BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

venerdì 30 dicembre 2011

Mino De Santis, le piccole storie cantate del Salento

Il Salento è una terra ricchissima di cultura, di tradizioni e di bellezze, ma anche di problemi e contraddizioni, soprattutto nel sua scena musicale. Se da un lato, ci sono una miriade di gruppi che tentano affannosamente di cavalcare l'onda lunga del successo della Notte della Taranta, esiste in parallelo una larga schiera di musicisti e gruppi che viceversa rifuggono i luoghi comuni, che tanto bene si sposano con la rima Sule, Mare e Jentu, per perseguire un proprio percorso di ricerca. Una delle più belle sorprese che ci sono venute dal Tacco D'Italia, è però un cantautore, Mino De Santis, che giunge al suo debutto discografico all'età di quarantacinque anni, ma alle spalle vanta una lunghissima gavetta e un repertorio immenso di canzoni scritte in dialetto salentino. Lo abbiamo intervistato, per parlare del suo disco, Scarcagnizzu, edito dall'Associazione Culturale Fondo Verri, e per approfondirlo con lui partendo dalla sua formazione ed analizzando la sua ispirazione. 

Come ti sei avvicinato alla musica ed in particolare al cantautorato? 
La musica nella mia famiglia ha avuto sempre una rilevante importanza. In casa mia si cantava e si suonava sempre, quindi diciamo che sono vissuto in un ambiente molto favorevole da questo punto di vista. Per quanto riguarda la musica cantautoriale, negli anni della mia formazione musicale credo fosse all’apice, al suo meglio. Era impossibile non restare affascinati da cantuautori come De Andrè, Conte, Gaber, Lolli, Bertoli Guccini e tanti altri. E poi oltre alla musica ho sempre prestato grandissima attenzione ai testi, mi ricordo che già da ragazzo mi cercavo gli accordi su una vecchia chitarra che mi trovavo in casa, appartenuta a chissà chi. Quando hai cominciato a scrivere canzoni in dialetto? Da giovanissimo, non avevo nemmeno 18 anni credo, dapprima raccontando e descrivendo situazioni strettamente paesane, poi piano piano con tematiche a più largo raggio. Comunque si, da molto giovane. 

Sono quasi vent'anni che scrivi canzoni e ne hai accumulato quasi duecento, quali sono le tue principali ispirazioni? 
Si è vero. Ne ho scritte tante ma non ho ispirazioni specifiche, vedo, guardo osservo sintetizzo storie ed emozioni o comunque modi di fare e di essere che mi colpiscono sia in positivo che in negativo, cerco di raccontare stando sempre molto attento a non cadere nella trappola della retorica e dei luoghi comuni. 

Come nasce Scarcagnizzu il tuo primo album e come mai hai impiegato tanti anni per farlo uscire? 
Avrei potuto farlo molto tempo prima ma non ne sentivo l’esigenza, mi piaceva cantare le mie cose tra gli amici, nelle belle cene all’insegna del vino e del cazzeggio. Senza mai prendere troppo sul serio ciò che scrivevo, tutto questo fino a quando una fatidica sera del 2010 ho incontrato gli amici dell’associazione “Fondo Verri” di Lecce, i quali ascoltandomi sono rimasti colpiti al punto di propormi poi di fare un disco che mi avrebbero prodotto, così è stato. Così è nato “Scarcagnizzu”.

Quali sono le tue principali influenze dal punto di vista cantautore? 
Le influenze sono tante e svariate, sono il bagaglio di musica che mi porto dietro da tanti anni e credo siano inevitabili. Penso che ormai nessuno possa inventare niente di nuovo se non partendo da basi vecchie, rielaborando e personalizzando certi stili. De Andrè sicuramente è uno dei miei modelli ma non l’unico, a sua volta anche De Andrè ha avuto punti di ispirazione e modelli da seguire. Credo che sia un discorso che vale per chiunque faccia arte, dalla musica alla pittura, fino al teatro e alla poesia. 

Scarcagnizzu è un'istantanea del Salento, ed il suo pregio ma anche il suo limite è secondo me il trattare situazioni, eventi tipici, spaccati troppo particolari perchè possano essere compresi da chi non conosce bene ed a fondo la realtà vera di questa splendida terra... 
Con “scarcagnizzu “ non ho mai avuto la pretesa di far comprendere il Salento a chi non lo conosce, piuttosto credo che abbia avuto il “merito”, se di merito si può parlare, di far guardare con occhi diversi il Salento ai salentini stessi. 

In questo senso ti cito ad esempio Lu Masculazzu, nella quale ritrai un padre che sospira tutta la vita un figlio maschi ed alla fine gli nascono otto femmine.  Questa è una cosa abbastanza comune al sud ma magari il quisque de populi di Abbiategrasso, non capirà il senso di questa canzone, che al contrario è profondissimo e ritrae uno spaccato della famiglia del Sud in generale e del Salento in particolare... 
Lu masculazzu come tante altre canzoni che ho scritto esaspera ed estremizza una situazione, che è verosimile e sottolinea, come dicevo prima con l’ironia, un modo di pensare tipico meridionale. Si ride pensando a questo povero cristo che non riesce ad avere il figlio maschio, ma si ride della stupidità di mentalità tutte nostre e grazie a Dio in via di estinzione. 

Tra i brani più belli del disco ci sono i tre dedicati agli animali ovvero Lu Cavaddhu Malecarne, La Malota & Lu Salanitru e Lu Cane. Secondo il mio parere la portata di queste canzoni è un po'come quella delle favole di Esopo in cui gli animali diventano il mezzo per parlare dei difetti degli uomini. Come sono nati questi brani, e cosa li ha ispirati? 
Esattamente. La risposta è tutta nella tua domanda. Parlare degli animali per parlare degli uomini: un cane randagio che ci dice quanto costa veramente quella libertà tanto sospirata e declamata ma per la quale pochissimi sono disposti a pagarne il prezzo reale, il prezzo che ci preclude dal poter aspirare a una bella cuccia, una minestrina calda ecc ecc; un cavallo che finisce a “pezzetti” perché si rifiuta di sottostare al giogo della fusta, la malota e il salanitru perseguitati non solo in quanto animali ma anche per il loro essere “brutti e schifosi”. In questi animali ognuno di noi potrebbe individuare qualcuno che conosce o che vede ogni giorno come il cavallo ribelle, il cane randagio, la malota o lu salanitru. 

Vanne alla Svizzera affronta il tema dell'immigrazione, visto con gli occhi dei Salentini che andavano a cercare fortuna oltralpe. Cosa è cambiato da quanto gli immigrati eravamo noi italiani? 
E’ cambiato che oggi ci troviamo a stare dall’altra parte e spesso a non capire chi come noi un pò di anni fa, deve lasciare la sua terra e la sua famiglia per cercare un lavoro un aiuto una comprensione, non ricordandosi mai che la terra in cui viviamo tra l’altro è stata creata senza confini, che il “benessere” di alcuni è sempre a scapito di altri, che il “nemico” non può in nessun modo essere chi ha fame ma chi affama, le banche, i politici corrotti, quelli che sfruttano il prossimo ecc ecc ecc. ed infine credo che non c’è da stupirsi se chi è stato derubato e colonizzato per secoli oggi venga a bussare alle nostre porte…vivere è un diritto. 

Festa Patronale è la fotografia perfetta delle feste di piazza salentine, puoi parlarci di questa canzone? 
“La festa patronale” parla da se, descrive questo momento che un po tutti abbiamo vissuto,è appunto una sorta di fotografia con l’ingrandimento su alcuni dettagli, un quadro verista di una situazione in cui il sacro e il profano si confondono, si sovrappongono si accavallano, mentre “la Madonna te susu se li gusta “ 

Hai detto che il Salento è uno stato d'animo, perché questa definizione? 
Il Salento è si uno stato d’animo, un modo di essere. Il Salento non lo limito a pura definizione geografica di una terra benedetta quale la nostra, ma un insieme di comportamenti, un modo di rapportarsi con la realtà e i tempi che inesorabilmente corrono, mi piace pensare al Salento come estrema resistenza all’idea insana di mondo globalizzato, come una terra in cui i rapporti umani vanno oltre le logiche del mercato, una terra in cui una strana energia ci fa sentire uguali e allo stesso tempo diversi dal resto del mondo, dove chiunque vuole può farne parte in qualunque momento. Dici ca su pacciu ?! 

In Salentu Lentu Lentu, dai una sferzata al tamburello, è un modo per uscire dai luoghi comuni? 
Ho risposto più volte a questa domanda dicendo che a mio avviso il tamburello, e tutto ciò che gli gira attorno, “nu centra nu cazzu” se viene estrapolato da contesti precisi. Voglio dire che la nostra musica nasce dalla sofferenza, dalla fatica, dalla lotta e dalle rivendicazioni contadine, e credo che ciò valga per la musiche del sud del mondo e non solo d’Italia. Questo Sud ha sempre subito offese e prevaricazioni, è stato teatro di assurde ingiustizie sociali, di sfruttamento e di umiliazioni, non è solo gioia, svago e divertimento e credo che non ci sia errore più grande che decontestualizzare la canzone popolare, proporla con leggerezza nelle sagre di paese piuttosto che in una festa patronale tra un piatto di pezzetti e un bicchiere di vino, senza ricordare ne spiegare specialmente alle nuove generazioni cosa c’è dietro quelle canzoni, penso ad esempio a lu sole calau calau o a fimmene fimmene e tanti altri canti. Io amo la musica popolare nella misura in cui rimane tale e non perde il suo più alto significato per cedere al populismo, alla moda del momento, alle manovre di marketing e al mercato come un qualsiasi altro prodotto pubblicizzato, promosso e poi fotografato e filmato dall’impavido e curioso settentrionale di turno con la Canon appesa al collo che tutto riprende ma niente vede !!! Questo è il senso della frase nella canzone “ Salentu”. Quindi nulla contro il tamburello per carità, anzi !!! 

Arbu Te Ulie è senza dubbio il tuo brano più poetico, cosa ti ha ispirato per questo brano? 
L’ulivo è già un’ispirazione di per se, è una pianta centenaria che è li ferma ed osserva…è l’anima del Salento, rappresenta davvero le nostre radici, ho solo immaginato di potergli dare una voce per parlare, per raccontarci ciò che è stato, l’ulivo parla dei nostri padri delle loro fatiche, e credo che le nostre rappresentanze politiche che tanto sbraitano l’importanza delle “tradizioni” in primis dovrebbero proteggere e preservare questo nostro monumento naturale. 

Ciò che mi ha colpito del disco dal punto di vista musicale sono gli arrangiamenti molto moderni, molto vicini al jazz e al blues, ma strettamente connessi alla tradizione... 
La tradizione non la vedo come un’ancora che deve tenerci necessariamente legati a certi canoni musicali, piuttosto è un punto di partenza per creare il “nuovo”,ed i linguaggi possono essere tra i più svariati . 

Come si sono svolte le sessions del disco? Puoi parlarci dei tuoi collaboratori ed in particolare di Valerio Daniele e Dario Muci, che fanno davvero la differenza? 
Valerio Daniele, Dario Muci ed Emanuele Coluccia sono tre grandi professionisti che stimo e ammiro moltissimo dal punto di vista artistico, e non di meno dal punto di vista umano, che è la prima cosa. Senza di loro le canzoni sarebbero state voce e chitarra, come si dice da noi alla beddha mea, alla buona. Li conoscevo già artisticamente, Dario secondo me, l’ho detto più volte in più occasioni, è la voce maschile più bella del Salento. Oserei dire che è la voce del Salento è poi lui canta con l’anima e sono fiero e lusingato che lui abbia accettato di cantare con me in Salentu e Arbulu te ulie. Emanuele Coluccia (sax e pianoforte) e Valerio Daniele (chitarra acustica e miraggi) sono due musicisti bravissimi con una grandissima sensibilità musicale…credo che non avrei potuto sperare di meglio.

Quali sono i tuoi progetti futuri? So che hai un disco in uscita in primavera.. 
Si, a primavera se tutto va bene uscirà il mio nuovo disco. Ma per ora non aggiungo altro. E' una sorpresa.

  


Mino De Santis - Scarcagnizzu, Vento Dal Basso (Fondo Verri) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Nato a Tuglie (Le) quarantacinque anni fa, Mino De Santis, da oltre vent'anni scrive canzoni, unendo la sua passione per il cantautorato con quella per le radici della sua terra, il Salento. Il suo nome circolava tra gli appassionati, ma ascoltare dal vivo o su disco le sue canzoni, era impresa difficile, perchè lui ha sempre preferito cantarle durante le cene con i suoi amici, e a fare un disco, prorio non ci aveva mai pensato. A cambiare le carte in tavola è stato l'incontro con l'Associazione Fondo Verri di Lecce, che gli ha proposto di realizzare un disco in studio, e radunati alcuni amici come Valerio Daniele (chitarra), Dario Muci (voce) ed Emanuele Coluccia (piano e fiati), si è subito messo al lavoro. Così a giungno di quest'anno è uscito Scarcagnizzu, il suo album di debutto, che presenta una piccola selezione di undici brani del suo sterminato repertorio di oltre duecento canzoni, ma che nel loro insieme vanno a comporre una raccolta di racconti in musica, che aprono uno spaccato sul Salento più vero ed autentico, sospeso tra tradizioni antiche e modernità, tra bellezze e contraddizioni, il tutto sempre mantenendosi a distanza di sicurezza dai luoghi comuni, a cui non lesina sferzate come nel caso di Salentu, cantata in duetto con Dario Muci. Le canzoni di Mino De Santis hanno però una caratteristica importante, che ormai è sempre più difficile trovare anche nei dischi di grandi cantautori, raccontano storie, storie piccole ma dense di risvolti profondi, spesso metaforiche e di tanto in tanto anche ironiche o commoventi. Quasi fosse un novello Brassens tutto salentino, lui predilige una scrittura vera, senza filtri, senza giri di parole, ed è per questo che brani come Lu Cavaddhru Malecarne, in cui viene descritto un cavallo che non riconosce l'autorità del suo padrone e che a fatica cerca di fargli trainare il carretto, rappresentano metafore a tutto tondo che mescolano riflessioni personali con spaccati di critica sociale e politica. Si spazia così dagli emigranti arricchiti di Vanne Alla Svizzera, alla metafora sui reietti di La Malota & Lu Salanitru, passando attraverso le vie di un paesino colorate dagli impettiti cittadini che indossano il vestito buono per La Festa Patronale, fino ad arrivare alla tormentata vicenda di un padre che non riesce ad avere un figlio maschio a cui lasciare terreni ed animali de Lu Masculazzu. Il vertice del disco è però un brano di grande spessore poetico ovvero Arbu Te Ulje, in cui l'albero d'ulivo diventa metafora e simbolo della storia e della tradizione del Salento, una storia composta da tante storie fatte di prevericazioni, fatica ed ingiustizie dei padroni. Chiude il disco Tuttu è Cultura, un brano che è un monito a non lasciarsi trascinare dal fermento della riscoperta selvaggia delle tradizioni salentine dove anche le purpette e le pittule diventano motivo per eventi culturali, contenitori selvaggi dove imperano menefreghismo ed opportunismo. Mescolando Brassens con il miglior cantautorato italiano e vestendo i panni di un moderno cantastorie salentino, Mino De Santis con le sue canzoni ha aperto uno spaccato critico sulla sua terra, facendo emergere con ironia tutte le sue contraddizioni ma anche la sua storia più intima. 


Salvatore Esposito

Le Maitunate: I canti di Capodanno del Molise

originariamente pubblicato su Folk Bulletin con il titolo “Le Maitunate”: Viaggio alla riscoperta di un genere musicale dimenticato 

Una Doverosa Premessa 
Alcuni suonatori di Maitunate (dal Forum di Alfonso Toscano)
Uno dei primissimi articoli dedicati alla musica popolare, che ho scritto per le gloriose pagine di Folk Bulletin, è stato “Le Maitunate”: Viaggio alla riscoperta di un genere musicale dimenticato, nel quale, con l'aiuto di due autorevoli due musicisti e musicologi molisani come Silvio Trotta dei “Musicanti del Piccolo Borgo” e Mauro Gioielli de “Il Tratturo”, tentavo di tracciare un'idea per un percorso di ricerca attraverso le Maitunate, canti augurali tipici della notte di San Silvestro diffusi in una vasta area compresa tra le province di Isernia, Campobasso e quella del Fortore nel quale la piccola regione italiana si incontra con Puglia e Campania. Il desiderio di approfondire questa particolare tradizione tutta molisana nasceva dal fatto che sin da piccolo ero stato testimone e sopratutto partecipe di quest'uso, avendo trascorso i primi sei anni della mia vita a Tufara (Cb), paesino sospeso su un rupe tufacea posta nel punto più estremo del Molise giusto a confine tra Puglia e Campania, e nel quale I'Maitinat, hanno mantenuto la loro originaria caratteristica del canto di questua, al fianco della più moderna e recente portata benaugurale e satirica. Nel precedente lavoro, avevo cercato, riuscendoci però a tratti, di ricostruire questo fenomeno in tutta la sua complessità, ma la mia scarsa esperienza nel campo, mi aveva condotto ad un risultato non pienamente soddisfacente, almeno rispetto a quella che era la mia idea iniziale. E' proprio per questo che ho deciso di rimettere mano a quell'articolo, per riscriverlo ed ampliarlo, anche all'aiuto di qualche personale ed artigianale ricerca. All'epoca dedicai il lavoro a mio zio Gino, ex brigadiere dei Carabinieri a Firenze, che puntualmente ogni anno non mancava di tornare per il 31 gennaio a Tufara per suonare la sua grancassa insieme alla squadra di amici con i quali si divertiva a portare in giro le maitinate; in questa nuova versione, alla precedente dedica voglio aggiungere un pensiero per il mio indimenticato papà, che mi ha lasciato cinque anni fa, e che con la sua voce chiara e forte spesso si divertiva a cantare le strofe più satiriche delle maitinate. 

Introduzione 
un suonatore di organetto da Tufara.net
Da tempo immemore in Molise, così come nelle aree più vicine di Puglia e Campania, nella fremente euforia delle ultime ore dell'anno, si rinnova la tradizione delle Maitunate, un chiassoso ed irriverente spaccato di teatro popolare fatto di musica e canti. Ronde, ma sarebbe più giusto chiamarle squadre, composte da persone di ogni età attraversano le ruelle (i vicoli) e le strade dei paesi, al suono di strumenti tipici della tradizione, bussano alle porte proponendo canti satirici o ben augurali, ma sopratutto quelli di questua, che rappresentano la matrice originaria di questa particolare usanza. Il primo a studio a riguardo risale al 1903 ad opera di Berengario Amorosa, il quale evidenziò come la struttura tipica di questi canti prevedeva una parte di recitato-augurale alla fine di un ritornello musicale collettivo. Tuttavia la ricerca più approfondita sulle Maitinate la si deve a Alberto Mario Cirese che nel secondo volume de "I Canti Popolari del Molise", a riguardo scrive: "In varie località però i canti di augurio di San Silvestro e Capodanno non sono altro che strambotti di carattere amoroso (o anche scherzoso) che vengono adattati all'occasione solo aggiungendovi un ritornello o cantandoli sul motivo musicale che nelle località viene tradizionalmente usato per le maitenate o mattinate che è appunto il termine con il quale nel Molise si indicano tutti i canti di San Silvestro e Capodanno, e che pare costituiscano l'elemento a tutti comune (ed in ciò sta, forse, un eco dell'originario significato del termine)". Sempre Cirese individua una seconda tipologia di canti nell'ambito delle Maitunate: "Più diffusi e più decisamente dialettali e popolari, sono invece i canti di augurio e di questua per San Silvestro e Capodanno. Avevano essi un tempo (e ancora un secolo fa) un certo carattere ufficiale, di cui si trova traccia anche negli atti amministrativi, e costituivano uno dei compiti che i bidelli e i banditori municipali dovevano assolvere; ma sono oggi affidati solo all'iniziativa di singoli o di gruppi (un tempo anche femminili, e qualche volta ancora adesso a carattere semiprofessionale) senz'altro obbligo che quello che nasce dalla tradizioni". Di grande interesse è inoltre quanto scrive circa l'improvvisazione poetica: "Quanto ai testi, è evidente come i giri di questua e di augurio costituiscano delle occasioni di improvvisazione più abitualmente ricorrenti: di anno in anno è necessario non solo adeguare le strofette già note a condizione variate, ma anche trovarne di completamente nuove perchè gli indirizzi personale, che ne costituiscono l'elemento caratteristico, siano sempre adatti alla persona a cui sono diretti. Naturalmente l'ambito entro cui si muove questa improvvisazione o creazione di nuovi versi è piuttosto limitato: non solo perchè si tratta soltanto di rivolgere un salunto ed un augurio, ma sopratutto perchè esiste una serie di espedienti retorici già fissati e noti, congengnati in modo che tutto lo sforzo dell'improvvisazione si riduce a trovare una rima nuova o diversa. Tuttavia anche per la nota festosamente satirica che spesso affiora, qualche volta ci si imbatte in talune espressioni nate di getto e che hanno una vivacità non disprezzabile" (le citazioni di Cirese sono tratte da Fanelli e Moffa - Acqua e Jerve In Comune, Nota 2011)


Maitunate, Maitinate o Maitenate? e la ricerca delle possibili etimologie, definizioni ed origini 
Alcuni suonatori di Maitunate a Gambatesa (Cb)
Prima di addentrarci nel vivo della nostra trattazione è bene sgomberare il campo da ogni equivoco, circa il nome di quest'uso antichissimo. Il termine più diffuso è senza dubbio quello di Maitunate, con il quale il fenomeno è maggiormente noto, ma non si cade in errore nell'indicarle in una delle tante diverse pronunce come nel caso di Tufara dove vengono indicate come Maitinate o Maitenate come si usa in altre zone del Molise. Più arduo è invece cercare un'etimologia certa, perchè alcuni fanno risalire il termine Maitunata alla Mattinata ovvero ai festeggiamenti in attesa del mattino del giorno nuovo e dunque del nuovo anno, e ciò collima con l'incipit di molti canti che era appunto "Bonnì e Bonnanne", corruzione dialettale di Buondì e Buon Anno, come dimostra il verso iniziale tipico: "Che ru bondì e che ru bonanne/ puozza campà tanta anne/ pe quante pese i' che tutte re panne". A tal riguardo è bene citare anche un tipico verso di una maitunata di Tufara (Cb): “E mo me ne veng cantenn e sunenn/ t lass lu bonni, buon capodanno” (E ora vengo a cantare a suonare e ti lascio buon anno e buon capodanno). Accettabile però ci sembra anche l'ipotesi che voglia far derivare il loro nome dalla locuzione "mai intonate" (mai-ntunot o mai-ntunat in dialetto), evidenziando il grande uso dell'improvvisazione su una base musicale più o meno fissa in questa tradizione. Volendo però cercare una definizione più letteraria e generica definiremmo Maitunata, una una sorta di madrigale improvvisato, spesso a rima baciata o alternata, i cui testi spesso hanno risvolti spesso tanto mordaci ed esilaranti quanto beneauguranti e ricchi di speranza per un anno migliore. Questi canti possono essere rivolte ad una o più persone, e spesso raccontano in chiave comica eventi o episodi che hanno caratterizzato l'anno appena trascorso, più spesso possono essere dirette ad una persona amata o in qualche altro caso servono a prendersi gioco dei difetti, dei vizi o delle debolezze di qualche amico. Se a colui al quale è diretta la maitunata è pratico nel "far di rima" può controbbattere con un'altra strofa, dando vita ad un botta e risposta, spesso esilarante. All’apparenza potrebbe sembrare come una satira popolare dai contorni rudi o grossolani, ma all’ascolto si svela in tutto il suo primitivo senso dell'ironia e del sarcasmo. A voler rintracciare la sua origine, alcuni l'hanno collocata al tempo delle Signorie medievali per la sua evidente forma di temporanea e autorizzata rivalsa sociale, o addirittura la si fà risalire ora ai “fescennini” (Mottetti satirici di epoca romano-arcaica) ora ai Saturnali, dei quali c'è traccia, del resto in varie feste e tradizioni tipiche dell'inverno. Ad ogni modo ci sembra illuminante quanto sostiene a riguardo, Mauro Gioielli: “Personalmente, sono sempre molto cauto nel trovare collegamenti che presuppongono una così rilevante profondità storica, in quanto ne spiegherebbe solo parzialmente la loro "complessità". I secoli trascorsi sono un velo che non permette di vederci chiaro”. Ciò che è certo è che la Maitunata, come aggiunge Silvio Trotta trova le sue radici “nell’uso, diffusissimo in tutta Italia di portare canti casa per casa al fine di ricavarne qualcosa da mangiare o del vino, data la grande povertà delle zone rurali. Con il passare del tempo, quest’uso, è diventato comune soprattutto durante le feste e un esempio lampante è l’uso toscano di portare casa per casa il Maggio o la N’ferta tipica della Campania”. Tenendo presente tutto questo è facile capire, come sostiene Gioielli, che la Maitunata ha una valenza complessa dal punto di vista demo-etno-antropologico. 

Le Maitunate come rito collettivo 
da Matunat.it
Uno degli aspetti più controversi delle Maitunate è quello rituale, al di fuori della notte di Capodanno, infatti a Tufara, come in altre zone del Molise non è raro ascoltare questi particolari canti durante alcune festività spesso nell'arco del mese di Gennaio come nel giorno cinque, o il sedici per la festa di Sant'Antuono (Sant'Antonio Abate) o ancora il diciannove per San Sebastiano, ma non è strano ascoltarle anche a margine dei pranzi in campagna a Pasquetta o nelle notti d'estate. A Montefalcone del Sannio vengono eseguite le Maitunate durante la notte della vigilia di Natale, contestualmente e a conclusione del rito della Farchia, un insieme di fascine incendiate che vengono portate in giro attraverso le stradine del paese e quando i suonatori e i portatori sono accolti all'interno delle case, spesso insieme ai canti natalizi eseguono canti con sberleffi di scherno con l'intento di mettere in risalto in pubblico i difetti e i vizi delle persone prese di mira, che se presenti sono quasi obbligati a controbbattere usando lo stesso ritmo e la stessa rima. Alla luce di quanto sopra, appare chiaro che le Maitunate in origine eseguite come appendice di riti apotropaici o propiziatori, in alcune zone ha rubato la scena a questi ultimi diventanto la protagonista di alcune festività e non è casuale, che in relazione a ciò, vengano usati strumenti atti a produrre rumore, proprio con lo scopo di allontanare il male, in funzione purificatoria ed esorcizzante, ma anche come augurio per un nuovo anno di prosperità.


Gli strumenti tipici delle Maitunate 
Ad introdurci agli strumenti tipici delle Maitunate è Silvio Trotta, fondatore del gruppo I Musicanti del Piccolo Borgo che, a riguardo, sostiene: “Le maitinate si facevano e probabilmente si cantano ancora con l’accompagnamento di strumenti di fortuna e come ogni cosa nella musica popolare è che non esistono regole ben precise”. Tuttavia stando a ciò che aggiunge Gioielli è possibile individuare alcuni strumenti tipici: “C'è un campionario di strumenti davvero vasto. Per rendersene conto, basta leggere quanto documentato dai folkloristi molisani dell'Ottocento o, nel Novecento, dai due Cirese. Nelle mie ricerche ho verificato l'utilizzo di zampogne, tamburelli, chitarre, organetti, fisarmoniche, mandolini e altro ancora. È attestato anche l'uso di oggetti paramusicali, tra cui la “strucuratora” (tavola delle lavandaie, un italianissimo modello di wahsboard), usata come idiofono a raschiamento. Lo strumento musicale davvero caratteristico, però, è senz'altro il tamburo a frizione (bufù)”. Importante però è notare, continua Gioielli che: “in una monografia di metà Ottocento su Sepino, dove attualmente la tradizione delle maitunate è caratterizzata dall'accompagnamento dei bufù (tamburo a frizione) non si fa menzione di tale membranofono, ma si dice chiaramente che, l'ultimo giorno dell'anno, le musiche dei canti d'augurio e di questua venivano, a quel tempo, eseguite dagli zampognari”

Ciò dunque dimostra chiaramenteche la maitunata ha avuto uno sviluppo particolarissimo anche nell’uso degli strumenti che addirittura come nel caso di Tufara presentano nomi diversi come ad esempio il bufù chiamato con il più strano appellativo di “pulign” e addirittura costruito con mezzi di fortuna e dalle dimensioni ridottissime rispetto a quelli più noti di Casacalenda. Tra gli altri strumenti vanno menzionati anche organetti, fisarmoniche, tamburi, chitarre e altri strumenti ideofoni come racanella, tap tap, tre martelli e strumenti paramusicali, vale a dire oggetti d'uso comune, che per l'occasione diventano strumenti di accompagnamento come: u' murtal (mortaio di bronzo o di pietra), usato come strumento a percussione, le campanèlle ovvero piccoli campanelli, normalmente utilizzati come finimenti al collo di alcuni animali da lavoro, insomma ogni cosa adatta a produrre un ritmo o semplicemente del rumore. 


Uno strumento tipico della Maitunata: Il Bufù 
di Mauro Gioielli 
Nel Molise è detto bufù il "tamburo a frizione", cioè lo strumento musicale monopelle costituito da un contenitore col fondo chiuso e col lato superiore aperto e intorno a cui è tesa una membrana, al centro della quale è inserito un bastone. Lo strumento produce suono quando il bastone viene frizionato dal suonatore con le mani inumidite oppure munite d'uno straccio bagnato, mettendo in tal modo in vibrazione la pelle che, utilizzando quale camera di risonanza il contenitore, produce un rumore cupo, così caratteristico per il bufù da avergli dato, per onomatopea, il nome. Nel 1894, l'uso del bufù venne documentato in un articolo di Flaminio Pellegrini (Il capo d'anno nel Molise, "Rivista delle tradizioni popolari italiane", I, 2, 1894): "A Capo d'anno girano per Campobasso compagnie più o meno numerose di ragazzi e d'uomini, munite dei più discordi istrumenti […]. Caratteristico è il così detto bufù, composto con un piccolo barile, sfondato da una delle due parti e ricoperto di pelle tesa…". Lo strumento si compone di più parti: 
a) il recipiente che è solitamente un barile. Di norma è di medie dimensioni, ma può essere anche un piccolo barilotto d'uso domestico oppure una grande e panciuta botte da cantina. In talune tradizioni, in sostituzione del classico barile viene utilizzata la tinozza per la raccolta del mosto. Meno frequentemente possono essere impiegati quale 'cassa di risonanza' pure recipienti in metallo o di terracotta e quant'altro può servire all'uso; 
b) la membrana, che negli strumenti grossi è una pelle d'animale, mentre in quelli piccoli e moderni può essere anche una pelle sintetica. Quando la pelle d'animale è sistemata sulla circonferenza superiore del barile, il suo pelo è rivolto verso l'interno dello strumento (camera di risonanza). La pelle è legata al recipiente con una fune che, soprattutto nei grandi bufù, viene ulteriormente stretta e tenuta in massima tensione con l'ausilio di mazze-tiranti; 
c) il bastone, realizzato quasi sempre con una solida canna di grossezza proporzionata alle dimensioni del bufù. Il bastone viene allacciato al centro della pelle dello strumento con un semplice sistema d'assemblaggio: si preme una estremità della mazza sulla membrana ottenendo una sacca d'alloggiamento, quindi con un laccio si serra la sacca intorno alla mazza. 
Affinché la legatura sia stabile, i costruttori intaccano con un coltello il bastone, ottenendo così delle scanalature intorno alle quali il laccio trova un saldo appiglio. Il tamburo a frizione è di due tipi: stanziale e portativo. È stanziale quello costruito con una grossa cassa di risonanza, le cui considerevoli dimensioni consentono di suonarlo solo stando fermi in un luogo. Questo tipo di strumento deve essere frizionato a mani doppie, si fanno cioè scivolare lungo il suo bastone entrambe le mani. Invece, è portativo il tamburo a frizione che può essere suonato mentre viene trasportato; il suonatore, infatti, lo tiene con un braccio e ne friziona il bastone con la mano dell'altro braccio. Nel Molise sono usati entrambi i tipi, con una prevalenza di quello stanziale. 

I Luoghi delle Maitinate 
Guardando la cartina del Molise e prendendo in esame il percorso compiuto dal Tratturo che da Castel Di Sangro conduce a Lucera, noteremo che l'uso delle Maitunate si sviluppa proprio in relazione al tracciato di quella importante via della transumanza, infatti in larga parte i paesi in cui è documentata questa tradizione, sono posti proprio ai margini di questa primitiva autostrada che consentiva ai contadini di portare al pascolo le greggi dalle zone montane o collinari dell'Abruzzo a quelle più pianeggianti della Puglia. Non è casuale che l'uso delle Maitunate sia ancora largamente presente in Abruzzo e a cui anche Gabriele D'Annunzio non ha esitato ad ispirarsi epurandole però della caratteristica della questua, così come non è strano che quest'uso sia presente anche in paesi della Puglia come San Marco La Catola (Fg) o Celenza (Fg) o dell'area campana del Sannio come Colle Sannita (Bn), sicchè seguendo le tracce della Maitunate dalla provincia di Chieti, ed attraversando la provincia di Isernia da Capracotta a Chiauci (dove hanno assunto il nome di capedannarie), passando poi attraverso quella di Campobasso con Sepino, Ferrazzano, Pietracatella, Tufara, Riccia, si giunge proprio all'area che lambisce la Capitanata ovvero laddove finiva proprio il tratturo e che conduceva a Lucera. 
Tufara (Cb)
L'uso delle Maitunate ha raggiunto addirittura la Calabria, dove nella provincia di Cosenza, questi canti di questua dell'ultima notte dell'anno vengono chiamati "Strine". Questa tradizione, comunque, ha visto uno sviluppo diverso e per motivi differenti a seconda dei luoghi in cui si è radicata e per questo, dunque, anche in tempi più recenti ora si è evoluta in modi differenti come dimostano le realtà di Tufara e Gambatesa, due paesi distanti pochi chilometri ma in cui la Maitunata ha assunto caratteri differenti, se nel primo i pochi “fedeli alla tradizione” continuano ogni 31 dicembre a girare il paese, nel secondo si è cercato di rendere questo genere un fenomeno collettivo con la manifestazione “I Maitinat n’copp u’palc” (le maitunate sul palco) con tanto di premiazione finale del miglior cantore. Di grande interesse è anche il caso della piccolissima San Biase, da cui è partita la ricerca di Silvio Trotta che nel disco “Fiore De’ Tutti I Fiori” ha riproposto insieme ai Musicanti del Piccolo Borgo un esempio tipico di Maitunata: “Grazie ad un importante informatore come Achille Porfirio, siamo venuti a contatto con questo genere musicale di cui in passato avevo sentito solo parlare, essendo io originario di Capracotta, dove purtroppo è scomparsa”

Scansione metrica, struttura delle Maitunate nella questua 
Alcuni suonatori di Maitunate a San Biase (Cb)
Dal punto di vista della sequenza dei versi, la struttura della Maitunata presenta spesso endecasillabi dalla rima baciata o alternata dalla struttura molto semplice, unita ad una ritmica costante e ripetitiva. Di solito i versi vengono adattati a seconda delle esigenze o rispetto a chi è rivolta la maitunata, oltretutto spesso viene indicato il nome o il sopranno di colui o colei a cui sono indirizzate le strofe. Nel caso in cui non si conoscono i nomi di tutti i membri della famiglia, oppure se i componenti sono molti, per non annoiare si conclude cantando: "La cante a chi sacce e a chi nonsacce" (la canto a chi conosco e a chi non conosco). Addentrandoci nei temi della Maitunata, e volendo tentare una classificazione è bene tenere presente ciò che dice a riguardo Gioielli: “Le maitunate si compongono di più sezioni strutturali; soprattutto due: il canto d'augurio e il giro di questua, sezioni molto diverse per finalità e, quindi, benché funzionali ad un contesto unitario, sono pur sempre distinte per ispirazione e contenuti. Molti testi sono stati documentati in pubblicazioni, altri sono affidati solo alla tradizione orale. Una delle componenti fondamentali di questo repertorio cantato è l'improvvisazione. I cantori, infatti, sovente creano al momento dell'esecuzione nuovi versi, sia essi d'augurio, di scherno, di richiesta di cibarie. L'improvvisazione si rende necessaria anche per il fatto che i canti si indirizzano, di volta in volta, a determinati personaggi del paese. Ecco un esempio che parla di un tale Giovanni divenuto papà: Chesta maitunata la faceme a cumpare Giuvanne/ ca la mugliera ze figliate propria auanne. Eccone un altro che allude al vizio del bere: Ru bone capedanne a don Nicola Carline/ ca sta sempe appise a la buttiglia de vine. Una non secondaria caratteristica delle maitunate è la questua, cioè la richiesta e la raccolta di cibi di stagione, dolci, vino e, in certi casi, denaro” (O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Napoli 1911). Altro particolare esempio è il verso "'Ncicce e 'ncicce/damme nu poche de salsiccia/nen me ne dà tanta poche/ca se struie pe ru foche/ma na cosa iustamente/sant'Antuone ze cuntenta/ca se la casa perze à l'use/ l'anne che vè/pozza sta chiusa", spesso ricorrente in diversi paesi della provincia di Campobasso e nel quale oltre la richiesta di cibo (salsicce) si avverte il padrone di casa che, nel caso ci sia un rifiuto o un'offerta troppo modesta, il canto diverrebbe male augurante, laddove la chiusura della casa sottintende la morte del padrone. Un'altro esempio di maitunata per la questua ci viene ancora da Tufara: “Scendi padrò, vieni ad aprire il portone/facci sedere e prendi il bottiglione/e noi quel che cerchiamo a voi signori/è il vino buono che ci dà calore”. Non meno interessante tuttavia è anche il filone amoroso in cui si scopre una poesia rurale di rara bellezza, come quella riprodotta nella Maitinata di San Biase presente nel già citato disco Fiore De’ Tutti I Fiori dei Musicanti Del Piccolo Borgo in cui cantano: “Fiore di ginestra fiore di ginestra/ ch’ sctie’ ‘ffacciat’ ‘ncopp’ a ‘ssa fnesctr’/e mammet’ n’ nd’ marit’ apposct’/ p’ nn’ leva’ ss’ fior da’ la fnesctr’/ Suc’ d’ mlangella prezijos’/ tu sie’ ccalat’ da l’ paradis’/beat’ a cchi t’ piglj’ e cchi t’ spos’/ baet’ a cchi z’ god’ ss’ bel vis’” (Fiore di ginestra fiore di ginestra/che stai affacciata sopra la finestra/tua madre non ti marita/per non togliere questo fiore dalla finestra/Succo di limoncella preziosa/tu sei discesa dal paradiso/beato chi ti prende e ti sposa/beato chi si gode quel bel viso). Non mancano quadretti tipici della terra Molisana, come quello che emerge da un maitunata contemporanea scritta da Luigi Coratolo su una linea melodica tradizionale, e particolarmente eseguita a Tufara: “Zompa la crapa e canta l’aucell/Viva Rusell’ e viva l’amor/Fa l’occhi a luna n’du valangell e n’ gopp u rizzuntell/U sol stà spuntà” (Salta la capra e canta l’uccello/Viva Rosetta e viva l’amore/la luna si specchia nel ruscello e all’orizzonte/il sole stà spuntando). Resta il fatto che il senso pregnante della Maitunata sia quello di una sorta di rito collettivo ed euforico in cui si vorrebbe esorcizzare il nuovo anno e allo stesso tempo fare una sorta di autocritica sull’anno precedente sottolineando i comportamenti di ognuno con ironia pungente. A canto ultimato, si entra nella casa delle persone nominate e la festa spesso ricomincia con vino, taralli, salsicce e tanti altri canti fino a notte fonda. 

Le Maitinate di Tufara 
Una squadra di suonatori di Maitunate a Tufara (dal Forum di Alfonso Toscano)
"Quist fest d' mò so pe' chi n'ntè nient da fà e che stà a spass. Quann j'avam giun nuj, c'stev a fam e a uerr, e quann t'aviv magnat nu poc d'pan cu fumargg o i rest du jorn ev fnut a cen e z' sunav. A nott de cap d'ann, z'iv sunenn pa' terr e accuscì t'faciv u' biccher du'vin o t'magnav nu cacchj de' saucicc fresc" (queste feste di oggi sono perchè non ha niente da fare. Quando noi eravamo giovani, c'era in giro la fame e la guerra, e quando avevi mangiato un po' di pane con il formaggio o i resti del pranzo era finita la cena e si suonava. La notte di Capodanno, si andava in giro a suonare e così potevamo bere un po' di vino e mangiarci qualche pezzo di salsiccia fesca, così un vecchio suonatore di Tufara racconta come viva l'ultima notte dell'anno, girando attraverso il paese a suonare e a portare canti di casa in casa. A distanza di oltre cinquant'anni, la tradizione delle Maitinate nel piccolo paesino del Fortore è rimasta quasi integra, per merito di tanti giovani che legati alle proprie radici, continuano quest'uso, ma il tempo l'ha in qualche modo scalfita, facendo venire meno, ad esempio quelle che erano le motivazioni originarie della questua, oggi che il benessere regna più o meno in ogni casa. Si è perso, un po' di quello che era lo spirito vero di quei versi improvvisati, che restano nella memoria dei più giovani nelle versioni più recenti degli ultimi suonatori. Qualche anziano, come Michele Barrea meglio noto come Michel I'Martin, che ancora si difende dall'avanzare dell'età, imbraccia gli strumenti, e finchè ce la fà gira almeno attraverso le case degli amici, o dei familiari, qualche altro si unisce ai più giovani, che riscaldati da qualche bicchiere di vino si avventurano fisarmonica in spalla formando squadre improvvisate, lentamente si vanno formando gruppi di trenta o quaranta persone, che si improvvisano percussionisti, e ascoltandoli si ha la sensazione di fare un salto indietro nel tempo. Le squadre si dirigono in direzioni diverse del paese, fermandosi di portone in portone, tra amici e conoscenti, e se questo si apre, all'interno delle case comincia la festa e si continua a suonare, altirmenti si passa oltre, perchè la macchina del canto non si può fermare. Non c'è freddo, pioggia o neve che tenga. La tradizione va mantenuta viva. E non importa, se i più giovani cantano le vecchie strofe dei nonni e non si impegnano ad improvvisare, quello che conta è suonare, suonare, cantare e bere vino. Alla fine, tutti si radunano in Piazza Largo del Carmine, che illuminata da avvenieristici e poco caratteristici fari da stadio ha perso quella poesia che le luci dei lampioni potevano imprimere all'atmosfera dei loro canti. E così si suona tutta la notte, tirando al mattino, interrotti solo da qualche bottiglia di spumante il cui tappo salta alla mezzanotte, e che ben presto entra in circolo confondendosi al vino, o dal rumore di qualche petardo che esplode quà e là. L'esigenza originaria di mantenere viva quest'usanza è comunque ancora viva ed integra, e rifugge qualsiasi forma di spettacolarizzazione, o di attenzione mediatica, perchè in fondo anche ai più giovani importa poco l'esibirsi su un palco, magari con qualche artista famoso, piuttosto conta il divertimento genuino, accompagnato da un buon vino della vigna dei nonni. 


Alcune strofe tipiche delle Maitinate di Tufara
Il fiore che fiorisce a primavera/e che si secca al primo di gennaio/Siamo Fedeli alla Tradizione/Siamo Venuti avanti al tuo portone/Scendi Padrò vieni ad aprire il portone Facci Sedere e prendi il bottiglione/ 

E' ritornato ancora capodanno/è già passato e morto un'altro anno/fedele sempre alla tradizione/noi siamo tornati sotto al tuo portone/Vieni padrò apri il portone/facci sedere e prendi il bottiglione/e noi che siamo chiusi fuori/vogliamo il vino buono che ci dà calore/e il freddo che qua fuori ci tormenta/noi non vogliam restar senza nient/col vino moscato o la malvasia/vogliamo stare tutti in compagnia/Vieni padrò col bottiglione in mano/che qui fa freddo e non si può suonare/Portateci frittelle o tarallucci/mangiamo pur calzoni o cannolini/e un po' di squisiti vini così brindiamo al nuovo anno/Scendi padrò apri il portone/facci sedere e prendi il bottiglione/E una cesta piena di dolcezza/di grazia e di bellezza sei composta/il tuo sorriso è come una carezza/e passar tra le tue braccia io non posso 

La Luna dentro al pozzo/arriva mezzanotte/Oh mia cara noi ce ne andremo/ noi ce ne andremo/La rosa nel giardino/si odora ma non si tocca/se cadran le foglie/l'odore perderà/E' tornato Capodanno/E' tornato per tutto l'anno/E l'uccellin ca' son e cant/ca' son e cant/ca' cant e son/e n'za l'av che magnà/E tu fin a mu' fà l'ann/stiv' ammalatell/Arret a quellà funstrell/tu t'mttist t'mttist/a pazzià 

Sem vnut allegr allegr/p' ce fà n'atu biccher/Ohi uagliò comm' ammà fà/prepar u' biccher e n't ne sunnà/Ohi uagliò comm' ammà fà/prepar u' biccher e n't ne sunnà/nui vnim e vu' dic u' pnzer/prparat a' buttigl e u' biccher/Ohi uagliò comm' ammà fà/prepar u' biccher e n't ne sunnà/Ohi uagliò comm' ammà fà/prepar u' biccher e n't ne sunnà 

Oi Madonn che vocca lisc/e dacc nu poc d'saucicc/Oi Madonn che vocc arasciat/e dacc nu poc d'saprsciat/Oi Madonn che arsur ca' tnem/e dacc nu poc d'vin ner 

E nu jam cantenn e sunenn/pe lassa lu bonni buon capodanno/e comm ce sem vist auann e qua e cent'ann/crammatin passam pu cumpliment/e po' ve a volp malandrina/e va truann cert la farina/a ser ammass e a matin schan/e va trunn semp a luatin/E ogni ann jamm cantenn e sunenn/te lassa lu bonni boncapodanno/pe lassà lu bonni buon capodanno/e comm ce sem vist auann e qua e cent'ann/crammatin passam pu cumpliment 

Oi cioccr furmucus che stai durmenn/ca tutte le furmic te se magnano 

Fiore d'jalandr/e questa maitinata a purtam a signora joland Fiore d'melorie/ e questa maitinata a Don Vittorio 

M'aveta scusà c'hai fatt tard ma z'è llamat u' ciucc sott Prdcatell Palazzo che stai fatto con la penna/stai misurato con la mezza canna/ce stà nu giuvinott che/ancor non finisce i quindicianni/Dice la mamma toia che ti guverna/Cumpagn pe' cent'ann avimma jess/Io ho deciso di farmi una vigna/vcin a muntagnell masculagna/E Mo che so' decis a farm a vigna/Vjat a' l'uv e a chi z'a magn/e ci stann questi due fiori/uno si chiama giglio e l'altra rosa 


Le Maitunate di Gambatesa 
Squadra di Suonatori a Gambatesa (Cb)
Si è detto in precedenza che l'uso delle Maitunate varia di paese in paese e anche a distanza di solo otto chilometri come nel caso Tufara e Gambatesa, si trovano sostanziali differenze nell'approccio di questa tradizione. Mentre i tufaroli hanno conservato integro, almeno idealmente, lo spirito più godereccio del canto di questua e quello di augurio, a Gambatesa si è sviluppato maggiormente l'aspetto satirico, e come detto, vanno fieri del fatto che siano arrivati ben oltre la trecentesima edizione del loro festival delle Maitunate, che si svolge su un palco posto nella piazza principale del paese con tanto di amplificazione e folla di spettatori provenienti anche dai paesi limitrofi. Si è perso dunque il valore originario, ma piuttosto si è puntato nel corso degli annni ad esaltare le invettive e le prese in giro improvvisate tra i paesani. Non non si è smarrito però l'uso delle squadre che girano il paese portando canti ed auguri nelle case, mentre tutti li aspettano con le tavole imbandite e piene di ogni ben di Dio. 


Conclusioni 
L'aver tentato di descrivere una tradizione così complessa ed eterogenea come le Matunate, cercando di elaborare anche un'analisi di tipo antropologico e sociale, è stata una scommessa o meglio questo articolo, è per me una base di ripartenza, per una futura campagna di ricerca, una traccia molto personale per un percorso ancora da compiere, partendo però da una serie di dati certi come quelli su esposti. Nell'approcciare questo lavoro di riscrittura, mi sono sentito coinvolto emotivamente, per ragioni affettive e per i tanti ricordi che mi legano a questa tradizione, ma allo stesso tempo l'aver rotto di nuovo il ghiaccio mi ha permesso di avere una prospettiva nuova e forse più distaccata ed oggettiva, consentendomi di ampliare ed approfondire un lavoro che sulle pagine di Folk Bulletin temerariamente aveva un piglio più pretenzioso. Ho cercato di far venir fuori lo spirito vero, riportando anche alcune strofe delle Maitinate di Tufara che nella prima versione erano rimaste ingiustamente escluse, e a darmi man forte in questa nuova edizione c'è anche un corredo di immagini video, che recano alcune maitinate tufarole riprese nel momento più ebbro della serata. Un grazie di cuore a Mauro Gioielli e a Silvio Trotta, che furono le mie guide durante la mia prima ricerca, mentre un particolare ringraziamento va anche ai miei informatori di famiglia, ovvero i miei nonni Salvatore Esposito e Antonietta Iaconianni, che mi hanno insegnato sin da piccolo le strofe e le rime delle Maitinate. Un ultimo pensiero, da ultimo, ancora a mio padre, che durante la notte di Capodanno vorrei incontrare in sogno per cantare ancora insieme a lui: "e comm ce sem vist auann e qua e cent'ann/crammatin passam pu cumpliment".

Salvatore Esposito

Antonio Fanelli e Giuseppe Moffa, Acque e jerve in comune. Il paesaggio sonoro della Leggera contadina di Riccia, Nota Geos CD Book, Udine, 2011, distr. EDT in libreria, libro con 2 CD allegati € 25,00

Scritto per la casa editrice friulana, faro della pubblicistica etnomusicologica in Italia, il lavoro dei molisani Antonio Fanelli e Giuseppe “Spedino” Moffa, rispettivamente antropologo e musicista, è una monografia dedicata ad un territorio cerniera tra Sannio e Capitanata. Attraverso una ricerca sul campo condotta tra il 2003 e il 2005, investigando le trame della memoria degli anziani contadini di Riccia (CB), i due giovani autori hanno documentato la costruzione identitaria e le pratiche musicali della Leggera, ossia del mondo contadino povero e marginale, della cittadina del Fortore. Il volume offre una riflessione non di poco valore, perché i due ricercatori, anzitutto, hanno dovuto fare i conti con la loro non neutralità, essendo essi stessi riccesi, peraltro coinvolti nella scena musicale locale. Da qui la necessità di “mettere le carte in tavola” e di fare necessariamente da un lato un’antropologia riflessiva, dall’altro esporre la propria volontà “militante” di scardinare l’immagine idealizzata del mondo contadino e lo speculare disprezzo verso il mondo dei “cafoni”. Chi scrive non può tacere di aver incluso – complice Pietro Carfì, sodale di innumerevoli avventure sonore – Fanelli e Moffa come interpreti di stornelli licenziosi nell’antologia di Tribù Italiche dedicata al Molise, pubblicata col periodico World Music Magazine (n. 77, 2006). Nella stessa compilation trovarono spazio, proprio in virtù della collaborazione instauratasi con i due autori riccesi , un brano eseguito all’organetto a 4 bassi da Salvatore Credico (scomparso nel 2010), uno dei più significativi suonatori locali, e un canto dei carrettieri interpretato da Michele Ciocca, altra personalità di spicco del mondo contadino riccese (entrambi i brani sono contenuti anche nel CD1 allegato al volume). Insomma, il disco di Tribù Italiche porse un piccolo assaggio di una ricchezza musicale che ora riceve il giusto tributo con questo lavoro animato da passione ed impegno, ma anche da rigore scientifico, scritto con vivacità, cosa che non avviene spesso nei lavori di taglio antropologico o etnomusicologico. Il primo capitolo, offre note metodologiche, memorie personali, il quadro storico e politico novecentesco di Riccia, compresa una bella intervista al sindacalista contadino Donato Poce “Scupece”. Non mancano le riflessioni su quale consistenza e significato abbia oggi la Leggera, nonché la problematizzazione delle questioni identitarie: qui gli autori respingono la concezione essenzialista e statica della cultura e l’insopportabile metafora delle radici sempre in gioco quando si parla di appartenenze locali e identità etniche. Sul piano dell’espressività musicale, nei successivi due capitoli gli autori analizzano le pratiche canore monodiche e quelle strumentali a Riccia, non dimenticando di far parlare direttamente i “custodi delle voci”, soprattutto donne che conservano la memoria del repertorio familiare e locale. Lo stesso titolo del lavoro è tratto da un’intervista a Filomena ciocca che parlando dei vincoli familiari e della solidarietà sul lavoro fa riferimento acque ed erba condivise. Così tra memoria del lavoro agricolo, dell’emigrazione stagionale, delle feste e dei rituali, Il focus comprende l’analisi di canti rituali, canti di lavoro, canto sociale, l’ampio repertorio dei cantastorie (che meriterebbe un libro a parte) e la musica strumentale, con in primo piano la centralità dell’organetto diatonico e della zampogna come strumento rituale. In tal senso, dobbiamo ricordare che “Spedino” Moffa sta svolgendo un ruolo di primo piano, in qualità di autore ed interprete sia solista sia con il quartetto Zampognorchestra, di mediatore nella rifunzionalizzazione della zampogna e di promotore di una scuola di zampogna a Riccia. Nei due CD allegati troviamo ben 124 brani, tutti di breve durata e di differente qualità fonica, che offrono uno spaccato formidabile del mondo musicale riccese: canti satirici, devozionali, di lavoro, rituali, stornelli, di guerra, serenate, un canto funebre, una novena natalizia e una manciata di danze all’organetto. 


Ciro De Rosa

InChanto - Le Stanze di Ambra (Radici Music Records/distr. EGEA)

Gli InChanto nascono nella prima metà degli anni novanta dall’idea di alcuni musicisti toscani appassionati di musica antica e sonorità tradizionali, di elaborare un repertorio di brani inediti ispirati alla Toscana, terra di incontro e confronto tra culture diverse, ma anche depositaria di una sua unicità. Da questa idea è scaturita l’esigenza di non porre in essere una ricerca di tipo strettamente filologico e quindi correlata alla matrice della riproposta, ma piuttosto il desiderio di dare vita ad una forma di canzone d’autore che fosse radicata sia nel folk nordeuropeo sia esso bretone, occitano o celtico, sia nella cultura letteraria del Rinascimento. Nel corso dei quindici anni di attività, il gruppo si è concentrato anche sulla sperimentazione di nuove soluzioni compositive e timbriche, con l’utilizzo di strumenti tipici della tradizione e in questo senso è stato fondamentale l’apporto dei vari strumentisti del gruppo ovvero Cesare Guasconi (ghironda, dulcimer, geyerleyer, harmonium), Giampiero Allegro (flauti dolci, clarinetti, tin whistle), Franco Barbucci (violino), Marco Del Bigo (cetera, chitarra-liuto, arpa, bodhràn) ma anche di Michela Scarpini che con la sua splendida voce ha compiuto in parallelo un percorso di grande crescita e studio. Il risultato di queste ricerche condotte tanto in ambito musicale quanto in quello letterario, con frequenti collaborazioni con l’Archivio di Stato di Siena, ha dato vita ad un’alchimia di suoni e suggestioni che si sposa alla perfezione con il loro approccio world, evocando atmosfere che sembrano sospese nel tempo, tra passato e presente, antico e moderno, colto e popolare. Il loro nuovo disco, Le Stanze di Ambra, giunge dopo il successo di Città Sottili, che si è guadagnato l’apprezzamento di autorevoli magazine storici del settore, e senza dubbio rappresenta un punto di svolta per il loro percorso artistico. Nato inizialmente come uno spettacolo teatro, con la collaborazione dell’attrice Pamela Villoresi, l’album raccoglie undici brani che compongono un vero e proprio concept album che si sviluppa intorno alla leggenda popolare di Ambra e Ombrone, , descritta anche da Lorenzo il Magnifico nel suo poemetto Ambra, ed ispirata dal fiume Maremma. La storia si sviluppa, dunque, intorno al contrastato amore tra il giovane Ombrone e la ninfa Ambra, che per sfuggirgli implora la dea Diana di liberarla dal suo corteggiatore e in tutta risposta viene trasformata in un isoletta rocciosa. Distrutto dall’abbandono e dalla punizione della dea, Ombrone, cerca in tutti i modi di accudire Ambra, che ormai diventata un isola e vistasi circondata da così tanto amore, si pente per aver rifiutato il suo spasimante. Diventato ormai vecchio Ombrone, ascolta i saggi consigli di un vecchio cipresso, il quale gli dice che è meglio piangere, soffrire e cantare per l’agognato amore piuttosto che non avere nulla in cui sperare. I brani seguono così lo spirito rinascimentale di questa leggenda che sembra rimandare ad una perduta Arcadia dove mito e realtà si confondono diventando un paradigma del rapporto tra uomo, natura, amore e morte. Nel contempo il fiume o meglio l’acqua rimandano all’idea del Fiume Oceano che racchiude ed avvolge le terre emerse incarnando anche l’inizio della vita al di là del qual, oltre le Colonne D’Ercole, c’è solo l’infinito. Durante l’ascolto si apprezza una grande ricchezza di suoni e suggestioni, e questo non solo grazie alla grande cura posta in fase di produzione ma anche alla partecipazioni di ospiti di prestigio come l’ex Modena City Ramblers, Massimo Giuntini alla cornamusa irlandese, Ettore Bonafè alle tabla e darbouka, Franco Fabbrini al contrabbasso e Michele Sanchini al violoncello. Guidati dalla voce recitante di Paola Lombardi, si attraversano momenti di grande intensità poetica con brani come Notturno D’Acqua, Riflesso D’Ambra, La Porta del Sogno, Metamorfosi e La Stanza D’Ambra, che rappresentano i vertici di questo splendido disco, sia per la qualità della liriche sia per la grande cura posta nella ricerca degli arrangiamenti. Le Stanze D’Ambra segna la piena maturità artistica per gli InChanto, essendo il disco che meglio incarna la loro idea di coniugare ricerca attraverso le radici della musica antica e sperimentazione sonora. 



Salvatore Esposito

Söndörgő - Tamburising: Lost Music of the Balkans (World Village/Ducale)

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso l’ensemble Vujicsics, dal nome di un compositore ed etnografo ungherese di origine serba scomparso nel 1975, ha portato all’attenzione del pubblico la musica delle minoranze slave meridionali del territorio magiaro. Il gruppo – i cui membri hanno dato vita anche un’attivissima associazione culturale – ha pubblicato 10 album dal 1981 al 2005; nel 1988 un loro disco uscito per la Hannibal di Joe Boyd li proiettò nell’olimpo della neonata world music. Filiazione di quella band seminale sono oggi i Söndörgő, non solo perché i tre fratelli Eredics sono figli di Kálmán Eredics, bassista dei Vujicsics, ma perché la formazione di Szentendre, graziosa cittadina dell’Ungheria centrale, riprende pienamente timbriche ed espressioni musicali delle popolazioni serbe e croate, emigrate in terra ungherese durante l’avanzata ottomana. Nati nel 1995, dopo Oj Stari (2001) e Oj Javore (2006), i Söndörgő sono stati protagonisti di un folgorante incontro con il travolgente sassofonista macedone Ferus Mustafov (In Concert, 2008). Lo strumento elettivo della band di Sant’Andrea è il tambura o tamburica, strumento a corde tastato e pizzicato con un plettro che la band utilizza nelle sue differenti fogge e dimensioni (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Tamburica, http://www.tamburica.org/): dal più simile al mandolino al tambura basso, da quello che ha le sembianze di una chitarra fino a quello che rassomiglia ad un contrabbasso ma è suonato col plettro. Nelle regioni della Serbia e della Croazia in cui è diffuso, il tamburica è tradizionalmente strumento solista o suonato da organici più ampi. Nello strumentario di Söndörgő, oltre alle corde incontriamo anche fisarmonica, flauto, kaval, clarinetto, sax, tromba, darbuka e teppan. Nel 2011 i tre fratelli Áron, Benjamin e Salamon Eredics, in compagnia del cugino Dávid Eredics e di Attila Buzás, sono tornati sulla scena con Tamburising, loro quarta incisione pubblicata dall’etichetta World Village. Il sottotitolo “Lost music of the Balkans” produce l’appeal caratteristico dei dischi di world music: sedurre il pubblico, alimentando l’immaginario di una pratica musicale autentica perché dimenticata, perduta e quindi riscoperta. Ma al di là del discorso su originalità ed esotismo che è inscritto nella nozione stessa di “musica del mondo” rivolta ad orecchie e palati occidentali, va detto che la band magiara interpreta musica che è effettivamente schiacciata dalla preponderanza del folk magiaro e della gypsy music, o altrove nei Balcani, dalla potenza delle brass band. Cosicché l’idea di una pratica strumentale minoritaria obliata ha una sua consistenza storica ed estetica. In ogni modo, ciò che più conta è che i Söndörgő suonano grande musica, con spiccata perizia tecnica, arrangiamenti fluidi ed un drive notevole. Sono ben attivi all’interno della comunità locale e seguono con continuità gli insegnamenti di Józsi Kovács, maestro rom di tamburica della cittadina meridionale di Mohàcs, punto di riferimento imprescindibile per la musica delle minoranze slave e dei repertori rom. Il virtuoso solista è tra gli ospiti del disco con Antal Kovács, cantante dei Romano Drom, e la brava vocalist e attrice Kátya Tompos, un passato da Eurofestival. Nei 15 brani di Tamburising la band attinge non solo al corpus raccolto da Tihamér Vujicsics ma anche a materiali provenienti dalla aree della ex Jugoslavia, che il quintetto traspone ottimamente per tambura. Emblematico il brano d’apertura serbo “Tonči”. Le sfumature timbriche dei diversi tipi di tambura e il suono di insieme si colgono interamente in “Sinoč”, “Joka”, “Cale noči” e “Bušo kolo”. Il canto gonfio di pathos di Tompos seduce in “Čororo” e nella canzone macedone “Zajdi Zajdi”, dove primeggiano i timbri caldi e dolenti di flauto e clarinetto. Ci sono poi i repertori rom tra i quali il classico “Opa Cupa”, “Igran čoček” e “Cigančica”, strepitoso finale contrassegnato da coinvolgenti cambi di tempo. 


Ciro De Rosa

Massimo Giuntini & Raffaello Simeoni - Terre in vista (Ai music)

In maniera riduttiva si potrebbe affermare che Terre in vista mette fianco a fianco un polistrumentista con il cuore celtico come Massimo Giuntini (Whisky Trail, Modena City Ramblers della prima ora, Ductia, oltre a numerose e prestigiose collaborazioni), virtuoso di aerofoni etnici, principalmente uilleann pipes, e un’anima sonora mediterranea come il cantante e polistrumentista Raffaello Simeoni, fondatore dei Novalia, oggi componente dell’Orchestra Popolare Italiana. Asserzione accattivante e di sicuro effetto che, tuttavia, finirebbe per non riconoscere la giusta dimensione alle composite personalità di due musicisti a tutto tondo che, nei loro rispettivi percorsi artistici, tessera dopo tessera negli anni hanno costruito un mosaico musicale sostanzialmente acustico, ma che non disdegna l’uso dell’elettronica, che raccoglie espressioni di tradizione orale, non solo italiane, moduli della musica antica e formule contemporanee. Lo strumentario utilizzato dal duo in Terre in vista è davvero imponente: Giuntini suona cornamusa irlandese , whistles e flauti dolci, bouzouki, basso elettrico, chitarra acustica, charango, tastiere, percussioni ed è seconda voce; Simeoni , oltre a cantare, imbraccia saz, tiple, chitarra, marranzano, organetto, launeddas, piva, ciaramella, gralla, hulusi, guazi e si occupa delle programmazioni. Un disco di dieci brani d’autore (testi di Simeoni, musiche firmate da entrambi gli artisti) che evidenziano una linea comune, una corrispondenza di intenti che spinge a tracciare un viaggio immaginario che attraversa terre vicine e lontane, le richiama, le evoca. Apertura con “La tortora”, adattamento di liriche derivate da canti di lavoro dell’Alto Lazio, in cui prevale il tratto compositivo di Raffaello. Segue lo strumentale “Noshitza”, ondivago tra timbri e umori irlandesi e inflessioni balcaniche. “Lu tempu”, “Sopra le emozioni” e “Danza la danza” si muovono tra canzone e ballata in dialetto e moduli coreutici: sono brani incentrati sul timbro caldo di Simeoni, adagiato su ritmica incalzante ed intrecci tra aerofoni e plettri che creano un denso tessuto narrativo, talora di segno elegiaco. Whistle, flauti e corde andine dominano “Serenatina”, strumentale dal sapore antico. Un aroma bretone pervade “Atlantica”, mentre ci si lascia cullare dall’accattivante minimalista “Kwazulu Melody”. In “Terra in vista” Simeoni dà il senso di cosa significhi pervenire al folk d’autore costruendo liriche di spessore. Chiude questa bella prova del duo aretino-reatino “Incanto”, strumentale in cui prevale l’impronta di Giuntini, pieno di differenti respiri sonori e di avvincenti accostamenti timbrici. 



Ciro De Rosa



Intervista a cura di Salvatore Esposito

Dan Moretti & Piccola Orchestra La Viola – The Journey (Dodicilune)

Noto per le sue collaborazioni con Mike Stern e Dave Liebman, Dan Moretti è un famoso sassofonista jazz americano, il quale durante un viaggio in Italia alla ricerca delle sue radici ciociare per ricomporre la storia della sua famiglia emigrata negli Stati Uniti ai primi del Novecento, si è ritrovato quasi per caso a suonare con la Piccola Orchestra La Viola, formazione laziale atipica composta da soli organetti e diretta da Alessandro Parente. Affascinato dal suono potente e coinvolgente degli strumenti a mantice e dal particolare approccio orchestrale del gruppo con il quale rileggeva la tradizione, mescolando elementi folk, jazz e rock, il musicista americano ha proposto al gruppo di incidere con lui un disco che in qualche modo documentasse il suo viaggio di ritorno alle sue origini. E’ nato così, The Journey, che raccoglie nove brani originali firmati da Moretti, e nel quale i suoi fiati jazz dialogano con gli organetti di Alessandro D’Alessandro, Giacomo Nardone, Silvia Di Bello, Gianfranco Onairda, Giuseppe Di Bello, Elisa Di Bello, Laerte Scotti, Francesca Villani, Matteo Mattoni, supportati in modo impeccabile dalla sezione ritmica composta da Mario Mazzenga (basso) e Raffaele Di Fenza (batteria e percussioni), ai quali si aggiungono tre ospiti Jorge Najarro (percussioni), Rosalba Punzo e Stefania Pisanò (organetti). Il disco scorre in modo assai piacevole e coinvolgente in un flusso di immagini musicali di rara bellezza che compongono le tappe di un percorso di ritorno verso casa, verso le origini più intime nel quale la fantasia e le improvvisazioni di Dan Moretti si muovono in grande armonica con il suono corale degli organetti. Durante l’ascolto si ha la sensazione che questo disco non rappresenti per la Piccola Orchestra La Viola una deviazione di percorso ma si ponga in continuità con la sperimentazione sonora avviata con il loro primo disco, Arovà, e che la presenza di Dan Moretti contribuisca in modo determinante nel convogliare le loro energie verso una più marcata attitudine all’improvvisazione. Si spazia così da brani di impostazione più marcatamente jazz come l’iniziale Downpour o Afro-Rama a divagazioni in ambito folk come Liri Shuffle e Zydeco Bro, fino a toccare alcuni spaccati di grande suggestione quando entra in gioco anche la voce di Antonella Costanzo in brani come Angel Silver o Tribute To Life. Il vertice del disco arriva però con Trioolè, che si sviluppa attraverso una coinvolgente progressione strumentale mescolando istanze jazz e linee melodiche tradizionali. The Journey è dunque il documento sonoro di un viaggio dell’anima nel quale Dan Moretti e La Piccola Orchestra La Viola, incontrandosi hanno stabilito un rapporto di arricchimento musicale reciproco, il primo lasciandosi incantare e coinvolgere dalle loro radici folk mente la formazione laziale si è fatta guidare attraverso la suggestione dell’improvvisazione jazz. Il risultato è, dunque, un disco di grande spessore non solo musicale ma anche emotivo ed emozionale. 


Salvatore Esposito

Marasà – Sentèri (Officine Musicali Amaronesi)

I Marasà nascono nel 2002 dall’incontro tra Mimmo Audino e Sergio Schiavone, due musicisti calabresi con la passione per la musica tradizionale, a cui ben presto si sono aggiunti Francesco Mancuso (fisarmonica), Peppuccio Garofalo (chitarra acustica), Angelo Pisani (zucu) e Massimo Palermo (basso). Tre anni dopo arriva il loro disco di debutto, Ad Aria, che li segnala subito per la loro capacità di unire i suoni e i ritmi tradizionali con istanze più moderne. La svolta arriva però nel 2009, con Sentèri, disco che raccoglie nove brani di cui sette tradizionali della tradizione calabrese, un inedito ispirato dalle sonorità della chitarra battente, più una bella versione di Vendemmia Giorno e Notte di Domenico Modugno. Nato da una lunga gestazione durata due anni, l’album a differenza del precedente mostra una maggiore maturità nell’approccio agli arrangiamenti e soprattutto maggiore solidità a livello di esperienza. Inciso con la collaborazione di Officine Musicali Amaronesi, il disco nasce da un profondo lavoro di ricerca che è partito dal Cosentino ed in particolare da Badolato, per estendersi verso le province di Catanzaro e Crotone. Il loro approccio alla musicale parte dallo stile musicale detto alla “battente” tipico della zona delle Serre Calabresi e basato sostanzialmente sulle note lunghe e sulle rotuliàte alla battente, ovvero voci che si alternano per poi incontrarsi in una dimensione polivocale. Ad aprire il disco è Vieni Mo, un canto allo zuco (tamburo a frizione) proveniente da Bocchigliero (CS), a cui segue Longoblues, una versione rivisitata di alcuni stornelli per chitarra battente di Longobucco (CS), che introducono prima a Cerva, un canto per organetto di Santa Maria di Catanzaro, appreso da Giuseppe Soluti mescolato ad alcune strofette del repertorio di Badolato (CZ) e poi ad ‘A’Merica, un canto d’amore a cuore aperto e denso di nostalgia, appreso a Mesoraca nel Crotonese. Vendemmia Giorno e Notte di Domenico Modugno apre la strada all’intenso canto di mietitura di Badolato, Metara, nel quale i Marasà danno prova di essere eccellenti interpreti non solo del folk urbano calabrese ma anche di quello rurale, ma è con Mariola e Sansa Missioni, farsa goliardica scritta da Totò Verdiglione, che arrivano i due vertici del disco, essendo entrambe accomunate da eccellenti scelte a livello di arrangiamento. Un discorso a parte lo merita A Chistu Chiano, brano inedito firmato da Audino e Schiavone ed ispirata alle sonorità della chitarra battente, e che senza dubbio rappresenta una traccia da seguire per il futuro, consentendogli di aprirsi ad una sperimentazione non solo sonora ma anche compositiva. Sentèri è, in ogni caso un disco di grande spessore, che si pone in continuità con quanto fatto in passato da gruppi storici della scena calabrese come Re Niliu, ma allo stesso tempo ci lascia intravedere una direzione nuova, volta più alla sperimentazione che alla riproposta. 



Salvatore Esposito

Giuliana Soscia & Pino Jodice Italian Tango Quartet - Il Tango da Napoli a Buenos Aires (Alfa Music/EGEA)

Dopo il successo dei suoi primi due dischi Latitango ed Antiche Pietre, la fisarmonicista jazz Giuliana Soscia, accompagnata dal pianista e virtuoso del vibrandoneòn Pino Jodice, torna con un nuovo disco nel quale la tradizione musicale napoletana si mescola a quella del tango argentino, il tutto riletto attraverso la chiave dell'improvvisazione jazz. Il disco, nato da un progetto realizzato nel 2008 per un concerto presso il teatro dell'Opera di Ankara, vede così intrecciarsi le anime di due grandi compositori come Roberto De Simone e Astor Piazzolla, con le loro Villanella di Cenerentola e Obliovion diventare la base per la costruzione di un percorso di ricerca e sperimentazione di grande suggestione. Ad avere un ruolo primario sulla scena ovviamente sono le melodie, su cui si innesta un eccellente interplay tra la fisarmonica della Soscia e il piano di Jodice suppoertati magnificamente dalla sezione ritmica composta da Aldo Vigorito e Francesco Angiuli (Contrabbasso) ed Emanuele Smimmo (Batteria), i quali mettono in evidenza timbriche sempre originali improntate ora al tango-jazz ora al nuevo tango. Durante l'ascolto emerge il grande lavoro di Jodice agli arrangiamenti, che puntano a valorizzare al massimo le strutture dei brani come nel caso della splendisa Suite Napili Antica, con il jazz pronto a inserirsi tra le trame sonore, consentendo all'ascoltatore di cogliere echi di sonorità mediterranee ed orientali. Il vertice del disco arriva però con l'intensissima Serenata di Bovio in cui il piano di Jodice duetta in modo elegantissimo con la fisarmonica della Soscia. Molto belli sono anche i brani in cui più marcata l'influenza del tango argentino come nel caso di Migration o Milonga Mediterranea, in cui brilla l'apporto di Angiuli al contrabbasso che si fa carico di reggere l'intera struttura ritmica, riuscendoci con grande eleganza ed efficacia. Il Tango da Napoli a Buenos Aires è un disco di grande spessore non solo strettamente musicale ma anche artistico e non ci sorprende che anche il grande Roberto De Simone abbia voluto manifestare il suo apprezzamento per questo lavoro nel quale la sperimentazione e l'eleganza esecutiva vanno di pari passo. 



Salvatore Esposito


lunedì 26 dicembre 2011

Donpasta.selecter, un DJ salentino tra dischi e fornelli

Daniele De Michele, meglio noto com Donpasta.selecter è un eclettico dj salentino, che dopo aver messo da parte una brillante carriera come economista, si è dedicato al progetto Food Sound System, uno spettacolo multimediale nato dall'incontro tra musica e cucina, tra gastronomia e cultura, dando vita ad un esperienza sensoriale a 360°. Questo riuscito ed accattivante accostamento, è nato quasi per caso mentre si trovava a Parigi alla fine degli anni novanta, e dividendosi tra gli studi di economia e la sua attività di DJ, una sera si ritrovò "obbligato" a cucinare della pasta al Jungle Monmartre, un bar senegalese e così prese vita l'idea di unire musica e cibo, portando avanti una vera e propria opera di ricerca e recupero in parallelo tra musica e tradizione culinaria italiana. Successivamente il progetto Food Sound System si è evoluto diventando prima uno spettacolo e poi un libro di grande successo edito da Kowalsky, e a cui è seguito un giusto compendio con Wine Sound System in collaborazione con Candice di Slow Food, mentre l'ultima sua opera è Soulfood, recentissima raccolta di articoli scritti per Left tra il 2006 e il 2011. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui del suo percorso artistico, della sua passione per la musica e la cucina e soprattuto del suo nuovo libro e dei progetti per il futuro. 

Come e quando nasce l'avventura di Don Pasta? 
E' nata per sbaglio. Facevo l'economista e di notte il DJ. Da salentino ho sempre amato il buon cibo e la cultura popolare attorno ad esso. Girando per le grandi città mi accorgevo che si mangiava male. Così ho iniziato a scrivere delle ricette di mia nonna abbinate ai miei musicisti preferiti. Da li è nato Food Sound System.

Come mai hai scelto proprio questo nome? 
Me lo diedero a Parigi. Cucinavo italiano mentre facevo il dj in un bar senegalese, il Jungle Montmartre. Mi chiamarono donpasta e me lo tenni. Suonava bene. 

Quali difficoltà hai incontrato a portare avanti questo progetto artistico? 
Diverse, essendo un progetto difficile da classificare. Ne' spettacolo di teatro, ne' concerto, ne' alta cucina, ma questo credo sia anche il suo punto forte. 

Dj, economista e appassionato di enogastronomia, come riesci a destreggiarti tra le tue passioni e la tua professione? 
L'economia sono stato obbligato a lasciarla, durante un dottorato a Toulouse, ma il tema dello sviluppo sostenibile in un territorio, su cui facevo la mia testi, è diventato parte integrante del mio lavoro artistico con il festival Soul Food, che facciamo, assieme a Terreni Fertili a Roma da quattro anni.  

Quanto ha pesato per la tua curiosità culturale il fatto di vivere all'estero? 
Interamente. Penso che la curiosità verso le diversità sia il solo vero strumento di conoscenza e di antirazzismo. 

Come è nata l'idea di abbinare la musica alle tue ricette? 
In modo molto naturale. Ascolto musica da quando avevo dodici anni e il legame tra le orecchiette e le rape e il rock era per me un fatto evidente. Anche se è un pò complicato spiegarlo! 

Ci puoi parlare del progetto Food Sound System, dal quale è stato tratto il libro omonimo? 
E' un spettacolo e un concept. Una canzone e un piatto, per parlare delle cose che mi stanno a cuore. La cucina popolare, il meticciato, l'ecologia. Tutto attraverso la metafora della cucina di tutte le nonne del mondo, e della musica che ascoltano i loro nipoti! 

Nel tuo libro Food Sound System emerge una visione molto bella che hai della cucina del Mediterraneo come luogo ideale di aggregazione sociale. Come si inserisce questa tua analisi nella società attuale?
Penso che sia un esempio bello di come si possa proporre un modello alternativo rispetto a quello imperante, in cui la globalizzazione è vista come omogeneizzazione dei gusti e delle culture e non come valorizzazione delle diversità. L'aver vissuto in una provincia, il Salento, in cui la il cibo è ancorato alla cultura popolare, mi ha aiutato a definire cosa sia per me una identità personale e collettiva.   

Ci parli del tuo spettacolo Cook & Roll e del festival Soul Food? 
Cook & Roll è la versione francese dello spettacolo Food Sound System. Io cucino, racconto le mie storie, accompagnato da dei musicisti come Paolo Fresu, Daniele Di Nonaventura, Raffaele Casarano, Marco Bardoscia e dalle immagini di Ziblab sulla cucina di mia nonna. Soul Food è invece il festival sul cibo, l'arte e la sostenibilità ambientale che facciamo a Roma con Terreni Fertili cui hanno partecipato negli anni: Riondino, Celestini, Covatta, Baliani, Mannarino, etc.  

Come sei riuscito a creare questo canale di comunicazione con il pubblico, riuscendo a trasmettergli l'amore per i sapori tradizionali? 
Attarverso il profumo del soffritto in sala. E' universale, povero e democratico!! 

Come vedi questa moda della cultura enogastronomica che spopola sulle nostre tv spesso con programmi ad essa dedicati? 
Interessante. Permette di riappropiarsi di una cultura che per anni era stata interamente cancellata dal culto dei piatti preparati e congelati e acquistati nei supermercati. Poi sta ad ognuno approfondire e farne una passione.  

Recentemente hai dato vita all'apprezzato spettacolo United Food Of Salento, dedicato alla tua terra, qual'è un abbinamento perfetto tra un piatto salentino e la pizzica? 
Era un atto dovuto, una dedica speciale ad Uccio Aloisi e a tutti cantori del Salento come Pino Zimba. Da noi, da sempre, attorno ad un tavolo, si mangia, si beve, si canta e si raccontano le storie di ognuno. Questo era il senso. 

Passando a parlare del vino, recentemente hai dato alle stampe Wine Sound System, puoi parlarci di questo tuo nuovo libro? 
E' l'altra faccia della medaglia. A tavola non c'è cibo senza vino. E visto che a me piace berlo, ma ne capisco poco ho chiesto a un mio caro amico, Eugenio Mailler, Candide, di Slow Food, di aiutarmi a raccontare storie belle, quelle di vignaioli coerenti, ecologisti ed anarchici. Io ci ho messo la musica! 

Quale "mieru" abbineresti ad un brano tradizionale salentino? 
La malvasia. Vino di feste e grandi occasioni.  

Quanto sarebbe importante riscoprire realmente le radici tradizionali della cucina insieme a quelle della musica? 
Penso che sia fondamentale per avere la comsapevolezza dell'identità dio un luogo di fronte alla vuotezza dell'omologazione dei gusti.  

Una ricetta, con il classico abbinamento musicale, per i nostri lettori di Blogfoolk... 
Parmigiana di melanzane della nonna e Coltrane. Il mio primo amore. 

Dopo Wine Sound System hai altri progetti in cantiere? 
Il manifesto per la cucina militante. Ci sto lavorando. 



Donpasta - Food Sound System (Kowalsky) 
Food Sound System è innanzitutto il principale e più famoso spettacolo multimediale di Donpasta, che nella duplice veste di chef e DJ, si diverte ad abbinare musica e cucina, mescolandolo tutto con suggestive immagini e racconti. La sua versione libraria, ovviamente può ricreare solo idealmente quel magico incontro che dal vivo esalta tutti i cinque sensi, ma è senza dubbio un libro accattivante che, per chi non ha mai avuto modo di vedere le sue performance, rappresenta una vera e propria rivelazione. La scrittura fluida e piena di suggestione di Donpasta, permette al lettore di toccare subito con mano il cuore e l'anima di questo progetto, dove ogni parola, ogni suono, ogni gusto ed ogni immagine, ha una sua collocazione precisa. Nulla avviene per caso, e soprattutto nessun abbinamento è frutto di una scelta non meditata. Il DJ salentino, attraverso le sue ricette, racconta qualche episodio della sua vita, ci parla della sua passione per la musica, e soprattutto non lesina profonde e meditate riflessioni sulla cultura del fast food selvaggio, degli OGM, e soprattutto su quanti credono che globalizzazione significhi solo ed esclusivamente progresso e comunicazione, e non piuttosto un ritorno a concepire la cultura come un luogo ideale aperto di incontro tra tradizioni diverse. Da cittadino europeo, nel vero e più profondo senso del termine, Donpasta, si fa portatore di un messaggio culturale nuovo, profondo che punta alla riscoperta dell'integrità culturale e soprattutto ad allontanare lo spettro della più selvaggia massificazione dei sapori. E a questo discorso è funzionale anche la scelta di unire John Coltrane alla parmiggiana di melanzane, perchè quel sapore intenso ma allo stesso tempo vellutato del sugo che si incontra con le polpettine, è qualcosa di così intenso che solo quella tromba può ricreare. E' dunque un matrimonio felice, un matrimonio di sapori che punta non solo alla ricoperta di suoni indimenticabili ma anche quella di gusti genuini troppo spesso dimenticati. 


Donpasta con la complicità di Candice - Wine Sound System (Kowalsky) 
L'altra faccia della medaglia del progetto Food Sound System, è Wine Sound System, libro nato dall'urgenza di esplorare l'universo del vivo, partendo dalla riuscita formula della commistione con la musica. Ad aiutare Donpasta in questo suo viaggio troviamo Eugenio Mailler meglio noto come Candide, che forte dell'esperienza maturata con Slow Food lo ha accompagnato in giro tra vigneti alla ricerca di storie di vignaioli appassionati. Impreziosito dalla prefazione di Paolo Fresu, il libro vede Donpasta alle prese con un viaggio affascinante, che si sviluppa attraverso un dialogo continuo con Cadide, nel quale si scopre la melodia del vino, il respiro dei contadini, il ritmo del percuotere nel pigiare. Così si incontrano affabulatori, degustatori, contadini, uomini con grande senso della cultura, ma soprattutto le leggende che nascondono i vini e il loro gusto e il loro sapore. Wine Sound System aggiunge, dunque, un'altro elemento all'intreccio di sapori e culture di Food Sound System, svelandoci una sorta di itinerario enogastronomico in musica nel quale si incontrano Nina Simone, Obama, lo Champagne e Rosa Parks, ma anche Tom Waits, il vino da tavola e Parigi, e come non restare incantati dalla fusione di Amy Winehouse e lo Chablis o ancora quella tra le zuppe invernali, il Chianti e PJ Harevey, ognuna di queste è una sorta di jam-session tra vino, cucina e musica che da vita ad un travolgente interplay travolgente tra sapori, suggestioni musicali e poesia. 


Donpasta - Soulfood, Cronache di Cibo e Musica, Left, 2011, pp.139, 12 euro con Left; 7 euro senza 
Soulfood è il più recente libro di Donpasta, e raccoglie gli articoli scritti nell'arco di cinque anni, tra il 2006 e il 2001 per il settimanale Left. La formula è quella collaudata dei precedenti due libri, del quale in un certo senso rappresenta il giusto completamento. Introdotto da una bella prefazione del cantautore romano Alessandro Mannarino, da lungo tempo amico di Donpasta, ogni capitolo segue uno svolgimento lineare e allo stesso tempo eclettico, infatti traendo spunto dalla cucina, dalle ricette e dal cibo, racconta storie appassionanti nelle quali si ritrova il gusto per il bello del mendo, delle piccole resistenze, le rivolte, la fantasia umana, e quasi fosse una raccolta di pensieri in libertà, nel complesso assume i tratti di un diario di ricette scritte per le persone a cui si vuole bene, un ricettario per cene tra amici comprensivo di argomenti di discussione sorseggiando un buon vino. Emergono così racconti, storie, film, ma soprattutto dischi, incazzature, addii, nascite il tutto senza mai perdere il piacere di gustare il cibo dell'anima. Durante la lettura si spazia dall'accostamento tra Vinicio Capossela e il risotto allo zenzero alla storia di Miriam Makeba e gli gnocchi alla sorrentina, passando attraverso Van Morrison e le velutate ma anche Sant'Anna di Stazzema, Burial e la ribollita. Soulfood rappresenta allo stesso tempo la sintesi e il giusto complemento per Food Sound System e Wine Sound System, essendo entrambi indirizzati verso la riscoperta del cibo per l'anima. 

Salvatore Esposito