BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 14 aprile 2011

I suoni dei Casali Cosentini – Intervista con Antonio Bevacqua

Musicista, ricercatore ed etnomusicologo, Antonio Bevacqua è da anni impegnato nello studio della tradizione musicale della Sila ed in particolare della zona dei Casali Cosentini. Parallelamente alla sua attività di ricerca, è nato anche il progetto Neilos, gruppo con il quale nel 2007 ha inciso l’apprezzato Transumanza, disco interamente composto da composizioni autografe in dialetto calabrese ed ispirate alla tradizione popolare. Lo abbiamo intervistato per parlare del suo metodo di ricerca sul campo, dell’avventura con i Neilos e soprattutto del prossimo disco in uscita.

Come nasce la tua passione per la musica popolare ed in particolare l'interesse per quella della Calabria?
Di certo nel 1973, mio anno di nascita, in Calabria musica e suonatori tradizionali ce n'erano tanti e non potevo che crescere in mezzo a loro visto che la famiglia di mio padre da sempre ha svolto un’attività agropastorale nella Sila Greca. Tra i primi ricordi di bambino tornano sempre alla mente quelle meravigliose serate passate davanti al camino, a lume di candela (la luce elettrica in alcune zone ancora non era arrivata!!!) dai vari amici di mio padre che puntualmente, a fine cena, suonavano la chitarra battente e cantavano insieme alle mogli. Un mondo ormai davvero perduto che spesso per alcuni aspetti rimpiango, visto la vita frenetica odierna.

Da questa tua passione è nata poi anche la tua attività di ricercatore ed etnomusicolo...
Ho avuto modo di frequentare le scuole a Cosenza, una città molto importante della Calabria che mi ha dato un imprinting più underground anche se per alcuni versi provinciale. Sognavamo molto molto negli anni 80 e dalle prime e poche note sulla chitarra sono passato a suonare blues e rock pensando agli States e a Berlino che in quel momento stava abbattendo il muro. Nel 1991 mi sono iscritto a Lettere all’università della Calabria e ho da subito scelto l’indirizzo demo-antropologico. Sono stati anni importanti e di grande formazione; finalmente potevo approfondire lo studio della musica e degli strumenti tradizionali analizzandone la storia, la provenienza e il contesto socioculturale.

Quali sono i tuoi metodi di ricerca sulle fonti tradizionali?
Se avessi risposto a questa domanda un po’ di tempo fa avrei usato termini molto tecnici come ricerca sul campo, ricerca bibliografica, analisi dei valori culturali ecc. Certo un po’ di “mestiere” l’ho appreso dai tanti antropologi ed etnomusicologi che ho avuto modo di frequentare ma dopo tanti anni dico che la ricerca è senz’altro fatta di sentimento, di cuore. I pochi anziani suonatori riamasti in vita sono senz’altro generosi nel suonare e raccontare il loro sapere, sono però allo stesso tempo uomini di esperienza che di certo prendono le distanze da persone senza scrupoli e poco leali.

Come è nato il progetto Neilos? Qual è lo spirito che anima i vostri lavori?
Ho formato il gruppo nel 2004 dopo anni in cui ho suonato in diverse formazioni musicali, alcune delle quali da me create. Sentivo l'esigenza di far confluire le mie idee musicali e le sonorità che ho sempre ricercato in un unico progetto, con l'obiettivo di ampliare le potenzialità della musica e degli strumenti musicali popolari abbattendo i confini del contesto e del determinato.

Transumanza il vostro ultimo disco rappresenta una tappa importante per i Neilos, come si è evoluto dai primi dischi ad oggi il vostro sound e il vostro approccio con la musica tradizionale?
Transumanza è senz'altro un gran viaggio, una continua andata e ritorno in cui la musica, le idee, brulicano in spazi altri per poi ritornare sui passi natii ma offrendo nuovi contributi. Una tappa importante per noi perchè dopo tanto lavoro siamo riusciti ad incidere quello che avevamo da tempo nella nostra mente. Le sonorità del disco sono intrise di quel mondo musicale ancora purtroppo poco conosciuto e ormai quasi perduto che giace però nella memoria e nelle numerose bobine per fortuna ben conservate della Discoteca di Stato e di altri enti che conservano questo patrimonio. Le strutture armoniche perciò sono molto semplici e lasciano lo spazio ad un libero percorso melodico che diventa quasi padrone delle armonie.

In che misura la tradizione musicale della Sila ha influenzato Transumanza?
La Sila è un luogo immenso, come immensi e straordinari sono i sui paesaggi; il tempo è indefinito, ogni corsa si arresta per lasciare spazio al fruscio degli alberi, al suono del vento e alla magica voce del silenzio. Nel percorrerla, lungo il cammino, tra gli alberi, verso sud est si inizia ad intravedere il mare Jonio: è la Sila Greca. L'azzurro dell'acqua in lontananza fa da sfondo agli alti pini: si scorgono case e colline. Longobucco, Bocchigliero, Caloveto, Calopezzati, paesi dai nomi che rievocano la Grecia; sentieri, strade sterrate, in questi luoghi la famiglia di mio padre praticava la transumanza, in questi luoghi ritrovo la mia musica.

A livello sonoro nel disco si notano anche influenze provenienti dal Mediterraneo, dall'Est Europeo e dal Nord Africa, in che modo siete riusciti ad amalgamarle con le sonorità tradizionali?
Analizzando la storia è curioso osservare come un tempo il sud Italia era fortemente legato al nord Africa, all'est europa e alla Grecia. Il mare era l'autostrada che collegava e univa i popoli del mediterraneo, un continuo scambio che ha costantemente arricchito la cucina, le idee, la musica, e il pensiero di questi popoli. La chitarrra battente, le zampogne, la ciaramella, i flautini di canna, la lira calabrese, i tamburelli, sono stretti cugini dell'oud, del saz, del bendir, ecc. Il canto dei paesi arbresh presenti in Calabria è intriso di sonorità balcaniche, così come nei canti della Sila Greca si ritrovano tracce dei canti liturgici dei monaci bizantini approdati in Calabria intorno all'anno 1000. Il nostro lavoro perciò è spontaneo; è stato naturale per noi unire le nostre sonorità a quelle mediterranee, quasi a ribadire che quello scambio ancora continua, in un'atmosfera in cui niente diventa circoscritto e museale; le tradizioni perciò si annullano perchè tradizione e appartenenza a mio avviso fermano il dialogo e il confronto; al contrario le idee, l'impeto e la ricerca di nuovi orizzonti creano fermento.

I brani di Transumanza sono tutti originali, ma è evidente che siano nati su una base tradizionale. Puoi parlarci del tuo approccio alla scrittura dei brani e delle loro ispirazioni?
Ogni brano del disco ha una sua storia ed è caratterizzato da uno strumento popolare. Ad esempio in Liberamente ho utilizzato un Colascione, in Transumanza è in evidenza la Zampogna, in Anima zingara il bouzuki. Si, senz’altro i brani si sono sviluppati in base a dei riff generati proprio dalle sonorità degli strumenti.

Durante l'ascolto mi hanno sorpreso molto vari brani, in particolare mi piacerebbe che tu ci parlassi di Mare Nudu e Neilos...
Mare Nudu è un canto dedicato a quel mare che per secoli è stato fonte di ispirazione, interscambio culturale e commerciale diventato ormai una discarica senza dignità. Soffre quel mare, spogliato della sua integrità e attentato alla sua salute. Soffrono i pochi pescatori rimasti che ormai hanno poca speranza nel futuro...e cosa si può sperare ancora se davvero venisse confermata la presenza di scorie nei nostri mari? Ma la potenza di Nettuno è impressionante, il mare arrabbiato, con la sua forza riprenderà il suo potere, questo è certo.

Il brano Neilos è tratto dal Bios di San Nilo, la biografia del santo rossanese-bizantino dell'anno 1000, scritta dal suo discepolo Bartolomeo.
E' senz'altro la firma e la connotazione del gruppo, un'ispirazione determinata a valori profondi e spirituali nell'impegno verso la pace e la fratellanza. Neilos in greco antico significa fiume: è lo scorrere del tempo e dell'acqua purificatrice, anima del mondo, speranza di vita e di luce. Si mescolano nel brano il bouzuki e la ciaramella in un sirtaki senza tempo, straordinaria la voce di Gianluca Spatafora che ha saputo a mio avviso ben costruire la linea melodica del canto sulla base di un lavoro costruito insieme attorno alla musicalità bizantina.

Passando al tuo libro, I Tamburi della Sila, puoi parlarci di questo particolare lavoro dedicato ai Costruttori e Suonatori dei Casali Cosentini?
E' stato il viaggio più intenso della mia vita e paradossalmente a pochi passi da casa mia; le ricerche si sono concentrate in particolar modo a Sant'Ippolito, poco sopra Cosenza. Dieci anni di relazione e di interazione con il mondo Silano-occidentale, un incontro continuo ed una emozione intensa e straordinaria così particolarmente intima che fatico ad esprimere.

Più in particolare potresti illustrarci questa particolare tradizione?
Spesso nei paesi del sud Italia sovente capita, ancora adesso, di ascoltare una banda musicale composta da numerosi suonatori, per lo più di ottoni. Ecco, in sintesi i tummarini della Sila svolgevano lo stesso ruolo, annunciavano le imminenti feste suonando all'alba, a mezzogiorno e al tramonto, seguivano le processioni e annunciavano un lieto evento di un membro della comunità di appartenenza. Senz'altro l'origine e la presenza di questi strumenti in Calabria sono da ricondurre al medio oriente, in cui si sono sviluppati, in particolar modo in Turchia verso un utilizzo in ambito militare; non a caso in ambito etnomusicologico sono classificati come tamburi militari e grancasse.

Tornando al libro mi piacerebbe che tu ci illustrassi nel dettaglio i tuoi metodi di ricerca sul campo...
Ho utilizzato tanti aggeggi durante i miei lavori, alcuni di quali ora obsoleti tipo il minidisc, macchine fotografiche con pellicola, le prime macchine fotografiche digitali...pessimi attrezzi, anche se di fascino, se paragonati alle tecnologie attuali. Il manuale della ricerca antropologica prevedeva: ricerca bibliografica, analisi delle fonti dei folkoristi, dei viaggiatori stranieri e degli etnomusicologi; inoltre ricerca sul campo, elaborazione dati e stesura del testo. Ma il cuore e la sincerità sono venuti prima di ogni cosa.

Concludendo so che stai preparando un nuovo disco con i Neilos, puoi anticiparci qualcosa?
Si, ho un entusiasmo incredibile in questo periodo. Ho già composto molte delle musiche la scorsa estate nella splendida Maremma tra i grilli e le cicale insieme al mio Boss Br 600. L'11 giugno presenteremo a Berlino, al Carnevale delle culture il nostro nuovo singolo corredato da un video dal titolo Batte questo tempo, una canzone che parla di speranza e legalità. La formazione intanto è un po' cambiata, la musica è diventata più rock. Il sound è ben determinato dalla presenza alla batteria di Michele Panepinto, di Francesco Lombardo al basso, di Piero Carvello al pianoforte e alle tastiere. Vincenzo Scorza, sound designer, cura egregiamente le sonorità elettroniche. Le voci sono curate da Andrea Fenu e Alessandro Castriota. Di recente si sono aggiunti al gruppo la calabrese Preziosa Ierimonte alla voce e Marcello Pala al tamburo della Sila. La mitica Her è sempre vicina a noi così come preziosi sono i suoi consigli. Ci saranno molte novità, tra queste un forte impegno sociale corredato dalla stretta collaborazione con associazioni umanitarie molto importanti.

Neilos - Transumanza (Altrosud/Squilibri/Megasound/Egea 2007)

Nato nel 2004 da un idea del musicista e ricercatore, Antonio Bevacqua, il progetto Neilos è una delle realtà più importanti del scena folk calabrese, non solo per la loro intensa attività dal vivo che li ha visti protagonisti in Italia quanto all'estero, ma sopratutto per l'alta qualità delle loro proposta musicale. Il nome del gruppo rimanda all'antico nome greco di San Nilo di Rossano (CS), suonando quasi programmatico, infatti dalla loro musica emergono echi dell'incontro tra Occidente ed Oriente, reminiscenze di quell'epoca in cui sulle coste ioniche della Calabria approdavano i monaci bizantini, con loro quell'insieme di tradizioni ed usanza dei territori della Grecia e dell'Impero Romano d'Oriente. Proprio quell'incontro tra popolazioni diverse, ha lasciato profondissime traccie nella cultura e nella tradizione popolare della Sila Greca, ancora oggi ricchissima di musica e strumenti tipici come la chitarra battente e la zampogna surdulina. Il gruppo composto da un organico di quasi quindici elementi, tra cui spiccano Alessandro Castriota Skanderlberg ed Erma Castriota, vede la partecipazione anche di diversi musicisti locali come il costruttore di zampogne Luigi Nigro e i Tamburinari dei Casali Cosentini. Intorno al gruppo si muove anche l'associazione culturale omonima, impegnata nel promuovere e far conoscere la tradizione popolare calabrese attraverso numerose attività musicali e non. Il disco di debutto dei Neilos, Transumanza datato 2007, segue una serie di lavori autoprodotti legati alla tradizione popolare (Calabria Settentrionale e A riva il Polipo del 2004) e rispetto a questi ultimi si pone su un piano differente. Non più brani tradizionali ma piuttosto brani composti in dialetto ed ispirati dalla tradizione e dalla voglia di raccontare il Sud Italia in modo diverso, cercando di far emergere tuttociò che la cronaca spesso tende a tralasciare. Patrocinato dal Fondo Sociale Europeo, questo album concettualmente è ispirato dalla transumanza ovvero l'antico uso dei viaggi stagionali che i pastori facevano compiere alle greggi di ovini, spostandoli dalle zone montagnose verso il litorale. Tale usanza ormai del tutto scomparsa, è diventata per Antonio Bevacqua e il suo gruppo l'idea base di un più ampio discorso musicale, nel quale a mettersi in movimento non sono le greggi ma la musica. “Questo è il racconto di un viaggio in cui abbiamo portato a transumare idee, pensieri, musica, parole e progetti, senza perdere il riferimento alla nostra terra, alle nostre radici", così Antonio Bevacqua chiarifica gli intenti del suo progetto artistico, nel quale sonorità tradizionali si mescolano armonicamente con ritmi rock ed elettronici in un vortice travolgente si suoni e colori musicali di grande intensità. Transumanza è dunque un disco che spazia da momenti di grande lirismo musicale a trascinanti brani dal ritmo serrato nei quali si apprezza in tutta la sua originalità il dialogo tra gli strumenti di derivazione popolare (zampogna, bouzuki e colascione) suonati da Antonio Bevacqua con le ritmiche elettroniche confezionate dal sound designer Vincenzo Scorza e dalla sezione ritmica composta da Michele Panepinto (batteria) e Francesco Lombardo (basso). L'ascolto è coinvolgente per la carica emotiva di brani come Libera Mente, Transumanza o Mare Nudu, che sembrano disegnare davanti agli occhi dell'ascoltatore i paesaggi incontaminati delle splendide coste ioniche, dove la roccia e mare sembrano essere una cosa sola. Tra i brani più intensi vanno segnalati inoltre la sperimentale Ara Muntagna a metà strada tra elettronica e tradizione, la tarantella Anima Zingara ma sopratutto il Funambolo, un brano di impostazione cantautorale nel quale emerge tutta la forza del songwriting di Bevacqua. Transumanza è dunque una bella scommessa vinta dai Neilos, e siamo certi che il prossimo disco non mancherà di stupirci ancora.


Salvatore Esposito


Antonio Bevacqua - I tamburi della Sila Libro con Cd Audio, SquiLibri 2006, 142 pagine, Euro 16,00

Tipica dell’area dei Casali di Cosenza, la tradizione dei Tummarini è una delle più affascinanti forme di carattere culturale, antropologico e etnomusicologo della Calabria. Questa usanza vede i momenti della vita festiva e rituale delle comunità cadenzate dal suono dei tamburi e delle grancasse, costruite secondo una antica modalità nella bottega di Ippolito Reda. Antonio Bevacqua, nativo proprio di quella zona del cosentino, ha deciso oltre dieci anni fa di iniziare una ricerca sul campo su questa particolare tradizione e partendo da Sant’Ippolito, centro per eccellenza dei Tummarini, ha rilevato la presenza di tale usanza anche in altri paesi dell’area come Spezzano della Sila, Casole Bruzio, Cellara, Macchia, Pedace, Redipiano, Rogliano e Serra Pedace. Attraverso un’attenta analisi delle fonti originarie, documentate da un ampio archivio di registrazioni effettuate sul campo, Bevacqua è riuscito a ricostruire una cultura fin ora inesplorata, le cui uniche tracce risalivano al 1800. Il risultato di questa ricerca è stato cristallizzato in I Tamburi della Sila, costruttori e suonatori dei Casali Cosentini, libro edito da SquiLibri nel 2006 per la collana Archivi Tradizioni Musicali/Calabria e realizzato con il patrocinio dell’Unione Europea e dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Calabria. Il libro documenta così un lungo ed articolato periodo di ricerca nel quale Bevacqua ha osservato e studiato i tammurinari, facendo emergere un’analisi di grande spessore antropologico. Si scoprono così i cicli festivi dedicati a Sant’Ippolito, caratterizzati dalle processioni, dai giri del paese compiuti al mattino e poi dai monumenti rituali come quello del cavallo fino a giungere all’appassionato e minuzioso studio delle esibizioni collettive a chiusura delle feste. Di grande interesse è poi la descrizione degli strumenti tipici, così come particolarmente riuscita ci sembra la scelta di affiancare al testo un ricco apparato fotografico curato da Alessandro Mallamaci. A compendio del libro c’è un disco audio che raccoglie trentaquattro brani estratti dal ricco archivio di registrazioni sonore di Bevacqua, che offrono una preziosa ricostruzione di una tradizione poco nota. I Tamburi della Sila è dunque un opera preziosa che apre uno spaccato su un mondo denso di magia e di cui al lettore fornisce un istantanea fedele ed emozionante.

Salvatore Esposito

Carlo De Pascali – Lu Tamburreddu Meu (Menamenamò)

Promossa all’Archivio Etnografico e Musicale del Salento “Pietro Sassu” e dall’Università Popolare della Musica e delle Arti “Paolo Emilio Stasi”, la collana “Voci e Personaggi della Musica Salentina” curata da Luigi Mengoli è una preziosa opera che raccoglie le registrazioni dei principali interpreti della musica popolare del tacco d’Italia. Lu Tamburreddu Meu, questo il titolo del terzo volume a cui è attualmente giunta la serie, è interamente dedicato a Carlo De Pascali, in arte Canaglia, uno tra i più famosi tamburellisti salentini e ben noto per essere una delle colonne portanti dell’Orchestra della Notte della Taranta. Cresciuto artisticamente con i Menamenamò, l’ensamble di Spongano (Le) guidato proprio da Luigi Mengoli, De Pascali è senza dubbio l’erede di quella tradizione che vede il tamburello come il fulcro imprescindibile nelle esecuzioni rituali della pizzica. Il disco raccoglie tredici brani per quasi un ora di musica, che insieme forniscono un ritratto a tutto tondo di un musicista dall’incredibile istinto musicale, un artista che vive l’arte con tutto il suo corpo interiorizzandola e facendola propria mentre percuote ritmicamente il suo strumento. Ciò che emerge dall’ascolto è come il tamburello, strumento tipico da accompagnamento, possa diventare protagonista della scena allorchè è chiamato a dialogare con gli altri strumenti come il flauto, il violino, la fisarmonica, l’organetto e il clarino. Allo stesso modo Carlo De Pascali si misura con alcuni dei più importanti e talentuosi musicisti salentini del calibro di Enza Pagliara (voce), Antongiulio Galeandro (fisarmonica), Giuseppe Mengoli (violino), Mario Salvi (organetto), Anna Cinzia Villani (voce), Daniele De Pascali (flauto), Admir Shkurtaj (fisarmonica), senza contare l’apporto degli amici di De Pascali durante Ronda de Zita e del Salentomusica Ensamble nelle due tracce riprese dal vivo nel 1998. Aperto da un Prologo nel quale il solo tamburello di De Pascali è il protagonista della scena, il disco presenta numerosi brani di grande interesse a partire dalla splendida Pizzica Pacciarella con Enza Pagliara alla voce, o il travolgente omaggio a Luigi Stifani composto da Giuseppe Mengoli ed ispirata dall’Indiavolata del celebre barbiere-cerusico, o ancora la Pizzica con Organetto dove il musicista di Spongano duetta con Mario Salvi. Durante l’ascolto non mancano spaccati di grande lirismo musicale come nel caso di Quant’Ave nella quale al voce di Anna Cinzia Villani è accompagnata dal solo tamburello di De Pascali, o della splendida esecuzione di In Tondo. Sul finale arrivano poi momenti più sperimentali con Freezzica e Studio Sul Tamburello, un brano di musica elettronica realizzato da Luigi Mengoli con la rielaborazione di una traccia suonata da Carlo De Pascali. Se avete la curiosità di scoprire tutta la magia del Tamburello salentino, questo disco sarà certamente un ottima guida per introdurvi nella magia della pizzica, e nessuna guida avrebbe potuto fare meglio di Carlo De Pascali.


Salvatore Esposito

L’Umbria Cantata. Musica e rito in una cultura popolare (a cura di Valentino Paparelli) Squilibri, 2008 Libro + cofanetto con 4 CD € 59,00

Le pubblicazioni dell’editore romano possiedono molteplici finalità. In primis, per gli studiosi costituiscono una rigorosa fonte di riflessione sui materiali sonori e uno stimolo per nuove ricerche; in secondo luogo contribuiscono a restituire alle comunità locali il loro patrimonio musicale o per lo meno a conservarne la memoria. Nondimeno, per gli appassionati delle musiche di tradizione orale sono documentazioni preziose, nonché belle sul piano grafico ed editoriale. Non da ultimo, per gli artisti rappresentano una possibilità di attingere a repertori eccezionali da cui partire per nuove creazioni. Il poderoso volume dedicato all’Umbria, corredato da un cofanetto con 4 CD per un totale di 95 tracce, presenta una raccolta di repertori, vocali e strumentali, frutto di sei campagne di ricerca svolte tra il 1973 e il 1980 dall’antropologo culturale Valentino Paparelli nella Valnerina e lungo la dorsale appenninica umbra. Si tratta di un territorio di notevole interesse per la marcata presenza industriale che si affianca ad aree, all’epoca, lontane dalla modernità. Luoghi privilegiati per le analisi delle interrelazioni tra espressioni contadine e forme di comunicazione e socialità di una nuova classe operaia, costituita da contadini inurbati. Paparelli ha assemblato le registrazioni più significative e preziose del suo archivio, depositato presso il Circolo Gianni Bosio di Roma, che consta di ben 1.370 documenti sonori e 98 ore di registrazioni. Il testo si apre con l’introduzione di Alessandro Portelli, come sempre puntuale ed illuminante sul piano della metodologia della ricerca di storia orale e deliziosa nello sviluppo narrativo. Nei suoi saggi Paparelli, dopo aver contestualizzato lo studio, ci guida attraverso i repertori, le prassi esecutive, le rappresentazioni rituali, gli strumenti della tradizione umbra; ci illustra i materiali contenuti nei 4 CD, presentando gli straordinari informatori protagonisti delle incisioni. Seguono altri due interventi di taglio musicologico, il primo di Piero G. Arcangeli, il secondo di Giovanna Marini. Per finire un magnifico corpo fotografico completa l’opera di 348 pagine. Ciò che colpisce di questo imponente scritto non è solo l’organicità della sistemazione dei materiali, ma l’approccio dinamista che sa leggere i cambiamenti nella tradizione orale contadina nel suo rapportarsi con le culture urbane e le istanze sociali e politiche, la capacità di Paparelli di relazionarsi con gli informatori, incontrando gli intervistati e rispettandoli come persone – seguendo l’insegnamento di Gianni Bosio – non solo come portatori di beni immateriali dal valore inestimabile. Stornelli a serenata, ballate, canti in ottava rima, canti del lavoro, ninna-nanne, canti sociali, pratiche canore e processionali rituali (tra cui Pasquelle, Passioni, Miserere, Maggi, Sega la vecchia), danze in cui primeggia l’organetto a 2 e 8 bassi, rappresentano un corpus eccezionale, interpretato da insigni testimoni. Tra di essi è doveroso citare Dante Bartolini, figura eminente di poeta a braccio (“La sintesi più perfetta fra la cultura tradizionale della Valnerina e la modernità industriale e politica di quel retroterra culturale”, osserva Portelli), e ancora Americo Matteucci, Trento Pitotti, Pompilio Pileri, Villalba e Adelia Grimani, Francesca Albanesi, personalità forti del mondo contadino ed operaio, maestri fondamentali per artisti del folk revival come Giovanna Marini, Canzoniere del Lazio, Lucilla Galeazzi, Piero Brega che da loro hanno appreso tanto e dai cui repertori hanno attinto.



Ciro De Rosa

Armando Corsi Projecto – Alma (Orange Home Records/Felmay)

Armando Corsi è uno dei più apprezzati chitarristi italiani con alle spalle prestigiose collaborazioni, che spaziano dall’Italia con Ivano Fossati e Anna Oxa all’estero con artisti del calibro di Paco De Lucia e Eric Marienthal, e alcuni dischi interessanti come Itinerari del 1995, Duende del 2002 ma soprattutto Buena Suerte nel quale appariva come ospite anche Bruno Lauzi. A quasi tre anni di distanza dal live La via dell'Amore, arriva Alma, un progetto di grande interesse nel quale Corsi offre una personale rivisitazione del Fado, canto popolare portoghese per eccellenza. A spiegare l’essenza di questo disco è lo stesso chitarrista genovese, che scrive: “Questo mio nuovo progetto, credo di poter dire, molto ambizioso e coraggioso, vuole essere una personale rivisitazione della musica popolare portoghese, da sempre il mio sogno nel cassetto". Un sogno diventato realtà grazie al supporto del fido produttore Raffaele Abbate, e di un cast eccellente di musicisti guidato dalla voce di Daniela Garbarino e composto da Marco Leveratto alla chitarra ad otto corde, Pietro Martinelli al contrabbasso e Marco Fadda alle percussioni. Il disco mette, così, in fila dodici brani più la bonus track Ma Se Ghe Penso nei quali Corsi ha riletto la tradizione musicale portoghese attraverso uno stile originale ed elegante, nel quale spicca l’uso delle percussioni e dei fiati. In particolare va sottolineato come proprio il titolo Alma, ovvero Anima in portoghese, incarni alla perfezione lo spirito che anima le rielaborazioni ad opera del chitarrista genovese, nelle quali emerge a pieno tutta la struggente carica emozionale del Fado. Durante l’ascolto si percepisce chiaramente come i brani riproposti siano il frutto di un lungo rodaggio sul palco, infatti, il disco suona incredibilmente caldo ed avvolgente, quasi le tenui melodie fadiste uscissero da sole dagli strumenti. Si spazia così da brani tradizionali (Oica Là, ò Senhor Vinho) a composizioni originali come nel caso della splendida serenata Esperando A Lua, passando per il repertorio di Dulce Pontes di cui vale la pena citare la toccante resa di Fado Mae e l’evocativa O Primeiro Canto nella quale brilla l’ottima prova vocale di Daniela Garbarino. Protagonista della scena è comunque la chitarra di Corsi che dialoga con quella di Marco Leveratto, supportata in modo eccellente dalla sezione ritmica mai invasiva e sempre misurata nell’approcciare i vari brani. Alma è dunque un disco di eccellente fattura, il cui pregio principale è quello di riproporre una tradizione musicale a noi lontana avvicinandoci ad essa, lasciando che il suo fascino ci catturi proprio come ha catturato Armando Corsi.


Salvatore Esposito

La Sornette – Etnoacustica (Etnoacustica)

La Sornette è un gruppo di musica etno-folk di base a Novara, nato nel 1980 e diventata nel corso degli anni una delle più importanti realtà di musica cantautorale folk italiana. Guidato dal frontman Emanuele Cadario, il gruppo ha raccolto numerosi consensi in ambito nazionale ed internazionale arrivando a vincere il premio speciale per la musica etnica-jazz al Concorso Internazionale Val Tidone. Sebbene il loro debutto discografico ufficiale risalga al 2002, La Sornette può vantare un’esperienza trentennale che in pochi anni gli ha consentito non solo di arrivare ad incidere per la collana Golden Collection dell’editore tedesco Dejavu Retro, ed interamente dedicata alla musica etnica, ma anche di poter partecipare agli Independent Music Awards di New York nel 2008 sezione World Fusion. A caratterizzare il loro stile è la miscela sonora che vede mescolarsi folk, worl music e pop d’autore in un’atmosfera elegante ed originale nella quale strumenti della tradizione popolare come ghironda, dulcimer e bouzouki sono affiancati a quelli tipici di una band moderna. Il loro album più recente Etnoacustica, rappresenta un importante punto d’arrivo per il gruppo in quanto tanto dal punto di vista dei testi quanto da quello degli arrangiamenti si avverte una piena maturazione del loro approccio con la sperimentazione sonora, che ormai arriva a lambire la musica progressive e non è affatto casuale che per l’occasione la formazione si sia arricchita di musicisti provenienti tanto dall’area classica quanto dall’area pop. I brani composti dallo stesso Emanuele Cadario traggono ispirazione dalla tradizione popolare piemontese con influenze che rimandano anche sonorità dell’area occitana, come dimostrano Carnivè, brano cantato magistralmente da Silvia Fragonara e che coniuga lo stile della PFM con quello delle formazioni di musica tradizionale locale, o ancora la travolgente danza di Nusnac. Nel corso del disco non mancano alcuni brani dalla struttura narrativa come nel caso de La Monacella, o Vargnata, quest’ultima dalla struttura ispirata a quella dei trovatori medioevali, o ancora Pidocchio e Pulce, nella quale brilla l’ottima chitarra di Lorenzo Arco. Chiudono il disco la divertente Marcia dei Pifferi e le due danze Ghitin Ghitele e Bal Frances. Etnoacustica è un buon esempio di come la musica tradizionale possa essere filtrata attraverso il rock e la musica progressive, senza che se ne perda la sua matrice originaria.


Salvatore Esposito

Giulia Millanta - Dropping Down (Ugly Cat Record)

La scena musicale fiorentina, quella per capirci rappresentata da Massimiliano Larocca e soci, ha anche una sua brillante esponente femminile, Giulia Millanta, cantautrice e polistrumentista dall’indubbio talento con alle spalle un ottimo esordio come Giulia And The Dizzyness del 2008. A tre anni di distanza dal suo debutto discografico, arriva Dropping Down, disco che mette in fila dodici brani, di cui undici interamente composti dalla stessa cantautrice fiorentina e di cui lei stessa ha curato arrangiamenti e produzione. Ad accompagnarla in questa nuova avventura troviamo un cast di musicisti di rilievo internazionale tra i quali spiccano Ed Gerhard (chitarra), Michael Manring (basso), Stefano “Cocco” Cantini (sax), Ettore Bonafè (pianoforte), e Matteo Addabbo (tastiere). Inciso presso gli Studi Paso Doble di Bagno A Ripoli (Fi) con la supervisione di Gianfilippo Boni, Dropping Down è un ottimo esempio di cantautorato folk-rock al femminile, nel quale confluiscono influenze che spaziano da Joan Baez a Aimee Mann passando per Ani Di Franco e Michelle Shocked, il tutto senza mai perdere in originalità. L’ascolto regala ballate acustiche dai toni intimistici inframezzate da momenti di sano rock, unite a testi in inglese cantati con grande naturalezza. Le canzoni della cantautrice fiorentina raccontano storie personali, stati d’animo, personaggi sempre a metà strada tra follia e speranza. Ad aprire il disco è il ritmo in levare di Right Between The Eyes, a cui segue la bellissima Madame dal testo introspettivo interpretato con grande espressività dalla Millanta. I brani scorrono, così, catturandoci ora per le interessanti scelte a livello di arrangiamento come nel caso della title track, o per la particolarità che caratterizza i vari testi, in questo senso merita una citazione Skull & Crossbones introdotta da Satan’s Speach. Tra i brani migliori vanno certamente segnalati l’intrigante Hotel dal testo ricco di riferimenti poetici, il country The Old Man con la slide guitar a reggere la linea melodica, ma soprattutto quel gioiellino che è Floating posta in chiusura del disco. Di ottimo livello è anche l’unica cover presente nel disco, ovvero la rilettura folk di Paranoid dei Black Sabbath, il cui inconfondibile riff di Tommy Iommi è sostituita dalla viola suonata da Paolo Clemenenti e dal violino di Fulvio Renzi. Giulia Millanta con Dropping Down ha raggiunto certamente la piena maturità artistica e siamo certi che presto avrà tutto il successo che merita anche a livello nazionale.


Salvatore Esposito

Joe Petrosino & Rockammorra Band – Rockammorra (Autoprodotto)

Luca Petrosino, meglio noto come Joe Petrosino, è un giovane musicista campano con alle spalle un interessante percorso di formazione musicale partito da un master all’Università della Musica di Roma, e poi approdato alla musica popolare con lo studio di alcuni strumenti tipici della tradizioni partenenopea come tamorra e mandolino. Nel dare corpo e forma al suo stile, il rock-tamorra meglio nota come rockammorra, Petrosino ha cercato di unire la tradizione musicale campana con influenze che spaziano dal punk al dub, passando attraverso il jazz e la musica reggae. Non è casuale, dunque che la sua Rockammorra Band al fianco di chitarra, basso e batteria, veda la presenza anche di strumenti tipici della tradizione popolare dell’Agro Nocerino-Sarnese come castagnette, scetavajasse e mandolino. Approdato sul palco della Notte della Taranta quale vincitore del concorso Note per La Notte, Joe Petrosino e la sua Rockammorra Band hanno pubblicato il loro album di debutto, Rockammorra, che raccoglie undici brani tra cui la riproposizione di Quanno ‘o sole è ddoce di Eugenio Bennato. Dedicato alla memoria di Francesco Tiano il disco, completamente autoprodotto ed autodistribuito, vede la presenza di numerosi ospiti e collaboratori tra cui spiccano Nando Citarella, O’ Lione, Tony D’Alessio e Tonino Borzelli. L’ascolto è coinvolgente e sin dalle prime note si ha la sensazione di essere di fronte ad un lavoro animato da grande passione e sensibilità artistica, come dimostra la capacità di Petrosino di dar vita ad una contaminazione sonora ispirata tanto dall’esperienza dei Musicanova quanto da quella dei 99 Posse. Rockammorra è dunque una sorta di concept album nel quale Joe Petrosino ha trasfuso il vissuto e l’anima di una generazione a metà strada tra il futuro e la memoria dei nostri nonni. E’ così che i suoni, le melodie, le storie e le tradizioni popolari della Campania in generale e dell’Agro Nocerino-Sarnese in particolare, trovano nuova vita rivitalizzate dal meltin’ pot sonoro dei Rockammorra. Tra i brani meglio riusciti vale la pensa segnalare la granitica Emergenza Sos ispirata dalla crisi dei rifiuti in Campania, il duetto con Francesco Tiano in Vesuvius nella quale il celebre vulcano campano diventa metafora di ispirazione, ma soprattutto Ciro e Giuvann’, un brano di buono spessore cantautorale che apre uno spaccato sulle periferie campane. Rockammorra è dunque una solida base di partenza per Joe Petrosino e la sua band, e siamo certi che anche in futuro sapranno meritare ancora tutta la nostra ammirazione.


Salvatore Esposito

Circo Abusivo – Valtellazija Revolucija (Circo*Abusivo)

Il collettivo valtellinese Circo Abusivo nasce, quasi per caso, nel 2001 allorquando il fisarmonicista Alex De Simoni, invitato a suonare come musicista di strada ad un importante raduno di Burattinai in onore di Otello Sarzi a Guastalla, chiese al contrabbassista Marco Xeres di accompagnarlo durante la sua esibizione. Poco prima di partire si unirono al duo improvvisato, anche i fatelli Paolo e Michele Rusmini, rispettivamente percussionista e chitarrista. In quell’atmosfera così particolare, tra burattinai, pupazzi giganti e mimi, il gruppo estemporaneo diede vita a tre giorni di improvvisazione musicale, durante i quali si trovarono a suonare con musicisti da tutta Italia e a sperimentare melodie e sonorità tipiche dei rom ed emigranti di tutto il mondo. Da quel momento in poi il loro percorso artistico è proseguito senza sosta con una intensa attività dal vivo, favorita anche dall’ingresso nel gruppo di Renato Acquistapesce al trombone che ha dato una connotazione ancor più balcanica al loro sound. Valtellazija Revolucija è il loro disco di debutto, che fa seguito ad un cd-r uscito quasi in semiclandestinità e del quale abbiamo già avuto modo di parlare, lodando l’entusiasmo con il quale i Circo Abusivo approcciava la tradizione musicale rom intrecciandovi spruzzate stilistiche che spaziavano dalle czarde ungheresi al rock passando per il punk demenziale. Questo primo capitolo ufficiale della discografia del gruppo valtellinese, rispetto al precedente cd-r suona come un disco di un gruppo già maturo dal punto di vista del sound, e soprattutto con le idee ben chiare circa la contaminazione sonora da operare nel loro stile che ora suona arricchito da influenze che spaziano dalla musica popolare della loro terra alla musica klezmer fino a toccare il jazz, il beat e la canzone italiana. L’ascolto di Valtellazija Revolucija è così una sorta di viaggio scanzonato ma allo stesso tempo poetico dove la colonna sonora sono brani originali ispirati alla tradizione dell’Est Europeo, ubriache versioni abusive di classici della musica leggera italiana, o ancora musiche da banda di strada riviste, rimaneggiate, smontate e corrette con attraverso l’eclettismo del gruppo valtellinese. A rendere ancor più prezioso questo debutto c’è anche lo zampino di Eugene Hutz dei Gogol Bordello che firma insieme al Circo Abusivo la travolgente Sandella Style, versione balcanica di Un Cuore Matto di Little Tony nella quale la tagliente chitarra di Michele Rusmini duetta alla grande con i fiati. Ciò che sorprende è la potenza di suono espressa dai Circo Abusivo, i quali pur utilizzando una strumentazione povera da orchestrina sgangherata, sono riusciti a dare uno spessore sorprendente ai vari brani. Valtellazija Revolucija è un ottima opera prima il cui unico limite è quello di offrire solo una fotografia limitata dei Circo Abusivo, in quanto chi ha assistito ai loro concerti parla di un concentrato di gag, di teatro, di musiche ed emozioni davvero sorprendente.



Salvatore Esposito

Domenico Cataldo – The Way Out (Videoradio/GC International)

Domenico Cataldo è un chitarrista di origini campane ma di base a Cantù (Co) con alle spalle un lungo ed articolato percorso musicale, passato attraverso diverse band e una intensa attività come solista, iniziata nel 2008 con il debutto Pay Attention. A distanza di quasi quattordici anni, Domenico Cataldo ha deciso di ripartire proprio da quel suo disco di debutto rielaborandone due brani ovvero la title track Pay Attention e Awaiting, che sono diventati la base per The Way Out, il suo terzo disco in studio. Mantenendo fede a quello che è il suo stile prettamente chitarristico e a quegli stilemi che caratterizzavano anche il suo disco precedente Eventi Ciclici, il musicista campano in questo nuovo disco si misura con composizioni strumentali che spaziano dal progressive al jazz, mescolando spaccati acustici di grande eleganza con granitici assoli elettrici. Pubblicato per la Videoradio di Beppe Aleo, The Way Out, vede Domenico Cataldo farsi carico di gran parte delle parti suonate, destreggiandosi tra chitarre elettriche, acustiche, programmazione e basso, mentre ad affiancarlo troviamo il solo Samuele Dotti al pianoforte. Durante l’ascolto emerge chiaramente come il chitarrista campano abbia cercato una nuova via espressiva per il suo stile, che ora si manifesta in tutta la sua portata eclettica, pronto a sorprendere l’ascoltatore con arrangiamenti che gli consentono di far convivere nello stesso brano generi differenti come nel caso della già citata Pay Attention, del crescendo di Land Of Desire dove una bella trama acustica si trasforma in una cavalcata elettrica, e di I’m Searching For A New Identity nella quale Cataldo mostra quali siano le frontiere della sua ricerca sonora. Ispirandosi ai suoi eroi di sempre quali Joe Satriani, Steve Morse e John Petrucci, Domenico Cataldo è riuscito a confezionare sette brani dal forte impatto espressivo, che denotano uno stile chitarristico originale e mai scontato.


Salvatore Esposito

sabato 2 aprile 2011

Riccardo Tesi & Banditaliana – Madreperla (Viavai/Materiali Sonori)

B-CHOICE

A sei anni di distanza da Lune e Riccardo Tesi e la sua Banditaliana tornano con un nuovo ed interessantissimo disco, Madreperla, nuova tappa del loro lungo viaggio cominciato diciotto anni fa e durante il quale hanno attraversato idealmente il mondo partendo dalla loro Toscana fino a Rio De Janeiro passando per Costantinopoli fino ad approdare alle coste del Mediterraneo. In questi anni la Bandaitaliana non è stata mai ferma ma ha dato vita a splendidi dischi come Crinali, Presente Remoto e Sopra I Tetti di Firenze, ma anche alle varie opere soliste di Riccardo Tesi, Claudio Carboni e Maurizio Geri. La novità di questo nuovo disco è rappresentata dall’ingresso nel gruppo di Gigi Biolcati alle percussioni che ha aggiunto al suono la sua ricchezza ritmica fatta di improvvisazione jazz e ricerca sonora tra i ritmi della world music e dell’Africa. Il disco, a differenza dei predecessori non è un concept album, ma piuttosto un istantanea della band, in uno stato di particolare grazia creativa, e non è un caso che i brani siano tutti originali e che vi sia un equa distribuzione tra canzoni e strumentali. Madreperla è così un disco corale, nel quale tutti hanno avuto modo di contribuire alla sua fase creativa, e rappresenta la naturale evoluzione del progetto Banditaliana tanto a livello sonoro quanto anche a livello compositivo. Integralmente autoprodotto, nonché registrato e mixato dagli stessi musicisti con l’aiuto di Stefano Melone, questo nuovo album segue una collaudata linea operativa che vede nell’approccio artigianale alla musica la sua base di partenza. Ad aprire il disco è la splendida Origami, composta da Riccardo Tesi e la giovane cantautrice Maria Pierantoni Giua, un brano dedicato alle anime in viaggio in cerca di speranza. Segue poi lo strumentale Kafkaffè di Riccardo Tesi, caratterizzato da una ritmica travolgente sulla quale sinuoso si muove l’organetto del musicista toscano, regalandoci quattro minuti di grande musica. Di grande spessore cantautorale è la title track, composta da Maurizio Geri, nella quale la ricchezza sonora sposa alla perfezione la poesia del testo. Lo stesso chitarrista toscano si ripete ancora prima nella scanzonata Mausette, poi nella fascinosa Cronache Scaramantiche, nella quale vengono cantati gli zingari che con la loro libertà attraversano il mondo e poi ancora nella ninna nanna Fiori di Neve, che chiude il disco. Sempre sul versante cantautorale meritano una citazione Ali Virtuali, un brano jazzato dalle atmosfere mediterranee nel quale la chitarra battente si intreccia con l’oud suonato da Elias Nardi, e la ninna nanna popolare Acqua scritta da Riccardo Tesi con Tiziano Mazzoni. Dal punto di vista prettamente musicale, particolarmente riusciti ci sembrano anche gli strumentali Turkesa, che rimanda alla tradizione musicale turca, e Sciurausci che incrocia le sonorità arabe con quelle balcane. Insomma Madreperla è un disco dalla bellezza levigata, dai suoni fascinosi, e dalla sorprendente carica emozionale.


Intervista con Riccardo Tesi

Solo qualche mese fa abbiamo parlato a lungo di Sopra I Tetti di Firenze e già in quella occasione ci avevi anticipato l'uscita di Madreperla. Puoi parlarci come è nato questo nuovo progetto con la Bandaitaliana?
E' nato dalla voglia di documentare un momento particolarmente felice della band che ha ritrovato un nuovo equilibrio con l'ingresso in pianta stabile di Gigi Biolcati alle percussioni. A distanza di sei anni da Lune avevamo voglia di scrivere una nuova tappa di questo viaggio iniziato 19 anni fa e ci siamo messi di buona lena a scrivere nuovi brani sviluppando molte delle idee raccolte in questo lungo periodo . Dopo i vari lavori solistici di ognuno di noi e progetti corali in cui avevamo comunque continuato a lavorare fianco a fianco era il momento di tornare alla nostra creatura originale e alla nostra musica. Sono rimasto sorpreso da quante cose nuove abbiamo scritto in breve tempo e soprattutto dall'energia che si respirava.

Come si è evoluta la ricerca sonora e la scrittura di Bandaitaliana dal vostro primo disco, passando per Thapsos e Lune fino a Madreperla? Quest'ultimo disco di Bandaitaliana da la sensazione che sia un lavoro più corale…
La risposta sta nella maggiore coralità. Nei dischi precedenti, salvo rare eccezioni, ero io che mi facevo carico principalmente dell'aspetto compositivo. Con il tempo sia Maurizio che Claudio hanno iniziato a scrivere ottime composizioni in stile Banditaliana per cui è stato naturale includerle nel nuovo disco. In questo senso il gruppo è uno spazio creativo per tutti i musicisti che ne fanno parte , ognuno può portare idee. Per noi è importantissima la fase di arrangiamento che normalmente sviluppiamo insieme, suonando e testando varie soluzioni; questa è la fase che preferisco perchè è qui che il sound Banditaliana prende corpo.

Dal punto di vista sonoro, già ascoltando i brani in anteprima qualche mese fa, ho avuto la sensazione che a livello ritmico l'ingresso in Bandaitaliana di Gigi Biolcati abbia rappresentato un valore aggiunto in termini di varietà e fantasia sonora. In proposito mi piace citare la splendida Sciurausci, che ha scritto lo stesso Biolcati, un brano ricco di cambi di tempo e dall'arrangiamento davvero affascinante…
Gigi è veramente un grande percussionista che ha avuto l'ingrato compito di sostituire un virtuoso come Marco Fadda e ci è riuscito benissimo proprio perchè è molto diverso e personale. Inoltre canta e integra con i cori la voce di Maurizio e questo è un bel valore aggiunto. Ma la cosa più importante è che realmente è entrato nel gruppo, come se ne avesse sempre fatto parte sia musicalmente che umanamente. Anche compositivamente ha delle bellissime intuizioni melodiche. Sciurausci è un bellissimo brano che suona molto in stile Banditaliana.

Parlando sempre del suono, ciò che mi sorprende sempre piacevolmente dei tuoi dischi, è la capacità di produrre dischi splendidi pur conservando quella forma di "artigianalità" che contraddistingue la musica popolare…
Diciamo che cerchiamo di unire una concezione artigianale del lavoro ad una grande professionalità nella sua realizzazione. Investiamo molto denaro ed energia per avere una buona qualità di registrazione. Non è un caso che dietro tutti i nostri lavori ci stà dietro un personaggio come Stefano Melone, musicista, fonico e produttore di grande livello. Uno come lui cresciuto con Fossati , Bennato, De Andrè ecc è una garanzia e ormai lo consideriamo il quinto elemento di Banditaliana. Ci siamo incontrati durante la registrazione del bellissimo Macramè di Ivano Fossati e da allora siamo assidui collaboratori ed ha seguito il progetto Banditaliana sin dalla sua nascita contribuendo in maniera considerevole a determinarne il suono. Per questo lavoro ci siamo però spinti oltre allestendo il nostro proprio studio casalingo e occupandoci in prima persona, sempre sotto la sapiente guida di Melone, anche dell'aspetto tecnico delle registrazioni. Questo ci ha obbligati ad essere comunque sempre tutti insieme e non è un caso che il disco sia più corale degli altri.

Quanto c'è delle vostre più recenti esperienze musicali in Madreperla e parlo della tua ricerca continua sull'organetto e quella di Geri sulla musica manouche o ancora gli splendidi dischi dedicati al liscio di Carboni…
Ogni esperienza vissuta dai componenti di Banditaliana finisce per confluire nella nostra musica, magari in maniera traslata e nascosta, mediata . Per questo riteniamo fondamentale che ognuno di noi viva situazioni musicali parallele a Banditaliana perchè costituiscono un momento di nutrimento prezioso che finisce per arricchire anche il nostro progetto comune.

La sensazione che ho avuto ascoltando il disco è che presenta sin da subito diversi sentieri da percorrere per la sua scoperta completa, il primo senza dubbio è quello cantautorale. In proposito mi piace citare l'iniziale Origami scritta in collaborazione con Maria Pierantoni Giua, un esempio cristallino di cantautorato mediterraneo.
La forma canzone ha sempre avuto un posto importante nel repertorio di Banditaliana. Soprattutto a partire dal secondo album Thapsos abbiamo iniziato a scrivere canzoni nostre e l'aspetto più complicato è stato trovare un vocabolario che fosse coerente con il nostro universo musicale. Sai dopo aver collaborato con De Andrè, Fossati e Testa è normale diventare particolarmente esigenti sull'aspetto letterario.Per questo ci siamo rivolti a Carlo Muratori che ha scritto per noi alcuni testi bellissimi , profondi e profumati di mediterraneo .Da Lune in avanti invece abbiamo scoperto con sorpresa di avere in Maurizio Geri un ottimo autore , dotato di uno stile molto personale ed un innato senso poetico, una vera risorsa. E' lui che ha scritto la quasi totalità dei testi eccetto Origami che ho scritto qualche anno fa con Giua, un vero talento ed una promessa per la canzone d'autore italiana nonostante la giovane età.

La vostra ricerca verso sonorità mediterranee è qualcosa di molto diverso da quel "suono contenitore di mediterraneità" di certi dischi, dove c'è tutto e niente, ma piuttosto è la rotta di un viaggio che parte dall'Appennino Tosco-Emiliano e tocca l'Este Europeo, la Turchia, fino a giungere prima in Brasile e poi in Argentina….
La mediterraneità per noi costituisce la sostanza e non l'aspetto formale della nostra musica , abbiamo suonato musica tradizionale a lungo e la conosciamo bene per cui quello che utilizziamo per le nostre composizioni sono gli elementi portanti di quel linguaggio musicale, quelli che ne determinano il funzionamento . Su questa base si innestano poi tante altre influenze musicali che neanche noi sappiamo dire perchè tutto funziona a livello inconscio.

Tra i brani più intensi del disco spicca certamente Acqua, puoi parlarci di come è nato questo brano e di quali sono le ispirazioni che nasconde?
E' una canzone che avevo da un paio di anni nel cassetto sotto forma di piccoli appunti . In quel momento stavo partecipando al disco di Tiziano Mazzoni , mio caro amico d'infanzia per cui è stato naturale chiedergli di scrivere un testo. E' nata così in poco tempo la canzone. Per l'arrangiamento non sapevo bene che pesci prendere, ero sicuro soltanto dell'idea di trovare qualcosa di ipnotico. Stavamo lavorando sulla parte di chitarra quando Gigi ha tirato fuori la kalimba ed ha iniziato ad improvvisare , immediatamente ho capito che era la strada giusta e in meno di mezz'ora l'arrangiamento definitivo era fatto e non è più stato toccato.

Altro brano di grande spessore è Ali Virtuali, un brano dal testo attualissimo e soprattutto velato di una poesia elegantissima…
Anche in questo caso sono partito da appunti di qualche anno fa, una sequenza di accordi un po' rock che ho cercato di sviluppare. Ho dato il brano in embrione a Maurizio che se n'è uscito con questo testo molto bello. In questo caso invece abbiamo impiegato più tempo a trasformarlo in un brano in stile Banditaliana. La chiave di volta è stato l'utilizzo poco ortodosso di strumenti come la chitarra battente e l'oud di Elias Nardi. Il risultato finale mi soddisfga molto.

Concludendo, un altro brano che reputo significativo è Maresia nel quale tu e Maurizio Geri vi divertite a destreggiarvi tra jazz e musica manuche…
E' un brano scritto da Claudio Carboni su cui ho messo le mani anch'io e che abbiamo arrangiato tutti insieme, leggero e divertente con un bell'ntervento al tuba del nostro caro amico Riccardo Tarlini.

Gesbitando: Intervista con Michele Moramarco

Noto, anche a livello internazionale, per i suoi studi scientifici sulla tradizione iniziatica, Michele Moramarco, da molti anni è anche un raffinato musicista e cantautore. Nel suo percorso musicale, vanta prestigiose collaborazioni con lo scrittore Ludovico Parenti, con Roberto Brivio dei Gufi, e soprattutto una serie di dischi molto interessanti tra cui Allucinazioni Amorose (meno due) realizzato insieme al fidato collaboratore Andrea Ascolini, e un disco contenente tre poemetti sinfonici ispirati dagli studi su Pitagora e sui Rosa+Croce. Lo abbiamo intervistato per parlare del suo ultimo disco, Gesbitando e della preziosa opera biografica dedicata ai Gufi, pubblicato qualche anno fa.

Partiamo da lontano: come nasce il tuo amore per la musica e, in particolare, come hai cominciato a scrivere canzoni?
Mi sa che sia un amore pre-natale…. Per quanto riguarda il lato produttivo, abbozzai le prime canzoni verso i dodici anni, in piena epopea beatlesiana, ma solo a quindici - quando mi appassionai alla canzone d’autore italiana, al folk (tramite i Dischi del Sole, ecc.) e al cabaret dei Gufi - iniziai un songwriting vero e proprio

Quali sono stati i tuoi studi musicali?
Irregolari e, diciamo così, “esplorativi”. Tre anni di chitarra e piano privatamente. Due anni di violoncello e uno di composizione in un istituto musicale, poi, un po’ perché non ce la facevo a far tutto – mi occupavo già di saggistica – e un po’ perché non mi trovavo col docente di composizione, discepolo di Luigi Nono (insomma un oltranzista post-schönberghiano), mi defilai. Devo dire, però, che - per quanto riguarda la composizione - studiando armonia mi accorgevo di “conoscere” già le cose che imparavo. Ero, cioè, impastato di quelle proporzioni, combinazioni, ecc. , le avevo dentro, potevo manipolarle

Prima di debuttare con un disco, però, sono passati molti anni, come mai?
Motivi vari. Non ero convinto di avere un “mio” stile, pensavo a tutti i validi musicisti ignoti che hanno fatto la fame, e mi chiedevo se proprio io dovevo farmi conoscere. Insomma, avevo i miei bravi scrupoli. Feci un’audizione alla Fonti Cetra verso la fine degli anni ‘80, come autore: il demo fu apprezzato, ma di lì a poco il vertice della casa venne azzerato e io non feci nulla per riannodare i contatti con chi era subentrato. Approfittai della situazione per lavorare a una maggiore personalizzazione dello stile. Quando mi è parso di avere ottenuto i risultati che volevo, sono ripartito. Nel frattempo, però, gli spazi discografici si erano ristretti non poco e allora ho deciso di uscire sotto l’ombrello di una sigla libraria, quella di Bastogi (grazie alla disponibilità dell’editore), con la quale collaboro da decenni in ambito saggistico e narrativo

Ci parli del tuo processo creativo? Come nascono le tue canzoni? Quali sono le tue ispirazioni?
Be’, la musica mi esce sempre prima, spesso al risveglio o verso sera. La dimensione aurorale e quella crepuscolare paiono musicogene. Per quanto riguarda i testi, devono essere in primo luogo eufonici, musicali essi pure, e magari evocativi sul piano immaginale. Le ispirazioni sono multiple, è un caleidoscopio, ma l’amore in ogni sua direzione (non solo per la donna, ma per i luoghi, le idee ecc) e con tutte le sue sfumature e controindicazioni, resta al centro. Direi che il mio è un songwriting sospeso tra il platonico e l’esistenziale

Quanto hanno influito i tuoi studi di filosofia e quelli esoterici sul tuo rapporto con la musica?
Indubbiamente molto, e a dire il vero dai diciassette anni in poi ho considerato gli uni e l’altra come una cosa sola. Anche su un piano empirico, l’intreccio è forte. Varie canzoni (ad esempio The Rose Of The World, su un testo poetico di Yeats, o Canzone d’inverno) mi sono letteralmente “piovute” dentro, quasi già complete, mentre riflettevo su simboli, idee, mondi. Che dire?... in certi casi non resta che ricevere il flusso e rendere gloria a Dio.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali e i tuoi ascolti? In particolare, quanto ti ha influenzato Paolo Conte?
Nel songwriting i miei modelli ideali sono stati tanti, da George Gershwin agli italiani Cesare Andrea Bixio e Carlo Alberto Rossi, da Tom Jobim a Ray Davies, e ancora: Luigi Tenco, Georges Brassens, i Conte, non solo Paolo, anche suo fratello Giorgio, vero “gioielliere” della canzone...

Come è nato il tuo rapporto artistico con quel poliedrico musicista che è Andrea Ascolini?
Ci si conobbe al liceo, nel ‘67. Poi, sia pur a intermittenza, abbiamo collaborato sempre. Andrea si fece le ossa, come compositore, scrivendo colonne sonore per gli spettacoli della storica compagnia di teatro dei burattini della famiglia Sarzi. Lui è precisamente quello che Gaslini chiamerebbe un “musicista totale”, con una sensibilità e una perizia che viaggiano dal classico al jazz e al folk, ed è un ottimo polistrumentista. Ha contribuito in modo cospicuo agli arrangiamenti e ha prodotto i cd. Recentemente ne ha inciso uno suo, bellissimo, dal titolo Swingin’ Cool

Chi sono The Blue Horizons?
Un gruppo home made, composto dalla compagna di Andrea, Sandra Mongiovì - ottima cantante già in forza alle orchestre di Guido Pistocchi, Hengel Gualdi e Dante Torricelli - e da mio figlio, Graziano, chitarrista di gusto, con un talento speciale per il solismo melodico

Veniamo al tuo cd di esordio Allucinazioni amorose (meno due). Puoi raccontarci la sua genesi? So che contiene brani scritti diversi anni fa….
Sì, essendo stato il primo cd vi sono confluiti anche brani stagionati - come Malta, che è del 1982 - ma devo dire che il risultato non ne ha patito: in qualche modo – lo ha detto anche qualche critico - vi regna una certa “atemporalità”. Allucinazioni amorose (meno due) nasce come proposta di eclettismo stilistico e ha una cifra surreale in alcuni testi, nostalgica in altri (ma la nostalgia alimenta la surrealtà, no?). Ho cercato di fare un lavoro soffuso e cristallino.

Il tuo cd più recente Gesbitando reca come sottotitolo “musica da girasoli”, come mai?
Be’, il girasole anela alla luce solare e si volge verso di lei… Siamo sulla linea di quanto si è appena detto. E poi c’è una voluta continuità rispetto al primo cd, lì – nella canzone Perché sei di sole, dedicata a mio figlio - chiamavo me stesso “povero girasole”....

Passando a parlare dei vari brani, mi ha colpito molto I camion di Abenstein…
Forse perché è una canzone “vera”, nella sua durezza surreale…. Guidavo in autostrada, attraversando Genova, traffico allucinante, un grigio pesto e una foresta di camion minacciosi, tra enormi case sfatte e gru sinistre. Mi vennero le immagini della canzone, quelle di un incidente in quella desolazione, e poi un germe di musica. I camion di Abenstein (il nome tedesco somiglia quello esibito da un camion di quelli che mi ispirarono) è una metafora dell’ingrigire generale, della brutalità nella vita ordinaria, della guerra di tutti contro tutti incistata nelle strade, mentre le “voci dell’essere”, rassegnate, hanno smesso persino di piangere…

Un altro brano che ho trovato interessantissimo - sia dal punto di vista del testo, sia per la struttura musicale - è Virtuali eroi, che definirei di rock poetico…
Grazie per l’apprezzamento! E’ uno dei brani scritti di getto, mi piovve in testa una sera di mezza estate. E in genere i brani “piovuti” sono tutti di una certa complessità. Virtuali eroi echeggia il beat melodico degli ani ‘60, non c’è dubbio, ma con qualche architettura armonica in più. E il testo pure è, qui e là, “ricercato”, anche se conserva, almeno mi pare, la spontaneità del flusso iniziale. Quello che tu definisci rock poetico è il tentativo di tradurre la “bellezza dinamica” di un sentimento, in questo caso per una donna contorta.

Indipendentemente dal vino è una splendida ballata, puoi parlarci dell’ispirazione dietro questo brano?
Be’, potrei dire che l’ispirazione mi è venuta da un quadro di Toulouse-Lautrec, Á la mie, del 1891. Un uomo e una donna in un’osteria, pare non comunichino, o, se comunicano, non si capiscano. Un misto di trivialità e finezza, in cui però la seconda ha il sopravvento. L’attesa di un’alba…. Insomma, impressioni da un amore velato.

Vorrei che ci illustrassi Dolce tempo andato e il suo finale Vaudeville, altro brano cardine del disco… e soprattutto la scelta stilistica del finale…
E’ un inno di nostalgia per l’infanzia, in un bel quartiere popolare di Reggio, tra i prati e il sole, l’eco di Volare (la cantavo a squarciagola correndo, a quattro anni, in cortile), l’allegria di Carosello e tutto il resto. L’innesto finale di Vaudeville ha il senso di un ritorno alla realtà, alla caducità (“questa è l’ultima fermata/poi c’è il mare e il treno come fa?”), sempre con una impregnazione retrò. Il genere teatral-musicale vaudeville è stato più volte evocato da Paul McCartney a da Ray Davies in chiave nostalgica (ad esempio in Your Mother Should Know di Paul e in Sitting In My Hotel di Ray). Dolce tempo andato è un brano a cui sono molto affezionato, credo lo si avverta già ascoltandolo!

Gesbitando mescola stilemi cool con travolgenti spaccati da big band: com’è nato questo amore per le sonorità jazz old time?
E’ un amore antico. Quando, nel 1968, conobbi il cabaret dei Gufi, scoprii il talento di Lino Patruno alla chitarra e al banjo, nonché la sua passione per il jazz tradizionale. Ne venni contagiato, anzi a dirla tutta avevo sentito qualcosa di Armstrong anche prima e già ne ero rimasto “impastato”, l’arte di Lino non fece che ravvivare la scintilla. Come dice Pupi Avati, c’è un’infinita tenerezza in quel genere di musica…

Quanto ti ha influenzato il tuo rapporto con personaggi come Roberto Brivio e Giorgio Conte?
Molto. Da Roberto, con il quale io e Ascolini collaboriamo nel riproporre il repertorio dei Gufi, ho preso il gusto per il paradosso che, sia pure in testi di norma non cabarettistici come i miei, trapela sovente. Per quanto riguarda Giorgio Conte, è al suo giudizio positivo su Allucinazioni amorose (meno due) – e addirittura entusiastico per Canzone d’inverno - che devo l’aver continuato a incidere i miei pezzi. Del resto, alcune sue canzoni, come La vita fosse sempre così o L’ambasciatore dei sogni, restano fari per me.

Veniamo ora a I mitici Gufi, quello che può essere definito il libro definitivo sul celebre gruppo milanese. Com’è nata l’idea per questo libro?
Era un giorno d’estate del 1999, verso sera. Mi venne in mente, chissà perché, Nanette, una canzone anni ’30 che i Gufi – Lino Patruno era il “dominus” di queste escursioni musicali – avevano recuperato, inciso e sceneggiato, sia pure in forma parodistica. Questo primo ricordo ne trascinò molti altri, su quella stagione unica e irripetibile che avevo vissuto da adolescente (a quindici - sedici anni ero stato quello che si dice un “patito” dei Gufi). Un’ora dopo, neanche, avevo già trovato il numero di Nanni Svampa e lo chiamai….

So che per la realizzazione di questo libro hai avuto la collaborazione diretta dei vari componenti del gruppo….
Certo, posso proprio dire che è un libro “di prima mano”, anche se – oltre a dialogare con i Gufi superstiti (Gianni Magni era morto nel 1992)- ho lavorato su oltre duemila articoli di cronaca e critica degli anni ’64-’69.

Si parla spesso di cantautori genovesi, ma di rado si ci ricorda che Milano è stata la culla del cabaret e che i Gufi sono stati senza dubbio i capiscuola, aprendo la strada ai vari Cochi e Renato, Teo Teocoli, ecc…
Hai ragione, soprattutto sul piano dell’immagine (che dovrebbe essere sintesi della realtà). Semplificando, si può dire che Milano sta al cabaret come Genova (magari con la extension astigiana dei Conte) sta al cantautorato. Ci sono tradizioni cabarettistiche anche altrove (pensa a quella romana, che però risulta “greve” rispetto a quella meneghina), ma il primato di Milano è indiscusso. Quanto al ruolo di capiscuola o, se si preferisce, di apripista giocato dai Gufi, devo dire che intervistando proprio Cochi e Renato, Teo Teocoli, e altri, nessuno di loro ha avuto difficoltà a riconoscerlo

Una parte del libro è dedicata ad una attenta analisi della discografia del gruppo milanese. Come la si può giudicare oggi? Quanto sono attuali le canzoni dei Gufi?
Il repertorio dei Gufi era sterminato ed eterogeneo. Qualche loro canzone può suonare datata, ma nell’insieme non è così: sono pezzi “animati” da storie e immagini surreali, che in quanto tali conservano una vivacità difficilmente estinguibile….

Qual è il rapporto tra la musica dei Gufi e la tradizione popolare?
Molto forte. Oltre agli album tematici (i tre di canzoni milanesi, quello sulla Resistenza), tutta la produzione del gruppo è punteggiata da riprese del patrimonio folk italiano, rivisitato in varie chiavi, a volte filologiche a volte parodistiche. D’altronde quelli erano gli anni, pensa a Ci ragiono e canto di Dario Fo o ai lavori di Silvano Spadaccino.

Voglio chiudere la nostra conversazione chiedendoti quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pubblicherai un altro disco o un altro libro?
Le due prospettive non sono incompatibili, tempo e salute permettendo. Comunque, il primo progetto in cantiere è un cd, che conterrà canzoni composite, per di più raccordate tra loro da frammenti (una formula che ho sempre amato, dai tempi del mitico lato B di Abbey Road). Lo stiamo imbastendo. Il titolo provvisorio è Il segno dell’acacia. Acacia, il nome della pianta, viene dal greco e significa innocenza. E il cd, a modo suo, vuole glorificare lo spirito dell’infanzia (una canzone è dedicata alla “visione” di Zarathushtra, invisibilmente condotto dai Magi, davanti alla mangiatoia dove Gesù è deposto). Insomma, seppur variegato nei temi, questo cd ha un’impronta spirituale di fondo.


Michele Moramarco con Andrea Ascolini & The Blue Horizon – Gesbitando (Bastogi Music)

Cantautore brillante dalla grande cultura non solo musicale, Michele Moramarco con Gesbitando giunge al suo terzo disco in carriera, che sebbene discograficamente molto giovane, ha origini lontane nel tempo, avendo la musica caratterizzato gran parte della sua vita. Una passione insomma, quella della musica coltivata al fianco del proprio lavoro di professore, di acuto studioso di religioni e di tradizioni iniziatiche. Ad affiancare Moramarco in questo nuovo lavoro discografico troviamo il talentuoso polistrumentista, Andrea Ascolini, che ha anche prodotto il disco, e i Blue Horizon ovvero il resto del gruppo composto dal raffinato chitarrista Graziano Moramarco e dalla vocalist Sandra Mongiovì. Il disco raccoglie nove brani composti da Moramarco, conditi da dieci splendidi strumentali di Ascolini a fare da collegamento ed introduzione tra una traccia e l’altra. Lo stile utilizzato da Moramarco ed Ascolini parte dalla migliore tradizione cantautorale italiana, passando attraverso il jazz e arrivando a toccare influenze che spaziano dal sempre amati Gufi, al blues, fino a toccare il rock e il doo-wop. Già nel titolo, Gesbitando, è insito un po’ l’intento programmatico di Moramarco ovvero quello di far andare a braccetto jazz e beat, in una miscela quanto mai sorprendente a livelli di risultati. A sorprendere in modo particolare è il sostrato culturale su cui si poggiano le composizioni del cantautore reggiano, che si diverte ad infarcire ogni brano di suggestioni poetiche, di accenni velati ai suoi studi, di ammiccamenti immaginifici, che rendono mai casuale ogni singola parola. Sono brani come i Camion di Aberstein, Un Giorno o L’Altro me Ne Vado in Irlanda o Lunisol, che ci danno la sensazione di trovarci di fronte ad un cantautore di grande spessore, in grado di sorprenderci con la sua capacità di spaziare dal jazz al rock, in un susseguirsi continuo di emozioni che ce lo dipingono come un novello Dion Di Mucci. Il valore aggiunto del disco è la presenza di Ascolini che pescando dalla miglior tradizione jazz, riesce a reinventarla colorandola di toni personali e questo grazie anche all’apporto della chitarra di Graziano Moramarco. Insomma, Gesbitando è un opera concettuale che non mancherà di sorprendere quanti appassionati dei fratelli Conte, o più in generale di cantautorato italiano vorranno dedicarsi alle canzoni di Moramarco.

Michele Moramarco – I Mitici Gufi, Edishow 2001, 192 Pagine, Euro 20,00

I Mitici Gufi, è la prima opera biografica dedicata allo storico quartetto milanese di cabaret e canzone, composto da Gianni Magni, Nanni Svampa, Lino Patruno e Roberto Brivio. L’autore Michele Moramarco, approcciando l’opera con lo spirito del grande appassionato, è riuscito nell’impresa di tracciare ricostruire dettagliatamente i cinque intensi anni che videro il gruppo milanese protagonista sui palchi di tutta Italia. Dal 1964 al 1969 i Gufi, come una brillante cometa, rivoluzionarono il modo di fare canzone in Italia e soprattutto gettarono le basi per quello che sarà il teatro canzone. Moramarco quasi con una ricostruzione quotidiana ci illustra la storia di questo gruppo dagli esordi nei piccoli locali di Milano di fronte ai pochi adepti del cabaret, fino alle prime teatrali che raccoglievano sempre applausi ma anche contestazioni e polemiche. Il lavoro di Moramarco è stato incentrato soprattutto sulle interviste con i protagonisti, compresa la vedova di Gianni Magni, ma anche con personaggi dello spettacolo che in qualche modo hanno incrociato la loro vita con quella dei Gufi, ovvero Pupi Avati, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Bruno Lausi e tanti altri che si incontrano nel corso del libro. Emerge così il talento di quattro artisti differenti come l’eccellente attore Roberto Brivio, il raffinato chitarrista Lino Patruno poi approdato ad una carriera come jazzista, il grande cantastorie Nanni Svampa, ma soprattutto l’indimenticato Gianni Magni ovvero il mimo e la voce. Insieme i Gufi hanno cambiato hanno scritto una parte importante della storia della canzone italiana, e Michele Moramarco è riuscito non solo a far emergere tutta la loro portata rivoluzionaria, ma anche la carica umana che questi quattro grandi artisti cercavano di trasmettere al loro pubblico.

Salvatore Esposito

Alberto Cesa – Con La Gironda In Spalla, Libro con 2 Cd Audio, Nota 2011 225 pagine, Euro 30,00

Alberto Cesa è stato uno dei grandi protagonisti della riscoperta della musica popolare in Italia, una figura determinante in quel lento percorso che, generatosi dal nulla, riuscì a riportare alla luce una memoria collettiva forzatamente dimenticata da un popolo sopraffatto dalla povertà e dalle due Guerre Mondiali. Nel 1974, insieme a Donata Pinti, diede vita ai Cantovivo, uno dei primissimi gruppi della neonata scena folk italiana, che fece da battistrada a molte realtà che nacquero negli anni successivi in Italia, segnando i primi passi di un vero e proprio rinascimento della musica popolare in Italia. Alberto Cesa con il suo gruppo ha attraversato la scena musicale italiana per tre decenni, proponendo un repertorio che spaziava da brani tradizionali a composizioni autografe, tenendosi sempre strette le sue idee e lottando per quegli ideali che la politica moderna sembrava rinnegare sempre di più. Un musicista controcorrente, che nel suo DNA conservava l’anima e la memoria di un popolo, una memoria fatta di feste contadine, antiche ballate, ma anche di canti di lavoro, di protesta, di rabbia. Attraverso un lungo percorso di ricerca, Cesa era riuscito nell’impresa di riuscire a coniugare tradizione e nuova canzone popolare in un linguaggio musica nuovo, che parlava la lingua del popolo, una lingua costruita su valori come giustizia e libertà. La musica italiana con la scomparsa di Alberto Cesa, avvenuta il 16 gennaio 2010, perde così una delle poche voci in grado di raccogliere e trasmettere ciò che la storia non racconterà mai. A poco più di un anno dalla sua morte, viene stampato postumo Con La Ghironda In Spalla, libro scritto dallo stesso Cesa e terminato poco tempo prima della sua scomparsa. Introdotto da una commossa prefazione di Fausto Amodei, le oltre duecento pagine di questo volume sono raccolgono ricordi, racconti, memorie, appunti, che messi insieme compongono una autobiografia dai tratti originali, che appassiona ed incuriosisce il lettore parola dopo parola. Qualche anno fa Giovanna Marini, sempre per Nota aveva tentato una operazione simile e successivamente si era ripetuta con Una Mattina Mi Son Svegliata per i tipi della Rizzoli, tuttavia il libro di Cesa, sembra avere una marcia in più, infatti lo sguardo non è mai limitato alla sola scena musicale piemontese, ma si allarga fino a toccare il folk revival americano e quello inglese. Un libro dalle mille facce, insomma, nel quale leggendolo ognuno troverà qualcosa di cui arricchiersi. Nel suo insieme Con La Ghironda In Spalla ha tutti i tratti del testamento politico-culturale, ma a tratti questa definizione sembra circoscrivere troppo la sua ampia portata. In allegato al libro sono presenti due splendidi dischi che fotografano i Cantovivo nei giorni prima della morte di Cesa. Il primo I Fogli Volanti raccoglie i brani scritti dal musicista piemontese in occasione del venticinquesimo anniversario di fondazione del gruppo nel 1999 mentre il secondo Il Canzoniere dei Ribelli raccoglie delle registrazioni dal vivo dal 1979 al 2008. A questo primo libro, farà seguito un secondo dal titolo Il Canzoniere del Piemonte che raccoglierà testi, traduzioni, spiegazioni, partiture di ogni brano, intervallate da appunti e riflessioni sui principali temi sulla musica popolare. Alberto Cesa, con queste sue ultime opere, ha tracciato un segno indelebile nella storia della musica popolare italiana e pertanto, appare d’obbligo, ora più che mai, riscoprire la sua opera donandole finalmente la dignità artistica che merita, non già limitata alla sola scena folk, ma piuttosto allargata a quella di tutta la nostra penisola.

Salvatore Esposito