BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

venerdì 28 dicembre 2012

Numero 83 del 28 dicembre 2012

Per festeggiare in bellezza questa fine d’anno abbiamo, intervistato uno dei migliori chitarristi italiani, ovvero Maurizio Geri per parlare con lui del suo nuovo album “Tito Tariero” inciso con lo Swinget. Il Consigliato Blogfoolk, va invece a Traces di Karine Polwart, una delle pubblicazioni più interessanti dell’anno, mentre ricchissime sono le rubriche classiche con le recensioni di Five Man In The Boat, Marcheselli, e del piccolo grande gioiello che è l’antologia dedicata al compositore classico, Giovanni Salviucci. Completano il numero gli appuntamenti dedicati ai libri e ai dvd, I Luoghi della Musica e l’immancabile taglio basso. In conclusione di anno fa piacere, inoltre, avvistare due titoli italiani: Canzoniere Grecanico Salentino (“Pizzica Indavolata”) e Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona (“Folkpolitik”) tra le preferenza dei djs della World Music Charts Europe di Novembre. Segno di dinamismo e qualità della musica italiana, visto che già in precedenza nel corso di qust’anno la playlist europea ha accolto il suono folk appenninico d’autore di Riccardo Tesi & Banditaliana (“Madreperla”), la versatilità poetico-musicale di Vinicio Capossela (“Marinai, Profeti e Balene”), l’immaginario mediterraneo di Raiz & Radicanto (“Casa”) e quello glocal di Enzo Avitabile (“Black Tarantella”), artista che ha trionfato al Premio Tenco e che a Maranola , il 20 gennaio 2013, riceverà il Premio “La Zampogna” nel corso della XX edizione del festival laziale che sancisce l’apertura del 2013 folk. In questo tostissimo 2012, pur tra stolti e rozzi tagli alla cultura e flessioni dei consumi, il movimento folk italiano ha resistito, offrendo musica rassegne e festival comunque di tasso elevato. Anche il cammino di blogfoolk è nel segno di forte vitalità, di crescita, di volontà di lanciare una sfida in termini di informazione tempestiva, di curiosità, di approfondimento, di lettura critica, di narrazione (sarà pure un termine sovraesposto ma ci piace) coinvolgente, di servizio per gli addetti ai lavori e per gli studiosi delle musiche del mondo. 

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Maurizio Geri: Dal Folk Della Dorsale Appenninica al Gipsy-Jazz

Chitarrista, compositore e cantante, Maurizio Geri, parallelamente alla sua attività con Banditaliana, insieme a Riccardo Tesi e Claudio Carboni, a partire dal 1994 ha dato vita al suo Swinget con il quale, oltre ad una intensa attività live, ha registrato anche due dischi “Manuche e Dintorni” nel 1996 e “A Cielo Aperto” nel 2002. A dieci anni di distanza dalla pubblicazione di quest’ultimo, il chitarrista toscano ha recentemente dato alle stampe “Tito Tariero”, il terzo disco insieme al suo Swinget. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui di questo nuovo album e per approfondirne le ispirazioni, senza dimenticare uno sguardo verso la sua formazione artistica, il suo rapporto con il gipsy-jazz e la sua tecnica chitarristica. 

Come nasce “Tito Tariero”? 
E’ un nome di fantasia che nasce da parole non-sense , come quando canticchi una melodia senza saperne il testo, in effetti è nato proprio mentre stavamo registrando e dovevo cantare la melodia di Melancolia a Giacomo (Giacomo Tosti , fisarmonicista entrato recentemente nello Swingtet) per suonarla all’unisono, poi abbiamo deciso di lasciare la frase “titotariero” proprio in quel punto del brano aggiungendo altre parole a completare la parte. Dopo lo abbiamo promosso a titolo del cd inserendo a quel punto anche foto del mio cane che si chiama Tito…e abbiamo chiuso il cerchio. 

Questo nuovo album si inserisce in un tuo personale percorso attraverso il gispy-jazz che si snoda da “Manouche e Dintorni” del 1996 a “A Cielo Aperto” del 2002, come si è evoluto il tuo approccio a questo particolare ambito del jazz? 
Lo stile manouche è per me una fonte di ispirazione come lo sono altre musiche, da quella popolare a quella colta passando per la forma canzone, ciascun musicista fa tesoro di ciò che lo colpisce e lo emoziona, mette tutto in cassaforte e lascia decantare, poi ogni tanto apre lo sportello e pesca in questo archivio per comporre nuovi brani, sono suggestioni che riaffiorano qua e la. 

Si dice Gipsy-Jazz e si legge Django Reinhardt, quanto ti ha influenzato il suo stile e quanto c'è di personale nel tuo approccio alla chitarra? 
Quello che mi ha impressionato di Django è il suo lirismo ed il suo approccio agli assolo. Se ascoltiamo versioni diverse dello stesso brano l’improvvisazione di Django segue schemi differenti, difficilmente si notano ripetizioni di frasi fatte, è una invenzione continua ed è sicuramente un atteggiamento pensato. Il mio approccio allo strumento è da autodidatta, normalmente canto prima le melodie o i temi che poi andrò ad eseguire e come dicevo prima ogni musicista ha un bagaglio personale e uno stile che lo rende unico, l’approccio secondo me è sempre personale, certamente vanno coltivate le differenze e le singolarità stilistiche che emergono dal proprio modo di suonare, vanno evidenziate, è un percorso necessario, faticoso ma affascinante. 

Durante l'ascolto emerge chiaramente come tu non ti sia limitato a fare il verso a Django ma il tuo suono e il tuo stile si aprono anche ad altre sonorità, ci puoi parlare di questa particolare visione del gipsy-jazz all'italiana? 
Cerco di pensare alla musica che può essere prodotta da un insieme di strumenti, in questo caso due chitarre (l’altra è di Luca Giovacchini) , contrabbasso (Nicola Vernuccio, con Luca uno dei fondatori dello Swingtet), clarinetto (Michele Marini) e fisarmonica, l’idea alla base è dare voce ad ogni strumento e raggiungere un equilibrio formale. Facendo ciò si utilizzano schemi che sono già collaudati e anche si percorrono nuove strade, per evitare di essere surrogati o copie sbiadite di qualcun altro. Il repertorio aiuta molto, è l’insieme di repertorio, stile e arrangiamento che caratterizza il suono del gruppo più delle singolarità solistiche che restano diciamo così asservite all’insieme, è stata questa la direzione che ho cercato di dare allo Swingtet in tutti questi anni. La cornice in cui ci muoviamo è caratterizzata parecchio dal gypsy-jazz ma il risultato è piu ampio, non lo ridurrei all’interno di un genere. 

Il disco è stato registrato dal vivo in studio con il tuo Swinget, ci puoi parlare delle sessions? 
Il disco è quasi interamente live, a parte poche sovra incisioni, abbiamo voluto mantenere la freschezza generale a scapito di piccole imperfezioni esecutive che normalmente non passano le maglie della registrazione multi-traccia (una traccia alla volta). Il rischio che si corre nell’eccessivo perfezionismo e pulizia è che alla fine suona tutto freddo e la musica viene svuotata di anima e calore. Inoltre ascoltando il brano nella sua interezza si ha subito la percezione del lavoro finito, abbiamo fatto diverse take d’insieme e scelto le migliori. Sono molto contento del risultato. 

Nell'album sono presenti numerose composizioni originali, cosa ti ha ispirato nella composizione di questi brani? 
Ogni brano ha una sua storia personale, ho riascoltato anche vecchie idee che hanno portato per esempio a realizzare “Foresta”, di solito lo studio dello strumento mi ispira e mi conduce a nuove composizioni. 

Tra i brani di tua composizione particolarmente accattivanti sono “Piccolo Valzer” e “Presente Archeologico”, come nascono questi due brani? 
“Piccolo Valzer” è un pezzo che ha qualche anno, le prime due lettere sviluppano una melodia canonica, la parte C subisce influenze latine nella divisione ritmica del tema, “Presente Archeologico” è l’unica canzone del disco, ci sono ottimi consigli se dovrete fare un regalo ad un amico/amica archeologa. E’ un brano nato dopo una gita al mare con la mia ragazza, sono contento di averlo arrangiato in modo così semplice, per tre strumenti più voce (pianoforte, contrabbasso , chitarra), mette in evidenza il testo. 

Non mancano alcuni standard come la splendida “Melodie Au Crepuscule” di Django, come mai hai scelto proprio questo brano? 
E’ un brano molto bello che suono da tanto tempo, ha il pregio di poter essere suonato con chitarra sola sia perché è un “medio” come tempo, e quindi non necessita di una esecuzione forsennata, sia per la particolare costruzione armonica che pone la nota più acuta dell’accordo a disegnare la melodia, dunque un brano squisitamente chitarristico. 

In scaletta è presente anche il traditional “Cette Nuit Là”, altro brano particolarmente affascinante nella sua esecuzione… 
Questo pezzo è stato registrato completamente live perché ha al suo interno molte variazioni di velocità, lo suonavamo nel periodo di “a cielo aperto” (2002) quando collaborammo e incidemmo insieme al fisarmonicista Enzo Biordi che ce lo insegnò, Enzo aveva suonato molti anni con Titi Winterstein ed altri manouche alsaziani, è stato un incontro bellissimo che ricordo con gioia. 

Dal gipsy-jazz ai suoni della dorsale appenninica e quelli world, si può dire che nella tua carriera tu non ti sia fatto mancare nulla, ci puoi parlare del tuo personale percorso di ricerca artistico?
Ho iniziato con la musica popolare toscana e ho suonato molti anni con Caterina Bueno, è stata la prima grande scuola per così dire “non accademica”, con lei ho conosciuto il patrimonio tradizionale italiano ed i primi festival internazionali. Mi ha insegnato ancor di più ad amare e apprezzare le radici della nostra musica, mi ha trasmesso un rigore e una cura del particolare che poi ho trasferito nell’affrontare altri mondi musicali. La ricerca è importante, direi di più, è un diritto che dobbiamo esercitare, è un albero che ha bisogno di tutti noi per far crescere nuovi rami. 

Quanto ha pesato il tuo sodalizio artistico e la tua amicizia con Riccardo Tesi nel tuo percorso musicale? 
E’ stato un incontro molto importante, per esplorare paesaggi musicali nuovi a partire da radici comuni, ha rappresentato anche l’apertura concertistica all’estero e le suggestioni globali della world-music. Parallelamente a Banditaliana restano per me fondamentali le produzioni “acqua foco e vento” voluta dalla provincia di Pistoia e “sopra i tetti di Firenze” doppio cd omaggio alla figura di Caterina. 

Quali sono i segreti di Maurizio Geri come chitarrista? 
Non ci sono segreti, ogni passione impone una dedizione ed un lavoro costante, che quasi non pesa proprio perché nasce come divertimento, questo ti porta col tempo ad incontrare persone che condividono una direzione o un sentimento, certo un poco di fortuna non guasta…

Quanto conta l'improvvisazione nel tuo stile chitarristico? 
E’ un aspetto su cui lavoro molto, studio quasi esclusivamente per riuscire ad improvvisare, ho avuto tardi questo approccio e sto recuperando…, mi ritengo per indole un accompagnatore, i temi e le idee nascono comunque e sempre da questo studio sia tecnico che espressivo. Cerco sempre di trovare un equilibrio formale fra temi e improvvisazione, non amo particolarmente la forma tema-soli-tema finale , a parte nelle jam, penso alla musica con gli altri come un’attività piuttosto organizzata, dove ci siano degli spazi per i solisti, delle parti d’insieme e possibilmente delle novità a livello di arrangiamento.

Concludendo porterai in tour questo nuovo disco? Come si evolveranno i brani dallo studio al palco? 
Certo, abbiamo in programma di suonare più possibile, nonostante il periodo infelice ci stiamo muovendo con grande entusiasmo ed oltre a diverse date in zona Toscana fra cui il Pinocchio jazz club di Firenze, saremo per esempio al festival Django Reinhardt di Pennabilli (RM) il 30 dicembre, poi a marzo in zona Perugia per una due-giorni all’insegna dello swing , a maggio abbiamo una piccola tournee in Austria con date di appoggio che toccheranno Parma, Rovigo, Trieste e Treviso. I brani sono già abbastanza rodati ma come sai più vengono suonati e più si riesce a trovare quella sicurezza necessaria che trasmette serenità e comunicazione con il pubblico, sempre con le orecchie attente a modificare qua e la gli arrangiamenti, non ci sono altre ricette a parte suonare insieme il più possibile.



Maurizio Geri Swinget – Tito Tariero (Materiali Sonori) 
Chitarrista raffinatissimo e dotato di rara sensibilità artistica, Maurizio Geri, nel corso del suo percorso artistico all’interno di Banditaliana, ha dato vita nel 1994 al suo Swinget con cui ha intrapreso un interessante percorso di ricerca nell’alveo del gipsy-jazz dando alle stampe due album tra il 1996 e il 2002. Recentissimo è il terzo disco del gruppo, “Tito Tariero”, che raccoglie dodici brani tra inediti e riproposizioni, registrati in presa diretta a casa dello stesso Geri. Durante l’ascolto emerge chiaramente come la registrazione abbia conservato intatta l’atmosfera rilassata e confidenziale delle sessions, con Maurizio Geri e Luca Giovacchini a dialogare con le chitarre supportati dal contrabbasso di Nicola Vernuccio, dalla fisarmonica di Giacomo Tosti e il clarinetto di Michele Marini. I brani mescolano spunti ed ispirazioni diversificate spaziando dal gipsy-jazz francese alla tradizione musicale italiana fino a toccare la world music e la canzone d’autore. Brillano così brani originali come la trascinante “Ali’s Wing”, la sognante “Gingillone” e quei due gioielli che sono “Rapido Per Algeri” e “Algeri” con la prima a fare quasi da intro alla seconda con la linea melodica che richiama i suoni treno. E che dire poi delle altrettanto fascinose “Foresta” e “Piccolo Valzer”, che mettono in luce la grande eleganza dell’interplay tra le due chitarre e la fisarmonica. Parte rilevante e determinate del disco sono anche le rielaborazioni di alcuni standard come “Hunn o pani naschella”, “Melancolia”, “Cette nuit là”, tuttavia il brano più intenso è senza dubbio quella “Melodie Au Crepuscule” di Django Reinhardt, che Geri alla chitarra ripropone in modo superbo, riuscendo ad eguagliare la bellezza dell’originale. Non manca un brano di impostazione cantautorale come “Presente Archeologico”, che conferma il chitarrista toscano come eccellente autore in grado di mescolare ottime strutture melodiche a testi densi di poesia. “Tito Tariero”, raccogliendo tutte le istanze artistiche e tecniche di Maurizio Geri, è una fotografia perfetta del suo essere musicista a tutto tondo, evidenziandone molto bene tanto la curiosità e la ricerca quanto la sua capacità di dare vita ad un suono di insieme efficace ed elegante. 



Salvatore Esposito

Karine Polwart – Traces (Hegri)

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Già vocalist di Battlefield Band e Malinky, la scozzese Karine Polwart si è costruita un solido credito sia come songstress di talento, sia collaborando a progetti a tema (Burns Unit e Darwin Song Project). Quinto CD da solista, Traces la consacra come una delle voci di punta del panorama nu folk britannico. È un lavoro cinematico, maturo e profondo, dominato da una voce cristallina, calda, affilata ed emozionante, che procede con scrittura sicura, raccogliendo dieci storie in musica, pubbliche ed intime. Senza mai ridursi ai cliché folk, il disco rivela arrangiamenti minimali, sostanzialmente acustici (chitarra, fisarmonica, piano, armonium, percussioni ma anche sprazzi di elettronica, marimba, vibrafono, archi, fiati e cori). L’album si apre con “Cover Your Eyes”, ispirata dal docu-film di Anthony Baxter “You’ve Been Trumped”: una song sulla controversa costruzione da parte del supermiliardario statunitense Donald Trump di un campo da golf, con annessi hotel e aree residenziali, in una magnifica area di interesse naturalistico e scientifico dell’Aberdeenshire, caratterizzata da un prezioso quanto delicato sistema dunale. Si continua con “King of Birds”, in cui Karine dà il suo appoggio al movimento di protesta londinese Occupy St Paul. Invece, “Tears for Lot’s Wife” è l’adattamento di una poesia russa di Anna Akhmatova. Sceglie una vena più personale “Don’t worry”, mentre “We’re All Leaving”, proveniente dal progetto su Charles Darwin, prova ad immaginare quanto la scomparsa della primogenita del naturalista all’età di soli dieci anni abbia avuto risonanza sul Darwin scienziato e pensatore (per chi padroneggia l’inglese, una bella intervista alla cantante su genesi e contenuti del CD si trova al sito www.folkradio.co.uk/2012/08/karine-polwart-traces-review-interview/). Raccolgono memorie di infanzia “Tinsel Show”, racconto di fantasie ed impressioni esercitate dalla centrale petrolchimica che dominava il paesaggio di casa, a Grangemouth sul fiume Forth, e “Sticks ‘n’ Stones”. Ancora emozioni personali, ricordi di perdite in “Strange News”, “Salters Road” e nella conclusiva, tragica, toccante “Half A Mile”. Un disco da cinque stelle, ai vertici del critics poll 2012 del mensile britannico fRoots. 


Ciro De Rosa

Five Men in a Boat – Five Men in a Boat (Etnisk Musikklubb)

Il folk viaggia di corda in corda, di ancia in ancia, di voce in voce. Cinque valenti musicisti, nessuno di primo pelo, tutti navigatori di lungo corso nel mondo del revival, si sono ritrovati per anni nei luoghi del folk (club e festival) a produrre la musica che amano. Messe da parte le barriere nazionali (si tratta di un inglese, un norvegese e tre francesi), mescolano danze e canzoni, tradizionali e d’autore, spinti dalla magia empatica del condividere storie e melodie. I Five Men sono Gabriel Fliflet (fisarmonica, voce), Frode Nyvold (voce), Richard Burgess (Anglo concertina, chitarra, cittern, voce), Emmanuel Pariselle (voce, Franglo concertina, organetto, whistle), Didier Oliver (voce, violino, viola, cornamusa). Il disco eponimo esce per Etnisk Musikklubb (www.etniskmusikklubb.no), etichetta norvegese, il cui catalogo è tutto da scoprire. Il quintetto mette in fila quattordici tracce che tengono sempre alta l’attenzione, ad iniziare dalla sintonia melodica che intercorre tra una canzone norvegese e le liriche guasconi di “L’aute jorne/Å sommer skjønn”. Con la sua ballata “Black Gold”, Richard Burgess, geordie trapiantato in Norvegia, scava nella storia meno nobile del suo paese d’adozione, ricordando i profitti ricavati da danesi e norvegesi nel XVIII secolo con la tratta degli schiavi, e tracciando un confronto con il prezioso liquido nero alla base delle fortune odierne del Paese scandinavo. Invece, un bel gioco d’archetti, mantici e flauto prevale nel valzer “Fanavalsen”, che evoca paesaggi dell’infanzia dalle parti di Bergen. Dopo un ritorno corale in Guascogna (“La Bash”), il quintetto sa mettere ancora in mostra l’abilità nell’incastrare una drinking song tradizionale norvegese con una branle del Béarn. Il mare, metafora del cammino delle musiche popolari, è un richiamo inevitabile quanto ricorrente per la band, cosicché ecco servito l’ottimo shanty “Shallow Brown”, eseguito a cappella, che conserva tracce dell’influenza esercitata dalle slave songs su questo repertorio marinaro. Che la musica percorra vie oscure, lo testimonia anche “La Dernière Bouteille”, canzone che si snoda tra ritmi sincopati e melopee malinconiche, tra Francia, Svezia e Finlandia. Di mare e di bevute si parla ancora in “Min Pipa”, un tradizionale norvegese, interpretato dalla sola voce di Gabriel Fliflet. Canto corale e concertina rileggono “Roll on the Day”, proveniente dalla penna mirabile di Allan Taylor: un atto dovuto nei confronti di Tony Sheehan, membro fondatore della band, scomparso nel 2009, che ha fatto conoscere al gruppo questa celebre song del cantautore inglese. Si cambia ancora registro con il tradizionale “La Novio”: qui la cornamusa è in primo piano, e con “Rondeaux”, che ci riportano in terra guascona. Un’inflessione swing permea “Rytmenes Makt”, proposta in medley con ”Congo”, una contro-danza tradizionale che ha viaggiato tra Bordeaux, l’Africa e le Antille sulla tratta atlantica delle navi negriere. Più a nord incontriamo “The New Land”, valzer d’autore, originario di Cape Breton, prima di “Leave her, Johnny”, shanty per voci e concertina, che chiude questo album di gran pregio. 

Ciro De Rosa

Marcheselli - Filuzzi – Balli Bolognesi (Sheherazade/Tacadancer)

Prosegue la preziosa opera della Sheherazade alla riscoperta della musica da ballo dell’Emilia Romagna con “Filuzzi – Balli Bolognesi”, disco dedicato al repertorio di Leonildo Marcheselli, storico interprete, e come ricorda qualcuno papà del “ballo alla Filuzzi”, originale versione alla bolognese dei balli tipici della Romagna, che come il liscio classico vede intrecciarsi di mazurke, valzer e polke di provenienza europea con i balli tradizionali preesistenti nell’area appenninica. Se incerta è la sua origine etimologica che vede, alcuni farla risalire al filare delle compagnie di ballo maschili, ed altri al cognome, Filuzzi appunto, di una storica sala da ballo bolognese, ciò che rende unico questo tipo di ballo è lo strumento che esegue il tema melodico, ovvero l’organetto bolognese. Derivato dall’organetto diatonico, questo particolare modello nato a Bologna e messo appunto dalla famiglia Biagi, è uno strumento unitonico e senza bassi, e necessita dell’accompagnamento della chitarra e del contrabasso per poter esprimere al meglio le sue potenzialità. Del tutto assenti sono gli strumenti a fiato, presenti invece nel liscio romagnolo, così come molto differenti sono le figure da ballo, che nascendo essenzialmente come ballo tra uomini, presenta figure staccate, tipiche delle forme coreutiche in voga a Bologna nell’Ottocento. Prodotto da Claudio Carboni e realizzato dagli eredi Marco e Paolo Marcheselli, rispettivamente organettista e chitarrista, il disco raccoglie tredici brani tra rielaborazioni ed originali, registrati tra il marzo e l’aprile del 2012 con la partecipazione di un eccellente gruppo di musicisti tra cui spiccan i nomi di Riccardo Tesi all’organetto, Maurizio Geri alla chitarra, Filippo Pedol al basso, Stefano Melone alle tastiere, Michele Marini al clarinetto, nonchè lo stesso Carboni al sax, e il Quartetto d’archi Sivis. Nel suo insieme il disco riprende le fila di un repertorio di grande pregio artistico, ricostruendo in parallelo la vicenda artistica di Nildo, il quale a partire dal dopoguerra grazie ai dischi pubblicati dalla Durium riscosse grande successo. Forti, dunque, di un solido lavoro di ricerca sulle registrazioni originali, e ben lungi dal abbracciare il revival folk da riviera, i fratelli Marcheselli hanno dato vita ad un lavoro rigoroso ma allo stesso tempo gradevolissimo nel quale emerge chiaramente tutta la loro passione e il loro amore per la musica della loro terra. Tra i brani più suggestivi meritano certamente una citazione i brani originali “Visita Sei” e “Belle Arti” entrambe ispirate dal repertorio storico e composte dai Marcheselli, ma anche le riproposizioni della splendida “Mi Novia” arrangiata da Riccardo Tesi, la splendida “Suite” ma soprattutto alcune perle come “Nettuno di Notte” e “Dia De Fiesta” entrambe caratterizzate da arrangiamenti di grande eleganza e fascino. Vertice del disco è il valzer “Scacciapensieri” dove la chitarra manouche di Maurizio Geri incontra la fisarmonica di Daniele Donadelli. Per chi ha amato i dischi precedenti della Sheherazade, questo nuovo album sarà un tassello in più nella scoperta del panorama musicale dell’Emilia Romagna, per chi invece vi si avvicinerà per la prima volta, sarà l’occasione giusta per scoprire le produzioni di questa attivissima etichetta. 


Salvatore Esposito

Giovanni Salviucci – 1933-1937 (Nota)

Quasi fosse una supernova, la breve ma luminosissima parabola artistica di Giovanni Salviucci è ancora oggi poco nota anche agli appassionati di musica classica, sebbene in vita fosse stato considerato, al pari di Dallapiccola e Petrassi, come uno dei massimi esponenti della musica contemporanea italiana dei primi del novecento. Nato a Roma nel 1907 da una famiglia di musicisti, Salviucci sin da giovanissimo seguì un personale quanto particolare percorso di formazione, studiando dapprima sotto la guida di Ernesto Boezi, che lo aveva educato alla polifonia vocale classica e successivamente presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Nel 1931, poco prima di dare gli esami al Conservatorio prese alcune lezioni di composizione da Alfredo Casella, il quale gli trasmise la sua originale visione del neo-classicismo musicale, tuttavia ancor più importante per la sua formazione fu la frequenza, dopo il diploma, della classe di perfezionamento in composizione di Ottorino Respighi, dal quale apprese la tradizione strumentale e la scrittura del Poema Sinfonico. Fu in quegli anni e proprio tra le mura del Conservatorio che conobbe la sua futura moglie Iditta Parpagliolo, e Alfredo Casella, che lo coinvolse a pieno nella realtà musicale contemporanea di quegli anni. Animato costantemente da una incredibile urgenza creativa, il musicista romano nell’arco di quattro anni scrisse opere come la “Sinfonia da Camera”, “Introduzione, Passacaglia e Finale”, “Alcesti”, e la splendida ed ardita “Serenata”. Purtroppo nel 1937, Giovanni Salviucci, all’età di soli ventinove anni morì stroncato da un male allora incurabile, proprio mentre si apprestava a scrivere un’opera teatrale, di cui è rimasto solo l’ “Introduzione per Coro ed Orchestra”. Dopo la sua scomparsa, diverse sue opere vennero eseguite sotto la direzione di interpreti di altissimo livello come Mario Rossi, Gianandrae Gavazzeni, Fernando Previtali, e Carlo Maria Giulini, che in diverse occasioni ripropose “Introduzione, Passacaglia e Finale” all’interno dei suoi concerti per il biennio 1970-71 riscuotendo soprattutto all’estero un grande interesse anche all’estero. A tali ricordi dal punto di vista concertistico, non corrispose mai una degna documentazione discografica, fatta eccezione per alcune pubblicazioni sporadiche curate dai Fratelli Fabbri e ormai da tempo introvabili. A mantenere viva la sua memoria sono stati diversi direttori d’orchestra come Bruno Aprea, Francesco Lanzillotta, Stefano Cardi e Paolo Vaglieri, i quali hanno più volte eseguito alcune sue opere, tuttavia mancava un disco che in qualche modo compendiasse la sua produzione, e a colmare questo vuoto è arrivata di recente la splendida antologia “Giovanni Salviucci 1934-1937”, curata dal musicologo Pier Paolo De Martino e che mette insieme quattro delle opere principali del musicista romano, provenienti dall’archivio della figlia Giovanna Salviucci Marini, ben nota per essere anch’essa una grande compositrice oltre che ricercatrice nell’ambito della musica popolare. Ad aprire il disco è “Serenata per Nove Strumenti”, l'ultimo lavoro di Salviucci, composta su commissione del Gruppo Strumentale Italiano, piccolo complesso costituito da Guido M. Gatti, che la eseguì per la prima volta sotto la direzione di Nino Sanzogno il 7 settembre 1937 al Festival di Venezia, esattamente tre giorni dopo la morte precoce dell'autore. La registrazione presente nel disco è quella pubblicata nel 1967 nella collana “La Musica Moderna” dei Fratelli Fabbri ed eseguita dal Complesso del Circolo Musicale “Arturo Toscanini”. Si tratta di tre movimenti di grande vivacità ritmica, affini per certi versi alle composizioni di Stravinski, caratterizzati da un intreccio polifonico di grande suggestione, nel quale brillano le diverse timbriche dei nove strumenti ovvero flauto, oboe, clarinetto, fagotto e tromba, quartetto d'archi, che nel loro insieme formano un unicum molto elaborato dal punto di vista dei contrappunti. La sua scrittura libera, quasi anarchica, svela un linguaggio musicale molto personale ed introspettivo fatto di linee armoniche ardite, che trasmettono un approccio denso di amore per la vita come nel primo movimento “Allegro Molto”. La gemma della Serenata è il movimento centrale, “Canzone Andantino”, nel cui tema in do diesis minore si riflette uno stato di sofferenza intensa e quasi fosse una catarsi interiore alla fine si intravede un bagliore di speranza. Speranza che giunge a manifestarsi come felicità intensa nel terzo movimento “Allegro”, tuttavia nelle ultime otto battute finali il dolore e la sofferenza tornano a ripresentarsi in modo violento, quasi aleggiasse nell’aria un presagio di morte. Segue poi l’ “Alcesti” episodio per coro ed orchestra, nella splendida e toccante versione registrata il 27.02.1988 dall’Orchestra Sinfonica e dal Coro della RAI di Roma, con la direzione di Gianandrea Gavazzeni. Oltre alla particolarità di contenere il testo tradotto dall’originale di Euripide dallo stesso Salviucci, ciò che colpisce di questa composizione è come l’autore, sia riuscito a fondere teatro e musica insieme in un tutt’uno armonico affiancando un madrigale drammatico per coro ed orchestra, all’esaltazione del sacrificio della sposa perfetta. Completano l’antologia altre due interpretazioni storiche già pubblicate nella collana Storia Della Musica dei Fratelli Fabri negli anni ottanta, ovvero la ben nota “Introduzione, Passacaglia e Finale” del 1934, diretta da Pietro Argento ed incisa dall’Orchestra Sinfonica della Rai di Torino il 13.11.1964, e la “Sinfonia Da Camera Per Diciassette Strumenti” del 1933, e registrata il 30.01.1962 dall’Orchestra Scarlatti della Rai di Napoli con la direzione di Franco Caracciolo. Siamo di fronte così a due ulteriori esempi, di come Salviucci nel corso della sua breve esistenza artistica, partendo dall’influenza di Respighi, abbia cercato in modo rigoroso e costante, una via compositiva sempre più personale ed originale, nella quale la mancanza totale di artifici stilistici corrispondeva ad un particolare gusto per l’orchestrazione e il contrappunto. Grazie alla preziosa pubblicazione di Nota, la vicenda artistica di Giovanni Salviucci trova finalmente una sua cristallizzazione discografica, il tutto accompagnato da un corposo libretto che funge da impeccabile guida all’ascolto grazie ai saggi di Giovanni Salviucci Marini, Pier Paolo De Martino, Paola Sincovich e Giovanni Arledler. 



Salvatore Esposito

Opera Java, diretto da Garin Nugroho (Aditi /Femlay)

Ultimo baluardo dell’industria cinematografica indonesiana Garin Nugroho è senza dubbio uno dei più importanti registi asiatici e questo non solo per il suo attivismo nel sollecitare il governo della propria nazione ad investire ed appoggiare lo sviluppo dell’arte, ma anche per i suoi film. Le sue opere sono infatti lo specchio di un artista in continuo movimento, impegnato costantemente nell’esplorare le tradizioni della sua terra e non è un caso che i suoi film abbiano sempre riscosso numerosi consensi e raccolto. Fin dall’esordio “Love is a Slice of Bread” nel 1991, Nugroho ha dato voce ed immagini alla babele culturale della sua nazione, usando un linguaggio cinematografico disilluso e spietato come nello splendido “Kancil’s Tale of Freedom”, ma soprattutto ha firmato una delle opere più poetiche del cinema asiatico con lo splendido “Serambi”. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un suo progressivo avvicinamento alle tradizioni del suo popolo, quello indonesiano, ritratto magistralmente nella fiction “Of Love and Eggs” e nel documentario televisivo “Trilogy Politik”. In questo percorso si inserisce “Opera Java”, presentato originariamente nella sezione Orizzonti del Festival Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2006, e ora ristampato in DVD da Aditi con la distribuzione della sempre attentissima Felmay. Il film, riprende e traspone in epoca moderna la trama del Rapimento di Sita, uno dei sette canti del Ramayana, antico poema epico, scritto in sanscrito, che a Giava viene narrato secondo i canoni del teatro danzato e del wayang (il teatro delle ombre giavanese). Se nella storia originaria sono cantate le avventure del Principe Rama per ritrovare sua moglie Sinta, rapita dal gigantesco Re Rahwana, la versione di Gari Nugroho, racconta le drammatiche vicende di triangolo amoroso tra tre ex danzatori, Ludiro, Siti e Setio, che in passato hanno spesso rappresentato in teatro proprio Il Rapimento di Sinta. Setio e Siti, moglie e marito versano in una grave situazione economica, tanto che sono costretti a chiudere la loro attività di ceramisti. Setio è così costretto a lasciare la città alla ricerca di migliori fortune per il suo lavoro, e approfittando della sua assenza, Ludiro, il ricco e cinico commerciante del villaggio, oltre ai soldi, offre il suo amore e il suo cuore a Siti, la quale dopo averlo rifiutato viene rapita. Scoppia così una drammatica ed aspra contesa che vede coinvolti i due personaggi maschili, che si riflette anche all’esterno in tutto il villaggio. I due uomini iniziano a battersi per Siti, in un esortabile crescendo di violenza. Siamo così di fronte ad un opera molto complessa che si apre a due chiavi di lettura, una strettamente legata all’intreccio e dunque legata ai temi dell’amore, della fedeltà e della passione, l’altra più simbolica che si riflette nel significato stesso di Siti, che in lingua giavanese vuol dire Terra. La Terra è così il terreno di conquista dei più forti sui più deboli, il luogo dove vengono perpetrate le violenze più drammatiche. Nugroho rifacendosi al simbolismo e alla mitologia indù come alla suggestione delle opere liriche occidentali, si pone come cantore dell’ineluttabilità della violenza e del ciclico ricadere dell’uomo nella barbarie, esplorando in modo lucidissimo la disintegrazione di un mondo e di una tradizione immensa. In quest’ottica il film diventa un tributo alle vittime della violenza che insanguina da sempre l’Indonesia, paese martoriato da numerose guerre civili, da anni di dittatura dispotica, e dal devastante tsunami del 2004. Particolarmente suggestiva è così la sequenza finale, ambientata sulla spiaggia, con le onde dell’oceano alte che incombono sullo sfondo, ad evocare un presagio di morte. L’atto finale della tragedia è vicino, il tempo è scaduto, il mondo non sarà più lo stesso. Rispetto all’antico testo e ai canoni del teatro tradizionale giavanese, il cineasta indonesiano si è servito della struttura del musical contemporaneo, nel quale si incontrano diverse forme artistiche come la videoarte, la danza, e la musica composta per l’occasione da Rahayu Supanggah. Seguendo i codici sonori del Karawitan, il musicista indonesiano ha coniugato l’utilizzo di strumenti quali percussioni, metallofoni e xilofoni propri del Gamelan (orchestra) giavanese, con l’utilizzo di una combinazione tra i due sistemi tonali tradizionali, slendro e pelog, con l’aggiunta di strumenti occidentali, come la viola o un quartetto d’archi. Ciò ha dato a tutta l’opera una grande profondità lirica, facendo risaltare il lato più figurativo della visione poetica del cineasta indonesiano, il quale ha approcciato le sequenze sceniche, quasi fossero una serie di quadri, che spaziano dal surreale al grottesco, dal drammatico al passionale, senza soluzione di continuità. Insomma Opera Java è un opera di grande pregio, che merita di essere non solo vista almeno una volta, ma anche studiata ed approfondita in ogni dettaglio. 


Salvatore Esposito

Milena Magnani, Delle Volte Il Vento, Kurumuny 2012, pp.160, Euro 13,00

Originariamente pubblicato nel 1996 per Vallecchi, “Delle Volte Il Vento” di Milena Magnani è senza dubbio uno dei libri più belli ed intensi dedicati agli sbarchi dei “migranti”, che dopo la caduta dei regimi comunisti nell’Est Europeo, hanno lasciato la loro terra per cercare fortuna in Italia. Ambientato nella prima metà degli anni novanta, il libro racconta la storia di Lume, donna fuggita dall’Albania, dopo la caduta del dittatore comunista Enver Hoxha, e approdata nel Salento. Restia a rinnegare la sua cultura e la sua educazione comunista, Lume incontra Carmela e da quel momento l’intreccio si fa sempre più fitto, facendo emergere il contrasto e allo stesso tempo il dialogo tra due mondi e due culture diverse come quello occidentale e quello dell’Est Europeo. Nel rifiutare il cambiamento Lume si chiude nel suo silenzio e rivolgendo lo sguardo al mare, guarda verso un passato che non c’è più e un presente difficile da accettare. Tutto ciò affascina Carmela, che rivede in Lume tutta la sua stessa ostinazione, quella di chi non rinuncia a cercare qualcosa tra l’orizzonte e il nostro essere qua. Quasi fosse un istant book “Delle Volte Il Vento”, è la fotografia di un momento cruciale per la storia dell’Europa in generale e del Meridione d’Italia in particolare, allorquando il Salento, dopo molto anni in cui era stato ripiegato su se stesso, ritrova la sua vocazione di terra di passaggio e di dialogo, dando vita alla sua rinascita più profonda. A rendere ancor più affascinante il tutto c’è il ritmo narrativo scandito dai brani di pizzica che si intrecciano alla narrazione, e l’uso del dialetto salentino unito ad una lunga serie di ammiccamenti alla tradizione popolare. Segno evidente della volontà dell’autrice di mettere a nudo due culture, senza le barriera del falso buonismo, ma piuttosto ponendole su un piano di parità sostanziale. Per quanti volessero volgere lo sguardo al passato ed in particolare a quei primi e drammatici anni Novanta, questo libro sarà certamente l’occasione più giusta, per coglierne l’importanza non solo storica ma anche e soprattutto sociale. 

Salvatore Esposito

Play With Eyes – Cover Art And Music Icons, Cenobio di Sant’Agostino, Caserta, 22 dicembre 2012 – 20 gennaio 2013

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta e con la progressiva diffusione del disco in vinile, il rapporto tra arte e musica si cominciò ad intensificare sempre di più. Le custodie in cartone che contenevano i dischi, fino ad allora assolutamente anonime, presero ad essere sempre più curate per diventare dapprima un importante veicolo di comunicazione e successivamente vera e propria arte. Le cover progressivamente divennero parte di quella rivoluzione pop che stava abbattendo i confini tra cultura alta e quella bassa, contribuendo in modo determinante non solo alla diffusione della musica che contenevano ma anche di mode e stili dell’epoca. Da Salvator Dalì a Roy Lichtenstein, da Peter Saville ai fumettisti italiani Hugo Pratt e Guido Crepax, il mondo dell’arte cominciò letteralmente a viaggiare di pari passo con la musica, fino a trovare la sua fusione perfetta nella Factory di Andy Warhol dove nacquero di Velvet Underground. 
Fu proprio l’artista americano a firmare la copertina del loro primo storico album, così come quelle di due dischi storici come "Sticky Fingers" dei Rolling Stones, ricordato per la famosa zip, e "Muscles" di Diana Ross. Storiche sono rimaste anche le cover di "Without You" di David Bowie firmata da Keith Haring o il “prisma ottico” di "The Dark Side of the Moon" firmata da Hipgnosis, studio grafico fondato da Storm Thorgerson. Curata da Nello Arionte, Carmine D'Onofrio e Massimo Sgroi e promossa dal Comune di Caserta e Promuoviamoarte, la mostra Play With Eyes - Cover Art and Music Icons, recentemente inaugurata al Museo di Arte Contemporanea di Caserta, presso il Cenobio di Sant’Agostino, getta nuova luce sul connubio tra arte e rock raccogliendo oltre duecentocinquanta copertina originali di 45 giri. Si tratta di una mostra molto originale nella quale il visitatore viene letterale coinvolto in un viaggio in dietro nel tempo alla ricoperta della bellezza e del fascino del disco in vinile, non solo come contenitore di musica ma anche come vera e propria opera d’arte. 
Da “Scalinatella” di Sergio Bruni a “Come Together” dei Beatles fino a toccare “L’Isola Di Niente” della PFM, “Sladghammer” di Peter Gabriel e i più moderni NOFX, Play With Eyes è un occasione importante per scoprire e conoscere perle dimenticante dove arte e musica si fondevano in un tutt’uno inscindibile. L’avvento del cd prima e del mp3 poi hanno spezzato forse in modo definitivo questo legame, tuttavia progressivamente stiamo assistendo al recupero del vinile come supporto discografico definitivo, non solo per la migliore qualità del suono ma anche come contenitore ideale, sia per il suo formato sia per recuperarne il fascino di un tempo. L’allestimento molto curato ed elegante raccoglie oltre ai 45 giri, anche la serie di The Icons, composta da diciotto opere di artisti del panorama contemporaneo, che hanno ritratto alcuni personaggi del rock, utilizzando materiali, supporti e tecniche differenti. A completare l’evento, nel corso della sua permanenza al Cenobio di Sant’ Agostino, una serie di appuntamenti di musica live e dj set, ospitati dal Lounge Bar “Contemporaneo” sito al piano terra della stessa struttura museale. 


Salvatore Esposito

Dexys - One Day I’m Going To Soar (BMG Righst Management)

La vicenda musicale e di vita di uno come Kevin Rowland è quantomai variegata e lontana dai mefitici diktat del mercato. Capace in anni non sospetti di infilare Van Morrison e Celtic Folk dentro a un variegato contenitore chiamato Dexys Midnight Runners il nostro ha attraversato il deserto dell’inizio del nuovo secolo lasciandosi andare a vizi e stravizi oltre che qualche avventura da nullatenente ( lui dice che ha solo fatto lo squatter, tradizione libertaria tipicamente inglese ora in declino causa cambio di legislazione), insomma Kevin non si è fatto mancare nulla. Torna con un disco dove alle tastiere c’è un certo Mick Talbot e, in qualche pezzo compositivamente parlando, l’ex Sex Pistols Glen Matlock. Le coordinate del disco sono quelle del reverendo Al Green e del suo soul da elevazione spirituale. Il disco è registrato benissimo e composto con eleganza, lontano da ogni posa, non c’è la volontà degli sterili gruppi pseudo-indie italici che si premurano di farti sapere che hanno voluto registrare in analogico per recuperare il bla bla bla, qui il disco è registrato con l’accento sull’ispirazione piuttosto che sulla pulizia tecnica e con una ispirata parte vocale a metà tra un crooning importante e l’urgenza di un Lou Reed non del tutto iconoclasta. L’influenza di un personaggio come Mick Talbot sodale del modfather Paul Weller nell’avventura degli Style Council si sente molto in termini positivi. La fruibilità del disco, la sua ascoltabilità e goduria è assoluta. Kevin, ci mancherebbe altro, è assolutamente credibile quando racconta le sue storie, avventure e disavventure, perfino quando se le inventa di sana pianta e te lo senti vicino mentre ti muovi nel traffico della cittadina della pianura nella quale vivi, lo senti uscire dalle casse della tua auto come se fosse fuori dal tempo, come se riuscisse a tirare un cavetto invisibile dagli anni 80 fino ad oggi e ritorno. I love this disc. Simple as that.


Antonio "Rigo"Righetti

domenica 23 dicembre 2012

Numero 82 del 23 dicembre 2012

Il penultimo numero dell’anno per Blogfoolk si apre con uno speciale dedicato ai Forè, nuovo ed interessante progetto artistico di Massimiliano Morabito, che abbiamo incontrato al Medimex ed intervisto. Si prosegue con il Consigliato Blogfoolk che va allo splendido disco di Calixtinus & Faraualla, e con I Luoghi Della Musica che questa volta si ferma ad Arezzo per l’annuale Pifferi, Muse e Zampogne, organizzato da Silvio Trotta e che ha ospitato come di consueto le selezioni di Suonare A Folkest, presiedute dal nostro amico Roberto Sacchi, direttore di Folk Bulletin. Ricche anche le nostre rubriche con Letture che è dedicata allo storico saggio sul tarantismo di Salvatore De Renzi, curato da Sergio Torsello, e Visioni in cui ci occupiamo della ristampa di Italian Sud Est della Fluid Video Crew. Completano il numero le recensioni di Quinzân, Fabio Tricomi & Faraz Entessari, Melos e l’immancabile Taglio Basso di Rigo. A nome di tutta la redazione colgo l’occasione per formulare a tutti i lettori, gli auguri di un sereno e felice Natale.

GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
CONSIGLIATO BLOGOFOOLK!!!
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
VISIONI
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
TAGLIO BASSO



La Musica Dell’Anima dei Foré

Foré è il nuovo progetto artistico nato dall’incontro tra Massimiliano Morabito con il chitarrista il chitarrista Adolfo La Volpe di Escargot e il contrabbassista Pierpaolo Martino dei Radicanto, i quali hanno incrociato le rispettive esperienze artistiche per dare vita ad un percorso comune alla ricerca della musica dell’anima. In occasione della pubblicazione del loro disco di debutto, abbiamo incontrato al Medimex, l’organettista salentino e con lui abbiamo approfondito temi ed ispirazioni di questo primo lavoro del trio. 

Come nasce il progetto Foré? 
Ho sempre suonato musica per danza, in realtà però ho iniziato a suonare perché credevo molto nel potere curativo della musica, e questo non perché siamo tutti malati, ma piuttosto per far stare bene quanti mi stessero intorno. La mia prima idea è quella di far sorridere e far star bene le persone che ascoltano la mia musica. Se una sola persona, dopo un concerto se ne va a casa tranquillo, sento di aver fatto il mio dovere. Prima ancora però la musica mi è servita a star bene con me stesso, perché purtroppo ho avuto delle sventure in famiglia avendo perso metà di essa, e quindi per me è stata quasi un rifugio dove ho cominciato a guarire me stesso. Perdere un padre ed un fratello è una cosa molto brutta, e l’organetto mi è servito veramente per ritrovare una nuova famiglia. Ricordo che lo suonava sempre il nonno di una mia ex fidanzata, e lui intorno al suono di questo strumento riusciva ad unire tutta la sua famiglia. Notai che era molto semplice suonarlo, e così mi venne quasi spontaneo di chiederglielo in prestito. Avevo ventisette anni quando cominciai per la prima volta a suonarlo, ero quindi abbastanza grande, ma come l’ho preso in mano ho cominciato a scoprire una parte di me che non avevo mai incontrato. Poi cominciai a fare musica per far danzare, ma ultimamente mi sono detto perché non provare a fare musica per far star bene con se stessi, anche senza l’aspetto coreutico. E’ nato così questo disco, che raccoglie brani semplicissimi, dove non si ascolta la musica perché non voglio che quella sia importante, ma la musica diventa lo strumento che ci aiuta a compiere un viaggio, un percorso interiore dove ci si dimentica dei suoni, magari anche dei rumori delle sensazioni negative, per entrare in un suono che è il nostro suono interiore. Quindi non musica fine a se stessa, ma un lasciapassare che serve per ritrovare un po’ la propria vita, il proprio senso. E’ una cosa molto difficile, ma se riusciamo avremmo compiuto un passo importante per alleviare i mali della quotidianità, per riflettere su noi stessi e per migliorare le nostre esistenze. 

Ci puoi parlare del vostro incontro? 
Il progetto Forè nasce dall’incontro con Pierpaolo Martin, che suona il contrabbasso e con cui siamo amici da tempo, e con Adolfo La Volpe che suona la chitarra. La conoscenza con Pierpaolo risale a molto prima che cominciassi a suonare l’organetto, perché ho sempre avuto comunque la passione per la musica e suonavo la tastiera. All’epoca avevo diciassette anni, e ricordo che fui io a fargli conoscere Bill Frisell, all’epoca ascoltavo tanta musica contemporanea, ma anche musica classica, medioevale. Il mio percorso si può dire che rispetto a molti altri colleghi è stato inverso in quanto dalla musica colta sono poi approdato alle tradizioni popolari. Qualche anno fa ci siamo ritrovati un sera in campagna a Cisternino, entrambi affascinati dai suoni popolari e abbiamo provato a sperimentare. E’ nata così l’idea di fare musica insieme e di dare vita a questo progetto. 

Che cosa significa Foré? 
In realtà Foré è un francesizzazione di “forë”, termine dialettale che indica la casa in campagna, proprio come quella dove è nato il disco. Dicevamo sempre: “dove ci intriamo per suonare?” e Pierpaolo rispondeva puntualmente: “Forë da me”, cioè nella mia masseria. Alla fine ci siamo detti perché non lo scegliamo come nome per il gruppo, anche perché fore sarebbe stato difficile da utilizzare perché ha la dieresi e così abbiamo scoperto che foré in francese, significa forato, perforato e in questo senso dice bene il concetto di soglia, di spazio permeabile che traduce e tradisce ogni superficie certa e identificabile: la porta, in copertina in questo senso non è affatto casuale. 

Qual è la chiave per aprire la porta… 
E’ in chi ci ascolta… 

Ci sono dei brani come Il Barone Rampante, Bella e Toujours che sono caratterizzate da atmosfere molto particolari, quali sono le ispirazioni dietro questi brani… 
Tutti e tre abbiamo esperienze musicali differenti. Io vengo da un area musicale più vicina al folk, gli altri due sono più vicini al jazz e al pop, quindi diciamo che abbiamo cercato di unire queste tre esperienze per dare vita a qualche cosa di nuovo. C’è però jazz, folk, pop, musica contemporanea, molto minimalismo. 

Toujours ad esempio è un brano dalle atmosfere molto cinematografiche, caratteristica questa comune a molti brani del disco… 
Raccontiamo delle emozioni, in particolare Toujours è un brano di Pierpaolo Martino e racconta qualcosa che è molto vicino alla mia esperienza personale, ovvero l’aver perso un padre. Si tratta di un brano dalle atmosfere molto forti, e non riuscirei a trovare un aggettivo migliore di questo, perché bisognerebbe poi ascoltarlo a fondo questo brano per comprendere cosa voglio dire. Tutti i brani del disco sono accompagnati nel libretto da una foto, che ho fatto io personalmente, e ognuna di esse rappresenta appunto ciò che lo ha ispirato o in qualche modo il suo significato. Una di esse in particolare presenta una finestra con il vetro rotto, ed è un po’ il simbolo di quella ferita che non si rimargina mai, come quella della perdita di un genitore, e si sente in questa melodia molto intensa e molto triste, dove anch’io con l’organetto eseguo una trama sonora, che a mio avviso, simboleggia un po’ il battito del cuore. 

Qual è il segreto del tuo approccio tecnico all’organetto? 
Non penso di avere segreti, ci sono tanti ragazzi che quando li vedo suonare sembrano mostri sacri, in realtà ciò che continuo sempre ad ascoltare e registrare gli anziani è lì, che apprendo la tecnica. 

Quanto è importante per te la ricerca sul campo? 
Credo il novanta per cento, perché penso che per essere originali bisogna andare alla musica originaria. Solo conoscendo il passato possiamo esplorare meglio il futuro, e questo non solo nella musica.

Quanto ha contato per te l’esperienza con il Canzoniere Grecanico Salentino? 
Tantissimo, grazie al Canzoniere Grecanico Salentino ho la possibilità di girare il mondo, conoscere altre realtà e capire che la musica salentina, quella che sintetizzano con il nome di tarantella salentina o pizzica pizzica, non è affatto conosciuta. Spesso ci troviamo a suonare all’estero e molto spesso non davanti agli italiani, e vediamo chiaramente come vengano attratti da questo ritmo e questa cosa ci piace molto, perché i suoni del Salento sono molto riconoscibili. 

Concludendo come sarà l’approccio live dei Forè? 
Vorremmo fare uno spettacolo dove la musica è solo una delle parti dello spettacolo, la nostra idea è quella di dare vita a qualcosa che coinvolga tutti e cinque i sensi, dove i profumi, i colori, la danza, il tatto e il gusto vengono uniti alla musica, perché sono tutti i sensi a dover viaggiare. In realtà noi non vogliamo raggiungere nessuna terra in particolare ma il luogo dell’anima.



Foré – Foré (Autoprodotto) 
Nati durante una serata di musica insieme nelle campagne di Cisternino, i Foré sono un trio salentino formato da Pierpaolo Martino (contrabbasso, basso, loop machine), Adolfo La Volpe (chitarre, loop machine) e Massimiliano Morabito (organetto, fisarmonica), i quali hanno deciso di intraprendere un comune cammino musicale, nel quale la tradizione della loro terra fosse solo la base per un esplorazione sonora attraverso jazz, pop e musica contemporanea. Il risultato è il disco omonimo che raccoglie dieci brani, incisi ai Chora Studi Musicali di Monteroni di Lecce (Le) e registrati con il supporto di Valerio Daniele, che esplorano quella che potremmo definire come musica dell’anima, ovvero l’insieme di suoni che aiutano ad alleviare i mali della quotidianità e ispirano l’introspezione e la riflessione. Accolti da una copertina dall’alto valore simbolico, con la porta, che rimanda al concetto di andare oltre la percezione di William Blake, la musica dei Forè, seguendo quanto scriveva il filosofo francese Jean-Luc Nancy fa risuonare i cinque sensi è un lasciapassare per un viaggio sonoro denso di suggestioni. Scopriamo così la forza evocativa de “Il Barone Rampante” firmata da Pierpaolo Martino in cui all’intreccio tra chitarra e contrabbasso si va ad aggiungere l’elegantissima trama sonora, quasi antica, dell’organetto di Massimiliano Morabito, o la cinematografica “Perplesso Nell’Ombra Verde (Aspetto)”, ma soprattutto la splendida e malinconica “Toujours” in cui vengono evocati i momenti di dolore, ma nella quale risuona sullo sfondo una traccia melodica di speranza. Non mancano momenti più vicini alle sonorità tradizionali come nel caso di “Pere, Mele e Percoche”, ma anche di “Cisternino” e della ben nota “Pizzica a Marino” di Massimiliano Morabito, che già avevamo ascoltato nella versione del Canzoniere Grecanico Salentino. Un discorso a parte lo meritano invece le più sperimentali “Giano” e “Mr.Bones” firmate rispettivamente da Massimiliano Morabito e Pierpaolo Marino, e nelle quali si apprezza la particolare ricerca sulle timbriche, che partendo dall’improvvisazione si allargano verso un particolare intreccio tra folk e jazz. Questo primo lavoro di Foré è dunque un disco che esce fuori dagli schemi e va oltre i canoni stretti dei generi musicali, proponendo un linguaggio sonoro affascinante, a cui è difficile non abbandonarsi durante l’ascolto. 


Salvatore Esposito

Calixtinus & Faraualla – Miragre! (Digressione Music)

Sotto il titolo di “Miragre! Le Cantigas de Santa Maria nell’Adriatico di Bisanzio”, il quintetto strumentale Calixtinus, diretto da Giovannangelo de Gennaro, e il quartetto vocale femminile Faraualla propongono otto cantigas provenienti dalle oltre quattrocento Cantigas de Santa Maria che, com’è noto, costituiscono un corpus eccezionale di poesia e musica del XIII secolo. Opera raffinata di liriche devozionali in onore della Madonna in gallego-portoghese, composte da artisti alla corte di Alfonso X El Sabio, sovrano di Castiglia. Non meno considerevole sul piano organologico è il codice manoscritto della raccolta, fonte per l'individuazione di strumenti musicali utilizzati nel medioevo. Il repertorio scelto per questo disco comprende sette cantigas di miracoli, ambientate in città del Mediterraneo, in cui, dopo una contestualizzazione introduttiva, si racconta dell’intervento salvifico della Vergine (“Poi-las figuras fazen dos santos”, “Niun poder d’este mundo”, “Todo logar nui bien”, “Ben com’ aos que van per mar”, “Sobre los fondos do mar”, “Gran fe devia”, “Gran poder a de mandar”). Tutti i canti dei miracoli sono caratterizzati dalla forma musicale del virelai o rondò andaluso; la sola cantiga di lode “Des oge mais quer’eu trobar” presenta una diversa costruzione, essendo modellata nei canoni compositivi della canzone di amor cortese. 
In prima persona il poeta dichiara che comporrà solo per la sua dama, per poi narrare le sette gioie della Vergine. Alla base della rilettura di Calixtinus & Faraualla, suffragata da un denso e dotto intervento della studiosa Carmen Julia Gutiérrez inserito nel booklet del CD, è un variegato strumentario che accosta strumenti medievali e popolari (viella, organistrum, arpa, chitarrino, gaita, tabor) a percussioni (riqq, darbouka, uff), flauti (nay), strumenti ad arco (kamanche, rabab) e cordofoni (oud, saz) del Medioriente e non solo (si veda l’uso del flauto bansuri) che corrisponde ad una scelta estetica che esalta il colore mozarabico, privilegiando l’ipotesi di una preponderante influenza musicale di al-Andalus. Cosicché preludi strumentali dal sapore andaluso-maghrebino introducono i canti e l’unico brano strumentale, intitolato “Tushy al-m’sarki”, proviene dalla coeva tradizione colta della nuba. Né mancano brani, come il già citato “Todo logar nui bien”, in cui prevale un sapore popolare iberico settentrionale. L’eclettismo vocale delle Faraualla partecipa della potenza narrativa delle cantigas e favorisce con le diverse sfumature e i colori timbrici quell’enfasi ritmica che rende molto fruibile – pur nel rispetto delle fonti – l’interpretazione del quartetto vocale barese e dell’insieme strumentale molfettese, di cui è concittadina l’etichetta Digressione Music, detentrice di un ampio e interessante catalogo di cui è parte questa bella produzione. 


Ciro De Rosa

Pifferi, Muse e Zampogne, Circolo ARCI Aurora, Arezzo, 6-8 Dicembre 2012

Liguriani
“Pifferi, Muse e zampogne”, il festival di musica etnica che si celebra ad Arezzo negli spazi culturali del Circolo AURORA, ha regalato anche quest’anno tre serate di bella musica ad un pubblico curioso e attento, educato all’ascolto da diciassette anni di scelte accurate e proposte significative portate avanti da un direttore artistico competente e appassionato, figura storica del folk italiano: Silvio Trotta. Il suo “piccolo grande festival”, come lui è solito definirlo , è una realtà alternativa e originale nel panorama italiano avendo come connotazione gli strumenti ad ancia, protagonisti non assoluti del festival, ma certamente soffi vitali della rassegna. Sono stati i suoni tipici della tradizione, cornamuse, zampogne ,muse e musette, flauti e pifferi, a inondare di atmosfere godibilissime le stanze del nostro provincialissimo Circolo che si è aperto così al mondo musicale glocale. Ma “Pifferi, muse e zampogne” non è stato solo musica è stato soprattutto incontro, un incontro fertile di pensieri, di contenuti e di significati, esercitati dagli uomini di oggi sulle loro radici e sul loro passato che si è fatto presente nel qui ed ora del loro far musica. Grazie ai “ Liguriani” straordinario gruppo che ha saputo raccontare la gente di Liguria interpretando sapientemente, con nuove sensibilità contemporanee, il suo patrimonio musicale in un suggestivo viaggio che, partendo dalla loro terra, approda anche nei luoghi dove gli emigranti liguri si sono stabiliti. Abbiamo ascoltato malinconiche mazurche, vivaci monferrine , walzer dagli echi francesi e ancora alessandrine delle Quattro Province, canti partigiani, il tutto amalgamato in una pastosità bellissima di suoni compatti. 
Antiche Ferrovie Calabro-Lucane
La loro musica è un arco metaforico, simile alla forma geografica della loro Liguria, che unisce visioni, collega esperienze, allea spazi diversi in un’unica appartenenza musicale per così dire “liguriana”. Resteranno nella memoria del festival, la solennità della cornamusa di Fabio Rinaudo, il sorriso di Filippo Gambetta, luminoso come il suo organetto, la chitarra regina di Claudio De Angeli, i festanti suoni “irish” di Fabio Biale e Michel Balatti e l’umile disponibilità al dialogo e all’ incontro con tutti i presenti. A “Pifferi”, infatti, gli artisti e gli spettatori non sono separati dall’altezza del palco, qui si suona, si canta e si ascolta sullo stesso spazio, in una ritrovata oralità comunitaria, sostanza di antichi contesti . Quei contesti nei quali la musica popolare nasceva e si tramandava sono ormai quasi del tutto scomparsi; inutile, anacronistico, talvolta patetico ricostruirli ma quei valori, quei sentimenti, in trasparenza riflessi nel suono degli strumenti e nelle melodie dei canti, esistono e continuano ad appartenerci e sono pronti a dispiegarsi in contesti diversi. Ed è lo spazio piccolo e raccolto del Circolo AURORA che, nei giorni del Festival, si è fatto contesto perché energizzato dalla forza antropologica della musica che lì ha continuato a intrecciare gli elementi fondanti della sua funzione: narrazione, condivisione, memoria, appartenenza, divertimento. 
Tamburello Cafè
Lo hanno ampiamente dimostrato “Le antiche ferrovie calabro/lucane” con un repertorio radicale, profondamente immerso nella tradizione ma che sotto la regia sapiente di Ettore Castagna si snoda lontanissimo da qualsiasi riproposta per giungere a chi ascolta intatto, originario, pulito, nuovo, vivo, ancora degno di essere tramandato. Strumenti arcaici, strappati all’oblio museale, come la lira calabrese, tornano ad essere, nella musica del gruppo, atavici, appartenuti a chi ci ha preceduto e ancora presenti in noi aldilà della consapevolezza e della ragione. Un concerto bellissimo, mediato con ironia e semplicità, dove la sostanza si impone sull’apparenza , dove le radici visibili non hanno bisogno di troppe parole. Basta la voce calda e ruvida di Domenico “Micu” Corapi, il ritmo sacro e profano della grancassa, per documentare una cultura tradizionale che “si muove” perché ancora viva nel momento in cui si compie.
Tre Martelli
Un dinamismo carico di suggestioni si è impossessato del festival quando I Tre Martelli, che festeggiano quest’anno i 35 anni di attività, hanno intonato i canti della loro terra, il Piemonte. Il loro concerto, ricco d’energia ma profondamente e tenacemente radicato nella ricerca è stato soprattutto uno scambio di reciprocità artistiche e umane tra i “ vecchi” e formidabili cantori Betti Zambruno e Vincenzo Chacho Marchelli, e i loro giovanissimi musicisti come Elisabetta Gagliardi e Paolo Dallara. Sulla pedana della rassegna si è tramandata la forza e il desiderio di salvaguardare quella memoria collettiva su cui poggia gran parte della nostra cultura e si è dimostrato che la musica popolare non appartiene esclusivamente a chi ha vissuto esperienze dirette con i mondi della tradizione. La musica popolare è cultura e come tale si può imparare. Convinzione, ne siamo certi condivisa anche dei Tamburello Cafè impegnati in una performance dal registro quasi didattico nella quale hanno presentato al pubblico tecniche percussive diverse al tamburello, nell’intenzione di recuperare tutta la dignità musicale di uno strumento dalla storia millenaria. Andrea Piccioni, Roberto Chiga, Vincenzo Gagliani e Gian Michele Montanaro, straordinari esponenti dell'arte dei tamburi a cornice italiana, con personalissime e virtuose abilità esecutive hanno costruito momenti originali e sorprendenti che, pur non fusi in un vero e proprio concerto, hanno documentato una ricerca attenta e significativa sul tamburello nella storia della musica del sud d’Italia. Anteprima del festival giovedì 6 dicembre è stato il concorso Suonare@Folkest – Premio Alberto Cesa. Tre le proposte musicali presentate; Macchia Libbr di Manfredonia (FG), Serio e Faceto di Vernio (PO) e Pergiorgio Manuele di Pistoia. La giuria, presieduta da Roberto Sacchi, ha scelto i primi due gruppi quali vincitori. 



Gloria Sereni

Salvatore De Renzi – Osservazioni Sul Tarantismo Di Puglia, Kurumuny 2012, pp.66, Euro 8,50

Studiato a partire dal Cinquecento, il fenomeno del Tarantismo è stato protagonista di un lungo dibattito interpretativo nel quale si sono avvicendati numerosi studiosi, che con i loro contributi analizzarono la classificazione zoologica del ragno, i diversi effetti che il veleno provocava sul sistema nervoso e l’osservazione di alcuni casi clinici. A metà dell’Ottocento, come evidenzio Ernesto De Martino, parallelamente all’emergere del positivismo si assistette ad una progressiva riduzione dello studio di questo fenomeno a malattia, e non è un caso che proprio in quel periodo numerosi medici si dedicarono a questo tipo di studio. Tra le opere di maggiore interesse, relative a questo periodo, c’è senza dubbio “Osservazioni sul tarantismo pugliese” del medico napoletano, Salvatore De Renzi (1799 – 1872), apparso originariamente nel 1832 nella collana dei “Resoconti dell’Accademia Medico-Chirurgica Napoletana” e ripubblicato lo stesso anno ne “Il Filarete Sebezio”. Spesso citato nei principali studi sul tarantismo, questo saggio, finalmente trova una sua pubblicazione autonoma grazie a Kurumuny e al lavoro di Sergio Torsello, che ne ha curato questa nuova edizione. Si tratta di uno dei lavoro di maggior pregio dal punto di vista medico scientifico, in quanto, il De Renzi, attraverso una prosa elegante e raffinata, descrive il Tarantismo con dovizia di particolari la sintomatologia, la diagnosi, la terapia, raccogliendo e annotando importanti informazioni desunte dal suo dialogo con gli informatori locali. Questo approccio prettamente medico rimase molto in voga fino agli ormai ben noti studi di Ernesto De Martino, che rivoluzionarono l’interpretazione di questo fenomeno, dimostrando come il morso delle due specie di ragni Lycosa e Latrodectus, c’entrassero ben poco con quell’ “istituto culturale” e rituale che lui aveva individuato nella sua lunga permanenza nel Salento. Nonostante sia da considerarsi abbondantemente superato dal punto di vista prettamente scientifico, dagli studi di antropologia, il saggio del De Renzi resta comunque un importante punto di riferimento in quanto ha rappresentato uno degli ultimi epigoni di quell’approccio prettamente positivista allo studio del Tarantismo. Vale la pena sottolineare come lo stesso De Renzi abbia evidenziato alcuni tratti che negli anni a venire vennero sviluppati con maggiore attenzione come le presunte capacità curative dell’acqua della fonte di San Paolo a Galatina, che all’epoca era già considerata non potabile, o l’intuizione che alla base del fenomeno vi fosse quello che oggi potrebbe essere definito come “eros precluso” o ancora i due esempi analizzati entrambi a Novoli, luogo dove De Simone individuò la vera “pianta della Taranta”. A completare questa nuova versione troviamo inoltre un corposo insieme di note esplicative, ben due appendici di cui una che raccoglie le immagini della Tarantola nel XIX secolo e una dedicata al Tarantismo nell’Ottocento e da ultimo una corposa bibliografia che raccoglie tutti gli studi dal 1800 al 1898. 

Salvatore Esposito

Italian Sud Est, diretto da Fluid Video Crew (AnimaMundi Edizioni/Goodfellas)

Qualche anno fa quattro giovani registi salentini ovvero Davide Barletti, Edoardo Cicchetti, Lorenzo Conte e Mattia Mariani, meglio noti come Fluid Video Crew, realizzarono “Italian Sud Est”, splendido film-documentario on the road sulle tracce dei vecchi binari delle Ferrovie del Sud-Est. Pubblicato originariamente in dvd dalla Pablo Edizioni e distribuito in allegato al Quotidiano di Puglia, “Italian Sud Est” è stato di recente ristampato da AnimaMundi, in una nuova e ricchissima edizione, che al filmato originale aggiunge un ricco libretto con gli interventi degli stessi autori e di Franco Cassano, Goffredo Fofi, Silvana Silvestri, Mauro Marino, Tommaso Didimo, e da numerosi extra, come il backstage, scene inedite, la galleria fotografica e il cortometraggio "Gli Ultracorpi Della Porta", anche questo firmato Fluid. Definito all’epoca un docu-western, il lungometraggio della Fluid Video Crew, è un vero e proprio salto in dietro nel tempo, che consente allo spettatore di immergersi in un epoca che non c’è più, riscoprendo il fascino contadino del Salento. Così piccole stazioni mezze abbandonate, campagne sconfinate, dove spiccano ulivi secolari e dolmen, e carrozze di vecchie littorine, fanno da sfondo alle storie di venti protagonisti, che si raccontano attraverso le loro vite, le loro esperienze e le loro speranze, componendo un affresco corale denso di suggestioni, a metà strada tra atmosfere rurali ed oniriche. Fluid Video Crew attraverso le sue immagini è riuscita a ricomporre un tempo dimenticato, dove il ritmo è scandito dal ritmo lento del treno come dai suoni della campagna e lo spazio viene esplorato quasi a passo d’uomo, tra citazioni che rimandano a Federico Fellini, a Carmelo Bene, ma anche all’allenatore Eugenio Fascetti, già alla guida delle due principali squadre pugliesi, ovvero Bari e Lecce. ”Italian Sud Est” è dunque un atto d’amore che, supera la retorica del folklore e del Salento da cartolina, e recupera l’essenza di questa terra, fatta di colori, di suoni e soprattutto di gente comune. Dieci anni fa non c’era lo spread, la crisi, i reality non sfornavano talenti salentini, dieci anni fa era un altro mondo, un’altra epoca, ed è per questo che oggi questo docu-film acquista un importanza ancor più grande rispetto alla sua prima pubblicazione, quasi suonasse come un monito a guardarsi alle spalle, e al desiderio di ripercorrere con la stessa ingenuità e leggerezza quelle strade ferrate, alla ricerca di “visioni” di un tempo che la modernità rischia di cancellare definitivamente, solo perché in apparenza non sono necessarie. Insomma non ci sarebbe stato modo migliore per celebrare questo film, se non con una ristampa curata da AnimaMundi, che da qualche anno ormai rappresenta un vero e proprio baluardo a difesa della memoria collettiva, della genuinità dell’arte e della vita. 



Salvatore Esposito

Quinzân – Venì Venì E Mi Amore (Galletti-Boston)

Contadino biologico, vignaiolo ed animatore culturale, Pietro Bandini meglio noto come Quinzân è noto non solo per la sua azienda agricola, ma anche per essere il promotore del bel festival “Musica Nelle Aie”, che annualmente si tiene a Castel Raniero (Ra). Parallelamente alle sue tante attività, ha coltivato anche la passione per il cantautorato, e a partire dal 1996 ha dato vita ad un percorso musicale di ricerca e recupero delle tradizioni della sua terra, la Romagna, che ha intrecciato con le personali ispirazioni nate invece dalla propria terra, quella che coltiva dall'infanzia, proprio come la sua famiglia, i Quinzân, fa da duecento anni. Non è un caso che abbia scelto quel nome con cui sono noti nella zona come suo pseudonimo, e con il quale in origine si chiamava il podere che coltivavano da mezzadri. Da bravo contadino qual è nel tempo ha coltivato molto bene la sua passione e la sua ispirazione scoprendosi così cantautore, e così sono nati i tre dischi pubblicati a partire dal 1998 e che raccolgono le musiche e le parole nate durante il lavoro nei campi. A nove anni di distanza dal suo ultimo disco “Lòm a Mêrz” del 2003, che gli frutto il premio MEI come miglior disco dell’Emilia-Romagna, Quinzân torna con un nuovo album, “Venì Venì E Mi Amore”, che raccoglie quindici brani, prodotti da Mirko Monduzzi e registrati con il contributo fondamentale alle voci di Luisa Cottifogli, Serena Bandoli e Marco Vitali, la banda dei “Musicanti di San Crispino”, il gruppo emiliano Radìs, e un coro di bambani. Questo nuovo disco, come i precedenti non si sofferma su un unico genere musical ma ne attraversa diversi alla ricerca continua di un legame con la tradizione della Romagna, terra che da sempre è abituata ad assorbire suoni provenienti da altre zone. Tuttavia nell’ambito della produzione del cantautore romagnolo è quello che meglio coglie e fotografa il suo grande amore per la propria terra, quella coltivata, quella del suo vino, ma anche quella raccontata ai ragazzini che si avvicendano nella sua fattoria didattica. Durante l’ascolto emerge come le atmosfere allegre e gioiose si alternino a momenti più riflessivi ed intimisti, che nel loro insieme compongono una sorta di viaggio all’interno di un giorno della vita. Ad aprire il disco è la filastrocca “Giovan Trabiccola”, cantata insieme a un coro di bambini, a cui segue il dolcissimo tradizionale “Venì, Venì E Mi Amore” ma è con “In Paradìs”, versione in romagnolo di Jackie Wilson Said di Van Morrison che arriva la prima sorpresa del disco. Si passa poi alla musica da band con “Il Grillo e La Formica” e la divertente “Martino e Marianna”, due brani entrambi derivati dal repertorio di tradizionali per bambini e presenti in quasi tutta l’Italia del Nord. Si passa al nostalgico e quasi malinconico valzer di “In Prëst”, a cui seguono “L’è u murador” eseguita dai “Musicanti di San Crispino”, “Cumatcemta”, scritta a quattro mani con Mirko Monduzzi e una scanzonata versione tutta romagnola di “Per Un Basin” di Enzo Jannacci. Il disco non è mai avaro di sorprese così troviamo prima “Quinzân e Piripaja”, scritta sulla musica di “Camouflage” di Stan Ridgway e poi “E Marafòn” è un brano di liscio scritta da Ely Nery nel 1965 e qui rilettain modo davvero superbo. Completano il disco “Zavaj”, la ninna nanna “Din don” con protagonista la voce di Luisa Cottifogli e “La not”, brani ispirato da una poesia di Nino Pedretti, poeta Santarcangiolese, recitata dalla voce di Serena Bartoli. Chiude il disco “Stuglé”, con la partecipazione dei Radìs, che suggella un disco di ottima fattura, nel quale canzone d’autore e artigianato musicale vanno a braccetto.  



Salvatore Esposito