BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 27 luglio 2011

Silvio Trotta: i Musicanti del Piccolo Borgo e i suoni dell'Appennino

B-CHOICE

Foto tratta dall' Archivio Folkest
Appassionato ricercatore delle tradizioni popolari nonchè raffinato polistrumentista, Silvio Trotta sin dai primi anni settanta ha intrapreso un personale percorso di studi attraverso la musica di riproposta, prima partendo da una attenta indagine sulla tradizione molisana e poi successivamente allargatasi alla sua terra di adozione la Toscana ed ai suoni della dorsale appenninica. Fiore all'occhiello della sua carriera sono certamente i Musicanti del Piccolo Borgo, gruppo attivo dai primi anni ottanta e con cui ha inciso diversi pregevoli dischi, più recenti sono invece le esperienze con Triotresca e Viulan, con i quali si è dedicato alla musica appenninica e le collaborazioni con il cantastorie toscano Riccardo Marasco e la cantautrice Jessica Lombardi. Lo abbiamo intervistato per discutere con lui di Ecchite Maje, il disco più recente con i Musicanti del Piccolo Borgo, della sua carriera e delle varie collaborazioni.

Come nasce la tua passione per la musica popolare e per la ricerca?
Credo di poter rintracciare questa mia passione nei suoni e nelle melodie ascoltate durante la mia infanzia nel mio paese di origine, in Molise. In particolare ho un ricordo ancora nitido del suono dell’organo settecentesco della chiesa Madre di Capracotta durante la messa di Natale che era cantata in latino e in dialetto. L’organo aveva un piccolo bottone con scritto sopra "scupina" che in dialetto significa ciaramella, quando si premeva quel tasto il suono dell'organo diventava nasale e imitava il timbro della zampogna... mi dava un brivido fin da bambino. Poi negli anni settanta, a Roma, quando tutto brulicava di musica e l’interesse per quella popolare sostanziava idee politiche e sociali, mi bastò ascoltare la Nuova Compagnia di Canto Popolare per decidere che quel tipo di musica mi apparteneva. Ma è la ricerca sul campo che ha trasformato un innamoramento giovanile in una passione duratura “che ancor non m’abbandona”.

Foto di Giancarlo Brunelli
I tuoi strumenti di elezione sono gli strumenti a corda ed in particolare il mandolino e la chitarra battente, come sei entrato in contatto con questi strumenti?
Suonavo la chitarra e il basso fin da adolescente e i primi passi sul mandolino e la chitarra battente seguirono con ammirazione le orme di Eugenio Bennato. La chitarra battente non fu facile reperirla nè imparare a suonarla, a quei tempi non c’erano stage o seminari! Se eri fortunato potevi vedere lo strumento in qualche concerto, da lontano! Oggi suonando in varie formazioni ho avuto l’esigenza di adeguare il suo suono a repertori diversi e a contesti musicali che filologicamente non l’avrebbero prevista. La uso con l’arpeggio, con effetti simili a un clavicembalo, con i Viulàn, in repertori rinascimentali con Riccardo Marasco e con i Musicanti del Piccolo Borgo in maniera più tradizionale, per accompagnare melodie tipiche del centromeridione. Penso che l’accompagnamento della chitarra battente e l’ apporto melodico del mandolino siano insostituibili in certi arrangiamenti rispettosi del passato. Se vogliamo giocare metaforicamente sul significato simbolico delle corde posso dire che rappresentano, per me, la manualità più raffinata di una cultura rurale impegnata a comunicare anche valori estetici. L’alternarsi dei miei strumenti a corda, intrisi sempre di tradizione, nei miei concerti, mi regala la possibilità di modulare il mio contributo in una costruzione corale dei brani.

Sei Molisano di origine, e questa terra possiede una ricca tradizione musicale, quanto ti hanno influenzato le tue radici?
Vincenzo Lombardi, etnomusicologo molisano, afferma che il Molise “è una terra di mezzo e di passo, troppo piccola per affermare una piena e marcata identità musicale, troppo forte per non sceglierla ed esprimerla con intensità e decisione” impossibile, aggiungerei, per me, che ci sono nato, non eleggerla a fonte primitiva del mio far musica. I suoni, gli odori, le assonanze antiche del mio dialetto, i contesti agropastorali sopravvissuti più a lungo che in altre regioni italiane, le tracce plurali lasciate da popoli diversi, i riti sacri e profani mi appartengono e la musica che propongo racconta soprattutto questo, ma non solo quella molisana. Le mie radici negli anni si sono diramate in altri spazi, alla ricerca di una musica che supera i confini geografici ma mantiene la forza di esplorare, testimoniare e interpretare la memoria.

Foto di Giancarlo Brunelli
Come sono nati I Musicanti del Piccolo Borgo? Qual era il vostro progetto ispiratore?
I Musicanti del Piccolo Borgo nascono a Roma nelle stanze del liceo Archimede nel 1975, iniziano il loro cammino con la reinterpretazione dei brani della NCCP, ma dopo due anni il gruppo intraprende una propria strada dedicandosi alla musica tradizionale di una zona dell’Italia centromeridionale che va dall’Alto Molise al Basso Lazio. La direzione è chiara: voglio riproporre la musica della mia terra, il Molise, e sogno, nell’onnipotenza sana della mia gioventù, i risultati che avevano avuto le villanelle, le tammurriate e le tarantelle campane con l’operazione NCCP. Poi l’ambizioso progetto, dopo una rigorosa ricerca sul campo, diventa quello di salvaguardare un patrimonio musicale testimonianza di un mondo agropastorale ricco di significati antropologici da restituire alle nuove generazioni: dopo trentacinque anni di attività posso dire che i Musicanti ci sono riusciti.

Passando al tuo percorso di ricerca sulle fonti tradizionali, ci puoi parlare del tuo metodo e del tuo modo di approcciare la riproposta?
La ricerca è parte integrante della mia riproposta, la curiosità generativa che mi ha portato a incontrare i cantori e i suonatori tradizionali ancora oggi nutre i miei arrangiamenti e guida le scelte dei miei repertori. È stata una ricerca dell’ ”originario” che mi impone la lontananza dall’ ”originale forzato” e accattivante: i brani sono sempre riproposti con fedeltà di testi e melodie. Sono solito inserire nei miei dischi pezzetti di registrazioni “sul campo” autentiche nelle quali è facile riconoscere i percorsi della nostra musica. Credo che sia questo mio modo rispettoso di avvicinarmi alla tradizione che mi ha permesso di ricevere uno dei più prestigiosi premi del settore etnomusicologico in Italia: il «Premio Roberto Gritti», nel 2007 con questa la motivazione: «Per l'impegno e l'opera svolta a favore della musica popolare tradizionale del centro e del sud Italia».

Foto di Claudio Romani
Il primo disco dei Musicanti del Piccolo Borgo risale al 1980, cos'è cambiato da allora nel vostro modo di fare musica?
Trent’anni fa un disco era la naturale conclusione di un percorso fatto di ricerca, studio, rielaborazione e raccoglieva e documentava i brani migliori dopo innumerevoli concerti dal vivo. Oggi è un biglietto da visita, i gruppi nascono con un disco, incidono prima di imparare a suonare: grande quantità e, spesso… poca qualità. Noi incidemmo il nostro primo disco “Musicanti del piccolo borgo” dopo quattro anni di riflettuta esperienza. E’ cambiato molto anche il contesto, negli anni ’70 la musica popolare era legata fortemente al sociale e bastavano una voce, una chitarra, un tamburello per rispondere a quel bisogno di musica “altra” che alimentava pensieri e utopie. Con il passare del tempo abbiamo sentito la necessità di porre maggiore attenzione agli arrangiamenti, alla scelta degli strumenti, alla conquista di un “suono nostro” capace di dare vera identità al gruppo affinché non si confondesse tra le numerosissime formazioni che negli anni si sono avvicinate alla musica popolare. Oggi il suono e il repertorio dei Musicanti è riconoscibile e riconosciuto e noi continuiamo infaticabili a fare musica.

Mi piacerebbe che illustrassi ai nostri lettori la storia di Pacienza Nenna Mia, un disco molto importante per il vostro percorso...
“Pacienza nenna mia” rappresenta un doveroso omaggio che i Musicanti scelgono di dare alla NCCP: significò restituire un pezzetto della nostra passione a chi ce l’aveva regalata. Dichiarammo in modo esplicito lo scopo del nostro disco. A differenza di tante formazioni che imitarono e imitano il grande gruppo campano senza riconoscerne la grande operazione culturale di cui sono stati i primi protagonisti, noi con onestà decidemmo invece di riconoscere, pubblicamente, nella loro energia la scintilla creativa della nostra musica. Il lavoro conteneva otto brani del loro repertorio e un pezzo meraviglioso, inedito, frutto di un fortunato ascolto sul campo di un vecchio cantore di Sperlonga (LT) dall’interpretazione inimitabile. Chiamammo il brano “Pacienza nenna mia”, primo verso della serenata, come si è soliti fare nella musica popolare. È un canto d’amore “te si fatta cchiù bella bellezza mia e quando vole Dio sarai la mia”, media con infinita tenerezza le difficoltà dell’attesa in una visione saggia e rassegnata del vivere, lontana da noi ma forse da recuperare. Un piccolo aneddoto legato a questo brano; era il 1979, una sera a Roma dopo un concerto della NCCP li incontrammo e regalammo loro una “cassetta demo” con i brani del nostro disco che ancora non era stato inciso. Qualche tempo dopo giunse una telefonata da non dimenticare: la NCCP ci chiedeva di poter cantare il nostro brano! Lo chiamarono “Canzone ‘e fora” fu inciso nell’1981 nel loro disco “Storie di Fantanasia”.

Silvio Trotta e i Musicanti del Piccolo Borgo - Foto di Eleonora Carlesi
Fiore di Tutti i Fiori è invece un progetto diverso che vede le vostre versioni accompagnate da un disco con i brani raccolti sul campo. Quanto è importante lavorare ai dischi di riproposta con questo tipo di metodologia?
La mia idea di riproposta è inscindibile da un rigoroso e appassionato lavoro di ricerca, è l’unico modo per farla bene, senza se e senza ma! “Fiori di tutti i fiori “ è un grazie ai maestri cantori e suonatori tradizionali che avevamo incontrato durante le nostre campagne di registrazione, testimonia la fonte non solo metaforica della nostra musica ma anche quella storica e antropologica. E’ un doppio cd, nel primo si possono ascoltare le melodie registrate dal vivo, nell’altro la nostra riproposta in continuità. È un’operazione culturale di riconoscimento autentico del patrimonio musicale di quei contesti capaci di generare ancora “nuova” musica e di oltrepassare il tempo. Ne abbiamo conferma ogni volta che teniamo concerti nei luoghi oggetto della nostra ricerca e cogliamo negli occhi degli anziani l’orgoglio della loro memoria e del loro patrimonio. Questo realizza quello che è per me la musica popolare, una musica fatta dalla gente e che alla gente deve tornare…

Dedicato al Natale e ai canti tipici natalizi è invece Stella Cometa…
“Stella Cometa” è il disco che, insieme a Mauro Gioielli, ho inciso per raccogliere i Canti liturgici, le Pastorali, le Ninna Nanne, le Novene, i Canti di Questua, relativi al Natale del centro sud d’Italia in collaborazione con i Musicanti del Piccolo Borgo e in particolare con il mio caro amico e grande musicista Stefano Tartaglia, uno dei fondatori dei Musicanti, che ha caratterizzato fortemente il disco con il suono della zampogna e del il piffero (“biffera” in Molise). Il repertorio quindi spazia sui territori molisani, campani, laziali, abruzzesi, fino alla Sicilia tracciando un ritratto significativo delle relazioni sacre, profane, talvolta mitologiche e rituali presenti in questa festività.

Premio Gritti - Foto di Giancarlo Brunelli
Veniamo ora al vostro ultimo lavoro Ecchite Maje in cui troviamo alcuni brani provenienti dagli Archivi Sonori di Cirese e Carpitella, come la title track, il canto per la Pagliara di Fossano, due canti nell' arbëreshe di Ururi e altri invece provenienti dalle vostre ricerche sul campo. Che cosa è cambiato rispetto al passato in questo disco? Come si è indirizzata attualmente la vostra ricerca?
Questo disco, che tra l’altro ha ottenuto il Bravos da Trad Magazine, è il disco della maturità, dell’impegno, del lavoro, dell’esperienza, il frutto di trentacinque anni di concerti. I Musicanti hanno nel tempo metabolizzato le loro radici musicali, sono ora capaci di rinnovare la tradizione senza tradirla e questo disco secondo me lo dimostra anche nello sperimentare nuove composizioni. Ancora una volta abbiamo esplorato i gioielli della musica molisana ma con uno sguardo e un ascolto nuovo, più attento alle pluralità linguistiche/musicali delle minoranze albanesi, più impegnato a restituire in profondità i significati simbolici mediati dalla musica di quei contesti. Ne emerge un microcosmo composito, devoto alla sorgente popolare, ma attualizzato negli arrangiamenti che regalano al disco un amalgama strumentale ricca di compattezza. Le ritmiche fantasiose del nostro nuovo percussionista, Gian Michele Montanaro, ci hanno aiutato inserendosi in una delle nostre migliori formazioni. Una formazione che nel disco vivifica i suoni e i colori del mio Molise!

Nel disco sono presenti anche due canti tipici del tuo paese di origine Capracotta, La Figlia Meja e Ritorno dalla Transumanza, puoi parlarcene?
Sono i canti di cui ho memoria fin da ragazzo, “La figlia meja” la sentivo cantare il 10 settembre di ogni anno, in piazza, quando Capracotta salutava i suoi emigranti, la mia famiglia era tra questi, che dopo aver partecipato alla grande festa dell’8 settembre, dedicata alla Madonna di Loreto , se ne tornavano a lavorare nelle varie città italiane. È un brano ironico, divertente, spiritoso che ben rappresenta la madre impegnata a declamare le eccezionali qualità della figlia e indirettamente le sue. Sono presenti le priorità che la comunità sceglie di riconoscere come valori femminili, li esalta e li condivide. “Ritorno dalla transumanza” è un canto capracottese registrato da Mauro Gioielli nel 1978, è inserito nel repertorio del gruppo storico molisano “ Il Tratturo”. È un brano dalla melodia stupenda, racconta il momento del ritorno del pastore dalla transumanza. Il testo è essenziale, semplice ma dalla forza narrativa straordinaria capace di svelare i sentimenti di un tempo lontano con le sue contraddizioni e la sua complessità. “Amante bella, chi t’ha posseduta pe chiste quattre mescie che c’haie mancate…”. Le parole del pastore alla sua donna ci permettono di superare gli stereotipi legati ad una lettura semplicistica di quel mondo, ci rimandano alla necessità di un ascolto aperto non condizionato da modelli rigidi sull’uomo e sulla storia della cultura popolare, troppo spesso raccontata per icone, per rappresentazioni rigide e folcloristiche.

Silvio Trotta e Jessica Lombardi - Foto di Giancarlo Brunelli
Un discorso a parte lo merita la Pastorale per Gaspare e Rodolfo, una poesia di Gabriele Mosca che hai musicato e che racconta la fucilazione di due capracottesi ad opera dei Nazifascisti...
“La pastorale per Gaspare e Rodolfo” rappresenta il tentativo di utilizzare, la musica nella sua valenza narrativa ed espressiva, in continuità con gli antichi cantori di ieri dei quali mi sento testimone e anche un po’ erede. È una nuova composizione solo in parte perchè lo spunto melodico l’ho colto nell’aria di un brano popolare, “Peppinella”, registrato da mio zio Raffaele. Si pone sulle orme della tradizione, riafferma la funzione sociale della musica popolare che sa rappresentare i sentimenti, le emozioni, i fatti di una comunità, ne lascia traccia, li eleva a evento da tramandare.

Passando alla tua esperienza con il TrioTresca, puoi raccontarci com'è nata l'idea di mettere in piedi questo gruppo?
Il trio nasce dalla passione di Stefano Tartaglia per il suo strumento, il piffero, che scopre, negli anni, appartenere a tutta la tradizione della dorsale appenninica, dalla Calabria alla Zona delle 4 Province sostanziando un’idea che condivido: la musica etnica italiana non è solo mediterranea o celtica ma anche e soprattutto appenninica, attraversa l’Italia come i suoi Appennini, spina dorsale di un popolo e delle sue radici. Nel trio, oltre a me e Stefano, c’è Giorgio Castelli, sanguigno musicista toscano. L’animazione di Francesca Barbagli, insegnante di danze popolari, realizza, durante i nostri concerti, quel connubio tra musica e danza che da sempre appartiene alla tradizione.

Silvio Trotta e i Viulan
Il repertorio del Trio Tresca è sostanzialmente dedicato alla musica da ballo e ai canti tradizionali dell'Appennino dalla Liguria alla Toscana. Quali sono state le vostre fonti di ricerca?
Le fonti di ricerca sono fondamentalmente tre, le conoscenze dirette di Giorgio Castelli, verace cantore toscano, da sempre a contatto con il mondo rurale dell’aretino, l’ascolto dal vivo dei suonatori di piffero di tutte le regioni appenniniche e i documenti di archivio, soprattutto per le danze, di Giuseppe Michele Gala, etnocoreologo di fama internazionale, reperibili nella moltitudine delle sue pubblicazioni sulla collana discografica di musica tradizionale originale italiana ETHNICA. Ne è scaturito un cd “UMPA UMPA” anch’esso insignito del Bravos dalla rivista francese Trad Magazine.

Puoi parlarci della differenza nell'approcciare la tradizione musicale molisana rispetto a quella toscana o comunque appenninica?
La musica molisana ha un repertorio sostenuto da specifici strumenti tradizionali, la zampogna, il piffero, il bufù, strumento a frizione di grande suggestione onomatopeica, la musica toscana è soprattutto canto, parola, poesia, ma io sono un “musicante” sempre alla ricerca di trasversalità sonore e umane e mi piace rintracciare in entrambe la memoria di cui sono testimonianza.

Puoi raccontarci la tua esperienza con i Viulan?
Con loro e’ stato amore a prima vista: tre voci impressionanti, un impasto da pelle d’oca e poi la magistrale chitarra di Giorgio Albiani! Quando mi proposero di lavorare con loro mi chiesi “perché?” Era già tutto così bello! Poi con il tempo, ponendomi in un’ottica estetica, di gusto e soprattutto di ascolto e sensibilità sono andato a coprire quegli spazi sonori che ancora non erano esauriti dalle voci e dalla chitarra. Ho abbellito con i plettri molte parti melodiche diventando in alcuni punti una quinta voce e negli incisi strumentali un’alternativa o un controcanto alla chitarra, ho fatto un lavoro ritmico / armonico con la chitarra battente creando una base più solida rispetto all’impianto precedente. Poi ho conosciuto Lele Chiodi, personaggio storico della musica popolare italiana, da lui ho imparato soprattutto l’amore viscerale e l’attaccamento ai canti che gli erano stati cantati da sua madre cantastorie. L’ho visto commuoversi, insieme a me, sul palco dell’International Festival di Samarkanda in Uzbekistan quando con quei brani, i Viulan si qualificavano al secondo posto su trentadue nazioni partecipanti!

Silvio Trotta e Riccardo Marasco - Foto di Mattia Marasco
Puoi parlarci della tua pluriennale collaborazione con Riccardo Marasco?
Riccardo Marasco l’ho incontrato nel 1995, è un grande conoscitore di musica sacra e profana, colta e popolare, è un sapiente ricercatore, attento alle logiche sottese dei prodotti musicali e soprattutto è innamorato delle sue radici e della sua Toscana. È un cantastorie autentico, sa utilizzare alla perfezione quel meraviglioso strumento musicale che è la sua voce e sa regalarla generoso e appassionato a chi ascolta. Ho stabilito con lui un sodalizio creativo e complice che mi permette di dialogare con le sue esuberanze timbriche, con le sue battute imprevedibili, con i suoi tempi teatrali e musicali assolutamente inimitabili. Insieme ci siamo esibiti davanti a migliaia di persone in scenari mitici: sotto le Logge dei Lanzi in Piazza Signoria a Firenze, sulla riva dell’Arno di notte, alla Morgan Library Museum di New York e pochi mesi fa a Bruxelles…Quest’empatia profonda che ci unisce nasce dalla stessa passione e ci permette di arrangiare i brani insieme con l’obbiettivo prioritario di reinterpretare la musica del passato con rispetto, nella consapevolezza che è soprattutto testimonianza di idee, visione del mondo e identità di un popolo.

In particolare vorrei che ci raccontassi un po' la genesi del suo ultimo disco che ti ha visto protagonista con lui?
Riccardo ha firmato il disco con questa frase “Questo album nasce per evitare che venga murata la finestra su la mia Toscana” e il cd in effetti è una finestra, una finestra aperta in un paesaggio sonoro da conoscere e non dimenticare ascoltandone i canti, i suoni, le storie. Ma penso che Marasco sia riuscito ad andare oltre qualsiasi confine geografico. “La mia Toscana” è un disco dal respiro aperto alla memoria, è un invito a valorizzare i sentimenti, le emozioni autentiche, è una testimonianza dinamica del passato che appartiene al mondo musicale della tradizione italiana. Ci sono serenate, stornelli, rispetti, storie e ballate, canzoni a ballo, collegati a stati d’animo gioiosi o a intime tragedie. Ho lavorato molto per questo disco, ho curato quasi tutti gli arrangiamenti, ho collaborato con undici musicisti scegliendoli insieme al Maestro soprattutto tenendo conto del loro interesse per questo tipo di musica, ci sono molti elementi dei Musicanti. Io credo che fare buona musica insieme sia soprattutto condividere una passione: la musica non è solo suono è soprattutto pensiero ed emozione.

Con Riccardo Marasco di recente avete realizzato una serie di concerti dedicati ai canti risorgimentali come è nato questo progetto?
Riccardo Marasco è un uomo colto, amante della storia e crede, come me, che attraverso la musica si possa raccontarla. Il suo recital nasce soprattutto da questo. Si intitola “Libertà vo cercando…” , il verso “di babbo” Dante, tratto dal primo canto del Purgatorio, alimenta e attraversa tutto il concerto e veicola un’idea di libertà insita nella persona. Ha scelto un repertorio capace di tracciare un ritratto intimo del Risorgimento, lontano da ruffiani revisionismi e da retorici trionfalismi, centrato sull’uomo colto nelle sue umane quotidianità, dà voce indistintamente a tutti i protagonisti di questo periodo storico e non dimentica la gente comune, e canta, canta come loro e questo mi piace molto.

Silvio Trotta e Claudia Bombardella
Con Radici Music hai un eccellente rapporto di collaborazione che ti ha portato anche a collaborare con Claudia Bombardella e Jessica Lombardi. Puoi parlarci di queste tue collaborazioni?
Con l’etichetta toscana di Aldo Coppola Neri ho inciso tanti lavori e ho sempre ammirato la cura e la passione con cui produce i Cd di musica tradizionale dando prestigio e spessore anche visivo all’oggetto disco, le sue confezioni risultano sempre pregiatissime e originali. Tornando alle collaborazioni, queste mi hanno permesso di immergermi in musiche tradizionali di altri paesi, più o meno lontani, di coglierne le somiglianze, le specificità e di concretizzare l’idea che la musica è un territorio dell’anima senza rigidi confini. Claudia Bombardella è una musicista cosmopolita, innamorata della musica di tutti i popoli del mondo, spazia da repertori nordici a brani orientali, contamina le sue composizioni con riferimenti multipli sostenuta da una formazione classica che onestamente mi ha sempre impressionato. Il nostro spettacolo in duo “Danza delle dita “ esplora i ritmi incalzanti e scatenati della tradizione balcanica, bretone ed ebraica fino alla creazione di quadri di sapore mediterraneo. Qualcuno ascoltandoci ci ha paragonato a “La passeggiata” di Chagall: lei vola, io la tengo per mano legata alla terra, alle mie radici, alla mia concretezza di “musicante”. Il duo con Jessica Lombardi mi ha permesso di confrontarmi con un altro repertorio che adoro e che non smetterei mai di suonare: quello della musica irlandese. Con il nostro spettacolo “Passi verso nord” abbiamo calcato le orme della tradizione dal sud Italia fino all’Irlanda divertendoci ad elaborare i vari brani con la pazzia di chi ama quello che suona aldilà di qualsiasi limite filologico. Il brivido del bordone della piva emiliana e l’arpeggio di chitarra che apre il concerto di Martin O’ Connors, o quello di Davide Van de Sfross… ricordi emozionanti…

Quali sono i tuoi progetti futuri?
È un momento difficile per la musica e per la cultura in generale, i tagli economici impediscono anche alle istituzioni più sensibili di pianificare offerte culturali e artistiche, le associazioni sono spesso lasciate sole nel loro compito sociale e i miei progetti devono inevitabilmente fare i conti con tutto ciò. Ma la mia passione è forte, spero di continuare con energia a diffondere la musica popolare insieme ai gruppi di cui faccio parte; ho appena inciso per la RadiciMusicRecords un disco di canto popolare con una nuova formazione; i “Setamoneta”. Raccoglie brani provenienti dalla tradizione del sud della Toscana, vorrei avere la possibilità di farlo conoscere convinto che rappresenti in modo autentico quel territorio. Vorrei continuare a organizzare festival e rassegne nella mia città di adozione e oltre se sarà possibile perché questo mi permette l’incontro e il confronto con musicisti diversi e realizza il mio continuo bisogno di ricerca. Infine desidero continuare a lavorare con le nuove generazioni, insegnare loro la bellezza della musica come hanno fatto con me gli anziani cantori di ieri. La musica popolare scalda e consola il cuore, ne abbiamo bisogno oggi più che mai.

Discografia:
con I Musicanti del Piccolo Borgo
Musicanti del Piccolo Borgo (1980 Autoproduzione)
Pacienza nenna mia (1994 Autoproduzione)
Canti e ritmi dell’Appennino (1997 Folk Studio –Avvenimenti)
Musicanti del Piccolo Borgo (2000 Teatro del Sole)
Fiore de tutti i fiori (2001 Teatro del Sole)
Stella Cometa (2002 Autoproduzione)
MusicaMusicanti (2003 Radici Music Records)
Ecchite maje (2009 Radici Music Records)

con Riccardo Marasco
Pace non più guerra (1997 Birba)
Riccardo Marasco 2000 Live in Piazza Santa Croce (2000 Birba)
Bacione a Firenze (2005 Birba)
La mia Toscana (2011 Birba)

con Jessica Lombardi
Passi verso Nord (2002 Autoproduzione)

con i Viulan
Live (2005 Radici Music Records)

con TrioTresca
Umpa Umpa (2007 Radici Music Records)

con Ensemble di Claudia Bombardella
Un mondo fra le mani (2008 Radici Music Records)

con Setamoneta
La luna (2011 Radici Music Records)

Inoltre è ospite nei CD
“In dote” di Jessica Lombardi (2007 Radici Music Records)
“Cantanta di Natale” di Nando Citarella (2007 Radici Music Records)
“Popolo de lu paese” di Antidotum Tarantulae (2008 Materiali Sonori)
“La finestra dell’ultimo piano” di Paroplapi (2005 Radici Music Records)
“L’amore con l’amore si paga” (2002 Ed. Medusa per Emergency)

I Musicanti del Piccolo Borgo - Ecchite Maje (Radici Music)

Attivi sin dalla metà degli anni Settanta, i Musicanti del Piccolo Borgo sono una delle formazioni di punta della musica di riproposta italiana, ed in particolare di quella centro-meridionale. Nel corso degli anni hanno condotto numerose campagne di ricerca sul campo tra Molise e Lazio, volte non solo a recuperare i canti della tradizione ma anche allo studio della cultura contadina. In particolare il loro impegno è stato volto allo studio dell'organologia, con l'apprendimento e l'uso di strumenti strettamente legati al mondo agropastorale come il piffero, la chitarra battente, l'organetto, la zampogna e il bufù, tamburo a frizione tipico del Molise. Il repertorio verso il quale hanno rivolto la loro attenzione spazia dagli stornelli alle ninne nanne, dai canti religiosi alla tarantella, reinterpretando il tutto con originalità e grande apertura verso le altre tradizioni musicali del meridione d'Italia. Guidato dal ricercatore e polistrumentista Silvio Trotta il gruppo è composto da Stefano Tartaglia (flauti e piffero), Mauro Bassano (organetti), Alessandro Bruni (basso, chitarra classica e bufù), Gianmichele Montanaro (tamburelli) e Marika Spiezia (voce), quest'ultima recentemente sostituita da Elvira Impagnatiello. Ispirato al canto per la pagliara, rito di inizio maggio che si svolge a Fossalto (CB), Ecchite Maje è il più recente capitolo della discografia de I Musicanti del Piccolo Borgo, e vede la partecipazione di alcuni ospiti come Nando Citarella che canta in un brano, Giancarlo Parisi, già al seguito di Fabrizio De Andrè che impreziosisce la title track ed il percussionista Andrea Piccioni. Il disco è una sorta di omaggio a quella che è considerata la raccolta etnomusicale più importante dedicata al Molise ovvero la Raccolta 23 (oggi raccolta con un saggio di approfondimento in Musiche Tradizionali del Molise, curato da Maurizio Agamennone e Vincenzo Lombardi per Squilibri) realizzata per il Centro Nazionale di Studi di Musica Popolare di Roma nel maggio del 1954 da Alberto Mario Cirese e Diego Carpitella, che raccolsero molte registrazioni sul campo tra Fossalto, Portocannone ed Ururi. Non è, dunque, casuale che i tre brani più significativi ed emblematici di questa raccolta siano stati ripresi dai Musicanti del Piccolo Borgo per Ecchite Maje e che ad aprire il disco ci sia la Tarantella in Lingua albanese proveniente dal corpus di canti della zona di Ururi, paese famoso per la sua comunità arabeshe. La rilettura di Silvio Trotta e soci è molto fedele all'originale a livello melodico mentre molto lavoro è stato fatto a livello armonico con la voce di Marika Spiezia che si muove sinuosa al ritmo del tamburello mentre la chitarra battente cesella splendide trame sonore tra cui si fanno largo l'organetto e la ciaramella. Si passa poi a 'Ncincirinella, variante molisana della più nota Cecerenella, proveniente dalle ricerche sul campo degli stessi Musicanti, e caratterizzata da una tenue nota celtica. La title track è un esempio di cantamaccio, nella quale si ritrovano tutti gli stilemi tipici dei canti della dorsale appenninica, con Silvio Trotta, Marika Spiezia e Stefano Tartaglia che si dividono le strofe mentre a giganteggiare sulla linea melodica è la zampogna a paro cromatica del siciliano Giancarlo Parisi. Il percorso si sposta poi in Campania con Fronna e cant' pe' Musicant' interpretata da Nando Citarella che ci introduce a Figliola che stai 'ncoppa, una serenata d'amore raccolta nel 1976 a Ceppagna (Is). Altro brano proveniente dalle registrazioni di Cirese e Carpitella del 1954 è E kto capile, nel quale si apprezza l'incontro e il dialogo tra la lingua arabesche e il dialetto molisano, e che i Musicanti rendono in modo magistrale facendo emergere tutta la drammaticità del testo nel quale si parla della fine di una civiltà contadina. Se la suite sturmentale, Quadritara, apre uno spaccato sulla musica da ballo appenninica mescolando una quadriglia molisana e una tarantella laziale, invece Ritorno della Transumanza, arriva dalle ricerche a Capracotta (Is) di Mauro Gioielli de Il Tratturo, che ha riportato alla luce questo splendido brano qui impreziosito dalla chitarra battente di Silvio Trotta. Sempre dal repertorio capraccottese arriva La Figlia Meja, nella quale brilla la grande tecnica di Andrea Piccioni al Tamburello, mentre a chiudere il disco troviamo la struggente Pastorale per Gaspare e Rodolfo, nella quale la poesia di Gabriele Mosca si fonda con la melodia del canto tradizionale molisano Peppinella. Ecchite Maje è così un altro importante tassello per il percorso artistico e di ricerca di Silvio Trotta e i Musicanti del Piccolo Borgo, nel quale ci hanno insegnato ad apprezzare e a scoprire una tradizione musicale ricca ed affascinante come quella Molisana.

Salvatore Esposito

Roberta Alloisio - Janua (CNI)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Salutato come uno degli esempi più belli ed affascinanti di quella che può essere definita come la worl music italiana, Lengua Serpentina, album di debutto di Roberta Alloisio aveva il non comune pregio di mescolare ricerca musicale sulle fonti tradizionali unita a testi pregevoli in dialetto genovese. Era dunque molto atteso il suo secondo disco e dopo una proficua e lenta gestazione, da qualche mese è nei negozi Janua, disco che si pone in continuità rispetto al precedente inciso con l'Orchestra Bailam, e ne sviluppa il cammino senza perdere in originalità. Dal punto di vista del suono, la ricerca stilistica della Alloisio non è rimasta ancorata alle sonorità mediterranee dell'esordio ma piuttosto ha puntato ad una elegante varietà di sonorità che mescolate danno vita ad atmosfere che si sposano alla perfezione con il grande lavoro operato sui testi. In questo senso fondamentale è stato il lavoro di Fabio Vernizzi, pianista ligure etno-jazz, che ha firmato tutti gli arrangiamenti così come importantissimo è stato il contributo dei tanti musicisti coinvolti in questo progetto come i Birkin Tree, Mario Arcari, Armando Corsi, Max Manfredi, Adolfo Margiotta e Marco Fadda. I tredici brani del disco compognono una splendida raccolta incentrata sul tema della donna, una raccolta di racconti in musica che mette insieme figure femminili differenti provenienti da tradizioni come quella genovese o come quelle mediterranee, la Allosio ci canta così di venditrici di vento, donne serpente, monache spose, sirene, prostitute, il tutto attingendo da antiche leggende popolari, scritti e poesie in dialetto ligure che spaziano dalla fine del Cinquecento ai giorni nostri. Tornano così alla luce i versi di Gian Giacomo Cavalli, Giuseppe Cava, ma anche Giorgio Caproni o di anonimi. Il risultato è una koinè musicale e linguistica che mescola italiano moderno e aracaico, genovese ed occitano, aprendo dinanzi agli occhi dell'ascoltatore uno spaccato su un epoca senza tempo, nella quale tuffarsi e imboccare gli antichi carrugi genovesi che conducono al porto, tra santi e dannati, tra leggenda e memoria. Le trame per lo più acustiche dei vari brani, fanno si che ogni testo abbia la più adatta collocazione musicale, come nel caso dell'inziale Gli Occhi Della Mia Bella, dove ad accompagnare la splendida voce della Alloisio è il solo piano di Fabio Vernizzi, o delle più ricche Al Pont De Mirabel con i Birkin Tree impegnati a dare spessore e sostanza a questo brano tradizionale occitano, o ancora la magnifica Donna Serpente firmata da Mario Arcari e basata su un testo rinascimentale. Tra i brani più affascinanti non possiamo non citare la splendida Venditrice di Vento, composta da Max Manfredi, che si ripete in Fado del Santuario in coppia con Armando Corsi, e i due classici della tradizione genovese Ave Maria Zeneize e Lanterna de Zena, che rappresentano certamente i verti di questo disco. Chiude il disco la splendida Donna che apre riviere, per sole voci femminili nella quale Roberta Alloisio duetta magistralmente con Esmeralda Sciascia in un brano denso di fascino ed eleganza. Janua rappresenta dunque l'evoluzione di quelle che erano le istanze di Lengua Serpentina, e l'idea di avvicinarsi alla musica d'autore attraverso le tradizioni popolari è senza dubbio risultata una scommessa vita, essendo questo un disco che non smette mai di sorprendere e di incantarci con la sua eleganza ed il suo fascino senza tempo. Non solo world music come qualcuno lo ha frettolosamente rubricato, ma piuttosto la più degna prosecuzione di quel percorso di ricerca intrapreso da Fabrizio De Andrè con Creuza De Ma. Assolutamente consigliato!

Salvatore Esposito

Chiara Rescio e Walter Stomeo, Sull'Onda delle Leggende del Salento, Kurumuny Edizioni 2011, Euro 13, pp.32 Libro con DVD

Chiara Resco e Walter Stomeo sono i fondatori e gli animatori di Folkolore Associazione Culturale, con la quale sin dalla fondazione nel 2009 hanno intrapreso una difficile ma non meno affascinante ricerca sul campo attraverso le tante leggende popolari raccolte dalla viva voce degli abitanti del Salento. Il risultato di questo percorso di studi è Sull'Onda delle Leggende del Salento, una interessantissima opera multimediale, ideata dai responsabili dell'associazione e distribuita dalla sempre attivissima casa editrice Kurumuny, che affianca al libro uno splendido dvd contenente un documentario che raccoglie le leggende raccontate nei paesi della costa Salentina. Si parte da Roca sul versante Adriatico per giungere a Santa Caterina sullo Jonio, il tutto attraversando Otranto, Leuca, Gallipoli e raccogliendo in ogni luogo una storia, una leggenda, un racconto che insieme vanno a comporre una sorta di libro di fiabe dove illustrazioni ed animazioni si mescolano alle immagini dei luoghi accompagnate dalle note del pianoforte di Antonio Traldi. I racconti ci giungono dalla viva voce del popolo, senza adattamenti o ritocchi, essendo narrati dagli abitanti dei vari paesi in prima persona, così come accade da sempre. Si scopre così che ogni leggenda è legata all'origine del nome del luogo in cui si svolge, si svelano così in tutta la loro bellezza leggendaria Torre del Serpente, Rupe della Dannata, Grotta della Poesia, Isola della Fanciulla e tanti altri splendidi spaccati delle coste salentine. Il documetario ci permette di ripercorrere attraverso le immagini quel filo unico che unisce realtà e leggenda e che lega i cristalli delle Grotta Zinzulusa con il foro nella roccia ai piedi della torre dell’Alto, il tunnel della Grotta degli Innamorati ai muretti a secco della punta Due pietre, un filo che ci permette di scoprire come grotte, scogli, spiagge, torri, muretti a secco e mare sono una pezzo del cuore dei Salentini. Leggendo il libro si compie così un salto in dietro nel tempo alla ricerca di storie di contadini e pescatori, di principi e fanciulle, di gabbiani innamorati e galeoni di pirati, che fanno da particolarissimi "ciceroni" svelandoci le bellezze di una terra magnifica e ricca di storia. L'opera ha anche una doppia funzione, essendo oltrettutto una perfetta guida turistica, infatti il libro raccoglie due cartine geografiche dettagliate corredate da precise coordinate da inserire nel navigatore satellitare. Insomma Sull'Onda delle Leggende del Salento è il libro da avere sia se state programmando le vacanze nel Tacco D'Italia sia se state ritornando a casa per portare con voi non un souvenir ma piuttosto un lavoro di ricerca serio e rigoroso con il pregio di essere divulgativo.

Salvatore Esposito

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Rione Junno - Tarant Beat Live (Suoni Liberi/Self)

Rione Junno è il nome dell’antico, incantevole quartiere del borgo di Monte Sant’Angelo, posto sul contrafforte meridionale del promontorio garganico. Da questa terra ricca di tradizioni musicali e di significative lotte bracciantili novecentesche proviene il giovane quintetto, costituito da Francesco Simone (percussioni, tamburelli, beat programming), Federico Scarabino (voce, chitarre), Mina Scarabino (voce), Matteo Tomaiuolo (voce, basso elettrico), Biagio de Nittis (voce, chitarra battente), Lucia Scarabino (danza). Alle spalle hanno la credibilità costruita attraverso concerti nel circuito musicale pugliese, poi l’”affiliazione” al Tarantapower di Eugenio Bennato ha consentito una visibilità più ampia. Tarant Beat Live è la seconda uscita della band, pubblicata sulla scia del riuscitissimo Taranta Beat Project (Nut/Rai Trade 2008). Nove tracce che riprendono i brani del disco d’esordio – raccolte dal vivo a Cursi (Le), al Festival Notte della Taranta e al Kaulonia Festival di Caulonia (Rc) – che confermano l’abilità del gruppo di raccordare il ritmo del tamburello, l’argentino suono della chitarra battente e i repertori garganici con tessiture dub, hip-hop e rock. A queste ultime contribuisce ottimamente Elio “100 Gr.” Manzo, storico chitarrista dei napoletani Bisca, di fatto sesto componente del gruppo. L’apertura è d’atmosfera con “Keràunaia”, dove alle voci in dialetto si unisce il sapore etnico portato dal senegalese Assane Diop (voce, mandola), “Fedel Avim’ Jess” è una bella rivisitazione elettrificata di strofette tradizionali, mentre in “Anima Sud” fanno capolino coloriture arabeggianti. Altri punti di forza di questo album che mostra tutta la carica che i Rione Junno possiedono sul palco sono il potente viaggio di 12 minuti tra Gargano e Calabria di “TarantaMedley”, doveroso tributo all’albero di canto Antonio Maccarone e alla lezione dei maestri Cantori di Carpino, “Tarantella di San Giovanni”, “Figlia Mia” e “23 Marzo”. Necessaria operazione sulla memoria locale, quest’ultima, che narra l’insurrezione di San Severo del 1950 repressa manu militari dalle autorità dello Stato. La canzone, costruita su versi composti dalle donne arrestate e rinchiuse nel carcere di Lucera che danno la loro versione dei fatti, completamente travisata dalla stampa dell’epoca, presenta innesti in chiave rap e liriche firmate da Sha-One de La Famiglia. Rione Junno è una bella realtà della musica pugliese, ma sul piano compositivo e del modello canoro dovrebbe liberarsi della zavorra bennatiana che, come nel caso della band del foggiano, condiziona molti giovani artisti centro-meridionali.

Ciro De Rosa

Antonio "Rigo" Righetti - Profondo Basso (Aleo Music/VideoRadio/RaiTrade)

Rigo non ha bisogno di grandi presentazioni, per lui parla una intensa carriera prima nei Rocking Chairs con Graziano Romani, Mel Previte e l'amico di sempre Robby Pellati e poi al fianco di Ligabue fino al 2007, momento in cui decide di riprendere la strada come solista iniziata con l'ep Songs From a Room Vol.1 nel 2005. Nel 2009 arriva poi il suo primo disco, il bellissimo Smiles & Troubles, al quale segue l'affascinante libro autobiografico Autoscatto in 4/4 accompagnato da un travolgente disco dal vivo, il tutto senza mai perdere di vista il palco e il suo pubblico, che sempre più numeroso sta scoprendo il suo grande talento come cantautore. Il nuovo disco di Rigo, Profondo Basso, è dedicato al suo strumento di elezione il basso, e sebbene possa apparentemente sembrare un disco per addetti ai lavori, essendo composto da undici brani strumentali, questo è viceversa un disco nella quale la musica diventa parola, immagine, azione scenica, in un fluire immaginifico di suggestioni cinematografiche che fanno di questi undici brani una sorta di colonna sonora di un film immaginario nel quale si incontrano gli stessi personaggi che popolavano Autoscatto in 4/4 e che rappresentano gli eroi di sempre di Rigo. Insomma, Profondo Basso è la seconda parte di quel viaggio iniziato con il libro, un viaggio alla ricerca delle proprie radici musicali e alla scoperta di nuove ispirazioni attraverso il basso. A chiarificare l'inteto di questo disco è lo stesso Rigo che nella presentazione scrive: "Un disco nasce dalle canzoni, dalle storie che ci si trova a raccontare in musica, qualche volta senza volerlo, spesso senza saperlo, solo in un secondo tempo accorgendosi di quanto ci si e’ esposti, di quanto si è tirato fuori di sè. Nel caso di queste composizioni strumentali, lo spazio da riempire dall’ascoltatore è ancora più ampio ed intrigante sarà vedere le reazioni della gente quando riproporremo dal vivo le musiche del cd. Camminando e respirando l’aria di posti al sud e inspirando aria gelida di altri posti al nord, mentre pensieri per il mondo in generale si muovono dentro alla testa senza portare alcuna illuminazione, lontanissima l’idea di una soluzione”. All'ascoltatore e alla sua sensibilità è demandato, dunque, il compito di riempire gli spazi lasciati vuoti dalle parole. Ogni ascolto è diventa così una sorta di viaggio nel quale le immagini disegnate dalla musica prendono vita in modo quasi magico, trascinandoci attraverso scene sempre diverse. Si parte della stradaiola 60's Gtr guidata dalla chitarra di Federico Poggipollini, nella quale l'odore di benzina sembra confondersi a quello della sabbia delle strade desertiche degli States, si entra poi in una dance hall con il funk di Marquis De Funk dove giganteggia il dialogo tra il violino di Mauro Pagani e il basso di Rigo, fino a toccare il reggae prima con i ritmi in levare di Uauad poi con le pellicole di Sergio Leone in The Bad, The Ugly and The Rastaman. Se a Afterdeath è un'altro saggio delle qualità cinematografiche di Rigo, Jumpin' Jive con l'armonica di Edoardo Bennato in gran spolvero ci conduce sulle assolate spiagge della West Coast, ma è solo un momento perchè all'irrompere della sinuosa Passion, si tocca uno dei vertici del disco con il basso a dialogare con la chitarra di Max Cottafavi. Non manca anche qualche spaccato sperimentale prima con l'elettronica come nel caso di Joy o poi con l'alt-rock come in Sad dove al violino ritroviamo ancora Mauro Pagani, il tutto puntando sull'uso del basso non solo come base ritmica ma soprattutto come parte della linea melodica. Chiude il disco Le Lucciole, una splendida ballata pianistica, che suggella un disco pieno di spunti interessanti e che non deluderà affatto coloro che vi si avvicineranno.

Salvatore Esposito

Bollywood Brass Band Featuring Rafaqat Ali Khan - Chaiyya Chaiyya (Felmay)

Il tentetto multietnico britannico (sax soprano, trombe, tromboni, sousafono, flauto, whistle, percussioni acustiche ed elettroniche, campionamenti) ha fatto del suono popular, multiculturale e sincretico di Bollywood – noto termine che designa la prolifica industria cinematografica di Mumbay, India – la sua cifra stilistica. Nel quarto album, pubblicato dall’etichetta piemontese Felmay, il gruppo guidato da Kay Charlton presenta undici brani che coprono 60 anni di colonne sonore cinematografiche, avvalendosi delle collaborazioni della voce prestigiosa di Rafaqat Ali Khan, esponente del canto sufi e del playback singing dei film indiani e pakistani, e del quartetto di violinisti dell’Oslo Bollywood Strings. La voce di Khan è l’autentica marcia in più del disco, come è evidente sin dall’apertura di “Maula Maula”, composizione del dodicesimo secolo proveniente dal repertorio sufi, riletta dalla voce melismatica di Rafaqat che improvvisa liberamente su cadenze jazz e funky. Il canto del pakistano si impone anche in “Chura Liya Hai Tumne”, uscita dalla penna dell’eminente compositore Rahul Dev Burman, scomparso nel 1994. Si passa alla potente title track “Chaiyya Chaiyya”, tratta dal repertorio dell’afermato autore Allah Rakha Rahman (classe 1966), tra i brani più celebri della cinematografia indiana. Due gli strumentali del disco: il primo, “Dhoom Medley”, è un blend tra ritmi bhangra e samba. Un classico dell’immensa cantante egiziana Oum Kalthoum è “Ghar Aaya Mera Pardesi”, ripresa negli anni Cinquanta, epoca d’oro del cinema indiano, nel fantastico film Awaara a commentare un’indimenticabile sequenza onirica. L’attacco è molto d’atmosfera, poi il canto melodioso di Rafaqat prende il volo, e un magnifico crescendo di ottoni e percussioni si impone nel finale. Ancora piena empatia tra il cantante e il gruppo in “Kajra Re”, in origine una folk song celebrante gli occhi del dio Krishna. “Dum Dum Diga Diga” è un'altra chicca proveniente dall’epoca d’oro dei film in bianco e nero, con una citazione di Gene Kelly da cogliere in chiusura. Il secondo strumentale “Dum Maro Dum” è un hit della BBB, così come il conclusivo “Gurh Nalon Iskh Mitha”, canzone folk punjabi, rivisitata dalla voce di Rafaqat, in un tripudio di tromba, trombone e sousafono e potente sostegno ritmico del tamburo dhol. Se è vero che l’essenza schietta, eclettica e verace degli originali può smarrirsi nella talvolta composta rilettura della BBB, va riconosciuta, in ogni modo, all’ensemble britannico l’abilità nel manipolare i masala musicali bollywoodiani: con Chaiyya Chaiyya hanno creato un piatto decisamente gustoso.

Ciro De Rosa

Elias Nardi Quartet featuring Didier François - OrangeTree (Zone di Musica)

Suonatore di Oud italiano dall'eclettico apporoccio allo strumento, Elian Nardi, ha compiuto un intenso percorso di ricerca attraverso la musica araba che lo ha portato a compiere numerosi viaggi in Medioriente per approfondire la tecnica e la conoscenza di questo strumento, ed in particolare è stato allievo del virtuoso palestinese Adel Salameh. In parallelo ha proseguito gli studi di musica jazz e la sua attività di contrabbassista, suonando e registrando per numerosi musicisti italiani come Riccardo Tesi, Pino Iodice, Giuliana Soscia e Mas Manfredi con il quale ha realizzato l'ultimo disco Luna Persa. A coronamento di questo intenso cammino artistico arriva il progetto Elias Nardi Quartet, che nasce con l'intento di creare un ideale ponte sonoro tra diverse culutre e tradizioni musicali, il tutto condito da rimandi alla musica antica, al jazz e al progressive. OrangeTree è il primo capitolo di questa nuova fase della vita artistica di Elias Nardi, e a coadiuvarlo troviamo un gruppo eccellenti musicisti composto dal virtuoso belga Didier François alla Nyckelharpa (strumento ad arco di origine scandinava), Carlo La Manna al basso freatless ed Emanuele Le Pera alle percussioni, a cui si aggiungono due ospiti di eccezione com Ares Tavolazzi al contrabbasso e Savino Pantone alla viola. Per comprendere l'idea che è alla base di questo disco è importante citare quanto scrive lo stesso musicista toscano: “Orangetree è la storia di un magico incontro tra quattro musicisti, la loro anima e i loro strumenti. E' un progetto di confine, non identificabile in un genere e non appartenente ad un'area geografica specifica, che concepisce culture e suoni come un immenso archivio emozionale...dove il suono riverbera i pensieri immortali dell'uomo”. Ispirato dall'omonimo quadro del pittore belga Pol Bonduelle, il disco è stato suonato e registrato dal vivo in presa diretta nella Sala Bavarese del Teatro Comunale di Tesero (Tn) con il supporto di Giacomo Plotegher, il quale è riuscito a conservare intatta la carica emotiva ed emozionale delle sessions, permettendo all'ascoltatore un esperienza sonora unica. Quasi fosse un concept album, OrangeTree, è una raccolta di acquerelli sonori dai tratti tenui ed eleganti dove le atmosfere dell'Oriente si mescolano fino a confondersi con i paesaggi malinconici e solitari del Nord Europa, che rispecchiano il cammino percorso dal musicista toscano. L'ascolto rivela sin da subito una grande ricerca compositiva nella quale l'incontro tra le diverse tradizioni musicali e la sperimentazione jazz da vita ad un linguaggio musicale affascinante ed originale. OrangeTree è dunque un disco prezioso, che coniuga magistralmente la ricerca sonora sulle tradizioni musicali e la sperimentazione.

Salvatore Esposito

"Gran Concerto Artisti per l'Acqua", 7 giugno 2011, Cortile Chiesa Santissimo Nome di Maria, Caserta

Nell’ambito della mobilitazione generale per raggiungere il quorum per i referendum del 12 e 13 giugno 2011, che ha investito tutta l’Italia, anche Caserta ha voluto dare un segnale di sensibilizzazione a questo importante appuntamento con la democrazia dando vita al Gran Concerto “Artisti per l’Acqua”, attraverso il quale si è cercato di porre non solo l’accento sull’importanza dell’Acqua come bene comune ma di allargare l’attenzione anche sugli altri temi riguardanti gli altri quesiti referendari ovvero il nucleare e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato. Organizzato da un attivissimo staff guidato da Mena Moretta, responsabile del comitato, con il sostegno di numerose associazioni locali tra cui meritano di essere citate il motore della scena musicale casertana, ovvero Casertamusica e la radio per eccellenza di Terra di Lavoro, ovvero Radio Prima Rete, l’evento ha visto la partecipazione massiccia di tutta la scena musicale casertana e non solo, arrivando a coinvolgere anche talentuosi attori di teatro. 
Numerosi sono stati i musicisti ed attori che si sono susseguiti senza soluzione di continuità sul palco allestito nell’ampio cortile del Centro Caserta Città di Pace, presso la Chiesa del Santissimo Nome di Maria, e tra questi meritano certamente di essere citati l’eccellente chitarrista Emilio Di Donato, che accompagnato da un gruppo estemporaneo, ha dato vita ad una bella performance a metà strada tra il folk, rock e il jazz con un brano di John Rebourn come punta di diamante della sua scaletta, o l’ottimo Roberto Solofria che ha recitato un monologo di Ascanio Celestini, o ancora altri musicisti come l’etnomusicologo Augusto Ferraiuolo, Martina Cennamo, Luigi Cennamo, Nicola Ferrara e Adam Amedeo Fosso. Applauditissima è stata l’esibizione della Mediterranea Summer Band, guidata da Fausto Mesolella e composta da altri ottimi strumentisti di Terra di Lavoro tra cui Agostino Santoro alla batteria e la vocalist Cristina Zitiello. La band dell’ex- Avion Travel ha dato vita ad uno splendido live act, tra cover d’eccezione come Besame Mucho e Satisfaction, sperimentazioni strumentali e qualche sorpresa come l’autografa Tre Colori portata al Festival di San Remo da Tricarico. 
Altro momento clou della serata è stata la meravigliosa performance del chitarrista jazz Pietro Condorelli e del suo Quintetto, formato da Gianni D’Argenzio (sax), Andrea Giuntini (tastiere), Gino Izzo (batteria) e Enzo Faraldo (bass). I brani proposti dal quintetto casertano hanno permesso agli spettatori di ammirare un gruppo di musicisti di grande talento, perfetti nel interplay tra i vari strumenti, tanto nell’assecondare la creatività e l’estro di Condorelli quanto nel mettersi in luce con assoli personali. A completare la serata perfetta, è stato il pubblico entusiasta e partecipativo che ha contribuito in modo determinante alla riuscita di questo concerto, che oltre ad essere un occasione per sensibilizzare il pubblico su temi importanti come quelli referendari, è stato anche uno dei pochi grandi eventi che hanno permesso a tanti musicisti casertani di suonare insieme sullo stesso palco e di confrontarsi. Dalle due ore inizialmente preventivate, il Grand Concerto, si è concluso a tarda notte, dopo oltre quattro ore di musica e teatro, durante le quali Caserta per un giorno è tornata a sorridere culturalmente.

Salvatore Esposito

Guidewires - II (guidewiresmusic)

L'esordio dei Guidewires è stato quanto mai anomalo. Nel 2009 la band rilascia il suo primo disco; non si tratta di un lavoro in studio ma – in barba a ogni logica da music business - di un album dal vivo. Si tratta di una scelta tanto azzardata quanto vincente e l'album si rivelerà un vero e proprio successo. Come riuscire a ripetere una vittoria del genere? Il disco d'esordio sembrava aver messo in chiaro quale fosse il migliore approccio per un gruppo che affonda le proprie radici musicali in una tradizione – quella celtica – che per antonomasia nasce e si sviluppa in contesti “live”. Cosa succede se questa libertà viene limitata ai pochi metri di uno studio di registrazione? Il risultato è “II”, un album in studio arrangiato e registrato in maniera eccellente, in grado di coinvolgere l'ascoltatore dentro un vortice di ritmi sincopati tipici delle danze delle “terre del Nord”. Galizia, Bretagna (Francia) e Irlanda sono le terre che hanno ispirato le musiche di questo nuovo lavoro della band, ma a queste terre fortemente influenzate dalla cultura celtica, si vanno ad aggiungere suoni e strumenti tipici della tradizione greca: ecco quindi il bouzouki che confluisce, fino a confondersi, nei dialoghi del fiddle con le uillen pipes. Decise pennellate di tradizione sfumate con nuovi ed interessanti elementi compositivi (“The Mobile Candelabra”, “Mercury Falling”, “Hats Off To Tod”). Guidewires, “Fili Guida”; tessiture tipiche della tradizione musicale celtica - che nel tempo hanno avuto evoluzioni diverse a seconda delle regioni geografiche nelle quali si sono sviluppate - sembrano in parte riunirsi in questo disco che è un vero e proprio viaggio ad occhi aperti nelle sconfinate terre dalle alte scogliere. La spensieratezza e il profondo senso di appartenenza che innescherebbero brani come “Eff Reels”, “Caoimhin” o “King Of The Scals” se eseguiti nella loro naturale collocazione di un contesto live, qui mutano forma, diventando esecuzioni ricche di eleganza e potenza immaginifica. Oltre a composizioni che sembrano essere dei veri e propri fermi immagine di terre ancora incontaminate, l'album vanta due perle che vedono la partecipazione di Tríona Ní Dhomhnaill (musicista e cantante già nei Bothy Band e Nightnoise), artista che negli anni si è specializzata nell'interpretazione di brani in gaelico e che proprio in questo album, insieme ai Guidewires, rivisita uno dei successi dei Clannad, “Mo Mháire”, per poi prestare nuovamente la propria voce in un'altra punta di diamante del disco, “The Selkie”. La band di Pádraig Rynne e Sylvain Barou – che continua ad avere ottime critiche da parte della stampa specializzata – sembra stia continuando al meglio il proprio percorso caratterizzato dalla commistione del nuovo con la tradizione, al fine di creare un sound che possa diventare il loro tratto distintivo. I “Fili Guida” sembrano essere ben impressi nella mente dei musicisti, adesso bisogna solo iniziare a tessere nuove trame musicali per poter creare altri “paesaggi sonori”.

Chiara Felice