BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

lunedì 14 marzo 2011

Gai Saber, tradizione ed innovazione sonora alle radici della musica occitana

La recente pubblicazione di Angels Pastres Miracles. Chançons de Nadal en Occitania, è l’occasione per dedicare il nostro consueto approfondimento ai Gai Saber, gruppo occitano nato nel 1992 con l’obiettivo di unire la tradizione musicale delle valli piemontesi della lingua d’Oc e quella dei trovatori medioevali con le sonorità della musica moderna. Abbiamo intervistato Alex Rapa, polistrumentista del gruppo, per ripercorrere con lui la storia dei Gai Saber e soprattutto per parlare di questo splendido nuovo album.

Partiamo da lontano, come nascono i Gai Saber?
I Gai Saber nascono nel 1992 come gruppo che, fin dalle origini, cerca nel passato i germi del presente e viceversa. La nostra ricerca inizia dalla musica colta dei trovatori di lingua occitana del medioevo, ma fin dalle origini siamo andati, da un lato, a cercare il significato profondo della loro poetica, i loro principi, in quanto profondamente attuali e necessari per il mondo di oggi; convivenza, tolleranza, paratge (pari opportunità), largueza (generosità) sono concetti che nascono con i trovatori medioevali). Si tratta quindi di una ricerca che parte dalla musica colta e che si estende alla musica di tradizione popolare. Il collante tra questi due elementi è rappresentato dalla comune lingua occitana. Detto così sembra una cosa puramente accademica, in realtà ci siamo sempre divertiti molto.

Il vostro primo disco Trouba R'oc ha rappresentato un po' le fondamenta del vostro suono…
Troubar r'oc rappresenta il primo tentativo di modernizzazione della musica dei trovatori medioevali di lingua d'òc e della musica di tradizione popolare. Musicalmente, abbiamo cercato tutto ciò che di variegato ed attuale era ancora presente nelle loro linee melodiche: i tratti riferibili alla musica araba, i legami con la musica popolare, i riferimenti alla musica sacra gregoriana. Dalla presa di coscienza di questa varietà di significati e di influenze musicali è nata l’idea farne una mescolanza con i suoni di oggi e, particolarmente, con le possibilità espressive dei suoni sintetici. Con lo stesso spirito abbiamo affrontato le melodie più decisamente popolari, più affini all’orecchio attuale, ma puntando decisamente ad una loro attualizzazione.

In Esprit De Frontiera avete invece sviluppato il sound fino a toccare influenze jazz e hip hop...
Esprit de Frontiera contiene i primi germi della sperimentazione attraverso l’uso dei loop ritmici, ed effettivamente contiene aspetti, seppur occasionali, tipici dei generi musicali che tu hai citato. La sua specificità consiste peraltro nell'accostamento culturale della poetica occitana antica e moderna: a fianco di canzoni trobadoriche abbiamo musicato testi dei poeti occitani di oggi.

Il disco della svolta nella vostra carriera artistica è stato però Electroch'òc, nel quale il vostro suono ha incontrato per la prima volta la sperimentazione e la musica elettronica...
Electroch'òc sicuramente rappresenta un'innovazione nell'ambito della nostra musica, ma forse della musica folk in generale. La commistione fra timbri e stile tradizionale ed elettronica è estremamente profonda; alcuni critici parlarono infatti di "fusione" più che di contaminazione. Sicuramente l'osservazione era giusta e a suo modo questo disco è rimasto un'esperienza unica. Infatti altri dischi di altri gruppi ed artisti ben più noti presentano degli aspetti simili a quanto sperimentato in Electroch'òc, ma certamente questo disco fonde in maniera unica i ritmi specifici del ballo tradizionale occitano (rigodon, scottish, bourré, ecc.) con specifiche cadenze ed elementi timbrici di vari aspetti della musica elettronica e dance degli anni novanta (jungle, drum 'n' bass, house). In questo senso gli artisti che più hanno influenzato l'origine di Electroch'òc sono Moby, Tricky e Fatboy Slim, tutti artisti che in quegli anni hanno rappresentato il meglio della scena elettronica. Ma certamente la sperimentazione di "18" di Moby non rappresenta una fusione di stili così lontani come avvenuto per Electroch'òc.

Il disco che meglio sintetizza lo spirito che anima il suono dei Gai Saber, è però La Fabrica Occitana che con il suo meltin pot sonoro spazia dalla tradizione occitana ai ritmi latin, fino a toccare l'elettronica, il tutto caratterizzato da arrangiamenti originali e mai scontati...
La parola d'ordine dei Gai Saber è sempre stata "evitare doppioni"; ci siamo accorti che la musica occitana è innanzitutto una musica latina da un punto di vista linguistico ed affine all'area del mediterraneo. Da qui l'inevitabile necessità di ricercare gli elementi comuni con il latin inteso in senso ampio: come dire, dalle Alpi alle Ande. Niente di meglio per trovare una comunità popolare affine per spirito, radice linguistica ed idee.

Veniamo ora al vostro ultimo disco Angels Pastres Miracles. Come mai avete deciso di dedicare un disco ai brani natalizi della tradizione occitana?
Dalle precedenti risposte si può intuire come nei Gai Saber esista un percorso culturale che esplora i valori più grandi della cultura popolare nati dagli antichi trovatori: tolleranza e convivenza innanzitutto. Inevitabile andare a cercare questi valori nella straordinaria esperienza della musica popolare della tradizione natalizia occitana. In queste canzoni popolari, drammatizzate fin dal Medioevo nelle veglie di Natale, si ritrova infatti la semplicità del mondo dei poveri, spesso i veri protagonisti dei racconti; una profonda fede nella Provvidenza divina, che protegge e consola i piccoli; un messaggio di fiducia, aiuto e simpatia per gli umili e gli oppressi, messaggio di cui la società attuale, travagliata da crisi e conflitti, sembra avere sempre più bisogno.

Ciò che mi ha sorpreso ascoltando il disco, è che diversamente dai milioni di dischi natalizi che escono ogni anno, il vostro suoni natalizio nello spirito che anima i vari brani... e non già in suoni stucchevoli con campanelli e coretti ed in questo senso penso ad esempio Micoulau Noste Pastre...
Il tuo commento è molto gratificante: dato il percorso di ricerca di cui abbiamo detto prima, il Natale di Angels Pastres Miracles è il Natale dei deboli e quindi della musica che in varie epoche esprime questo spirito. La bellissima melodia tradizionale di Micolau è strutturata in un'atmosfera reggae, con un vago sapore Manu Chao, la cui musica in questi ultimi anni ha saputo esprimere, meglio di altre, la vitalità e i valori degli oppressi.

Qual è stato il lavoro di ricerca che avete compiuto sulle fonti tradizionali per ricercare i vari brani natalizi occitani?
Fortunatamente i Novés occitani sono ampiamente pubblicati da tempo. Il nostro lavoro è consistito nello scegliere i testi e le melodie che più rappresentavano, a nostro parere, lo spirito di cui sopra, ma certamente è stata effettuata anche una selezione delle strofe per esprimere quanto più possibile il senso profondo della canzone. Trattandosi di canzoni popolari cantate e rappresentate nelle veglie natalizie le strofe sono tantissime e ovviamente difficilmente proponibili nella loro totalità. Da un punto di vista linguistico abbiamo rispettato la grafia originale cercando di mantenere anche nelle traduzioni la sonorità delle parole originarie.

Come avete lavorato in fase di arrangiamento dei tradizionali?
A questa domanda è difficile rispondere, ma crediamo che la metrica della canzone sia sempre fondamentale per la fusione con un ritmo moderno. Come dire: la metrica originaria condiziona sempre lo sviluppo e la modernizzazione del brano.

Al fianco di molti brani natalizi sono presenti anche brani della tradizione religiosa contadina, penso ad esempio ai vari brani narrativi sulle vicende evangeliche?
In realtà si tratta di due elementi strettamente connessi. I testi dei Novés occitani citano sovente brani dei Vangeli Apocrifi che nel Medioevo costituivano un patrimonio culturale popolare e che tra l'altro sono rappresentati in affreschi per lo più quattrocenteschi che costituiscono ancora oggi uno dei patrimoni artistici più interessanti del gotico occitano e della valli. Basti citare a titolo di esempio lo stupendo Miracolo del Grano di San Fiorenzo di Bastia Mondovì o il Miracolo della Palma che ritroviamo a Boves, Beinette (provincia di Cuneo) e di nuovo a S. Fiorenzo; fra l'altro, tutti luoghi vicinissimi a casa nostra (Peveragno - CN).

L'Occitania è la terra segnata dallo sterminio dei Catari, quanto è rimasto della tradizione Catara nella canzone tradizionale religiosa?
Possiamo certamente dire che tutta la canzone natalizia occitana ha quasi sempre come protagonisti i pastori, i contadini, ovvero le persone che normalmente fanno da comprimari alla Natività nella tradizione cristiana. Micolau per fare un esempio, è nella tradizione il termine con sui si indica il sempliciotto di paese la cui qualità principale è peraltro la bontà. Semplicità, scarsa intelligenza ma bontà innanzitutto e capacità di stupirsi per le piccole cose. Insomma una valenza positiva e non ridicola. Questo elemento è certamente mutuato dalla tradizione pauperistica medioevale strettamente connessa ai movimenti ereticali.


Gai Saber - Angels, Pastres, Miracles Chancones De Nadal en Occitania (Felmay)

I Novés sono canti tipici della tradizione occitana, eseguiti e rappresentanti durante la veglia di Natale, che sin dal Medioevo fanno rivivere il mistero della nascita e dell’infanzia di Gesù, attraverso affascinanti racconti tratti dai Vangeli Apocrifi. In questi canti si ritrova intatta la semplicità della spiritualità provenzale, dove la profonda fede nella Provvidenza era una sorta di lenitivo per le sofferenze quotidiane della povertà. I Gai Saber, da sempre impegnati nella ricerca e nella rielaborazione del materiale tradizionale occitano, hanno deciso di dedicare un intero album a questi particolari canti, rileggendoli attraverso il loro particolare approccio stilistico che li vede mescolare strumenti tipici come la ghironda, l’organetto, la cornamusa e i flauti con altri più moderni come chitarra, basso e batteria, senza contare il loro attento uso dell’elettronica che da sempre caratterizza il suono del gruppo. E’ nato così Angels, Pastres, Miracles Chancones De Nadal en Occitania, nel quale il gruppo di Peveragno partendo da un’attenta ricerca su varie raccolte di testi tradizionali quali Tesor de Noel Provencale et meridionale di Marcel Petit, Chants populaires de la Provence - recuills et annotes par Damas Arbaud, Motifs ed Associations Canta Lou Pais / Cantar Lo Pais, Anthologie des Chantes Populaires, ha compiuto un importante lavoro di recupero delle matrici melodiche originali, cercando un approccio che non snaturasse le strutture pur lavorando a fondo sugli arrangiamenti. A corredo dei testi è presente nel libretto anche una traduzione italiana, accompagnata dalle splendide immagini del Santuario della Madonna dei Boschi di Boves, della Chiesa di San Fiorenzo di Bastia Mondovì e della chiesa di San Peyre di Stroppo. Il disco, a differenza delle ormai copiose produzioni musicali natalizie, non suona assolutamente stucchevole, ne tantomeno si abbandona a falsi emozionalismi, ma piuttosto presenta un suono nobile, solenne, che ancor più spessore e profondità alle semplici strutture melodiche tradizionali. Gli arrangiamenti risultano curatissimi, ed ogni tessitura sonora è misurata ed equilibrata, sposandosi alla perfezioni tanto con le voci quanto con le parti ritmiche. Ad aprire il disco è Pastres de l'Argentiera, splendido brano composto sulla base di un testo tradizionale da Sergio Berardo dei Lou Dalfin, seguono poi la magica Lou premier miracle nella quale si apprezza la voce di Chiara Bosonetto in tutta la sua bellezza e il canto di lavoro La Cambo mi fa mau. Entrando nel vivo del disco brillano le splendide melodie di Micolau, la ballata Venès, venès ma soprattutto le scene della Natività cantate in San Jauze eme Mario, Aneuch quand lou gau cantavo e Lo viage di tres Rèi. Non manca qualche incursione nella musica da danza con Rapataplan, che riproducendo l’onomatopeico battere del tamburo, ricrea un orchestra di tamburini in omaggio alla nascita di Gesù Bambino. Angels, Pastres, Miracles Chancones De Nadal en Occitania non è un semplice disco natalizio, ma piuttosto è un opera di grande spessore culturale nel quale riscoprire la semplice ed intensa spiritualità che fu dei Catari.

Salvatore Esposito

Dario & Manuel – Ribota – Registà dar vìu ad Aisun ou 06.02.2010 (Ass. Cult. Il Colore Degli Angeli)

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ANTEPRIMA

Dario Avena e Manuel Aime suonano insieme da oltre vent’anni, rispettivamente la fisarmonica cromatica e il clarino, e come duo si sono ritagliati il pesante ruolo di veri e propri alfieri e conservatori della musica da ballo occitana, che sin dagli anni settanta grazie all’impegno di vari appassionati insegnanti di danza ha visto la sua progressiva riscoperta. Grazie all’Associazione Culturale Il Colore degli Angeli promossa da Michele Gazich, Dario & Manuel hanno di recente dato alle stampe Ribota, disco dal vivo registrato al Centro Fondo di Aisone (CN) il 06 febbraio 2010. Il disco presenta quattordici brani strumentali tra curentas e balet, più una emozionante versione corale di Se Chanto, splendida canzone d’amore, scelta come inno nazionale dell’Occitania. A caratterizzare in modo determinate questo disco è senza dubbio la produzione ad opera di Fabrizio Carletto, che è riuscito a conservare intatto il sound live, ricreando alla perfezione l’atmosfera delle feste da ballo occitane con tutto il pubblico coinvolto nelle trascinanti danze tipiche. Ad accompagnare il duo, troviamo oltre a Michele Gazich (violino e viola) che del disco è stato in qualche modo l’ideatore e l’ispiratore, alcuni ottimi musicisti locali come l’altro componente de La Nave dei Folli, il già citato Fabrizio Carletto (basso elettrico e percussioni), Roberto Avena (fisarmonica cromatica) e Paolo Costola (mandolino e percussioni), che da ottimo fonico ha curato in modo impeccabile anche la registrazione. Così tra curentas, balet e incursioni in altre tradizioni musicali come quella galiziana (Dansa Dos Ferrieros) e scozzese (Aqui Carnival e Scotland The Brave), brillano brani come l’inziale La Cascata, una curenta in crescendo con i vari strumenti che man mano si aggiungono al clarinetto e alla fisarmonica, la splendida Balet con il violino di Gazich che dialoga prima con la fisarmonica di Dario e poi con il clarinetto di Manuel o ancora la splendida Curenta Et Beppe E Severin. Il disco è un crescendo di emozioni che culminano nel finale prima con una mazurka autoctona e poi con la burree Avant De S’En Aller. Chiude il disco e il concerto la già citata Se Chanto, introdotta da violino di Gazich e cantata in coro da tutto il pubblico presente. Ribota è dunque un disco prezioso che apre uno spaccato interessantissimo sulla musica da ballo occitana, lasciandoci scoprire il fascino di balli locali come curenta, balet e marzurka.

Salvatore Esposito

Daniele Dall’Omo e Antonio Strgapede – Bologna Tra Le Corde (Tacadancer/Sheherazade)

La preziosa opera della Sheherazade prosegue con la pubblicazione di un altro importante volume della collana Tacadancer, nata come evoluzione del festival omonimo per valorizzare ulteriormente il patrimonio musicale del liscio, ovvero il ballo più amato dagli italiani. Protagonisti di questo nuovo capitolo della serie sono i due chitarristi Antonio Stragapede e Daniele Dall’Omo, custodi di quel repertorio degli anni Trenta che vide l’incontro delle melodie tradizionali del liscio con la tradizione manouche. In particolare ad essere preso in esame sono quelle musiche da ballo famose nella Bologna del Ventennio, originariamente nate per essere eseguite dalla fisarmonica o dall’organetto. La particolarità di questo disco risiede non solo nella bravura e nella sorprendente tecnica dei due chitarristi emiliani, ma anche nell’utilizzo di chitarre costruite dai liutai bolognesi Giancarlo e Luigi Stanzani sul modello delle chitarre che Mario Maccaferri progettava negli anni venti per la Selmer. Prodotto magistralmente da Claudio Carboni, Stefano Melone e Andrea Bonacini, il disco è un piccolo gioiello di classe stilistica nel quale si apprezza tutta la forza melodica della chitarra. Ogni brano suona come se ad eseguirlo ci fosse un intera orchestra, ed è davvero difficile non restare incantati dal continuo dialogo tra le due chitarre. Dall’Omo e Stragapede filtrano attraverso il loro stile e il loro gusto la tradizione mescolando valzer, polke, mazurke, tanghi e swing in un concentrato di emozioni che ci permette di riscoprire perle dimenticate nel tempo. Tra brani autografi ispirati alle musiche da balera, si scoprono così vecchie incisioni di musicisti bolognesi come Battagliero di Tienno Pattacini, Sogno Proibito di Pietro Fantini e Speranze Perdute di Alessandro Morelli, la cui bellezza ci arriva intatta, viva regalandoci emozioni continue. Sebbene nella tradizione popolare italiana la chitarra abbia avuto una funzione prevalentemente di accompagnamento, Dall’Omo e Stragapede sono riusciti nell’impresa di trasformarla in regina della melodia. Da semplici e appassionate musiche da ballo, è nato un concerto per due chitarre nel quale la tecnica dura e pura deve per forza lasciare il passo alla passione, che il duo emiliano ha profuso in ogni nota. Un opera coraggiosa ancorché assolutamente meritoria in quanto al recupero di alcune gemme della tradizione ha unito una sperimentazione sonora di grande qualità.

Salvatore Esposito

Nidi d'Arac - Taranta Container (Tarantulae)

A dodici anni dalla pubblicazione del loro primo album, i Nidi D’Arac, gruppo salentino fondato e guidato da Alessandro Coppola, hanno dato alle stampe Taranta Container, disco che raccoglie il meglio della loro produzione, ma lo fa in modo molto originale affiancando sette brani ripresi dal vivo e cinque remix, segno evidente di come la loro musica sia sempre più aperta a contaminazioni elettroniche e etniche. Insomma la scelta di non puntare tutto su una raccolta tou court o su un disco live, risulta essere particolarmente vincente perché è come se si ci trovassimo di fronte a due dischi tra essi complementari. I primi sette brani sono tratti dai sei album pubblicati dal 1998 al 2007 e rispetto alle versioni in studio risultano completamente riarrangiati, trasmettendo chiaramente all’ascoltatore come il loro sound sia in costante divenire, lasciando che le canzoni vivano la loro vita sul palco trascinante dall’entusiasmo del pubblico. In questo senso ci piace citare le riscritture di brani tradizionali come Ahi tamburieddhu! e Tarantulae, l’originale Gocce con lo splendido intro strumentale ma soprattutto la sontuosa resa di Matinata meglio nota con il titolo in griko di Kalinifta. A fare da collante tra la prima e la seconda parte di Taranta Container, è Cerchio Si Apre Cerchio Si Stringe, una riscrittura quasi totale del brano di Vinicio Capossela il Ballo di San Vito. Il brano vive una vita nuova, infatti il ritmo della pizzica scandisce in modo ancor più marcato la ritmica di questo brano che così intensamente descrive l’atmosfera dell’antico rito delle tarantate. Arrivano poi i remix che ci danno la possibilità di apprezzare la particolare fusione tra la pizzica e l’elettronica, un connubio affatto inedito ma che in questo caso piace per la misura con la quale i vari produttori della scena World Beat Europea hanno approcciato i materiali tradizionali. Brilla così il lavoro del celebre dj londinese Gaudi che colora di dub Ci Fice Lu Mundu, del globtrotter dell’ethno-bit Dj Click alle prese con Iphocharia, ma soprattutto quello di Dj MPS Pilot da Amsterdam che propone un travolgente remix di Quante Tarante e di Piers Faccini che remixa ed interpreta magistralmente il tradizionale Klama. Il pregio di questo disco come detto è quello non solo di compendiare in modo originale il percorso artistico dei Nidi d’Arac, ma anche quello di presentarci arrangiamenti nuovi e remix particolarmente riusciti. Al gruppo salentino va senza dubbio riconosciuto il merito di aver contribuito a far conoscere nel mondo la musica salentina, approcciandone la rilettura attraverso una particolare amalgama di strumenti tradizionali ed elettronica.

Salvatore Esposito

Musiche Tradizionali del Salento. Le registrazioni di Diego Carpitella e Ernesto De Martino (1959, 1960) a cura di M. Agamennone, 2006 (III ed.), 168 pagine € 23.

Curato da Maurizio Agamennone ed edito da Edizioni Squilibri, Musiche tradizionali del Salento è senza dubbio l’opera che meglio compendia la grande tradizione musicale salentina essendo allegati al volume due dischi che raccolgono le registrazioni effettuate sul campo da Ernesto De Martino e Diego Carpitella tra il 1959 e il 1960, rese disponibili dagli Archivi di Etnomusicologia dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Si tratta di un opera preziosa, che documenta un Salento che ormai non c’è più, ovvero quella regione baciata dal sole ed accarezzata dal vento, i cui abitanti erano consumati dal lavoro dei campi e sulle cui terre era passata la storia di molte civiltà. Proprio su quelle terre nasce e si sviluppa una tradizione musicale che vede le sue origini perdersi nella notte dei tempi, e che Carpitella e De Martino documentano con metodi di ricerca in Italia assolutamente inediti per l’epoca. Sanno di trovarsi di fronte ad un mondo che stà per finire, ad una società rurale in procinto di evolversi, e così focalizzano la loro attenzione sulle voci di quella terra, che cantano del duro lavoro dei campi, di amori sinceri, di passioni e tarantate. Riemergono così moduli musicali ormai sconosciuti, voci potenti, esecutori e strumentisti dallo stile inarrivabile, aprendo una porta spazio-temporale che ci conduce attraverso i vari paesi del Salento, facendoci percepire le differenze musicali tra un’area e l’altra. Nel libro, oltre all’interessantissima introduzione critica e ad un curato album fotografico, sono contenuti poi tutti testi, le cui trascrizioni appaiono ben calibrate e soprattutto in grado di trasmettere a coloro che non comprendono il dialetto la poesia che emerge in tutta la sua forza dai testi popolari. I due dischi, riportano così per intero le registrazioni contenute nelle raccolte 48 e 53 dei già citati Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecialia ed in particolare la prima raccolta costituisce il fulcro di tutta l’opera di ricerca di Ernesto De Martino che visitando Nardò, Muro Leccese e Galatina, gettò le basi per quello che fu poi la sua opera più importante La Terra del Rimorso. Ascoltando queste tracce, incontriamo le figure di Luigi Stifani, il violinista-barbiere che suonava per curare le tarantate,e della Za Tora Marzo, tamburellista e cantante dalla voce magica, ma anche i riti contadini ancora integri quali la ritualità della nascita e della morte, del lavoro dei campi e della danza. Il secondo cd diversamente ha carattere antologico e raccoglie generi e approcci interpretativi diversi relativi a cantori di Giuggianello, Matino, Sanarica, Taviano e Ruffano. Questo libro è dunque un opera imprescindibile per tutti coloro che vogliono avvicinarsi al patrimonio musicale della tradizione salentina, che oggi sembra progressivamente sul punto di cadere nel dimenticatoio.

Salvatore Esposito

Piero Sidoti – Genteinattesa (Fuorivia/Odd Times Records/Egea)

Originario di Udine, il quarantaduenne Piero Sidoti è un cantautore di sicuro talento con alle spalle partecipazioni a premi e concorsi prestigiosi come il Festival di Castrocaro (1993), il Premio Recanati (2004), L'Artista che Non C'era (2004) e il Premio Fabrizio De André, ma soprattutto nel suo curriculum può vantare la vittoria di Musicultura a Recanati nel 2004. In questi anni, nonostante i successi e i grandi apprezzamenti ricevuti non aveva mai pubblicato un disco, e finalmente lo scorso anno il cantautore udinese ha rotto gli indugi e ha raccolto in un disco i brani composti in questi anni. Prodotto magistralmente da Antonio Marangolo, Genteinattesa mette in fila undici canzoni, che quasi componessero un concept album raccontano la storia di una generazione piena di contraddizioni, di gente sconfitta, di personaggi defilati, di prostitute, prigionieri, musicisti e precari a vita. Gente inattesa, ovvero persone che non ti aspetti o uomini e donne che attendono una nuova vita o la fine di essa e di tutte le sofferenze patite. Ogni canzone è un ritratto, un ritratto crudo, senza filtri di vite rimosse, dimenticate, di povertà assolute, di solitudine. Sono storie di un Italia di provincia, raccontate da Sidoti con partecipazione ed empatia, immedesimandosi fino a confondere la sua voce con quella dell’io narrativo delle canzoni. Piacciono gli arrangia menti costruiti intorno alle canzoni, sempre molto vari e mai banali che fanno da sfondo perfetto per la voce misurata ed introspettiva di Sidoti. Ad aprire il disco è la sinuosa melodia di Venere Nera, brano che ha fruttato al cantautore veronese il premio Musicultura, nella quale si apprezza la voce di Alessandra Pascali che impreziosisce e rende ancor più profondo il testo di questo brano. Brillano poi l’ironica La Pecora Nera, dove il protagonista non vuole diventare come “le stanche pecore bianche”, che fa il paio con Bobby e il Ballerino e Il Giocattolo, nelle quali il jazz si mescola al latin rock mentre Sidoti le caratterizza colorandole con un registro interpretativo molto teatrale, mentre sulla scena si muove la tromba di Marangolo e un coro che sottolinea i ritornelli in modo davvero originale. Altro brano cardine del disco è Da Difendere, una canzone d’amore a cuore aperto, nella quale il cantautore udinese coglie l’occasione per aprire uno spaccato sulla situazione dei giovani trentenni ancora in cerca di sistemazione. Sul finale il disco diventa ancor più vivido nelle sue immagini come nel caso de I Giovani e La Mia Generazione, che vanno a comporre un mosaico nel quale è contenuta un immagine disillusa dei nostri tempi. In conclusione un plauso va sia al talentuoso Giuseppe Battiston che appare in alcuni brani del disco e che con Piero Sidoti ha condiviso alcuni spettacoli, ma anche a Salvatore Maiore che con il suo violoncello impreziosisce La Rapina, brano in cui Sidoti duetta ancora una volta con la brava Alessandra Pascali. Il cantautore veronese ha talento e se saprà mettere a frutto la sua attitudine per la dimensione teatrale, riuscirà a trovare una dimensione a lui ancor più congeniale, a metà strada tra cantautorato e cantastorie, teatro e poesia.

Salvatore Esposito

The Rusties – Wild Dogs (Tube Jam Records)

A due anni di distanza da Move Along, che aveva segnato il loro debutto artistico con brani originali dopo la lunga parentesi che li aveva visti interpreti di punta in Italia del repertorio di Neil Young, i Rusties tornano con un nuovo album, Wild Dogs. Il disco rappresenta una tappa importante della loro carriera artistica, in quanto rappresenta una più matura espressione della loro cifra artistica, che ora sembra ancor più delineata ed originale. I dieci brani in scaletta più la bonus track, Razor Love di Neil Young, dimostrano come Marco Grompi e soci abbiano fatto tesoro del lungo tour promozionale di Move Along e che non è casuale che i brani di questo disco abbiano un grande impatto live, quasi ogni canzone fosse figlia del palco. Proprio dal punto di vista degli arrangiamenti, è evidente che il gruppo bergamasco abbia puntato tutto su un sound diretto ed immediato, lasciando perdere fronzoli e rifiniture che avrebbero snaturato quell’anima younghiana che benevolmente accompagna diversi brani del disco come nel caso dell’iniziale Hollow, un brano epico e trascinante con un impatto che rimanda a Everybody Know’s This Is Nowhere. Il disco però mostra numerose sorprese e tra queste va senza dubbio segnalata Loose My Love, un brano dal testo romantico e dall’arrangiamento superbo nel quale alla linea melodica elettrica si accompagna il flauto suonato da Marco Piccinelli, o la bella title track nella quale appare come ospite la cantante irlandese Mary Coughlan, o ancora la travolgente The Ungrateful Child. Non manca qualche spaccato folk con le introspettive Not Enough Love e Oh Rory, scritta da Osvaldo Ardenghi in collaborazione con Andy White e dedicata a Rory Gallagher, entrambe impreziosite dalla voce di Veronica Sbergia e dal violino di Jasa Salem. Nel disco trovano inoltre posto una versione alternativa di Adam Raised A Cain, già apparsa sul recente tributo italiano a Bruce Springsteen e Hard Dreamers, una bella ballata in stile west coast che ci rimanda dritto all’epopea di CSN, America e Eagles. Chiude il disco, la splendida versione di Razor Love di Neil Young, inserita come bonus track, ma che a tutti gli effetti è parte integrante del disco, in quanto sembra chiudere un cerchio e segnare l’inizio di un nuovo cammino per i Rusties, che siamo certi ci regaleranno altri momenti di grande rock.

Salvatore Esposito

Lingalad – La Locanda del Vento (Lizard Records)

I Lingalad sono una band progressive rock bergamasca con alle spalle diversi anni di attività artistica, tre dischi in studio e un live che gli hanno fruttato numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui va segnalata la loro partecipazione alla prima del film Il Signore degli Anelli, tratto dall’omonimo romanzo di Tolkien. In questi anni seguiti alla pubblicazione de Il Canto degli Alberi, inciso nel 2003 e uscito nel 2006, la band ha idealmente chiuso un importante ciclo della sua vita coinciso anche con la pubblicazione di un libro biografico a cura di Donato Zoppo. Era dunque molto atteso un loro ritorno discografico, anche per capire che direzione aveva preso il loro sound e le loro ispirazioni, e questo anche alla luce del contratto con la Lizard Records, etichetta di Loris Furlan, cultore appassionato del prog made in Italy. I Lingalad hanno così trovato una dimensione perfetta per dare vita al loro nuovo disco, La Locanda del Vento, nel quale pur distaccandosi dal mondo fantastico di matrice tolkeniana caratterizzante i primi dischi, sono riusciti a mantenere viva la loro ispirazione, ora indirizzata verso uno storytelling di matrice folk rock, nel quale si percepiscono con ancora evidenti tracce di musica progressive ma soprattutto si apprezza il loro particolare approccio al simbolismo naturale, che traspare dai testi ricchi di immagini poetiche ed allegorie. Rispetto al passato si avverte una maggiore compattezza del gruppo, che sembra non ruotare più solamente intorno alla figura di Giuseppe Festa avendo acquisito una dimensione più corale nella quale spicca senza dubbio Giorgio Parato, che dimostra tutto il suo talento non solo come percussionista ma anche come autore. All’ascolto il disco svela quindici brani dalle strutture semplici ma allo stesso tempo caratterizzati da arrangiamenti molto curati nei quali spicca l’utilizzo di strumenti acustici della tradizione popolare come flauto, violino, mandolino, fisarmonica e bouzuki, e quello del sitar, del flauto navajo e del charango. I quindici brani se ascoltati nel complesso danno la sensazione di comporre quindici capitoli di una raccolta di racconti, nei quali si rincorrono atmosfere che rimandano alla tradizione celtica (Il Profumo del Tempo e Le Pietre di Erice) e alle ballate medioevali (L’Abbraccio Del Noce ), fino a toccare il folk-pop con Il Colpo e la cura, Aria Oltre le Stelle e Il Mio Nome. Non mancano anche due splendidi spaccati narrativi ovvero I Boschi della Luna, interpretata da Davie Perino e Gianni Musy che si ripete in modo ancor più toccante in Madre Mia, di cui è autore anche del testo. Il vertice del disco lo si tocca però con l’eccellente duetto con Davide Camerin in Toni Il Matto nella quale si racconta della morte di uno scalpellino che aveva vissuto la tragedia della guerrà. Locanda del Vento è un disco pieno di suggestioni poetiche, e rappresenta uno dei rari esempi in Italia di perfetto connubio tra musica folk e progressive.

Salvatore Esposito

Autori Vari - Born To The Breed - a Tribute To Judy Collins (Wildflower/Audioglobe)

Judy Collins rappresenta, insieme a Joan Baez, uno degli esempi più brillanti di folksinger al femminile attive negl’anni sessanta nella scena musicale del Greenwich Village. Erano i tempi del folk revival e delle protest-songs, della lotta per i diritti civili, e del sogno di cambiare il mondo. Da allora sono passati molti anni e la cantautrice di Seattle è stata ingiustamente esclusa dalla memoria collettiva di quegl’anni, che sempre più spesso si limita a rievocare i soli Bob Dylan e Joan Baez, tralasciando tutti gli altri. La Collins sembra non dolersene più di tanto, anche quando i più dimenticano che prima di essere una eccellente interprete lei è una cantautrice, una folksinger con alle spalle brani di grande intensità. Non importa dunque che negli ultimi anni le sue produzioni si siano fatte sempre più sporadiche e sempre più concentrate sul repertorio altrui, quello che conta è il segno indelebile lasciato nella storia della musica dalla sua voce e dalla sua chitarra. Proprio alle sue canzoni è dedicato Born To Breed, disco tributo pubblicato due anni fa dalla Wildflower, etichetta di proprietà dalla stessa Collins, che ne celebra le canzoni firmate da lei stessa. L’operazione in se è ben lungi dall’essere autoreferenziale, nonostante coinvolga molti artisti sottocontratto dalla stessa Wildflower, ma anzi è l’occasione per riscoprire la bellezza di quindici brani composti dalla Collins. Ritroviamo così la vecchia amica Joan Baez che rende preziosa Since You’ve Asked con una magistrale performance vocale, la sorprendente Dolly Parton che imprime tutto il suo entusiasmo alla poco nota Fisherman’s Song o ancora un elegantissimo Jimmy Webb che rilegge in modo magistrale The Fallow Way. Non manca qualche giovane emergente come le Webb Sisters che si danno da fare nel rendere nel modo migliore Soldier Of Fortune, Ali Askandarian che pennella Song For Sarajevo e il bravo Kenny White che rispolvera Song For Martin. Le migliori sorprese arrivano però con Jim Lauderdale che con i sui Dream Players riveste di country Easy Times, Chrissie Hynde che impreziosisce con la sua voce My Father e la talentuosa Amy Speace che si misura con il country rock di Born To The Breed. Sul finale irrompe al voce di Leonard Cohen che legge il testo di Since You’ve Asked, che suona quasi come un cammeo che ricompensa solo minimamente di quanto la Collins fece per lui negl’anni sessanta, essendo la prima ad interpretare le sue canzoni, prima ancora che uscissero i suoi dischi. Born To The Breed è dunque un disco che ci permette di scoprire una Judy Collins nella veste meno nota di autrice, e che celebra nel modo migliore alcune delle sue più belle composizioni.

Salvatore Esposito