Vinicio Capossela, Pomigliano Jazz Festival XVII Edizione, Cimitile (NA), 21 Settembre 2012

La scena è quella suggestiva delle basiliche paleocristiane di Cimitile, il complesso archeologico del IV secolo d.C., dove per il secondo anno fa tappa il Pomigliano Jazz Festival. Scelta controversa che ha determinato un dibattito nell’agorà telematica e nei media per l’allontanamento dalla città vesuviana, per il costo del biglietto (30 Euro) non proprio accessibile a tutti (a parte politici e notabili locali presenzialisti, che entrati gratis con il loro seguito, ne hanno approfittato per occupare posti riservati agli addetti ai lavori, chiacchierare ad alta voce o parlare al cellulare, come da costume italiota), e non da ultimo per il nome di Capossela stesso. Che lui non c’entri niente con la nozione di jazz, lo dichiara subito all’inizio dello show, ma al di là dell’amore dichiarato in vecchie interviste per una musica nata come genere davvero popolare, va sottolineato come non pochi festival jazz, in Italia come altrove, si adoperino per dare spazio a personalità che, seppure lontane dalla matrice jazzistica, possiedono un elevato tasso artistico. 
E sicuramente Capossela è uno dei musicisti più originali della scena nazionale e non solo, per la sua creatività onnivora, spiazzante, istrionica, colta e popolare al contempo. A Cimitile, Vinicio non è venuto a presentare il suo recente album di ispirazione greca, ma ha concepito un progetto per l’occasione pomiglianese, affascinato dai luoghi di “una cristianità antica non ancora gerarchizzata”, sottolinea in scena, “posti sulle vie che percorsero San Gennaro, San Felice e San Paolino”, come ha rimarcato in più di un’intervista. Una scelta non casuale e non occhiuta, se si guarda al suo interesse verso le culture religiose del nostro Sud, che ha trovato ampio sparso nei suoi dischi. Le vie dei santi, di chiaro richiamo chatwiniano, è il titolo di uno spettacolo che, attraverso canzoni del suo repertorio, pone al centro dell’attenzione questi mediatori tra cielo e terra, figure umanizzate, più profane che entità numinose: “un incrocio tra rabdomanti, maghi e asceti”, spiega ancora Vinicio. Evoca presenze forti dell'immaginario popolare, a cui ci si rivolge perfino confidenzialmente – pensiamo a San Gennaro – per chiedere un miracolo o una raccomandazione. 
Che poi “Sappiamo tutti che c’è il MIRACOLO e il miracolo…” precisa Capossela a Cimitile, citando Massimo Troisi, che su questo tema con la sua arte ha già chiosato più di un trattato scientifico. Dunque, le vie dei santi, tra agiografia e antropologia, diventano il pretesto per parlare dell’uomo nella sua essenza, che nella devozione proietta angosce, passioni, aneliti, speranze di sovvertimento della sua condizione. Con il trasformista Vinicio suonano Vincenzo Vasi (theremin, campionatore, marimba), Alessandro Stefana (chitarra, banjo, armonium), Dimitri Sillato (violino), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Mauro Ottolini (trombone, flauto, conchiglia), Zeno De Rossi (batteria), Virginio Tenore (tammorra) e i plettri della cosiddetta banda della posta di Calitri, con Rocco Briuolo e i suoi figli. L’incipit è bandistico con la “La Marcia del Campo Santo”, a metà strada tra una fanfara balcanica e sequenze musicali dei rituali della Settimana Santa. Poi si va per mare: “Oceano oilalà” omaggia Santa Barbara. Smessi i panni del capitano di “Marinai, Profeti e Balene”, lasciato da parte lo struggimento diluito del mondo delle tekes dell’ultimo “Rebetiko Gymnastas”, Capossela indossa i panni di una sorta di predicatore, di nero vestito, con un largo capellaccio nero. Quella che sembrava un’esile trama narrativa, quasi un pretesto, diventa di canzone in canzone un itinerario corposo, perché nella sua produzione il musicista di Hannover ha toccato di frequente i temi della religiosità popolare. Di brano in brano si produce in aneddoti, citazioni, narrazioni, affabulando il pubblico (si registra il tutto esaurito). Di racconto in santo, di santo in canzone, Capossela passa in rassegna personaggi che spesso hanno vissuto le loro “facoltà” e il loro misticismo come una iattura piuttosto che un dono divino: le levitazioni estatiche di S Giuseppe da Copertino, su tutti, per non dire delle sofferenze, delle violenze e del martirio. 
La swingante “Dalla parte di Spessotto” parla di “chi è nato dalla parte di sotto”, ma anche di noi tutti, progenie di quei “farabutti” di Adamo ed Eva e nel refrain cita il classico partenopeo “Dduje Paravise”. A San Canio, “Canione”, patrono di Calitri, paese d’origine del padre, è dedicata “Marjà”, “Arri Arri” non può che omaggiare Sant’ Antonio Abate. Abbandona di tanto in tanto il suo repertorio, per dare voce ad aedi del popolo basso, come Matteo Salvatore (“Il lamento dei mendicanti”, “Le chiacchiere de lu paese”) ed Enzo Del Re (“Cant du ‘navgant”). Seguono “Santissima dei Naufragati”, “La Madonna delle conchiglie”, preceduta dalla presentazione dell’ischitana Santa Restituta, e “Lanterne Rosse”. C’è “Santo Liborio”, protettore dei cornuti volontari che ci riporta in Irpinia con una raffica di ingiuriate e i mandolini di Rocco Briuolo & Sons. Questi ultimi, a ritmo di ballo, conducono anche “Campo di Fiori”, storia di preti licenziosi: un topos della cultura popolare. Poi arriva “Non Trattare”, dove emerge ancora l’aspetto terragno della religione, “Al Colosseo” e le rime michelangelesche. Il pubblico si infiamma sulle note danzerecce de “Il Ballo di San Vito”, mentre Capossela indossa la maschera del minotauro. Siamo all’epilogo? No, non è finita, Vinicio è instancabile, dal vivo dà tutto senza risparmiarsi. Ritorna sul palco per presentare la band all’interno di “Hei Compare”, cui segue la ranchera “Occhi neri”, dedicata a Santa Lucia. Un altro tripudio arriva con “Che Coss’è l'amor”, cavallo di battaglia per l’immancabile – e come potrebbe mancare – San Rocco. Ce n’è anche per Sante Nicola, “Se Dio se ne va c’è pur sempre Santo Nicola”, recita un detto russo, prima che in scena si materializzi Ciccillo Di Benedetto, ristoratore-tenore menzionato nella canzone “Al veglione”, che intona “Core ‘ngrato”. Dopo tre ore di musica, si finisce – e poteva non essere questa la consacrata conclusione – con una delicata, notturna versione di “Ovunque Proteggi”. 


Ciro De Rosa
foto di Titti Fabozzi