BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

giovedì 28 giugno 2012

Intervista a Carmine Bruno

Come è nata la passione che ti ha portato a cominciare a suonare le percussioni?
I miei genitori mi hanno raccontato che a 5 anni alla “Fiera della casa” a Napoli, dove sono nato e cresciuto, ho preso un tamburo di un africano che li vendeva e mio padre ha dovuto comprarmelo perché io non lo mollavo! 

Come è nato il tuo amore per la musica tradizionale? 
Ho incominciato con le congas. mi affascinavano i ritmi cubani, ma poi a 15 anni mi sono guardato intorno per sapere come si suonavano i tamburi tradizionali in Campania, la mia terra ed ho incominciato con tamburello e tammorra. 

E quello per la musica cubana? 
La scansione della clave posso dire che mi ha educato ritmicamente e stimolato verso altre culture. 

Vuoi raccontaci l’esperienza musicale che hai vissuto sul posto a Cuba? 
A La Habana studiavo con Chino Chang, grande maestro cubano, ed altri maestri del folclore cubano. andavo in giro ad ascoltare rumba nelle case e i concerti la sera nei locali. è stato un periodo in cui ho vissuto e suonato con loro. è stata per me una grande scuola del ritmo popolare. 

Quanto ti hanno arricchito collaborazioni con artisti come: La Moresca, Gino Paoli, Vox Populi, Rua Portalba, Nuova Compagnia di Canto popolare, Angelo Branduardi, Archè, Balkanja, Antonello Paliotti, Nino Buonocore, Joe Barbieri, Giovanni Imparato? 
Mi sento un privilegiato per avere avuto la possibilità di collaborare con grandi artisti e suonare in contesti così diversi tra loro. ogni volta mi sembra la prima volta. e imparo sempre qualcosa di prezioso dalla musica, dalle persone con le quali suono e da quelle che mi vengono a salutare dopo i concerti.

L’entrata in organico nella Nuova Compagnia di Canto popolare, nel 1997, ha rappresento una svolta importante nella tua carriera. Da allora tanti concerti in tutto il mondo, tanti dischi, l’esperienza del palco di Sanremo, è cambiato, e come, il tuo approccio con la musica tradizionale? 
E’ meraviglioso suonare con grandi artisti,umanamente fantastici, in giro nei teatri nel mondo. oramai siamo una famiglia che viaggia per suonare. la cosa incredibile che dal primo concerto hanno accolto il mio suono e il mio accompagnamento senza il bisogno di dirci nulla! In questo grande suono mi sono sentito dalla prima nota a mio agio. Oggi il mio set rappresenta una mia interpretazione della musica tradizionale che ho percorso. 

Come vedi attualmente la situazione del panorama della musica popolare? 
Sicuramente in evoluzione, con un suono che ritorna però piacevolmente più crudo e naturale degli anni passati. ad esempio come ascoltiamo la batteria nella musica pop: suono naturale, risultato di grande professionalità. spero che non si perdano mai di vista quelli che sono i riferimenti delle tradizioni ancestrali, che poi rappresentano le origini di ciascuno di noi. E inoltre che gli eventi dei media per le grandi folle non seppelliscano la grandiosità delle feste della tradizione. 

Quali sono i tuoi metodi di ricerca nel campo della musica percussiva? 
Se penso ad esempio alla tammurriata della mia terra mi viene da pensare ai tammorrari degli anni ’60 che hanno fatto la storia. Un’altra cosa importante è seguire la relazione tra ritmo, canto e danza, come il ritmo in questo connubio ha il suo sviluppo. Poi quando ascolto delle percussioni che non suono o mi capita di lavorarci insieme, cerco prima di dialogare e poi di riportare, per quanto mi è possibile, il fraseggio sui miei strumenti. 

Da alcuni anni ti stai sperimentando anche con l'insegnamento delle tecniche e metodi degli strumenti a percussione, e nella realizzazione di tamburi progettati da te personalmente. Ci racconti i contenuti di queste esperienze? 
Con l’insegnamento cerco semplicemente con la mia passione di suonare insieme agli allievi e comunicare quanto è prezioso lo studio per la ricerca del suono e del linguaggio. non sempre è facile perché i ragazzi vanno un po’ di fretta! I prototipi che utilizzo, compreso il mio tamburello, sono il risultato, fino ad oggi, di suoni che esistono nei tamburi popolari nel mondo e che ho voluto sintetizzare con una specie di tammorra rullante, una mini cassa e piatti, più altri strumenti ‘lievemente modificati’ .

Come è nata l'idea di allestire un concerto “Tamburello, tammorra, batteria e percussioni” che ripercorre le varie esperienze musicali in vent’anni di concerti e registrazioni? 
Il concerto è nato come presentazione ai seminari. il mio grande dubbio era :’ ma la gente non si annoierà con un’ ora solo di percussioni? ‘. poi l’allestimento del set è diventato molto ampio per raccontare quello che volevo dire alla gente. anche lo studio è diventato molto intenso, per reggere al meglio questo grande impegno! 

Hai già avuto modo di presentare il tuo spettacolo? Come è stata questa esperienza e qual è stato il riscontro che hai avuto? 
L’ entusiasmo della gente dopo i concerti mi ha dato la forza per continuare. La risposta più incoraggiante che, dopo che il concerto è diventato di un’ ora e mezza, la gente alla fine era contenta di questa insolita esperienza fatta di racconti, tanti tamburi e colori. 

Attuali collaborazioni e prossimi impegni? 
Concerti estivi con la Nccp. Prossimo concerto mio il 21 giugno a Terni alla festa della musica. E spero a seguire tanti altri concerti miei! Grazie a tutti vi aspetto ai concerti! 


Mario G. Rossi

Rura - Break it up (Greentrax)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Eccellente il debutto dei Rura, band già vista in Italia dal vivo grazie al promoter Geomusic, sempre vincente nell’unire novità e qualità delle proposte musicali. Considerato “the hottest new band on the Scottish scene”, il quintetto si è messo in luce al festival glaswegian Celtic Connections nel 2011. Rura sono Steven Blake (bagpipes e whistles), Jack Smedley (violino), David Foley (bodhran e flauto), Chris Waite (chitarre) e Adam Holmes (voce, chitarra); a cinque delle dieci tracce di Break it up contribuisce anche James Lindsay (basso). Prodotto dal violinista e compositore Aidan O’Rourke, l’album presenta una band solida, con componenti giovani ma di elevata levatura tecnica, portatrice di un sound contemporaneo dai tratti originali. Visto lo strumentario, se si devono cercare punto di riferimento, questi riconducono a formazioni che hanno fatto la storia del folk caledone negli anni ‘80 e ’90, soprattutto Battlefield Band e Tannahill Weavers. Tuttavia, non siamo affatto di fronte ad una mera ripresa di quei canoni estetici. Nell’accostamento melodico-armonico-ritmico di pipes, flauti, violino, chitarre e bodhrán i Rura si caratterizzano per fornire nuovi punti di vista sonori. La band propone brani di pubblico dominio e d’autore contemporaneo, tra cui temi del compianto Martyn Bennett, ma anche di Liz Caroll, Chris Stout, Solas, John McSherry; spiccano inoltre due composizioni del vocalist Adam Holmes. Nella prima, “Mary”, la sua voce calda e lievemente scura ricorda – non sarò il primo recensore a dirlo – quella soul dell’italo-scozzese Paolo Nutini. Nella seconda, che è la title-track, c’è una riuscita fusione di atmosfera da ballad e di fitte trame strumentali. Possiede un robusto drive la terza canzone, che è la cover di “Allegory”, firmata Murray Attaway (leader degli americani Guadalcanal Diary). Quanto agli strumentali, si passa dal potente incedere del medley di marce e reel “Intro” alla multiforme “Sorley’s”, dalle sfumature galiziane e balcaniche di “Viva” al finale evocativo, tutto costruito su violino e pipes, di "Lament for Donald Ban MacCrimmon". Ancora una volta l’etichetta di Ian Green mostra fiuto sopraffino nello scovare nuove leve e nel dare nuova linfa alla musica neo- tradizionale scozzese. 



 Ciro De Rosa

Nicola Costanti, Sorella Toscana, Protagon Edizioni, pp. 96, Libro con Cd, Euro 20,00

Il progetto Sorella Toscana nasce un paio di anni fa dall'incontro tra il cantautore Nicola Costanti e il poeta Marco Brogi, due giovani toscani con la comune passione per la canzone d’autore e la poesia. L’idea era quella di realizzare una raccolta di epitaffi di viventi, di gente comune, di persone che si possono incontrare tutti i giorni al bar, per strada o in pizzeria. E’ nato così questo libro con cd, un’opera unica nel suo genere che raccoglie dieci canzoni e cento ritratti in versi, che raccontano l’Italia e il mondo visti con gli occhi degli abitanti di Buonconvento, un paesino della Toscana a 25 km da Siena e 200 da Roma. Un lavoro prezioso, dunque, che mescola canzoni e poesie dando vita a quella che Gianni Mura nella prefazione definisce giustamente un “Antologia di Spoon River dei nostri anni". Incontriamo così il benzinaio, la ragazza madre, il calciatore fallito, una contadina, un pensionato che non vota la Lega, un disertore bugiargo, tutta gente che si racconta a cuore aperto, che parla della vita, delle speranze tradite o concretizzate, ma anche della passione e dei loro amori. A differenza di un racconto soggettivo dal punto di vista di una singola voce narrante, Sorella Toscana si compone di tante storie, tante realtà vive e vitali che nel loro insieme si integrano in una narrazione unica nella quale è racchiuso un pezzo della vita di ognuno di noi. Ad impreziosire il tutto ci sono le illustrazioni di Max Cavezzali, che contribuiscono a veicolare il messaggio degli autori, che con questa opera hanno inteso intraprendere un vero e proprio viaggio attraverso la grande varietà di esperienze ed emozioni che caratterizzano l’esistenza. Dal punto di vista prettamente musicale il disco, si ricollega alla migliore tradizione cantautorale italiana che vede in Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori e Francesco Guccini i suoi principali riferimenti. Ad impreziosire il tutto c’è la partecipazione ai vari brani di alcuni ospiti, tutti toscani doc, ovvero Leonardo Pieraccioni, Alessandro Benvenuti, Athina Cenci, Carlo Monni, Renzo Ulivieri, Daniela Morozzi, Andrea Agresti (Le Iene), Cristiano Militello (Striscia la notizia) e Andrea Muzzi. Sorella Toscana è un progetto interessantissimo dove l’incontro tra poesia e musica ha dato vita ad una storia collettiva che rappresenta lo specchio dei nostri tempi. 


Salvatore Esposito

I Cantori dei Menamenamò – La Chiara Funtana (Associazione Culturale Menamenamò)

Scovato fortunosamente negli scaffali di un fornito negozio a Maglie (Le), La Chiara Funtana dei Cantori dei Menamenamò è uno di quei dischi realizzati soprattutto a beneficio della comunità locale con lo scopo di conservare la memoria storica e culturale del Salento. Come spesso accade, si tratta di piccole perle che spesso finiscono per essere dimenticate troppo in fretta, vuoi per la mancanza di un piano comunicativo in grado di far conoscere questi dischi, vuoi per la genuinità di chi li produce e distribuisce che non si cura troppo di darne diffusione preferendo che siano le persone veramente interessate a cercare questi dischi, e in questo i salentini stanno sempre bene attenti a non dare “perle ai porci”. Prodotto nel 2003 da Luigi Mengoli, musicista e ricercatore da lungo tempo attivo nella conservazione del patrimonio musicale dell’area di Spongano (Le), La Chiara Funtana è il quarto disco inciso dai Cantori dei Menamenamò, gruppo vocale composto da nove cantori e cantrici, ovvero Elisabetta e Giuseppa Corvaglia, Salvatore Gambino, Alfredo Giannuzzi, Giuseppa e Vittoria Guida, Salvatore Lazzardi, Amleto Nicolardi e Francesco Rizzello. Si tratta di una raccolta di dodici canti “alla stisa”, quindi per sole voci nei quali si viene a contatto con un corpus di brani che spaziano dai canti narrativi a quelli di lavoro passando per alcune particolari versioni di brani del repertorio folk urbano fino a toccare anche alcuni canti d’amore. Ad aprire il disco è La Chiara Funtana, una murder ballad dal procedere quasi teatrale con le voci che si rincorrono in un dialogo nel quale viene raccontata la storia di un tradimento e di una successiva vendetta. Se Moretto è un intenso canto d’amore, La Coppula appartiene invece al repertorio folk di personaggi come Bruno Petrachi, mentre la bella versione de La Monacella si caratterizza per la voce solista di Amleto Nicolardi. Si prosegue poi con Erano Tre Sorelle, La Fontanella e La Mia Signora, ma è con Vegnu De Le Muntagne, meglio nota anche come la Ceserina che si tocca uno dei vertici del disco con le voci dei nove cantori che si intrecciano e si rincorrono dando vita ad un intreccio sonoro di grande intensità. Al repertorio dei canti narrativi appartiene Donna Lubarda mentre le successive E Nina Mia, Lu Maritu Ciluso e La Figlia Del Dottore rientrano nel filone dei canti d’amore tipici dell’area di Spongano. Chiude il disco O La Rondinella Ci nella quale brillano le voci femminili magnificamente sostenute dalle maschili che si fanno carico dei bassi. La Chiara Funtana è una bella testimonianza che racchiude una piccola parte del ricco repertorio di Cantori dei Menamenamò, un repertorio nel quale troviamo non solo canti salentini ma anche altri provenienti da altre zone d’Italia e questo a dimostrazione di come la cultura popolare abbia vissuto e continui a vivere un continuo dialogo ed interscambio, passando da bocca ad orecchi fino a toccare il cuore. Auguro di trovare questo disco a coloro che vorranno provare a cercarlo, lo sforzo sarà certamente ben ripagato. 


Salvatore Esposito

Giuliana Soscia & Pino Jodice Quartet – Contemporary (Wide Sound/I.R.D.)

Attivi ormai da qualche anno, in coppia ed alla guida del loro ormai famoso quartetto, Giuliana Soscia e Pino Jodice sono, senza dubbio, tra i più apprezzati musicisti della scena jazz italiana. Entrambi infatti vantano un prestigioso curriculum artistico, con la Soscia, ben nota per essere una delle poche fisarmoniciste jazz donne al mondo, e Jodice, che in carriera vanta ben nove premi internazionali di composizione ed arrangiamento per orchestra jazz. Sin dal loro debutto discografico Latitango del 2008 abbiamo avuto modo di assitere ad un vero e proprio viaggio attraverso la contaminazione tra il tango e il jazz culminato nello splendido Il Tango da Napoli a Buenos Aires del 2010. A due anni di distanza da quest’ultimo, il loro percorso artistico comune si è arricchito, di recente, di un nuovo progetto, ContemporaryNato da un’idea di Giuliana Soscia e successivamente sviluppato con Pino Jodice, il disco raccoglie sette composizioni originali, più uno splendido omaggio a Luciano Berio del quale riprendono Wasserklavier. Durante l’ascolto si percepisce chiaramente come i due musicisti, in questo disco, partendo dalla sperimentazione abbiano cercato di far dialogare due culture musicali differenti ovvero quella classica contemporanea e quella jazz, fino ad annullare i confini che le separano. Un disco di ricerca a tutto tondo, insomma, nel quale la Soscia e Jodice hanno posto grande attenzione a timbriche, melodie ed armonie, supportati magistralmente dall’ottima sezione ritmica composta da Aldo Vigorito (contrabbasso), e Giuseppe La Pusata (batteria). Al centro della melodia c’è ovviamente la fisarmonica, che quasi magicamente si trasforma da strumento popolare ed etnico in strumento colto, dando vita ad un perfetto interplay con il pianoforte nel quale ogni nota è cesellata con cura, e si inserisce in una visione musicale quasi orchestrale. Brillano così brani come Contemporary Time, Contemporary Angels e Contemporary World, il cui fascino nasce dalla loro particolare e complessa archiettutura compositiva e dagli arrangiamenti, che mirano a valorizzare la libertà e la spontaneità non solo nell’esecuzione ma anche nell’improvvisazione. Contemporary è, dunque, un disco prezioso nel quale si apprezza a pieno tutto il talento musicale della Soscia e di Jodice, ma attendiamo con ansia anche l’uscita del disco The First Voyage of Sindbad, inciso con la partecipazione straordinaria dell’iracheno Raed Khoshaba all’oud e che promette certamente nuove sorprese sonore. 

Il brano del video compare solo a scopo illustrativo

Salvatore Esposito

Árstíðir - Svefns Og Vöku Skil (Nivalis)

Gli Árstíðir sono una interessante band di base a Reykjavík e composta da Daníel Auðunsson (chitarra e voce), Gunnar Már Jakobsson (chitarra e voce), Ragnar Ólafsson (chitarra baritona e voce), Hallgrímur Jónas Jensson (violoncello e voce), Jón Elísson (pianoforte e voce), e Karl Aldinsteinn Pestka (violino e voce), i quali propongono un sound originale che mescola folk islandese, country, roots music e musica da camera, il tutto ovviamente cantato nella lingua della loro terra. Dopo aver pubblicato un Ep dal vivo e il disco omonimo nel 2009, di recente hanno dato alle stampe Svefns Og Vöku Skil, il loro secondo album che raccoglie dodici brani, nati e rodati sul palco durante la loro intensa attività live, tra l’Islanda, la Svezia, la Russia e la Repubblica Ceca. Durante l’ascolto, ciò che colpisce sin da subito sono le loro particolari armonie vocali unite ad eccellenti trame acustiche dove le chitarre incontrano il piano e gli archi dando vita ad un affresco sonoro di grande intensità. Tra arrangiamenti semplice ed allo stesso tempo eleganti, brillano così brani come Brestir, Orð að eigin vali, Við dagsins hnig, e Til hennar, nei quali si apprezza a pieno la capacità degli Árstíðir di costruire canzoni immaginifiche nelle quali la poesia dei paesaggi della loro terra, si mescola all’evocatività delle loro voci. Quasi fosse la colonna sonora di un film, il disco ci accompagna attraverso spaccati sonori di grande intensità tra momenti riflessivi e passaggi più solari in un continuo fluire di colori tenui, e melodie di rara bellezza. Sebbene tendano a relegare sul fondo del loro sound la musica popolare della loro terra, gli Árstíðir sono senza dubbio da considerarsi come una delle più interessanti proposte della scena folk nord europea e questo non solo per la loro capacità di coniugare le loro tradizioni con la musica roots ma anche per il particolare gusto con il quale approcciano sia la composizione che l’arrangiamento, dando vita ad un dialogo musicale a trecentosessanta gradi e a più livelli. 



Salvatore Esposito

Folk & Rock in Italy pt.2: Nuju, Trenincorsa, Syndone, Arabeski Rock, Martinicca Boison

Nuju – 3° Mondo (MK Records) 
Nati nei primi mesi del 2009, i Nuju sono una band calabrese formata da, Fabrizio Cariati (voce minikorg, ciancineddi e cori), Marco Ambrosi (chitarre, bouzuki, mandolino e chitarra battente), Giuseppe Licciardi (basso, chitarra classica, synth), Roberto Virardi (fisarmonica, synth e dubmaster), RoberttoSimina (tamburelli, darbouka, shaker e percussioni), e Stefano Stalteri (batteria, piano, e cioccapiatti), che si inserisce nell’infinito filone musicale della patchanka made in Italy, partendo dagli ingredienti base del genere ovvero una miscela di folk, rock e ska, ai quali si aggiunge qualche divagazione nella musica da dancehall e dub, il tutto condito dagli immancabili testi di denuncia sociale. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, insomma, e laddove la loro proposta musicale non smuove di un millimetro una scena nella quale si è già detto e scritto tutto, i Nuju sopperiscono con tanta voglia di fare bene e una carica potente di energia, che si traduce in brani trascinanti e senza dubbio adatti a far di loro una grande live band. Il loro nuovo album 3°Mondo raccoglie undici brani che compongono un viaggi attraverso l’Italia di oggi tra spaccati autobiografici e descrizioni disilluse sulla nostra società. L’ascolto risulta assolutamente piacevole con brani che spaziano tra riflessioni sulla vita e sul futuro come nel caso di Ho Visto Un Uomo e Fuori Gregge a momenti introspettivi come ne L’Artista, il tutto condito da sonorità molto solari e brillanti a metà strada tra folk-rock e ska. Non manca qualche momento più sperimentale come nel caso della più leggera Il Furgone o Compromessi in cui il suono ci rimanda a tratti ora ai Bluvertigo ora ai Subsonica. Il vertice del disco è senza dubbio Bastardi e Pezzenti, canzone che meglio di tutte raccoglie le istanze della cifra stilista dei Nuju con il sound che abbraccia folk e musica elettronicae l’uso del dialetto nel ritornello. Sul finale arrivano poi altri due brani interessanti ovvero Lavoro Ad Agosto, che piace per l’ottima coda strumentale nella quale si lambisce l’ethno-rock, e Il Mafiologo che ad una descrizione sui professionisti dell’antimafia unisce una struttura musicale che ammicca alle atmosfere del Medley di Abbie Road dei Beatles. Con 3°Mondo i Nuju hanno senza dubbio gettato le basi per un prosieguo più maturo del loro percorso artistico, staccandosi dagli stilemi della patchanka e abbracciando maggiormente sonorità world e contaminazione certamente riusciranno a ritagliarsi una dimensione artistica più originale e compiuta. 



Trenincorsa – Abracadàbra (L’Atlantide) 
I Trenicorsa sono una interessante band lombarda, nata nel 2001 e con alle spalle un Ep e tre dischi in studio, ma soprattutto una intensa attività live maturata sui palchi non solo della loro regione ma di tutta la penisola. Composto da “Teo” Carassini (Voce e chitarra acustica), “Rusty” Noseda (chitarre acustica e classica), “Baffio” Ferrari (djembé, cahon, congas, shaker), “Giò” Bruno (fisarmonica), “Pulce” Gigliola (batteria), “Glasgo” Longhi (basso e cori), questo gruppo di belle speranze, propone un interessante un interessante folk-rock cantato in dialetto lombardo, che strizza l’occhio ora al conterraneo Davide Van De Sfroos ora ai Modena City Ramblers ora anche alla scuola cantautorale milanese di Nanni Svampa e i Gufi. A due anni di distanza da Verso Casa, i Trenincorsa hanno di recente dato alle stampe Abracadàbra, disco che raccoglie undici brani e che rappresenta un ulteriore tappa sul loro cammino di maturazione artistica come dimostra un più convinto uso del dialetto nei loro brani. Sebbene la loro proposta artistica non brilli per particolare originalità, di questo disco va senza dubbi lodata la sincerità e il fascino delle storie racchiuse nei vari brani. Ogni traccia, un po’ come quelle di Van De Sfroos racconta una storia, ora comica, ora triste, ora fantastica ora ancora reale, sicché è difficile non lasciarsi coinvolgere dalla loro capacità affabulatoria. Durante l’ascolto risaltano così brani come l’iniziale Primavera, l’intospettivaSésomen, e la title-track, tuttavia di ottima fattura sono anche Agua Mala ispirata a Il Vecchio e Il Mare di Hemingway e la bella El Gir Del Vent con la partecipazione del gruppo calabrese Koralira. Non manca qualche ballata come la dolce Mi e Ti e qualche brano di denuncia sociale come la conclusiva L'altra part del mür, storia vera di un uomo anziano, "parcheggiato" in un ospizio di periferia. Abracadàbra è senza dubbio un bel disco, che non mancherà di emozionare ed interessare quanti lo ascolteranno con attenzione. 



Syndone – La Bella è La Bestia (Ams) 
Apprezzata band progressive, i Syndone vantano oltre venti anni di attività artistica e tre dischi molto apprezzati dagli appassionati e dalla critica come Inca, Spleen e Melepesante. Il gruppo ruota intorno a tre ottimi musicisti ovvero il front-man Riccardo Ruggeri, NikComoglio (piano, hammond, minimoog e organo) e Riccardo Ruggeri (percussioni), ai quali di volta in volta si uniscono altri musicisti per arricchire il loro sound. Il loro nuovo album La Bella è La Bestia, è un interessante opera rock nella quale rileggono la nota fiaba La Bella e La Bestia attraverso dodici brani, incisi con il supporto di alcuni eccellenti musicisti sia di estrazione rock come Ray Thomas dei Moody Blues al flauto, Pino Li Trenta alla batteria e Federico Marchesano al basso, sia di formazione classica come i violoncellisti Umberto Clerici, HeikeSchuch, Paola Perardi, Claudia Ravetto, i sassofonisti Paolo Porta e Marco Tardito, con l’aggiunta del Gomalan Brass Quintet, e dell'Orchestra Filarmonica di Torino. Il disco si lascia ascoltare con grande piacere, e anche per i non appassionati di progressive, risulta essere un opera piena di fascino come dimostrano diversi episodi interessanti a partire dalla bella overture iniziale a metà strada tra Emerson, Lake and Palmer e il jazz-rock, o ancora Rosa Recisa e Tu Non Sei Qui nelle quali si apprezza l’ottima prova vocale del versatile front-man Riccardo Ruggeri. Durante l’ascolto si attraversano momenti di grande intensità lirica come nella suggestiva Mercanti di Gioia a momenti più cupi come nel caso dei brani Bestia! ma particolarmente coinvolgente risulta essere il finale con l’orchestrale La Ruota della Fortuna e l’outro di Canto della Rosa. Pur rinunciando alle chitarre, i Syndone hanno dato vita ad un disco dal sound intenso ed originale che certamente dal vivo sarà ancor più valorizzato grazie anche all’improvvisazione a cui sembrano prestarsi diversi brani in scaletta. Ad impreziosire il disco c’è anche il bel packaging che rimanda direttamente alle confezioni dei vinile d’epoca con tanto di bustina portadisco. 



Arabeski Rock – Il Viaggio (Virtual Studio) 
Emergente band romana, gli Arabeski Rock propongono un interessante ethno-rock nel quale hanno cercato di mettere in musica la realtà multiculturale e multietnica del nostro paese, dando vita ad un sound originale che mescola echi delle tradizioni mediterranee, world music e ovviamente rock. Il Viaggio è il loro recentissimo album e raccoglie nove brani per lo più strumentali che rappresentano nove tappe di un cammino attraverso il Mediterraneo nel quale si spazia dal Medio-Oriente dell’iniziale Cargo alla chitarrista Gnawa nella quale le percussioni si fondono a melodie orientaleggianti. Non manca qualche divagazione nel progressive come nel caso de Le 2 Lune ma è con Movimento Solare e Tramonto nel Deserto che il disco trova il suo vertice con le chitarre che ci avvolgono in trame sonore molto solari e trascinanti. Se Lost In The Desert è caratterizzata dal duetto tra una voce femminile che canta in inglese e una maschile in arabo, Introspezione ci rimanda vagamente alla mistica araba con la voce che ricorda il richiamo del muezzin alla preghiera. Chiudono il disco Verso Cernobyl e la Locanda, nella quale tocchiamo le coste della Spagna con la chitarra flamenca a ricamare la linea melodica. Il Viaggio è un disco senza dubbio interessante ed originale che il cui messaggio risulta molto chiaro, la musica è l’unico linguaggio che unisce realmente i tanti popoli che si affacciano sul Mediterraneo. 



Martinicca Boison – Le Canzoni Del Trimarano (Materiali Sonori) 
Il progetto Martinicca Boison non ha bisogno di grandi presentazioni, per loro parlano i dieci anni di attività, e i due dischi ed un Ep pubblicati dal 2005 al 2010 che hanno contribuito a far conoscere la loro peculiare visione del combat-folk, ben lungi dai luoghi comuni e dai soliti riferimenti ma piuttosto aperto alle influenze più svariate che partono dall’elettro-pop degli anni ottanta al prog fino a toccare lo swing. A due anni di distanza dal loro ultimo album, il gruppo fiorentino torna con Le Canzoni del Trimarano, disco che raccoglie dodici brani inediti ai quali anno partecipato anche alcuni ospiti come Enrico Maria Papes dei Giganti, Quebegue, Global KanKan e Francesca Breschi. Accolti da una simpatica copertina nella quale i sette musicisti del gruppo ovvero, Lorenzo (voce e piano), Frank (chitarre), Paolino (basso), Endless (violino), Gabri (fiati), Pablo (percussioni) e Zazà (batteria) sono ritratti a bordo di una barchetta chiamata Fondazione Trimarano, si viene letteralmente travolti da un esplosione di suoni e colori di grande intensità. Si parte con la trascinante L’Invitato Non è Felice che apre la strada a La Fondazione Trimarano, sospesa tra folk-rock e echi di anni ottanta, e alla divertente Non Andiamo D’Accordo. Si prosegue con Eraiva incisa con i Quebegue, una giovane band fiorentina, ma è con Palermo Città e Intermezzo incisa con Francesca Breschi che si tocca il vertice del disco dal punto di vista compositivo, tuttavia il brano più coinvolgente è senza dubbio la spassosa Dumpalumpa in cui brilla la voce di Enrico Maria Papes dei Giganti. Le Canzoni del Trimarano conferma come i Martinicca Boison siano certamente una delle band più interessanti della scena musicale italiana, tanto per la loro creatività quanto per la solarità della loro proposta musicale. 


Salvatore Esposito

Mino De Santis, un Verga minore prestato al cantautorato

Mino De Santis, l’ho conosciuto qualche anno fa a casa di un amico comune, che di tanto in tanto durante l’inverno, organizzava delle serata tra gli appassionati di arte, ed in particolare di musica. Ricordo molto bene quella sera, come al solito a farla da padrone era sempre il tamburello ad accompagnare lunghissime pizze, che sono sempre uno spasso. Tra un bicchiere e un canto ho notato questo ragazzo, Mino, che se ne stava lì taciturno e riservato. Una volta usciti di scena i tamburelli, quando era ormai sera tarda, gli amici lo incitarono a cantare qualche brano suo. Dopo essersi fatto pregare per un po’, perché è molto timido, cominciò a suonare e a cantare accompagnato dalla sua chitarra. Ben presto si fece silenzio e tutti presero ad ascoltarlo mentre snocciolava i suoi testi. Questo è Mino De Santis, un poeta che arriva al cuore di chi lo ascolta, facendo non solo ridere, ma soprattutto riflettere. Quando canta “Il Cane” fotografa perfettamente una metafora sulla libertà con il cane bello ma randagio e quello che ha un padrone che lo tiene a guinzaglio. 
Ogni sua riflessione arriva diretta in poche parole e ben presto si comprende subito qual è la morale dietro ogni sua storia. Tutti i testi di Mino sono così, dei quadri veristi, e perciò mi piace definirlo come “il Verga di Tuglie”, perché con una canzone riesce a cogliere ogni spaccato della realtà quotidiana. Solo lui riesce a dipingere il Salento con semplicità ed ironia, trovando le rime giuste, gli incastri di parole e modi di dire di paese, che sono così affascinanti da ricordare direttamente il parlare della gente comune, di gente umile, lavoratrice, una lingua paesana ma allo stesso tempo colta. Che dire poi di Arbu Te Ulia, nessun poeta, scrittore o pittore ha parlato mai in modo così intenso di questa pianta. Ricordo che quando ascoltai per la prima volta questo brano, eravamo proprio nella sua Tuglie, una sera di un paio di anni fa. Mi vennero i brividi mentre ascoltavo quelle parole, e rimasi così impressionato che chiesi subito il testo a Mino, il quale me lo passò subito, così la rilessi. La sua era una descrizione perfetta di quest’albero, che assieme ad altri milioni compongono il meraviglioso ed immenso bosco di ulivi, presente nel Salento, il grande polmone della nostra terra. Chi, come me, da agricoltore conosce questa pianta non può che emozionarsi nell’ascoltare questa canzone. Frase dopo frase, scopriamo la sua storia, la storia di un albero che è lì da oltre cento anni e non si è mai mosso da quella terra rossa. A cambiare la sua storia centenaria è però un’uomo che per sete di ricchezza, vende la pianta ad un ricco del Nord, e così quell’ulivo finisce ad abbellire una villa, patendo il freddo e il gelo. L’ulivo, nonostante tutto, resta sempre in silenzio, senza lamentarsi, ma anzi l’autore si chiede se avesse avuto una voce quell’albero avrebbe mai chiesto dei suoi antenati che lo avevano curato sin da quando era una pianticella. 
L’ulivo è una di quelle piante che nei primi anni necessitano molte cure e danno pochi frutti, ogni agricoltore è sempre nello scovare i rodilegno che insieme alla siccità estiva sono i principali fattori di morte di questa pianta. L’albero di ulivo era anche i luogo sotto il quale le donne che raccoglievano i frutti cantavano, raccontavano storie di un tempo passato, si scambiavano indovinelli e favole per far sembrare più breve e meno intensa la loro giornata lavorativa. Erano giornate di duro lavoro, che servivano ad arricchire solo i ricchi latifondisti, che probabilmente non apprezzava nemmeno quelle piante come facevano invece i suoi agricoltori. Questa è una pianta speciale di cui si mangiano i frutti, e dalla loro trasformazione si ricava l’olio, proprio quello che è alla base della dieta mediterranea, che si utilizzava per fare medicamenti e per l’illuminazione. "Tortu e stratortu e chinu te nuti" l’albero di ulivo è rimasto per secoli sotto le intemperie con la pioggia e i fulmini che lo hanno colpito e il vento che ha accarezzato le sue folte fronte, su di esso hanno fatto nido gli uccelli, hanno trovato riparo insetti e lumache, così "fujazza dopu fujazza", noi andremo via e lui resterà lì come un guardiano perenne, spettatore di altre storie, di altri scempi dell’uomo, e forse lui avrà la fortuna di vedere ancora due innamorati abbracciarsi sotto la sua ombra. Ad impreziosire questo brano c’è poi la parte musicale, una cornice perfetta per questo testo denso di poesia, costruito con grande cura dal maestro Coluccia che ne ha curato l’arrangiamento e nel quale brilla anche la voce di Dario Muci, che duetta con il cantautore di Tuglie. Mino riesce a comporre centinaia di brani, e pensare che voleva tenerli tutti in un cassetto! Gli amici che hanno sempre creduto in lui, lo hanno incitato a fare un disco ed è nato così Scarcagnizzu, un piccolo capolavoro direi, nato grazie alla lungimiranza del Fondo Verri. Un album ogni brano sembra essere più affascinante dell’altro, dove, tra una risata e un pensiero profondo, riesce a catturare in modo totale l’ascoltatore. E’ però nei suoi concerti che si apprezza a pieno il suo cantautorato, ogni volta infatti tira fuori dal cilindro un brano nuovo come Lu Bonacciu, La Prostituta, e tante altre che meriterebbero di essere incisi prima o poi. Mino è, dunque, un poeta amico che canta in dialetto usando le parole del popolo e difficilmente non lascia traccia perché prima o poi qualcuno si rivede in un suo brano. Chi ascolta le sue canzoni si può riconoscere nel cavallo di Cavaddhu Malecarne, o nel padre di Lu Masculazzu, ma può anche emozionarsi per Salentu... Mino De Santis è un Verga minore che ha abbracciato la musica.. 


Raffaele Cristian Palano

Tom Jones - Spirit In The Room (Island)

Che dire che non trasudi invidia, qualcosa che almeno rompa il silenzio dell’invidioso che fa troppo, troppo rumore? Provo invidia per il dono che the Creator ha fatto a Tom Jones quando l’ha fornito di quella voce inconfondibile e meravigliosa, in più provo invidia per una produzione come quella di questo disco che vedo esplicarsi dentro un 2012 così avaro di musica bella e motivata. Ethan Johns, il produttore di questo bel cd oltre che dei Kings of Leon ma anche di Laura Marling è uno che ci sa fare coi suoni e le atmosfere ma anche con la scelta dei brani, tanto che proprio questo toglie a questa sorta di sequel il rischio del già sentito, proprio il seguire una scelta di qualità per i brani che spaziano da un Waits recentissimo fino a un Paul Simon dall’ultimo cd e un Mccartney di nicchia. Ethan Johns è figlio d’arte, suo babbo ha fatto di tutto e si chiama Glyn ( guardate Wikipedia per credere). In Italia che succede a 72 anni? Giardinetti e quotidiano se va bene. Il disco in questione favorisce la tanto vituperata fuga di cervelli, anche il mio povero organo preferito sembra orientarsi verso un paese ove la musica possa aver un senso. La voce di Tom è un patrimonio nazionale cari miei, uno strumento affilato e possente che anche Elvis ha invidiato. Si capisce bene il perchè. La cosa che mi fa schiattare è che Tom non si nega nulla dal punto di vista della popolarità ma come al solito riesce a saltare da un livello all’altro rendendo un disco che è meraviglioso. Leonard Cohen viene portato ad un livello nuovo da un’interpretazione ove c’è tutto lo spirito di un poeta della voce che si aggira per il 2012 con una domanda inespressa e una torre di canzoni. Grazie del grande disco Tom.



Antonio "Rigo"Righetti

martedì 19 giugno 2012

Strings: Intervista a Gabor Lesko

In occasione del Lakewood Clinic Tour abbiamo intervistato Gabor Lesko, apprezzato chitarrista fingerstyle. Con lui abbiamo ripercorso la sua carriera soffermandoci non solo sulla intensa attività didattica ma anche sulla sua produzione discografica e sul recente libro Poesie Fingerstyle… 

Com'è nata la tua passione per la chitarra ed in particolare per il fingerstyle? 
Da piccolo ho sempre amato la chitarra, ho iniziato con la chitarra classica a 11 anni, mi ricordo che già suonavo e componevo le mie prime canzoni. In seguita verso i 14 anni mi sono innamorato della chitarra elettrica, cominciando a suonare il blues ed il rock. La passione per il fingerstyle è arrivata più tardi, ho sempre suonato la chitarra acustica accanto all'elettrica, nei miei pirmi dischi di fusion ci sono brani acustci , alternati con l'elettrica... Ho cominciato così. 

Quanto hanno pesato i tuoi studi di conservatorio e di musica orchestrale nel tuo stile? 
Beh io ho sempre amato il suono dell'orchestra , ho studiato l'armonia classica e quella jazz, così mi sento libero di muovermi attraverso mentalità e linguaggi molto diversi. Mi piace molto mischiare, contaminare gli stili, credo che la mia concezione musicale sia un po' a metà tra Classica ed improvvisazione Jazz. 

A partire dal tuo debutto datato 1997 hai realizzato diversi dischi come si è evoluto il tuo stile e il tuo approccio compositivo? 
Nei primi album ero più attratto dalla ricerca e dal desiderio di creare cose nuove, volevo anche mettere in pratica i miei studi di arrangiamento e composizione: così sono nati Album come "Just for sensitive People" e " Colors", dove possiamo ascoltare brani molto arrangiati, con batteria, tastiere, fiati ed episodi orchestrali. 

Quali sono i tuoi riferimenti principali e le tue ispirazioni? 
Questi album sono insipirati a chitarristi come Al di Meola o Lee Ritenour, e forse un pochino risentono del mio amore giovanile per Satriani e Steve Vai . La tecnica chitarrisrtica è messa in risalto, anche se ho sempre cercato di metterla al servizio della composizione, senza abusare di passaggi ultra veloci, che comunque sono presenti. 

Quanto è importante per te l'attività live? 
L'attività Live ha modificato e caratterizzato il mio stile degli ultimi anni! Quando dovevo portare sul palco album come "Just For sensitive People" o "Colors", oltre alla band, ricorrevamo a sequenze computerizzate per riproporre tutti gli strumenti degli arrangiamenti (Fiati, Archi, percussioni ecc... )e non sempre c'erano le location adatte ad un tipo di spettacolo così mastodontico. Inoltre ho cominciato a fare concerti anche all'estero, e spesso diventava impossibile portarmi dietro la band, così ho fatto di necessità virtù ed ho cominciato a studiare uno stile che mi permettesse di suonare gli accordi , la ritmica e la melodia da solo. Ho cominciato ad usare loop station, ed ho sviluppato il fingerstyle, per poter gestire basso e melodia insieme sulla chitarra, ho cercato di usare tutti gli strumenti che avevo a disposizione: battendo sul corpo della chitarra per usarla come una conga o altra percussione, a volte usando il piede per tenere una sorta di cassa ( con uno strumento che si chiama Stomp Box ), ed infine è stato naturale usare anche la voce. 

Da anni sei impegnato anche nell'attività didadittica ci puoi parlare di questa esperienza? 
La didattica è una professione ed una passione, insegno da quasi vent’anni (Ho iniziato da ragazzo con i compagni di scuola) e la ritengo una missione. E' molto gratificante per me poter dare un esempio ai miei allievi, insegnare loro dei valori, oltre al linguaggio della musica, far loro capire che nella cominicazione e nell'educazione del genere umano risiede il progresso e la via per essere felici. 

Hai da poco pubblicato Poesie Fingerstyle come è nata l'idea di questo libro? 
E' nato dall'esigernza di creare un repertorio di brani per i miei allievi, che non sono in grado di affronatre nei primi anni i brani troppo compilicati della tradizione americana ( Chet Atkins, Tommy Emmanuel ecc...). Ho scritto quindi una serie di miniature non troppo difficili, ma al contempo con una forte attrattiva estetica, mettendici il pathos che uso nelle composizioni più serie. Non è stato facile rimanere tecnicamente semplice, ma prima di uscire con il libro ho testato i brani su diverse fascie di età, ed ho avuto un buonissimo riscontro. I brani non solo piacciono, ma creano entusiasmo e voglia di suonare la chitarra. Per me come insegnante è fondamentale, in primo luogo screare degli stimoli positivi ai miei studenti, portarli ad amare la musica e la chitarra. Con questo libro ho cercato di fare questo. 

Da fine marzo è partito il Lakewood Clinic Tour nel quale sei presente nelle migliori scuole italiane di musica puoi parlarcene? 
Si mi è sembrata la cosa più naturale fare dei concerti nelle scuole , dove suonavo i brani del libro e dove gli studenti potevano farmi delle domande... Così ho chiesto aiuto ad Aramini strumenti musicali , che da anni mi sponsorizza con le chitarre Lakewood, ed abbiamo organizzato questo Tour. 

Come definisci il tuo approccio stilistico al fingerstyle? 
Io provengo dalla chitarra classica, e come ti ho già detto amo mischiare gli stili e sperimentare sempre cose nuove... Ho fatto così anche per il fingerstyle, ho approfondito le basi della tecnica di Chet Atkins, contaminando i brani con suoni di percussione, ottenuti battendo su varie parti della chitarra. E' affascinante perchè ogni punto dello strumento produce suoni diversi, quindi ho cercato il suono della Conga, del bongo, e di altre percussioni...Ed ho indeato un modo di suonare che incastra lo strumming alle percusiioni, traendo inspirazione da Michael Hedges, Andy Mc Kee, ed altri chitarristi maestri di questa tecnica. Questo stile mi offre anche un ottimo supporto armonico ritmico per cantare le mie canzoni, ed nei concerti è molto spettacolare, mi aiuta molto a costruire delle performances interessanti da vedere oltre che da ascoltare. 

Quanto è importante lo studio nell'apprendimento della chitarra? 
Ogni strumento musicale richiede disciplina e dedizione costante, io ho dedicato la vita alla musica ed alla chitarra, sacrificando tanto, ma ricevendo anche tanto. La musica è un fantastico modo per sentirsi vivi. 

Puoi parlarci del tuo recente album Share The World? 
Share the world è stato il mio primo album di "canzoni", in cui ho affiancato brani cantati ad alktri strumentali, come ti dicevo è stato il frutto degli ultimi anni di vita a fare concerti in giro per il mondo, in cui ho affrontato la musica in maniera più semplice ed ermetica, sono brani che funzionano bene anche solo chitarra e voce e sono nati spesso mentre ero in viaggio, per cui non avevo con me computers e studio di registrazione, ma solo dalla chitarra e dai momenti di vita vissuta in questo periodo. 

In questo disco debutti anche come voce, com'è nata quest'idea di approccio al cantautorato?
Esattamente, da questi momenti è nata l'esigenza di descrivere le sensazioni anche con le parole... In maniera molto spontanea, ho scritto testimoniando momenti dei mei viaggi, senza voler ostentare la tecnica o altro... Penso di avere fatto una crescita verso una maniera più intima e semplice di vivere la musica ed di condividerla con gli altri... da quì il titolo : share the world. 

Concludendo, so che hai in lavorazione un'altro libro puoi darci qualche anticipazione? 
Si i progetti per il futuro sono un nuovo libro, che in realtà è già finito, ed un nuovo album, questa volta con testi in italiano. Il libro è per chitarra elettrica e si intitola "Diventa Veloce", una sorta di Dvd/ Libro per fare ginnastica aerobica con la chitarra... Ho girato le riprese in una palestra, simulando delle Training section di Fitness... solamente che si fanno con la chitarra !!! Per quanto riguarda il nuovo album, cercherò di farmi aiutare nei testi, perchè fino ad ora ho sempre fatto tutto da solo nella composizione, e sento l'esigenza di provare delle collaborazioni.

Tarantula Garganica - 'Nda Nu Litte D'Amore (Autoprodotto)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Nati nel 2002 a Monte Sant’Angelo dall’incontro tra alcuni musicisti locali guidati da Giuseppe Totaro, i Tarantula Garganica in dieci anni di attività hanno pubblicato cinque dischi e curato la pubblicazione di un libro con cd dedicato a Michele Totaro "Ciucquette”. Il loro nuovo album, 'Nda Nu Litte D'Amore giunge a tre anni di distanza dal precedente ‘nfanne ‘nfanne, e raccoglie dieci brani per lo più tradizionali che spaziano in lungo ed in largo tutta l’area della antica Capitanata da Monte Sant'Angelo a Carpino, da San Marco in Lamis, a Pietramontecorvino fino a toccare Apricena con una composizione di Matteo Salvatore. Giuseppe Totaro e soci, infatti, con questo disco hanno cercato di mettere in confronto due territori diversi e complementari quali il Gargano e i Monti Dauni, facendo emergere le convergenze e le differenze dal punto di vista musicale. Prodotto dallo stesso Totaro con Studio Uno e coprodotto dalle associazioni Terravecchia in Folk di Pietramontecorvino e Museca di Monte Sant'Angelo, il disco è un vero e proprio lasciapassare che ci conduce nel cuore della tradizione musicale del Gargano, e così tra il suono della chitarra battente e il ritmo delle castagnole, rivivono le antiche melodie del passato, e questo anche grazie alla partecipazione di Antonio Piccininno. Il disco ruota intorno al tema dell’amore che mescolando dolci brani densi di poesia come Vola Palomma Vola e la splendida Rose e Viole, tenui ninne nanne, ma anche tarantelle d’amore come Tarantella di Monte Sant’Angelo e la trascinante Rodianella di Carpino. Un discorso a parte lo merita, poi, Sciambulo, esempio tipico di canto d’altalena tipico della zona di Pietramontecorvino e dei Monti Dauni, che senza dubbio rappresenta uno dei vertici di tutto l’album. Completa la scaletta la bella versione di Tuppe Tuppe di Matteo Salvatore, un vero e proprio brano denuncia nel quale il cantautore di Apricena denunciava i soprusi e gli abusi di un padrone nei confronti di una sua lavorante. 'Nda Nu Litte D'Amore è senza dubbio il disco più compiuto e meglio realizzato per il gruppo pugliese, che conferma tutta la sua vitalità e la bontà della propria proposta musicale, e questo anche grazie alla intensa attività all’estero che ha caratterizzato gli anni più recenti del loro percorso musicale. 


Salvatore Esposito

Fabio Turchetti, Note Al Margine. Conversazioni con Teréz Marosi, Effigie, Euro 10,00

Polistrumentista e ricercatore, Fabio Turchetti vanta un'esperienza ormai quasi trentennale sia come musicista sia come animatore culturale tra i più attivi nel Cremonese. Difficile sintetizzare in poche righe la sua carriera, ricca di una copiosa produzione discografica come solista e come componente di varie band e progetti, ciò che però merita di essere sottolineato è come nel suo percorso artistico sia riuscito a spaziare con disinvoltura e passione attraverso generi musicali differenti passando dal jazz alla musica antica fino a toccare la musica world, in un costante cammino di crescita e maturazione artistica. In quest'ottica si inserisce anche la sua capacità di essere trascinatore e non è un caso che sia lui ad essere l'animatore dell'attiva etichetta indipendente Consorzio Produttori Cremonesi, e l'organizzatore del noto Folk Festival di Cremona. Per ripercorrere la sua vicenda artistica, Fabio Turchetti, complice un viaggio tra Cremona e l'Ungheria insieme all'amica Teréz Marosi, ha scritto un breve ma interessantissimo libro-intervista autobiografico, nel quale si racconta a cuore aperto parlando della sua formazione artistica, delle varie esperienze musicali, e dei tanti viaggi in giro per il mondo che hanno caratterizzato la sua crescita culturale e musicale. Si tratta di un lungo dialogo, che si snoda libero e rilassato tra riflessioni e aneddoti, mentre sullo sfondo scorrono le immagini del Danubio e di Budapest, che sembra quasi ispirare ogni ricordo, quasi fosse un terzo interlocutore silenzioso. Turchetti ripercorre così i suoi primi passi come musicista jazz a Firenze, gli anni del DAMS, il Cammino di Santiago, e l'esperienza in Amazzonia fino a toccare i tanti incontri e progetti musicali come il Progetto Mehr, dedicato alla musica gypsy. Non mancano accenni alle esperienze più recenti come quella con i Khaossia e i vari intrecci con la musica popolare italiana e quella antica. Particolarmente riuscita è poi la scelta di concludere il libro con la poesia Al Danubio di Attila Jòzef, che sembra racchiudere il senso più profondo di tutto questo libro. Ben lungi dall'essere un opera autoreferenziale o autocelebrativa, Note Al Margine è il racconto avventuroso di un musicista che guarda al suono del mondo senza preconcetti e con piena libertà di espressione, doti rare ma e che fanno di Turchetti, un eccellente interprete dei vari linguaggi sonori. 


Salvatore Esposito

Cantrici di Cannole, Cannole (Le), Pro Loco, 16 Giugno 2012

Lo scorso 16 giugno presso il piccolo teatro della Pro Loco di Cannole (Le) si è tenuta la presentazione del volume con doppio cd Ricci I Tuoi Capelli, Arie e Canti Popolari di Cannole. Dopo il saluto del sindaco, Adriana Petrachi, che ha sottolineato l’importanza di questa pubblicazione per la conservazione della memoria collettiva, e l’intervento degli autori del libro, ha preso la parola Luigi Chiriatti, curatore e produttore dell’opera, il quale nel suo intervento ha sottolineato come Ricci I Tuoi Capelli sia la prima opera di ricerca dedicata al territorio di Cannole ad essere pubblicata, sebbene sia stato oggetto negli anni delle ricerche di diversi ricercatori, da De Martino e Carpitella a Gianni Bosio, che avevano raccolto diversi canti ed avevano intervistato diversi cittadini di Cannole. Il momento clou della serata è arrivato poi con il concerto delle Cantrici, ovvero Vincenza Agrosì, Addolorata Nocita, Rosalba De Lorenzi, Rosaria Campa, Luigina Luperto, Eva Serra e Assunta Tomasi, che hanno dato vita ad uno spettacolo davvero travolgente, cantando semplicemente “alla stisa” quindi senza l’accompagnamento di alcuno strumento.
Sul palco le sette donne spaziano con disinvoltura dai canti d’amore come Lu Massaru, a canti più ironici come Quandu l’auceddhu, che con il suo testo piccante contribuisce a coinvolgere ancor di più il pubblico, che non disdegna di accompagnarle con il battito delle mani e di incoraggiare gli ammiccamenti della Gina, la vera trascinatrice del gruppo. Ascoltare semplicemente il disco non rende pienamente tutta l’energia che dimostrano queste donne sul palco, donne orgogliose delle loro radici e allo stesso tempo umili, unite dalla voglia di divertirsi e di stare insieme. Sin dai loro primi incontri infatti oltre a cantare, si divertono semplicemente nel ridere e nello scherzare insieme, e così anche sul palco non sembrano assolutamente risentire della presenza del pubblico, che affrontano con coraggio e spensieratezza. Le loro voci sembrano condurci indietro nel tempo quando i contadini, al ritorno dal lavoro nei campi, nelle serate estive si ritrovavano insieme con i loro vicini di casa “sittati allu friscu” a chiacchierare e a cantare. Molti di questi canti, raccolti nei due dischi, proprio la Gina li ha appresi da Antonio Sergio, meglio noto come Nunnu Ntoni De Lu Casinu, morto qualche tempo fa alla veneranda età di centodue anni, quasi avesse atteso di tramandare questi canti, prima di passare a miglior vita. Le belle arie che la Gina e le sue cantrici ci donano arrivano anche dal repertorio della Nunna Costantina Buffo, sempre di Cannole, e che anch’essa ci ha lasciato all’età di centoquattro anni. Che sia l’aria di Cannole? Che sia il canto? La musica? Lo stare insieme? Queste testimonianze che ci giungono da un passato vicino di due centenari, ora sono preservate a futura memoria grazie alle voci antiche e meravigliose delle Cantrici di Cannole. 



Raffaele Cristian Palano

Antonio “Rigo” Righetti – Solo Ep (Rigo Records)

Qualcuno potrebbe parlare di conflitto di interessi, visto che il nostro Rigo è ormai una presenza abituale su Blogfoolk con il suo immancabile Taglio Basso, ma poco importa, soprattutto se ci troviamo di fronte ad un lavoro come l’ultima sua creazione, che non ha affatto bisogno di aiuti ed aiutini di politichese memoria, vista la qualità della sua proposta personale da solista, a cui da tempo ormai ci ha abituato. Dopo aver lasciato, infatti, la band di Ligabue Rigo si è dedicato anima e corpo ad un suo percorso artistico personale, nel quale ha dato alle stampe un Ep, un mini cd, due dischi e lo splendido libro Autoscatto in 4/4. Sorprende però la nuova direzione che ha imboccato la sua carriera con il nuovo Ep, Solo, nel quale sono contenuti cinque brani in italiano con testi scritti dall’autrice napoletana, Sara D, e che vedono Rigo destreggiarsi tra basso, chitarra e voce, affiancato da Roby Pellati alla batteria ed Elisabetta Gagliardi ai cori. Inciso tra il 9 e il 12 Gennaio 2012 presso gli ML Recording Studios Viguzzolo (AL) e missato nel mese di Febbraio a Los Angeles presso Ameraycan Recording & Wyman Records da Andrea Lepori, assistito da Josh Berg e Tip Wyman, questo Ep è anche il primo disco per la neonata Rigo Records, piccola ma già attivissima indie label che lo stesso Rigo ha messo su insieme ad un team solidissimo di collaboratori. Durante l’ascolto appare chiaro sin da subito, che a parte la non riuscitissima copertina (ahi Rigo!!!), siamo di fronte ad un progetto davvero interessantissimo nel quale ritroviamo la sua voce in forma come non mai, dopo l’incursione strumentale di Profondo Basso. Si parte subito alla grande con Non Puoi Cambiare, un grintoso rock blues in levare nel quale si apprezza non solo la splendida ritmica ma anche l’ottima melodia chitarristica. Si prosegue con la dolce noi, mentre il primo acuto arriva con la title track, un brano sospeso tra roots music e canzone d’autore nel quale brilla l’ottima prova vocale di Rigo. Con Quante Volte si rialza il tasso energetico ma è con Sguardi, che si tocca il vertice del disco, grazie allo splendido ritornello che ben si sposa con la particolare struttura del brano. Solo è, dunque, una scommessa vinta che ci lascia intravedere quali saranno forse gli sviluppi futuri della carriera di Rigo, ormai sempre più lontano dall’etichetta di “bassista di Ligabue” e sempre più concentrato su quelle che sono le sue ispirazioni ed emozioni. 



Salvatore Esposito

Autori Vari - Musica nelle Aie 2012 (Galletti-Boston)

Musica Nelle Aie, festival che si tiene abitualmente a metà maggio a Castel Raniero di Faenza, è ormai un appuntamento irrinunciabile per tutti gli amanti della musica popolare in Italia, e questo non solo per la qualità delle tante proposte musicali che annualmente ne impreziosiscono il cartellone ma anche per tutta l’organizzazione che negli anni è riuscita ad unire musica ed attrattiva turistica in modo impeccabile. Dopo il bel disco che documentava le edizioni precedenti pubblicato nel 2011, quest’anno l’organizzazione ha scelto di procedere in modo diverso, dedicandolo interamente all’edizione appena trascorsa. Sono stati scelti così venti brani di tutti i gruppi partecipanti, che nel loro insieme compongono una bella fotografia sullo stato dell’arte del folk in Italia. Si spazia infatti dall’Emilia-Romagna con il Saltarello di Castel Bolognese de La Carampana alle fascinose sonorità dello splendido Barene di Alessandro Tombesi fino a toccare l’Abruzzo con La Banda dei Briganti, e la Sardegna con la bella Assandira di Lame A Foglia D’Oltremare, vincitori del Premio della Critica dell'edizione 2012. Non mancano le sonorità ethno-rock di Etnoritmo, quelle occitane di Lou Janavel e DiaDuit, il tutto con alcune incursioni prima in Campania, ben rappresentata dal Trio Conforti che ci regala Balla Pummarola e poi nel Salento con Balkansalento degli interessanti Krasì. Certo in generale si avverte una certa omogeneità a livello qualitativo, tuttavia dall’ascolto del disco la scena musicale folk italiana appare in tutta la sua vitalità, e dunque operazioni discografiche come queste non possono che essere le benvenute anche per offrire una visibilità a gruppi che spesso si muovono poco oltre i palcoscenici locali. 



Salvatore Esposito

Alberto Laurenti & Rumba De Mar – Al Crocevia Della Musica (Audacia Records)

Apprezzato autore per numerosi artisti italiani come Renato Zero, Franco Califano, Tiromancino, Gabriella Ferri e Roberto Murolo, Alberto Laurenti da qualche anno ha dato vita a tre interessanti progetti musicali ovvero l’Ensamble Etnique con il quale propone una contaminazione tra world music, chill out e lounge, la Piccola Orchestra Romana dedicato alla riproposta della musica popolare romana e da ultimo i Rumba De Mar, gruppo da tempo ormai impegnato in una interessante commistione tra musica italiana e world music con sonorità che spaziano dal Mediterraneo ai Balcani fino a toccare il Nord Africa. Proprio con i Rumba del Mar, Laurenti ha di recente inciso Al Crocevia Della Musica, disco che raccoglie dieci brani inediti che si discostano dalle più recenti produzioni del gruppo, più improntate all’impatto commerciale, ma piuttosto sembrano virare con maggiore decisione verso sonorità e strutture musicali più incisive e mature. In questo senso va letta anche la scelta di Laurenti di arricchire la line up della band che ora è composta da: Janette Criscuoli (voce), Enrico Lotterini (violino,vox e tastiere), Chicco Careddu e Adolfo Valeri (batteria e percussioni etniche), Paolo Petrilli (fisarmonica), Miguel Fernandez (chitarra flamenca), Renato Vecchio (sax e ciaramelle orientali), Memé Zumbo (basso, bouzuky e chitarra elettrica) e Massimo Tiburzi (fonica e direzione tecnica). Interessante a riguardo è quanto afferma lo stesso musicista romano, nel presentare il disco: “questo disco è un vero e proprio percorso ad occhi chiusi tra melodie, ritmiche ed orchestrazioni, dove abbiamo utilizzato strumenti antichi e moderni provenienti da tutto il mondo. Un viaggio dove si intrecciano rumbe arabe, gitane e cubane, per ricollocare l'amore proprio al centro di tutto”. Così tra liuti arabi, chitarre portoghesi e flamenche, duduk e flauti arabi, il disco si muove sinuoso attraverso brani come la title track, una trascinante rumba che si trasforma in un raggaeton africano grazie alla voce di Duval, il quale impreziosisce il brano con il suo canto in dialetto Ebriè, o la romantica storia d’amore di Alisei colorata dai suoni dell’Africa che si intrecciano con le sonorità arabe, o ancora la vibrante Hacia El Sur in cui compare Paulo La Rosa alle percussioni. Non manca qualche brano di impostazione più poo come Pasion, in cui Laurenti duetta con Janette Criscuoli, e qualche divagazione strumentale come nel caso di Asilah, già noto per essere stato inserito in una compilation Buddha Bar. Verso il finale arrivano poi il tango gitano di Maònda, e gli intrecci world di Se Rinascerò e Jai Sharanam, mentre la conclusione è affidata ad un brano storico del repertorio di Franco Califano, ovvero L’Amore è Fragile, scritta dallo stesso Laurenti, e qui riletta in una riuscita chiave a metà strada tra musette e tango. Al Croce Via Della Musica è dunque un disco gradevole, perfetto come colonna sonora per i momenti spensierati dell’estate. 



Salvatore Esposito

The Deep Dark Woods - The Place I Left Behind (Six Shooter/ Sugar Hill)

Pubblicato lo scorso autunno per una etichetta indipendente e caratterizzato da una difficile reperibilità, The Place I Left Behind, il quarto disco dei The Deep Dark Woods, trova finalmente una distribuzione internazionale grazie alla lungimiranza dalla Sugar Hill. Si tratta infatti di un disco di rara bellezza, che non solo conferma tutto quanto di buono aveva fatto questa interessante band canadese con il precedente, Winter Hourss, ma li pone come diretti concorrenti di formazioni storiche del rock americano come Walkabouts e Jesse Sykes and the Sweet Hereafter. Questo quintetto formato da Per Ryan Boldt (voce e chitarre), Burke Barlow (chitarra), Geoff Hilhorst (organo e pianoforte), Chris Mason (basso e backing vocals) e Lucas Goetz (percussioni e pedal steel), ci offre una originale visione della tradizione american che spazia dalle sonorità old time degli Appalachi fino a toccare sonorità rock introspettive. Così tra fiddle, banjo e pedal steel, durante l’ascolto si viene letteralmente avvolti da brani come la splendida Westside Street, un accorato omaggio alla loro città, Saskatoon, il folk scarno della title track e un pugno di ballate malinconiche come Mary’s Gon e The Banks of the Leopold Canal. Non manca qualche divagazione nel blues come nel caso di I Just Can’t Lose, o nel country come in Virginia tuttavia il meglio arriva con un paio di murder ballad a metà strada tra Mark Lanegan e Nick Cave, ovvero Never Prove False e The ballad of Frank Dupree, nelle quali la band canadese sembra dare il meglio di se, sia a livello musicale sia da quello compositivo. The Place I Left Behind è dunque un disco di ottima fattura che ci regala un ora di grande musica che abbraccia tutto il grande panorama della roots music, una cosa non da poco considerando il proliferare di produzioni derivative al limite della copia. 



Salvatore Esposito

Neil Young - Americana (Reprise)

Che vi dica che si tratta del trentaquattresimo album che il Loner canadese registra non aggiunge nulla al carattere del Nostro musicista. Si tratta di un idealista, uno che sogna forte, uno che ci crede, uno che tira le corde della sua chitarra in direzioni sconosciute ai più, uno che si lancia. Uno che accetta di fare dischi “minori” per poi esplodere in capolavori che riescono solo a lui. In questo caso ha richiamato i “principi del caos” conosciuti col nome di Crazy Horse e si è ritagliato il ruolo a lui congeniale di membro del gruppo. Parra’ una messinscena ai più , perchè si capisce molto, fin troppo bene che la direzione la dà rigorosamente lui ma nessuno, credo, possa discutere in sala di registrazione di un certo arrangiamento e delle splendide farrginosità arrangiative del gruppo. Oltre modo siamo in un ambito di covers davvero conosciute da tutti alle quali il Neil ha voluto restituire liriche dimenticate e/o nascoste; succede che pezzi che diventano repertorio di una nazione vedano i loro testi accorciati o edulcorati, l’intenzione di Neil è di restituire tutto lo scuro di queste canzoni. Cavalcate lisergiche diventano pezzi che sono repertorio di ogni combo folk rese in modo nuovo e vecchio allo steso tempo. Neil usa lo studio senza risparmiarsi nulla, non credo nessuno si azzardi a dirgli che cosa deve o non deve fare, così, si sentono degli episodi bizzarri ma riusciti come Oh Susannah resa una via di mezzo tra i Los Lobos e Santana, per un pezzo che è l’archetipo dei luoghi comuni. Solo un canadese libero e freakkettone nel senso positivo della parola può riuscirci, perdipiù con l’etichetta prestigiosa della Reprise. Get A Job e’ uno dei miei ricordi di adolescenza da quando ho visto quel capolavoro lucasiano di American Graffiti, qui Neil demolisce l’atmosfera sognante di fifities e rende invece una specie di sogno dalle atmosfere alla Lynch e tamburi battenti, provare per credere, funziona! Più filologico ma sempre avventuroso è il percorso Guthriano di Neil per This Land Is Your Land che diventa territorio di distorsioni e leve che vengono buttate dentro amplificatori vintage e batterie a tenere il tempo. Pacatamente acustica è Wayfaring Stranger, un incrocio tra un Dylan poco riottoso e un accordo minore sul quale si spalma un’atmosfera densa di reminescenze. Come nel caso di altri formidabili canadesi, sto pensando alla Band e al suo Sud immaginato e fiabesco, ci vuole tutto il cuore libero da pregiudizi di un canadian per riscrivere il mito dell’America che forse non esiste più e, in più, chiamare il disco “Americana”. Ci vuole coraggio. Neil ce l’ha e alla fine vince la sfida a colpi di Blackie... Bentornato Neil e bentornati Crazy Horse.


Antonio "Rigo"Righetti