BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

venerdì 10 giugno 2011

Dario Muci: Il Sud e il Salento dei Cantastorie

B-CHOICE


La pubblicazione di Sulu, il secondo disco solista di Dario Muci, è l’occasione per parlare con lui di questo interessante progetto che lo vede alle prese con il repertorio dei cantastorie meridionali, sul quale ha condotto un intenso percorso di ricerca che è stata la base ispirativa per la composizione di nuovi brani.

Sulu è il tuo secondo disco come solista, come si inserisce nel tuo percorso artistico e soprattutto come si integra con l'esperienza della SalentOrkestra?
Mentre finivo le riprese di Mandatari, il mio primo disco da solista, pubblicato nel 2007, pensavo già a “SULU”; immaginavo un lavoro che non trattasse le tematiche affrontate nel mio primo progetto e quindi passavo da un repertorio fatto essenzialmente di canti d’amore ad un repertorio di denuncia sociale inedito, tradizionale e d’autore. A differenza di Mayis, gruppo che mi ha accompagnato in Mandatari, in questo disco prevale il sound acustico e tradizionale che ritroviamo in “Centueuna” della SalentOrkestra. Quindi scompaiono gli arrangiamenti raffinati con sfumature jazzistiche e si ritorna all’autenticità e alla semplicità che la nostra tradizione musicale ci ha regalato.

Come nasce Sulu, quali sono state le tue ispirazioni e qual è stata l'idea guida che ti ha animato nella sua realizzazione?
Vittorio Bodini in una poesia scrisse : “ Un uomo del Sud, come immagina Dio, se non come storto olivo e perenne rovina?”. Leggere Bodini è stata la chiave che ha aperto questa mia riflessione sul sud. In questo disco c’è la voce del sud, non la mia, ma la voce della gente che non ha niente, sfruttata e che non arriva a fine mese. Mi piace cantare per gli “ultimi” e ho dedicato questo lavoro a chi ha lasciato la propria terra per fame e sogni mancati. Grazie a Bodini, che definisco il poeta del sole, è nata l’idea di questa pubblicazione; leggendolo mi ha fatto conoscere un altro sud che non è solo Salento, non è solo musica, sule, mare e jentu. La mia è semplicemente una forma di riproposta attuale, nuova ed uso essenzialmente la voce, strumento di socializzazione riconosciuto dalla tradizione orale salentina per raccontare gli scenari in cui versa il Sud, il mio Sud : le condizioni dei migranti, il razzismo e l’intolleranza, il peso delle politiche ingiuste nella distribuzione delle ricchezze e delle risorse.

Sulu ti vede affiancato da una formazione prettamente acustica, da dove è nata questa esigenza di riscoprire la dimensione intimistica della tradizione salentina?
Raccontare solo voce e chitarra mi è sempre piaciuto e accompagnato solo da pochi strumenti è stata un’esperienza intensa ed emozionante. Ho voluto dare importanza al testo, che a volte passa in secondo piano, strutturando quindi i brani con molta semplicità per arrivare dritti al cuore della gente e renderla partecipe di questo viaggio nel meridione d’Italia.

Nella tradizione musicale salentina spesso si tende a dimenticare l'importanza dei cantastorie, come ti ci sei avvicinato tu?
Mi hanno considerato un nuovo cantastorie, ma in realtà non lo sono. I cantastorie sono altri se penso a Orazio Strano, Matteo Salvatore, Otello Profazio. Nel Salento, purtroppo, non abbiamo avuto personaggi di questa portata, né tantomeno lo sono io, però gli anziani salentini si ricordano di gente che veniva a cantare e raccontare nelle piazze con i loro carretti e teatrini. Mi considero solo un tramite e un giovane portatore di cultura popolare e grazie ai testi di questi “cantaturi”, mi sono avvicinato alla riproposta cantastoriale.

Negli ultimi anni hai condotto una intensa ricerca etnomusicologica che ha fruttato uno splendido libro sulle Sorelle Gaballo, quanto ti ha influenzato in questo disco quell'esperienza?
Ho avuto la grande fortuna di crescere, suonare e capire la musica tradizionale con il maestro Luigi Stifani e con Uccio Aloisi, Luigi Cecere, Pino Zimba e tanti altri. Mi mancava il canto polivocale e quindi scoprii le sorelle Gaballo, mentre facevo ricerca nella mia zona ( Nardò - centro nord salento jonico). Sono state fantastiche e lo sono tuttora tanto che stiamo pensando ad un altro lavoro che uscirà in futuro. Sono state fondamentali e preziose per questo lavoro; le loro storie della masseria dove abitavano, i lavori faticosi che svolgevano, l’emigrazione in Germania, il disgregamento del grande nucleo familiare fino ad allora sempre unito, i continui spostamenti, la povertà, il desiderio di una vita migliore, sono stati spunti che mi sono serviti per scrivere i miei testi e che poi ho ritrovato anche ne Lu tristu furese e nella Quistione Meridionale.

Il tuo nuovo album ha la particolare veste del libro+cd, in particolare il libro racconta e approfondisce attraverso vari interventi le tematiche del disco? Come mai questa particolare scelta che vede al fianco di AnimaMundi anche l'editore Kurumuny?
Per la pubblicazione di Sulu ho voluto che ci fossero entrambe le realtà editoriali del Salento ovvero Anima Mundi di Giuseppe Conoci e Sabrina Chiarelli e Kurumuny della famiglia Chiriatti. Conosco i due editori da tempo e abbiamo sempre lavorato insieme con grande stima e riconoscenza reciproca. Anima Mundi ha pubblicato “Mandatari”, il mio primo disco e “Centueuna” di SalentOrkestra ; Kurumuny invece ha editato il progetto di ricerca sulle sorelle Gaballo. Le due realtà editoriali, nonostante affrontino nelle loro pubblicazioni tematiche diverse, hanno in comune l’amore smisurato per la propria cultura e la propria terra ed è, soprattutto, per questo che ho deciso di coinvolgerle entrambe. Da una parte pubblicazioni di materiale di ricerca supervisionato dallo storico di tradizioni orali che è Luigi Chiriatti e dall’altra la pubblicazione della musica tradizionale e non solo, riproposta in chiave moderna e contemporanea. In Sulu ho voluto fortemente l’intervento di alcuni amici noti e meno noti non per forzarli a scrivere su di me, ma semplicemente volevo che scrivessero delle tematiche affrontate nel disco. L’unione degli interventi scritti e dei brani musicali ha portato ad un formato libro+CD.
A Sulu ha collaborato Valerio Daniele, quanto è stata importante la sua presenza nella fase di registrazione del disco?
Per me è un vero maestro e amico, ho imparato moltissimo da lui ed è stato fondamentale in tutte le mie pubblicazioni. Io e Valerio suoniamo spesso insieme proprio perché le nostre anime musicali, tradizionale e contemporanea, si incontrano perfettamente. Anche in questo disco Valerio ha curato gli arrangiamenti di Jundulu di mare e Il mio Sud, di mia composizione, La ballata di li porci e Soccu vonnu di Pino Veneziano e Lu tristu furese, tradizionale. Il suo lavoro è stato fondamentale.

Nel disco sono presenti alcune tue composizioni, quali sono stati i tuoi riferimenti musicali e non a cui ti sei ispirato in fase compositiva?
Sono tre i brani di mia composizione: Tre doni, Jundulu di mare, Il mio Sud. Le fonti d’ispirazione per i brani inediti e per le rielaborazioni musicali sono state : Otello Profazio, Tonino Zurlo, Matteo Salvatore, Domenico Modugno, Claudio Villa, Alvaro Amici, Gabriella Ferri, Rosa Balestrieri, Caterina Bueno, Ivan Della Mea, Pietro Gori, Maria Carta, Fabrizio De Andrè, Pino Veneziano e tutti i cantori e le cantrici che ho incontrato e che incontro mentre ricerco sul campo. Chiaramente nella composizione dei testi sono condizionato dalla quotidianità e dalla letteratura popolare.

Parlando del tuo processo creativo, ci puoi raccontare come nascono i tuoi brani?
Faccio una premessa, amo la musica di ogni parte del mondo, adoro la musica classica e da alcuni anni mi sono innamorato delle pubblicazioni dell’etichetta norvegese ECM. Ascolto la musica tradizionale di ogni zona d’Italia, dall’Occitania al Salento, comprese le isole. I miei brani nascono grazie all’ascolto di tanta musica , specialmente quella popolare, ma anche di altri stili musicali che appartengono alla stessa radice quali il blues, il jazz, il rock etc. Tutte espressioni popolari e culturali che hanno come ispiratore e interlocutore comune il popolo e quindi le sue necessità espressive che usa per comunicare qualsiasi stato d’animo, amore, nostalgia, dolore, gioia.

Puoi parlarci della Ballata dei Porci, ispirata da una composizione del cantastorie siciliano Pino Veneziano…
Grande Pino Veneziano!!! “La ballata di li porci” è una composizione del grande poeta di Selinunte, morto un po’ di anni fa. Questo brano è una descrizione comica e pungente di una festa aristocratica di nobili, preti e vecchie ereditiere che non hanno pensieri e non hanno pene, ma solo vizi ai quali pensare. Anche in questo brano si intravede una certa attualità.

Da dove è nata la scelta di riproporre La Quistione Meridionale di Rina e Daniele Durante?
Quistione meridionale è un brano che ho scelto ascoltando prima la versione eseguita da Emanuele Licci, tant’è che l’ho voluto nella registrazione, poi la versione originale di Daniele Durante. Ho trovato che il brano, riproposto con un’altra chiave di lettura, è ancora attualissimo e si è integra bene con il filo conduttore che anima tutto il disco.

Venendo ai brani tradizionali, questi ultimi si integrano alla perfezione con le composizioni originali in un unicum davvero sorprendente, come sei riuscito in questa impresa?
Questo dipende da una serie di motivazioni, prima fra tutte la scelta di un repertorio di denuncia sociale. La freschezza degli arrangiamenti minimi ed essenziali per tutti i brani; la scelta accurata degli strumenti che ricamano sulla voce e, naturalmente, la creatività eccezionale che ogni musicista ha messo a disposizione.

Parlando ancora dei brani della tradizione, da dove è nata la scelta di riproporre brani poco noti come Lu Triste Furese e L'America?
Sono invece due brani conosciutissimi, ma poco eseguiti. Questo perché chi fa la riproposta oggi, si fossilizza per anni sullo stesso repertorio fatto principalmente di pizziche, stornelli e canti d’amore. La musica popolare salentina non è solo questo! L’America è un canto di emigrazione che ho ascoltato per la prima volta a casa di Cinzia
Marzo e Lamberto Probo quando suonavo con Officina Zoè. Lu tristu furese, invece, l’ho sentita cantare da alcuni cantori della zona di Cutrofiano ad una festa a casa di Uccio Aloisi.

Com'è la tua visione del Meridione d'Italia, che canti ne Il Mio Sud?
Piuttosto negativa. Ne “Il mio Sud”, canto come lo vedo. La gente lobotomizzata dalla televisione, ingannata dalle lotterie, desiderosa di una vita migliore; lo scandalo della sanità in Puglia e di altre regioni del Sud, le inefficienze che costringono i meridionali ad emigrare al centro-nord per curarsi, i finanziamenti pubblici alle cliniche private, la chiusura di servizi ospedalieri importanti per molte città, il mal costume degli operatori sanitari, etc; la mancanza di lavoro, un’ altra grave piaga del sud, che costringe ad una continua emigrazione ed ad un precariato infame, lo sfruttamento degli stranieri in tutti i settori dell’economia, l’abbandono delle campagne per una voluta dimenticanza della produzione agricola che si sostituisce alla produzione industriale di energia elettrica (centrali fotovoltaiche); l’infinito patrimonio della chiesa e dello stato, utilizzato poco per il bene comune, la privatizzazione delle nostre spiagge, il poco rispetto e la poca valorizzazione dell’ambiente e delle bellezze paesaggistiche e architettoniche. Potrei continuare…

Concludendo quali sono i tuoi prossimi progetti per il futuro? Tornerà la Salentorkestra?
Un secondo lavoro di registrazioni sul campo e sicuramente il ritorno della Salentorkestra in studio di registrazione.

Dario Muci – Sulu (AnimaMundi/Kurumuny) Libro con cd

Ricercatore ed eccellente polistrumentista, Dario Muci è uno dei grandi talenti della scena musicale salentina, nel suo percorso musicale è stato protagonista di quasi tutte le principali formazioni del riproposta tradizionale e da ultimo è stato uno dei fondatori di quella splendida realtà che è la Salentorkestra. Negli ultimi anni con la pubblicazione di Mandatari, superbo disco a metà strada tra musica tradizionale e jazz, ha dato il via ad una propria esperienza come solista, segno evidente di un cammino di ricerca sempre intenso ed improntato alla riscoperta e alla valorizzazione delle radici musicali della sua terra. A quattro anni di distanza dall’album di esordio, il musicista salentino ha da poco dato alle stampe Sulu, progetto realizzato grazie alla collaborazioni di due importanti realtà del Salento ovvero l’editore Kurumuny e la piccola ma attivissima etichetta AnimaMundi. Questo nuovo lavoro, non è un semplice disco ma piuttosto il risultato di una eccellente ricerca nella tradizione dei cantastorie del Tacco D’Italia. L’esperienza maturata al fianco di alberi di canto come Uccio Aloisi, è diventata per Muci la base di partenza per diventare lui stesso una voce che racconta. Una scelta coraggiosa che nasce dall’esigenza di dare voce al Sud e ai suoi problemi, un Sud diverso da quello di facciata, ma piuttosto quello con "le sue spiagge libere che appartengono ai privati del Sud / le terre abbandonate, le coste deturpate dal cemento / e le facili concessioni con i permessi dello stato". Una presa di posizione forte e senza compromessi, che unisce ricerca musicale ed impegno sociale dando vita ad una raccolta di nove brani, tra tradizionali ed originali, tessuti tra atmosfere acustiche di grande suggestione dove chitarra e voce occupano il centro della scena. Fondamentale in questo senso è tanto l’apporto artistico del Valerio Daniele, che ha avuto un ruolo determinante in fase di arrangiamento dei brani tanto quello dei musicisti che affiancano, Muci ovvero Giovanni de Palma (chitarra), Mauro Semeraro (mandolino), Rocco Nigro (fisarmonica), Marco Bardoscia (contrabbasso), Fiore Benigni (organetto), Emanuele Licci (chitarra classica), Paolo Rocca (clarinetto), Attilio Turrisi (chitarra classica), Marco Tuma (armonica), Stefano Calò (chitarra classica), Angela Corsi (arpa) e Raffaella Aprile (voce). Durante l’ascolto si spazia da eccellenti composizioni originali come Tre Doni, Il Mio Sud e Jundulu di Mare, scritte in collaborazione con il già citato Valerio Daniele, a brani tradizionali come il canto di lavoro Lu Triste Furese, la struggente Canto di Carcere e L’America. Un discorso a parte lo meritano i due pungenti riscritture de La Ballata de li Porci e Soccu Vonnu del cantautore siciliano Pino Veneziano, che evidenziano come le strutture musicali dei cantastorie siano affini in tutto il Meridione d’Italia ma soprattutto aprono uno spaccato sulla condizione di contadini ed operai vittime oggi come ieri di grandi disparità sociali. Il vertice del disco è però la splendida rilettura de La Quistione Meridionale, scritta da Rina Durante e tratta da Ballata Salentina, storico spettacolo del Canzoniere Grecanico Salentino del 1981, che torna a nuova vita in questa intensissima versione, che nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia suona purtroppo ancora attualissima. Ad accompagnare il disco è un libro di quarantacinque pagine con interessantissimi interventi di studiosi, musicisti, scrittori e dei due editori, che contribuiscono in modo determinate a rendere ancor più completo ed interessante questo nuovo lavoro di Dario Muci. Sulu è un disco prezioso che senza dubbio si candida ad essere tra i più rappresentativi della musica di riproposta salentina.

Salvatore Esposito

Yo Yo Mundi – Munfrâ (Felmay/Egea)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

Non ha avuto una gestazione breve il nuovo lavoro della band di Acqui Terme per l’etichetta diretta da Beppe Breppi, che ne ha curato la direzione artistica. Non poteva essere altrimenti, perché pensare di raccontare in poesia e musica la propria terra – il Monferrato, Munfrâ nel dialetto locale – non è impresa agevole, soprattutto dovendo misurarsi con decenni di folk revival piemontese che ha scritto pagine magnifiche, raccogliendo suoni e storie di quell’area e ridando vita e dignità a strumenti desueti. Ma dopo quattro anni di lavoro di studio e composizione la sfida è vinta, perché Munfrâ riesce a raccontare con ispirata vena poetica e fine gusto melodico quel territorio collinare del Piemonte, incastonato tra Langhe, Roero, rilevi appenninici e costa ligure. Sulla scia di altri colleghi, il vostro recensore non si sottrarrà alla citazione di Paolo Conte, gran cerimoniere dell’album, che nella sua bella prefazione, definisce “selvatica” la musica di Yo Yo Mundi, felice nel mettere in comunicazione “antico e futuro”. Il folk degli arquatesi è lontano dall’approccio filologico, il canto nell’idioma locale, utilizzato in sei dei sedici brani del disco, volutamente viene levigato, perde le asperità, segnato com’è dal passare millenario delle genti. Paolo Archetti Maestri e i suoi compagni, complici i numerosissimi ospiti italiani ed internazionali, hanno seguito le suggestioni di feste, rituali, storie contadine, leggende e luoghi, per ridare vitalità ad una memoria sopita e costruire un Monferrato immaginifico. Il serrato respiro ritmico che principia l’album è soffio fatato che alimenta un suono di matrice folk-rock, fatto di chitarre elettriche, ghironde dell’occitano Sergio Berardo, musette bourbonnaise e whistle suonati da Fabio Rinaudo. Trascinano con la loro amabile atmosfera festiva “Sstéila”, impreziosita dal tocco di mantice di Filippo Gambetta, e il valzer “Dùma ch’andùma”, costruito sulla fisarmonica di Fabio Martino e il mandolino di Steve Wickham. Gli umori sudamericani di “Carvé 1928” rievocano a passo di danza un Carnevale di fine anni ’20. Tra ritmo di marcia e impennate del violino di Wickham che tesse fraseggi di sapore irlandese, "Na bèla còrba ed nìule" è un omaggio al monferrino Luigi Tenco. Il fascino “celtico” domina anche nello splendido strumentale “Arcanssél”, dove si incrociano i fiati di Mario Arcari, le uilleann pipes di Rinaudo e l’arpa di Vincenzo Zitello. Il profilo popolare trionfa ancora in "Léngua ed ssu", mentre il timbro caldo dell’oud di Franco Minelli (Orchestra Bailam) dà forma a "Tè chi t'éi?", storia di incontri e reciproci riconoscimenti: ieri come oggi, cantata a voci alterne, italiano ed arabo, da Archetti Maestri e Nabil Salameh (Radiodervish). “Rabdomantiko”, partecipe il canto di Betti Zambruno, apre una doverosa riflessione sulla questione del bene comune acqua. Segue “Léngua Ed Ssu: El Bâl”, strumentale per la müsa di Andrea Masotti e il piffero di Stefano Valla che ci fa respirare aria delle Quattro Province . La nascita del Monferrato è evocata in “La ballata del tempo del sogno”, protagoniste le voci vellutate di Eugenio Finardi ed Elisabetta Gagliardi. Festa di chiusura affidata alla felliniana “Orsanti”, che fa rivivere i tempi degli artisti girovaghi, e alla bonus track, che è la reprise di “Carvè 1928”, nell’interpretazione traboccante della Bandarotta Fraudolenta.

Ciro De Rosa

Taraf de Haïdouks, 5 Maggio 2011 Auditorium di Castel Sant’Elmo, Napoli


Il romanzo dei Taraf de Haïdouks è un paradigma delle negoziazioni tra produttori discografici, ricercatori e musicisti locali ai tempi della globalizzazione sonora. Nel 1986 l’eminente etnomusicologa romena Speranta Radulescu porta il suo collega svizzero Laurent Aubert nel piccolo villaggio di Clejani, a sud ovest di Bucarest nella Valacchia, dove sa essere presente un numero cospicuo di ottimi musicisti rom in grado di interpretare una varietà di stili tradizionali. Da lì nasce l’idea di un disco per l’etichetta francese Ocora (l’eccellente Roumanie – Musique des Tsiganes de Valachie). L’ascolto dell’album conquista i produttori belgi Stéphane Karo e Michael Winter, che giunti in loco nel 1989 selezionano i più interessanti tra i musicisti, creando il Taraf de Haïdouks, nome dal forte appeal per il pubblico occidentale, che sposa la voce di origine araba, che significa ensemble vocale o strumentale ad organico variabile, ed il termine che designa i fuorilegge balcanici d’epoca feudale. Così tra esotismo transilvanico e richiami “robinhoodeschi” nasce una band di lautari formidabile, messa sotto contratto dall’etichetta world belga Crammed Discs ed in grado di incantare pubblici eterogenei e musicisti colti con la loro musicalità collettiva. Dopo tanti dischi, apparizioni in colonne sonore e una miriade di concerti in giro per il mondo, l’inesorabilità del tempo ha portato via alcuni dei decani della band, mentre qualche altra personalità ha lasciato il gruppo per scelta. Nel 2010 la band, rinnovata nel suo organico costituito da tre generazioni di musicisti, ha ripreso a calcare le scene e ad incidere (da poco è stato pubblicato Band of Gypsies 2 in cui sono al fianco dei macedoni della Kočani Orkestar). Cosicché, è straordinario ritrovarli per l’unica data italiana sul palcoscenico dell’auditorium di Castel Sant’Elmo di Napoli a chiudere la bella stagione concertistica dell’Associazione Scarlatti che all’interno di una programmazione di segno euro-colto, inserisce ogni anno qualche divagazione artistica di ambito jazz, improvvisativo o etnico, il che non guasta in una Napoli solitamente lontana dalle musiche del mondo, a parte la parentesi estiva, per dieci mesi all’anno. 
Per l’occasione nella storica fortezza sita alla sommità della collina del Vomero si raduna una platea variegata, come sarebbe abituale in ogni altro Paese europeo, dove a fianco di attempati spettatori siedono giovani che hanno risposto al fascino irresistibile della band di lautari. Che sia un concerto singolare lo si capisce subito dal fatto che le luci di sala non vengono spente del tutto e l’atmosfera è quella di una grande festa dove musicisti ed astanti si possono guardare negli occhi. Quanto poi al programma di sala che implica una scaletta di brani in prevalenza tratti da Maškaradă, il loro album del 2007 nel quale si riappropriavano di pagine di Bartók, Khačaturjan, Ketèlbey, de Falla, si capisce subito che è completamente stravolto, quando parte la prima sequenza tradizionale introdotta da un preludio strumentale, seguita da danze e ballate, caratterizzate da galoppate strumentali, alternate a lunghe strofe narrate, in cui una voce da crooner, solista o in dialogo, canta storie antiche e moderne d’amori, di guerre, d’eroi e di convivialità. La formazione è altamente flessibile, con tredici musicisti che sul palco si avvicendano in differenti combinazioni strumentali. Quattro violinisti che sfoggiano di una tecnica notevole, tre fisarmonicisti che agiscono sul piano melodico, armonico e ritmico, il vitale contrabbasso di Viorel Vlad, il cymbalum di Ionica Tanase – aveva solo 17 anni quando Karo e Winter lo reclutarono nella band – che fornisce un magistrale contributo armonico, gli straordinari soli del flauto di Georghe Falcaru, con i suoi velocissimi passaggi e le irresistibili ornamentazioni, le note infervorate e suadenti del clarinetto di Filip Simeonov. Non c’è spartito che tenga, perché il gioco interattivo tra i musicisti e pubblico conduce a continue pieghe melodiche e a variazioni che mettono in mostra il virtuosismo e la duttilità interpretativa di questi rom valacchi. Tra colpi irresistibili d’archetto e le dita che scorrono veloci sui tasti delle fisarmoniche c’è spazio anche per gli interventi di una danzatrice. In questo magnetico flusso sonoro passano anche le “Danze Romene” di Béla Bartók, “Danza ritual del fuego” di Manuel de Falla, “Lezghinka” di Aram Khačaturjan e “In a Persian market” di Albert Katélbey ri-gitanizzate dall’ensemble. Il concerto finisce tra gli applausi calorosi che accomunano e mescolano ingessati fruitori di partiture classiche ed esuberanti seguaci della world music. Ma ecco che i musicisti ritornano sul palco, non per l’ennesimo bis, ma per dare vita ad un mercatino “improvvisato” e vendere quegli stessi strumenti con cui hanno ammaliato il pubblico partenopeo.


Ciro De Rosa

Lino Straulino - L'Alegrie (Nota)

La vicenda artistica di Lino Straulino meriterebbe di essere approfondita con dovizia di particolari, il suo valore e la sua originalità rappresentano un vero e proprio patrimonio per la musica italiana in generale e per il Friuli in particolare. Il suo ultimo lavoro discografico, è L’Alegrie, disco che celebra i primi cinquant’anni del musicista carnico e allo stesso tempo coniuga due grandi passioni ovvero la musica tradizionale americana e quella friulana. Il disco, inciso praticamente in solitudine con Straulino a destreggiarsi tra chitarre 6 e 12 corde, banjo, basso, armonica e percussioni, raccoglie dodici brani tradizionali riletti attraverso sonorità che spaziano dal country al blues passando per il bluegrass e il gospel. Il cantautore friulano, indossando i panni del bluesman, ha compiuto così quasi una magia facendo convivere la musica nera e quella friulana, il Tagliamento con il Mississippi, gli States con il Friuli. A spiegare il senso intrinseco di questo lavoro è lo stesso Straulino che nella presentazione scrive “credo che il popolo, come diceva il grande Roberto Leydi, abbia il diritto e il dovere di reimpossessarsi della musica popolare, di riviverla, attualizzarla senza tradirla, sentendola così più vicina al proprio cuore e alla propria vita”. La scelta di unire due tradizioni così diverse, nasce anche dall’intento di celebrare Enrico De Reggi, zio dello stesso Straulino, che ebbe il merito di aprirgli le porte al blues. Indossando ora i panni di Dave Van Ronk ora quelli dell’ultimo Johnny Cash, Lino Straulino, mette in fila una perla dopo l’altra, regalandoci piccoli spaccati della sua vita come la sua giovinezza, le sue passioni, la sua terra, il suo paese natio Sutrio ma anche il piacere di bere un buon bicchiere di vino o di ascoltare i grilli cantare. Si spazia così dal country di Chê di Udin, che apre il disco al bluegrass di Chê di Sudri e Chê da l’alegrie, passando per ballate dai toni poetici come la splendida Chê da las gnoces e divagazioni nel gospel di Chê di Mieli. Non manca qualche brano più leggero come l’alcolica Chê dal vin o Chê dal gri, ma niente di questo disco è lasciato al caso, anche quando alla seriosità di alcuni temi intimistici sostituisce temi divertenti e meno seriosi. Disco anarchico e ribelle, L’Alegrie, mescola la protesta con anticlericalismo e anti-gerontocrazia, senza mai cadere nel banale ma soprattutto scoprendo un sorprendente sincretismo musicale che mescola America e Friuli attraverso le loro tradizioni musicali e linguistiche.

Salvatore Esposito

Antonio “Rigo” Righetti – Autoscatto in 4/4, Damster Editore, 2010, 150 pag., Libro con cd

A due anni di distanza dall’eccellente Smiles & Troubles, Antonio “Rigo” Righetti torna con un nuovo ed interessante progetto, Autoscatto in 4/4 un libro con cd, attraverso il quale racconta a cuore aperto di sé, delle sue passioni e dei suoi miti personali. L’ex bassista dei Rockin’ Chairs ha dato vita così ad un opera letteraria dallo spessore quasi cinematografico nella quale l’amore per il rock si fonde con una sorprendente vena letteraria che lo vede mescolare ricordi di vita personale e storie nelle quali compaiono come protagonisti i suoi numi tutelari ovvero Joe Strummer, Bob Dylan, Tom Waits e Springsteen, il tutto intercalato da un racconto in stile Jack Jerouac, nel quale sono protagonisti lo stesso scrittore americano e Neal Cassady. Ogni singola pagina, ogni singola parola compone un autoritratto di Rigo affascinante e coinvolgente, a partire dagli inizi quando cominciò a suonare il basso, alla scelta di fare il musicista come professione, con tutte le gioie e le difficoltà con cui si ci misura ogni giorno. Ad impreziosire il libro nel volume sono presenti anche ottanta foto in bianco e nero, scattate dallo stesso Rigo durante i suoi tour e i suoi viaggi, che ritraggono luoghi e situazioni che hanno senza dubbio ispirato la scrittura del libro. Completano il libro la bella introduzione di Luciano Ligabue, con il quale Rigo ha collaborato per lunghi anni, che non manca di sottolineare tutta la passione con la quale il musicista emiliano approccia il rock e il suo strumento di elezione, e la bella nota dello scrittore Sandro Veronesi. Perfetta è poi la colonna sonora, ovvero il disco che accompagna il libro, che contiene la registrazione di un concerto di Rigo con il suo trio al The Stones Cafè a Vignola e nel quale sono presenti brani originali e due superbe cover di Folsom Prison Blues di Johnny Cash e di Jimi Hendrix. In attesa di ascoltare Profondo Basso, il nuovo album di Antonio “Rigo” Righetti, in uscita a fine mese, Autoscatto in 4/4 non può che essere un perfetto antipasto, dove letteratura e rock vanno a braccetto.

Salvatore Esposito

Saraband & Fadia El-Hage - The Arabian Passion According To J.S. Bach (Jaro/Egea Music)

Fondato nel 1986 dal Dottor Vladimir Ivanoff, Saraband è un ensamble tedesco, composto da musicisti provenienti da sette nazioni diverse, che da oltre un ventennio si è dedicato alla ricerca e al recupero dei repertori musicali antichi e delle connessioni tra cultura Occidentale ed Orientale, ed in particolare tra le tradizioni relative alle tre grandi religioni monoteiste ovvero Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Il loro disco più recente, The Arabian Passion, è un opera di particolare pregio nella quale vengono rilette alcune delle pagine più belle delle Passioni di San Giovanni (BWV 245) e di San Matteo (BWV 244) di Joan Sebastian Bach, con ospiti per l'occasione tre musicisti iracheni, due sassofonisti jazz, il Modern String Quartet e la talentuosa cantante libanese Fadia El-Hage. Caratterizzati da grande potenza immaginifica e profonda religiosità, questi unici due oratori giunti a noi completi del musicista tedesco, rappresentano il vertice della musica barocca ed in particolare uno dei vertici di tutta la musica occidentale. L'ensamble tedesco, attraverso un profondo percorso di ricerca, è riuscito nell'impresa di dare un'abito nuovo con esso una nuova contemporaneità a queste composizioni iconiche della musica classica, trasformandole in una sentita riflessione sulla guerra e sull'umanità. Queste composizioni vengono eseguite in Europa nella loro veste classica ogni anno durante le settimane precedenti la Pasqua, e allo stesso modo l'opera di Saraband è volta ad indentificare il martirio di Gesù Cristo con quello del Medio-Oriente da decenni ormai dilaniato da conflitti intestini, lotte di religione, guerre di potere, il tutto a danno dei civili che spesso vengono uccisi incolpevolmente. Vladimir Ivanof, direttore musicale di Saraband, è riuscito così a coniugare la maestosità e la forza del barocco di Bach con la complessità dell'intreccio tra jazz e musica araba, ricreando un opera nella quale si mescolano improvvisazione, tessiture classiche e temi tradizioanli. Un incontro tra Oriente ed Occidente ricco di speranza, un incontro musicale che abbatte le barriere della guerra per costruire la pace con la musica, un invocazione a fermare le armi e le tragedie della guerra, è questo lo spirito che anima quest'opera e che trova nella voce di Fadia El-Hage la sua più alta rappresentazione. La sua voce trasforma le arie di Bach in canzoni appassionate, che nascono dal cuore, che annullano differenze e creano cultura collettiva e speranza. La speranza che prima o poi anche il Medio-Oriente viva veramente in pace, mettendo da parte la guerra.

Salvatore Esposito

Giuseppe Moffa – Non Investo in Beni Immobili (Italian World Music)

Giuseppe Moffa è un talentuoso cantautore molisano, con alle spalle un lungo percorso che parte dalle aule del prestigioso conservatorio “L. Perosi” di Campobasso, per arrivare alla collaborazione con Antonio Fanelli (Università di Firenze – Istituto Ernesto de Martino) per un intenso lavoro di ricerca sulle musiche, le danze e i canti popolari della Valle del Fortore, di cui alcuni estratti sono stati pubblicati nella collana Tribù Italiche di World Music Magazine. La capacità di rileggere la tradizione musicale italiana attraverso la canzone d’autore, e gli originalissimi virtuosismi che lo portano a destreggiarsi abilmente tra chitarre e zampogna, sono la caratteristica principale di Giuseppe Moffa, la cui ricerca meticolosa sul campo diventa stimolo creativo per raccontare storie che partono dalla natia Riccia per aprirsi a tematiche sociali e personali. Il suo disco di debutto, Non Investo in Beni Immobili, fornisce un immagine perfetta della poliedricità del cantautore molisano, in grado di dosare con attenzione tradizione, ricerca ed innovazione dando vita ad uno storytelling originale e ricco di influenze che spaziano dal blues al jazz passando per la world music. Già il titolo che rimanda alla definizione con cui l’UNESCO ha indicato il patrimonio della cultura popolare, lascia intendere come attraverso i quattordici brani del disco, Moffa, abbia voluto non solo cercare un ispirazione dalla musica tradizionale ma anche reinventarla e rileggerla attraverso una personalissima cifra stilistica. Durante l’ascolto emerge in modo chiaro come a partire dalle ritmiche il cantautore molisano abbia cercato di partire dalle strutture popolare, e su di esse innestare strutture musicali che spaziano dalla ballata al saltarello fino a toccare i canti di lavoro e di protesta. Al fianco di Giuseppe Moffa (voce, chitarra, zampogna e cornamusa), troviamo i suoi Co.mpari, ovvero la sua band composta da Salvatore De Iure (pianoforte, organo Hammond), Felice Zaccheo (mandolino, mandola, battente, organetto), Domenico Mancini (violino), Guerino Taresco (contrabbasso), Gian Michele Montanaro (tamburi a cornice, percussioni, voce) e Vincenzo Gagliani (tamburi a cornice, percussioni). Ad aprire il disco è Libertalzer, un elegante valzer pizzicato a cui si accompagna un ironico sulla mancanza di libertà in un rapporto di coppia. Si prosegue prima con Io e Il mio Amico Dorian Gray introdotta da un intro strumentale che rimanda alle maitinate, forma musicale tipica della Valle del Fortore, e poi con Il Paese dei Balocchi, che è una bella fotografia in musica del paese natio dove la vita si svolge tra piccoli eventi come il diploma o la moto nuova e partite a carte nei bar. Arriva poi il primo tradizionale rielaborato, Ce Ne Iamme Mare Mare, dal repertorio del cantastorie emigrante Luigi Ciocca, meglio noto come Ze Luigi “U’ Pelate”, ma è con Aquelapaum e Serenata che il disco entra nel vivo, entrambi i brani rappresentano due ottimi esempi di commistione tra strutture tradizionali e cantautorato. Splendide sono poi ‘A Sciuriate, altro brano tradizionale proveniente dal fumoso Bar Cuparella di Riccia (in dialetto casina delle api), luogo di ritrovo dei giovani comunisti, la canzone quasi d’amore Parlami Ancora, e la notturna Povera Festa Ideale. Sul finale arrivano poi il folk urbano di Mogliera di Eldo Di Lazzaro, e il tradizionale Felomene, canto satirico tipico di Riccia, e qui rivista nel testo con l’aggiunta di alcune strofe tratte da una poesia di Pierino Mignogna. Chiudono il disco, il magnifico strumentale Il Diavolo di Tufara, ispirata alla maschera carnevalesca di tipica della poco distante Tufara (Cb) e nella quale si apprezza tutto il talento di Giuseppe Moffa alla zampogna, e Cambuasce è na cettà, scoppiettante folk blues ispirato al cantastorie riccese Antonio Ciocca. Non Investo in Beni Immobili è dunque un disco di eccellente fattura, che apre un interessante spaccato sui cantastorie molisani ma allo stesso tempo ci svela un cantautore in grado di attingere in modo originalissimo dalle radici tradizionali.

Salvatore Esposito

Yacouba Dembelè & Djeli-Kan feat. Canti Erranti Quartet – Sabary (Materiali Sonori/Orientoccidente)

Il Griot nella tradizione musicale africana è un poeta e cantore che ha l'importante compito di conservare e preservare la tradizione orale degli africani, ancor prima in epoca svolgeva anche le funzioni di ambasciatore e in alcuni casi di interprete. Il termine trae origine della prarola francesce Guiriot la cui radice deriva dal portoghese Criado, ovvero servitore, e le prime tracce di questo termine risalgono alle primissime esplorazioni in Africa da parte dei regni occidentali. Al Griot era demandato il djeli ovvero la trasmissione attraverso il sangue, ad indicare come di padre in figlio vengano trasmessi saperi, conoscenze e misteri legati alla loro funzione, che viene ad essere indentificata quasi come una casta, cosìcchè ogni giovane Djéli riceve una partcolare istruzione costituita da nove o dieci gradi di conoscenze composti da sette anni ognuno. Un percorso di conoscenza continua durante il quale apprendono le storie, le tecniche narrative e mnemoniche, per ricoprire poi all'interno della loro comunità un ruolo determinante in cui la figura del cantastorie diventa anche punto di riferimento morale e memoria storica. Una sorte di missione, insomma, che svolgono interpretando canti commoventi e toccanti, ballando accompagnati da strumenti tradizionali a percussione, a corde e a fiato. A seguito dell'esodo dalle campagne, dell'emigrazione e della globalizzazione questa particolare figura è andata via via scomparendo, ma molti artisti africani legati a questa tradizione per casta, ne hanno mantenuto vivo il ricordo, riproponendo questi particolari canti narrativi. Maestri della parola ed esaltatori del ritmo, Yacouba Dembelé e dei suoi fratelli, sono una famiglia di griot Djeli-Kan che arriva direttamente Burkina Faso del capitano Sankarà, che dopo una intensa attività dal vivo maturata nel corso degli anni, arrivano al loro disco di debutto, Sabary, registrato ad Abidjan e mixato in Italia presso la casa madre Materiali Sonori. Prodotto da Mino Cavallo e Arlo Bigazzi, il disco mette in fila undici brani che insieme vanno a comporre una sorta di diario di viaggio del gruppo nel quale sono raccolte tutte le collaborazioni che nel corso degli anni hanno stretto con molti musicisti dell'Africa Occidentale. La famiglia di Djeli-Kan è composta da Yacouba Dembelè (voce, flauto, goni, toma, kanian), Founè Dembelè (voce, shaker), Sekou Dembelè (voce, djembé), Souleymane Dembelè (voce, kora, goni, djembé) e Miriam Traorè (voce e cori), ai quali per l'occasione si sono aggiunti Souleymane Diabatè (djeli-goni), Ali Traorè (tastiere), Salif Dembelè (basso e cori), Prince Edouarde Ouedraogo (basso), Seydou Keita (Ballafon, bara), Harouna Dembelè (djembé, doun doun), Adama Diarra (doun doun, djembé) e Stanislas Ouedraogo (midi programming), nonchè il nuovo talento della musica africana Harouna Dembelé. Fondamentale a livello sonoro è anche l'apporto del progetto Canti Erranti, l'orchestra che coinvolge molti protagonisti della ricerca multietnica di Materiali Sonori composta da Mino Cavallo (chitarre), Arlo Bigazzi (basso), Vittorio Catalano (sax, flauto e ocarina), Marzio Del Testa (batteria) e Azzurra Fragale (collaborazione alle registrazioni). L'ascolto è entusiasmante e coinvolgente grazie alla carica evocativa delle voci che ricreano la misteriosa carica di energia che pervadeva le esibizioni dei Djeli-Kan tribali. Sono canti che nascono dal cuore, che parlano dell'Africa e dei suoi drammi, del razzismo, dell'immigrazione, della mancanza di cibo, dell'indifferenza, ma allo stesso tempo rivelano una speranza di fondo per un futuro migliore. Sabary è così un disco che ci apre ad una tradizione musicale antichissima, ma allo stesso tempo apre uno spaccato sulle tante problematiche che caratterizzano il Continente Africano.

Salvatore Esposito

Lorenzo Hengeller – Canzoniere Minimo Leggero (PoloSud)

Formatosi al fianco di grandi artisti come Paolo Fresu, Angela Luce, Bruno de Filippi e Aurielio Fierro, Lorenzo Hengeller è un musicista e compositore napoletano con alle spalle già due dischi, Parlami Mariú... ma non d'amore del 2004 e Il giovanotto matto del 2006, che lo hanno segnalato come una interessante sorpresa per la scena musicale italiana. Nel suo stile convergono l’amore per il jazz e lo swing con quello per la musica italiana tra gli anni trenta e cinquanta, ma soprattutto i suoi punti di riferimento musicali ovvero Kramer, Carosone e Luttazzi. Canzoniere Minimo Leggero, il suo terzo disco in studio, rispetto ai precedenti lo vede alle prese con un lavoro di ricerca e di recupero ancor più serrato ed approfondito sulle sonorità d’antan, senza perdere di vista la brillantezza e la leggerezza di certi temi strumentali, da sempre suo marchio di fabbrica. Programmatiche in questo senso ci sembrano anche la copertina, ispirata alle opere del designer newyorkese Saul Bass, e il titolo del disco, un’ omaggio a Giorgio Gaber e alla sua trasmissione Canzoniere Minimo del 1963, entrambi infatti lasciano intuire chiaramente come il musicista napoletano si muova tra passato e futuro con grande agilità. Con la complicità di Stefano Bollani e Gianluca Guidi, Hengeller ha messo insieme quattordici brani, che insieme compongono un’ ironica serie di racconti tratti dalla quotidianità tra personaggi e situazioni davvero divertenti. In questo senso fondamentale è il songwriting del musicista napoletano, nel quale l’ironia e la leggerezza vanno a braccetto. Ad aprire il disco è Ricordi ..Rai!, un brano di impostazione jazz nel quale si ritrovano le arie più famose dei programmi RAI degli anni cinquanta, che compongono un sorprendente medley dai tratti nostalgici. Si spazia poi dallo swing di Tassista e Superenalotto, nelle quali ritroviamo echi del Quartetto Cetra, ai rimandi a Buscaglione di Vetero Playboy con Stefano Bollani in grande forma al cantato e Hengeller che eccelle al piano, passando per gli echi di Chet Baker de Il Mangiatore di Tabacco fino a toccare la scanzonata Che Afa Fa. Tra i brani più divertenti, ma anche più originali vanno segnalate Edizione Straordinaria TG, con la voce della giornalista del TGR Campania Marisa Figurato ad annunciare un improvviso capovolgimento del Vesuvio, con tanto di dichiarazione di rito dell’ormai ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, e la splendida Guapparia 2000, nel quale attraverso uno stile che ricorda quello dello scrittore Beppe Lanzetta, viene caricaturato il guappo del nuovo secolo, tra cellulare, scooterone e vestiti firmati. Così tra testi quasi da cabaret, cori femminili, parole troncate e ritmi che spaziano dal tango al blues, il tutto acquista lo spessore di uno spettacolo quasi teatrale, in cui la leggerezza diventa sinonimo di grandi contenuti come dimostra l’altrettanto bella, Primario che fa il verso a Binario di Claudio Villa. Non mancano alcuni omaggi come quello a Lelio Luttazzi con una bella versione di Nostalgia per la musica, o quello a Domenico Modugno con Musetto. Insomma se Hengeller cercava conferme con questo disco, ha centrato del tutto l’obiettivo dando una visione della vita quotidiana a Napoli tra bellezza e contraddizioni.

Salvatore Esposito