino a prelevare i dischi da recensire. Quindi mi dispiace che siano scomparsi perché sono stati veramente l’ossatura della musica che continuo ad amare, e che continua ad andare avanti grazie ad altri che sono ancora lì. Lo avrei dedicato molto più volentieri ad altri personaggi che sono ancora vivi, ma mi sembrava che lo scherzo ancorchè appropriato non fosse adatto (ride). 

Parlando dei brani, cosa li ha ispirati, anche dal punto di vista musicale? 
Musicalmente in questo disco ci sono un po’ tutte le diverse direzioni e gli stili a cui sono affezionato, ma devo dire che non è stata una cosa premeditata. Come ho detto i vari brani sono stati registrati di volta in volta, chiamando poi i musicisti che ritenevo più adatti ed appropriati alla situazione. A cose fatte mi sono accorto che ci sono tutte le mie passioni, il tex-mex, la musica latino-americana, il folk, il country rock, c’è anche il rock blues come in “Senza Regole”. In questo brano Francesco suona l'armonica, che ritengo essere il suo strumento del cuore, la sua seconda voce. All’inizio volevamo solo una coloritura poi è diventato lo strumento portante del brano. “Al Falco e al Serpente” nasce da una riflessione sulla nostra epoca, che sarà ricordata allo stesso modo in cui noi consideriamo il medioevo. Le invasioni barbariche con le popolazioni che si muovono e portano altre abitudini culturali, alimentari, musicali. 

Nel disco c’è anche una nuova versione della tua traduzione de “L’Angelo di Lyon” che è stata incisa anche da Francesco De Gregori in “Per Brevità Chiamato Artista”… 
 L’Angelo di Lyon, non saprei come definirla, forse è un brano folk progressivo, dove c’è il contrabbasso suonato ad arco di Franz Mayer, quindi è un atmosfera che può essere definita anche europea. E’ una di quelle canzoni che è anche facile da tradurre, è una splendida la storia. 

"L'Angelo di Lyon" non è l’unico brano che hai tradotto, penso alla splendida versione di "Souvenir" di Goodman, portata poi al successo da John Prine. Qual è la difficoltà nel tradurre un brano dall’inglese all’italiano? 
La difficoltà di tradurre dall’inglese nasce dal fatto che questa lingua ha un contenuto altissimo di informazione per simbolo fonentico, per lettera, invece in italiano questo è bassissimo. L’inglese è fatto tutto di monosillabi, quindi è molto più cantabile di una qualunque parola italiana che finisce per vocale, e quindi con un suono aperto. Si dice che la lingua italiana sia una lingua musicale, e questo è vero, ma solo in apparenza perché questo si avverte nel sentirla parlare. In effetti è molto meno cantabile dell’inglese, dove le parole puoi allungarle, stirarle come vuoi. Prendi ad esempio War, puoi farla lunga, breve, invece la parola Guerra, là nasce e là finisce. Allora ci inventiamo le dizioni poetiche. A me non è mai piaciuta l’opera perché i librettisti erano costretti a fare delle rime come cuor, amor, in modo da poter allungare. Poi Francesco De Gregori se n’è inventata un'altra ancora, che poi è la ritmica della chiesa, quella delle prediche. I sermoni della chiesa sono sempre stati una fonte di ispirazione per chi faceva rock o blues, il cui suono viene proprio dalle prediche dei neri d’america, che hanno una loro musicalità e una loro ritmica e che si traduce subito in espressione musicale.
Se si ascolta Francesco De Gregori, che ha ispirato tutti quelli che si sono rifiutati di usare la rima cuor amor, si comprende come ci sia stato lo sviluppo di un fraseggio e di una ritmica cantautorale che è tutta abbastanza simile. Quindi la difficoltà principale di tradurre dall’inglese è proprio quella, ti devi mettere ed inventare. Non si può tradurre letteralmente, e capirai come queste traduzioni non siano vere e proprie traduzioni, ma piuttosto dei rifacimenti.  E’ il caso di Tom Russell che a “L’Angelo di Lyon” ha dato una ritmica proprio diversa, ma ad esempio Steve Young la fa con una ritmica molto più cantautorale. Nello stesso mondo americano le cover non sono quasi mai delle copie carbone, anzi uno che fa una cover, la fa rifacendola, perché non ha senso rifarla uguale. Qui in Italia invece si fanno le copie carbone, ci sono le cover band. Tornando alle traduzioni, le prime canzoni di Dylan, uscivano su degli spartiti che si potevano comprare, c’erano i testi, gli accordi e poi c’era sempre la traduzione italiana. Le traduzioni, fino ad un certo punto, erano firmate da Mogol, che a me non è mai piaciuto come autore, neanche cantato da Battisti, che riusciva a dare dignità a quei testi… proprio scritti male. Roba che se uno legge una canzone scritta da Mogol - e questa è una mia opinione perchè non voglio offendere nessuno e perché ognuno fa il suo mestiere - come fosse un tema, io gli darei cinque, cinque e mezzo, sei. Non si capisce niente. Battisti poteva cantare anche l’elenco del telefono, ma il vertice della sua carriera è stato Don Giovanni, con testi di Panella. Lì la grandezza di Battisti è uscita tutta. Io scrissi delle cose inverosimili recensendo quel disco e mi cancellarono anche la frase in cui dicevo che quel disco era “una delle più belle pagine del rock italiano”. Quella rivista aveva un'altra idea del rock, per me Battisti era rock, cosa c’era più rock di Panella trattato da Battisti? Ho in mente ad esempio Mr. Tamburine Man, che è una canzone dedicata ad un pusher e il tamburino era quello che gli passava l’LSD, era una canzone che diceva delle cose. Nella traduzione italiana era diventata un tamburino che girava per la strada. Blowin’ In The Wind, non so come l’abbia straziata, ma tanto nessuno le ha mai cantate quelle cose. Una cosa che pochi sanno, è che se uno traduce una canzone americana di successo, prende anche una piccolissima quota delle royalties del pezzo originario, perché si pensa che se uno traduce un pezzo in italiano, in qualche maniera lo promuove e quindi gli tocca una fettina di diritto d’autore del pezzo originale. Anche quando uno compra il disco di Dylan originale, al traduttore tocca sempre una piccolissima percentuale.
Mogol traduceva tutto quello che usciva all’epoca, e non gliene fregava nulla che nessuno le cantasse, alla fine ciò che gli interessava era depositare il testo alla SIAE come traduzione. Tutto questo avveniva con l’approvazione della società editrice di Dylan, che credo fosse la Ricordi. Ad un certo punto Dylan guardando i suoi rendiconti si accorse che dall’Italia gli arrivavano un sacco di soldi e vide che c’erano queste traduzioni di Mogol. Così chiesi di leggere la traduzione della traduzione. Non gli piacquero assolutamente e dopo di che disse ai suoi editori, di fare una diffida per Mogol per fargli azzerare tutte le sue tradizioni. Da quel momento in poi chiunque volesse tradurre un suo brano, gli avrebbe dovuto far leggere la traduzione della traduzione. Francesco è passato per tutta questa trafila con “If You See Her Say Hallo”, e alla fine Dylan ha approvato la sua traduzione, e come non avrebbe potuto? Lui ha fatto un lavoro eccezionale, per una canzone che era molto difficile da tradurre. Se fosse stato facile ci sarei riuscito anch’io. Mogol traduceva in modo che ogni nota musicale che corrisponde ad una sillaba fosse sovrapponibile tra italiano ed inglese, ma è una cosa impossibile, è necessario sostituire delle note, fare degli accorgimenti. Tutte quelle traduzioni che ho firmato sono canzoni che avrei potuto pubblicare come mie. Di fronte ad una causa per plagio, deve essere uguale lo spartito, bisogna prendere le battute, e vedere se sono sovrapponibili. Quelle di Mogol erano sovrapponibili al 100% quelle di Francesco non credo, ne tantomeno le mie. Così avrei potuto firmare vari brani come miei. Il discoro era che non cercavo una ispirazione ma volevo proprio tradurre. La difficoltà della traduzione è quella di usare l’italiano al posto dell’inglese che è più compatto e, come minimo, succede che per tradurre quattro strofe ne devi mettere sei, e così una canzone di durata normale, in italiano diventa molto più lunga. Una canzone di Tom Russell che ho tradotto “La Coperta Indiana” altro non è che un riambientamento, una riscrittura, poichè la storia la trasporto dall’America all’Appennino Italiano. Nella sua versione originaria era ancora più lunga, e quando mi trovai ad inciderla per il disco “Girardengo e altre storie”, il produttore Vincenzo Mancuso, che è anche un ottimo chitarrista, mi convinse a togliere delle strofe perché era davvero lunghissima, e nonostante tutto è ancora un brano di notevole durata. Ce n’è qualcuna che per miracolo, come Suveniers, che è venuta abbastanza fedele, perché ha una scansione ritmica particolare. Anche le canzoni di Tom Russell sono così, infatti l’ho tradotto spesso, e in qualche maniera la sua scrittura è più facile da tradurre. 

Come nel caso di “Ultime della Sera”… 
Si, questo brano è chiaramente debitore di una canzone della Carter Family degli anni venti, che era “Jimmy Brown The Newsboy”, che faceva così (e canta) “I sell the morning papers sir my name is Jimmy Brown/Everybody knows that I'm the newsboy of the town”. Sono due accordi e poi questo brano era in qualche maniera ispirato ad un altro brano ancora, che parlava di Charles Guiteau, l’assassino del presidente americano Garfield. Le canzoni country folk si assomigliano tutte. C’era un etnomusicologo che disse le canzoni folk americane sono due una è “Jesse James” e l’altra no (ride). Ed è veramente così perché le varie linee melodiche derivano tutte dallo stesso ceppo, che a forza di rimaneggiamenti e cambiamenti si sono trasformate in altri brani. 

Nel disco è presente anche “Quello Che Mi Resta” di Stefano Rosso.. 
Sono sempre stato affezionato a Stefano, lo conoscevo da quando strimpellava la chitarra in Piazza Santa Maria in Trastevere. Così mi ero ripromesso che prima o poi avrei voluto ricordarlo con una canzone. Sarebbe troppo facile, però, dire che eravamo amici. Dopo la morte di qualcuno, tutti si scoprono amici, e Stefano di amici non ne aveva, anzi ne aveva uno solo forse che era Giovannone il suo tastierista degli ultimi anni, e che, tra l’altro era molto più giovane di lui. Preferisco dire che a Stefano gli volevo bene, ma non posso vantarmi di essere stato suo amico, anche se abbiamo diviso strada e concerti. Ci telefonavamo alle tre di notte da ubriachi tutti e due, più lui telefonava a me in verità. Gli ultimi anni mi chiedeva di fare delle cose insieme, e gli rispondevo delicatamente di no. Prima di tutto, dicevo: “Guarda Stefano non è che se facciamo un concerto insieme viene il doppio della gente, perchè vengono sempre le stesse persone”. Però il motivo fondamentale era che lavorare con lui era difficile, perchè aveva un carattere pessimo. Quindi ho preferito non collaborare con lui, per evitare di non volergli più bene. Tuttora mi chiedo se ho fatto bene o ho fatto male, ma ognuno ha questi debiti con la propria coscienza. Non che mi senta in colpa, perché non gli ho mai fatto niente di male, però tutti sappiamo come era fatto. Lo conosce bene Andrea Tarquini che ora suona con me, e che a lungo è stato il suo chitarrista. Senz’altro era una persona amabile, gli si poteva voler bene, ma l’amicizia è un'altra cosa… 

Veniamo a “Torna Il Bandito”, che rappresenta la continuazione de “Il Bandito e Il Campione”...
 “Il Bandito e Il Campione” sin da subito mi era sembrata eccezionale. Era una bomba. Poiché con Francesco ci siamo sempre fatti sentire a vicenda le rispettive novità, gliela feci ascoltare e lui disse subito che prima o poi l’avrebbe voluta incidere. La prima versione che ho pubblicato risale al 1990 quando la incisi su “Azzardo”, una cassetta registrata dal vivo, ma al successo ci arrivò nel 1993 con la versione di Francesco che vendette cinquecentomila copie. Che la canzone funzionasse l’avevo capito subito, ma ci voleva un big come lui per portarla al successo, perché il mio pubblico è di nicchia. Francesco l'ha cantata in maniera ottima. Il potenziale nella canzone c'era e nel caso di Francesco c'era anche il pubblico. Mi dispiace che la storia sia stata buttata via quando è stata fatta la fiction. Io rispetto questo tipo cinema televisivo, e lo stesso autore e regista mi hanno detto che la fiction è una fiction perché racconta storie di fantasia. Anche quella de “Il Bandito e Il Campione” però è una storia di fantasia, perché non racconta nulla di certo, ci sono solo delle scene, dei flash, ma non è assolutamente la storia della fiction televisiva. Se avete letto il libro di Marco Ventura, a cui è ispirata la fiction, si nota che quest’ultima ha distrutto tutto il dato storico, inventando dei personaggi femminili, che poi in questa storia c’erano già e tutti di grandissimo livello. C’era una donna di Torino, che faceva parte della banda Pollastri, ed era un esempio di protofemminismo. Un personaggio interessantissimo insomma, sul quale si sarebbe potuto inventare un amore tra lei e il bandito, o fra lei e un altro componente della banda senza scomodare altre presenze. Di questa fiction non voglio dire ne bene ne male, semplicemente non era la storia che interessava a noi. Il libro è invece molto rigoroso e ci sono cose che non sapevo neanch’io. Conobbi Marco Ventura quando ancora stava scrivendo il libro, lui stava a Foligno perché stava scrivendo degli articoli post terremoto in Umbria. Ci incontrammo per caso e facemmo una piacevolissima chiacchierata e mi disse che stava scrivendo questo libro, e tutto quello che era venuto a sapere. Finì il libro, le edizioni mi chiesero il permesso di aprire il libro con i versi della mia canzone, permesso che io diedi più che volentieri perché avevo già letto degli stralci del libro che era assolutamente rigoroso, bello, e ben scritto.
Insomma la storia ci sarebbe e sarebbe interessante e credo che ne verrebbe fuori un film ricchissimo di spunti, perché non finisce con l’arresto di Sante Pollastri, che era anche una personalità interessantissima. Da un bandito così feroce, come racconta la leggenda, ci si aspetterebbe una reazione forte al momento dell’arresto, ma lui invece si fece mettere le manette senza neanche arrabbiarsi. Fu un detenuto esemplare, tanto che sedò una rivolta nel 1945 perché erano scappati tutti dal carcere. I galeotti avevano anche problemi di sopravvivenza e si erano rivoltati e lui riuscì a condurre le trattative fra gli Alleati che stavano occupando l’Italia e i detenuti e calmò le acque. Per cui poi fu graziato, non ricordo in che anno, e tornò a casa sua a Novi Ligure. Qui comincia la storia di “Torna Il Bandito”. La gente che aveva discusso al bar e all’osteria se c’erano rapporti fra il bandito e il campione, se era stato Girardengo che l’aveva tradito o meno. “Il Ritorno del Bandito” è la storia di Sante Pollastri dopo il carcere. Quando tornò era temuto da tutti, e tutti si aspettavano che ci fosse una resa dei conti con Girardengo, ma invece non ci fu niente. Questo non è certo storicamente, ma la gente raccontava che il bandito entrò dentro il negozio di biciclette che aveva messo su Girardengo, una volta ritiratosi dallo sport attivo. Io mi immagino il bandito che entra, Girardengo che tira giù la saracinesca del negozio, e dopo di che escono tutti e due, si salutano e ognuno va per la sua strada. La gente diceva che probabilmente Girardengo gli aveva dato dei soldi, e credo sia andata proprio così con il vecchio campione che aiutò il detenuto del suo paese, a tirare avanti. Lui tirò avanti portando in giro una bicicletta con su una cassetta per la frutta, non di plastica perché negli anni cinquanta non c’era plastica, e vendeva piccola maglieria per bambino, cioè magliettine, calzini porta a porta. Sposò una ragazza madre, diede un nome al figlio di lei. Dall’arresto in poi Sante Pollastri fu una persona assolutamente irreprensibile, anzi più che umano. D’altra parte, penso che dopo il primo omicidio, sentisse il peso del crimine, durante il processo in Francia spiegò perché aveva ucciso il Maresciallo Lupano, che fu la prima vittima. Il giudice gli disse bene questi sono i motivi del primo omicidio, e gli altri? Lui rispose dicendo che gli altri furono quasi obbligatori, perché non aveva più nulla da perdere, semplicemente continuava ad uccidere per scappare e non essere preso. Di vittime gliene attribuirono molte più di quante ne fossero in realtà però erano quindici o diciannove tra forze dell’ordine, francesi, italiane. Sul libro di Ventura sono spiegati comunque tutti i dettagli della sua storia. 

Che ne pensi della versione de Il bandito e Il campione di Tom Russell sul disco dei Barnetti Brothers? 
Mi piace assolutamente conosco benissimo lo stile e la rifà in stile mariachi, tex mex. Mi sembra giustissimo. Fa esattamente quello che faccio io riadatta, riambienta. Non capisco cosa c’entri con i Barnetti Brothers, la traduzione è di Tom Russell, la canta lui, e i Barnetti Brothers cantano solo “Ahiaiai Girardengo” nel coro. Non capisco perché l’abbiano usata come pezzo di punta di tutto l’album, quando in realtà è Tom Russell con la sua band e con tutto il resto del disco non c’entra nulla. Io sarei contento se la mettesse in un suo disco, intanto l’ha tradotta in inglese e magari un domani lo potrebbe fare anche qualcun altro, magari anch’io se provo a cantare in America. E’ un brano a disposizione di tutti. Un testo chiunque lo canti, basta che passi un anno e lo può cantare chiunque altro, senza chiedere permessi o autorizzazioni, basta citare l’autore. In questo senso la musica è gratis. Torna il bandito si conclude con la frase “c’è chi usa una vecchia pistola e chi ti ruba con la penna stilografica”, che in qualche modo ricalca un verso di Pretty Boy Floyd di Woody Guthrie… Woody Guthrie dice “qualcuno ti rapina ‎con una sei colpi, qualcun altro con una penna stilografica”, anche qui ho cercato di far emergere lo stesso concetto ma con parole diverse. Qualcuno mi ha detto però che prima di Woody Guthrie, anche Bertold Brecht aveva usato questa espressione. Probabilmente tanta altra gente lo avrà detto. Ci sono una serie di proverbi che sono di uso comune, come quello che dice è “meglio una coltellata che un pacchettino di carta bollata”. Sono tutte cose di origine popolare come “uccide più la lingua della spada”. 

Rispetto a "Pastore di Nuvole" come è evoluto il sound in questo disco? 
“Pastore di Nuovole”, a differenza di questo che è prodotto da me e Paolo Giovenchi, godeva di una produzione ufficiale di Guido Guglielminetti e in quel momento era il mio disco migliore, e teneva conto dei miei gusti. Il produttore di una grossa major, però, deve rispondere di un budget, oltre a starci dentro, deve anche confezionare un prodotto che sia consono agli standard commerciali. In questo caso non mi sono posto minimamente questo problema. Non c’era nessuno che mi diceva questa canzone non va bene, o bisogna aggiungere un ritornello, o fare un arrangiamento più accattivante. La responsabilità di questo non è solo del produttore ma anche di chi gli dà i soldi, delle radio che mandano avanti solo certi suoni. E’ un po’ come la moda, che è in mano alle persone che a livello mondiale rappresentano i pigmenti, che sono le basi per fare i colori, e hanno i loro grossisti internazionali. Quindi un anno va il blu, un anno un altro colore, bisogna far contenti tutti. Si mettono d’accordo, allo stesso modo accade per la musica. Un anno va l’etno-africano, un anno va questo, un anno va la tecno. Il discorso è che il mercato italiano per una major, come la Sony, è già un sottomercato. Loro si muovono solo per cose che avvengono a livello globale tipo che ne so la colonna sonora del “Re Leone”, e lì funziona alla grande. Del mercato italiano non gliene frega niente, è in perdita, è una cosa minima. Figuriamoci poi un Luigi Grechi all’interno di un piccolo mercato, è ancora più piccolo. Quel disco è solo una cortesia che hanno fatto a me, forse effettivamente perché ero fratello di Francesco e avevano anche un po’ di soldi da buttare via, e questo penso sia l’unico motivo per cui ho fatto il disco con loro. E non è che sia stato distribuito meglio di come lo sarà questo. Una delle cose su cui scommetto per “Angeli e Fantasmi” è proprio questa, riuscire a vendere le stesse copie che ho venduto con la Sony con una distribuzione piccola. E parliamo di poche copie, perché il disco non era distribuito come viene distribuito un disco di Baglioni, o di chiunque altro sia top. RCA, Sony, BMG, sono ormai una sola cosa, ma prima si mettevano d’accordo sul prezzo, e come sapete in Italia non abbiamo una legge anti trust, e con tutto ciò hanno dovuto pagare una penale enorme. Non si capisce infatti perché un disco che è costato un milione di euro, debba avere lo stesso prezzo di uno che è costato dieci mila euro. Quando sono in negozio costano tutti uguali. Oggi c’è una maggiore attenzione sulle differenze, ovvero tra le svendite autostradali di dischi di quarant’anni fa, che costano 3 Euro e novanta e le cui spese sono state già ammortizzate da anni ed anni, e anche a vendere il prezzo base della plastica e della confezione ci guadagnano sempre. Perché le grosse compagnie hanno interesse a fare i dischi oggi? Sono compagnie che sono appunto che con i dischi ci rimettono ma poi ti vendono i dischi vergine, i masterizzatori, i lettori, gli amplificatori, i circuiti e tutto il resto, e loro possono andare avanti a fare dischi in perdita tanto la gente dovrà pure sentirli da qualche parte. Io ho prodotto un disco da artista come se fossi un regista indipendente, questa è la differenza. Musicalmente Guglielminetti ha fatto ottimamente il suo lavoro, e io l’ho fatto lo stesso fregandomene di qual è il pigmento di quest’anno. E’ una scommessa, e non lo so se avrà successo. Sicuramente ci rimetterò i soldi che ci ho messo, ma il motivo perché l’ho fatto è un altro. Sono passati i tempi in cui, non dico diventavi ricco, ma vivevi tranquillo facendo un disco. Questi tempi sono finiti per sempre, anche perché è finito il disco. Resta il file, ma il disco non c’è più. Il file può diventare disco, penna usb, ma non si fanno più soldi facendo i dischi e tutti quanti i discografici stanno lì a piangere. E certamente piangerò anch’io, ma grazie a questo disco spero di rimettermi in pista e andare a suonare dal vivo con più frequenza. E’ questo quello che mi aspetto. 

Tornando a Woody Guthrie come sei venuto in contatto con la sua musica? 
Quando io incominciai ad interessarmi di folk americano non ero assolutamente in grado di capire il testo di una canzone. C’era però una biblioteca in Via Veneto, dove per la prima volta andai a leggere, il Capitale di Marx, Il Manifesto del Partito Comunista e che là li si potevano trovare in versione originale, a differenza delle altre biblioteche italiane dove spesso sparivano dagli scaffali o non erano accessibili. Oltre a leggere queste cose andavo lì a cercare i libri di Alan Lomax per trovare i testi delle ballate americane, e in un libro che parlava dei folksinger scoprii Woody Guthrie. Qua in Italia però non esisteva nessun disco suo, ma poi chiesi ad una mia amica, che era hostes, di comprarmi qualche suo disco quando andava in America. Lei mi portò Dust Bowl Ballads che cominciava con Tom Jod, e che tra l’altro era delle edizioni RCA americane. Non era la versione della Library Congress. Parliamo del 1965, qualche anno prima che morisse Guthrie. Poi comprai in Inghilterra una raccolta di canzoni e successivamente Bound For Glory il suo romanzo, e quindi cominiciò una vera e propria ricerca. Allora non c’era internet, non c’erano manuali per chitarra, non esistevano dischi, mp3, era una continua ricerca. Woody Guthrie è stata una grande ispirazione per me. 


Salvatore Esposito e Giommaria Monti

Luigi Grechi ”De Gregori” - Angeli & Fantasmi (Autoprodotto/Ducale) 
Giù il cappellaccio da cowboy, gente, che è di nuovo tempo di zingari felici, anime nella corrente, angeli & fantasmi di sua maestà country-folk Luigi Grechi, l’altro De Gregori. Barba profetica e testi pure, prospettiva del mondo on the road, centrata sul nocciolo della questione, come dio comanda e la canzone di contenuto pure. Otto tracce appena, ma servono a farsi un’idea del cantautore doc. Chi ne masticasse poco o soffrisse di memoria corta sappia che la storia della ballata d'autore è passata - e passa - anche dai suonatori per niente stanchi come il Grechi in oggetto; che più polvere e frontiera e mito americano di così soltanto il Denver delle higway stelle a strisce e/o (per restare alle nostre latitudini) lo Stefano Rosso di Vado, prendo l’America…e torno. Per gli idiosincratici agli album belli senz’anima e ancora meno idee, questo è il disco cinque stelle da non mancare per rifarsi (con gli interessi) orecchie e cervello. Il tempo passa e l’impegno pure, ma non per Grechi, che sotto l’egida di musica & parole rimesta nel sacco del suo passato remoto (Al primo canto del gallo); rivisita il Tom Russel di L'angelo di Lyon; omaggia il fratello illustre con ripescaggi d’antàn (La strada è fiorita), se la vede proprio con Stefano Rosso (Quello che mi resta); quindi rimpolpa la scaletta di tasca propria e inedita. Per mezzo di una quaterna di brani che si intrattengono su emigrazione indiana (Al falco ed al serpente), hit di stra-meritata fortuna (Torna il bandito, capitolo conclusivo de Il bandito e il campione), ritratti di newboy su sfondo di città (Ultime della sera) e manifesti rock blues (Senza regole), dove figura persino il sopra-evocato Francesco De Gregori all’armonica a bocca. La voce regge quanto basta, e dove la voce non può ci pensano la verve della chitarra e la sezione ritmica basso-batteria di Giovenchi & Parenti. Un sound discreto, al servizio delle parole, con dentro il sangue vivo della canzone d’autore. Senza contare, poi, che il popolo scombinato dei drop-out luigidegregoriani entra & esce dalle ballate stra-carico di vita vissuta e umanità: chi si re-inventa la vita in un maneggio, chi a un semaforo come strillone, chi lo fa per avversità della sorte, chi del cuore. Il quarto stato che resiste (a tempo, capitalismo, omologazione, pressapochismo, consumi di massa), e che Luigi Grechi non smette di cantare in senso paradigmatico. Fedeltà a se stessi e alle proprie idee, si diceva una volta. E allora, di nuovo, giù il cappello, signore e signori, che è tornato alla grande il pastore di nuvole, l’acchiappasogni con codino, barbone & chitarra, il folk singer Luigi Grechi che pare uscito fresco da un racconto West americano e per mia e vostra fortuna invece canta e suona e parla (benissimo) in italiano. Un cd senza uno straccio di ombra, questo Angeli & Fantasmi: discreto, sostanzioso, orecchiabile, che commuove. Una boccata d’aria pura nel miasma dei vuoti a perdere discografici che ci circonda. Oltre ai già citati Paolo Giovenchi (basso) e Stefano Parenti (batteria), il cast del disco si completa del supporto di Francesco Bellani (tastiere), Fiore Benigni (organetto), Leonardo Petrucci (mandolini), Andrea Tarquini (chitarra), Alessandro Valle (dobro e pedal-steel) e Franz Mayer (contrabbasso ad arco in L'Angelo di Lyon). Che dite, basta per un’ovazione? 


Mario Bonanno