BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 23 settembre 2010

Loredana Savino, la tradizione musicale delle Murge tra U’Munacidde e Francesco Sossio Banda


Loredana Savino è la voce e l’anima de U’Munacidde, gruppo ed associazione culturale dedita alla ricerca, al recupero e alla diffusione della cultura e della musica popolare dell’Alta Murgia pugliese. L’abbiamo incontrata per parlare del suo percorso musicale, delle sue ricerche e della collaborazione con la Francesco Sossio Banda.


Come nasce il tuo amore per la musica popolare ed in particolare per il canto?
Ho iniziato da piccolissima. Il maestro delle elementari ci insegnava canti della tradizione contadina alto murgiana, organizzando una serie di spettacoli. La passione per Il canto è arrivata dopo aver studiato per anni il pianoforte. Il pallino per la musica popolare ce l’ho sempre avuto, divoravo i dischi dei Uragniaum, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, dei Terrae e di Danilo Montenegro, fino a che, assieme ad altri amici, che poi sarebbero diventati rispettivamente fisarmonicista e chitarrista de U’ Munacidde, abbiamo iniziato a suonare, a mettere su un repertorio che unisse brani tradizionali del sud Italia e della tradizione alto-murgiana.

So che sei laureata in legge, quali sono stati i tuoi studi di musica popolare?
Dopo 5 anni passati a suonare in giro per sagre, feste di paese, dove, onestamente, il più delle volte ci intrufolavamo suonando a piattino, ho iniziato a studiare canto, soprattutto tradizionale e polifonico con Gabriella Schiavone del quartetto vocale Faraualla; ho anche avuto l’opportunità di approfondire lo studio della tradizione non solo del sud, con Lucilla Galeazzi e Giovanna Marini, facendo un percorso sui modi contadini e sulla tradizione Siciliana e Umbra.

Hai avuto modo di lavorare con Francesco Sossio e i Muretti a Secco, puoi parlarci di questa esperienza?
Ho ancora la grandissima fortuna di lavorarci! Dopo l’esperienza fatta con il progetto Muretti a Secco, che racchiude un libro, un dvd ed un disco nel quale ho interpretato due dei brani in esso contenuto (Bari e Foggia), Sossio ha deciso di portare avanti un progetto di respiro più World, che continuasse a restare legato fortemente ai sapori e colori musicali della nostra arida e stupenda terra ma con un’apertura a contenuti più contemporanei e fortemente impegnati. Ad oggi sono la sua vocalist e il progetto Francesco Sossio Banda sta ottenendo innumerevoli successi e riscontri in diversi festival, ha vinto, infatti, con il meraviglioso brano Sugne, il festival Andrea Parodi ed, inoltre, ha vinto il Folkest nell’edizione 2009, il Folkcontest 2009.

Come nasce il gruppo U'Munacidde?
il progetto U’ Munacidde è nato grazie alla passione che univa me e alcuni amici (diventati poi componenti del gruppo) per la musica popolare e soprattutto per il desiderio di riportare in vita un repertorio, quello altomurgiano e gravinese, colpevolmente dimenticato.


In un epoca in cui la riproposta salentina va per la maggiore, come si inserisce il vostro lavoro sul materiale della zona di Gravina di Puglia?
Devo dire a “calci e pugni”. E’ veramente difficoltoso proporre la nostra musica in giro, in Italia e all’estero. Se sei pugliese fai la Pizzica e basta. Capita spessissimo che la pubblicità dei nostri concerti contenga la dicitura taranta o addirittura in alcuni casi “direttamente dalla notte della taranta”, mettendoci in estremo imbarazzo. C’è molta disinformazione poca conoscenza delle meravigliose diversità della tradizione musicale pugliese, non voglio con questo dire che non apprezzo e stimo il lavoro fatto nel Salento, anzi, dico solamente che la tradizione pugliese non è solo quella. Cerchiamo in ogni posto dove ci capita di suonare, di puntualizzare che non facciamo pizzica, che la nostra è tarantella altomurgiana e che è giusto che la musica tradizionale salentina la facciano i salentini. I risultati sono sicuramente soddisfacenti alla fine dei concerti, perché i dischi la gente li compra e perché riusciamo a trasmettere e lasciare un messaggio musicale diverso ma altrettanto magico.

Ho avuto modo di ascoltare il tuo primo disco con U'Munaciddhe quali sono le differenze sostanziali rispetto all'ultimo disco con i fratelli Cicolecchia? Come si è evoluto il vostro suono?
Questo disco nasce dalla voglia di racchiudere altra tradizione e quindi creare un altro piccolo documento della nostra musica. Abbiamo cercato di far confluire in Tra mbaravogghie e sunne l’ultima parte di repertorio tradizionale che abitualmente eseguiamo nei nostri spettacoli. Buona parte dei brani in esso inseriti fanno parte del repertorio di un’altra folk band gravinese che negli anni ’70 ’80 ha lavorato per la riproposizione della tradizione alto-murgiana e gravinese, i Fratelli Cicolecchia. L’idea di questo connubio è nata anche da una collaborazione che U’ Munacidde ha da anni con i F.lli Cicolecchia scaturita dal desiderio di trasmettere e diffondere nelle scuole, nei più giovani la tradizione popolare del nostro territorio, infatti nel disco, uno dei brani, U’ Pastoure, è interpretato da una ragazza, Sabrina Loglisci, facente parte di uno dei progetti scolastici da noi gestiti. Il primo disco , a differenza di Tra mbaravigghie e sunne, è interamente suonato da U’ Munacidde, non si avvale di nessuna collaborazione con altri gruppi e con altri musicisti, l’obiettivo è sempre stato quello di raccogliere e lasciare un documento storico importante. Il suono fondamentalmente nel secondo disco è più maturo, in virtù degli studi fatti nel corso dei cinque anni trascorsi, dei concerti fatti, un lavoro più mirato, insomma, ad un arrangiamento dei brani più nostro.

Molti dei canti che voi avete riproposto, sono relativi al lavoro nei campi, quanto c'è di attuale in queste composizioni?
Devo dire, sinceramente, che l’affanno, la fatica, non sono cambiati, certamente l’innovazione tecnologica ha reso più leggero, anzi, ha cancellato certe figure professionali ma la precarietà, la mancanza di lavoro, rendono, ancora oggi, veramente difficile e pesante la vita. L’attualità ce la vedo proprio in questo, nel contrasto; prima si lavorava troppo, c’era sfruttamento, oggi ci sono migliaia di persone che a causa delle crisi, della spietata globalizzazione si trovano ad essere vicini alla miseria a non riuscire ad arrivare a fine mese.

Non ho avuto modo di ascoltare Nete Jinte U' Pecciune de La terra, puoi parlarci di questo disco?
Nete Jinte U’ Peccioune de la Terre (nato tra le cosce della terra) è un lavoro coreografico di danza contemporanea per 3 danzatori di una compagnia Francese “Association Espresso Forma” realizzata dal coreografo Ezio Schiavulli e dello scrittore pittore Michele Ardito, ambedue di origini gravinesi. Il titolo della creazione manifesta un forte legame con la terra (http://www.segretidipulcinella.it/sdp20/art_07.htm); legame che, i due creatori della piece, hanno voluto, rimarcare ancora di più chiedendo a U’ Munacidde di realizzare la colonna sonora del tutto originale.


So che avete dedicato molto tempo alle ricerche sul campo dei canti, puoi illustrarci questo percorso di ricerca?
Abbiamo lavorato tantissimo ma molto materiale ci è facilmente balzato alla memoria, come ti dicevo prima, alcuni di noi hanno avuto la fortuna di incontrare nel loro percorso di vita persone illuminate che, in tempi non sospetti, hanno ritenuto importante trasmettere la tradizione musicale (vedi il mio maestro delle elementari), abbiamo lavorato con gli anziani, attinto dai nonni informazioni sia sui canti, sugli stornelli, su delle storie di personaggi gravinesi dei quali si “cantava”, abbiamo preso moltissimo anche dalle ricerche fatte dall’antropologo professor Tobia Granieri che per anni ha condotto studi sulla tradizione gravinese e sul dialetto, infatti, ha curato le trascrizioni e le traduzione dei brani del nostro primo disco, nel secondo, essendo venuto a mancare, abbiamo avuto la possibilità di lavorare con suo figlio Achille e sua moglie. Per U Munacidde, infatti, è importantissimo il lavoro di salvaguardia della lingua del dialetto.

Dal punto di vista vocale quali sono state le tue principali ispirazioni a livello stilistico?
Sicuramente Gabriella Schiavone è la mia principale ispirazione, perché mia maestra ma anche per l’enorme conoscenza e bagaglio musicale tradizionale che mi ha trasmesso. Sono cresciuta anche grazie alla voce meravigliosa di Maria Moramarco dei Uaragniaun, a Lucilla Galeazzi, Rosa Balistreri, all’attore cantante Rocco Capri Chiumarulo grande amico ma anche grande maestro, infatti, semplicemente guardandolo e ascoltandolo ho capito che la musica va vissuta, sentita, a Chavela Vargas, Mercedes Sosa, Violeta Parra, Camaron.

Dal punto di vista della scelta dei canti come avete operato per Tra Mbaravigghie e Sunne?
Abbiamo lavorato e ri-arrangiato dei brani tradizionali che già i F.lli Cicolecchia proponevano negli anni ’70; abbiamo inserito altri brani della tradizione ma abbiamo anche musicato una poesia di una signora gravinese su U’ Munacidde, folletto dei sogni dispettoso, che nel disco ha interpretato la favolosa attrice Terry Paternoster.

Come cambia il vostro suono sul palco? Qual è lo spirito che anima i vostri concerti?
La nostra è una musica da guardare. La nostra forza sono sicuramente i concerti, riusciamo con la messa in scena di ciò che cantiamo a comunicare anche con gente che il dialetto e magari anche l’italiano non conosce. Questo è il nostro obiettivo riuscire a comunicare oltre che con le sonorità, con il ritmo, con la voce ma anche con il corpo e con il movimento.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Un prossimo disco completamente inedito con U’ Munacidde che sarà l’inizio di un nuovo percorso legato alla composizione e a nuove sonorità più world e un nuovo disco con la Francesco Sossio Banda, un mio spettacolo sulle songs di Bertold Brecht e chissà.

U’Munacidde - U’Munacidde
U’ Munacidde e i Fratelli Cicolecchia - Tra mbaravigghie e sunne

Il progetto U’Munacidde è nato nel 2001 a Gravina di Puglia, allorquando un gruppo di amici, spinti dalla comune passione per la riscoperta delle tradizioni musicali dell’Alta Murgia, decisero di intraprendere un percorso di ricerca per riportare alla luce un patrimonio culturale che stava letteralmente scomparendo nel vasto panorama musicale pugliese. Guidato dalla cantante e ricercatrice Loredana Savino, il gruppo è attualmente composto da Sandro Varva (voce), Saverio Paternoster e Michele Marulli (percussioni), Giuseppe Cardano (chitarra), Carmine Calia e Francesco Tucci (fisarmoniche), Renzo Cicolecchia (violino e Leo Zagariello (basso). La particolarità di questo gruppo è però quella di essere aperta alle diverse collaborazioni artistiche, per arricchire di stimoli ed idee il proprio bagaglio musicale. Il loro disco di debutto omonimo, è stato pubblicato nel 2005 con il patrocinio della Fondazione E. P. Santomasi di Gravina e rappresenta il risultato di una lunga ed approfondita ricerca sulle fonti tradizionali della musica dell’Alta Murgia, partendo dal repertorio di Gravina per allargarsi successivamente a quello delle zone limitrofe. Attraverso gli undici brani tradizionali proposti nel disco si compie un vero e proprio viaggio nel tempo, e ad ogni brano si apprezza la lunga stratificazione culturale che caratterizza la storia della loro terra, e questo grazie anche alla misurata ma incisiva commistione tra ritmi e melodie tradizionali con sonorità tipiche dell’area mediterranea. Si spazia così da scioglilingua senza tempo come la travolgente U’ Lebbre e U’ Re alla dura realtà dell’emigrazione di All’Amereche fino a toccare la religione in Gesù Bambine Mì ma anche tematiche familiari come la figlia da sposare in Mamme Ca U Zite Iè. Insomma Loredana Savino riesce a ricreare uno scenario antico, nel quale si rintracciano i fili di una tradizione musicale ben diversa e definita tanto rispetto a quella del Gargano quanto soprattutto a quella Salentina, e questo senza mai cedere alla facile contaminazione verso sonorità più commerciabili. Insomma con questo debutto U’Munacidde ha tracciato un importante sentiero attraverso la tradizione musicale pugliese, permettendoci di riscoprire brani sorprendenti nei quali si rincorrono tematiche ed atmosfere diverse, nei quali si riscoprono i volti, le mani, le braccia, le storie della gente comune, di coloro che lavoravano nei campi, e per il quali la musica era lo strumento per raccontare storie, per non pensare alla dura fatica della terra. Proprio alla terra è dedicato invece Nete Jinte U’ Peccioune de la Terre, quello che può essere definito come il secondo disco de U’Munacidde, e che nasce come colonna sonora per uno spettacolo di danza, realizzato dal coreografo Ezio Schiuavulli. Il disco presenta brani strumentali, tutti composti per l’occasione ma che comunque mantengono un forte legame con la tradizione presentando gli stilemi tipici della musica popolare. Il terzo lavoro de U’Munacidde, Tra mbaravigghie e sunne, è forse quello che chiude il cerchio del loro percorso di ricerca e che li vede affiancati dai Fratelli Cicolecchia, ovvero i pionieri della ricerca e della riproposta del materiale tradizionale proveniente dall’Alta Murgia. Questa collaborazione tra i giovani Munaccidde e i pionieri Fratelli Cicolecchia, parte da molto lontano avendo i due gruppi collaborato da sempre a stretto contatto, ma ha trovato la sua concretizzazione discografica in un progetto divulgazione della musica popolare negli istituti scolastici locali, e non è casuale che uno dei brani cardine del disco, U’Pastoure, sia stato interpretato proprio da una giovane studente, Sabrina Loglisci. A differenza dei precedenti, l’ascolto di questo disco ci permette di cogliere tutte le potenzialità de U’Munacidde ma soprattutto di scoprire il talento vocale di Loredana Savino, una superba interprete della tradizione popolare, in grado di unire ed adattare l’eleganza e la forza del suo timbro alle inflessioni ruvide e rurali del dialetto altomurgiano. Il percorso de U’Munacidde è dunque un esempio prezioso di come nel vasto panorama musicale della Puglia non esista solo la Notte della Taranta, ma anche e soprattutto tanti filoni di musica tradizionale legata ai piccoli territori, quasi a distanza di poche centinaia di chilometri esistesse un altro mondo.



Francesco Sossio Banda – Muretti A Secco (CGL Puglia)

Francesco Sossio Sacchetti è un talentuoso sassofonista e compositore di Gravina Di Puglia che nel suo percorso artistico vanta una lunga serie di prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Enzo Avitabile, Baba Sissoko e Cheb Khaled e numerose partecipazione a grandi eventi come il Montreal Jazz Festival e Folk Getxo di Bilbao. Nel 2007 Francesco Sossio ha dato vita insieme a Loredana Savino (voce), Tommaso Colafiglio (chitarra), Giorgio Albanese (fisarmonica), Leo Zagariello (basso acustico), Michele Marrulli (tamburi a cornice), e Giuseppe Longo (battammorra), alla Francesco Sossio Banda con la quale ha incisol’eccellente Muretti A Secco, un progetto interessantissimo realizzato per la Cgil della Puglia. Si tratta di un percorso di ricerca storico-musicale attraverso i canti di lavoro e di lotta sociale, ed è composto da un dvd contenente un eccellente documentario di 45 minuti, da disco con sei suite dedicate alle varie zone geografiche della Puglia, e da un libro di 200 pagine con tutti i testi e numerose fotografie. Il lavoro compiuto da Sossio è stato essenzialmente volto ad un ampia ricerca sulle fonti storiche recuperate da Ernesto De Martino e Gianni Bosio, fino a quelle più recenti di Giovanni Rinaldi. Tale lavoro ha consentito di tracciare un interessante profilo storico nel quale emergono tutti i problemi legati alla povertà del Sud Italia e alle condizioni disagiate dei contadini, che vivevano lo sfruttamento quotidiano da parte dei padroni, il tutto mentre sullo sfondo si muovono problematiche complesse come l’emigrazione, la disoccupazione, il disagio sociale e la religione. Temi di grande attualità ancora oggi, che spesso corrono il rischio di essere dimenticati. L’ascolto è un vero e proprio viaggio che parte dal Barese, tocca Brindisi, e ritorna a Foggia attraversando i campi di grano del tavoliere, la terra arida della Capitanata, fino a raggiungere il Salento con Lecce e Taranto, per poi fare ritorno all’Apulia. Ciò che sorprende è l’energia e la carica emotiva con la quale Sossio ha confezionato i vari brani che sono resi ancor più preziosi dalla voce di Loredana Savino, che rispetto ai lavori con U’Munacidde, si mostra ancor più versatile nell’approcciare dialetti diversi da quello Alto Murgiano. In attesa di goderci il secondo disco della Francesco Sossio Banda non ci resta che consigliare vivamente ai lettori l’ascolto di questo disco, per comprendere a pieno tutta la complessità delle tradizioni musicali pugliesi.

Salvatore Esposito

The Green Man Festival 2010, Parco nazionale del Galles, Breacon' s Beacons 20-23 Agosto 2010

ESCLUSIVO!!

Blogfoolk ha il privilegio nonchè l'onore di presentare uno splendido articolo di Ernesto De Pascale, prestigiosa firma del giornalismo musicale in Italia e nostra Spiritual Guidance...

Aria di cambiamenti alla settima edizione del The Green Man Festival, il festival boutique gallese che dal 2004 si è andato imponendo come trend setter della nuova scena alternative folk e psichedelica. Il cambiamento sta proprio nei generi : si perdono le istanze più intime e - nonostante le limitazioni che il parco che ospita l’evento impone ( solo 11 mila biglietti, solo prevenduti, fra i mille e i duemila teenagers sotto i dodici anni,80 giornalisti, servizio volontari di portata simile alle mobilatazioni per eventi bellici, donazioni a sfare e se non doni sei guardato male) - viene alla luce un festival più indie e più aggressivo. Gli organizzatori - già dal 2009 - lavorano prevalentemente con le etichette e non più con gli agenti, per evitare intermediazioni : jugjugawar, secretely indian, domino, static caravan, sub pop e altre per i nomi che più “tirano” ( a cui viene pagato un fee “da festival“ mentre ai nomi minori solo un rimborso spese “ se c‘è “) mentre per i più interessanti palchi e proposte in fieri si va a braccio, senza mai dimenticare la deriva locale e aprendozi quest‘anno a comicità, film - l‘anteprima di Bird on A Wire di Cohen - e altro. Comunque sia chiaro che al The Green Man Festival ci si va per prima cosa per vivere “l’esperienza”: quindi, tutti allegri ( loro ) a smerdarsi nel fango e nelle tende che non tengono i colpi sferzati dal vento che arriva dall‘oceano, gente che esce fuori solo all’ora degli zombi per i dj trance underground, pranzi e cene di vari gusti e tipi, mille intossicazioni alimentari e mille alternative, canti pagani. Tanta fica. Stabilito il paradigma dell’evento tutto è più facile: il parco era stato attrezzato con raziocinio e il battagilone di volontari ha reso tutto semplice nonostante l condizioni disastrate per 3 giorni di misera pioggia. iente avviene in un solo posto al The Green Man Festival e questo è il vero problema, o il grande divertimento !. Mentre segui la presentazione del giornalista Rob Young del suo seminale Electric Eden (600 pagine, 18 £ ) ti stai perdendo i Besnard Lakes sul palco centrale di cui acciuffi solo gli ultimi due pezzi e capisci che dall’Italia sarà sempre dura comprendere la loro solidità e autorevolezza. Per vedere Fionn Regan sullo steso palco - acclamatissimo da un pubblico molto giovane mai visto prima al GMF - sei consapevole di perderti una ( mi diranno altri) bella conversazione con il collega Stuart Maconie, il giornaliste fra gli artefici del recupero di BBC 6 Music che al pub della stampa mi dirà che la PFM è il suo gruppo del momento e candidamente mi chiede “ perché non sono qui a
suonare oggi ? “… Amenità a parte l’attenzione di questo recensore era attirata soprattutto da alcuni set impossibili a vedersi in Italia : il grandissimo scozzese Alisdair Roberts che sul main stage presentava con la sua nuova band di trentenni il bellissimo nuovo disco, “ Too Long In This Condition “; un set profondo, intenso, ricco di sfumature originali ma sempre minimale e conciso ha riscosso una vera e propria ovazione per i migliaia accorsi trattenendo il respiro. Avi Buffalo, forse i più attesi dell’intero Green Man festival sull’onda del nuovo disco, nella tenda Far Out ( nome omen ) hanno fatto il pieno come tutti attendevamo. I californiani hanno confermato il potenziale riscontrato nel disco; se ne sono andati fra molti applausi lasciando però insoluto il dubbio sullo spessore della band ( o per meglio dire di Avi Zanne - Insenberg che E’ la band ) che da qui a qualche anno dovrà rassicurarci sul valore in prospettiva. Come altri gruppi californiani qui precedentemente visti (Skygreen Leopards ad esempio ) non siamo lontani dalla trilogia sacra Love, Byrds, Dead plus sunshine pop revisited. La lezione più dura degli ottanta e la onda lunga del paisley undeground, che già aveva fatto sorridere Sid Griffin quando commentammo insieme l’album, è ben presente in un set che oggi, comunque, convince. La esile voce di Avi blocca una promozione sul campo a pieni voti ma induce a tenere il gruppo sotto osservazione. Ultimi ma non ultimi in una scaletta personale di priorità da ricordare il set di The Voice of The Seven Thunders versione elettrica di The Voice of The Seven Woods. Band dal sapore kraut rock oggi con loro siamo nello spaziale più free form senza biglietto per il ritorno dopo un incipit solo 3 anni fa di acid folk convincente e drastico. Drasticità che il quintetto ripropone oggi in versione elettrica. Sicuramente per il più mainstream pubblico indie del festival gli interessi di questa edizione del GMF erano ben altri: dalla supe hype Joanna Newsom, beniamina sin dalla prima eizione a The Flaming Lips oppure i magici Field Music, impossibile definirli!, o, ancora - per la prima volta - la deriva giovanile che vedeva il proprio apice nella sequenza Johnny Flyyn, Laura Marling, Munford & sons, Fionn Regan, Doves a dimostrazione che il festival guarda altrove. Basta però estraniarsi e andare alla ricerca di qualcosa di più puro che le scoperte non mancano neanche in questa piovosa edizione 2010. Si parte scoprendo quasi per caso il duo femminile Smoke Fairies, ventenni fra McGarrigle, Simon & Garfunkul e The Watersons senza la paranoia né il terrore di lanciarsi in sconosciuti territori elettrici. Attenzione al loro album, Ghosts che vi avvincerà con
pocchi suoni come nel brano che dà il titolo all’album, incisivo, sensuale, aereo ma dotato di una qualità blues che porta dritti al primo John Martyn e che vede Katheryne e Jessica armonizzare secondo una declinazione conosciuta anche ai più maturi nuovi fan. Altra strada tangenziale che ha reso contenti i suoi fan è il set da solista di Simone Felice, tornato dal vivo ( tornato vivo…) dopo la pericolosa operazione a cuore aperto del 3 giugno scorso ( sostituzione di una valvola ortica per malformazione congenita ). Simone, che si esibirà come ospite nella serata finale della XVesima edizione del Premio Ciampi il prossimo 16 ottobre al Teatro Goldoni di Livorno , è ora un “giovane indiano navaho che cavalca per la prima volta la prateria della vita”( parole di Simone). Il più giovane dei Felice, sprizza energia ed intensità da ogni poro ed ha riunito i fan dei fratelli e di The Duke & The King, un album che i fan di Simone sanno praticamente a memoria, per una set di chiusura festival memorabile mentre sul palco centrale si esibivano i grandissimi Tindersticks. Prima di congedare l’evento e sperare di ritrovarlo nel 2011 non troppo differente da questa più efficiente edizione una ultima segnalazione. Scrivetevi questo nome: Georgia Ruth Williams http://www.myspace.com/breatheandstopmanagement ; ventitre annì, senza contratto, scrive e canta canzoni sulla falsariga di Phoebe Snow, Paul Simon, Libby Titus, Suzanne Vega suonandole con l’arpa ma è quanto di più diametralmente opposto alla presunzione della Newsome. Andatevela ad ascoltare ! Music Will Keep us together!


Ernesto De Pascale

Maria Brandon Albini, Viaggio Nel Salento – Edizioni Kurumuny, 2010, pp.70


Nota per essere una delle esponenti di maggior rilievo degli studi meridionalistici del secondo dopoguerra, Maria Brandon Albini nel corso di tutta la sua carriera ha cercato di far emergere una visione diversa del Sud Italia, cercando con tutte le sue forze di smentire quella che emergeva da Cristo Si è Fermato ad Eboli di Carlo Levi. Dai suoi scritti emerge infatti un ritratto sempre critico ed articolato che però era ben lungi tanto dall’essere condizionato dal fascino di quei luoghi che lei tanto amava, quanto piuttosto dallo stereotipo che voleva il meridione dimenticato, arretrato, ma soprattutto ancorato ad una ruralità gretta e priva di speranze. Dai suoi scritti emerge così, un sud diverso, capace di lottare per la terra, di scioperare per le condizioni delle tabacchine nel Salento, di organizzarsi contro i soprusi del potere, un sud in grado di perseverare con forza nella rincorsa ad una modernità sempre in ritardo. Un esempio dei suoi studi è Viaggio Nel Salento, il breve ma intensissimo libro curato da Sergio Torsello e edito da Kurumuny, nel quale si ha la possibilità di scoprire toccare con mano la passione con la quale la Albini approcciava i suoi studi, non restando mai confinata ad uno lavoro da biblioteca, ma cercando il contatto diretto con la gente, con il popolo. Ci troviamo così di fronte ad una serie di appunti di viaggio, tratteggiati con leggerezza, ma allo stesso tempo con grande partecipazione emotiva nella quale l’autrice si confronta con un mondo a lei estraneo ma del quale subisce un grande fascino. La Albini esplora un mondo che ha forti legami con un passato arcaico, dove si incontrano prefiche e maghe, si scorgono strane credenze e leggende che si mescolano con una religiosità forte, mentre sullo sfondo si muove la dura realtà del quotidiano, delle lotte sindacali, della difesa della classe operaia. Di particolare interesse è la parte dedicata alla descrizione della condizione delle donne nel Sud, nella quale si viene in contatto con tradizioni popolari come il tarantismo, la lingua grika e le lamentazioni funebri, ma soprattutto si scopre come fu la Albini a consigliare al fotografo francese Andrè Martin di visitare il meridione d’Italia, le cui foto diedero poi il la alle ricerche di Ernesto De martino. Viaggio Nel Salento è dunque il diario di un viaggio, visto attraverso gli occhi di una studiosa attenta, nelle cui riflessioni si mescolano cronaca, storia, politica e antropologia. Una testimonianza preziosa, insomma, che apre uno scenario inedito su un momento storico nel quale il Sud era ad un passo da una vera e propria rivoluzione, da quel momento in poi non sarebbe stato più lo stesso, e forse sarebbe per venuta meno per sempre l’innocenza.

Salvatore Esposito

Lou Dalfin – Al Temps de La Fèsta en Occitania (Felmay)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Attivi sin dal 1982, i Lou Dalfin nel corso degli anni sono diventati una vera e propria legenda della scena musicale occitanica, avendo letteralmente rivoluzionato il modo di interpretare la tradizione con l’introduzione di una strumentazione tipicamente rock (basso, batteria, chitarre e tastiere) al fianco degli strumenti tipici come vioulo, pivo, armoni a semitoun, pinfre, arebebo e viouloun. Perseguendo l’obbiettivo di portare la musica occitanica verso un pubblico più ampio, i Lou Dalfin nel pieno rispetto della tradizione sono riusciti a dare vita ad un suono moderno ed originale ma allo stesso tempo ben radicato nel passato e a quelle sonorità che avevano appreso dalle generazioni precedenti. Nel loro percorso musicale ha avuto un ruolo fondamentale il disco L’Oste del Diau, del 2004 che ha rappresentato una ulteriore svolta nel sound del gruppo aprendolo a sorprendenti collaborazioni come quella con Madaski che l’anno precedente aveva prodotto Sem Encar Ici, diventata ben presto l’inno per eccellenza della musica occitanica e più in particolare una esplicita dichiarazione di esistenza in vita dell’Occitania, la nazione proibita più grande d’Europa. Proprio al fortunato tour seguito alla pubblicazione de L’Oste Del Diau, risale Al Temps de La Fèsta en Occitania, il primo dvd dei Lou Dalfin, nel quale è contenuto l’intero concerto tenuto all’Hiroshima Mon Amour di Torino, l’11 maggio 2004. Questo splendido video concerto fotografa la band in una performance travolgente nella quale, Sergio Berardo e soci passano in rassegna gran parte del repertorio dei Lou Dalfin, senza però perdere di vista i brani de L’Oste del Diau, come l’iniziale Seuida de Rigodons, la travolgente Sem Encar Icic, e la struggente Conscrits del Lengadòc. Il concerto è un crescendo di emozioni, di musiche da ballo, di energici brani tradizionali, il tutto animato dall’istrionico Sergio Berardo che con disinvoltura si destreggia in modo magistrale tra i vari strumenti della tradizione occitanica ed in particolare quando imbracciando la ghironda si scopre tutto come il suo virtuosismo sia completamente funzionale a rendere ancor più coinvolgente il sound dei Lou Dalfin. Di grande pregio sono inoltre i due documentari realizzati dallo stesso Berardo, ed inclusi come bonus. Il primo è dedicato agli strumenti tipici della tradizione musicale occitanica, di cui oltre a godere di una dettagliata spiegazione, si può assistere a vari brani di esempio improvvisati al momento. La Nostra Terra, è invece dedicato alla cultura occitanica, di cui se ne percorrono per vie parallele le tracce storiche e musicali. Insomma, Al Temps de La Fèsta en Occitania, è uno di quei dvd da avere, non solo per chi ha amato ed ama i dischi dei Lou Dalfin ma anche per chi è curioso di scoprire l’Occitania con la sua storia e la sua tradizione musicale. Assolutamente consigliato!


Salvatore Esposito

Tao - Love Bus/Love Burns (DMB Music/Grace Orange/Halidon)


Leggere un libro a volte può cambiare veramente la vita, ed è un po’ quello che successo a Valerio Ziglioli alias Tao, giovane cantautore di talento, folgorato sulla via della Summer Of Love da quel gioiellino che è Peace & Love di Ezio Guaitamacchi. La lettura di quella ricostruzione così appassionata della Woodstock Generation, ha dato inizio ad un lungo viaggio a bordo di un pulmino Volkswagen nel quale Tao ha girato tutta l’Italia suonando in più di cento città e facendo oltre duecento concerti i poco più di due anni. Da quel tour in solitario e da quei concerti estemporanei, è nato il progetto Love Bus/Love Burns, un sorprendente doppio album, che mette in fila ventuno brani di cui diciotto inediti e tre cover. In realtà Love Bus e Love Burns sono due album ben distinti con atmosfere differenti tra loro ma tuttavia accomunati da continui rimandi ed accenni alle sonorità dei primi anni settanta, il tutto però senza mai perdere di vista una precisa cifra stilistica e l’originalità nei suoni e nei temi. In particolare Love Bus, si caratterizza per tematiche sociali, sugli incontri fatti durante le varie tappe del tour e un sound che spazia da Byrds agli Hollies passando per i Beatles, mentre Love Burns è più introspettivo, personale e gli stessi suoni virano verso trame più tenui. Passando all’ascolto, in Love Burn spiccando diversi brani nei quali si apprezza tutta l’ironia e il sarcasmo della scrittura di Tao, in particolare meritano di essere citati la programmatica Io Voto Rock & Roll, la satira rock di Italiani e la ballata in inglese A Song Can Change The World. Di ottima fattura sono però anche il rovente attacco al music biz di Suona, l’inno ecologista Madre Terra e la poetica Il Tram dei Desideri che rimanda alla scrittura della scuola genovese. Chiude il disco una splendida cover di San Francisco di John Phillips, che rappresenta un po’ l’anello di congiunzione tra la poetica di Tao e la sua passione per la Summer Of Love. Il secondo disco, Love Burns è quello più intenso, e forse più profondo dei due, il rock & roll si sposta sul fondo ed emerge a pieno la vena poetica di Tao come nel caso di Dimentica o de L’Eden, due brani dalla forte carica emotiva e nei quali si l’autore sembra riversare tutto il suo dolore. A risaltare in modo particolare sono anche la ballata elettrica Voglio Morire Giovane, la bellissima love song Ana e le due cover ovvero The Wanderer e Ring Of Fire entrambe dal repertorio di Johnny Cash. Il progetto Love Bus/Love Burns è senza dubbio una delle soprese di quest’anno nel panorama indie, e senza dubbio può essere considerato un superlativo primo passo verso una carriera ricca di soddisfazioni per Tao, un artista originale ma con la capacità di saper trovare nel passato gli stimoli e le ispirazioni giuste.


Salvatore Esposito

Hector Zazou, Barbara Eramo, Stefano Saletti - Oriental Night Fever (Materiali Sonori)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

Compositore geniale, arrangiatore spettacolare e sperimentatore eclettico, Hector Zazou nel corso della sua vita musicale aveva attraversato e segnato con il suo passaggio la storia del rock, quella dell’elettronica e da ultimo la world music. Uno degli ultimi regali che ha voluto farci prima della sua scomparsa due anni fa, è il progetto Oriental Night Fever che lo ha visto affiancato da due eccellenti musicisti italiani ovvero la cantante Barbara Eramo e l’eccellente polistrumentista Stefano Saletti, che con lui hanno condiviso l’idea di rileggere in chiave world alcuni grandi classici della disco music degli anni settanta. Registrato a Roma e missato a Parigi con Julien Bourdin, il tecnico con il quale Hector Zazou aveva iniziato il lavoro, Oriental Night Fever, vede la partecipazione di un prestigioso cast di musicisti come il violinista Carlo Cossu, il suonatore indiano di tabla Rashmi Bhatt, il fiatista israeliano Eyal Sela, della cantante Raffaela Siniscalchi, del contrabbassita Marco Loddo. Per comprendere lo spirito che ha animato questo progetto, basta leggere quanto hanno raccontato di recente la Eramo e Saletti: “Come tante cose nacque per caso, Hector voleva fare un lavoro insieme a noi, ma senza un’idea precisa. Passammo da una rilettura in chiave world di Mozart, a Bach, fino a Gesualdo da Venosa. Quando questa sembrava l’idea giusta (i madrigali risuonati con oud e darbouka…) salimmo in casa a cercare dei CD di Gesualdo per cominciare a mettere giù qualche spunto e Zazou ci sorprese. “Ecco l’idea”, disse tutto soddisfatto. Aveva in mano il CD Disco Inferno con il quale avevamo ballato a Capodanno in un tuffo negli anni ’70. “Con percussioni, oud, bouzouki suoneremo la Disco come se fosse World Music”. Così tornammo nello studio e arrangiammo I Feel Love di Donna Summer, di getto, come se non avessimo ascoltato altro fino ad allora. Questa era la genialità di Hector, il suo metodo, la sua ricerca del suono partendo da un particolare, da un fruscio, da un tamburo percosso sulla cornice e non sulla pelle. Poi ci ha lasciati da soli a finire il lavoro. E a ballare la Disco…”. All’ascolto il disco sorprende tanto per originalità quanto e soprattutto per la qualità dei suoni elaborati da Zazou e Saletti, infatti il suond unisce l’elettronica con le sonorità tipiche della tradizione mediterranea in un mix suggestivo, in grado di riscrivere completamente il suono della Disco Music e di riscoprirne la forza musicale originaria. In questo senso ci piace sottolineare come l’utilizzo di strumenti tradizionali quali l’oud o il bouzuki contribuisca a rendere ancor più coinvolgente il sound di questo disco. Si spazia così da I Feel Love di Donna Summer ad Y.M.C.A. dei Village People, passando da Disco Inferno dei Trammps fino a toccare il must della dance ovvero I Will Survive di Gloria Gaynor, in un fluire di immagini nelle quali si mescola l’ipnotica spiritualità orientale con l’irresistibile forza melodica della dance musica. Tra i brani migliori vale la pena citazione l’avvolgente accoppiata Fever night e Staying Alive dei Bee Gees, che brilla per lo splendido impatto sonoro, ma soprattutto il crescendo di You Make Me Feel di Sylvester, che da solo vale il prezzo del disco. Oriental Night Fever è dunque un disco che vi riconcilierà con la disco music, facendovi scoprire le trame melodiche più nascoste e soprendenti, il tutto con un impatto world davvero unico ed irripetibile. Magie di Zazou, non c’è che dire.


Salvatore Esposito

Francesco Lucarelli – Find The Light (Route 61 Music)


Gli hardcore fans di Crosby, Stills, Nash & Young conoscono bene Francesco Lucarelli per essere uno dei biografi ufficiali del supergruppo, oltre che un appassionato interprete del loro repertorio, tanto da arrivarvi a suonare sullo stesso palco nel 1992 al Tendastrisce di Roma insieme ad altri due fans storici come Stefano Frollano e Massimo Rossetti. La sua passione per la musica west coast, lo ha condotto anche a collaborazioni eccellenti come quella con Billy Talbot, storico bassista dei Crazy Horse di Neil Young, ma soprattutto gli ha dato gli stimoli e l’ispirazione per cominciare a scrivere canzoni sin da giovanissimo. Find The Light, il suo disco di debutto, è infatti il risultato di un lungo e tortuoso percorso nel quale Lucarelli ha cercato con forza la giusta dimensione ai suoi brani, scegliendo con cura ogni musicista e soprattutto cercando un suono che avesse un legame con le sue passioni musicali. Non è un caso dunque, che il cast di musicisti che hanno collaborato alla realizzazione di questo disco sia particolarmente vasto e soprattutto vanti collaborazioni eccellenti come quelle con Graham Nash (armonica e voce), James Raymond (piano e tastiere), Jeff Pevar (chitarra elettrica, mandolino, chitarra resofonica, lap-steel), Sonny Mone (voce), e Kenny Passarelli (basso), nonché la partecipazione di ottimi strumentisti italiani come Joe Slomp (voce), Andrea Grossi (basso), Andy Bartolucci (batteria), Bill Kaffenberger (chitarre 12 corde), Daniele Pomo (batteria), Marco “Python” Fecchio (chitarra elettrica), Michele Anselmi (dobro), Stefano Baldasseroni (batteria), e Stefano Senesi (pianoforte). Ad impreziosire il tutto a livello sonoro c’è anche la mano di Stephen Barncard, che nel suo passato vanta una lunga lista di capolavori con David Crosby e i Grateful Dead, e che ha curato il mixaggio del disco. Il disco prodotto dallo stesso Lucarelli in collaborazione con il giornalista e produttore Ermanno Labianca, presenta nove brani di impostazione folk-rock con lievi sfumature che rinviano ora la jazz ora al blues, che rimandano dritto alla migliore tradizione della West Coast degl’anni settanta. Un tributo, dunque, alle proprie passioni musicali, agli artisti tanto amati, e ad un sound inconfondibile e questo con la consapevolezza e il coraggio di chi sa che a farne le spese è a volte l’originalità. L’ascolto è senza dubbio piacevole, ma a tratti si percepisce qualche fisiologica ingenuità a livello compositivo, in particolare la struttura dei brani sembra seguire uno schema piuttosto rigido, che finisce per ingabbiare anche le linee melodiche. Certo, nell’ottica generale non si può assolutamente dire che Find The Light sia un brutto disco, così come non si può dire che brani come l’inziale Fat City o la bellissima Stranger In This Land di Sonny Mone siano brani mediocri, tuttavia una migliore selezione del materiale da inserire nel disco non avrebbe guastato. In particolare spiace vedere in questo disco l’assenza di brani come Watching The Show o Echoes Of The War, che senza dubbio sono tra le migliori composizioni di Lucarelli, e viceversa appare superfluo l’inserimento di una versione crepuscolare dell’inziale Fat City, quasi a cercare una forma circolare del disco. Da ultimo piace segnalare tra i brani migliori la superba Mr. Sunshine, nella quale appare ai cori Graham Nash, e che avrebbe certamente ben figurato in un disco del supergruppo, ma anche la meno appariscente After The Twilight, che oltre ad un bel testo si lascia apprezzare per una bella linea melodica. Insomma Find The Light è una buona opera prima, nonostante qualche ingenuità e i fisiologici errori dettati dalla passione, tuttavia rappresenta un buon primo passo per Francesco Lucarelli, alla ricerca di una propria e più definita personalità artistica.


Francesco Lucarelli sul palco con Crosby, Stills & Nash (Roma, 1992)

Salvatore Esposito

Fabrizio Frabetti & The Bluesfrog – Uh (Parmachesiparla/REdiminuito)


L’Emilia di tanto in tanto regala alla scena cantautorale italiana qualche bella sorpresa, l’ultima in ordine di tempo è Fabrizio Frabetti, cantautore parmense con alle spalle un lungo percorso che parte dal conservatorio, passa dal lavoro come tecnico in una ditta, attraversa la militanza in band punk e folk, esperienze in teatro, fino giungere prima ad un libro (Il Padrone del Vecchio Ospedale e altre storie di quartiere, Ed. Maccari) e poi a Uh, il suo disco di debutto. Completamente autoprodotto ed inciso con i suoi inseparabili Bluesfrog, la backing band composta dal grande Ellade Bandini alla batteria, Max Scaccaglia al basso, Lelio Padovani alle chitarre e Christian Pascelupo alle tastiere, il disco presenta nove brani di ottima fattura che nello spazio di mezz’ora tonda regalano emozioni e poesia. L’ascolto rivela un lavoro solido nel quale è possibile rintracciare una vena poetica da storyteller maturo, dove si rintracciano influenze diversificate che spaziano da Lucio Dalla e Francesco De Gregori fino ad incrociare il cantautorato cult di Piero Marras, il tutto condito da sonorità pop-rock con leggere ma efficaci inflessioni blues. A sorprendere positivamente è senza dubbio la voce profonda e scura del cantautore parmense, ma allo stesso tempo capace di muoversi con agilità nella perfetta alternanza tra brani rock e ballate. Un po’ come il suo libro, anche Uh, è una sorta di raccolta di storie di provincia, tessute attraverso visioni poetiche personali come nel caso de Le stelle della Cisa, della stradaiola La strada in riva al mare o ancora la ballata romantica Mille e la Notte. Tra i brani più intensi vanno inoltre segnalate Dio Del Mare, nella quale Frabetti sfoggia un sogwriting cinematografico condito da un eccellente intermezzo strumentale, la bella title track della quale si apprezza l’ottimo impatto sonoro, ma soprattutto Mezzosogno, che da sola vale l’intero disco. Insomma, il cantautore parmense con il suo disco di debutto, è riuscito a piazzare subito la zampata giusta, che ci permette di scoprire tutta l’energia e lo spessore poetico delle sue canzoni. Insomma Frabetti con Uh! si è guadagnato sul campo un posto di diritto nella migliore tradizione cantautorale emiliana.


Salvatore Esposito

Claudio De Angeli - … lassù nell’Oregon (Autoprodotto)


Talentuoso chitarrista acustico, Claudio De Angeli, vanta un rigoroso percorso di studi sul fingerstyle e il flatpicking nonché una lunga serie di collaborazioni che si snoda dagli esordi con Bambi Fossati dei Garybaldi, a quella Beppe Gambetta, passando per il fortunato sodalizio con Filippo Gambetta che ha fruttato dischi come Stria e Pria Goaea. Negl’anni il chitarrista ligure ha avuto modo di accumulare grande esperienza esibendosi dal vivo sia in Italia sia all’estero, e di confrontarsi con realtà musicali sempre nuove e non è un caso dunque che abbia collaborato anche con band irish come An Commun Mor con cui ha pubblicato il disco Mag Mor e Careelon e soprattutto con il gruppo tradizionale ligure, i Liguriani di cui è uno dei principali animatori. Questa intensa attività musicale non ha però mai intaccato la sua passione per il cantautorato e nonostante i suoi primi brani risalgano all’età giovanile, solo qualche tempo fa ha dato alle stampe … lassù nell’Oregon, disco dedicato al padre e che raccoglie dodici tra brani autografi e strumentali. Il disco, che contiene brani scritti nell’arco di vent’anni, è una sorta di personalissimo diario di viaggio nel quale De Angeli si racconta a cuore aperto, parlando di se, della sua famiglia, degli amici, dei ricordi di avvenimenti importanti ma soprattutto offrendoci il suo songwriting semplice eppure denso di poesia. Se ad un primissimo impatto il titolo potrebbe trarre in inganno nel farci ipotizzare di avere di fronte un disco bluegrass, l’ascolto ci fa scoprire che l’Oregon del titolo altro non è che il quartiere di Genova di Oregina, da cui De Angeli ha mosso i primi passi, li dove è cominciata la sua storia di uomo e di cantautore. Tra atmosfere intimistiche e confessionali, si spazia così dagli echi del miglior cantautorato italiano della title track e Le Occasioni Sul Mare, alle ballate riflessive La Giostra del Tempo e L’Olmo, fino a toccare quella manciata di strumentali che posti tra i vari brani impreziosiscono tutto il disco, come nel caso delle bellissime La Casa di Erin e Vancouver Skyline, entrambe influenzate dagli stretti contatti di De Angeli con la scena musicale canadese. … lassù nell’Oregon, pur essendo un opera prima, è un disco che si lascia apprezzare per la qualità del songwriting di De Angeli, un chitarrista raffinato ed elegante, ma allo stesso tempo un artigiano della musica, come non si sentiva da tempo.



Salvatore Esposito

sabato 11 settembre 2010

Giuseppe Cucè, con Luigi Tenco e la Sicilia nel cuore


Proprio mentre sulla scena musicale italiana imperversano i vincitori di questo o quel reality a sfondo musicale, sta prendendo corpo una nuova generazione di cantautori talento. Uno di questi è certamente Giuseppe Cucè, siciliano d.o.c con la passione per Tenco e più in generale per la poesia in canzone, lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo disco di debutto.

Partiamo da lontano. Com'è nasce Giuseppe Cucè come cantautore?
Ho iniziato da piccolo ad ascoltare i cantautori come Tenco, Modugno, Lauzzi, Paoli, attraverso mio padre, che all’epoca suonava la chitarra e cantava in una band. La musica ha sempre fatto parte della mia vita; successivamente ho frequentato diversi corsi di canto come il Voicecraft e lezioni di chitarra. Direi un percorso semplice e forse banale, ma è difficile spiegare che per diverso tempo la passione per la musica implodeva ed ero inconsapevole. Un giorno è esplosa e da allora non riesco a smettere nonostante le difficoltà. Ho iniziato a scrivere tutto ciò che succedeva intorno a me, filtrandolo attraverso le mie sensazioni e la mia sensibilità. Sono sempre stato molto riflessivo e ciò mi ha permesso di affinare il gusto verso la bellezza che non si vede e di filosofeggiare.

Nella tua carriera artistica più recente ha avuto un peso determinante il progetto Oltre Le Nuvole, dedicato a Luigi Tenco. Puoi raccontarci questa esperienza?
Oltre le nuvole, Luigi Tenco tribute, è stata certamente la prima delle esperienze importanti della mia vita. Un vero e proprio banco di prova, dove il confronto con un grande cantautore del passato, il confronto con me stesso e con gli altri ha fatto si che potessero emergere qualità e difetti della mia passione, della mia arte, una vera e propria crescita personale e professionale. Ripercorrere e raccontare la vita di un grande del passato non è facile, ma allo stesso tempo è entusiasmante. Tutta la fase preparatoria è estremamente interessante, la ricerca e la scoperta di suoni e parole, che prima non avevi mai attenzionato! E’ come innamorarsi per la prima volta di qualcuno, senza esserne consapevole. Liberarsi dal pregiudizio e da ciò che apparentemente sembra una verità comune e scoprire invece un uomo pieno di fragilità e soprattutto disadattato nei confronti della società che lo circondava. Oltre Le Nuvole vuole solo raccontare la vita di Tenco e sicuramente non la morte. Vuole distaccarsi dai fatti di cronaca che hanno sempre circondato e raccontato questo grande artista. Vuole semplicemente celebrarne la vita!

Venendo a Luigi Tenco, mi piacerebbe che ci spiegassi quanto ha influenzato il tuo modo di fare canzone?
Luigi Tenco ha certamente cambiato il mio modo di vedere e raccontare la musica. Il mio modo di sentire e di esprimermi in qualche modo somiglia per emotività e sensibilità a quello di Luigi Tenco. Questo sicuramente senza la presunzione di paragonarmi a lui. Leggendo diverse biografie e approfondendo tutta la storia e la discografia di questo grande cantautore del passato, ho potuto conoscere l'aspetto umano e fragile dell'uomo e proprio in questo mi sono sentito molto vicino a lui. La semplicità di Tenco nell'esprimere grandi significati!

Puoi parlarci della genesi de La Mela e Il Serpente e del tuo rapporto artistico con Gabriella Grasso che ha cofirmato con te i brani?
La mela e il serpente due simboli estremamente importanti che hanno caratterizzato la cultura cristo-cattolica dell’occidente. Il libero arbitrio, la scelta giusta o sbagliata. Quella di un uomo che segue l’istinto ed il cuore piuttosto che la ragione. Un uomo imperfetto e capace di grandi contraddizioni. Il cuore motore che spinge ogni essere verso l’ignoto e l’incerto. La solitudine, invece, come un ombra che ci perseguita, capace di rinchiuderci in un limbo dove tutto è immobile! Il mio disco parla di tutto questo e del viaggio attraverso il quale si scopre il proprio valore! Non esiste almeno per me una regola. Tutto nasce spontaneo. Cogliere dalla semplicità di
ciò che passa inosservato, l’essenza e la forza! Come distillare da un erba spontanea qualunque il rimedio efficace che ci possa guarire da ogni malessere. Le mie canzoni nascono dall’esigenza e dal desiderio, dalla voglia di raccontarsi e di raccontare tutto ciò che mi circonda, come i grandi maestri da cui traggo ispirazione, i grandi cantautori degli anni 60 , Tenco, Endrico, Lauzi, De Andrè, sapevano fare con maestria. Il mio disco è molto vicino alla mia terra d’origine. La Sicilia che è stata colonia di molteplici culture. Calpestata, contaminata, arricchita da diverse popolazioni antiche, le quali hanno lasciato in eredità un po’ della loro civiltà, arte, musica, costumi. La mela e il serpente conserva il sapore del sud e le contaminazioni etniche. Dalla civiltà Araba a quella Greca, da quella Brasiliana a quella Cubana, tutto questo si mescola, come un cous cous di fragranze e sapori speziati tipici della nostra terra! L’incontro con Gabriella nasce dalla casualità e dalla passione comune. Il suo contributo in tutto il progetto è stato prezioso, sia perché coautrice della maggior parte dei brani del disco, sia per l'esecuzione della chitarra classica che in ogni brano determina la differenza.


Parlando di Gabriella Grasso ho apprezzato moltissimo Offese, uno dei brani più belli di quest'anno. Puoi parlarci di questa canzone?
Come dicevo precedentemente in Offese unire le nostre voci ha rappresentato il momento più importante e soprattutto la consapevolezza di aver compiuto una parte di quel viaggio insieme….
In Offese unire le nostre voci ha rappresentato il momento più importante e soprattutto la consapevolezza di aver compiuto una parte di quel viaggio insieme.
La canzone ( Offese ) nella sua semplicità e con le sue metafore vuole raccontare le offese che l'uomo ne i secoli reca costantemente alla propria condizione umana... Le " Offese " che un uomo riceve solo perché di diverso colore , di diversa religione di diverso orientamento sessuale o politico ect ect vanno cancellate e superate... solo se non si ricorre alla " Vendetta " .... vendetta che ha poco serve, e che non si vuole più gustare!

Quanto è stato importante l'apporto della tua band in fase di produzione del disco?
L'apporto della Band è fondamentale soprattutto nella fase di pre-produzione del disco, perché in quel momento si determina il suono e il sapore che l'album deve avere. Si determinano quali strumenti utilizzare e quali non, ma soprattutto si cerca di far suonare i silenzi centellinando ogni cosa. E’ anche vero che il feeling che si instaura con i musicisti è fondamentale per la riuscita del disco stesso, per esempio Francesco Bazzano, che è il percussionista della mia formazione, ha contribuito in modo efficace e determinante. Gran parte del merito va sicuramente a lui! Un altro elemento importante è stato Riccardo Samperi (Direttore artistico e ingegnere del suono) che insieme a Francesco ha sperimentato colori e atmosfere. Senza di loro sicuramente il disco non sarebbe stato lo stesso!

La scelta di arrangiamenti minimali, ma allo stesso tempo eleganti deriva dall'esigenza di dare più spessore ai testi o piuttosto una dimensione di tipo cantautorale "vecchia scuola"?
Sono stati rispettati in primis i testi, proprio per darne risalto e su di essi abbiamo scelto il vestito più semplice ma allo stesso tempo elegante. Ma abbiamo rispettato anche la dimensione di tipo cantautorale, quella dei grandi cantautori degli anni 60!

Puoi parlarci del tuo processo creativo e delle tue ispirazioni?
Il processo di creazione nasce in alcuni momenti della mia vita quotidiana, momenti in cui sono particolarmente ispirato e colpito da un fatto o da una sensazione. E’ come se entrassi in trance. Le parole nascono per prima, sono loro stesse ad ispirarmi la melodia. Tutto questo avviene in maniera spontanea!
Mi soffermo a volte sugli odori che rievocano momenti della mia vita passata, sui gesti spontanei di un bambino! La semplicità di un tramonto, la bellezza della terra in cui vivo, dove il fuoco di un vulcano si unisce al mare. Il fuoco e l'acqua così vicini tra loro condizionano il mio umore! Tutto questo per me è fondamentale...

Venendo a qualche altro brano mi piacerebbe che illustrassi ai lettori due brani in particolare, Cuore e La Ballata di un fiore. In entrambe ho trovato richiami alla migliore tradizione cantautorale italiana, ben lungi da quanto gira in radio attualmente...
Ne La ballata di un fiore c'è l’attenzione e la protezione verso qualcosa di così piccolo, delicato e indifeso un Fiore. Emerge dal testo la speranza di riporre in un fiore, simbolo di purezza, il proprio pensiero ("Riuscire a tatuare un pensiero sui petali"), l’intimità , l’interiorità di ogni uomo, che sempre più cerca la complessità, dimenticando l’essenzialità. Cosa c’è di più bello di vedere le manifestazioni della natura? E magari di prendere da questa l’esempio, come nel caso del vento che "culla" le foglie che cadono. Il brano Cuore, invece è un tango nato dall’esigenza di raccontare, senza banalità, il cuore vero motore della vita di ognuno di noi. In questo brano soprattutto si affronta in maniera matura un nuovo modo di amare, meno romanzato e infantile. Quello che è frutto della costruzione giorno per giorno, dove la passione non prende il sopravvento, ma che coesiste insieme al rispetto e la dedizione, il sacrificio e l'onesta! Un amore più terreno consapevole delle proprie evoluzioni ma soprattutto consapevole della fine, perché un amore è eterno finche dura!

Nel disco non poteva mancare un brano di Tenco, come mai hai scelto proprio Vedrai Vedrai...
Ho scelto di inserire la canzone Vedrai Vedrai nel mio disco perché fra tutte rappresenta la canzone nella quale si cela il sarcasmo e l’amarezza di questo personaggio. Vedrai che un giorno tutto cambierà ma in fondo non cambierà mai nulla! Questa è la mia modesta interpretazione.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I miei progetti per il futuro sono continuare a fare musica senza perdere l’amore e la passione che mi spinge a farla…


Giuseppe Cucè - La mela e il serpente (TRP Music)

Nato a Catania nel 1972, Giuseppe Cucè, è un cantautore raffinato con alle spalle un articolato percorso artistico, che lo ha visto partecipe dell’interessantissimo progetto Oltre Le Nuvole che qualche anno fa riunì intorno al percussionista Franco Bazzano, numerosi musicisti siciliani come Mario Incudine, Carlo Muratori e Mario Venuti, per un tributo alla musica e alla poesia di Luigi Tenco. Il cantautore siciliano, giunge al suo disco di debutto con La Mela e Il Serpente, disco prodotto da Riccardo Samperi e Gabriella Grasso, che con lui ha composto i vari brani. L’album raccoglie nove brani di cui otto autografi più una splendida cover di Vedrai Vedrai di Luigi Tenco, caratterizzati da arrangiamenti e testi che svelano una maturità artistica difficilmente rintracciabile nelle opere prime. I brani si muovono su strutture prettamente acustiche, nelle quali fanno capolino chitarre classiche ed acustiche, percussioni, fisarmonica e una sezione di archi ad impreziosire le linee melodiche. In questo senso fondamentale ci sembra l’apporto di musicisti come Marcello Leanza al sax, Alessandro Longo al violoncello e Francesco Bazzano che è riuscito a costruire un tappeto di percussioni denso e coinvolgente, sul quale si muovono le chitarre della bravissima Gabriella Grasso e di Claudio Bertuccio. La voce di Giuseppe Cucè, brilla per intensità interpretativa e per profondità, regalando emozioni tanto nei brani più tenui, quanto in quelli più movimentati, dove si apprezza tutta la sua versatilità nel canto. Tra i brani più intensi va ricordata certamente l’iniziale Cuore, una canzone d’amore vecchio stile, la fascinosa La ballata di un fiore con le sue sonorità latin, o ancora la title track, nella quale brilla un testo particolarmente riuscito dal punto di vista poetico. Il vertice del disco è però Offese, cantata in coppia con Gabriella Grasso, nella quale si apprezzano tutte le potenzialità di questa collaborazione tra i due, che se coltivata magari con un disco a quattro mani e due voci, potrebbe regalare più di qualche sorpresa. Chiude il disco una incantevole versione di Vedrai Vedrai, per soli voce, chitarra elettrica e violoncello, quasi Cucè avesse voluto con questo brano chiudere un cerchio di ispirazione ed amore per il cantautorato di Luigi Tenco, insomma qualcosa di più che una semplice cover. La Mela e Il Serpente è dunque un disco importante, una bella sorpresa che merita attenzione, e un attento ascolto, nel quale apprezzare tutta la carica emotiva e poetica del cantautorato di Giuseppe Cucè e Gabriella Grasso.



Salvatore Esposito

Concertone Finale de La Notte della Taranta, 28 Agosto 2010, Piazzale del Convento degli Agostiniani Melpignano (LE)

Qualcuno ha detto che il Concertone de La Notte della Taranta si è trasformato nel Festival di San Remo della musica popolare, e che come l’evento nazionalpopolare per eccellenza segua ormai l’adagio di chiambrettiana memoria: “Comunque vada sarà un successo”. Come al solito la verità sta nel mezzo, nonostante non siano mai mancanti da più parti tentativi di questo tipo, come la partecipazione di Alessandra Amoroso dello scorso anno, piuttosto che quella di Giuliano Sangiorgi dei Negroamaro di due anni prima, sebbene quest’ultima sia stata quantomeno più rispettosa e coerente rispetto ai canoni tradizionali. L’edizione 2010, sin dalla primissima conferenza stampa di presentazione, si era preannunciata come in controtendenza rispetto al passato, e il Maestro Concertatore Ludovico Einaudi, non ha tradito le aspettative (e non sarebbe stato possibile il contrario dato il suo peso musicale), dando un impronta personalissima e certamente diversa da quella del bravissimo ma troppo “easy” di Mauro Pagani (per altro presente a sorpresa anche quest’anno a Melpignano). Dedicata a Luigi Stifani, barbiere e violinista delle tarantate, nel decennale della sua morte, il Concertone di quest’anno ha visto un profondo rinnovamento dell’Orchestra e la presenza di Mauro Durante del Canzoniere Grecanico Salentino, nelle vesti di assistente musicale del Maestro Concertatore, ha rappresentato una bella scommessa data la giovane età del musicista salentino. In questo rinnovamento quasi generale, ha sorpreso però l’esclusione di due voci storiche dell’Orchestra come Ninfa Giannuzzi ed Emanuela Gabrieli, inspiegabilmente messe da parte e di cui si è sinceramente sentita forte la mancanza soprattutto in alcuni brani tipici del repertorio femminile salentino che avrebbero richiesto più personalità e vocalità più incisive. La lunga notte del Concertone si è aperta, come da tradizione, con i versi del poeta e regista teatrale salentino, Pierluigi Mele, che catturando il silenzio della piazza ha dato vita ad un reading emozionante nel quale è emersa l’anima del Salento e tutta la sua poetica magicità. Ad aprire le danze è stato Joe Petrosino & Rockammorra Band, band vincitrice del concorso Note per la Notte, che seppur con solo tre brani in scaletta è riuscita a trasmettere una buona impressione ed in particolare va sottolineata la bravura della mandolinista China Aresu, energica e piena di buone intenzioni musicali. Subito dopo sono saliti sul palco i Cantori dei Menamenamò, complesso vocale che unisce alcuni anziani di Spongano, guidati da Luigi Mengoli, e che hanno incantato il foltissimo pubblico della piazza di Melpignano con il loro repertorio composto da canti di lavoro, d’amore e stornelli. Il loro canto polivocale, con le voci che entrano e si sovrappongono in successione rispetto alla melodia del primo cantore, rappresenta uno degli ultimi baluardi della vera tradizione rurale, sicché è difficile non commuoversi di fronte a brani come la struggente Carminella. Per restare nell’ambito della tradizione rurale non poteva mancare, l’anima vera di ogni Concertone, ovvero Uccio Aloisi, che nonostante l’età avanzata e gli acciacchi, ha regalato come al solito una performance commovente, fatta di canti tradizionali, pizziche e stornelli, il tutto condito dalle sue solite battute e dalla sua travolgente simpatia. La prima parte si è chiusa con il gruppo storico per eccellenza della musica di riproposta salentina, ovvero il Canzoniere Grecanico Salentino, che sebbene con una formazione completamente differente da quella originaria, quest’anno ha festeggiato il trentacinquesimo anno di attività. Per l’occasione è tornato ad esibirsi con il gruppo uno dei fondatori ovvero Daniele Durante, che affiancando il figlio Mauro, che ora guida il gruppo ha riproposto uno dei brani storici del loro repertorio, la sempre attualissima La Quistione Meridionale, brano che a centocinquant’anni dall’Unità D’Italia, suona come un monito per quanti ancora oggi considerano il meridione una terra di conquista da calpestare.

Chiusa la prima parte, è salito sul palco Ludovico Einaudi, che prese le redini dell’Orchestra ha dato vita a quello che può essere definito un ritorno allo spirito originario del Concertone, ovvero un laboratorio di idee a cavallo tra tradizione e sperimentazione sonora. Grazie ad uno studio sulle fonti originarie, e certamente con il supporto di Mauro Durante, Einaudi ha rimesso le basi per quella ricerca sonora che si era andata via via perdendo dalla direzione di Stewart Copeland in poi. Quindi largo spazio all’innovazione e agli esperimenti sonori e ritmici, in cui il Mestro Concertatore ha trovato due complici perfetti nello straordinario dj e polistrumentista turco Mercan Dede, che da anni sperimenta la fusione di elettronica e tradizione folklorica del suo paese e in Ballaké Sissoko strumentista di gran talento, proveniente da una famiglia di griot maliani, considerato tra i più grandi virtuosi della kora. Ad emergere è stato ovviamente lo stile e l’approccio tipico di Einaudi, diventato ormai un marchio di fabbrica e caratterizzato da atmosfere molto suggestive, dove il pianoforte ha trovato una perfetta collocazione così come l’elettronica usata con misura ed eleganza.Un opera di destrutturazione e re-invenzione totale rispetto alla stratificazione sonora delle conduzioni di Sparagna e Pagani, con la conseguente eliminazione di strumenti estranei alla tradizione e per converso con un prepotente ritorno alle sonorità più tradizionali. In un ottica più generale, fondamentale ci è sembrata la scelta di tornare a rivalutare l’importanza del ballo della pizzica, e particolarmente fortunata ci è sembra l’idea di creare tre appendici al palco sulle quali si sono esibiti esibiti danzatori e danzatrici salentini, impegnati nella danza tradizionale e in forme coreutiche di rielaborazione. In questo senso ci piace sottolineare le performance di Moana Casciaro, Maristella Martella, e della Compagnia di Scherma Salentina, nonché la danzatrice sufi turca Su Günes Mihladiz. Rispetto al passato si è notata una maggiore valorizzazione dei talenti locali che compongono l’orchestra, tuttavia discutibili sono state alcune scelte come quella di far cantare Ferma Zitella, un canto tipico del repertorio femminile, ad un esitante Giancarlo Paglialunga che è molto più noto che eccellente strumentista. Non sono mancati ovviamente diversi ospiti speciali, che hanno contribuito a rendere più articolata la sperimentazione sonora sul palco, su tutti hanno stupito le performance di Dulce Pontes, una delle principali interpreti della tradizione fadista portoghese che ha incantato il pubblico interpretando con Antonio Amato, la splendida Damme Nu Ricciu e una dolcissima Ninna Nanna, e della cantante greca Savina Yannatou, che ha interpetato due classici della tradizione grika, ovvero Aremu Rendineddha e una splendida Kalinifta, per la prima volta rivalutata nella sua bellezza originaria senza essere esasperata a canto caciarone. Ottimo è stato anche l’apporto dell’ensamble rumeno dei Taraf de Haïdouks, che prende il suo nome dagli antichi banditi della Romania feudale, e che hanno rivestito di colori gypsy tre travolgenti pizziche. Un discorso a parte lo meritano poi Les Tambours Du Burundi, un ensemble di danzatori e percussionisti considerato nel mondo l’ambasciatore della cultura burundese e del tamburo, che hanno offerto uno spettacolo straordinario tra travolgente percussività e danza. Per passare agli ospiti italiani non potevano mancare i Sud Sound System che con l’istrionico Claudio “Cavallo” Giagnotti dei Mascarimirì hanno regalato una versione travolgente di Beddha Carusa e il loro superclassico Sciamu A Ballare, riletto attraverso il filtro dei suoni tradizionali. Sempre Claudio “Cavallo” è stato protagonista di uno dei momenti più intensi di tutto il Concertone con una sorprendente divagazione nella etnotrance con un brano di grande impatto sonoro. Più sottotono è stato Mimmo Epifani, la cui performance è stata caratterizzata da alcuni problemi tecnici al microfono, tuttavia la sua intensità e la sua tecnica alla mandola da barbiere, lasciano come sempre incantati. Sul versante dell’orchestra meritano una citazione certamente le voci di Enza Pagliara e Anna Cinzia Villani, entrambe voci storiche della Notte della Taranta, che insieme a Mauro Durante al violino e Massimiliano Morabito all’organetto hanno dato vita ad una pizzica a due voci e tamburelli di grande forza. I due vertici del concertone si sono avuti però con Mara L’Acqua con Anna Cinzia Villani ancora protagonista alla voce, e Lu Rusciu De Lu Mare, quest’ultima impreziosita da un arrangiamento in crescendo dominato dal piano di Ludovico Einaudi e dalle voci di Alessandra Caiulo, Alessia Tondo, Stefania Morciano, nonché dalla kora del grande Sissoko. In buona sostanza l’edizione 2010 del Concertone de La Notte della Taranta, ci ha restituito integro lo spirito di quello che era nato come un laboratorio di idee, ma che per troppi anni è rimasto fossilizzato sulla riuscita della serata finale. La Notte della Taranta, dovrebbe diventare un vero e grande punto di riferimento per la musica popolare italiana, offrendo un punto di confronto per tutte le identità regionali, diversamente risulterà essere un bel forziere, ma senza nessun tesoro all’interno. In questo senso il lavoro di Ludovico Einaudi e Mauro Durante, dovrebbe fornire un indicazione importante su come lavorare nella realizzazione del prossimo cartellone, nonché del Concertone, magari cominciando con il ripristino della splendida manifestazione Canti di Passione, durante la settimana di Pasqua. Diversamente tutto il lavoro fatto quest’anno, sarebbe l’ennesima occasione persa. Tutto questo con la speranza che il prossimo maestro concertatore non sia Giuliano Sangiorgi, come ventilato da più parti, il quale nonostante la bravura che gli si riconosce appare poco adatto a mettere mani su un repertorio così sacro come quello della tradizione salentina.

Salvatore Esposito

Antonio Castrignanò – Mara La Fatìa (Felmay)

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Noto per essere uno dei punti di riferimento dell’Orchestra de La Notte della Taranta, nonché per aver composto la splendida colonna sonora del film Nuovomondo di Emanuele Crialese, Antonio Castrignanò è uno dei musicisti salentini di maggiore talento artistico, e tra i pochi che possono vantare di essere stati parte di importanti gruppi di riproposta come Canzoniere Grecanico Salentino, Aramirè e Canzoniere della Terra d'Otranto. In grado di coniugare il suono della terra, delle radici e della tradizione con linguaggi musicali moderni, il musicista salentino nel suo percorso artistico è riuscito a stabilire un contatto temporale tra presente e passato che si concretizza in originalissime atmosfere musicali che spaziano dalla poesia dei canti d’amore, all’esplosione ritmica della pizzica, fino a toccare i canti di lavoro. Proprio ai canti di lavoro è dedicato Mara La Fatìa, il suo nuovo album nel quale sono raccolti undici brani tra tradizionali ed inediti composti dallo stesso Castrignanò. Il disco apre uno spaccato spazio-temporale nel quale si torna indietro nel tempo, ad un mondo contadino antico, fatto di lavoro, sofferenze e privazioni, ma nel quale vi è un contatto con la realtà di oggi, quella dello sfruttamento dei lavoratori, ai quali sorprendentemente questi canti sembrano adattarsi, quasi il mondo non fosse mai cambiato. Ciò che sorprende di questo disco è l’omogeneità di suoni e liriche tra i brani tradizionali e quelli autografi, infatti Antonio Castrignanò è riuscito con disinvoltura a calarsi nei panni dei quei cantori che improvvisavano i brani di pizzica e gli stornelli durante il lavoro o esibendosi nelle ronde, dando vita ad un flusso di emozioni che fanno rivivere stilemi musicali dimenticati, fatti di ritmi ora travolgenti ora malinconici, di spaccati di vita quotidiana dove a farla da padrone è il lavoro della terra che si intreccia con sogni, amori e speranze. Inciso dal vivo in presa diretta nelle sale di Palazzo Palmieri a Martignano (LE), Mara La Fatìa, vede la partecipazione al fianco di Castrignanò, che nel disco si divide tra canto, tamburello, daf e percussioni, di una band eccellente composta da Attilio Turrisi (chitarra classica e battente), Gianluca Longo (mandola, mandolino e cetra), Giulio Bianco (zampogna, flauti e armonica), Giuseppe Spedicato (basso acustico), Ninfa Giannuzzi (voce) e Rocco Nigro (fisarmonica), a cui vanno aggiunte le partecipazioni di Luana Ricci (pianoforte), Francesco Congedo (contrabbasso), Giancarlo Parisi (zurna e flauti), Luigi Chiriatti (cori), Redi Hasa (violoncello) e Riccardo Laganà (tamburello). Ad aprire il disco è Aradeo, una pizzica tradizionale proveniente dal repertorio degli Zimba e caratterizzata dall’intreccio tra armonica a bocca e tamburello, ma già con il brano successivo la title track, veniamo in contatto con la scrittura di Castrignanò che in questo caso si sofferma sulla condizione del lavoro nei campi sul cui sfondo si muove una ritmica incessante e travolgente. Il lavoro nei campi ritorna con il tradizionale Lu Sule Calau, proveniente dal repertorio dei Cantori di Spongano, nel quale si racconta in un incessante crescendo ritmico, la piaga del caporalaggio e le difficoltà dei contadini di trovare lavoro ogni giorno. Tremulaterra, raccolta da la Chicca, una contadina di Martano (Le), è una pizzica d’amore, nella quale vengono decantate le bellezze di una nobildonna irraggiungibile, e nella quale si apprezza uno splendido intreccio tra la ritmica del tamburello, la chitarra e la zampogna. L’amore è ancora protagonista in Canto Al Buio, altro brano autografo ispirato alle antiche nenie presenti nelle field recordings di Alan Lomax, e caratterizzata da un arrangiamento tenue nel quale giganteggia il violoncello suonato da Redi Hasa. L’ironia narrativa di Signora Madama, ripresa da una storia popolare raccontata a Calimera (Le), introduce a La Luna Gira, brano autografo ispirato dal cantastorie di Apricena, Matteo Salvatore, quasi si fosse stabilito un legame sotterraneo tra la tradizione del Gargano e quella del Salento. Sul finale arrivano poi altri tre brani tradizionali, ovvero Maria Nicola, il canto dei carrettieri Cantu A Trainiere e la ballata Mula Pietra, ispirata ad una struggente poesia del poeta contadino Cici Cafaro. Chiude il disco il brano più intenso e bello, ovvero Muntanara, libera interpretazione di un delle più note serenate dei Cantori di Carpino, riletta in un crescendo strumentale condotto dal pianoforte suonato da Luana Ricci. Nel suo insieme Mara La Fatìa offre uno spaccato superbo delle doti musicali di Antonio Castrignanò che si concretizzano non solo nella bellezza esecutiva dei suoi brani e dei tradizionali ma soprattutto nell’opera di ricerca che è alla base di ogni singola nota in questo disco. Insomma, un piccolo grande capolavoro, da ascoltare con attenzione, per comprendere realmente lo spirito che dovrebbe animare la musica di riproposta.



Salvatore Esposito

Uccio Bandello, La voce della Tradizione - Edizioni Kurumuny, 2010, pp.64 (Allegato cd audio)

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La preziosa opera delle Edizioni Kurumuny continua all’insegna della riscoperta di quell’albero di canto che era Uccio Bandello, uno degli ultimi cantori e depositari della tradizione musicale salentina. Uccio Bandello, La Voce della Tradizione è un disco ma allo stesso tempo un libro, che presentato come booklet, si presta alla perfezione per raccogliere nelle sue sessantaquattro pagine, foto, testimonianze, e i testi dei brani contenuti nel disco. Il libro si apre con due commoventi ricordi della figura di Uccio, il primo scritto da Sergio Blasi e il secondo dal figlio Tonio. Nel primo l’ex-sindaco di Melpignano (LE) ricorda un incontro avvenuto nel 1993 con Bandello, con la presenza di Giovanni Lindo Ferretti e Gianni Marroccolo, allorquando si recò a Cutrofiano per chiedere ad Uccio di cantare al proprio matrimonio. Più intenso e commovente è poi quello del figlio nel quale viene riportato l’episodio che vide protagonista il padre durante la prigionia in Africa, durante la quale Bandello ottenne dagli inglesi cibo per lui e per tutti gli altri prigionieri in cambio delle sue romanze da cantare al circolo sottufficiali. Segue poi l’eccellente saggio di Sergio Torsello che sottolinea l’importanza della figura di Bandello come cantore, riportanto un intervista raccolta da Luigi Chiriatti e nella quale il cantore salentino spiegava l’uso della tecnica polifonica nel canto usando l’immagine de l’aria de li fochi, ovvero gli spettacoli pirotecnici che esplodono in cielo ad un ritmo mai prevedibile. Viene poi analizzato il rapporto con un altro albero di canto del Salento ovvero Uccio Aloisi, il quale quando si esibiva con Bandello si trovava a fare la seconda voce ed in questo senso interessanti sono proprio le dichiarazioni dell’ultimo degli Ucci, che da anni è il vero e proprio monumento della musica del tacco d’Italia. Più tecnico è invece l’intervento di Flavia Gervasi dell’Università di Montréal, che analizza l’importanza stilistica, mentre grazie alla nota di Luigi Chiriatti, ripercorriamo brevemente la vita di Bandello, ed in particolare di quando lui tornava a casa cantando in bicicletta da Collepasso (Le) e la gente lo aspettava sull’uscio per ascoltarlo ed offrirgli del vino per complimentarsi. Per comprendere poi più a fondo l’arte di Bandello, c’è il disco che raccoglie diciannove brani provenienti da registrazioni effettuate sul campo da Luigi Chiriatti con l’utilizzo di un registratore portatile. Dall’ascolto emergono brani mai pubblicati del suo repertorio, ovvero il materiale escluso da Buona Sera A Quista Casa. Insomma il repertorio considerato “meno nobile” ma non meno interessante in fatto di interpretazione, e di qualità sonora. Fondamentale per la comprensione dei singoli brani, è la raccolta di tutti i testi, che fungono anche da cristallizzazione per brani passati di bocca in bocca. La magia di questi brani risiede nel fatto che in queste esibizioni Uccio Bandello, di solito schivo e riservato, faceva emergere tutta la sua autorevolezza e maestria come cantore, un documento preziosissimo insomma, che ancora una volta ci fornisce un importante tassello nella ricostruzione storica della musica popolare salentina. Altro fatto sorprendente è la presenza nel disco di Ventimiglia, un brano che rimanda dritto al tradizionale toscano Vogliamo Le Bambole, interpretato durante la Notte della Taranta del 2009 da Simone Cristicchi, ulteriore testimonianza di come la musica popolare abbia circolato liberamente di regione in regione, da bocca ad orecchio. Bello anche il corredo fotografico ed in particolare lo scatto di Ferdinando Bevilacqua che riprende Uccio Bandello e Uccio Aloisi, mentre stanno cantando di fronte a Carmelo Bene, che li guarda con ammirazione e deferenza. Insomma per chi vuole conoscere la musica popolare salentina partendo dal suo più alto esponente non può prescindere da questo disco, ovviamente accompagnato anche dall’acquisto di Buona Sera A Quista Casa, lasciando magari in un secondo momento gli acquisti dei dischi moderni. La tradizione vera è questa, il resto è riproposta.
Salvatore Esposito