BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 25 gennaio 2011

Intervista a Riccardo Tesi e Maurizio Geri

Sopra I Tetti di Firenze è stato uno dei dischi dell’anno 2010, non solo perché celebrava il mito di Caterina Bueno, una delle regine della musica popolare italiana, ma anche per la qualità intrinseca del disco. Abbiamo incontrato i due autori del progetto, Riccardo Tesi e Maurizio Geri, per parlare con loro del loro della loro carriera, del disco e dei loro progetti futuri.

Partiamo da molto lontano ovvero dal vostro primo approccio con la musica popolare. Com’è nata questa passione?
Riccardo Tesi - Ho iniziato come molti della mia generazione ascoltando rock con una particolare passione per il progressive. Con il tempo ho scoperto Bob Dylan, Woodie Guthrie, folk inglese e da lì sono arrivato al folk italiano e, con il Canzoniere del Lazio, all'organetto. La passione per lo strumento è nata quasi per caso, suonavo musica popolare con un gruppo amatoriale della mia citta , uno dei chitarristi possedeva un organetto, me lo ha prestato e da allora non me ne sono più separato.

Maurizio Geri - È nata in famiglia, ho due fratelli più grandi che si interessavano di musica popolare, iniziarono negli anni settanta dando vita al “collettivo folkloristico montano” gruppo fra l’altro riformatosi recentemente con giovani e nuovi musicisti, di quegli anni è rimasto un libro scritto da Sergio Gargini dal titolo “Non son poeta e non ho mai studiato” (1986) che raccoglie gran parte del repertorio tradizionale della montagna pistoiese. Io ero piccolo e seguendo loro mi sono appassionato, poi piano piano ho cercato una via personale alla musica.

Entrambi avete mosso i vostri primi passi come professionisti al fianco di Caterina Bueno, potete raccontarci questa esperienza, i metodi di lavoro per la ricerca appresi al suo fianco, le esperienze dal vivo?
Riccardo Tesi - Sono diventato musicista semplicemente perchè ho incontrato Caterina che chiese al nostro gruppo di accompagnarla nei suoi concerti. Era il 1978 , avevo 22 anni ed ero a due passi da una laurea certa in Psicologia. Invece la scoperta dell'organetto e la possibilità di vivere di musica, la mia passione più grande, mi hanno fatto deviare in maniera radicale il corso della vita e sono diventato musicista full time, senza peraltro laurearmi mai. Lavorare con Caterina ha significato entrare nel cuore della cultura popolare toscana dalla porta principale, Per sua natura non mi ha mai escluso dal processo creativo ma al contrario lo ha incoraggiato e guidato. Ho imparato ad amare e rispettare la tradizione ma anche ad avere il coraggio di trascenderla perchè Caterina aveva sempre un'urgenza artistica che scavalcava il rigore filologico. Ho avuto la fortuna di lavorare con una grande artista.

Maurizio Geri - Quando ho conosciuto Caterina lei aveva già raccolto e catalogato un grande numero di brani, quello che mi ha lasciato è stato soprattutto l’amore e il rispetto per la musica ed i musicisti tradizionali, la curiosità verso la gente, la cura del particolare intesa come attenzione interpretativa del verso, la bellezza dei testi che il popolo aveva scelto , con un processo selettivo e naturale, come rappresentativi di se stesso, la scoperta che dietro a tutto ciò, c’era un mondo fatto di uomini e donne che con le canzoni esprimevano le loro gioie, i loro dolori, il disagio sociale, gli amori, le piccole e grandi debolezze che ci accomunano. Un mondo che lei sembrava conoscere come nessuno e che traspariva per esempio nelle bellissime presentazioni dei brani ai concerti e nelle note nei dischi.

Foto di Carlo Chiavacci
Il vostro sodalizio è nato proprio perché entrambi avete suonato al fianco di Caterina Bueno, potete parlarci del vostro incontro e delle vostre successive collaborazioni?
Riccardo Tesi - Praticamente Maurizio ha preso il mio posto quando nel 1981 decisi di abbandonare il gruppo di Caterina e camminare da solo alla ricerca della mia idea di musica, registrando il mio primo album solo e poi fondando il gruppo Ritmia. Nel 1993 invece ho pensato a lui quando ho deciso di fondare Banditaliana e da allora non abbiamo mai smesso di lavorare insieme anche se parallelamente portiamo avanti anche progetti personali. E' un chitarrista formidabile ed un grande interprete vocale e da allora l'ho quasi sempre coinvolto nei progetti speciali che di volta in volta ho realizzato come “Un ballo liscio”, “Crinali”, “Transitalia” o “Flatus Calami”. Invece “Acqua Foco e Vento “ e “Sopra i tetti di Firenze” , dedicati alla Toscana, li abbiamo realizzati a quattro mani perchè condividiamo un 'idea comune della musica tradizionale della nostra regione e , soprattutto, siamo in sintonia su come lavorarci creativamente grazie all'esperienza comune maturata in 18 anni di Banditaliana.

Maurizio Geri - Ho conosciuto Riccardo nello stesso periodo ma non abbiamo mai suonato insieme a Caterina, lui era uscito dal gruppo circa un anno prima che entrassi io, poi nel ’92 mi ha chiamato per formare Banditaliana insieme a Claudio Carboni e Ettore Bonafè. Col tempo abbiamo trovato un modo originale di rileggere il repertorio tradizionale che ha dato vita a brani come “maggio”, “tre sorelle” e a dischi come “Acqua, foco e vento” e l’ultimo “Sopra i tetti di Firenze” omaggio alla nostra Caterina. A fianco di questi progetti “a tema” continuiamo l’esperienza Banditaliana che è più rappresentativa del suo lavoro come compositore e arrangiatore e ultimamente stiamo inserendo in repertorio anche canzoni mie e brani di Claudio insieme ad alcune interessanti riletture di Modugno e De Andrè.

Potete illustrarci il vostro metodo di ricerca sulle fonti tradizionali?
Riccardo Tesi - Pur avendo studiato etnomusicolgia al DAMS con Roberto Leydi non ho mai svolto una vera attività di ricerca , la vita del musicista ha avuto il sopravvento su quella dello studioso.

Maurizio Geri - Non mi ritengo un ricercatore, il mio approccio è più da musicista, non ho condotto nessuna ricerca seria sul campo, ho imparato ad orecchio un repertorio fin da piccolo, perché mi piaceva. Affiora credo qua e là nelle cose nuove che scivo.

Come nasce Sopra I Tetti di Firenze, questo splendido omaggio a Caterina Bueno?
Riccardo Tesi - L'idea è di Leonardo D'Amico, direttore di Musica dei Popoli, che nell'ottobre del 2008 ci ha commissionato questa produzione originale che è diventata spettacolo grazie alla coproduzione del festival Lunatica di Massa Carrara e Sentieri Acustici di Pistoia . In seguito con un contributo della Regione Toscana e la nostra produzione è nato il disco che in corso d'opera è diventato doppio.

Maurizio Geri - L’idea della produzione è nata dal centro Flog di Firenze, poi si sono associati Lunatica di Carrara e la provincia di Pistoia con Sentieri acustici, Riccardo mi ha coinvolto nell’operazione come facemmo per Acqua foco e vento, da li in poi abbiamo selezionato i brani e ci siamo chiusi in studio per scrivere e arrangiare, ci sembrava così importante questo disco che abbiamo deciso di chiedere ad artisti toscanì famosi di dare il loro contributo, come un coro che dalla Toscana si levasse a ricordare una delle sue voci più importanti. La bellezza del repertorio ed il coinvolgimento emotivo ci ha mostrato credo la giusta via.

Avete scelto Lucilla Galeazzi per sostituire la voce dell’indimenticata Caterina…
Riccardo Tesi - Il motivo sta nella grande qualità interpretativa di Lucilla e nella sua pronda conoscenza della musica tradizionale. Stiamo parlando di una delle più belle voci che abbiamo in Italia e non solo. Avevamo lavorato insieme diversi anni fa in un progetto , Terras de Canto, che aveva girato molto in Francia, quindi sapevo che sarebbe stata la persona giusta.

Maurizio Geri - Lucilla per vocalità, talento, esperienza era la persona adatta a questo, anche lei come noi è partita dalla musica popolare per poi proporre brani suoi e canzoni “tinte” di tradizionale, anche il nostro è per certi versi un lavoro d’autore.

Come avete approcciato i brani originali in fase di rielaborazione?
Riccardo Tesi - Una delle cose più importanti che credo ci abbia trasmesso Caterina è il coraggio di osare e di rispettare la tradizione tradendola. Anche lei , pur conoscendo e padroneggiando come nessun altro lo stile tradizionale toscano ha sempre avuto un atteggiamento estremamente creativo nel momento in cui reinterpretava un brano , inseguendo più l'emozione che non il rigore scientifico. Forse l'essere figlia di due artisti l'ha aiutata in questo. A noi non interessava fare un progetto filologico , per fortuna i dischi di Caterina sono reperibili sul mercato , per cui chi vuole conoscere questa grande artista ha la possibilità di farlo direttamente ascoltando gli originali. A noi interessava risuonare musiche che abbiamo conosciuto all'inizio della nostra carriera aggiornandole a quello che siamo diventati oggi. Quindi dentro c'è tutto il nostro mondo musicale, quello che si ritrova nei vari dischi che , insieme o separatamente, abbiamo prodotto in questi anni. Come al solito abbiamo dato libero sfogo alla nostra creatività e abbiamo seguito, di volta in volta, le suggestioni che il brano originale ci suggeriva senza preoccuparci di dove saremmo finiti. La complicità artistica cementata da anni di collaborazione ha fatto si che fossimo immediatamente d'accordo sulla direzione musicale da prendere e gli arrangiamenti sono nati in maniera fluida e spontanea. Volutamente ci siamo circondati del team di musicisti con cui normalmente collaboriamo perchè avevamo bisogno di andare dritti all'obbiettivo e da loro sapevamo esattamente cosa aspettarci. Oltre a Claudio Carboni ai sax e Marco Fadda alle percussioni (Banditaliana ) abbiamo coinvolto anche Stefano Melone . Chi segue attentamente i nostri lavori si sarà accorto che tutti i nostri dischi, anche individuali, sono tutti realizzati da questa specie di genio che oltre ad essere un ottimo musicista e arrangiatore, che ha lavorato con i più grandi della canzone d'autore, è anche un ottimo fonico. Quindi quando noi abbiamo ideato, realizzato e registrato la musica lui finisce il lavoro editando, mixando fino alla masterizzazione finale del disco. Il suo apporto al nostro lavoro è fondamentale perchè Stefano è un grande produttore e ti porta a realizzare i progetti al meglio. Insostituibile! A metà cammino ci siamo accorti però che ci mancava un basso ed allora abbiamo invitato Filippo Pedol con cui abbiamo in altri progetti.

Maurizio Geri - Con un atteggiamento molto libero e personale, cercando prima un andamento ritmico che ci piacesse per creare l’ossatura del brano e dopo abbiamo inserito qua e la gli elementi che secondo noi mancavano o di cui sentivamo la necessità formale, le melodie non le abbiamo toccate, quelle sono rimaste così com’erano.

Rispetto ai vostri esordi con Caterina come si è evoluto lo studio e la ricerca nella musica popolare?
Riccardo Tesi - Rispetto alla fine degli anni settanta adesso c'è un approccio molto più libero e creativo nei confronti della musica etnica che io giudico positivo perchè le nuove generazioni portano idee fresche, nuove tecnologie ed un approccio sgombro da ideologie che danno un nuovo impulso a queste musiche. Per altri versi però questi spesso si fermano agli aspetti esteriori della musica popolare senza approfondire e comprenderne la realtà portata così alcuni finiscono per fare delle operazioni magari in sè anche simpatiche e carine ma purtroppo spesso superficiali. Io comunque sono favorevole a tutto quello che c'è di nuovo anche se non tutto mi piace, sono contento che queste musiche vengano stravolte ma riutilizzate, mi fa piacere che continuino ad esistere anche se per questo sono costrette a cambiare forma. Sono invece fortemente contrario a quelli che si spacciano per difensori della tradizione, a quegli integralisti che si travestono da contadini senza esserlo, suonano e cantano spesso male e spacciano il tutto come puro. Trovo insopportabile questo atteggiamento saccente e moralistico, lo trovo antistorico e mistificante. La musica tradizionale è un sistema complesso e va studiato bene. Noi non siamo musicisti popolari e lo diciamo a voce alta. Questo non vuol dire che non amiamo e non conosciamo la tradizione ma semplicemente la suoniamo alla nostra maniera perchè questo è il nostro modo di essere artisti.

Maurizio Geri - C’è sempre più interesse verso le forme tradizionali e soprattutto noto un atteggiamento più libero nell’approccio che tanti musicisti hanno verso questa musica, ci mettono del loro, credo sia la strada giusta, l’unico modo per non ibernarla e anzi traghettarla verso le nuove generazioni.

Spesso nel panorama della musica popolare italiana si tende a mettere da parte i canti di lavoro a favore di sonorità e tematiche più leggere, quanto è importante ed attuale recuperare questo corpus di brani presenti in tutte le tradizioni regionali italiane?
Riccardo Tesi - La musica tradizionale è espressione di una comunità ed in quanto tale racconta ogni minimo aspetto della vita di questa comunità, ogni momento importante è sottolineato e raccontato dalla musica, esiste un canto per ogni occasione. Il fatto che questa musica si tramandi nel tempo significa anche che pur essendo espressione di una piccola comunità in realtà parla dei temi universali dell'uomo e per questo non smette mai di essere attuale. Recuperare anche gli aspetti più impegnati, più nascosti e più poetici della nostra cultura significa anche imparare e conoscere meglio da dove veniamo.

Maurizio Geri - Come ti dicevo le canzoni restano vive se si trasformano, prendi per esempio Battan l’otto un brano che ha attraversato periodi storici differenti: da canto di carcere diventa canzone anarchica, socialista, di lotta sindacale e infine antifascista. Il lavoro e la condizione sociale sono elementi che insieme ai canti d’amore, alle filastrocche per bambini alle canzoni “a ballo”, concorrono a creare un quadro completo della vita dell’uomo, se si omette qualcosa non si “racconta tutta”.

Venendo più direttamente alla produzione di Riccardo, vorrei fare un passo indietro e parlare di due progetti che ritengo fondamentali nella tua carriera ovvero lo splendido Colline e l’altrettanto incantevole Crinali…
Riccardo Tesi - Crinali, insieme ad Acqua Foco e Vento e Un Ballo Liscio, appartiene a quei lavori tematici che ogni tanto amo fare mentre Colline descrive meglio la mia idea di musica, quella composta in prima persona. Crinali è dedicato alla musica tradizionale dell'Appennino Bolognese ed è praticamente la continuazione di Acqua Foco e Vento con Claudio Carboni al posto di Maurizio Geri. Il gruppo è praticamente lo stesso di Sopra i tetti di Firenze con l'aggiunta del grande Nico Gori al clarinetto e la bellissima voce di Ginevra Di Marco perfettamente a suo agio nella musica popolare dopo l'esperienza CSI e PGR. Colline è invece un disco di qualche anno fa legato alla mia collaborazione storica con Patrick Vaillant, straordinario mandolinista nizzardo. In questo avevamo coinvolto un grandissimo artista jazz che inseguivamo da tempo: Gianluigi Trovesi. In tutte le esperienze che ho avuto di incontri con musicisti jazz quella con Trovesi è sicuramente uno dei meglio riusciti perchè è un musicista di grande poesia e profonda intelligenza. Ha saputo mettersi al servizio della musica con una sensibilità e umiltà rari riuscendo ad essere sempre pertinente al linguaggio musicale che stavamo inventando in quel momento, senza preoccuparsi se fosse jazz o no ! Una bella lezione di musica da parte di uno dei personaggi più interessanti e creativi a livello internazionale.

Altro disco di Riccardo che, a mio parere, merita attenzione è Presente Remoto, vorrei che ne illustrassi i tratti principali ai nostri lettori…
Riccardo Tesi - Si tratta del disco realizzato per festeggiare i miei trent'anni di carriera e così ho pensato di invitare molti dei miei amici con cui ho condiviso parte di questo viaggio nella musica e altri con cui da tempo sognavo di collaborare. Tra i primi ci sono, tra gli altri, Patrick Vaillant, Elena Ledda, Ginevra di Marco, Daniele Sepe , Gianmaria Testa, Banditaliana, Archea mentre del secondo gruppo fanno parte Stefano Bollani, Cocco Cantini, Gavino Murgia ecc. Insomma alla fine sono trenta musicisti, una bella faticata ma anche un'esperienza irripetibile, vedere tutto questo fior di musicisti impegnati nel suonare la mia musica mi ha commosso. Ognuno ha dato tantissimo, oltre quello che mi sarei immaginato. Ringrazio l'IMAIE per avermi aiutato a realizzare questo sogno.
Credo che sia forse il mio miglior disco perchè riunisce in maniera coerente le varie anime che vivono dentro di me .

Da ultimo, una domanda di rito, sui vostri progetti futuri…
Riccardo Tesi - Adesso vorrei dedicarmi di nuovo alla composizione. Abbiamo in progetto il nuovo disco di Banditaliana, Madreperla che uscirà a marzo (trovate un anteprima in fondo ndr). Sono molto contento dell'ingresso del nuovo percussionista Gigi Biolcati , sento una bella energia nella band e credo che faremo buone cose insieme. Ultimamente sono stato coinvolto in progetti di più organetti. Il primo, Triotonico,è tutto italiano e mi vede in compagnia di due tra i più talentuosi giovani organettisti italiani : Simone Bottasso e Filippo Gambetta. L'altro è un progetto europeo che riunisce, oltre al sottoscritto, il belga Didier Laloy, l'irlandese Dave Munnelly, il finlandese Markku Lepistu ed il francese Bruno Le Tron. Sto anche lavorando in duo con Mauro Palmas, grande suonatore sardo di strumenti a plettro e collaboratore stabile di Elena Ledda. Insomma per adesso non rischio di annoiarmi !!!

Maurizio Geri - Come sappiamo il mercato del disco è in grande crisi, un musicista campa anche sui dischi, ti direi che ne ho in testa almeno tre ma bisogna andare con i piedi di piombo perché poi a rimetterci migliaia d’euro è un attimo. Per scaramanzia non ne parlo, però lancio un appello, per dirla come Daniele Sepe : “ Signori e signore…accattatevi ‘o disco!”


Riccardo Tesi e Bandaitaliana – Madreperla (Associazione Culturale Viavai) ANTEPRIMA


Sono passati sei anni da Lune e Riccardo Tesi e la sua Bandaitaliana tornano con un nuovo ed interessantissimo disco, Madreperla, nuova tappa del loro lungo viaggio cominciato diciotto anni fa e durante il quale hanno attraversato idealmente il mondo partendo dalla loro Toscana fino a Rio De Janeiro passando per Costantinopoli fino ad approdare alle coste del Mediterraneo. In questi anni la Bandaitaliana non è stata mai ferma ma ha dato vita a splendidi dischi come Crinali, Presente Remoto e Sopra I Tetti di Firenze, ma anche alle varie opere soliste di Riccardo Tesi, Claudio Carboni e Maurizio Geri. La novità di questo nuovo disco è rappresentata dall’ingresso nel gruppo di Gigi Biolcati alle percussioni che ha aggiunto al suono la sua ricchezza ritmica fatta di improvvisazione jazz e ricerca sonora tra i ritmi della world music e dell’Africa. Il disco, a differenza dei predecessori non è un concept ma piuttosto un istantanea della band, in uno stato di particolare grazia creativa, e non è un caso che i brani siano tutti originali e che vi sia un equa distribuzione tra canzoni e strumentali. La sensazione di essere di fronte ad un disco corale, nel quale tutti hanno avuto modo di scrivere canzoni e di contribuire alla creazione del disco, la si ha già dall’ascolto dei due brani che ci sono stati concessi in anteprima da Riccardo Tesi. La title track, in cui c’è lo zampino di Maurizio Geri in fase compositiva, è un brano dai ritmi trascinanti sospeso tra la poesia del testo e la ricchezza sonora, sinonimo questo delle tante ispirazioni che si sono alchemicamente combinate in fase realizzativa. Lo strumentale Kafkaffè di Riccardo Tesi, è avvolto da una ritmica travolgente sulla quale sinuoso si muove l’organetto del musicista toscano, regalandoci quattro minuti di grande musica a metà strada tra sperimentazione sonora e artigianato folk. Insomma questi due brani presenti nel singolo promo, sono qualcosa di più di una semplice anteprima ma ci lasciano intravedere chiaramente quello che sarà Madreperla, un disco dalla bellezza levigata, dai suoni fascinosi, e dalla sorprendente carica emozionale.


Salvatore Esposito

I Violini di Santa Vittoria, Riccardo Tesi e Claudio Carboni - L’Osteria del Fojonco (Eleytra Edizioni/Egea)


L’arrivo delle truppe Napoleoniche nella Pianura reggiana portò con se, oltre ad un nuovo vento di libertà, anche una serie di balli nuovi. Polka, mazurka, valzer presero a diffondersi rapidamente e pian piano andarono a sostituire i balli staccati, le cui figurazioni permettevano ai ballerini di toccarsi appena. Sebbene la restaurazione ne avesse compresso lo sviluppo, i ceti popolari continuarono a considerare questi balli come una esternazione del loro desiderio di libertà. Così parallelamente ad una straordinaria diffusione dell’alfabetizzazione musicale in quell’area, si assistette alla moltiplicazione di gruppi e di composizioni musicali. Nasceva così il ballo liscio, che successivamente divenne la colonna sonora di quella rinascita dell’Italia del nord dopo la tragedia delle due guerre. Una musica che suonava e suona come l’esigenza di emancipazione del proletariato, dei piccoli artigiani, degli operai, della gente che frequentava le Case del Popolo e popolava le piazze nel corso delle estati, o ancora le balere della riviera Romagnola. Le prime formazioni di liscio documentate sorsero nella Provincia di Reggio Emilia, ed in particolare nel comune di Gualtieri dove nacquero i Violini di Santa Vittoria, una sorta di Concerto di Violini composto da semplici braccianti che ben presto divennero veri e propri professionisti in grado di sviluppare nuovo materiale ed insegnarlo ai più giovani. A recuperare questa particolare tradizione musicale che vuole il liscio come figlio della più nobile musica classica, è nato alla fine degli anni novanta il progetto di ricerca storico-musicologica I Violini di Santa Vittoria, nato prima come spettacolo musicale e successivamente trasformatosi in due dischi entrambi prodotti da Sheherazade, ovvero il disco omonimo del 2001 e Kragujavec nell’Emilia, quest’ultimo curato Jamal Ouassini e Aleksandar Milojevic. L’idea base di questo progetto non è solo continuare a percorrere quella strada battuta della primissima formazione di Violini di Santa Vittoria, ma anche di dare a questa tradizione una dimensione creativa, cercando di lasciare la giusta libertà ai musicisti per approcciare questa tradizione, in modo che suonasse quanto meno ingessata possibile. I Violini di Santa Vittoria nella sua formazione base sono un quintetto d’archi composto da Davide Bizzarri, Roberto Mattioli, Orfeo Bossini, Luigi Andreoli, Filippo Pedol, ovvero tre violini, una viola e un contrabbasso, con la particolarità classica degli ensamble sanvittoriesi di suonare unici ed inusuali. Il repertorio da loro riproposto è il liscio mediopadano, le cui partiture principali risalgono agli anni dal 1930 al 1950, sebbene larga parte di questi risalgano addirittura ai Concerti di Violini di fine ottocento. Il nuovo disco de I Violini di Santa Vittoria, L’Osteria del Fojonco è stato ideato da Andrea Bonacini in collaborazione con il celebre organettista Riccardo Tesi e il sassofonista Claudio Carboni e recupera parte del repertorio di musiche scritte dal violinista e compositore Arnaldo Bagnoli ed inoltre presenta un tradizionale (Secondo Maggio/ Primo Maggio), un aria di Verdi (il Preludio della Traviata), un originale di Tesi (La mazurca del nonno), uno di Carboni (Vittoria) e uno Tango del fojonco, di Davide Bizzarri, che ha anche curato gli arrangiamenti del disco. Durante l’ascolto si spazia dalle mazurke alle polke passando per valzer e balli da aia, il tutto trascinati dagli archi che si intrecciano e dialogano ora con il sassofono di Carboni ora con l’organetto di Tesi. L’emozione di ascoltare queste melodie senza tempo cresce di brano in brano fino ad arrivare al vertice del disco ovvero Il Novecento, un sontuoso valzer dalle atmosfere quasi cinematografiche firmato da Arnaldo Bagnoli. L’Osteria del Fojonco non è dunque un semplice disco di musica da ballo, ma racchiude in se la memoria di una tradizione che viene da lontano, che mescola suoni, dipinge atmosfere, regala emozioni senza tempo.



Salvatore Esposito

Samepicò – Samepicò (Radici Music)

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Artigiano pellettiere di Ugento, importante cittadina salentina vicina a Capo di Leuca, Antonio Cerfeda, ha da sempre coltivato la passione per la musica ed in particolare per lo scrivere canzoni ispirate dalla sua terra. Nel suo dna musicale c’è tutta la tradizione dei cantastorie rurali, la poesia istintiva che colpisce dritto al cuore con il suo carico emotivo, ma anche con la sua ironia e la ricchezza musicale, che spazia dalla pizzica, alla ritornella fino a toccare i canti di lamento. Nonostante il duro lavoro che lo vede d’inverno intento a cucire borse e d’estate a rivenderle su improvvisate bancarelle, Antonio persegue la sua passione, scrive canzoni, le canta in pubblico, ma restano chiuse in un cassetto finchè non arriva l’incontro con Alessandro Bongi, chitarrista pistoiese che ascoltati i tanti nastri registrati, lo invoglia a realizzare un disco. Nasce così Samepicò, disco che raccoglie dodici brani originali per i quali Bongi ha confezionato un perfetto abito sonoro, colorato dalle mille sfumature della tradizione salentina, eppure sorprendentemente vicino alla canzone d’autore. Fondamentale in questo senso è anche il collettivo di musicisti costruito ad hoc, dal chitarrista pistoiese e composto da: Pino Masullo (chitarra battente), Ben Jeger (fisarmonica), Daniele Nesi (basso), Daniele Zollo (chitarra elettrica), Daniele Borgognoni (darbouka e djambee), Pippi Toma (voce narrante), Cristina Mastria (voce solista e controcanti), Francesco Scorcelletti (scacciapensieri), Alberico Spinazzi e Daniela Dolce (cori). Durante l’ascolto si viene letteralmente investiti da un ondata di energia positiva, la voce di Antonio Cerfeda, scandisce le parole, riflette, analizza la realtà, regala spaccati di una terra piena di storia e di storie di gente comune, di cui lui dipinge ritratti che mettono in risalto quella dignità umana che i tanti luoghi comuni tendono a cancellare. Le sue parole puntano dritto al cuore, anche quando con qualche licenza verbale o qualche pungente ironia arrivano a toccare argomenti come l’immigrazione clandestina o l’inquinamento. Ad aprire il disco è PCB, un brano duro, sferzante, nel quale si parla di ecomafia, di oli minerali contaminati con pericolosi pcb, di rifiuti tossici, la voce di Cerfeda è ironica ma allo stesso tempo riflessiva. Seguono l’ironica Urku Mirru, dedicata a Mirko Urro, archeologo autodidatta sulle tracce dei Messapi, la trascinante pizzica Culummare e la pungente Klaohi Zis, nella quale non senza polemica si parla della piaga dei tombaroli, e di quanti hanno depredato i tanti siti storici degli insediamenti Greci e Messapici. Splendido è poi l’inno religioso Matonna Te La Luce, seguono poi tre brani narrativi, U’Masi dedicata ad un personaggio caratteristico di Ugento, Abdù nella quale Cerfeda affronta il tema dell’immigrazione, e I Calanti, pizzica dedica al famoso gruppo di pizzica omonimo. Sul finale arrivano i tre brani più intesi del disco ovvero A Contrappunto dedicata alla rivista culturale omonima, e caratterizzata dalla partecipazione della Banda Filamonica Borgognoni di Pistoia, l’autobiografica L’Artigiano nella quale Cerfeda canta del suo lavoro di pellettiere e ambulante, ma soprattutto la poetica Ugento, un acquerello in musica su testo di Agostino Casciaro. Samepicò è insomma una eccezionale sorpresa non solo perché con lui rivive l’antichissima tradizione dei cantastorie ma soprattutto perchè il sodalizio con Alessandro Bongi non può che rappresentare una delle più belle soprese di quest’anno.

Salvatore Esposito

Nosisà - Neri Cjarbon (Folkest Dischi)

La storia dei Nosisà comincia a Pasian di Prato in provincia di Udine nell'Agosto 1993, quando Gianluca Zanier e Paolo Mattotti insieme ad altri musicisti decidono di dar vita ad un gruppo con l’obiettivo di rileggere la tradizione musicale friulana ispirandosi al folk-rock di gruppi come Cappercaille e Fairport Convention. Pochi mesi dopo pubblicano il loro disco di debutto Schiarazula Marazula, interamente dedicato al compositore cinquecentesco Giorgio Mainerio che sin da subito li segnala all’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori per il loro stile inconfondibile e per la sorprendente originalità e varietà degli arrangiamenti. Sebbene il loro ultimo disco, Liende, risalga al 1999 i Nosisà in questi anni non hanno mai smesso di fare musica come dimostra Cu4tri del duo Zanier/Mattotti e soprattutto i tanti concerti che li hanno portati ad esibirsi in tutta Europa. A distanza di dieci anni dal loro ultimo disco in studio e con una nuova formazione composta da Gianluca Zanier al basso, Flaviano Miani alle tastiere, Paolo Mattotti alle chitarre, Stefano Penta al violino, Max D'Osualdo alla fisarmonica e Claudio Cappelli alla batteria, i Nosisà tra il settembre e l’ottobre del 2009 hanno inciso il loro nuovo album, Neri Cjarbon. Il disco presenta dieci brani composti da Flaviano Miani e Paolo Mattotti, insieme al fondamentale Gianluca Zanier a farsi carico dei testi. Durante l’ascolto piace l’alternanza tra brani cantati e strumentali, tutti caratterizzati da sonorità a metà strada tra folk-rock e progressive. In particolare a risaltare sono brani come la spelendida title track caratterizzata da uno splendido testo poetico, la sontuosa Sotvos in cui brilla il dialogo tra la chitarra di Mattotti e gli strumenti tradizionali e i ritmi in levare di Agheagane. Altrettanto interessanti sono anche gli strumentali Sun Luntan, Dit e Fat, la pianistica Planca ma soprattutto No Sta Domandà, che brilla per i suoi cambi di ritmo e per il suo travolgente arrangiamento. A livello sonoro stupisce la compattezza del suono, che rispecchia a pieno quello che anche l’impatto live del gruppo, ma soprattutto la freschezza e l’originalità di alcuni arrangiamenti che lasciano sempre intravedere un forte legame con la tradizione popolare. La band friulana con Neri Cjarbon ha dunque cristallizzato l’idea di quello che dovrebbe essere il folkrock in Italia, nella sua accezione più pura. La nostra speranza è questo disco sia la base per una più costante produzione discografica, perché di band come queste la musica italiana ha davvero bisogno.

Salvatore Esposito

Gian Piero Alloisio e Maurizio Maggiani - Storia della meraviglia, 12 Canzoni e 3 Monologhi (Feltrinelli) Cd + Libro 64 pagine Euro 20

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Storia della Meraviglia è un progetto musicale e letterario a metà strada tra canzone d’autore, teatro e letteratura, uno spettacolo, ma anche un libro, un disco, nato dall’incontro tra lo scrittore Maurizio Maggiani e il cantautore e drammaturgo Gian Piero Alloisio, che insieme hanno ideato un viaggio personale nella Storia, condotto ora su intimi sentieri ora sui grandi eventi che hanno cambiato la civiltà antica e moderna. Entrambi hanno lavorato empaticamente, dando vita ad una reciprocità di ispirazioni, che ha permesso ad Alloisio di lavorare sui testi di Maggiani dando vita alle canzoni, e successivamente quest’ultimo ha raccordato con i suoi monologhi, spesso frutto di un lavoro d’improvvisazione. A far scoccare questa fortunata scintilla è stato uno spettacolo sui cantautori genovesi per il quale Allioisio aveva chiesto a Maggiani un monologo, ritrovandosi invece tra le mani le bozze del libro Mi Sono Perso A Genova. Dalla lettura delle prime pagine di quel libro è nata l’ispirazione per tre canzoni, che sono state alla base di questo sorprendente progetto artistico, e soprattutto che hanno rappresentato un ritorno al cantautorato per Gian Piero Alloisio che seguendo questa ispirazione è riuscito a ritrovare la sua vena compositiva. Si è così chiuso un cerchio o un conto in sospeso con quella Genova, che è tornata ad essere musa ispiratrice, e culla per la poesia in musica.
Il disco registrato da Marco Canepa alla Casa della musica nello studio Maccaja, vede Alloisio e Maggiani affiancati da un gruppo eccellente di musicisti composto da Roberta Alloisio (voce), Claudio Andolfi (batteria), Stefano Cabrera (violoncello), Claudio De Mattei (basso), Fabrizio Lamberti (pianoforte), Gianni Martini (chitarre), Patrizia Merciari (fisarmonica), Raffaele Rebaudengo (viola e violino), Edmondo Romano (clarino piemontese) e Corrado Sezzi (percussioni). Durante l’ascolto, emergono così le storie di personaggi sorprendenti, piccoli profeti del nostro tempo come l’uomo che urla frasi alla stazione della bellissima Aspettatevi l’Ombra, o Aristo Ceruzzi partigiano comunista innamorato dell’America latina, morto durante una rapina, e ricordata in Aristo, o ancora la ragazza che lascia messaggi di pace scritti sui muri della città, a cui è dedicata Emme. Dalle canzoni emergono così le esistenze di persone speciali, i problemi irrisolti del Novecento, il declino inesorabile della nostra civiltà, la fine della centralità dell’Occidente. La meraviglia di fronte a tali persone e tali eventi diventa così il collante, il filo rosso che collega queste canzoni ai monologhi, recitati con ipnotica affabulatorietà da Maggiani, che scopriamo attore istintivo e passionale. Completano il disco e chiudono questo riuscito progetto due brani di grande pregio, ovvero Amico Sul Cuscino scritta con l’indimenticato Umberto Bindi e la splendida Il Sogno e La Rosa, che arriva invece da una collaborazione con Ivano Fossati. Questi due brani insieme a Sant’Anna e l’evocativa Sognata Città, sono un po’ l’asse portante di questo disco, nel quale si tocca con mano la crescita e la materializzazione di una ispirazione, quasi questo materiale avesse preso forma e sostanza lentamente, fino a splendere di luce propria. Il disco e il libro, racchiudono l’essenza della magia che Alloisio e Maggiani sono riusciti a creare sul palco, e ovviamente la scelta di pubblicarli racchiusi in un cofanetto non può che dirsi perfetta. Insomma Storia della Meraviglia è un progetto di grande spessore musicale, che dimostra come la scuola genovese riesca ancora a stupirci nonostante alcuni dei suoi massimi esponenti ci abbiano lasciato.


Salvatore Esposito

Sciamboli e Canti All’Altalena a cura di Patrizia Balestra (Squilibri), 304 pagine + Cd Euro 23

Pubblicato nella collana “Archivi Tradizionali Musicali” della sempre attivissima Squilibri, Sciamboli e canti all’Altalena è una preziosissima pubblicazione curata della professoressa Patrizia Balestra che con il contributo della Provincia di Foggia, del Conservatorio “Umberto Giordano” di Foggia, nonché dell’Università degli Studi di Foggia. Le oltre trecento pagine di questo volume, si aprono con una interessante prefazione di Giovanni Giuriati e raccolgono i risultati delle ricerche volte a riscoprire e recuperare gli Sciamboli, canti in rima tipici del Sub Appennino Dauno, con cui le donne, solitamente approfittando delle concessioni del Carnevale, potevano raccontare i loro sentimenti, i loro amori, e le loro speranze, a metà strada tra poesia e licenziosità. Tali canti caratterizzati da un particolarissimo disegno melodico discendente e da una sorprendente intonazione delle voci, rappresentavano un modo diverso per esorcizzare le difficoltà della vita quotidiana, ma erano anche un vero e proprio rito di passaggio verso il corteggiamento. La loro particolarità consisteva nell’essere associati all’uso dell’altalena, che i contadini montavano su appositi sostegni al soffitto delle proprie case o più spesso ad una trave posta all’ingresso delle loro abitazioni, e proprio in virtù di tale consuetudine il canto assumeva connotati inaspettati dettati dalla spinta del piede che uno dei due cantori, posti spalla contro spalla, dava all’altalena. I risultati contenuti in questo libro sono il frutto di un lungo lavoro interdisciplinare focalizzato non solo alla ricostruzione dei contesti sociali e culturali in cui si sono sviluppati questi canti e alla relativo studio musicale ma anche all’analisi acustica, alla trascrizione e alla comparazione tra le varie aree investite dal fenomeno. Il recupero degli antichi Sciamboli o canti d’altalena, fa emergere uno spaccato di un’identità culturale comune non solo ai paesi dei Monti della Daunia ma anche ad aree che arrivano a toccare il Molise, la Lucania e la Calabria. A corredo del libro, è stato aggiunto un disco che raccoglie ventinove tra i canti più significativi provenienti dalle registrazioni sul campo in Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia da effettuate Ernesto De Martino, Diego Carpitella, Alberto Mario Cirese e Alan Lomax, dal 1952 al 1970. L’opera curata dalla Professoressa Balestra ha dunque il grande pregio di aver ricostruito in maniera certosina l’evoluzione di un genere musicale complesso, la cui importanza investe non solo problematiche etnografiche, ma anche sociali e culturali, e che in mancanza di una tale lavoro di recupero si sarebbe perso nella memoria di quei pochi anziani che ancora ne custodiscono la tradizione.



Salvatore Esposito

Piazza Blues Festival 13-17 Luglio 2010, Bellinzona

Edizione numero ventidue per il Piazza Blues Festival di Bellinzona, vincitore del prestigioso Keeping The Blues Alive Award attribuitogli dalla Memphis Foundation. Una manifestazione quindi tra le più prestigiose nel blues europeo, con un cast stellare che non ha tradito le aspettative.  L'edizione ha avuto inizio con la serata ad ingresso libero di giovedì 15: Sean Carney Band, San Pedro Slim e James Hunter. Bella apertura da parte di Carney, seguito dall'armonicista San Pedro Slim, talento di punta del blues californiano, giunto a Bellinzona in esclusiva europea, che ha regalato un'esibizione serrata e avvincente tra west coast blues e jump.

Momento speciale anche il set dell'inglese James Hunter, costretto per motivi familiari a cancellare le successive date italiane, con una band trainata da due sassofoni e un giusto equilibrio tra blues e soul.
Il festival è poi proseguito in crescendo con la serata del 16, aperta dai Blues Culture con l'armonicista Steve Baker. L'attesa era per il grande nome in cartellone, quello di Buddy Guy, chitarrista-leggenda in una forma straordinaria per i suoi 74 anni.  Guy imbraccia la chitarra con un tocco sicuro, ancora agile ed efficace, accompagnato da una band molto solida. 

Concerto trascinante che non disdegna le citazioni di brani di coloro che a Guy si sono ispirati, dai Cream a Hendrix, con un classico come Hoochie Koochie Man nel mezzo e l'irrinunciabile passeggiata finale tra la folla. Grande spettacolo.
Prima di Guy è salito sul palco il duo, estremamente convincente, con Cedric Burnside alla batteria (nipote di L.R.Burnside) e Lightin' Malcom alla chitarra. Blues scarno, riff essenziali ma sempre molto originali, con una cifra personale rispetto ai tanti che negli ultimi anni hanno sfruttato il combo chitarra-batteria.

La testimonianza di come il festival guardi al futuro del blues. Ciliegina sulla torta Rick Estrin & The Nightcats, paladino dell'armonica dallo swing accattivante e, se pur non main act, vera garanzia di una serata segnata dalla ricerca qualitativa.
Serata conclusiva, il 17, aperta dal bel blend acustico del trio ticinese Marco Marchi & The Mojo Workers. A seguire, il blues suadente dello svizzero Philipp Fankhauser, nome di successo al centro Europa, capace sviluppare blues e assoli di pari passo con le canzoni. Conoscitore della forma canzone è anche l'americano Robert Cray, chitarrista di grande talento, voce affascinante e grande interprete vocale. Cray conclude il festival segnando l'apice dell'ultima serata, con grande gusto sia chitarristico che nella scrittura. Prima di lui Jimmy Vaughan, il nome più atteso, che ha regalato un blues trascinante dalla verve ballabile con la partecipazione della cantante Lou Ann Barton. Ottima edizione.


Giulia Nuti

Abnoba – Abnormal (Kilohertz Records)

Abnoba era la divinità celtica che proteggeva le fonti d’acqua e mai nome fu più adatto di questo per il gruppo piemontese guidato da Vincent Boniface, che traendo spunto dall’inesauribile fonte del folk è riuscito a dar vita ad uno stile originale. Ciò che li rende unici è il loro particolare approccio con la tradizione, che parte da tecniche completamente nuove nell’uso degli strumenti tipici del folk, per giungere ad una riproposta attenta alla composizione e soprattutto all’improvvisazione. Il loro stile a metà strada tra antico e moderno, affascina per l’alchimia sonora creata dalla commistione melodica tra tradizione italiana e francesce, caratterizzata da una rilettura attraverso stili differenti come il jazz, la Balkan Music, l’armonia classica, il funky e i suoni del Sud America. Questo particolare métissage sonoro coniuga mondi formalmente lontani dalla musica di tradizione orale delle Alpi Occidentali e funge come una lascia passare verso il ritorno alle radici del passato. La stessa struttura della band dimostra come si sia cercata una sintesi tra strumenti arcaici, come la cornamusa e l’organetto, sonorità moderne date dall’utilizzo di tastiere, basso, batteria nonché dell’elettronica che funge da perfetto collante spazio temporale. L’asse portante del gruppo è certamente il trio composto dal leader Vincent Boniface (clarinetto, cornamuse, flauti), da Simone Bottasso (organetti diatonici), e da Paolo Dall'Ara (cornamusa, flauti, tarota), ai quali si aggiungono di volta in volta ora la talentuosa Sabrina Pallini alla voce ora Pietro Mumico al piano, mentre la sezione ritmica è in mano a Marco Mammo Inaudi (basso) e Luca Rosso (batteria). La sensazione che si ha ascoltando i loro dischi è che gli Abnoba hanno una marcia in più, data dal grande coraggio che gli ha consentito di muoversi con agilità attraverso la sperimentazione e la ricerca. Tale caratteristica era già alla base di Vai Facile, il loro disco di debutto del 2004 e sembra aver trovato una dimensione ancor più definita in Abnormal, il loro secondo album di recente pubblicazione. In questo disco infatti, il gruppo piemontese è riuscito a condensare tutte le sue anime, infatti se da un lato c’è una grande esuberanza tecnica e compositiva dall’altro questi ragazzi riescono a restare leggeri, con i piedi per terra, concedendosi spesso divertissment, e piccole gag musicali. Ad accompagnare gli Abnoba in questa nuova avvenutra sono stati anche alcuni artisti che hanno incrociato con loro gli strumenti in questi anni, ovvero il ligure Stefano Valla, il più importante suonatore di Piffero delle Quattro Province, il francese Grégory Jolivet alla Ghironda, e Paolo Bonfanti alla chitarra elettrica. L’ascolto di Abnormal è gradevolissimo e spesso ricco di sorprese, soprattutto se si pensa che il materiale preso in esame è spesso caratterizzato da una certa ripetitività dei temi musicali. Ad aprire il disco è la superba Albeena Delight cantata da Sabrina Pallini, la cui voce soul sin da subito spiazza per il riuscito contrasto tra il suo cantato in inglese e la melodia tradizionale che rimanda ai brani da ballo piemontesi. Si spazia così tra le atmosfere minimal di Bofonchio al jazz-fusion di Self, fino a toccare alcuni antichi brani già riproposti da gruppi come Trouveur Valdotèn di cui lo stesso Boniface fa parte o ancora la Compagnia Strumentale Tre Violini. Il vertice del disco è da ricercare proprio in questi brani come il crescendo di La Mort de la Mie, la splendida La Barbunota, Voces Nocturnae dove brilla la voce di Valeria Benigni ma soprattutto la Monferrina in Re dove il piffero magico di Stefano Valla duetta in modo strabiliante con un ispiratissimo Paolo Bonfanti alla chitarra. Completano il disco due bonus track dal vivo che lasciano intravedere l’immenso potenziale degli Abnoba come una delle migliori live band folk degli ultimi anni.


Salvatore Esposito

Cheap Wine - Stay Alive! (Cheap Wine)

I Cheap Wine non hanno bisogno di presentazioni, per loro parlano dieci anni di rock, i loro splendidi dischi, i concerti, la passione ma soprattutto il coraggio e la caparbietà di andare avanti restando orgogliosamente indipendenti, e non perdendo mai la capacità di saper emozionare i loro ascoltatori. La loro carriera è stato un crescendo, vissuto maturando di disco in disco, fino all’ultimo album in studio Spirits, un disco come se ne fanno pochi in Italia soprattutto se si decide di scrivere brani in inglese. A celebrare il decennale della loro carriera è arrivato finalmente un disco dal vivo, Stay Alive!, un doppio disco, pensato come fosse un doppio lp in vinile diviso in quattro facciate ben distinte. Un disco live mancava nella loro discografia non fosse altro che per testimoniare la qualità e la bellezza dei loro live act, ma soprattutto mancava un disco che in qualche modo sintetizzasse le anime di questo gruppo. Non ci sembra una scelta casuale che il primo disco sia incentrato maggiormente sui brani dalle atmosfere acustiche, nei quali si ha modo di apprezzare i fratelli Diamantini al vertice della loro ispriazione con Marco ormai front man navigato e Michele impeccabile e versatile chitarrista. Nel corso dell’ascolto dei due dischi si ha la sensazione di assistere ad una crescita progressiva del suono che con lo scorrere dei brani si fa sempre più elettrico e ricco dal punto di vista strumentale, fino ad arrivare al travolgente uno-due delle cavalcate chitarristiche Snakes e Loom And Vanish. Nel mezzo ci sono incursioni nel blues con Leave Me A Drain, nel rock con la title track dello splendido Move Along, ma soprattutto non mancano alcune perle come Among The Stones dal disco di debutto e la travolgente Reckless tratta Crime Stories. Il vertice del disco lo si raggiunge prima con il rock-country di A Pig On A Led e poi con Nothing Left To Say, uno dei pezzi più riusciti di tutta la loro produzione. Se mai ci fosse stato bisogno di una conferma, Stay Alive!, è la piena dimostrazione di come i Cheap Wine siano ormai una band matura e senza dubbio in grado di poter misurarsi senza affanni anche su circuiti internazionali e questo soprattutto per la coesione che si è creata nella band. I fratelli Diamantini dimostrano di saper custodire l’anima del gruppo, ma non da meno sono anche Alessio Raffelli al piano, e l’impeccabile sezione ritmica composta da Alan Giannini ed Alessandro Grazioli. Dopo il lungo excursus in tutta la discografia del quintetto marchigiano, ovviamente non potevano mancare due cover d’eccezione, che omaggiano i due numi tutelari del gruppo ovvero Bruce Springsteen (Youngstown) e Neil Young (Rockin' In The Free World), manca Bob Dylan ma poco importa, dato che i Cheap Wine si erano già sdebitati in passato. Stay Alive! è dunque un punto importante d’arrivo per i Fratelli Diamantini e soci, ma siamo certi, che questi ragazzi hanno ancora tanto da regalarci in termini di emozioni e grandi canzoni.


Salvatore Esposito