BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 31 maggio 2011

Minima Musicalia: Bob Dylan per i puri di cuore

di Michele Gazich

Preambolo
Bob Dylan ha l’età di mio padre e quest’anno mi recherò ad ascoltarlo con mio figlio.
Non è mai stato la voce di una generazione. Neanche di quella degli anni sessanta. “It ain’t me” (Non sono io) diceva sprezzantemente nel ’64 a coloro che volevano farne il vessillo della canzone impegnata.
Dylan è stato ed è molto di più della voce di una generazione. Ci sta ancora parlando, amici.
Racconterò come Dylan ha accompagnato me, non perché la mia vicenda di ascoltatore sia esemplare, ma perché la conosco bene, essendo la mia. “Non canto niente che non sia testimoniato da me”, scriveva il poeta ellenistico Callimaco, invitandoci a non parlare per sentito dire.
Io sono nato nel 1969. Già allora Dylan veniva dato per finito: realizzava un album di Country Music, emblematicamente intitolato Nashville Skyline, che, pur essendo assai venduto, scandalizzò un po’ tutti con versi come “Oh me, oh my, love that country pie” (Ohimé ohimai, mi piace la torta di campagna, Country Pie): scandalizzò coloro che lo avevano amato come il poeta delle canzoni di protesta, il Bertold Brecht americano; coloro che si erano lasciati cullare morbosamente dalle sue oblique canzoni d’amore, come Spanish boots of spanish leather; e infine coloro che avevano amato l’acido poeta, il visionario della trilogia elettrica, che scriveva versi come: “The ghost of electricity howls in the bones of her face” (Un fantasma di elettricità urla nelle ossa del suo viso, Visions of Johanna).
L’anno prima di Nashville Skyline (o, per l’esattezza, il 27 dicembre del 1967), tuttavia, Dylan aveva già pubblicato un album diverso da ogni altro: John Wesley Harding: musica spartana, testi brevi ed essenziali. Dylan, per la prima volta, scrisse prima i testi e poi la musica. L’influenza della Bibbia nella sua scrittura, presente da sempre, è preponderante. Dylan diviene ufficialmente il saggio, il poeta gnomico, cioè il poeta delle sentenze proverbiali, il maestro di morale. Tra Isaia il profeta e Seneca il filosofo latino: “Stay free from petty jealousies / Live by no man’s code / And hold your judgement for yourself / Least you wind up on this road” (Astenetevi da inutili gelosie / Non vivete secondo la morale di un altro / Tenete per voi i vostri giudizi / Se non volete finire su questa strada, I am a lonesome hobo); “If ye cannot bring good news / Then don’t bring any” (Se non puoi portare buone notizie, allora non portarne nessuna, The wicked messenger) e molte altre. Per cui anche le trite banalità Country di Nashville Skyline (Love is all there is / It makes the world go ‘round (L’amore è tutto ciò che esiste / è l’amore che fa girare il mondo, I threw it all away) solo per il fatto di essere pronunciate da Dylan assunsero per alcuni forte veemenza, ma Country Pie fu, come si diceva, un po’ troppo per tutti e ancora peggio l’album, doppio, Selfportrait dell’anno successivo, che condusse il guru della critica musicale americana Greil Marcus a scrivere una violenta stroncatura per la rivista Rolling Stone, che iniziava con le parole: “What is this shit?” (Cos’è questa merda?).
Questo preambolo ha ribadito cose probabilmente note a tutti i lettori di Blogfoolk, e me ne scuso, ma ha avuto la funzione di collocare cronologicamente la mia persona e, di conseguenza, il mio rapporto con Dylan. Ora passerò davvero, seguendo il consiglio di Callimaco, alla mia testimonianza. Non vi parlerò, dunque, del Dylan degli anni Settanta (che è quello che amo di più), perché il mio racconto comincia a metà anni Ottanta, quando diventai ascoltatore di musica conscio e selettivo. Vi parlerò, dunque, di un Dylan meno noto e celebrato, ingiustamente.

Confida in te stesso
Il primo album di Bob Dylan che io acquistai al momento della sua uscita fu Empire Burlesque (1985): non certo l’opera maggiore di Dylan, ma il primo in cui il poeta gnomico cominciò a parlarmi, con una voce antica che gridava in un suo deserto che solo lui percepiva e percorreva dietro ai lussureggianti e plasticati arrangiamenti anni ottanta di Arthur Baker, il rimixatore-produttore di quell’album. “Trust yourself”, “fidati di te stesso” cantava Dylan nell’omonima canzone. Quale maggior sprone ad un adolescente quale io ero allora? Dylan mi ha sempre portato a riflettere su di me: come tutti i grandi maestri non ha messo in scena se stesso; la sua iconica figura e il suo sempre personalissimo cantato sono stati mezzi per far passare il suo messaggio, il suo insegnamento. Nella medesima canzone ribadiva: “Don’t trust me to show you the truth / When the truth may only be ashes and dust / If you want somebody you can trust, trust yourself” (Non confidare che io ti mostri la verità / Potrebbe essere solo cenere e polvere / Se hai bisogno di qualcuno in cui confidare / Confida in te stesso). Da noi sono gli anni della Milano da bere; Dylan è assetato di verità: maestro sempre scalzo, sempre pronto a ricominciare la sua ricerca: “I’ve made shoes for everyone, even you, while I still go barefoot” (Ho fatto scarpe per tutti, anche per te / mentre io vado ancora in giro scalzo), così nell’ultimo verso dell’ultima strofa della canzone I and I, dall’album Infidels (1983), che poco dopo acquistai.
Dylan non smise mai di parlarmi. Avete mai provato a leggere il testo di Death is not the end, canzone apparentemente innocua nella sua placida melodia, contenuta nell’album Down in the groove (1988), album composto prevalentemente di cover o canzoni scritte a quattro mani con altri autori, dunque poco amato dai dylaniani? “When the cities are on fire / With the burning flesh of men /Just remember that death is not the end / And you search in vain to find / just one law-abiding citizen / Just remember that death is not the end” (Quando le città sono in fiamme / E la carne degli uomini brucia / Ricorda che la morte non è la fine / Tu che cerchi di scovare / anche un solo cittadino rispettoso della legge / Ricorda che la morte non è la fine). Io la sentivo ogni sera per rincuorarmi, per darmi forza come una non edulcorata canzone della buonanotte, mentre mi preparavo agli esami di maturità nel giugno di quell’anno.

La fine dell’Innocenza
Poi venne Oh Mercy (1989), con il suo appello alla misericordia, alla resa, a conclusione di un decennio di vincenti e di rampanti. Un decennio di cui ancora stiamo pagando le conseguenze oggi, immersi come siamo in una crisi economica, ma soprattutto religiosa e morale. Cadevano i muri, allora, ma Dylan non suonava marce trionfali. Le prime parole dell’album dicono ancora una volta tutto: “We live in a political world / Love don’t have any place” (Viviamo in un mondo politico / Dove non c’è posto per l’amore) e poi “We live in a political world / Where mercy walks the plank / Life is in mirrors, death disappears / Up the steps into the nearest bank” (Viviamo in un mondo politico, Dove la misericordia è sull’asse dei pirati / La vita è negli specchi e la morte scompare / sugli scalini della banca più vicina, Political World). Dylan profeta di questo nostro povero presente che egli già vedeva, in cui la politica diventa pretesto per affarismo e violenza, in cui la misericordia è condannata, in cui la vita è irreale, mentre la morte, come tutto, si può comprare col denaro. Dylan ci segnalava, invece, che non tutto si può comprare. Dylan ci insegnava ad andare a fondo, a non fare della politica un pretesto per miseri fini. Si chiamava ancora una volta fuori da ogni opportunistico schieramento per predicare l’amore, coraggiosamente. Senza il suo insegnamento non avrei mai scritto, vent’anni dopo, la mia canzone Guerra Civile, in cui parlo di un “Dio che sopravvive nei dettagli / Nelle crepe dei centri commerciali” e di domeniche in cui si impiccano i poeti. Il Dylan di Oh Mercy gridava il nome di Dio in tempi senza Dio, anche nel totale smarrimento: “… shout the God’s name / But you’re never sure what it is” … grida il nome di Dio, anche se non saprai mai cosa sia, Political world). Dylan invitava a suonare le campane, perché stava morendo l’innocenza (Ring them bells for the time that flies / For the child that cries / When innocence dies, Suona le campane per il tempo che fugge / Per il bimbo che piange / Per l’innocenza che muore, Ring them bells).

Nursery Rhymes
Nel 1990 Dylan, al solito, non rifece l’album dell’anno precedente. I suoni sono diversi, più colorati; i produttori Don Was e Jack Was, nominalmente affiancati da Dylan stesso (con pseudonimo Jack Frost), coinvolsero un sacco di ospiti (da Slash a Elton John a David Crosby) per un album che, forse, nelle intenzioni del suo autore, avrebbe dovuto suonare ancora più intimo del precedente. Tutti i testi dell’album sono infatti costruiti sulla falsariga delle Nursery Rhymes di matrice anglosassone, poi trapiantate anche in America. Sono le filastrocche per l’infanzia, che, sovrapposte al linguaggio di matrice biblica di Dylan creano un insieme ricco di ancestrale saggezza. La saggezza di Dylan questa volta si offre a noi con infinito candore: si avvia, a partire da questo album, un processo di riappropriazione di se stesso, delle proprie origini in molti sensi, come vedremo.
È stato, per me, come penso per molti di voi, amici, una circostanza eccezionale essere testimoni di questo progetto dylaniano di rilettura di sé, in cui l’artista ha coinvolto generosamente noi, i suoi ascoltatori. Ma andiamo per gradi. La canzone Under the red sky, che dà il titolo all’album è una sorta di evocativo accrocchio di nursery rhymes: “There was a little boy and there was a little girl / and they lived in an alley under the red sky (C’era una volta un bambino e c’era una volta una bambina / Che vivevano in un vicoletto sotto il cielo rosso) … One day the little boy and the little girl were both baked in a pie (Un giorno il bambino e la bambina finirono cotti dentro una torta”, e così via. Per leggere gli originali, da cui Dylan recupera vari elementi, consiglierei l’esemplare Oxford Dictionary of Nursery Rhymes di Iona e Peter Opie (1945), più volte ristampato fino ai giorni nostri.
Dylan, dicevamo, ci riporta alla sua e alla nostra infanzia, a uno stadio prima della coscienza. L’album Under the red sky fu per me una sorta di breviario zen di consolazione, una collezione di mantra, un luogo in cui rifugiarmi se la vita quotidiana era troppo crudele: “One by one, they followed the sun / One by one, until they were none / Two by two, to their lovers they flew / Two by two, into the foggy dew” (Uno per uno seguivano il sole / Uno per uno finché non ci fu più nessuno / Due per due volavano dai loro amori / Due per due nella rugiada del mattino, Two by two). Ma non c’era solo consolazione in questo album, anche molto millenarismo, candidamente proposto tra una filastrocca e l’altra: “God knows there’s gonna be no more water / but fire next time” (Dio sa che non ci sarà più l’acqua / Ma il fuoco la prossima volta, God knows): Dylan cita apertamente San Paolo, la Seconda Lettera ai Tessalonicesi e altri testi biblici, dove si annuncia che il ritorno di Cristo, o la fine del mondo, sarà con il fuoco; che non ci sarà un altro diluvio, come ipotizzava ancora nella sua giovanile Times they are a-changin: “ Come gather ‘round people / Wherever you roam / And admit that the waters / Around you have grown”.
È forse solo un vaga allusione per ora, ma, tra breve, le allusioni al suo passato, in una sorta di costante riscrittura si faranno sempre più stringenti e frequenti. Prima, però, di tornare a sé, Dylan si rivolge, dopo le rime infantili, ancora più indietro: a quelle canzoni folk, di matrice inglese, ma poi sempre più americane, sulle quali aveva plasmato le sue prime composizioni.

Folk songs
Sono gli anni degli album Good as I been to you (1992) e World gone wrong (1993), che meriterebbero un saggio a parte, amici, e forse avremo modo di riparlarne presto. Sono album interamente composti da canzoni tradizionali, suonate e cantate da Dylan da solo: chitarra e voce. Molto è stato scritto sulle fonti di questo materiale e ognuno di noi, amanti del folk, ha fatto le sue ricerche. E ci ritorneremo. Per ora ci basti osservare come Dylan, il più grande autore di canzoni vivente, raggiunti i cinquant’anni, faccia un passo indietro e ci additi queste meravigliose novelle in miniatura, come ad esempio Black Jack Davey o Jack-a-Roe, storie, rispettivamente, d’amore extraconiugale o di matrimonio felicemente raggiunto, narrate con esemplare cura del particolare e per questo selezionate dalla tradizione: “Last night I slept in a feather bed / Between my husband and baby / Tonight I lay on the river banks / in the arms of Black Jack Davey / Love my Black Jack Davey” (La notte scorsa dormivo in un letto di piume / Tra mio marito e mio figlio / Stanotte dormo sulle sponde del fiume tra le braccia di Black Jack Davey / Amo Black Jack Davey). Qui si ribadisce con incisività, sull’accompagnamento di una musica inesorabile, la forza brutale della passione amorosa, che spinge ad abbandonare qualunque affetto e comodità, senza rimorso.
La pubblicazione di questi album mi spinse a studiare il folk, non solo americano, e scoprii, in tante tradizioni europee e americane autentici maestri di violino o di fiddle che dir si voglia, che mi hanno molto insegnato. Sono, inoltre, gli anni in cui si apre la mia collaborazione con Michelle Shocked, che procede ancor oggi, dopo quasi vent’anni. Michelle, allora, portava in tour l’album Arkansas Traveler (1992), che era, ancora una volta, una rivisitazione delle radici folk della sua scrittura. I primi anni Novanta, grazie a soprattutto a Dylan, furono per me gli anni dello studio e dell’approfondimento delle tradizioni folk.
Aggiungerò solo una postilla. La prima canzone del primo album folk dei novanta di Bob Dylan, cioè di Good as I been to you, è Frankie and Albert, non a caso. Il segnale è forte: la versione di Dylan è una riproposizione pressoché alla lettera dell’esemplare esecuzione di Mississippi John Hurt, registrata il giorno di San Valentino nel 1928 e recuperata da Harry Smith per la sua antologia del 1955.
Per i pochi che non lo sanno, Harry Smith fu una bizzarra figura di mistico, pensatore, artista, collezionista e amico di Allen Ginsberg, una sorta di Giordano Bruno del folk, che decise di collezionare e ristampare, per la sua antologia del 1955, ottantaquattro brani tradizionali, registrati soprattutto alla fine degli anni venti. L’impatto della sua raccolta fu immenso, anche se riconosciuto con lentezza, come per tutte le grandi opere. Harry Smith, per altro, non chiarì, nel 1955, quali artisti fossero bianchi e quali neri fra quelli registrati e ciò creò, nell’America ancora fortemente razzista degli anni cinquanta, una feconda confusione di razze e di stili musicali. E fu soprattutto grazie alla Anthology of American Folk Music di Harry Smith che nacque il folk revival, all’inizio degli anni sessanta e poi i primi cantautori nella accezione moderna di questa parola, tra cui Dylan, Eric Andersen, Phil Ochs e tanti altri, che alle melodie folk tradizionali sovrapposero parole contemporanee. Non sarò mai abbastanza grato a Dylan per avermi aperto tutto questo mondo con i suoi album folk.

Di soglia in soglia
Di soglia in soglia è il titolo di una raccolta del poeta di cultura ebraica Paul Celan, di certo non ignorato da Dylan. Ma anche su questo argomento torneremo, cercando, in un prossimo eventuale intervento di ricostruire, di allusione in allusione, di citazione in citazione la biblioteca di Bob Dylan. Ora abbiamo solo preso a prestito un titolo per parlare di soglie. Ricordate la già citata Times they are a-changin? In quella remota canzone, Dylan invitava a non stare sulla soglia, a non bloccare il passaggio (“Don’t stand on the doorway, don’t block up the hall”); negli anni novanta, invece, sceglie addirittura di intitolare una canzone Standing on the doorway, ribaltando il concetto. Nella canzone si dipinge, “Standing on the doorway, crying” (immobile alla soglia, in lacrime). La canzone è tratta dall’album del 1997 Time out of mind, tutto percorso da esplicite allusioni di Dylan a canzoni passate, per le quali si propone come una sorta di aggiornamento.
Ma c’è ancora di più, amici: “When you got nothing, you got nothing to lose” (Quando non hai niente, non hai niente da perdere) , cantava Dylan nella celeberrima Like a rolling stone (1965); “When you think that you lost everything / You find out you can always lose a little more” (Quando pensi di aver perso tutto, scoprirai che puoi perdere ancora qualcosina), sottolinea in Trying to get to heaven, sempre da Time out of mind. E ancora, sempre nella stessa canzone si rappresenta “trying to get to heaven before they close the door”, cioè nel tentativo di andare in cielo, come se la porta a cui aveva tanto bussato (Knockin’ on heaven’s door, 1973), si fosse infine aperta.

Bob Dylan per i puri di cuore
Questi sono solo alcuni spunti che hanno percorso il mio personale ascolto di Bob Dylan negli anni Ottanta e Novanta. Molto ci sarebbe da aggiungere sul sorprendente Dylan dei Duemila, in cui il gioco dei rimandi e delle citazioni proprie e altrui si fa ancora più serrato.
Concludo, tuttavia, qui, per ora, citando la risposta che Dylan dette a Paul Zollo, nell’ambito di una delle più ricche interviste mai rilasciate dall’artista (siamo nel 1991), non a caso inclusa nell’imprescindibile Songwriters on songwriting, dove Paul Zollo raccoglie interviste ai massimi autori di canzoni contemporanei, incentrate esplicitamente sulla scrittura delle canzoni. A metà intervista, Dylan dice che il mondo forse non ha più bisogno di canzoni, sue o altrui; ce ne sono già state tante, fin troppe. Poi, improvvisamente, si risveglia in lui il profeta, il filosofo gnomico e aggiunge: “Unless someone’s gonna come along with a pure heart and has something to say. That’s a different story” (A meno che non salti fuori qualcuno con un cuore puro e con qualcosa da dire. Sarebbe un’altra storia.) Un sorprendente invito agli aspiranti scrittori ad avere innanzitutto il cuore puro, prima di pensare al successo, alla TV e a tutta la spazzatura contemporanea che può solo sporcarne il cuore.
Questo è il lascito di Bob Dylan, questo racconterò a mio figlio poco prima che senta dal vivo la sua voce.

Copyright 2011 by Michele Gazich. Il presente testo è di proprietà dell'autore

Hazmat Modine – Cicada (Jaro Records/Egea)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

Considerati come una delle proposte più interessanti ed originali approdate negli ultimi tempi sulla scena musicale newyorkese, gli Hazmat Modine, sono una travolgente band nel cui stile convivono armonicamente Blues, Swing, Klezmer, New Orleans R & B, Country, Gypsy e Rocksteady, dando vita ad un sound esplosivamente unico già apprezzato nel loro disco di debutto Bahamut. Già il loro nome (Modine), ispirato ad un particolare tipo di calorifero, lascia intendere che nei loro dischi e sui palchi da loro frequentati la temperatura è sempre altissima tra sassofoni, tube e armoniche che spingono forte sull’acceleratore. Facilmente classificabili come una blues band, questo collettivo newyorkese, partendo dalle dodici battute hanno dato vita ad un intenso percorso di ricerca sonora che li vede partire dalle radici del folk americano per approdare alla world music, il tutto utilizzando una metodologia fusion tipica di una città-crocevia come New York. Così non è difficile vedere incrociare il blues con la musica dell'Est Europeo. Guidata dal cantante ed armonicista Wade Schuman, la formazione base degli Hazmat Modine è formata dal suonatore di tuba Joseph Daley, dai chitarristi Michael Gomez e Pete Smith, dal trombettista Pam Fleming, dal sassofonista Steve Elson, dal trombonista Reut Regev e dal batterista Rich Huntley, a cui si aggiungono per a seconda delle circostanze altri musicisti e collaboratori, in una sorprendente varietà inedita di strumenti come tuba, dulcimer e steel guitar hawaiana. Il loro nuovo album, Cicada, li vede proseguire il loro percorso di ricerca attraverso culture e generi musicali differenti, ma con una maturità e una consapevolezza diversa nei loro mezzi e nella loro cifra artistica. Per comprendere bene il loro approccio a questo nuovo lavoro, riportiamo quanto dice Schuman nella presentazione del disco:"Viviamo in una delle epoche d'oro della musica mondiale. La musica viene da ogni parte, e questo si vede quando suoni ai festival, ci sono musicisti provenienti da tutto il mondo: Africa, Asia, America. L’influenza reciproca è naturale, è il modo in cui i musicisti vedeno e sentono il mondo. Io non sono ortodosso, non sto cercando di fare musica che si fonde con qualsiasi altra scena, voglio solo sentire certi suoni. Allo stesso tempo penso che siamo una band di New York City, perché la natura eclettica della band e la sua strumentazione è molto newyorkese. Rispecchiamo la città e la natura essenzialmente migrante e bastarda della cultura americana, la bellezza e l’essenza di quello che può significare essere americani". Nato da quattro anni di lavoro, questo nuovo album vede gli Hazmat Modine affiancati dalla Gangbé Brass Band del Benin, Kronos Quartet, dal gruppo vocale Huun-Huur-Tu e ma sopratutto da Natalie Merchant, e rappresenta l'esempio migliore di come la musica possa annullare distanze geografiche e stilistiche. Sin dalle prime note di Cicada si ha la sensazione che il sound del gruppo newyorkese abbia trovato la sua ideale dimensione suonando contemporaneamente antichi e moderni, originali e classici, con tutti i loro continui rimandi alle tradizioni musicali afro-americane. Ad aprire il disco è Mocking Bird, un travolgente brano di impianto rock-blues dalla ritmica travolgente e dalla linea melodica caratterizzata dall'intreccio tra armonica e tuba. Si prosegue con lo splendido crescendo jazz di Child Of A Blind Man nella quale sono ospiti Gangbé Brass Band e Natalie Merchant, a cui segue a ritmo serrato prima Two Forty Seven con la voce di Wade in grande evidenza, poi la title track nella quale dialogano alla grande tutti gli strumenti su una base ritmica tipicamente africana. Splendide sono poi le rivisitazioni di Buddy di Louis Jordan, interpretata in modo originalissimo da Wade, e di I’Ve Been Lonely For So Long di Frederick Knight del 1972, quest'ultima caratterizzata da un tripudio di fiati. Sorpendono poi la ballata uptempo The Tide, l'intermezzo Ebb Tide e la cover di Irving Berlin, Walking Stick, in cui gli Hazmat Modine danno vita ad un intreccio sonoro superbo nel quale emerge tutta la loro eccezionale creatività. Completano il disco il blues in levare So Glad, Cotonou Stomp ripresa dal vivo con ospiti ancora la Gangbé Brass Band, e Dead Crow con la complicità del Kronos Quartet, che da New York ci porta dritto a New Orleans. Insomma Cicada è un disco soprendente nel quale tradizione, eclettismo e virtuosismo convivono alla perfezione, aprendo inaspettate porte spazio/temporali che ci portano ora nel futuro della musica ora alle sue radici.

Salvatore Esposito

Domenico Di Virigilio, Musiche tradizionali in Abruzzo. Le registrazioni di Diego Carpitella in provincia di Chieti (1970), SquiLibri, 2010, Euro 20, pp. 128 Libro+2Cd

La sempre attivissima SquiLibri continua la serie di pubblicazioni dedicate agli Archivi di Etnomusicologia dell’Accedemia Nazionale di Santa Cecilia, prendendo questa volta in esame l’Abruzzo ed in particolare la provincia di Chieti. Curato dall’etnomusicologo, Domenico Di Virgilio, già presidente dell’A.E.L.M.A, Archivio Etnolinguistico Musicale Abruzzese, il libro documenta con grande dovizia di particolari la campagna di ricerca condotta nel 1970 da Diego Carpitella, all’epoca incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica presso l’Università di Chieti. L’indimenticato ricercatore, condusse una intenso percorso di ricerca attraverso alcuni paesi situati alle falde orientali della Maiella, quali Civitella Messer Raimondo, Gessopalena, Palena e Quadri e attraverso le registrazioni sul campo, raccolse un corpus significativo di musiche e canti della tradizione orale dell’area. Confluiti dapprima nella Raccolta 129 del CNSMP, queste registrazioni sono parte oggi del prezioso Archivio di Etnomusicologia, e costituiscono una sorprendente testimonianza di come tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, era ancora ben radicato l’uso del repertorio popolare orale. Anche in questo caso, Carpitella è riuscito a cogliere un importante istantanea di un mondo prossimo alla sua fine, travolto dalla modernizzazione, i cui segni appaiono già evidenti come dimostrano alcune defunzionalizzazioni, sopravvissute nella memoria degli esecutori rispetto alla forma originaria. Si riscoprono così canti di lavoro, arie di mietitura, canti a dispetto, musiche devozionali, ninne nanne, scongiuri e lamenti funebri, che ricreano a pieno una tradizione popolare ricca di sacralità e allo stesso tempo stretta nelle piccole certezze della superstizione. Emerge una sorprendente dimensione arcaica, le cui radici si perdono nella notte dei tempi, in cui si scopre come la donna sia non solo interprete ma allo stesso tempo sia fulcro stesso dell’esecuzione, spesso con il solo accompagnamento dell’organetto diatonico a tessere la linea melodica. Nella prima parte il volume presenta un ampia introduzione critica corredata da uno studio scientifico sulle voci, i testi poetici con la traduzione in italiano e un’approfondita ricerca sugli aspetti linguistici del dialetto abruzzese ad opera di Annunziata Taraschi. Questa inedita pubblicazione getta nuova luce sulla tradizione musicale abruzzese facendo emergere tratti fin ora poco noti e senza dubbio assolutamente interessanti.

Salvatore Esposito

Fleet Foxes - Helplessness Blues (Sub Pop/ Bella Union)

Generalmente ogni primo disco è intriso di racconti plasmati dai sogni e dalle speranze di una intera vita, genuino e travolgente come solo i primi lavori sanno essere. Difficile, se non impossibile, ripetere la magia una seconda volta, non per mancanza di talento quanto perché le aspettative che nascono in conseguenza ad un successo inaspettato finiscono - indipendentemente dalla propria volontà - con il contaminare la purezza degli inizi. In parole povere, ogni secondo disco segna l'addio all' "età che non ha pensieri". Adesso si è "adulti" e ci sono responsabilità alle quali bisogna rispondere; la macchina del music business si è messa in moto, il "fare musica" diventa quasi di secondaria importanza. Ascoltando "Helplessness Blues" dei Fleet Foxes, non è difficile pensare che anche le giovani volpi di Seattle siano caduti nella trappola. Perfettamente calati nella parte di "indie-folk musicians" con barba e capelli lunghi e camicie della migliore tradizione boscaiola, confezionano un album che sembra essere il risultato di alchimie appositamente create (e ritoccate) in studio. Non bastano i cori caldi di Montezuma, la svolta free (ma non jazz) del finale di "The Shrine/An Argument", o l'intimismo di "Blue Spotted Tail" a rendere il disco meno freddo, ma soprattutto formale fino al midollo. La lista degli strumenti utilizzati (harmonium, dulcimer, moog, marxophone e altri ancora) è lunga quasi quanto quella degli autori che li hanno ispirati (dai classici Byrds, Dylan, Pete Seeger, Brian Wilson, Neil Young, CSN&Y, Peter Paul & Mary ai misconosciuti ai più, Judee Sill e Robbie Basho) e, trattandosi di folk revival prima ancora che di indie-folk, non poteva di certo mancare quel sound dal retrogusto di folk fine anni settanta inizi settanta tipico di gruppi quali Pentangle o Steeleye Span. Insomma, tanti i nomi tirati in ballo e citati volontariamente o meno nel disco (come la camaleontica "Sim Sala Bim" che nasce Pentangle e termina Led Zeppelin; per essere più precisi nella "Going To California" dei Led). In questo intreccio di rimandi è facile perdersi e dimenticarsi degli episodi felici del disco, come l'avvolgente "The Cascades", la già citata "The Shrine/An Argument", fotografia in musica del passato che si fonde con il presente: dal folk degli anni d'oro, all'attuale scena folk che, anche se con non poca fatica, cerca di tracciare una nuova strada che possa permettergli di trovare la propria identità e sganciarsi - definitivamente - da un passato che pesa come un macigno sulle spalle di questi "nipoti del folk". La speranza è che il terzo disco possa essere la fusione perfetta tra la genuinità del primo lavoro e la maturità compositiva di "Helplessness Blues"; aspettativa che non è da intendersi come pretenziosa visto che i Fleet Foxes hanno tutte le carte in regola per poter fare il meritato salto di qualità, ma per farlo hanno bisogno di sganciarsi dalla monotonia imposta dalle case discografiche (anche quelle che si definiscono indipendenti ma che invece, alla fine, tendono a plasmare a loro piacimento il sound dei propri artisti).

Chiara Felice

Ghetonia – Riza, Live in Salento (Italian World Music)

La Grecìa Salentina, situata proprio nel cuore del Salento, è un isola linguistica nella quale è sopravvissuto un dialetto di origine elleno fona, il Griko. Composta da nove comuni, Martano, Calimera, Zollino, Sternatia, Martignano, Soleto, Castrignano, Melpignano e Corigliano, quest’area è stata per secoli luogo di approdo delle popolazioni greche e conserva una antichissima tradizione linguistica e musicale, che rappresentano uno degli ultimi baluardi di quel naturale sincretismo che prosperò nell’Antica Grecia. Di questo importante patrimonio culturale si sono fatti portavoce i Getonìa, gruppo nato nel 1992 da un idea di Roberto Licci, già componente del Canzoniere Grecanico Salentino, Salvatore Cotardo e Pierangelo Colucci. Sin dalla loro nascita l’idea base del gruppo è stata quella di recuperare le antiche tradizioni musicali dei canti in griko, rileggendole attraverso eleganti sonorità che rimandano al jazz e alla musica cantautorale. Negli ultimi anni la formazione si è ampliata con l’ingresso nel gruppo di Emanuele Licci (voce, chitarra), Antonio Cotardo (flauto), Admir Shkurtaj (fisarmonica), Franco Nuzzo (percussioni) e Massimo Pinca (basso). L’ultimo disco realizzato dai Ghetonìa è Riza, album dal vivo registrato nel Salento, che ripercorre e sintetizza tutta la loro interessantissima vicenda artistica, con la particolarità di godere della bellezza del sound che quest’ultima formazione ha confezionato per ogni brano. Viene esaltato così il percorso di ricerca compiuto in passato che oggi trova una sua piena definizione, con un sound che mantenendo integro il legame con la radice tradizionale si apre a contaminazioni e colori sonori di grande pregio. L’intuizione di Roberto Licci prima e del figlio Emanuele poi è stata quella di riscoprire e fare propria la cultura del popolo, muovendosi così con agilità tra i suoni, la lingua e i ritmi tradizionali, facendo letteralmente rivivere un passato ormai dimenticato, creando, o meglio, ri-creando musica popolare. Ben lungi dall’abbandonarsi alle sonorità della “pizzica”, i Ghetonìa sono un gruppo con una identità musicale unica e ben definita, e a dimostrarlo c’è anche la capacità di integrare nella formazione un talento come Admir Shkurtaj, fisarmonicista albanese, che con il suo stile impreziosisce non poco queste rese dal vivo dei vari brani. Se a farsi carico della scrittura dei brani inediti sono i fratelli Salvatore e Antonio Cotardo, che nel disco suonano rispettivamente ance e flauto, ad interpretarli è la voce antica di Roberto Licci che regala emozioni a non finire. Emergono così racconti di viaggio tra le due coste del Mar Adriatico, di speranze, di sogni, e di fughe verso la libertà, brani che hanno radici profonde nel tempo come la title-track, Terra e Sale e Diavika, che si mescolano a spaccati di sonorità balcaniche della Ballata Macedone o a brani tradizionali come i canti di lavoro L’Aria De Lu Trainu e Sutt’Acqua e Sutta Jentu. Riza è dunque un disco prezioso che fa schiudere agli occhi dell’ascoltatore un mondo ricco di fascino come quello della tradizione grika.

Salvatore Esposito

Thoni Sorano - Principia (THS)

Thoni Sorano è un eclettico musicista di origine siciliana, con alle spalle un lungo percorso di formazione che parte dalla danza per evolversi nel canto ed in fine con lo studio della lingua e della cultura turca presso la Facoltà di Lingue e Civiltà Orientali di Roma. Le sue ricerche sulla musica Sufi turca, e più recentemente sulla sua terra d'origine, lo hanno condotto nel 2005 alla realizzazione del suo disco di debutto, che conteneva oltre a brani provenienti dall'area mediterranea e mediorientale, anche brani della tradizione siciiliana e composizioni autografe. Questo disco di esordio ha visto lo scorso anno la sua ristampa in una versione completamente remixata ed arricchita nella tracklist da due brani inediti, uno dei quali è il classico folk siciliano Vitti 'na Crozza con inserti audio tratti da interviste a Pippo Fava e Paolo Borsellino. Il disco prodotto dallo stesso Thoni Sorano e da Salvatore Adorno, che si fa carico anche dei samples e delle tastiere, vede la partecipazione di un ampio cast di strumentisti quali: Alberto Amato (contrabbasso), Salvo Barbagallo (Ney, Arghul, Zurna, Mizweed), Peppe Di Mauro (Bendir, Def, Rik, Castanets, Marranzanu), Fulvio Farkas (Zarb) e Carmelo Siciliano (buzuki, saz, oud, famenco guitar). Dall'ascolto ciò che balza subito all'attenzione dell'ascoltatore è la capacità di Sorano di destreggiarsi abilmente con le varie tradizioni musicali del mediterraneo, così partendo dalla Sicilia e dalle sue tipiche strutture musicali, si viene in contatto con la tradizione musicale mediorientale, con la complessità della musica Sufi con il fascino del cantato turco, persiano, azero, il tutto in un fluire continuo di suggestioni ed emozioni davvero sorprendente. La proposta del musicista siciliano appare così come una sorta di invito al viaggio, alla scoperta delle terre misteriore dell'Oriente, ma anche di quei sottili legami che legano la Sicilia con il mondo Arabo, quasi si fossero riannodati i legami stretti in secoli e secoli di traffici commerciali e con le dominazioni da parte dei Califfati. Un legame, dunque, non solo storico ma anche musicale perchè la tradizione musicale siciliana sembra aver smarrito questa fondamentale contaminazione, che qui torna in vita, in maniera prepotente, con la complicità della musica elettronica ma anche di strumenti tipici dell'oriente. Tornano così a nuova vita brani della tradizione sicula come Alavò, la siminzina e la già citata Vitti 'na Crozza, o tradizionali iraniani (Mahtab), greci (Ai Geneai Pasai) e turchi (Ben Bu Aska) o composizini originali come Cicek Semasi e Dirig Eteme Dosta. Principia fotografa un musicista ed un ricercatore curioso ed eclettico che non mancherà di regalarci ancora tanti altri momenti di grande musica.

Salvatore Esposito

Salvo Lazzara “Pensiero Nomade” – Materia e Memoria (Dodicilune Records)

Talentuoso chitarrista e membro fondatore dei Germinale, famosa prog-rock band degli anni novanta, Salvo Lazzara, da qualche anno ha dato vita a Pensiero Nomade, interessante progetto solista con il quale ha ampliato il proprio percorso di ricerca sonora compiuto in passato. La musica prog è stata, dunque, per lui un trampolino di lancio che gli ha consentito di dare vita ad un sound originale che partendo dalla musica new age, mescola jazz, rock, world music ed elettronica. Dopo aver debuttato come solista nel 2007 con l’acustico Di Questi e Altri Naufragi, e l’incursione nel folk rock mediterrane di Tempi Migliori nel 2009, Lazzara, torna con un nuovo album dal titolo Materia e Memoria, che a differenza dei precedenti, lo vede accompagnato da una vera e propria band composta da musicisti di grande talento come Davide Guidoni (batteria e percussioni), Alessandro Toniolo (flauto e effetti), Luca Pietropaoli (tromba, flicorno, effetti) e Fabio Anile (tastiere e percussioni). Pur ricalcando le atmosfere intimistiche del primo album, questo nuovo episodio discografico del progetto Pensiero Nomade, è un esempio perfetto di contaminazione sonora tra generi diversi, che attraverso una cura quasi maniacale dei dettagli, per opera di Lazzara diventano un tutt’uno originalissimo, nel quale si incrociano echi di musica sperimentale, prog rock e sonorità etniche. Durante l’ascolto ciò che sorprende è la capacità dell’ex Germinale di destreggiarsi abilmente tra la chitarra, il basso e l’oud, mentre al suo fianco spiccano gli interventi della tromba di Pietropaoli. Nel complesso il disco è caratterizzato da un sound evocativo ed ipnotico, nel quale l’elettronica funge da perfetta base sonora sulla quale si muovono i vari strumenti che disegnano eleganti trame sonore che rimandano ora a Brian Eno ora a Robert Fripp, il tutto tenendo ben presente le sue radici mediterranee. Il disco si snoda attraverso un flusso di coscienza musicale nel quale si rincorrono ricordi, suoni, sensazioni, colori, che di tanto in tanto aprono a passaggi di rara bellezza come nel caso del jazz della title track, o della psichedelica folk de Il Vuoto Necessario, o ancora negli spaccati nei quali Lazzara imbraccia l’oud dando vita a magiche atmosfere orientali che uniscono idealmente il Mediterraneo e le Coste Arabe. Di ottima fattura sono anche le divagazioni ambient di Di Nuovo Quiete che, ha tutta l’aria di essere un sincero omaggio agli ultimi King Crimson dei ProjeKcts, l’elettric-folk de Il Senso delle Cose e la travolgente Senza Radici. Insoma Musica e Memoria disegna un percorso sonoro di grande intensità che non mancherà di riscontrare apprezzamenti tanto dagli appassionati di world music quanto da parte dei cultori del prog.

Salvatore Esposito

Mama Grande – Settembre e Il Sole (Etnoacustica)

Noto per essere stato il frontman dei Radio City, storica formazione bolognese combat rock con cui tra gli anni ottanta e novanta pubblicà due dischi di successo (Correndo Verso La Libertà e Sobborghi), Andrea De Luca negli ultimi anni ha focalizzato la sua attenzione sulla sua attività di autore scrivendo canzoni per Federico Poggipollini e Vincenzo Pastano ma soprattutto collaborando con Rigo Righetti, Massimo Bubola e Luca Orioli. Nato nel 2009 il nuovo progetto artistico, Mama Grande, vede il cantautore bolognese abbandonare le sonorità della sua vecchia band ispirate ai Clash, per abbracciare un rhytm & blues grintoso che ben si sposa ai suoi testi sempre incisivi e profondi. Ispirato dalla matrona della Macondo di Gabriel Garcia Marquez de I Funerali di Mamà Grande e Cent'Anni di Solitudine, il gruppo punta a coniugare diverse istanze musicali in uno stile originale e allo stesso tempo ambizioso, nel quale vanno a bracetto la canzone d'autore italiana, il folk, il blues e il country, il tutto però dosato con grande personalità evitando di emulare i colleghi di Oltreoceano. La formazione della band è molto ampia e vede Andrea De Luca nei panni del front-man (voce e chitarra), accompagnato da Enrico De Luca (basso), Vincenzo Pastano (chitarra elettrica), Saverio Pasotti (chitarra elettrica), Simona Bonavita (cori),Francesco Angelini (tastiere), Max Bertusi (batteria), Andrea Camosci (sax), e Federico Benetti (chitarra elettrica). Un anno di rodaggio stradaiolo fatto di concerti e prove, i Mama Grande lo scorso anno hanno inciso Settembre e Il Sole, il loro album di debutto che raccoglie dieci brani inediti quasi tutti composti da De Luca. Nonostante qualche fisiologica caduta in termini di qualità non sempre omogenea, il disco si lascia ascoltare con piacere, e nel complesso si ha la sensazione di essere di fronte ad una band solida e coesa e molto bene assortita. L'esperienza dei singoli musicisti che accompagnano De Luca, è indiscutibile e lo si nota chiaramente nel modo di approcciare e leggere gli arrangiamenti dei vari brani, li vediamo così spaziare con agilità dalle sonorità pop, al folk, dal blues allo swamp fino a toccare il rhytm & blues. Dal punto di vista dei testi ci piace segnalare come la scrittura di De Luca fagociti ispirazioni diverse, che gli vengono anche dal suo mestiere di insegnante. Un dettaglio non da poco questo, infatti, ne risultano infatti alcuni brani di eccellente fattura come la title track, Rivolo di Acqua Azzurra, ma sopratutto Altro Non Vedo, un blues sofferto nel quale il frontman emiliano si supera anche al cantato. Insomma Settembre e Il Sole è un buon inzio e siamo certi che continuando a scandagliare la via americana, i Mama Grande sapranno focalizzare sempre meglio la loro ispirazione.

Salvatore Esposito

Orchestra Maniscalchi – “Diamoci del tu…” (Edizioni P-Nuts)

Giornalista e vulcanico produttore musicale Giorgio Bozzo è il patron della P-Nuts, casa discografica impegnata nel recupero della musica leggera italiana dei primi anni del Novecento, che negli ultimi anni ha lanciato con successo Gennaro Cosimo Parlato, le Sorelle Marinetti e da ultimo anche l’Orchestra Maniscalchi. Con alle spalle l’ottimo debutto Blem blem fiu fiu dum dum, questa simpatica jazz band da balera, diretta da Christian Schmitz, vede oltre ai classici pianoforte, chitarra, basso e batteria, la presenza in formazione anche di una sezione di fiati composta da tre sax, due trombe e un trombone. Il loro repertorio è ovviamente tutto italiano, e spazia dalla musica leggera al jazz della fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta. Rispetto al disco di esordio Diamoci del tu... sembra avere una marcia in più infatti, nel precedente si sentiva la mancanza di un cantante di ruolo, qui finalmente coperto dal talentuoso Gianluca De Martini, il cui passato tra gli Amici di Maria De Filippi non sembra averlo sconvolto più di tanto visto che si dimostra perfettamente a suo agio con il repertorio dell'Orchestra Maniscalchi. Queste canzoni rappresentano uno spaccato importante anche per la storia della nostra nazione, perchè nate nel periodo in cui il Fascismo teneva l'orecchio ben vigile alla radio cercando di evitare che passassero brani d'oltreoceano, e queste canzoni hanno reso meno dure le giornate degli italiani mentre Mussolini dava inizio alla fine con l'entrata in guerra al fianco della Germania. Il lavoro di ricerca alla base di questo disco è stato essenzialmente volto al recupero di una serie di brani ormai poco noti ai più, e così partendo dall'ascolto delle vecchie registrazioni su vinile e da un attento studio degli spartiti originali, si è tirato a lucido un repertorio soprendente che non ha nulla da invidiare a quello delle big band americane. L'Orchestra Maniscalchi così ci sorprende rrecuperando brani come Ma cos'è questa crisi?, Il Pinguino Innamorato e Maramao perchè sei morto?, il tutto eseguito con grande perizia musicale e grande acume esecutivo. Spiace però che questo progetto non abbia trovato una dimensione radiofonica adatta, perchè brani come La Donna Bella Non Mi Va! o My Girl hanno una portata radiofonica sorprendente. Diamoci del tu.. è dunque un opera non solo di pregevole archeologia musicale ma sopratutto un disco piacevolissimo, che allieterà tutti coloro che hanno voglia di fare qualche passo indietro nel tempo alla ricerca delle radici della musica leggera italiana.

Salvatore Esposito

giovedì 19 maggio 2011

Roberto De Simone, Son sei sorelle. Rituali e canti della tradizione in Campania, Squilibri 2010, Euro 95 pp. 372 Libro + 7 Cd

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Quando nel 1978 Roberto De Simone pubblicò Canti e Tradizioni Popolari in Campania, per Lato Side, accompagnato da un poderoso cofanetto composto da sette dischi in vinile edito dalla EMI, andò immediatamente a ruba tra gli appassionati e i cultori della musica di riproposta, che all’epoca andava prendendo sempre più piede. All’epoca non fu preventivata una ristampa della parte discografica, per cui in molti si dovettero accontentare della ripubblicazione del solo libro. Nonostante tutto, quest’opera ha rappresentato per oltre un trentennio un punto di riferimento imprescindibile per tutti coloro che si avvicinavano alle tradizioni popolari campane. Ad oltre trent’anni di distanza, e dopo una lunga fase di gestazione, quest’opera ha finalmente trovato una nuova vita in una versione ampliata ed accuratamente aggiornata dall’autore, curata magnificamente dal punto di vista editoriale da Squilibri, casa editrice da anni ormai impegnata sul fronte della pubblicazione di materiali di archivio di interesse etnomusicologico. Son Sei Sorelle. Canti e rituali della tradizione in Campania, questo il titolo di questa nuova versione del lavoro di ricerca del Maestro De Simone, segna anche un importante tappa per la composizione dell’Archivio Sonoro della Campania, un progetto promosso dall’associazione Altrosud d’intesa con la Direzione Generale per gli Archivi del MiBAC che, seguendo il modello già usato con successo in Puglia ed in Basilicata, si pone come obbiettivo quello di documentare le tradizioni dimenticate, fornendone la fruizione gratuita da parte di appassionati e studiosi. Roberto De Simone nel suo lavoro di ricerca sul campo nei primi anni settanta, ebbe la straordinaria intuizione di portare in studio i cantori e gli informatori e così riuscì a fissare su nastro un sorprendente corpus di canti devozionali, mantenendo intatta la passione e la tensione drammatica delle esecuzioni dal vivo, che avvenivano solamente nel corso delle feste religiose. A queste preziose e, a loro modo uniche, registrazioni, è stato affiancato tutto il materiale inedito raccolto durante le ricerche sul campo, proseguite ed estese nel corso degli anni a tutto il territorio regionale. Il tutto è stato accuratamente riordinato dall’autore, che grazie alla sua peculiare sensibilità artistica, è riuscito a dar vita ad una sorta di opera sinfonica in più parti, da cui ascolto si scopre una tradizione musicale a noi ormai lontana, ma che non smette di parlarci e trasmetterci emozioni. I sette cd, contengono così nella nuova edizione, oltre nove ore di musica, che aprono uno spaccato su un patrimonio straordinario per la sua complessità e per la varità delle sue forme musicali, un patrimonio salvato da Roberto De Simone, poco prima che la tradizione venisse travolta da quell'infarto culturale rappresentato dal rapido susseguirsi del dissesto socioculturale della Campania in generale e di Napoli in particolare. Pochi anni dopo l'opera di ricerca di Roberto De Simone, vennero gli anni ottanta, il terremoto, la ricostruzione, le Vele di Scampia, le mani sulla città, la Nuova Camorra Organizzata, la DC, che con un colpo di spugna fu cancellata una tradizione che parlava al cuore della gente, sostituendola con il vuoto, il niente, che venne ben presto occupato dall'effimero e poi dalla violenza selvaggia. Di questo il primo ad esserne consapevole è lo stesso autore, che nella prima edizione a stento conteneva l'emozione per essere riuscito a cogliere una tradizione musicale ancora viva, pulsante e vitale, mentre nell'introdurre questa nuova edizione non nasconde il proprio rammarico per aver visto dissolversi ogni cosa davanti ai suoi occhi e in un tempo brevissimo, e con essa anche quella profondità devozionale e religiosa che accompagnava i momenti rituali, oggi trasformati in occasioni per fare soldi, o magari accontentare questo o quel politico locale. Si passa poi ad una attentissima descrizione di tutta la strumentazione tipica della tradizione musicale campana, nella quale viene analizzato con dovizia di particolari ogni strumento. Del pari merita attenzione anche la parte dedicata ai vari generi musicali di questo ricchissimo patrimonio. Si spazia dalle fronne, ai canti a figliola, dalle tamurriate agli strambotti, fino a toccare canti di lotta sociale che raccontano la povertà del mondo contadino. Di tutti i brani contenuti nei sette dischi sono presenti delle dettagliate trascrizioni corredate dalla traduzione ma soprattutto dai racconti della ricerca sul campo. L’ascolto accompagnato dalla lettura dei testi, è così un vero e proprio viaggio nel tempo, in un passato ancora vivo, che ancora oggi appassiona, commuove e ci lascia con un pizzico di nostalgia. Attraverso le tracce dei sette dischi e le trecentosettantadue pagine del libro si riscopre un coacervo di tradizioni popolari, dove religione e magia si confondo intrecciandosi, tra credenze popolari e ritualità cristiana. Emergono culti che si perdono nella notte dei tempi come quello della Mamma Schiavona a Montevergine, o ancora usi come quello delle lamentatrici funebri di cui sono presenti le registrazioni di Giulia Cilletti, una delle ultime cantrici ancora in vita all’epoca della ricerca. L’ascolto non è mai avaro di soprese come nel caso di Giovanni Coffarelli, e della sua ineguagliabile voce o dei suonatori di tamburo come Antonio Torre, la cui fantasia e il cui senso del ritmo sono sorprendenti, o ancora la sua omologa famminile Rosa Nocerino, percussionista dotata di grande potenza e dallo stile unico. Dopo aver attinto a piene mani da questa immensa mole di materiale tradizionale, resta l’amaro in bocca, perché guardandoci in torno scopriamo che i pochi eredi in grado di riproporre quella musica, hanno smarrito del tutto l’interiorità religiosa, la sacralità del rito e la passione. Così le parole dell'introduzione di De Simone, sembrano acquisire ancora più peso diventando veri e propri magicini sulla strada di quanti si prendano la briga di operare mistificazioni su questi materiali tradizionali. "... et vitai lampada tradunt", questa frase di Lucrezio sarebbe così stata la conclusione perfetta per quest'opera, infatti come le staffette durante i Vulcanali, si passavano la fiaccola accesa, che rappresentava il ciclo vita/morte del sole, così a noi abbiamo il dovere di difendere la tradizione e per quanto possibile cercare di trasmetterla. Il Maesto De Simone con Son Sei Sorelle come in con gran parte della sua opera, è dunque uno dei grandi lampadofori del nostro presente. Con questa straordinaria opera ci consegna intatta la cristallizzazione di una tradizione popolare, le cui radici si perdono nella notte dei tempi. Un fermo immagine che è memoria, una memoria che a noi spetta non far disperdere, e forse riannodarne anche i fili con il nostro presente, i cui colori ogni giorno diventano più foschi. La tradizione è così un fiume carsico, che attraversa la storia, ora sommerso, ora ben visibile, noi dobbiamo seguirne il percorso, abbeverarci alla sua acqua, tornare alla sua fonte…

Salvatore Esposito

Maria Colegni – Mashinka (Nota)

Il Gruppo Folk Internazionale è considerato come uno degli esempi più brillanti di quella che è stata l’avanguardia del movimento di riscoperta delle forme musicali tradizionali in Italia. Oltre a Moni Ovadia, che ne fu l’animatore e l’ispiratore, era parte di questo ensamble all’epoca rivoluzionario anche Maria Colegni, interprete e ricercatrice raffinata, che anche dopo lo scioglimento del gruppo non ha mai smesso di seguire la sua passione per la musica popolare ed in particolare per quella dell’Est Europeo. Il suo nuovo album Mashinka, vede riunirsi intorno a lei molti di quelli che furono i suoi compagni di avventura nel Gruppo Folk Internazionale a partire proprio da Moni Ovadia per proseguire con Roberta Zanuso, Maurizio Dehò e Gianfranco Calabrese. Ognuno di loro negli anni ha seguito la propria strada, il proprio percorso di ricerca, ma non si sono mai persi di vista, così quando si è presentata l’occasione per unire ancora le forze non hanno esitato ad abbracciare il progetto della Colegni. Della partita sono anche il Rapsodija Trio e Vladimir Denissenkov, ma soprattutto le fotografie Stefano Pallavisini, autore non solo della splendida copertina ma anche delle altre contenute all’interno del libretto. Quasi fosse un concept album, il disco è una splendida raccolta di canzoni in cui si intrecciano i temi dell’amore e della lotta in tutte le loro forme ed eccezioni, andando a comporre un viaggio nel tempo, attraverso terre e lingue diverse. Se Maria Colegni si conferma una straordinaria ed originale interprete, in grado di muoversi con agilità tra tradizioni musicali diversissime tra loro, a Gianfranco Calabrese va dato il merito di aver saputo guidare strumentisti e voci dando al sound un taglio estremamente curato e soprattutto in grado di reggere il confronto con l’eclettico repertorio preso in esame. Ad aprire il disco è il tradizionale Rom Garì garì tziganksy, brano che rimanda vagamente ai dischi del Gruppo Folk Internazionale, ma è con Boum! di Charles Trenet e Nana's lied di Bertolt Brecht e Kurt Weil, che Mashinka comincia a svelarsi in tutta la sua bellezza con le voci di Maria Colegni, Roberta Zanuso e Simonetta Artuso che duettano, dialogano e si sommano con estrema eleganza e vivacità. La splendida Song Of Choice di Peggy Seeger introduce al tradizionale italiano Gorizia, quest’ultima in una versione scarna ma profondissima con le tre voci ancora protagoniste. Si prosegue poi in un fluire continuo di emozioni trasportati da danze rom (Garì Garì), tradizionali bulgari (Vido Vido) e rimandi alla musica yiddish, fino ad arrivare alla toccante L’Isula di Duilio Del Prete, interpretata magistralmente da Moni Ovadia, e nella quale si condanna senza mezzi termini la repressione religiosa. Il vertice del disco sono la splendida resa di Stalingrado degli Stormy Six, e Barcarolla di Jacques Offenbach, tratta dai Racconti di Hoffmann e tradotta in francese da Roberta Zanusa. Mashinka è un piccolo capolavoro che ci riporta indietro nel tempo alle magie del Gruppo Folk Internazionale, il tutto impreziosito dalle voci delle tre cantanti che imprimono ad ogni brano una forza, e una coralità che incarnano benissimo quella che è la voce del popolo sia esso italiano, francese, tedesco, bulgaro, rom o russo.

Salvatore Esposito

Tamikrest – Toumastin (Glitterhouse)

Racconti di un popolo in cammino verso la libertà. Toumastin – così come il precedente Adagh – risente fortemente della difficile situazione socio-politica della popolazione tuareg; situazione che i componenti del gruppo Tamikrest hanno vissuto in prima persona a causa della guerra civile scoppiata tra il 1990 e il 1995. Forgiati dalla sofferenza causata dalla perdita di molti amici e parenti, i Tamikrest decidono di imbracciare le chitarre piuttosto che i fucili, usando la musica come strumento di denuncia della condizione di un popolo nomade che, stabilitosi per lo più nel Mali, continua ancora oggi ad essere oppresso. “The world must listen to the Touareg heart and help them to realise their vision, which is none other than the following: the Touareg demand that the injustice of which they are all victims ceases forthwith, that what is ours by right be restored to us, that’s to say, our lands and the power to determine our own destiny. The Touareg want to live in freedom in their homeland and end of this form of colonisation, which has prevailed since fifty years, in other words, for far too long”; così come si legge dalle note di copertina, il fine ultimo della musica dei Tamikrest è quello di far conoscere la condizione del popolo tuareg, al fine di sollecitare la comunità internazionale, ancora sorda di fronte alle richieste di un mondo – quello tuareg – che rischia di scomparire. I componenti del gruppo crescono suonando le canzoni tradizionali della Kel Tamashek (dialetto berbero) e i canti rivoluzionari dei Tinariwen. L'avvento di internet in buona parte del continente africano, permette ai Tamikrest di scoprire artisti come Jimi Hendrix, Pink Floyd e Bob Marley; musicisti che finiranno con l'influenzare profondamente la composizione dei brani del gruppo. Si assiste quindi ad un caso in cui non è la musica tradizionale che va ad influenzare quella rock ma è invece la musica rock che si insinua in costruzioni musicali di stampo tradizionale, dando vita a brani di grande interesse dal punto di vista musicale. Il tipico canto caratterizzato dal “call and response” di “Tarhamanine Assinegh”, a tratti viene accompagnato da brevissimi riff chitarristici di richiamo orientale. La chitarra elettrica viene suonata fondendo più stili, riproducendo melodie dal forte richiamo tradizionale (“Tidit”, “Nak AmaDJar Nidounia”), che a tratti sembrano sfumare nel blues (“Ayitma MaDJam”, “AiDJan Adaky”), in un vortice infinito di richiami musicali. Tra il coinvolgimento da “caravanserai” di “Aratan N Tinariwen” e il wah-wah psichedelico di “Fassous Tarahnet”, si potrebbe restare piacevolmente stupiti nell'ascoltare quella che è una delle migliori composizioni dell'album, “Addektegh”, composizione per chitarra acustica dal timbro “occidentale”, con un accompagnamento circolare tipico di molti canti tradizionali (non solo africani) sul quale viene improvvisata una melodia che sembra essere un infinito crocevia di rimandi. L'album si chiude con una perla di rara bellezza, “Dihad Tedoun Itran“, in cui la malinconia del canto viene ulteriormente rafforzata dall'intervento del violino e della chitarra elettrica; quest'ultima particolarmente abile nel toccare angoli nascosti della memoria attraverso l'uso sapiente della distorsione, alla quale si contrappone il “pulito” di alcuni crescendo. Sembra davvero di poter percepire il trascinarsi lento della vita; del tempo che si ferma e concede - finalmente - un attimo di riposo per poter riprendere possesso dei propri ricordi e della propria storia, custodita gelosamente dalle sabbie del deserto.

When the stars fall
I listen to the beautiful melody of the wind
it's the time when, all alone, I engage
with my thoughts
I sit longingly, and see nothing
but traces of memories.
My heart speaks to me about some dream
and much besides, much that gives me pain.
The world seems tigh and narrow
when my soul-sister is not here with me.

Chiara Felice

The Bulgarian Voices Angelite with Huun-Huur-Tu & Moscow Art Trio – Legend (Jaro/Egea Music)

Nato da un’idea di Mikhail Alperin il progetto musicale che coinvolge ventotto musicisti tra il coro The Bulgarian Voices Angelite, gli Huun-Huur-Tu e il Moscow Art Trio, è uno degli esempi più intriganti di come, attraverso la musica, si riescano a superare i confini nazionali e quelli delle tradizioni popolari. Vengono messe a confronto ed esplorate le affinità, le differenze, gli incroci e le commistioni tra la musica tradizionale russa, quella bulgara e quella tuvana, grazie al lavoro congiunto di questi tre gruppi da sempre impegnati sul fronte della ricerca sulle fonti popolari della loro terra. Il primo esempio di questo lavoro di confronto musicale è datato 1995, allorchè Alperin portò in studio The Bulgarian Voices Angelite e gli Huun-Huur-Tu per incidere Fly, Fly My Sadness, che raccolse sin da subito un grande successo, non solo da parte degli appassionati di musica folk ma soprattutto per quanti appassionati di musica contemporanea si trovarono di fronte ad un disco assolutamente rivoluzionario. La lungimiranza di Alperin consistette proprio nel mettere alla pari e sullo stesso livello tanto gli elementi musicali tradizionali quanto quelli moderni, non risparmiando energie soprattutto per la cura degli arrangiamenti. Nel 1998 il progetto fu allargato al Moscow Art Trio, di cui fa parte anche Alperin, che fu coinvolto anche nella realizzazione di Moutain Tale, che ha rappresentato il trampolino di lancio verso un successo ancor più vasto e su scala internazionale sugellato da un lungo tour. Legend è il nuovo capitolo discografico del progetto musicale di Alperin, e documenta per intero il concerto tenutosi al Sava Center di Belgrado nel maggio del 2004. I dodici brani contenuti nei due dischi sono così l’occasione per lasciarsi ipnotizzare dalla bellezza delle voci del coro The Bulgarian Voices Angelite, ma anche per apprezzare la potenza delle voci tuvane dei Huun-Huur-Tu. Splendono così armonie vocali, cambi repentini di registro, voci ora stridule ora dure che dialogano e si confrontano abbattendo ogni frontiera. Sbocciano sorprendenti combinazioni melodiche, melismi e diafonie aspre ma anche dissonanze, che ci fanno ritrovare intatti quei ritmi irregolari che avevano ispirato Bartòk. Musica senza tempo dunque, che affonda le radici in Oriente, che regala emozioni come nel caso di New Skomorohi, o dello splendido Grand Finale formato da Alperin. Legend è così un disco prezioso che sintetizza in modo unico i canti della tradizione orale dell’Est partendo dalla Bulgaria, attraversando la Russia fino a toccare la Siberia.

Salvatore Esposito

Maurizio Martinotti, Jordi Fàbregas, Toni Torregrossa, Joan Soler I Amigo – Mar Mur (Temps Records)

Dopo lo splendido Pau i Treva di qualche anno fa, torna il supergruppo formato da Maurizio Martinotti, Jordi Fàbregas, Toni Torregrossa e Joan Soler I Amigo, con un nuovo progetto discografico, che promette non solo di ripetere i fasti del primo disco insieme ma anche di allargare i loro orizzonti musicali. Ispirati dalla poesia di Joan Soler i Amigo, hanno dato vita a Mar Mur, concept album che ruota intorno al tema dell’immigrazione, che nasce sui palchi della Spagna dove hanno avuto modo di rodare a lungo i nuovi brani, e soprattutto di raccogliere sin da subito corali consensi. A guidare il gruppo è l’italiano Maurizio Martirotti, ben noto per la sua attività con i piemontesi Tëndachent, che oltre a curare gran parte degli arrangiamenti, si fa anche carico della composizione di diversi brani, oltre che impreziosire gli stessi con la sua voce, la ghironda e la mandola tenore. Al suo fianco oltre ai complici spagnoli Jordi Fàbregas (voce, chitarra, dulzaina) e Toni Torregrossa (voce e mandola), troviamo una formazione composta da eccellenti musicisti come Isidro “Tito” Pelaez (tarota e flauto), Jordi Macaya (tarota e violino), Enrico Negro (chitarre e mandola), Paco Pi (basso) e Gigi Biolcati (batteria e percussioni). Nonostante il tema dell’immigrazione sia tra i più praticati nell’ambito della musica etnica, i tredici brani di Mar Mur, lo ripropongono da una visione diversa, e forse insolita, dove a parlare sono le voci e le emozioni della gente, e con essa le loro speranze, i loro sogni e la loro ricerca continua di una terra che li accolga. Il titolo che letteralmente significa il mare un muro, vede la musica abbattere le divisioni, e superare distanze, avvolgendo in un unicum, lingue e dialetti diversi, tra Spagna, Catalogna, Paesi Valenciani, Piemonte e Occitania. Il risultato è così un disco sorprendente che abbraccia l’ascoltatore tra i suoi suoni i suoni mediterranei ricchi di suggestioni, invitandolo a solcare il mare in un viaggio immaginario che unisce popoli e lingue. Onore dunque al merito di Maurizio Martirotti per aver saputo dare un seguito a Pau i Treva, lavorando su un sound originale dove l’intreccio tra gli strumenti a corda e quelli a fiato, cesellando ogni nota. Elegante e coninvolgente è anche l’ottima parte ritmica curata dall’italiano Gigi Biolcati, che conferma di essere un percussionista di altissimo livello, e suggella con la sua partecipazione un disco di qualità eccelsa.

Salvatore Esposito

Piero Crida – L’Arte del Camaleonte (Autoprodotto)

Artista multiforme, Piero Crida, nei suoi sessantasei anni, si può dire che ha fatto veramente di tutto, dando prova di talento in vari campi, dalla pittura al design, dalla poesia alla canzone d’autore senza contare la sua attività nell’ambito della moda con le collezioni di Missioni ed Etro, e alcuni gioielli per Pomellato. La sua attività come cantautore parte però da lontano ovvero da V.I.T.R.I.O.L del 1981, disco ormai introvabile ma che sin dal titolo che manda ad un famoso acrostico alchemico, promette di essere tutto eccetto che scontato. A quasi trent’anni da quel disco di esordio, Crida fa ritorno alla musica con L’Arte del Camaleonte, doppio album, ricco di splendide canzoni, suonate con un gruppo di dieci musicisti che impreziosiscono i vari brani con i cimbali, la viola, il putipù, il bouzouki e tanti altri strumenti. Il cantautorato eclettico che caratterizza questi brani si lascia apprezzare alla distanza, vale la pena ascoltare più volte e con attenzione ogni singolo brano, permettendo così di lasciar emergere da ognuno di essi tutte le sfumature e tutti i lati nascosti. I testi in particolare sono caratterizzati da un concentrato di suggestioni che si sostanzia con una grande agilità nell’uso della parola, segno evidente questo di un’ispirazione magmatica. Introdotto da tre simbolici colpi sordi di grancassa, L’Arte del Camaleonte ci svela un cantautore in grado di leggere il mondo che lo circonda con una poetica disillusa, che aderisce magneticamente alle trame sonore disegnate per le canzoni. Usando la parola quasi fossero tratti pittorici, Piero Crida, ci svela il suo immaginario nel quale critiche aspre contro la società, come nel caso di Intro o di Lezione di Religione Politicamente Scorretta, si mescolano a spaccati di intimistici, o visioni poetiche come nel caso di Turquerie. Tra i diciotto brani che compongono il disco, a brillare in modo particolare sono la visione neo-dantesca di Tv Sorrisi e Canzoni, ma soprattutto il brano conclusivo Ultima Sciocca Canzone in cui Crida mette a nudo se stesso e la sua arte. L’Arte del Camaleonte è un disco di rara bellezza, che piacerà certamente a tutti i cultori del cantautorato italiano. La sua originalità stilistica e lo spessore dei suoi testi rappresentano una ventata di novità per scena italiana. Difficile che lo si veda in giro a promuovere queste canzoni, perché alle luci della ribalta Piero Crida preferisce la serenità e la tranquillità della sua casa, non vi resta che cercarvi su internet il disco e non lasciarvelo scappare.

Salvatore Esposito

Arangara - Terra di mari (Galletti Boston/Edel)

Nati nel 2005 da un idea del cantautore Gianfranco Riccelli, gli Arangara sono un gruppo formato da musicisti calabresi residenti a Bologna e venuti in contatto grazie a quella importante fabbrica di idee e creatività che era il collettivo E.C.U. Oltre al già citato Riccelli (chitarra, mandolino e armonica) che si fa anche carico insieme a Cinzia Liuzzi delle parti cantate, la formazione degli Arangara è composta da Salvatore Gerace (tamburi a cornice, organetto, zampogna, marranzano, lira calabrese), Febo Nuzzarello (chitarra classica), Francesco Panarese (batteria, percussioni), Massimiliano Paternò (basso), e Giuseppe Presicce (violino). Sebbene il loro percorso parta da un intenso percorso di ricerca sulle fonti tradizionali, nella loro cifra stilistica convergono influenze che spaziano da Fabrizio De Andrè a Francesco Guccini, da Leonard Cohen a Bob Dylan fino ai cantori della tradizione come Otello Profazio, Ignazio Buttitta e Rosa Balistrieri. Negli ultimi anni hanno avuto modo di maturare una considerevole esperienza sui palchi di tutta Italia, ma sin dagli esordi ciò che ha contraddistinto la loro proposta musicale è stato senza dubbio il tentativo di coniugare la tradizione popolare con la canzone d’autore italiana. Terra di Mari, il loro nuovo album, rappresenta un importante punto di svolta nella loro carriera, infatti l’attitudine ai brani cantautorali sembra più marcata rispetto al passato, sebbene il legame con i suoni e gli stilemi tradizionali sia invariato e non è un caso che per la scrittura al fianco di Riccelli, compaiano i nomi prestigiosi dello scrittore Carlo Lucarelli, e di alcuni cantautori come Claudio Lolli, Pierangelo Bertoli ed Andrea Buffa. L’ascolto rivela dodici brani di ottima fattura caratterizzati da arrangiamenti essenzialmente acustici, nei quali uso di strumenti tipi della propria terra e del dialetto calabrese, sono funzionali ad una commistione sonora che parte dalle Coste della Calabria e per toccare quelle del Mediterraneo. Ad impreziosire i brani ci sono i testi, sempre profondi e ricchi di poesia e sentimenti, che raccontano il Meridione d’Italia e la Calabria con le sue bellezze, le sue contraddizioni e i suoi problemi. Si spazia così dal racconto di una tragica morte sul lavoro de Il Sogno di Volare del cantautore lecchese Andrea Buffa, a Nemmeno Tu testo inedito di Pierangelo Bertoli musicato magistralmente da Riccelli, passando per brani di matrice tradizionale come l’iniziale Novella Scura, La Ballata della Luna, A Pippa e Sed Libera, un intenso canto di protesta e denuncia sociale. Un discorso a parte lo invece l’intensa Stracci e Dicerie, nella quale compare come co-autore Claudio Lolli, e che racconta la storia di una persona scomparsa, forse morta addirittura, che l’unica traccia lasciata è un mucchio di stracci e una scia di falsità sul suo conto. Tra i brani meglio riusciti vanno citati la lettera di un analfabeta di Mio Caro Presidente, Se Leggete, e la conclusiva Terra di Mari, un brano dal grande spessore poetico e dalle atmosfere evocative. Se proprio si volesse trovare qualcosa che forse stona è l’intervento di Carlo Lucarelli ne i Musicisti di Carlo Lucarelli, brano divertente ma autoreferenziale quanto basta per risultare stucchevole, e che niente aggiunge e niente toglie ad una raccolta di brani di grande spessore artistico.

Salvatore Esposito

Alta Madera e Gabriele Mirabassi - En vivo! (Materiali Sonori)

Molto noti per la loro attività concertistica in Toscana e in generale in tutta Italia, gli Alta Madera sono un trio latin-jazz composto dal cubano Ruben Chaviano al violino, Mino Cavallo alle chitarre e Filippo Pedol al contrabbasso. Nel loro percorso musicale si contano due ottimi dischi, tra cui il più recente Velas, che ha confermato quanto di buono era emerso dal loro disco di debutto, ovvero la rivisitazione in chiave jazz della musica latino-americana. In occasione dell’edizione 2005 della rassegna “Orienteoccidente”, al trio toscano si è unito il talentuoso clarinettista Gabriele Mirabassi e insieme hanno dato vita ad un affascinante concerto tenutosi a Posticino in provincia di Arezzo. A documentare questo live act, è En Vivo che raccoglie una selezione di brani che travolgono letteralmente l’ascoltatore in un flusso melodico dettato dall’interplay continuo tra chitarra, violino e clarinetto, scandito dalle ritmiche pulsanti del contrabbasso. Ad impreziosire il tutto c’è una buona dose di improvvisazione jazz con Chaviano che trova in Mirabassi trova un complice perfetto, in grado di ampliare gli orizzonti del sound del trio. Ottimo è anche l’apporto di Cavallo che si destreggia agilmente tra le parti ritmiche e quelle soliste mentre a Pedol è demandato il compito di sostenere tutta la ritmica, non prevedendo la formazione l’uso delle percussioni. Gli Alta Madera dimostrano così di saper dosare saggiamente la loro sensibilità jazz con le istanze etniche ed in particolare mediterranee, e l’apporto di Mirabassi, grande appassionato della tradizione musicale sudamericana, aggiunge al sound eleganza e raffinatezza. Si spazia così dal Brasile all’Argentina, da composizioni originali a firma di Chaviano e Cavallo, a splendide riproposizioni come Claudia di Chucho Valdez o Loro di Egberto Gismondi con il violinista cubano in gran spolvero. Tra i brani migliori vanno segnalati la travolgente Blanquita, l’allegra El Malecon ma soprattutto Tango Pugliese, nella quale convivono alla perfezione l’anima lirica e quella ritmica di questo sodalizio. En Vivo! è un disco godibilissimo che non mancherà di affascinare tanto gli appassionati di jazz quanto i cultori di musica sudamericana.

Salvatore Esposito

Uross – 29 Febbraio – Lo Squilibrista (Olivia Records/waveahead.com)

Rock band pugliese di base a Monopoli, gli Uross nascono nel 2005 e dopo una lunga serie di concerti e partecipazioni a festival, giungono al disco di debutto con 29 Febbraio – Lo Squilibrista. Ispirati tanto dal rock di U2, Rolling Stones e Led Zeppelin quanto dal cantautorato italiano di Ivan Graziani e Rino Gaetano, questi ragazzi di belle speranze propongono un rock cantautorale gradevole che li fa assomigliare ai Rossofuoco di Giorgio Canali ma anche ai più recenti e pretenziosi Marlene Kuntz. Il gruppo formato da Uross (voci e chitarre), Fashion (basso), Andrea B (tastiere) e FredFallo (batteria) e vede la sua line-up per l’occasione arricchita da due special guest ovvero Andrea Acquaviva alla chitarra e Giorgio Distante alla tromba, che contribuiscono a rendere più ricco il loro sound. L’ascolto è senza dubbio coinvolgente e stimolante dal punto di vista musicale, ma non tutto fila per il verso giusto o meglio, troppo spesso i brani della band barese rimandano a questo o a quel gruppo, il che non è un peccato ma svilisce quanto di creativo riescano a produrre senza guardarsi intorno. In questo senso vale la pena citare i primi tre brani ovvero la travolgente Amaro, L’Urlo e la poetica Psychoman, che dimostrano in modo abbastanza concreto quali siano le potenzialità degli Uross. Nell’alternanza tra brani elettrici dalle ritmiche violente e ballate dai testi incazzati e scanzonati allo stesso tempo, si scoprono brani interessanti come La Canzone Di Natale (Anche Quando Natale Non E’) o Godot con la tromba di Distante in bella evidenza o ancora Ormai Andato. Il meglio però arriva con Sciarrabball, unico brano in dialetto del disco, che lascia intravedere una possibile strada da percorrere per questa band che, sebbene ricca di talento, ricalca un certo tipo di rock fin troppo abusato in Italia.

Salvatore Esposito

giovedì 5 maggio 2011

Canti Gloriosi: Intervista a Giovanna Marini

Giovanna Marini è una delle più grandi leggende della musica italiana, tanto per essere stata protagonista della stagione della Canzone di Protesta, ma soprattutto per la sua attività di ricercatrice e di compositrice, per la quale ha riscosso negli anni un grande successo all’estero. In concomitanza con la pubblicazione del disco Canti Gloriosi per una Patria che trema, inciso con il Quartetto Urbano, l’abbiamo intervistata per ripercorrere insieme a lei i punti salienti della sua carriera artistica.

A cura di Salvatore Esposito

Da dove nasce la sua passione per la musica popolare? Com'è nato il suo percorso di ricerca?
Sono nata e vissuta sempre circondata dalla musica. Sono figlia di musicisti e compositori. Mia madre era pianista e direttore d'orchestra, mio padre, che è morto molto presto a ventinove anni, aveva già scritto pezzi importanti per i quali è conosciuto come compositore neoclassico. Insomma, sono nata con quest'eredità sulle spalle e come era naturale ho frequentato il Conservatorio sin dall'età di sei anni, poi ho smesso verso i dieci. Uscita dal Conservatorio, sono stata in Inghilterra e poi mi sono rimessa a suonare, finché poi mi sono diplomata. La mia vita era quella di una musicista classica, scrivevo musiche da film, e ho fatto questo fino al 1962-1963 quando incontrai Harold Bladley che aveva fondato il Folkstudio a Roma. Eravamo amici e lui mi chiamava per andare lì a suonare pezzi classici. Non conoscevo la musica popolare, però un giorno passò di lì Izzy Young, il grande cantore americano e così scoccò la scintilla per il mio interesse verso la musica popolare americana. Andai anche negli Stati Uniti per seguire mio marito che era fisico nucleare. Lì conobbi Woody Guthrie, e mi si aprì un mondo, che mi interessò molto. Già prima di partire al Folkstudio avevo conosciuto Roberto Leydi, che mi aveva affascinato molto con le sue ricerche, facendomi sentire musiche, che non avevo mai sentito e che trovai stimolate come fosse musica contemporanea, perché era talmente antica, talmente arcaica nei modi, che mi rapì totalmente. Tornata in Italia, mi misi a studiare la musica popolare italiana, ricercando sui dialetti, perché capii che era una cultura, una lingua musicale particolare. Così presi ad avvicinarmi al canto di tradizione orale, andando a cercarlo nelle campagne come mi aveva detto Roberto Leydi. Prima andai dalle persone che mi aveva indicato lui, perché non si può cominciare una ricerca al buio. Andai da Giovanna Daffini a Reggio Emilia, e trovai i canti delle campagne, che avevano già registrato Gianni Bosio, Roberto Leydi e tutti questi signori che avevo conosciuto e che trovavo molto interessanti, certamente molto di più di un compositore classico. Erano più vivi, più vicini alla terra, alla gente. Decisi poi di andare nel Salento e cominciai un mio percorso di ricerca personale. Era la prima volta che qualcuno andava lì giù dopo il passaggio di Alan Lomax e Diego Carpitella. La cantora più brava di Lomax era la mamma di un ragazzo di quattordici anni, Luigi Chiriatti, che mi cantò parecchie cose lui stesso. Lui suonava molto bene il tamburello e mi fece conoscere il gruppo con il quale si esibiva, quello di Bucci (Caldarulo ndr), gente legata a Rina Durante, che putroppo è morta. Lei era una animatrice della ricerca. Così entrai proprio nel vivo di questo percorso. Intanto avevo già fatto gli spettacoli Bella Ciao con Dario Fo, Ci Ragiono e Canto, erano attività parallele che facevamo con il Canzoniere, sempre su materiale di ricerca. Quindi ormai ero in quel mondo lì, pur senza lasciare mai la mia prima disciplina che era la musica classica, quindi quando mi misi a scrivere per me, dei canti, questi hanno sempre risentito di una matrice classica, come del resto tutto il materiale per il quartetto. E' materiale da quartetto vocale, ma scritto come se fosse un quartetto d'archi, però cantato con le voci, proprio perché sono abituata alla scrittura classica, nella quale inserisco dei modi della tradizione orale, perché li trovo affascinanti.

Foto di Daniele Scudieri
Ciò che però l'ha resa famosa in Italia sono le canzoni di denuncia sociale...
E’ vero. In Italia sono ricordata soprattutto per quel tipo di canzoni, diversamente in Francia sono più nota per le composizioni classiche, per il quartetto vocale, cose sì impegnate ma non legate alla protesta del momento. In Italia sono stata proprio dentro al movimento di protesta. Non posso dire di essere stata coinvolta, ma mi ci sono buttata dentro proprio io, perché all’epoca mi interessava molto. I miei amici Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli erano persone coinvolte e io stessa li aiutavo nelle canzoni perché ero quella che sapeva la musica, li supportavo negli arrangiamenti e poi cantavo con loro. Poi mi venne la voglia di scrivere dei canti impegnati come I Treni Per Reggio Calabria, finché non mi allontanai rapidamente non da loro e da quel tipo di scrittura che trovavo un po' di retroguardia. Diversamente, a livello personale sono sempre rimasta loro amica. I canti di protesta musicalmente non dicono granché, invece a me piaceva inventare un po' di più e allora scrissi La Ballata dell'America, La Ballata della Chiesa, La Ballata dell'Eroe, quelle dodici ballate divise tra il 1967 al 1979. Ci sono anche delle forme di melodramma, delle forme drammatiche, poi sono passata a scrivere il Requiem e altre cose che esulano dall'impegno diretto.

Parlando della ballata lunga una delle più rivoluzionarie fu senza dubbio, Viva Voltaire e Montesquie...
Viva Voltaire e Montesquie era una delle mie ballate riflessive. Non ne potevo più di questa retorica del sessantottino, che deve essere puro e non integrato nel sistema quando la vita che facevamo era di una integrazione completa. Questi decaloghi del buon sessantottino, quando venivano espressi mi davano molto fastidio per la loro incoerenza ed illogicità. Era malafede proprio. Allora volli scrivere questa cantata, che fu molto contestata all'epoca, cantarla nel 1968 era una provocazione, proprio. La scrissi proprio per motivi politici.

Nel 1976 è nato il quartetto vocale, può ripercorrere la sua storia...
La vita del quartetto è stata sempre animata in modo vario, in quanto le mie collaboratrici non sono sempre rimaste le stesse. Prima sono venute le sorelle Di Nola, subito dopo Lucilla Galeazzi e con lei ho collaborato per diciotto anni. Poi, ancora, c’è stata Patrizia Nasini, che aveva questa voce straordinaria e che in certe cose assomiglia a quella della Daffini. E' molto varia e dotata in tutti i sensi. Hanno fatto parte del quartetto anche Maria Tommaso, la Breschi. Insomma si è arricchito sempre di persone diverse che portavano la loro esperienza, ad esempio adesso abbiamo con noi la Bovi che è una conoscitrice esperta, forse la più esperta in Italia, del canto medioevale e rinascimentale e ha il suo gruppo Micrologus. Ognuna ha portato una sua vocalità e particolarità, e io sono molto contenta di questo. Non sono allieve mie nel senso stretto della parola. Non ripetono quello che faccio nel senso stretto della parola, hanno personalità diversa. Francesca Breschi è una rockettara, e fa delle canzoni sue. E' una conoscitrice della canzone innanzitutto e da quanto ci siamo conosciute è diventata anche una studiosa di cose popolari. Lei è andata poi al D.A.M.S. ha approfondito. La Nasini invece ha un gruppo fusion del quale è la vocalist. Devo dire che sono persone che portano un loro contributo vocale. Io invece sono quella scrive tutto, creo gli arrangiamenti, trascrivo le partiture per il quartetto e propongo i canti popolari armonizzandoli per loro. Sono poi loro a renderli orali nel modo di cantarli, una cosa che abitualmente una cantante non fa. Loro fanno realmente musica orale e questo vuol dire molte prove. Prima provavamo moltissimo, adesso che abitiamo ai quattro poli, ai quattro punti cardinali, è più difficile ma ci incontreremo presto. Ci vedremo a casa mia per una decina di giorni a casa mia per lavorare allo spettacolo che dobbiamo fare insieme in svizzera una nuova cantata, che sarà poi portata in Francia. Questo è il fatto che noi cantiamo, il quartetto agisce soltanto all'estero e in Italia è rarissimo che ci chiamino. Abbiamo fatto un concerto a Bologna in Maggio e basta.

Come vive questa poca recettività dell'Italia verso certi canoni musicali...
La scena musicale italiana è guidata molto dalle case discografiche, quindi sono loro che fanno la musica e sanno quello che vogliono. Io sono molto critica e mi arrabbio quando sento questo benedetto conformismo musicale, che fa fare arrangiamenti tutti uguali. Anche canzoni belle come quelle di Lucio Battisti diventano tutte uguali perché quando c'è un arrangiamento sotto è un disastro. Non si riesce a fare arrangiamenti intelligenti. La Teresa de Sio, secondo me, è l’unica ad impegnarsi nel creare arrangiamenti che non seguano questi canoni portanti stereotipati. Ultimamente di questo abbiamo fatto una lunga conversazione insieme. C’è un conformismo insopportabile. Fanno tutti la stessa cosa. Non si ha più nessun interesse. Se uno guarda la trasmissione Amici e come vengono preparati questi ragazzi, c'è tutto il regresso italiano rispetto alla canzone. Non si riesce a sentire una cosa fatta bene. Se io penso a come si lavora in America, penso a quando Leadbelly si accompagnava facendo la melodia con la chitarra su una corda sola, magari. L'hanno seguito gli hanno dato credito, perché era interessante, originale. Ma vogliamo svegliarci una volta per tutte? In America hanno dato fiato a Frank Zappa. Da noi non si riesce a dar fiato a nessuno e ce ne sarebbe di gente brava e di talento. Lo ammazzano subito, gli impongono dei maestri arrangiatori che pensano alla cassetta, a fare cose che non sorprendano che non diano fastidio e viene questa musica piatta, scialba che dimostra come l'Italia sta cadendo, è l'ultimo paese in tutte le cose e mo' anche nella canzone fa schifo. Questo mi dà molta pena e quello che faccio io in Italia non solleva una piega. Quei mille spettatori che quando faccio uno spettacolo a Roma vengono tutti e mille sono sempre gli stessi li conosco tutti per nome e basta.

Viceversa in Francia ha avuto un altro tipo di risposta. La Francia è più ricettiva come dicevamo prima…
Là sono anni luce avanti rispetto a noi come in Inghilterra, non ne parliamo.

Prima abbiamo parlato di Ivan Della Mea, vorrei che ne tracciasse un ritratto a quasi due anni dalla sua scomparsa...
Ivan l'ho conosciuto nel 1963 era un ragazzo molto dotato per la musica, aveva una vena spontanea, ma era assolutamente incolto. Questo non vuol dire niente, perché ho visto che i migliori cantori erano quelli che meno sapevano di musica, ma erano quelli più dotati dal punto di vista del talento. Il fatto di non conoscere la musica rendeva per loro tutto più semplice, e questo senza vergogna. Ivan realizzava splendide melodie, aveva proprio l'ispirazione pucciniana, era toscano, come dire un’ispirazione mascagnana. Una vena di belle arie aperte. Ha scritto bellissime canzoni. Il Juan è una ballata lunga magnifica, ma quelle più belle sono quelle meno note, Mio Dio Teresa Che Sei Bella, Il canto per la morte della madre, C'è l'ulivo e il sole. Ci sono canzoni di Ivan bellissime, musicalmente parlando. Io e lui siamo stati molto legati per sempre, fino alla sua morte. Abbiamo collaborato sempre. Lui dirigeva l'Istituto De Martino e quindi pur abitando lontani ci telefonavamo quasi ogni giorno.

Altra figura importante nel suo percorso musicale è Giovanna Daffini, di cui ci raccontava poco prima…
La conoscenza con Giovanna è stata fondamentale perché era una cantastorie straordinaria, aveva fatto la mondina, conosceva tutto il repertorio delle mondine, quello politico. Era una cantastorie con voce da cantante, con questi vibratini, queste voci impostate tutte in testa, e anche parzialmente in gola, nel corpo. Poi aveva un’estetica particolare della canzone. Era una persona che aveva una generosità straordinaria. Giovanna era per noi un modello. Fare uno spettacolo con lei era un piacere perché si era sicuri di avere successo tutti quanti. Lei contagiava tutti, con questa voce che ci superava in volume ed in altezza tutte le nostre voci, perché era una voce da contadina e quelle sono voci pregevoli se sono usate bene.

Venendo al suo impegno con il Circolo Gianni Bosio, mi piacerebbe parlare del progetto che la vede impegnata con la Banda del Testaccio...
Sostanzialmente la Banda è opera di Silverio Cortesi che ne è il direttore. Essendo molto giovane e musicalmente preparato, ha vissuto proprio gli anni ruggenti. E’ venuto alla scuola di Testaccio e ora dirige stabilmente la nostra banda e da una ventina d'anni facciamo insieme l'interclasse, un corso di canti politici legati alla banda. Da lì è nata poi l’idea di fare concerti anche in giro per l’Italia. Abbiamo scelto queste splendide armonizzazioni di canti non tutti molto conosciuti, penso a quelli Piemontesi o Napoletani del 1799, ci sono i canti per Anita Garibaldi, Canti della Resistenza. Lui ha messo tutto in forma per banda, persino Addio Lugano in una forma molto bella e molto classica. Venezia ad esempio è uno di questi canti che lui ha armonizzato con grande delicatezza e sensibilità musicale. Lo abbiamo ripreso anche con De Gregori, è l'ultimo brano del disco, ma come certamente saprà, nel disco c'è anche un'altra versione io e lui da soli in un'altra forma in cui Francesco aveva insistito di farlo perché mi faceva, ed era molto fiero di questo, la terza sulla voce mia, il che non era molto corretto musicalmente parlando. Gli dicevo: “A’ France’ non lo puoi fare così perché è scorretto, quella terza deve star sotto non sopra!”. E Lui mi diceva: “No no. Senti! Senti!”. Tanto ha fatto a forza di cantarmela che mi è entrata nelle orecchie, tanto che poi l'ho trovata anch'io interessante. E questo le dicevo, quando uno non se ne intende di musica, inventa cose incredibili. Francesco lì, andava contro le regole armoniche però ci ha azzeccato perché era carina come l'ha fatta lui. Riusciva a fare questa terza sopra ed io non riuscivo a farla proprio. L'abbiamo suonata così e lui era molto soddisfatto, glielo dico. Perché pensava di averla fatta secondo il suo modo di vedere. Quando poi ha ascoltato la versione delle Mondine, ha detto facciamo anche questa, anche perché loro si riconoscono in questa piuttosto che nella mia. Così le abbiamo cantate entrambe.

Ha appena accennato a Sento Il Fischio Del Vapore con Francesco De Gregori. Vorrei che lei ci parlasse del suo rapporto artistico con lui…
Tra me e Francesco c'è un grande rapporto di amicizia, ci conosciamo da molto tempo. Ci siamo cominciati a frequentare nel 1970. Lui è venuto a casa mia, ma già lo conoscevo perché era uno dei ragazzi che venivano al Folkstudio ed era molto sensibile, stava sempre a sentire tutto. Poi un bel giorno mi ha detto: “Vengo a casa tua, ti devo far sentire delle canzoni”. Un giorno venne e mi fece sentire Buonanotte Fiorellino e una bella canzone sul vice presidente americano di allora, che non mi ricordo più come si chiama. Alla fine mi disse: “Io voglio cantare con voi”. A lui piaceva cantare i canti che interpretavamo noi e li rifaceva spesso, tanto è vero che poi li abbiamo cantati nel disco. Io gli dissi: “Però Francesco guarda che tu sei controcorrente perché tutti quelli che vanno là, fanno tutti canti politici come Finardi. Tu mi vieni con Buonanotte Fiorellino. Che facciamo con Buonanotte Fiorellino?”. Questa fu poi una delle cose per cui fu molto criticato. Gli fecero quell'attacco al PalaLido di Milano. Francesco però insisteva ed aveva ragione e mi diceva: “Ma allora che cosa posso fare?”. E io gli rispondevo: “Tu devi avere un lancio da parte di una grossa casa discografica perché le tue canzoni sono belle”. A quell'epoca ancora le case discografiche non erano delle macchine per fare soldi e basta, facevano anche delle canzoni buone. C'era gente in gamba, Giancarlo Governi, Vincenzo Micocci della RCA, l'ho frequentato tanto perché ci capiva e io gli mandai Francesco ed Antonello Venditti. Gli fecero subito il contratto a tutti e due. Così da allora siamo rimasti sempre in contatto. Ricordo dissi: “Che fai? Vai a suonare con Caterina Bueno che cerca un chitarrista?”. E lui andò a fare il chitarrista. Caterina Bueno era legata a noi. Così entrò nel mondo nostro che lui amava molto. Solo come simpatizzante perché aveva capito che la sua strada era alla RCA, in un altro mondo. Infatti quel mondo lì gli stava benissimo, allora, adesso come tutti hanno molti problemi con le case disgrafiche. Allora la RCA era veramente una fonte di aiuto per questi ragazzi giovani. Francesco e Antonello stettero fermi quasi due anni, perché Vincenzo Micocci non gli fece sconti per niente. Dopo però partirono in quarta e li usarono moltissimo, gli fecero fare dei giri molto produttivi per loro, per farsi conoscere ed andò benissimo. Francesco ed io siamo poi rimasti sempre in contatto. Io seguivo tutti i suoi successi, e quando lui ebbe questa botta tremenda del PalaLido, mi sono fatta viva gli ho mandato un telegramma. Lui era disperato. Era 1977, poi si sposò, fece i bambini, insomma decise di mettere su famiglia. Qualche anno dopo arrivò Dalla a tirarlo fuori dalla depressione, a dirgli smettila di fare il depresso e lo portò a fare Banana Repubblic. Quello fu il momento duro per Francesco, fino ad un altro momento non così duro, ma comunque difficile che fu qualche anno fa quando venne da me. Quando viene, senza avvisare e con i cioccolatini, so è successo qualche cosa. Io gli dissi: “Francè ma che ti succede?”. Lui si era piazzato qua in silenzio e poi tutto ad un tratto mi ha detto: “Facciamo questo disco insieme!”. Era tanto che mi diceva che voleva fare un disco con me. Io gli rispondevo: “Ma cosa possiamo fare insieme? Non abbiamo lo stesso materiale. Sta' buono. Continua a fare le tue cose che sono così belle e io continuo a fare le mie cose. Ho la scuola e poi di canzoni io ne faccio poche”. Non capivo cosa volesse. Poi mi ha spiegato che voleva fare quelle che a lui piacevano tanto che erano le canzoni del Bella Ciao, quelle popolari. Mi venne in mente che Gianni Bosio trent'anni prima di morire nel 1971 aveva incominciato un progetto. Un quaranta e passi anni fa, aveva cercato di diffondere le canzoni da noi trovate, che erano rare, cose che in Italia ancora non avevano alcuno spazio. L’idea era quella di farle conoscere facendole cantare da cantanti conosciuti, però controllando direttamente l'uscita. Facendo dischi con i libretti che raccontassero la storia della canzone, che non fossero canzoni buttate là senza un senso che sarebbero state divorate come è stato per la World Music, con dentro roba bella, roba brutta. Senza sapere da dove viene e cos'è. Si pensava a dischi con dei libretti con i canti delle mondine, cantati da Anna Identici, Rosanna Fratello, Celentano. Era un’idea non male ma andava assolutamente controllata da Gianni, che era un intellettuale, che sapeva fare i contratti giusti, imporre il nostro volere. Poi Gianni morì lasciando aperto questo progetto. Successe così un piglia piglia la Cinquetti cantò Sciur Padrun Da Li Beli Braghi Bianchi, che fu un grande successo senza spiegare niente e buttandola in un disco qualsiasi. E' successo quello che temeva Gianni Bosio e che avrebbe voluto fare controllando. Lì invece nessuno di noi è riuscito a controllare. Lasciammo così perdere il progetto di Bosio. Quando Francesco nel 2002 mi propose quella sua idea collegai le due cose e gli dissi: “Mi pare che con te si possa fare. Va benissimo, facciamolo!”. Ho chiamato Ivan Della Mea, Gualtiero Bertelli e abbiamo deciso di dargli il materiale e di rifarlo. E così lo abbiamo cantato ed è stato per me molto divertente e molto interessante, perchè ho imparato molte cose. C'era Guido Guglielminetti, il capobanda, che dirigeva gli arrangiamenti e seguiva molto il gusto di Francesco. Del resto lui rifletteva molto su come fare, guidava lui, ma Guido era quello che metteva le note e io mi sono sfilata completamente di ruolo, quando ho visto la sensibilità di questi ragazzi. C'era anche Paoletto (Giovenchi ndr). Gente che suonava veramente bene, Alessandro (Arianti ndr) il piemontese che suona il piano, Alessandro (Svampa ndt) il batterista. Abbiamo inciso questo disco a Spello a casa di Francesco in un clima molto rilassato e tranquillo. Pensavamo questo è per la nostra memoria e Francesco ripeteva sempre: “Non faremo una liram non lo mettiamo manco in vendita perché è per noi!”. Così facendo, “E’ per noi, è per noi!”, lo sentì un dirigente della Sony che ci consigliò di pubblicarlo subito e di non tenerlo assolutamente nei cassetti. Così il disco uscì…

… e fu un grande successo, ricordo anche i video, quello di Saluteremo il Signor Padrone...
Abbiamo venduto più di centottantamila dischi. Un successo che però è stato ben lungi dallo sputtanare il canto popolare. Ha fatto conoscer a molti giovani queste canzoni di cui loro non avevano idea. A me personalmente mi ha consentito di tornare a lavorare in Italia, perché io sono molto conosciuta in Francia e Svizzera romanza dove parlano francese. In Italia non ero più conosciuta se non come quella che canta Bandiera Rossa. Una cosa che tra l'altro mi seccava anche molto.

Ci può parlare del Moviemnto Musica e Realtà?
Là c'erano tutte queste spinte ma sono state tutte frustrate, buttate giù. Musica e Realtà nacque negli anni settanta, dal 1975 in poi e fu un bellissimo movimento animato da Luigi Pestalozza, che ancora oggi dirige la rivista Musica e Realtà. L’idea, portata avanti da Luigi Nono, Luciano Berio, e i grandi nomi della musica classica come Pollini, era quella di avvicinare alla musica il vasto mondo operaio e quegli strati di società che meno frequentano i concerti, le sale da concerto e i teatri. Tuttociò non mettendo steccati fra la musica colta, la musica di varietà, la canzone, la musica popolare. Quindi unendo la prima parte che cantavamo noi, e la seconda di Pollini, la gente aveva l’opportunità di mettere a confronto il canto, il discanto umbro con la 127 di Beethoven. Si riusciva ad avere queste molteplicità di forme musicali espresse in una sola serata e in un solo luogo. Erano luoghi scomodi, fabbriche, saloni delle mense, però piaceva così e forse non era perché piaceva, ma perché nessuno ci avrebbe dato un teatro per farlo. Sono stati fatti parecchi di questi spettacoli. C'era Canino, un ottimo pianista che suonava tutte le cose moderne, le sonatine di Schoenberg, faceva sentire e spiegava anche la musica alla gente. Quello è stato un periodo estremamente verde, ma poi anche quello si è ammosciato, afflosciato. Però devo dire che ha fatto sorgere il dubbio a molta gente che ci fossero cose molto più interessanti che quelle che loro sentivano. Certi canali si sono aperti, anche se timidamente per esprimere musiche differenziate di diverso tipo ma sempre di qualità. E credo che adesso anche voi, ve ne avvantaggiate. Quelli che di voi si interessano di più che vanno a cercare, possono trovare se vogliono queste cose.

Foto di Jean Barak
Esiste collegamento tra la poesia e la musica popolare...
C'è l'ottava rima che è proprio la poesia popolare, ma è anche molto interessante l'acrostico che fanno in Sardegna nei canti a Tenores. Guardi ci sono cose, tipo l'ottava rima, che ha delle regole precisissime, come del resto la quartina, il sonetto. Sono forme colte che però sono coltivate solo dalla classe contadina. Piano piano, visto che i contadini non ci sono più sono state trasmesse ai loro figli, che sono laureati, ma che vanno in giro a fare le gare canore dove devono improvvisare secondo le regole della rima ABABABCC, con questa famosa CC finale, che è la rima che si fornisce all'avversario che con quella C deve fare la rima ABABABCC in sua risposta. Quello che fanno in Sardegna è ancor più complicato, e lo fanno molto bene, fanno delle ottave di endecasillabi in cui l'inizio di ogni frase di ogni verso viene poi messo per esteso tutte le sillabe una dopo l'altra nell'ultimo verso e deve fare una frase completa nell'ultimo verso di undici sillabe. Ed è interessantissimo e lo fanno improvvisando. Queste sono cose tecniche bellissime che poi sono state seguite dalla poesia classica. La forma ABABABCC, la forma ABA con il B che deve essere una piccola variante della rima della A è usata da Rimbaud da grandi poeti. E' usata nella canzone di Jacques Prevert, Brail. E' una forma di cultura popolare che si infila nella cultura colta come la musica di tradizione orale. Senza dare scosse, insomma. Fa parte della tradizione colta.

Ci può parlare della sua esperienza maturata con il teatro?
Quella mi appassiona molto e mi piace moltissimo, tanto è vero che continuo a farla. In particolare mi sono occupata del teatro classico greco. Ho fatto le Troiane, l'Orestiade, l'Agamennone per due volte, due volte anche Antigone, Aristofane, non so quante ne ho fatti di spettacoli di teatro greco. Eschilo, Euripide. Ultimamente mi chiamavano per scrivere musica per i testi originali in greco, mettere il testo greco in musica, all'interno di tragedie poi in Italiano o in Francese o ancora in Fiammingo. Lo faccio molto volentieri, e proprio da poco ho finito Prometeo Incatenato. Insomma ne ho fatte parecchie...

A partire dal famoso film Porci con Le Ali di Paolo Pietrangeli, lei ha avuto un rapporto stretto con il cinema...
Al cinema ho fatto la mia prima uscita con il Matrimonio degli Alberi per Folco Quilici, e poi è arrivato Maselli e ho musicato quasi tutti i suoi film da allora sino ad adesso, tranne quelli più recenti. Lui era molto interessante e riuscivo a combinare bene con lui, certo era faticosissimo come regista però mi spingeva e mi spronava a scrivere per orchestra. Tutto questo nel periodo in cui si faceva musica da film con le orchestre. Radunavo l'orchestra andavamo in sala e io dirigevo e suonavamo oppure veniva un direttore il simpatico Blogestainer, che era molto più capace di entrare nei tempi e nei sincroni e quindi io facevo molto volentieri musica da film e l'ho fatta per Nanny Loy. Mi è sempre piaciuto e mi è interessato. Adesso sono critica perché la musica da film si fa con le macchine, e a me di farla con le macchine non piace anche perché non sono nemmeno capace. Non mi piace perchè se con le macchine devo inventare un suono allora mi fa piacere ma se con essa devo fare suoni che già esistono non mi piace, perché vengono suoni fatti male. E' inutile che mi dicano ho una tromba favolosa, o i violini favolosi, questo non va bene insomma. Non sono ne la tromba ne i violini ma delle imitazioni di suono. La macchina va usata per quello che è, un computer sonoro e che inventa suoni e questo io non lo so fare. I produttori dicono, le paghiamo uno strumento, se vuole un flauto traverso, il resto lo facciamo tutto con le macchine, io allora dico no grazie.




Giovanna Marini & Quartetto Urbano - Canti Gloriosi per una Patria che trema (Nota Records/EDT)

Inserito nella collana block nota, pregiata serie di libri con CD in formato tascabile, che mettono al centro l’incontro tra musica e parola cantata e recitata, Canti Gloriosi per una Patria che trema è la nuova produzione di Giovanna Marini e delle straordinarie voci del Quartetto Urbano (Xavier Rebut, Germana Mastropasqua, Flaviana Rossi, Michele Manca), costruita su commissione del parigino Théâtre de la Ville, per un evento denominato "Chantiers d'Europe, Italie". Marini è artista immensa, compositrice, didatta, mediatrice tra mondo popolare e colto, ridotta spesso al ruolo di folksinger da ignoranza e pressapochismo che albergano in certa stampa italica; il Quartetto è il portato dell’intenso lavoro didattico e di ricerca condotto dalla musicista capitolina alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio in Roma. Sin dall’esordio con Un altro mondo è possibile (Zone di Musica 2006), la prassi canora del Quartetto mette in relazione canto contadino di tradizione orale e scrittura colta, soprattutto di derivazione madrigalista. Canti gloriosi contiene 24 brani registrati dal vivo a Parigi il 3 Luglio 2009 e 1 brano conclusivo, “Vivere l’utopia”, fissato in studio, con in coda un frammento di registrazione (“Coro dei benpensanti”), raccolto da Alessandro Portelli il 1 Luglio 2010 a Piazza Navona nel corso della manifestazione per la Libertà di Stampa. Proprio Portelli, americanista e studioso di storia orale, introduce il disco con lo scritto “Ma è possibile davvero vivere l’utopia?”, breve ma profondo, come da par suo, sottolineando come la Marini riesca a metterci a portata di mano l’utopia. È un’utopia, ossimoricamente concreta, che si manifesta nelle storie di uomini e donne, nella storia dal basso, narrate nelle canzoni del disco che attraversano 150 anni e oltre di storia della Penisola: si parte col canto degli esuli piemontesi seguaci della Rivoluzione Francese, andando oltre ogni retorica commemorazione patria. Nondimeno la Marini, continua Portelli, ci indica un luogo reale in cui un po’ di questa utopia si è manifestata, facendosi testo: la Costituzione della nostra Repubblica, che “è utopia un poco perché non è mai stata applicata, non è mai diventata nervatura concreta della nostra vita quotidiana [...] Ma è utopia perché […] si proietta come progetto futuro”. L’invito finale di Portelli è vivere l’utopia più a portata di mano, mettendo al centro “i rapporti fra noi e con gli altri”. In questo senso, il lavoro di Marini con Quartetto Urbano è metafora di un’utopia realizzata, concretezza di una polifonia di voci, di colori vocali e timbri eterogenei che persistono, non si confondono, anzi concorrono nella loro diversità a generare un insieme “carico di bellezza e di senso” (ancora Portelli). Due secoli di canto sociale, politico, d’emigrazione, di lavoro, di rivoluzioni, popolare e d’autore, testimonianze note ovvero obliate (o fatte volutamente dimenticare) di un’altra Italia, ma anche documenti che raccontano la vicenda di studiosi, ricercatori ed interpreti del canto popolare, che presentano prassi esecutive di cantatori e cantatrici di tradizione orale, di cui è impossibile riprodurre – né qui lo si desidera –l’inarrivabile grana vocale. E sappiamo quanto dibattuta sia stata la problematica della riproposta del canto di tradizione orale, e quanto l’impossessarsi di modalità espressive contadine da parte di voci levigate, quantunque notevoli, possa non convincere del tutto chi ha ascoltato, tanto per fare un esempio, un canto devozionale sardo in funzione o l’unicità performativa di una Viarengo o di una Daffini. Tuttavia, l’impegno della Marini in almeno quattro decenni di fare musica (ripercorre la sua lunga carriera il bellissimo volume on CD Il Canto Necessario, curato dall’etnomusicologo Ignazio Macchiarella, pubblicato sempre da Nota: non una mera biografia ma una riflessione a tutto campo sul folk revival e su molti nodi cruciali degli studi etnomusicologici) è consistito nel viaggiare senza costrizioni nell’universo voce, da un lato esaltando la potenza, l’alterità espressiva ed estetica del canto contadino, enfatizzandone anche in maniera clamorosa le singolarità, dall’altro nel “denunciare” l’insufficienza e l’impoverimento del cantare pensato unicamente sulla base dell’ottava temperata. Non occorre passare in rassegna brano dopo brano questo bel disco: uno spettacolo di Giovanna Marini è esperienza piena, concepita con brevi introduzioni parlate e commenti (qui sono in francese) che tengono insieme la formidabile esposizione sonora di un’artista che senza mai mettere tra parentesi l’impegno civile e politico, ha attraversato, superandole, le convenzioni della canzone politica, e si è resa interprete di musica popolare senza imbalsamazioni o idealizzazioni. La chitarra accompagna il canto della Marini, direttrice dell’insieme vocale, la pronuncia canora è fatta di ornamenti e melismi, di una dimensione armonica prodotta dal fascinoso gioco dei timbri vocali, che si congiungono, si incrociano, si contrappuntano, si producono in ingressi sfalsati, anticipazioni e ritardi.

Ciro De Rosa