BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

venerdì 28 ottobre 2011

Intervista a Randy Burns

C'era una casa in mezzo al nulla 

Per chi ama la canzone d’autore americana degli anni ’60 e ’70 quello di Randy Burns è un nome leggendario. Ricordo ancora quando trovai “Song For An Uncertain Lady in un lotto di vinili fuori catalogo: fu un’emozione grandissima. Quel capolavoro fu il primo passo nella ricerca degli altri suoi dischi e potete immaginare quanto grande fu la mia sorpresa nel trovare poi Burns su un notissimo social network. Dopo un lungo silenzio discografico Randy era tornato a incidere – “Hobos And Kings” è un cd molto bello - ed era anche disponibile a farsi intervistare. Quella che segue è una conversazione che spiega – almeno in parte – quanto sia stato faticoso per lui il rapporto con le case discografiche. A un certo punto, arrivati al “capitolo Polydor”, abbiamo deciso di comune accordo di fermarci. Troppo complicato e doloroso insistere sui lati più oscuri del creare musica. Ciò che conta di più, adesso, è sapere che Randy Burns continua a scrivere e a suonare. La sua influenza emerge nelle circostanze più strane: giorni fa ascoltavo delle tracce acustiche dei Midlake, una delle formazione di punta del nuovo folk d’oltreoceano, e mi sono reso conto che sia il timbro vocale di Tim Smith, sia il suo flauto (strumento poco usato di questi tempi) ricordano proprio certe atmosfere di “Song For The Uncertain Lady”. Chissà, forse una copia di quel disco dimenticato e arrivato ai Midlake… forse si tratta di una di quelle influenze sotterranee che spetta a noi critici rintracciare. 

Ci puoi dire qualcosa sulla tua famiglia? So che vieni dal Connecticut. 
Ẻ vero, vengo da Higganum, Connecticut, in mezzo al nulla… nessuno poteva venirmi a trovare quando ero laggiù. Davo delle indicazioni ai miei amici, ma si perdevano sempre. Dovevo uscire e andarli a prendere. I miei erano gente solida. Mia madre era meravigliosa e pensava che “A tutti dovrebbe essere consentito di divertirsi”. Mio padre era della vecchia scuola – stesso tipo di padre di quasi tutti i miei amici. A me non importava nulla di lui e a lui non importava molto di me. Ẻ triste che non abbiamo mai avuto una conversazione significativa, nemmeno una. Mia sorella Sue (che ora vive nei pressi di Nashville) ne è uscita meglio. Mia sorella più grande, Barbara – è morta pochi anni fa – era la prima a soffrire per la collera e il disprezzo del mio vecchio. L’ha fatta diventare una persona suscettibile, che combatteva qualsiasi cosa per partito preso. Anche quando non era chiamata in causa. Mia madre comunque era un tesoro. Era bella, la nostra casa in mezzo al nulla, con uno stagno, una zattera e una spiaggia. 

Hai frequentato il liceo prima di partire per New York? 
Ne ho frequentati diversi. Sono andato all’Accademia Militare quando avevo 15 anni e ci sono rimasto per due anni. Non ero mai uscito prima dal Connecticut. Questo accadeva all’epoca dell’attivismo per i diritti civili e io fui mandato in una scuola a Gainesville, in Georgia, prima che la legge sui diritti civili fosse promulgata. Non riuscivo a credere a quello che ho visto in quei due anni. Ho imparato molto su come NON essere. Ho fondato un gruppo folk e cantavamo canzoni contro la guerra e canzoni sull’uguaglianza, ma le persone che dirigevano la scuola non ascoltavano le parole delle canzoni, così non venivamo mai puniti per i nostri concerti, Poi i miei pensarono che avrei potuto ottenere voti negativi gratis anche al Nord e che questo gli avrebbe fatto risparmiare del denaro. Suonava una cosa logica, pensai. Così iniziai a suonare musica ogni weekend in una coffee house a New Haven, Connecticut, che si chiamava The Exit, Davvero un bel posto! 

Che musica ascoltavi in Connecticut? 
Ho cominciato con il Kingston Trio, poi, ovviamente passai a Bob Dylan, a Phil Ochs e a tutti gli artisti solitari che vivevano la vita di cui cantavano nelle loro canzoni. Come avrei scoperto qualche anno dopo, bevevano. Il bere era una componente essenziale del folk revival urbano. Avevo anche una bella collezione di dischi, da Dave Van Ronk a Dylan a Eric Von Schmidt e a tutti i gruppi folk. Credo di aver ricavato 25 dollari vendendoli tutti quando ho avuto bisogno di soldi per andarmene di casa e raggiungere il Greenwich Village per diventare un folk singer. Ed è ciò che ho fatto – è proprio ciò che ho fatto.

Come hai imparato a cantare e a suonare la chitarra? 
Hai una bellissima voce. Ho imparato con una Sears da pochi soldi. Attaccavo un foglio con gli accordi in fondo al letto e continuavo a cambiarli finché non riuscivo a farlo con facilità. Quando avevo 13 anni un amico mi fece vedere gli accordi… il resto l’ho imparato guardando e ascoltando gli altri. Con la mia voce ci sono nato, ma ho imparato come usarla sperimentando – cantando forte e cantando più dolcemente per le ballate. Quello che cerco negli altri è il fraseggio. Joan Baez, per esempio, non l’aveva imparato perché era così innamorata della sua voce che non sentiva di averne bisogno... alla fine lo ha fatto. Penso di aver capito che aveva imparato a usare il fraseggio quando ho sentito la sua versione di “The Night They Drove Old Dixie Down” (della Band). Il fraseggio è lavorare sulla voce nella canzone. Alcuni cantanti non riescono a farlo bene. Donovan è molto bravo con il fraseggio, che ti piaccia o meno la sua musica. 

Hai conosciuto anche Eric Andersen… 
Sì, l’ho conosciuto. Ho suonato qualche volta con lui e l’ho chiamato al Jocko Sullivans, il folk club che gestivo a New Haven a metà anni ’70. Abbiamo anche cantato per quattro sere di seguito in un grande club (ora chiuso), il My Father’s Place a Long Island. Soltanto noi due… e facevamo festa dopo il concerto, ogni sera, in un bar di una signora che lo teneva aperto per noi dopo l’ora di chiusura in modo che potessimo bere e divertirci. Penso che fosse la terza notte… Eric ed io stavamo facendo casino e così le persone che erano con noi… La proprietaria ebbe un attacco di cuore e morì. L’ambulanza arrivò e anche la polizia… fu un inferno uscire da lì. Non lo vedo da un bel po’, ma mi piacciono molto le sue canzoni. “Thirsty Boots” era un classico. 

E cosa ci puoi raccontare del Village?
Avevo l’apertura fissa del Gaslight nel 1966, ho diviso il palco con tutte le star del folk di quel periodo… una settimana dopo l’altra. Avevo appena 18 anni… con un concerto che era un sogno diventato realtà. Il Gaslight era il folk club più rispettato del paese a quell’epoca… se eri una star del folk suonavi al Gaslight, quando arrivavi a New York. Tutti gli altri locali erano un gradino sotto. Anche il Gerdes Folk City era cool, ma non era il Gaslight. Il Bitter End era ancora grande, ma i folk singer lo consideravano come l’Ed Sullivan Show… con i comici e le band e i gruppi improvvisati e tutto quello che poteva essere definito intrattenimento. Ho fatto concerti con Phil Ochs, con Andersen, naturalmente, con gli Smother’s Brothers, Jesse Fuller, Spider John Koerner, Carolyn Hester, John Hammond, Jackson Browne, Joni Mitchell, The Fugs, Country Joe, Ritchie Havens, New Riders (of The Purple Sage), The Cream (con il mio primo gruppoThe Morning), Tom Paxton, Sonny Terry e Brownie McGhee, John Stewart (del Kingston Trio), The Roches, Willie Nile, Jerry Jeff Walker, Dave Bromberg, Dave Van Ronk, Patrick Sky... e tanti, tanti altri, l’elenco è lungo chilometri… ho incontrato quasi tutti gli altri… ma non ho mai incontrato Dylan (in caso tu volessi chiedermelo). 

Qual è il tuo preferito tra i dischi che hai fatto per la ESP?
“Evening of The Magician” o “Song for An Uncertain Lady”, tutti e due. Il primo, “Of Love and War”, non riesco proprio a riascoltarlo. Non avevo ancora imparato a usare la mia voce, quando l’ho fatto… due settimane dopo averlo finito non potevo più sentirlo. Ci sono delle belle canzoni, è vero, ma non vale la pena ascoltarmi. Con gli altri due sapevo come cantare… e anche la mia scrittura era molto migliorata. 

Cosa è accaduto dopo la fine del tuo contratto con la ESP?
Il contratto non è mai finito… ma la ESP ha chiuso i battenti negli anni ’70. Il mio gruppo, Randy Burns and The Skydog Band suonava al Mystic, in Connecticut quando un tipo è venuto da noi e si è presentato come il responsabile tecnico della Mercury… ha detto che voleva organizzare un’audizione con il capo dell’A&R della Mercury. Ci ha chiesto se ci andava bene per il martedì successivo alle due del pomeriggio a New York. Noi dicemmo di sì, ma non sapevamo se ci stava prendendo in giro oppure no. Così andammo a New York un po’ prima, e stanchi come eravamo per il viaggio ci sistemammo in un bar di fronte alla sede della Mercury. Avevamo scaricato tutti gli strumenti nel bar… compreso il contrabbasso. Andammo alla Mercury all’ora stabilita… entrammo nell’ingresso e dicemmo che avevamo appuntamento con Barry Seidel, il capo dell’A&R. La segretaria prese il telefono e disse… “Entrate pure, vi sta aspettando”. Lasciammo gli strumenti nella hall e andammo a parlare con Seidel. La prima cosa che ci chiese fu… “Avete qualche disco?”. Io gli dissi di sì, ma non con noi. “Avete qualche nastro?” Un sacco, risposi, ma non con noi. Guardò la segretaria e sorrise, poi disse sarcasticamente, “Allora volete sentirne qualcuno dei miei”. Gli dissi che avevamo gli strumenti all’ingresso e andammo a prenderli. Sistemammo tutto e suonammo per Seidel nel suo ufficio! Un po’ come in un vecchio film. La prima canzone fu “Seventeen Years On The River”. Quando la finimmo, prese il telefono, chiamò un’altra persona e ce la fece suonare ancora… poi ne chiamò un’altra e la facemmo di nuovo… Suonammo questa canzone per cinque o sei persone. Quando queste se ne furono andate, Seidel ci disse, “Posso offrirvi un contratto di quattro anni e un album all’anno prodotto da me”. E tutto questo grazie a una sola canzone! Gli chiesi se voleva ascoltare altre cose e lui disse, “Se volete”. Gli facemmo sentire altre canzoni e lui ci chiese di entrare in studio la sera successiva e di registrare un demo. Cosa che facemmo e che piacque a tutti. In due settimane firmai un contratto con la Mercury. Ci ritrovammo dal non avere soldi ad averne tanti. L’album andò bene, credo, e noi cominciammo a suonare in tutti i migliori locali degli Stati Uniti – dal Troubadour di Los Angeles al Bitter End di New York, The Cellar Door a Washington D.C., The Bijou Theater a Filadelfia, The Quiet Night a Chicago, ovunque, e al The Oakdale Theater a Wallingford, nel Connecticut. Fu il primo concerto dopo aver registrato l’album… suonammo con i Byrds. Sold out! Con un pubblico venuto a sentirci grande quanto quello dei Byrds. Grande concerto… era divertente diventare famosi o qualcosa di molto simile. 

Cosa è successo poi? 
Dopo il concerto con I Byrds… prendemmo il nostro autobus e attraversammo il paese per andare a suonare una settimana al Troubadour a Los Angeles. Questo accadeva durate la “Taylor craze”… con James che stava andando così forte… tutti quelli che avevano a che fare con lui avevano un pubblico grandissimo, così noi aprimmo per Livingston (Taylor, uno dei fratelli di James, Ndr) la stessa settimana in cui uscì nuovo di zecca il nostro album per la Mercury. Dopo una recensione molto positiva su Rolling Stone. La prima sera al Troubadour c’era tutta la stampa che contava… c’erano Peter Asher e Kate Taylor, tutte le star e il LA Times, The Hollywood Reporter e il LA Free Press… c’era perfino Groucho Marx, che venne nel mio camerino per conoscermi! Suonammo quella prima sera e al pubblico piacemmo moltissimo… la stampa se ne andò dopo che Livingston ebbe finito. Fu una di quelle magiche serate del Troubadour. Il giorno dopo il LA Times mi definì il miglior cantante di country rock dopo Gram Parsons e rubammo tutte le recensioni su tutti i giornali! Volavamo alti… così decidemmo di aspettare qualche giorno per andare da Tower Records, il più grande negozio di dischi di Hollywood per vedere come andavano le vendite del disco. Dopo tutto questo. Dopo il viaggio a LA, Dopo il grande concerto… dopo tutte le recensioni positive… Non c’era una copia del disco in nessuno dei negozi di Los Angeles. Sembrava che la Mercury non le avesse neppure spedite… aspettammo due settimane e niente, non c’era un disco da nessuna parte. Le recensioni, il concerto, il viaggio… tutto per niente. Partimmo e tornammo a Est e io ebbi uno scontro con il vicepresidente della Mercury. Lo chiamai con ogni tipo di nome. Non aveva idea di quello di cui un gruppo aveva bisogno per farcela. Gli chiesi di essere sciolto dal contratto e mi rispose che dovevo dargli 10.000 dollari. Chiamai Doug Weston (il proprietario del Troubadour) e gli raccontai cosa era successo. Mi disse di aspettare lì alla Mercury dove mi trovavo, e fui liberato dal contratto nel giro di venti minuti! Una ragazza entrò nell’ufficio del mio produttore E MI DIEDE UNA LIBERATORIA COMPLETA… GRATIS! Doug gli aveva detto che non ci sarebbe MAI stato un artista della Mercury nel suo club se non mi avessero immediatamente liberato dal contratto! Questa fu la sola cosa positiva. Così cominciai a cercare una nuova casa discografica… eravamo forti in quel momento a New York, in cima al cartellone del Bitter End e con tonnellate di recensioni positive… sembrava che tutti volessero metterci sotto contratto. 


DISCOGRAFIA 
Of Love And War (ESP, 1966) 
Evening Of The Magician (ESP, 1968) 
Song For An Uncertain Lady (ESP, 1970) 
Randy Burns And The Sky Dog Band (Mercury, 1971) 
I’m A Lover, Not A Fool (Polydor, 1972) 
Still On Our Feet (Polydor, 1973) 
The Simple Things (Autoprodotto, 2008) 
Hobos And Kings (Autoprodotto, 2010) 

I dischi della ESP hanno avuto ristampe italiane negli anni ’80 (a opera della BASE Records di Bologna) e in tempi più recenti sono stati pubblicati su CD. Se avete difficoltà a reperirli, nel sito di Randy troverete delle antologie da lui stesso curate. www.randyburns.net

Giancarlo Susanna

Sara Giovinazzi & Alì ‘nghiastrë – Venti Buoni Motivi (Nota)

CONSIGLIATO BLOFOOLK!!

Nativa di Taranto ma ormai trentina di adozione, Sara Giovinazzi insieme ad Ulrich Sandner nel 1998 ha dato vita al gruppo Alì’nghiastrë, con cui ha intrapreso un percorso di ricerca attraverso la tradizione musicale del Mediterraneo, che è diventata anche la base di partenza per la composizione di brani originali. Con questa formazione ha avuto modo di esibirsi in numerosi festival sia in Italia sia all’estero, ed in particolare, grazie anche alla sua grande curiosità e al suo eclettismo, si è dedicata allo studio della chitarra battente e dell’organetto diatonico. In parallelo ha coltivato anche altre collaborazioni come quella con l’OrcheXtra Terrestre e con il progetto Rotatorta - musiche IMpopolari del Sud Italia, che l’hanno condotta progressivamente ad un approccio diverso rispetto alle radici musicali popolari abbandonando un certo purismo fine a se stesso a favore di una contaminazione più incisiva ma allo stesso tempo rispettosa della tradizione volta a rielaborare ed aggiornare le fonti tradizionali attraverso una sensibilità più moderna. A quattro anni da Montedidio del 2007 dedicato allo scrittore Erri De Luca, Sara Giovinazzi e il suo gruppo celebrano i dieci anni di attività, con Venti Buoni Motivi, un concept album che ruota intorno ai quattro elementi della natura, acqua, terra, fuoco e vento, luoghi archetipali in cui le cose, le vicende umane e gli incontri prendono vita e consistenza e a cui naturalmente è legata anche la musica tradizionale. Inciso in presa diretta, l'album vede Sara Giovinazzi, destreggiarsi con agilità tra il canto, la chitarra battente, il tamburello e l'organetto diatonico, e al suo fianco Ulrich Sandner (chitarre, mandolino, violino e cori), nonchè alcuni ospiti come Helmi M'Hadhbi (oud, darbouka, cajon), Carlo Lamanna (contrabbasso), Gianmaria Stelzer (violoncello), Salvatore Piromalli (organetto) e Giordano Angeli (Sax soprano). Il disco si caratterizza per una struttura composta da cinque parti e rappresenta un percorso di viaggio ciclico, attraverso gli elementi naturali terra, acqua, fuoco e vento, in cui si tocca con mano la linfa vitale che ha generato ogni canto, arrivando a riscoprire la vera essenza di ognuno di essi. Durante l'ascolto si compiono dapprima tre viaggi completi, in cui si parte dall'aria e arriva in acqua, passando per la terra dove affondare le radici e poi per il fuoco in cui trovare la forza per sottrarsi al tempo, per poi intraprendere il quarto viaggio che ci permette di prendere fiato prima del finale che si conclude quasi in apnea. Ogni brano è accompagnato da un racconto scritto dalla stessa Sara Giovinazzi sull'onda delle ispirazioni nate da ognuo di essi e contenuto all'interno del libretto che accompagna il disco. La splendida voce di Sara Giovinazzi ci accompagna così prima tra le suggestioni del Meridione d'Italia passando dal Gargano al Salento, dalla Calabria alla Campania per poi prendere il largo verso le coste tunisine per poi giungere alla fine in Argentina. Il tutto ruota intorno ad arrangiamenti acustici minimali che esaltano le strutture melodiche tradizionali ma allo stesso tempo brillano per sorprendenti soluzioni ritmiche e melodiche. La grazia e il gusto interpretativo della Giovinazzi ci permette di riscoprire così per le dimenticate della tradizione come la serenata d'amore Affacciate Marì, il canto natalizio della tradiziona campana La Leggenda del Lupino, la splendida e suggestiva U Cant Du Navgant di Enzo Del Re, ma anche classici come Voce 'e Nottr o magnifiche reintepretazioni come To Tango Tis Neftis di Lorena McKennit e Alfonsina y El Mar di Mercedes Sosa. Non mancano alcuni tributi alle sue radici salentine e alla Puglia in generale con Lu Sittaru, Nia Nia Nia, la Tarantella di Sannicandro e il tradizionale Li Fundanelle nella versione di Matteo Salvatore. Venti Buoni motivi è dunque un lavoro di grande spessore che unisce una sorprendente capacità di mettere a confronto e far convivere tradizioni diverse ad una grande cura nell'approcciare la tradizione. Sono molti di più di venti comunque, i buoni motivi per comprare questo disco e conservarlo gelosamente al fianco dei pezzi pregiati delle vostre discografie. Assolutamente consigliato! 

Salvatore Esposito

Pio Gravina e Enrico Novello, Canti e suoni della tradizione di Carpino, Edizioni Kurumuny, 2011, Euro 15, pp.96, Libro e Due Cd

Uno dei luoghi sacri della musica tradizionale in Puglia è certamente Carpino, cittadina che per la sua particolare collocazione geografia è da sempre stata il crocevia di tradizioni e saperi che hanno consentito ai suoi cantori di beneficiare dell’influenza di tutte le culture che caratterizzavano l’Italia Meridionale. Il suo patrimonio culturale, basato soprattutto sulla trasmissione orale della musica tradizionale, è rimasto uno dei pochi baluardi contro la modernità e il progresso che hanno volutamente cancellato e dimenticato le radici contadine. Carpino ha resistito al tempo, al progresso, mantenendo saldo il proprio legame con la tradizione, e questo grazie anche ai suoi cantori e ai tanti suonatori, che hanno preservato viva la fiamma delle forme musicali popolari autoctone. Nunzia D’Antuono, Michele Maich Maccarone, Matteo Scansuso, Carlo Trombetta, Michele Di Giacomo, Angela Sacco, Maria Di Perna, Maria Vittoria Sacco, Nicola Di Perna, Andrea Sacco, Rocco Antonio Sacco, Rocco Valente, Antonio Piccininno, le loro voci e i loro strumenti hanno rappresentato quel legame, spesso impossibile da ricostruire per altre zone d’Italia, tra passato e presente. Canti e Suoni della Tradizione di Carpino, questo importante lavoro edito da Kurumuny e curato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ci svela un altro importante tassello per la scoperta della tradizione musicale del Gargano, in particolare il libro e i due dischi documentano un lungo percorso di ricerca intrapreso oltre quindici anni fa, e che prende le mosse dalle importanti basi gettate da autorevoli ricercatori e etnomusicologi come Ettore De Carolis, Alan Lomax, Roberto Leydi e Diego Carpitella. Il volume curato da Enrico Noviello e Pio Gravina offre una ricostruzione molto particolare che li vede agire su più piani, innanzitutto come figli ed eredi di una comunità, poi come ricercatori che recuperano una memoria orale, e poi anche come suonatori ed operatori culturali loro stessi che mediano tra la tutela e la valorizzazione di questo patrimonio. Il primo disco presenta una serie di registrazioni inedite effettuate dai curatori del progetto suonando insieme agli ultimi esponenti della tradizione carpinese. Il tutto è stato ovviamente registrato ed accuratamente selezionato in base al valore documentario, alla qualità delle performance vocali ed anche alla particolarità di contenere strofe o modalità esecutive diverse rispetto a quelle più note. Si riscoprono così le tre forme principali di tarantella (Viestesana, Montanara, Rodiana) e le loro varianti espressive (Rodianella e Cagnanese), utilizzate indifferentemente per cantare li sunèttë con l’accompagnamento degli strumenti tipici della tradizione musicale garganica: la chitarra battente, la chitarra francese, il tamburello e le castagnole. Nel corpus di canti raccolto da Noviello e Gravina trova posto anche qualche interessante documento sonoro relativo alla canzunë, canto a distesa tipico sia come accompagnamento dei lavori nei campi sia delle serenate con l’accompagnamento della sola chitarra battente. Il secondo disco, che raccoglie una selezione di canti provenienti dalle ricerche storiche di Leydi, Carpitella, Ettore De Carolis, ci permette di scoprire alcune perle dimenticate come una rodiana interpretata dalla vivavoce di Antonio Di Cosmo, detto Marèssë, o una splendida ninna nanna di Antonio Piccininno, l’ultimo componente anziano del gruppo ancora in attività. Nel complesso quest’opera fotografa in modo molto accurato e dettagliato un corpus di canti rurali di grande interesse etnomusicologico, il cui ascolto lascia senza fiato per la complessità delle voci e per i virtuosismi strumentali dei musicisti della Capitanata, aprendoci le porte verso un passato da non dimenticare. 

Salvatore Esposito

Giancarlo Paglialunga – T’Amai (AnimaMundi)

Musicista di grande esperienza e con un passato trascorso in formazioni come Officina Zoé, Canzoniere Grecanico Salentino e Salentorkestra, nonché componente di spicco dell’Orchestra della Notte della Taranta, Giancarlo Paglialunga giunge al suo disco di debutto con T’Amai, lavoro di grande spessore, dedicato ai cantori e ai musicisti da cui ha appreso la tradizione musicale salentina e purtroppo oggi scomparsi. Sebbene sia vivo e vibrante in ogni traccia lo spirito di Uccio Aloisi, Uccio Bandello, Tora Marzo, Bruno Petrachi , Pino Zimba e dei Cantori di Gallipoli, Giancarlo Paglialunga rifuggendo l’idea di concepire il disco come un semplice tributo, dando vita ad un percorso di ricerca teso alla riscoperta del patrimonio musicale dell’area jonica del Salento, dove lui stesso vive. E’ quella una terra ancora da scoprire, musicalmente parlando, in quanto non ha conosciuto sia lo sviluppo economico dell’area leccese sia quello culturale della Grecìa Salentina. Riemergono così tracce dimenticate di un passato rurale nel quale il lavoro dei campi era accompagnato dalle voci dei cantori, ma anche ballate d’amore e sofferti canti di carcere. L’approccio del musicista salentino punta ad interpretazioni minimali, che uniscono ricerca, sperimentazione ma soprattutto grande rispetto per le fonti originali. In questo senso vale la pena sottolineare l’apporto dell’ottimo gruppo di musicisti che accompagnano Paglialunga tra cui ricordiamo Rocco Nigro (fisarmonica), il virtuoso violoncellista albanese Redi Hasa, e la splendida voce di Rachele Andrioli, apprezzata già con Officina Zoè, senza contare la partecipazione di Dario Muci e Claudio Pusterla al tamburello. Le eleganti tessiture sonore date dall’intreccio tra violoncello e fisarmonica si sposano alla perfezione con la voce ruvida ed antica di Paglialunga, il cui cantato brilla per grande versatilità e profondità. Sostanzialmente diviso in due parti, quasi fosse un vecchio vinile, il disco vede la sua prima parte dedicata ai canti d’amore e di lavoro e la seconda riservata a quelli delle carceri e alla pizzica. L’ascolto brani come Cce Beddha Figghia, T’Amai, La Cerva e Rindineddha, regala grandi emozioni con Paglialunga impegnato a duettare spesso con la talentuosa Rachele Andrioli, ma ottime sono anche le interpretazioni dei brani più ruvidi ovvero Quannu Lu Zimba dal repertorio di Pino Zimba, e i canti di carcere Carcerato e Su ‘Rivatu a San Frangiscu. Il vertice del disco è però la conclusiva Pizzica di Tora Marzo, dal repertorio di Salvatora Marzo, la più celebre tamburellista salentina, che Paglialunga rielabora in modo eccellente mettendone a nudo tutta la forza ritmica e la superba tensione melodica originaria. T’Amai è dunque un’atto d’amore verso la propria terra ma anche e soprattutto verso le sue tradizioni musicali, nel quale Giancarlo Paglialunga ha trasposto tutta la sua esperienza e la sua capacità di maneggiare con cura i materiali tradizionali. 

Salvatore Esposito

Alfio Antico – Guten Morgen (Narciso Records/Universal)

Musicista istrionico ed eclettico, definito “Il Tamburo Parlante”, Alfio Antico è uno dei maggiori studiosi della musica tradizionale siciliana, di cui è fine interprete e grande custode. Circondato sin da piccolo dalla musica, ed affascinato dal suono e dalla ritmica del tamburo a cornice, impara a costruirne lui stesso apprendendo ogni segreto dalla nonna, alternando sino a diciotto anni l’attività della pastorizia con la sua passione. A scoprirlo è Eugenio Bennato, al quale si succedono collaborazioni con Fabrizio De André, Vinicio Capossela, Lucio Dalla e Carmen Consoli. Proprio con la cantantessa nasce un importante sodalizio, che va al di là del rapporto artistico e che li porta a collaborare a stretto contatto. Il suo esordio con Anima ‘Ngignusa del 2000 raccoglie grandi consensi di pubblico e critica come del resto anche i successivi Supra Mari del 2002 e Viaggio in Sicilia del 2005. Prodotto da Carmen Consoli e pubblicato dalla Narciso Records, il suo nuovo album Guten Morgen, raccoglie dodici brani che proseguono il suo percorso di ricerca attraverso le radici della musica siciliana, senza perdere di vista la sperimentazione sonora. Fondamentale in questo senso la produzione della cantautrice siciliana, come sottolinea lo stesso Alfio Antico: “Ho fatto dischi di musica popolare, ho lavorato con cantautori come Fabrizio De André, Lucio Dalla e Vinicio Capossela, ho fatto teatro con Scaparro e Albertazzi, adesso volevo percorrere nuove strade e Carmen mi ha aiutato ad arricchire la mia musica di nuove sonorità. Lei è una persona solare, mi ha ricamato un vestito elettrico, rispettandomi”. Emerge così tutta la poesia della scrittura del musicista di Lentini, il quale si contraddistingue per uno stile intimista e allo stesso tempo solare, strettamente legato alla tradizione siciliana come dimostra l’elegante ruralità di Minutedda Mia e Si Virissi. Alfio Antico mescola così la capacità di attingere tanto dalla tradizione dei cantori di Sicilia quanto a quella dei suonatori di tamburo a cornice, facendo emergere tutto l’amore per la sua terra, ma soprattutto una scrittura dalla bellezza disarmante. Non mancano momenti di vibrante protesta come in Stidduzza Veniri, ma allo stesso tempo brillano alcuni spaccati di grande poesia come nel caso di Afrodite. Antico, riesce con le sue canzoni a ricreare un mondo forse lontano dall’immaginario quotidiano ma mai privo di fascino, e di tematiche forti come la difesa della propria terra, dei valori della famiglia, del rispetto per gli animali, lasciando che il tutto suoni come un’invito a rispettare tutto ciò che circonda. La rendere prezioso ogni canto sono la sua voce profonda e coinvolgente e le percussioni ora docili ed eleganti ora dirompenti, che determinano un perfetto equilibrio tra istinto, tecnica, poesia e genialità. Il vertice del disco è senza dubbio Cunta Li Jurnati, in cui Alfio Antico duetta con Fiorella Mannoia, un brano di grande spessore poetico dal ritornello che racchiude tutto l’amore per il tamburello che il cui suono scandisce lo scorrere delle giornate. Non mancano momenti di pungente ironia come nei doppi sensi della title-track, o momenti intimistici e confessionali come nel caso Di Cu Sugnu, in cui l’autore si racconta a cuore aperto interrogandosi sul sentirsi fuori posto in questo mondo in cui progresso e modernità stanno cancellando la tradizione. Guten Morgen è il disco che meglio rappresenta Alfio Antico sia come musicista sia come autore e cantore di una tradizione poetica antica le cui radici affondano nella Scuola Poetica Siciliana del 1200. 

Salvatore Esposito

Setamoneta – Luna (RadiciMusic)

“Seta moneta, le donne di Gaeta, che filano la seta; la seta e la bambagia…” così comincia una vecchia filastrocca, e proprio a quell’incipit si rifà il nome dei Setamoneta, gruppo impegnato da vent’anni nella ricerca e nella riproposizione dei canti tradizionali del sud della Toscana, che ha fruttato un’ampia ed apprezzata discografia e soprattutto una lunga serie di concerti in Italia e all’estero. Guidato dalle voci di Cosetta Batignani e Claudio Bigliazzi alle voci, il gruppo è composto da Michela Fracassi (violino), Massimiliano Fabianelli (fisarmonica), Stefano Tartaglia (flauti) e Silvio Trotta (chitarre e plettri). Il loro percorso di ricerca è stato indirizzato verso lo studio e il recupero delle fonti originarie provenienti dal mondo contadino, rielaborandole attraverso una particolare cura per l’eleganza delle melodie, e senza mai cedere agli intellettualismi forzati. Setamoneta ha rappresentato dunque una nuova linfa vitale per il patrimonio canoro della toscana, altrimenti destinato a scomparire con le ultime generazioni di cantori. Il loro nuovo album Luna, presenta tredici brani di cui due composizioni originali e undici tradizionali che attingono al repertorio più noto della tradizione orale toscana, brani in origine eseguiti quasi privi dell’accompagnamento musicale, e riproposti con grande libertà creativa da parte del gruppo tenento fede però tanto ai testi quanto alle melodie originarie. La direzione artistica del progetto è stata affidata a Silvio Trotta che ha curato le rielaborazione e gli arrangiamenti cercando di porre in evidenza la bellezza delle due voci di Batignani e Bigliazzi, che nel loro approccio ai brani tradizionali riescono a costruire una sorta di ponte ideale tra passato e presente, con l’abilità di chi sa come lavorare con le fonti tradizionali. Emerge così una sorprendente racconto per acquerelli sonori che dipingo una scena senza tempo in cui le pianure e le colline toscane fanno da sfondo alla vita quotidiana che scorre tra gioie e dolori. L’utilizzo di strumenti tradizionali come il mandolino, i flauti e la chitarra battente, permettono al suono di aprirsi con naturalezza verso le influenze di altre tradizioni musicali, superando i confini regionali fino a diventare patrimonio collettivo. Si riscopre così tutto il fascino delle ballate narrative come Il Brigante Crudele, la dolcezza delle ninna nanne come nel caso di Ninna Nanna Senese e Ninna Nanna della Luna, ma anche la bellezza degli Stornelli dove compare come ospite il cantastorie fiorentino Riccardo Marasco, e la tensione drammatica di canti di lavoro come Maremma. Tra i brani più intensi vanno segnalate lo scioglilingua Volta La Carta, da cui Fabrizio De Andrè ha tratto ispirazione per il suo brano omonimo, e la superba ballata La Luna dal repertorio di Arnaldo Crociani, cantore di Montepulciano (SI) in cui brilla al flauto la talentuosa Jessica Lombardi. Luna sarà certamente ricordato come uno dei dischi più rappresentativi dei Setamoneta, avendo sia il pregio di vantare il prezioso apporto di Silvio Trotta, sia quella particolare ruvidità che imprime fascino alle rielaborazioni. RadiciMusic, insomma, con questa bella produzione artistica si conferma come un importante punto di riferimento nella scena italiana per quello che concerne la musica degli Appennini in generale e della Toscana in particolare. 

Salvatore Esposito

Musica Officinalis - Rosa Bianca e Vermiglia (Autoproduzione)

Parlare di Rosa bianca e vermiglia, recente album dei Musica Officinalis pubblicato sul finire del 2010, significa inevitabilmente essere pervasi da profonda tristezza per la prematura scomparsa di Massimo la Zazzera, polistrumentista pugliese, colonna di questo ensemble e di altre formazioni neo-folk, mancato improvvisamente lo scorso agosto. In Rosa bianca e vermiglia il sestetto con base romagnola rafforza con successo l’idea di rilettura contemporanea dei repertori di musica antica e delle forme musicali di tradizione orale. Quello del gruppo faentino è un ampio orizzonte estetico che si manifesta nell’uso di originali accostamenti timbrici, nel lasciarsi guidare dalla propria sensibilità ed emotività per produrre arrangiamenti perfino imprevedibili, concilianti mondi musicali talvolta molto distanti sul piano geografico e temporale. L’ultimo lavoro si snoda lungo un itinerario millenario nelle musiche della Penisola che dal XII secolo arriva alla tradizione popolare religiosa pugliese. Inoltre, due strumentali sono vergati da Walter Rizzo e Massimo la Zazzera. Delle undici tracce proposte, ben sei laudi provengono dal duecentesco corpus del Laudario di Cortona, la più antica fonte di musica in volgare, un brano dai Carmina Burana, uno dal trecentesco Codice Rossi, la più antica documentazione italiana di ars nova. Il passo del lavoro lo dà l’apertura Ave, Donna Santissima con il dialogo tra santur e nyckelharpa e la voce di Catia Gianessi che si distacca disinvoltamente in alcuni passaggi dalla prassi esecutiva della musica antica. Lo strumentale Dami, conforto, Dio, et Alegrança è un tripudio di fiati (chalumeau, gaida bulgara, bombarda) su un tempo portato dal tamburo tapan che infila inflessioni balcaniche nella struttura melodica duecentesca. Il canto duttile della Gianessi si esprime al meglio in Cristo è nato et humanato, esecuzione per sola voce, e in De la crudel morte de Cristo dove si intreccia con oud, bombarda e bansuri. Segue un frammento raccolto sul campo a Ceglie Messapica che introduce il canto di Passione Vienerdia sande per la voce dell’ospite Enzo Granella, bombarda e due nyckelharpa. Si sviluppa tra musica antica e stilemi folklorici Risveglio, strumentale composto dal liutaio e fiatista Walter Rizzo: brano per nyckelharpa (Gabriele Bonvicini), duduk e flauto dolce (Massimo La Zazzera), daff (Roberto Romagnoli) e ceccola polifonica (Walter Rizzo). In Che ti zova nasconder el bel volo? sul tempo di tammurriata condotto sulla tammorra si innestano tapan, conchiglie e riq che configurano articolati cambi ritmici, mentre la voce femminile e il coro ricamano sulle percussioni. Con Laude novella sia cantata siamo nell’alveo della ballata folk con ascendenze francesi: qui si avverte il calore del sax soprano di Claudio Carboni. Formazione in gran spolvero in Virent prata hiemata proveniente dai Carmina Burana. La successiva U venerdia sande/Tarantella ci riporta a Sud, per la precisione ad Altamura. Il canto religioso murgiano fa da contrappunto al precedente brindisino, dal momento che qui a parlare è Cristo, laddove nel primo la prospettiva era quella di Maria. Segue una tarantella riarrangiata da La Zazzera per ciaramella, tamburello e ceccola polifonica. Il finale Ave, Vergene Gaudente, ancora dal laudario cortonese, è impreziosito dall’intervento dell’organetto di Riccardo Tesi.



Ciro De Rosa


Tiziano Mazzoni - Goccia a Goccia (Eccher Music)

Di professione ingegnere, ma con la passione per il cantautorato, Tiziano Mazzoni, non è debuttante, ma piuttosto è un musicista con alle spalle un lungo cammino fatto di concerti e nel quale ha pubblicato un apprezzato disco di debutto, Zaccaria per terra di qualche anno fa. Il suo stile mescola il miglior cantautorato italiano e quello americano con influenze stilistiche che spaziano dal folk al country passando per il blues e il rock. Se in apparenza si ha la sensazione di essere di fronte a nulla di nuovo o di particolarmente rivoluzionario, scavando nel profondo del suo stile si scopre un cantautore dallo stile molto personale, molto attento alle sonorità e alla musicalità di ogni parola e ogni verso delle sue canzoni. In particolare il suo nuovo album, Goccia A Goccia, conferma non solo quanto di buono aveva fatto nel suo disco di debutto ma evidenzia anche la piena maturazione del suo songwrting. Dal punto di vista prettamente musicale piace la scelta di sposare arrangiamenti a metà strada tra istanze italiane e sonorità made in USA, il tutto senza perdere di vista una certa apertura dal punto di vista degli arrangiamenti. In questo senso determinate ci sembra l’apporto del gruppo di musicisti che lo accompagna tra cui spiccano Riccardo Tesi (organetto), Ellade Bandini (batteria), Giorgio Cordini (chitarre, bouzuki), Edoardo Palermo (mandolino), Anchise Bolchi (violino), senza contare alcuni ospiti come Luigi Grechi e Nick Becattini che impreziosiscono alcuni brani. Prodotto dallo stesso cantautore pistoiese con la supervisione di Massimo Bubola, il disco presenta dodici brani che compongono una sorta di personalissimo diario nel quale il cantautore si mette a nudo raccontando storie di abbandono, di amori finiti, di sogni infranti il tutto utilizzando una scrittura molto cinematografica come nell’iniziale Ad Occhi Aperti, un omaggio al conterraneo Maurizio Ferretti di recente scomparo. Si spazia così dalle atmosfere quasi noir di Storie Segrete, caratterizzata dalle sonorità world del bouzuki a metà strada tra Mediterraneo e l’Irlanda, al rock blues venato di cajun di Cambio passando per la splendida Dall’Altra Parte dell’Atlantico con il suo splendido ritornello, fino a toccare l’eccellente title track della quale si apprezza un eccellente testo. Le sonorità irish ritornano in Lentamente, ma è con Mi ricorderò di te che si tocca il vertice del disco con il dialogo continuo tra violino e dobro che ci conduce alla soffusa Come un Soffio Di Vento. Il country di Come Un Cane con la complicità di Luigi Grechi alla seconda voce ci conduce al finale con la denuncia sociale di Quando Il Cielo Lava Il Viso alla Città, la storia scura de La Casa della Strega e Vien’mi Incontro Nel Buio, che chiude il disco con la speranza di ritrovare il proprio amore dopo tanto dolore. Goccia A Goccia è un bell’esempio di come il songwriting made in usa possa convivere con la migliore tradizione cantautorale italiana, senza risultare ne derivativo ne scontato. 

Salvatore Esposito

Agnes Obel – Philarmonics (Pias Recording)

Qualche giorno fa stavo guidando nel traffico caldo e caotico di Bologna, la radio del mio potente mezzo (un Kangoo Renault) che gracchiava fastidiosamente quando una canzone, caratterizzata da un pianoforte nordico e atmosfere decisamente serie ma non seriose mi ha colpito. Si trattava della signorina Agnes Obel, pianista e cantante, songwriter danese, il pezzo si chiamava Down by The Riverside e racconta in modo semplice ma non semplicistico, una storia a meta’ tra il sogno e la visione. Qualche giorno dopo, ho avuto modo di rivedere casualmente Gli Uccelli, il famoso film di Hitchock e posso meglio capire come mai la copertina di questo cd della bella e diafana Agnes sia un omaggio all’eleganza leggera e priva di orpelli del buon Alfred, anche se non ci sono gufi nel film, con la stessa leggera serendipità, ho capito che le cose che sembrano capitare per caso siano in realtà degli incontri con noi stessi. Il disco è una boccata d’aria fresca sia per le composizioni che danzano in modo infantile tra la musica classica e i racconti di formazione e il suono. Il pianoforte, che la Obel suona  (e canta, perché di canto si tratta quello che lei fa col piano) con maestria, è uno strumento difficile da registrare, a mio modesto parere, infatti ci sono grandi differenze tra strumento e strumento ma forte è l’influenza del tocco e delle parti. Agnes segue una strada molto affascinante ma difficile da percorrere, le note sono spesso cristalline, isolate, e questa strada ti mette a nudo. La sua musica non è una posa, si sa quanto "tiri" la donna pianista, è un genere intramontabile da Nina Simone in avanti ma qui , qui si avverte una vera necessità espressiva espressa al meglio con le idee chiare. Agnes si occupa anche della fase di produzione artistica e si sente, il disco è infatti coeso e c’è un percorso stilistico che prevede briosi accordi e note tenute, le melodie sono sempre cantabili e i pochi strumenti che si aggiungono vengono fatti entrare in punta di piedi. Non ci sono i fuochi d’artificio creati ad hoc per sbalordire ma anche per distrarre, i voicings degli accordi sono volutamente semplici, anche dal punto di vista armonico, le scelte sono quelle di una minimalità efficace. Agnes dal 2005 abita a Berlino, attratta dall’atmosfera musicale della città tedesca. Mi sa che presto farà una visita a Berlino con il mio basso. Provo sempre quel sano genere di invidia di fronte a cd come questo, invidia per una industria discografica che esiste e resiste, il cd della Obel è stato infatti un successo, e il successo della buona musica rende migliore il nostro pianeta.

Antonio “Rigo” Righetti

sabato 22 ottobre 2011

Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio - Magna Mater. Il viaggio, il ritmo, il canto (Alfa Music)

B-CHOICE

Considerato uno dei più autorevoli conoscitori della tradizione musicale dell’Italia Meridionale ed in particolare della Campania, Nando Citarella vanta un percorso artistico di grande spessore non solo per quello che concerne la sua enorme esperienza maturata attraverso un lungo percorso di ricerca sul campo, ma anche in ambito cinematografico e teatrale, il che ne fa un artista a tutto tondo, poliedrico ed eclettico. Dal 1994 dura il sodalizio con i Tamburi del Vesuvio, che si è snodato attraverso lavori di grande pregio artistico che nel complesso compongono un percorso di ricerca tra gli incroci e le contaminazioni della musica tradizionale campana e quella mediterranea. Magna Mater, è il sesto disco prodotto insieme all’ensamble vesuviano e nasce con l’idea di celebrare i trent’anni di attività e di studi compiuti da Citarella, tracciando una rotta ideale tra le coste del mediterraneo e Napoli, lasciando che suggestioni arabo-andaluse, greche, balcaniche ma anche francesi e provenzali interagiscano con la musica sbocciata ai piedi del Vesuvio, recuperando quella matrice popolare unica che li lega da sempre in modo indissolubile. Il disco è il frutto di un rigoroso lavoro di ricerca etnomusicologica, unita ad una grande cura stilistica ed armonica attraverso canti dialettali, invocazioni rituali, filastrocche, il tutto mescolando sevillanas, pizzica, tammurriata, con ritmiche dominate tanto dal tamburello quanto da djambe, congas, timbales e cajon. In questo senso è interessante quanto dice lo stesso Citarella nel presentare il disco: “Percorrendo gli itinerari delle feste popolari, religiose e non, si possono incontrare persone provenienti da paesi diversi dal nostro, le quali si integrano in quello che per loro è un esempio culturale che sembra evocare, nonostante la diversità, le proprie realtà d'origine”. 
Seguendo il flusso unico ininterrotto della tradizione che parte da un passato lontano e raggiunge i nostri giorni, Magna Mater apre, così, ad un mondo dimenticato, in cui sacro e profano si confondono in forme rituali antichissime proprio come quella del culto della Dea Madre la cui matrice pagana sopravvive ancora nella venerazione della Madonna del Santuario di Montevergine a Mercogliano. Polistrumentista (chitarra, battente, mandola, marranzano, tammorre, duff, tamburelli e palmas) dalla splendida voce tenorile, Nando Citarella, è accompagnato in questo viaggio da un sorprendente cast di musicisti Gabriella Aiello (soprano, castagnette, cori), Riccardo Medile (chitarra classica, oud, cori), Carlo Cossu (violino, palmas, cori), Gabriele Gagliarini (djembe, cajon, duff, congas, shekerè, caixa, darbukka, palmas, effetti, cori), Lavinia Mancusi (soprano, palmas, cori), Lorenzo Gabriele (flauto basso, flauto traverso, ottavino, whistle, cori), Stefano Fraschetti (lira calabrese), a cui si uniscono alcuni ospiti di eccezione come come Peppe Servillo, il Melonius Quartet, Fausta Vetere, Patrick Vaillant e molti altri. 
Ogni brano è guidato dalle ritmiche del grande tamburo, che rievoca la forza ancestrale e primitiva della musica, un suono archetipale a cui ritornano i suoni di tutto il mediterraneo. Si parte così dai suoni della Capitanata con Numericarpinese, a cui segue il recitativo Sciò Sciò e Cuntraddansa, in cui Peppe Servillo ci regala un saggio delle sue capacità istrioniche recitando una filastrocca tradizionale che rimanda alla superstizione tipica partenopea, ma è con la splendida Appresso al Santo che si entra nel vivo del disco, il brano infatti ci riporta all’atmosfera delle processioni con tanto di banda che suona la marcia militare Parata D’Eroi nella coda finale del brano. Si prosegue con l’intesa Suite Lu Suli di Marinella in cui La Canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè si incrocia con E Vui Durmiti Ancora e Lu Suli di Marinella, due brani dalla matrice tradizionale. Ritualità, solennità e spiritualità ritornano poi in A San Michele e Fronna E’ Mare Suite, intercalate da due brani di grande lirismo musicale ovvero Serenata e il tradizionale Palummella Zompa e Vola. 
Il vertice del disco è senza dubbio la title track, Magna Mater, che aperta da un intro dei tamburi Taiko nipponici si apre in tutta la sua solennità rievocando la festa della Madonna delle Galline, culto di matrice pagana tipico della zona del Salernitano, che rievoca la venerazione per Demetra, dea delle messi e della natura. Sul finale arrivano poi Reveille Toi, Bom Bom Ninnella Remix e Turmiento che completano un opera mirabile, nella quale la ricerca sulle fonti tradizionali diventa base di partenza per un viaggio attraverso le influenze e le contaminazioni tra i suoni del Mediterraneo, un lavoro da molti tentato con scarso successo, che qui trova la sua piena e completa realizzazione. Ad accompagnare il disco c’è uno splendido dvd che documenta un concerto di Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio, e che permette di rivivere la forza coinvolgente dei loro spettacoli dal vivo. Da segnalare la presenza sul palco di un gruppo di danzatori che accompagnano ogni brano traducendone coreuticamente le atmosfere, quella di Benedetto Palombo al piano e dei componenti del Laboratorio Percussioni Popolari “Cymbalus”. Splendide sono le riprese che consentono di calarsi totalmente nella suggestione degli spettacoli del musicista campano, ma ciò che piace in modo particolare è la perfetta complemetarità del video con il disco. I brani suonati dal vivo, infatti, non sono quelli del disco ma pescano nel repertorio precedente di Citarella, dando vita così ad un documento perfetto sia per coloro che hanno poca familiarità con la musica tradizionale sia per gli appassionati che troveranno in esso uno dei dvd di musica tradizionale più interessanti degli ultimi anni. 

Salvatore Esposito

Paolo Bonfanti - Takin' a Break (Club de Musique)

Dopo una parentesi in cui si era dedicato alla scrittura in italiano con l’Ep Io Non Sono Io e l’apprezzato disco Canzoni di Schiena del 2009, Paolo Bonfanti, torna a scrivere in inglese con Takin’ A Break, disco nato quasi in parallelo con il progetto rhytm & blues e soul Purple House inciso con David James. Questo nuovo album presenta dieci brani di grande spessore nei quali, emerge chiaramente come la scrittura del chitarrista ligure abbia acquisito una maturità tale da confrontarsi ad armi pari con la musica d’oltreoceano. Piace la sua capacità di superare il blues in quanto tale, per allargare il suo raggio d’azione a tutta la varietà della american music, unita ad una particolare cura per la scrittura, mai come ora così profonda anche dal punto di vista dei testi. In questo senso colpisce il songwriting di brani come Shoot ‘Em All Down con le sue liriche cinematografiche, o la forza di Isolation Row o ancora dalle riflessioni intimistiche contenute in brani come Hands e Nowhere Fast. Dal punto di vista sonoro ciò che colpisce è la scelta di spaziare dal gospel di Dark And Lonesome Night, in cui brilla l’intreccio tra la chitarra elettrica e il violino di Fabio Biale, al folk rock di brani come I Got Mind impreziositi dall’accordion di Roberto Bongianino, fino a toccar e lo splendido country di Late Again. Le trame blues restano comunque evidenti, come nel boogie sudista Between Me And You o nel travolgente finale strumentale di Meteorology. Takin’ A Break è, dunque il disco che meglio rappresenta Paolo Bonfanti, coniugando la sua superba tecnica chitarristica con una scrittura originale, profonda e mai banale. 



Intervista con Paolo Bonfanti 
Il recente Takin’ A Break è l’occasione per intervistare il chitarrista ligure, con il quale abbiamo parlato della genesi del disco, delle ispirazioni e dei suoi progetti futuri. 

Sono passati quasi dieci anni da On The Outside e Takin' A Break segna il tuo ritorno al cantautorato in inglese che ha caratterizzato la tua carriera sin dagli inzi. Come vivi questo ritorno alle origini? 
In realtà i brani di Takin' A Break erano nati insieme a quelli di "Canzoni di Schiena" tanto che l'idea originale era di fare un solo cd con una parte in italiano e una in inglese. Poi si è deciso per la soluzione di due cd distinti. Nessun problema per il passaggio dall'italiano all'inglese e viceversa. Il problema semmai è quello di cercare sempre di scrivere testi all'altezza! Spero di esserci riuscito anche questa volta. 

In questi anni sono usciti il progetto Gambles, lo splendido disco di cover The Chosen Few, un ep in italiano e Canzoni di Schiena del 2009, senza contare gli Slowfeet... 
Si, diciamo che l'impegno è sempre...su tutti i fronti! Con Slow Feet è davvero una grande esperienza. Peccato che, visti gli impegni di tutti, non riusciamo a suonare tanto quanto vorremmo. 

Come è nata l'idea di tornare a comporre in inglese quando tutto sembrava farci intendere che avessi imboccato la via dell'italiano o meglio del genovese? 
Il fatto che abbia inciso un'altro disco in inglese non significa un abbandono dell'italiano ne tantomeno del dialetto, appena avrò sottomano qualcosa che mi convince musicalmente e a livello di testi uscirà sicuramente. L'avventura "italiana" non è certo finita. 

Puoi parlarci della tua collaborazione con David James, con cui hai inciso lo splendido Purple House? 
Il discorso del cd Purple House è leggermente diverso: io e David James, d'accordo col mio manager Umberto Tonello, avevamo pensato ad un disco "a quattro mani" per trovare un po' di date anche fuori Italia. Purtroppo mentre il progetto si stava sviluppando Umberto è mancato. Io e David abbiamo deciso di far uscire lo stesso il cd e dedicarlo ad Umberto. Abbiamo fatto un breve tour ad inizio giugno per presentarlo al pubblico e devo dire che la risposta è stata ottima. Con David siamo ovviamente sempre in contatto e penso che anche nel 2012 faremo un po' di date insieme. 

Tra i brani più interessanti c'è senza dubbio Shoot 'Em All Down. Cosa ha ispirato questo brano? 
Shoot 'Em All Down è ispirato dal docu-movie di Michael Moore "Bowling for Columbine", in cui si parte dalla famosa strage compiuta da un giovane studente armato di mitra in quella scuola dell' Ohio per criticare il massiccio uso e il facile accesso alle armi che si ha negli Stati Uniti. In questa canzone ho fatto un lavoro alla Warren Zevon. Ho provato a mettermi nella testa di un giovane emarginato in qualche remota periferia di qualche remoto paese negli USA e immaginare l'odio che sale contro i compagni, contro la società, contro le altre razze fino a decidere di imbracciare un fucile ( che negli Stati Uniti si può comprare anche in un supermercato!) e ...sparare a tutti! 

Nel disco non mancano momenti più introspettivi come nel caso del gospel di Dark and Lonesome Night o del folk di I Got A Mind.. 
E' vero. "Dark" è molto nello stile di certi brani dell' ultimo Levon Helm anche se poi c'è una chitarra elettrica molto presente che lo fa un po' deviare dal punto di partenza. I Got A mind è qualcosa, se vogliamo, di "texano", dalle parti di Joe Ely o Butch Hancock per capirci. 

In generale come sono nati i brani di Takin a Break e qual è stato il tuo approccio in fase di arrangiamento? 
Per questo cd, come per Canzoni di Schiena, è stato molto importante in questo senso il lavoro di Giorgio Ravera in fase di produzione. Mi ha dato molte idee che hanno dato spesso sviluppi tanto imprevisti quanto graditi ai vari brani 

Ci puoi parlare del tuo processo creativo? Come nascono i tuoi brani? Quali sono i tuoi riferimenti a livello di cantautorato? 
Dei miei brani la prima cosa che nasce, quasi sempre, è la musica. Poi aggiungo il testo dopo, così ho già un'idea della metrica e ovviamente dell'argomento di cui si parla nel testo stesso; per quello che riguarda i riferimenti,  se vogliamo andare al "bersaglio grosso", Bob Dylan su tutti e poi Neil Young e moltissimo a livello di testi, Warren Zevon sono in miei "eroi" di sempre. 

Ciò che mi è piaciuto del disco è senza dubbio la caratteristica dei vari brani di essere molto fluidamente adattabili al live, come si inseriranno nell'ambito delle tue scalette? 
Come succede sempre, tutti i brani prima di essere inclusi su cd sono suonati spesso dal vivo; in questo modo li collaudiamo e vediamo se tutto gira per il verso giusto; in questa maniera siamo sicuri che dal vivo non avremo brutte sorprese. Inoltre, avendo "macinato" per bene i brani, possiamo ogni tanto avventurarci in qualche momento "jam" all'interno degli stessi durante i concerti. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Porterai in tour questo nuovo disco? 
Il cd è già da tempo parte principale nei nostri spettacoli dal vivo che, nonostante il periodo non facile, sono sempre abbastanza numerosi. Sono impegnato ultimamente anche a livello di workshops/seminari perchè è uscito un mio manuale di chitarra bottleneck/slide per fingerpicking.net/Carisch...ma questa è un'altra storia! 

Donata Pinti – Io T’Invoco, Libertà! (Nota)

Mantovana di nascita ma piemontese d’adozione musicale, Donata Pinti sin da piccola ha vissuto circondata dalla musica apprendendo non solo il canto delle mondine ma anche l’operetta, successivamente con la sua militanza nel PSIUP si avvicina alla canzone politica e di lì a breve arriva a collaborare il Cantacronache. La grande svolta della sua carriera avviene con l’incontro con Alberto Cesa e Franco Lucà con i quali da vita a Cantovivo. Nel corso del suo percorso artistico tante sono le collaborazioni con gruppi come La Ciapa Rusa, Lou Dalfin, Baraban e La Macina, e cantautori quali Michele Straniero, Fausto Amodei e Oliviero Malaspina, che contribuiscono a caratterizzarla come un esempio di perfetta congiunzione tra musica tradizionale e riprosta. Infatti se il suo repertorio spazia dalle ballate narrative tradizionali fino alla canzone di protesta rispettando rigorosamente le fonti orali, il suo stile vocale unisce un rispetto rigoroso per le fonti orali ad una personalissima tecnica canora, maturato attraverso intense campagne di ricerca sul campo. Queste particolari caratteristiche le hanno consentito di raccogliere numerosi premi e riconoscimenti, che l’hanno consacrata come una delle voci più belle della musica di riproposta in Italia. Io T’Invoco, Libertà è il primo disco della Pinti e nasce con l’intento preciso di raccogliere e sintetizzare un percorso di ricerca storico-culturale che si snoda attraverso la canzone popolare piemontese fino a raggiungere la canzone politica. Inciso dal vivo nel corso del concerto del 9 luglio 2008, il disco presenta diciotto brani provenienti dalle ricerche di Franco Coggiola e Roberto Leydi, Silvano De Pizzol, Maurizio Martinotti, Maura Guaschino, Leone Sinigaglia, che spaziano dalle ballate della tradizione contadina piemontese fino a toccare i canti operai del Novecento del repertorio del Cantacronache. Al suo fianco c’è l’eccellente Silvano Biolatti alla chitarra che con il suo stile unisce in modo eccellente la musicalità delle strutture tradizionali con suggestioni classiche e jazz, dando vita a perfette tessiture sonore su cui si muove la splendida voce della Pinti. Il risultato è un corpus di canzoni dense di poesia, una poesia da cui traspare la riappropriazione della cultura contadina, che torna a nuova vita anche attraverso la canzone popolare. L’aver affiancato repertori differenziati ci permette di apprezzare tutta la versatilità del canto della Pinti che approccia ogni interpretazione con grande sensibilità e gusto. A brillare in modo particolare sono brani come l’iniziale Prinsi Raimond, il tradizionale religioso Madona Dla Guardia, la struggente Marito Confessore, il medley La Fiat Ebzogna Dilo/Progress Industrial/Turin CH’A Bougia e le conclusive Oltre Il Ponte e Libertà, adattamento di Alberto Cesa del tradizionale sud-americano Libertad. Il vertice del disco è però la pungente versione di Ero Un Consumatore di Fausto Amodei, interpretata in modo magistrale dalla Pinti. Ad accompagnare il disco, c’è un libretto curatissimo di cinquanta pagine che raccoglie i contributi di Placida Staro, che ha ideato il progetto, della stessa Donata Pinti, di Paolo Sirotto e dell’indimenticato Alberto Cesa a cui il disco è dedicato. Io T’Invoco Libertà è dunque un documento di grande importanza per la musica tradizionale italiana perché ci restituisce integra la potenza e la forza del canto rurale ma allo stesso tempo la speranza di cambiamento e la combattività dei canti di protesta. 

Salvatore Esposito

Ensamble Notte della Taranta – Live 2010 (Kairos Slow)

Il progetto Ensemble Notte della Taranta è quello che potremmo definire il biglietto da visita della Festival La Notte della Taranta, raccogliendo nel suo organico i musicisti di punta che hanno fatto o fanno parte dell’Orchestra de La Notte della Taranta e mantengono vivo per tutto l’anno lo spirito del Concertone esibendosi in Italia ma soprattutto all’estero. Se da un lato rappresentano anche la memoria storica del festival, riproponendo i principali arrangiamenti realizzati dai maestri concertatori tra il 1999 e il 2009, dall’altro proseguono anche l’importante collaborazione artistica nata nel 2003 nella piazza di Melpignano con Stewart Copeland, il quale non appena può non manca mai di raggiungerli sul palco. Registrato ad Alessano (Le) il 21 Agosto dello scorso anno, Live 2010, il primo disco dell’Ensamble, rientra nel progetto “Kairos, tradizione ed innovazione” finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico e promosso dal Centro Studi Kairos di Lecce in collaborazione con la Fondazione Notte della Taranta, Istituto Diego Carpitella e Comune di Melpignano, e nasce con lo scopo di ripercorrere in un unico concerto i momenti più intensi e singnificativi delle varie edizioni del Concertone che chiude il Festival della Notte della Taranta. Un viaggio, dunque, che spazia dall’elegante evocatività di Pietro Milesi, alle travolgenti ritmiche di Stewart Copeland e Vittorio Cosma, passando per le sonorità popolari di Ambrogio Sparagna e quelle World di Mauro Pagani. Prodotto da Antonio Marra, batterista dell’Ensamble, il disco presenta tredici brani nei quali è possibile ritrovare intatte le emozioni e le suggestioni impresse dai singoli maestri concertatori, ripercorrendone la creatività e le ispirazioni nate dal contatto con le fonti popolari della musica salentina. Il perno intorno al quale ruota l’Ensamble sono però le voci di Ninfa Giannuzzi, Enza Pagliara, Emanuele Licci e Antonio Castrignanò quattro dei talenti più importanti della scena musicale salentina a cui si uniscono ottimi musicisti come Mauro Durante e Carlo “Canaglia” De Pascali (tamburello), Silvio Cantoro (basso), Antonio Marra (batteria), Alessandro Monteduro (percussioni), Roberto Gemma (fisarmonica), Gianluca Milanese (flauto) e Francesco Del Prete (violino) nonché Andrea Favatano (chitarra elettrica ed acustica) e Pierangelo Chiga (tastiere). Sebbene qualcuno potrebbe obiettare di trovarci di fronte ad una cover band del concertone, questo disco rappresenta viceversa un documento importante perché cristallizza l’attività di una realtà musicale importantissima per la scena musicale salentina, un’importanza fin troppo sottovalutata e poco valorizzata, perché tra le tracce di questo disco c’è quanto di meglio abbia prodotto il tacco d’Italia in fatto di musica di riproposta in questi ultimi anni. Andando a fondo però ed ascoltando il disco, si ha la netta sensazione che di non trovarsi affatto di fronte a mere riproposizione di brani già sentiti, ma piuttosto ad un cantiere sempre aperto nel quale le personalità artistiche dei vari musicisti continuano ad operare incessantemente dando il meglio di se stessi. Si spazia così tra riletture ethno-rock come nel caso di Auelì con la voce di Ninfa Giannuzzi in grande evidenza, a classici del folk come L’Acqua de La Funtana, passando per la travolgente Menamemenamò, la struggente Lu Ruciu de Lu Mare e il classico di sempre La Pizzica degli Ucci. Il vertice del disco sono però la splendida Pizzica di Torchiarolo interpretata magistralmente dalla voce di Enza Pagliara e la conclusiva Kalinitta. Live 2010 è dunque un semplice greatest hits de La Notte della Taranta è piuttosto un documento importante di una delle realtà più importanti della scena musicale salentina. 

Salvatore Esposito

Pivenelsacco – Cento Rami. Musiche Colte e Popolari per le pive Emiliane (RadiciMusic)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

L’idea di dare vita ad un gruppo costituito da sole pive emiliane, nasce nel 2005 a Nonantola in provincia di Modena allorquando Fabio Bonvicini, Ferdinando Gatti, Marco Mainini, Gino Pennica, Alessandro Serafini, Marcello Tioli e Fabio Vetro con il semplice intento di suonare insieme seguendo un sentiero comune. Sebbene la trasmissione della piva come strumento tradizionale si sia interrotta con la morte dei vecchi suonatori, questo gruppo di musicisti modenesi ha intrapreso un percorso di ricerca attraverso brani antichi risalenti addirittura al Rinascimento e al Barocco, e così lentamente ha dato vita ad un proprio repertorio che unisse la ricerca sulle fonti popolari dell’Appennino Tosco-Emiliano con quelle storiche di vera e propria archeologia musicale. Nasce così l’idea di Pivenelsacco, un gruppo di sole pive, a cui di tanto in tanto si accompagna l’uso di percussioni e strumenti come l’arpa celtica, la chitarra, l'organetto. Riemerge dall’oblio, dunque, la piva emiliana, che ritrova con questo disco il suo posto all’interno della grande famiglia europea delle cornamuse. Negli ultimi anni le ricerche del gruppo si sono indirizzate verso gli antichi balli staccati emiliani e verso il repertorio del Cinquecento e Seicento italiano, antichi progenitori e baluardi di antichità ancora presenti nei balli tradizionali. Il risultato di questo intenso e rigoroso percorso di ricerche compiuto da Pivenelsacco è Cento Rami, Musiche Colte e Popolari per le pive Emiliane, un disco che ci consente di riannodare i fili di un tempo dimenticato, lasciandoci scoprire l’originale bellezza e il fascino di gighe, bergamasche, spagnolette e furlane. Le polifonie dei brani classici hanno consentito inaspettati intrecci di voci e strumenti che all’unisono danno vita a splendidi spaccati spazio/tempo nei quali l’ascoltatore potrà tuffarsi scoprendo il fascino e lo sfarzo delle corti italiane del rinascimento. Ad aprire il disco è una giga piacentina, che funge da prologo ed introduzione per i due spagnoletti di Cesare Negri, compositore vissuto tra il 1536 e il 1605, i quali ci avviano ad un viaggio spettacolare in cui si apprezzano lo splendido adattamento della Sonata n.10 in Fa Maggiore di Arcagelo Corelli, il tradizionale inglese Edi Beo Thu, una sontuosa Pastorale cinquecentesca ma soprattutto l’Italiana di Vincenzo Galilei, padre del più celebre Galileo, che fu tra i più stimati musicisti del Rinascimento. Non mancano canti tradizionali appenninici come Quando Andrai In Maremma che racconta le difficoltà dei contadini che si spostavano dalla dorsale Appenninica nelle campagne toscane, le due bergamasche di Gasparo Zannelli e Suite di Pive di Joan Ambrosio Dalza, altri due importanti esempi di musica da ballo cinquecentesca. Ad essere protagoniste della scena sono sempre le pive emiliane, che ora suonando all’unisono, ora dialogando tra loro ricreano uno scenario senza tempo nel quale la musica da ballo diventa una porta temporale con un passato lontano e di cui Pivenelsacco ha recuperato l’anima più profonda. 

Salvatore Esposito

Ambrogio Sparagna & Francesco De Gregori – Ottobrata Romana, 1 Ottobre 2011, Auditorium Parco della Musica, Roma


Ottobre era un mese speciale per la Roma papalina, si celebrava infatti la vendemmia tra suoni, canti e grandi bevute, mantenendo viva la tradizione di quei baccanali che da sempre appartenevano alla tradizione popolare sin dall’epoca imperiale. Fuori la cerchia delle Mura di Roma, tra Testaccio, Monte Mario e Ponte Milvio era tutto un brulicare di osterie aperte, di gente che faceva festa e per una volta anche le differenze sociali erano abbattute con i nobili mescolati tra la gente comune. Si beveva vino e si mangiava, si ballava il salterello e si giocava fino a notte fonda finchè sempre accompagnati dal canto e dal ritmo dei tamburelli e delle nacchere non si faceva ritorno a Roma.  Ambrogio Sparagna con la sua Orchestra Popolare Italiana ha voluto celebrare questa importante ricorrenza per la Capitale con un concerto che li ha visti protagonisti sul palco dell’Auditorium Parco della Musica insieme a Francesco De Gregori, la cantante napoletana Maria Nazionale e il Coro Popolare diretto da Anna Rita Colaianni.
La Sala Santa Cecilia, andata praticamente sold out, ha ospitato dunque un evento unico e forse difficilmente ripetibile che ha visto mescolarsi e confondersi il cantautorato di Francesco De Gregori con i ritmi e le sonorità della musica tradizionale appenninica di cui è genuino interprete e ricercatore Ambrogio Sparagna. Non nuovi alla collaborazione i due hanno lavorato molto per la preparazione di questo spettacolo, in particolare su alcuni brani del cantautore romano che hanno trovato nuova vita rivestite di suoni e ritmi tradizionali. Mattatore ed animatore sul palco, Ambrogio Sparanga ha guidato la sua orchestra in modo magistrale facendo emergere non solo la versatilità dei suoi musicisti ma anche la tecnica esecutiva di ognuno, ed in particolare di Raffaello Simeoni perfetto alla chitarra e l'amico di sempre Erasmo Treglia che si è diviso tra ghironda, ciaramella e altri strumenti tradizionali. 
Le terzine della Divina Commedia di Dante, cantate da Francesco De Gregori sul ritmo della pizzica hanno aperto la scaletta, rimandandoci all'edizione 2004 della Notte della Taranta durante la quale salì sul palco di Melpignano con il musicista di Maranola, da quella magnifica esperienza viene recuperata poi anche il tradizionale griko Agapimu Fidela Protinì in duetto con Raffaello Simeoni. Si spazia così dai brani tradizionali ad alcune perle del repertorio del cantautore romano come San Lorenzo, Terra e Acqua, Sotto Le Stelle del Messico a Trapanar, La Ragazza e La Miniera, tutte vibranti di grande tensione esecutiva, con un Francesco De Gregori perfettamente a suo agio tra le sonorità tradizionali. Il momento più intenso della serata lo si è avuto con l'ingresso sul palco di Maria Nazionale, voluta espressamente dal cantautore romano al suo fianco per cantare con lei la splendida Ipercarmela e Santa Lucia. Non è mancato qualche episodio in cui a cantare è stato lo stesso Sparagna, che ha recuperato alcuni brani dal disco omonimo di qualche anno fa, come L'Onore cantata a tre voci con De Gregori e Maria Nazionale, ripetuta anche come bis finale.
Di grande impatto è stato anche l'apporto del Coro Popolare diretto da Annarita Colaianni, che ha interpretato alcuni classici della tradizione romana come la bella esecuzione di Chi T'Ha Dipinto insiema all'Orchestra, tuttavia un'altro dei vertici della serata lo si è avuto con la suggestiva versione di Quanno So' Morto cantata da Raffaello Simeoni. L'Ottobrata Romana 2011 è stata dunque un'occasione preziosa per ascoltare non solo due grandi musicisti, che seppur in territori diversi hanno dato un contributo importante alla tradizione musicale italiana, ma anche due amici che si sono confrontati partendo dalle radici della musica tradizioanle arrivando a connetterle con la poesia del cantautorato. Alla fine del concerto, la speranza è stata quella di poter ascoltare un giorno un live che cristallizzasse questa splendida serata, unica e putroppo, forse, difficilmente ripetibile. 

Salvatore Esposito

Pietro Condorelli Quartet – Wild Cats Difficult To Bo… (Picanto Records)

Apprezzato chitarrista e compositore jazz, nonché titolare di una cattedra presso lo storico Conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli, Pietro Condorelli ha alle spalle una lunga carriera cominciata nel 1980, che lo ha visto collaborare con artisti della scena internazionale come Lee Konitz, Gary Bartz, George Cables, Jimmy Wood, , Charles Tolliver, Bob Mover, e nazionale come Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Franco Cerri e gli Area, nonché protagonista di diversi dischi di grande spessore sia come solista sia in collaborazione band come Jazz Lag, Afro Blue, Contemporary Jazz Guitars, e Sonora. A distanza di cinque anni da Easy, il suo ultimo disco come solista, il musicista casertano torna con Wild Cats Difficult TO Bo.., pubblicato con l’etichetta calabrese Picanto ed inciso con un quartetto nuovo di zecca composto da Francesco Nastro al piano, Gianluigi Goglia al basso elettrico e Gaetano Fasano alla batteria. L’album raccoglie dieci brani originali che nel loro insieme rappresentano una intrigante sintesi del percorso musicale di Pietro Condorelli, attraverso ogni brano racconta la sua vita, le sue esperienze musicali, dando vita ad un lavoro molto intenso e personale, dove anche l’improvvisazione l’improvvisazione diventa un veicolo per toccare il cuore e l’anima del suo pubblico. Ad aprire il disco è Lennie’s Hour, dedicata a Lennie Tristano, un brano di grande spessore compositivo in cui brilla per l’eccellente interplay tra i musicisti, e per la sorprendente ritmica. Si spazia poi dalle reminiscenze di Coltrane di For My People alla cinematografica Love Consequences, un brano malinconico ispirato al film Le Conseguenze dell’Amore e dedicato all’amico di sempre Toni Servillo, in cui brilla Francesco Nastro al pianoforte. Si ritorna poi alle atmosfere jazz tradizionali con Altologic e Rhytm Change, ma uno dei vertici del disco arriva con Tonight Lullaby, una ninna nanna in chiave jazz, inizialmente pubblicata per una compilation dell’UNICEF, e caratterizzata da un’atmosfera mediterranea di grande suggestione in cui spicca un travolgente solo di basso di Gianluigi Goglia. La sezione ritmica giganteggia nelle successive Cico’s Walk e Difficult To Bo entrambe caratterizzate da un eccellente groove in cui a farla da padrone è la batteria di Gaetano Fasano. Il terzetto di brani che chiude il disco, è un crescendo di grande jazz con Ending The Gig, Blind 2 e la spettacolare Wild Cats, composizione già incisa nel 1989 a Boston ed ispirata alle frenetiche e selvagge notti americane. Wild Cat Difficult To Bo, rappresenta senza dubbio uno dei vertici della produzione artistica del musicista casertano, avendo la non comune caratteristica risultare mai scontato ma al contrario assolutamente stimolante e coinvolgente. 

Salvatore Esposito

Banda Putiferio & Autori Vari – Il Paradiso Delle Trottole, Libro con Cd (Tunué)

A tre anni da Attenzione! Uscita Operai, audio-libro che offriva una profonda riflessione sul mondo del lavoro, Banda Putiferio ritorna con Il Paradiso Delle Trottole, eccellente opera concettuale che affianca il cantautorato al mondo dei fumetti. Ogni brano presenta un ospite che contribuisce in modo determinante alla riuscita del brano, e fa riferimento ad una storia in forma di fumetto disegnata da autori differenti. Se a prima vista potrebbe sembrare un disco e un libro per bambini, è bene precisare che siamo di fronte ad un lavoro dal significato molto profondo e non è un caso che a precisarlo sia anche il sottotitolo: “storie e canzoni per bambini cresciuti”. Canzoni rivolte, dunque, agli adulti a cui tocca recuperare l’innocenza e l’immaginario di quando erano bambini, per comprendere il vero significato di ogni brano. Il disco si muove in sincrono con le tavole e difficilmente è possibile scindere questi due elementi, poiché l’uno completa l’altro in un fluire di immagini e suoni davvero sorprendente. Diviso in tre atti, il disco si apre con una sorta di sigla con titoli di testa recitati da Ivano Marescotti, e veniamo introdotti alla prima parte dedicata agli insetti, in cui brillano la filastrocca popolare Il Grillo e la Formicuzza, la splendida ripresa di Putiferio, sigla finale del lungometraggio Putiferio Va Alla Guerra di Gino Gavioli interpretata da Mauro Ermanno Giovanardi, e la Le Ragioni di Una Zanzara con ospite Isa. Il secondo atto, rappresenta il cuore del disco dedicato alle Fiabe Sonore, una raccolta di moderne favole impregnate di satira e cruda realtà. Si passa così da Il Campanile di Curon, che racconta la storia di un paesino della Val Venosta seppellito dall’acqua del lago per perseguire il progresso ed in cui appaiono come ospiti Bebo Storti e Daniele Sepe al sax, a La Settimana di Orfeo in cui si canta la triste ed angosciante routine del lavoro, fino a toccare l’omaggio a Cochi e Renato di Ciro Che Vola, scritto ed interpretato in collaborazione con Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore, che rappresenta uno dei brani più belli del disco, in cui viene cantata la ricerca della libertà. Chiude l’atto L'Uomo Che Comprava Tutto, ispirata da Gianni Rodari, e dedicata al consumismo fino a se stesso dei nostri giorni. Introdotto da Fui Feto un monologo teatrale di Antonio Rezza, l’ultimo atto Bambini Cresciuti, raccoglie immagini di grande impatto passando dalle periferie monzesi de I Bambini Di Via Pellegrini in cui il bambino protagonista vende la sua collezione di Topolino per comprare i fumetti di Alan Ford, a Freak Antoni che da voce a Pinocchio, Biancaneve e la Bella Addormentata che in Trent’anni Dopo si ritrovano a condividere la tristezza delle loro vite dopo tanta celebrità, fino la Ninna nanna del capitale di Fausto Amodei interpretata magistralmente da Alessio Lega. Chiudono il disco, la tarantella de L’Infatelenco, in cui viene offerto un panorama desolato dell’infanzia al giorno d’oggi, e Ciuffettino, una canzone tratta da una serie tv per ragazzi degli anni settanta. L’importanza di questo ambizioso progetto consiste nell’aver trovato un perfetto connubio tra il fumetto e la musica, raccontando con un pizzico di amarezza e nostalgia la vita di ognuno di noi, dominata dal consumismo, segnata dal dolore che ci circonda e privata di quei sogni e quell’innocenza che andrebbero riscoperte. 

Salvatore Esposito

Dia Duit – A Perdifiato Nel Bosco (Autoprodotto)

Nato nella primavera del 2009 dall’incontro tra tre musicisti veneti ovvero Luca Ventimiglia (flauti dolci, whistles, cornamuse e tarota), Francesco Chiarini (violino e pianoforte) e Angelo Martin (chitarra acustica), il progetto Dia Duit, ben presto ha visto allargarsi la sua formazione da trio a quartetto con l’ingresso nel gruppo di Giorgio Cassetta (flauti dolci e corno inglese). La loro originale proposta musicale che spazia dal bal-folk francese all’irish-folk passando per la musica tradizionale veneta, gli ha permesso di raccogliere importanti consensi vincendo Suonare a Folkest, e suonando nei principali festival del Nord-Est. Il loro disco di debutto, A Perdifiato nel Bosco, raccoglie dodici brani strumentali di grande intensità, nel quale spicca sin da subito la loro grande preparazione musicale, non limitata solo alla musica tradizionale ma forte di un rigoroso percorso di studi presso il Conservatorio di Castelfranco Veneto, dove insegna, tra l’altro Giorgio Cassetta. Durante l’ascolto si apprezza l’eleganza stilistica delle composizioni, il cui pregio è quello di riuscire ad evocare immagini liriche dalla bellezza cristallina. Si spazia dalla giga irlandese di Chiave del Tempo/Giostra del Tempo alle sognanti atmosfere della poetica Piedi di Foglia che introduce alla suite Vita Nello Stagno/Saltafos in cui si apprezza un eccellente interplay tra violino, piano e fiati. Non mancano alcuni tradizionali irlandesi come Si Bheag Si Mhor e Rell Set, entrambe arrangiante in modo magistrale dal gruppo veneto nonché il superbo traditional bretone Hanter Dro Klamm proposto in un suggestivo medley con Il Lungo Cammino. Sebbene A Perdifiato Nel Bosco sia solo il primo passo del percorso artistico dei Dia Duit, questo disco racchiude in se tutte le potenzialità di questo progetto che non mancherà certamente di riservarci altre sorprese. 

Salvatore Esposito