BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 29 aprile 2010

Intervista a Dario Muci

In una splendida giornata di fine agosto, abbiamo incontrato ad Otranto, Dario Muci, fondatore insieme a Massimiliano Morabito e Giancarlo Paglialunga de la SelentOrkestra, con lui abbiamo parlato della sua carriera, delle sue ricerche e i suoi prossimi progetti.

Come è nato il tuo amore per la musica popolare, quali sono stati i tuoi primi passi attraverso la tradizione?

L’amore per questa musica mi è stato trasmesso da mio nonno Carmelo Marsano, un contadino, un mandataro. Nel Salento non c’era innamorato che non portasse le serenate alla propria donna, ma questo non poteva essere fatto direttamente e c’era bisogno di un cantore che eseguisse questi canti, il mandataro appunto, una sorta di messaggero d’amore che cantasse sotto la finestra dell’amata. Poi c’è stato l’incontro fondamentale per la mia carriera con il maestro Luigi Stifani, un barbiere, un musicoterapeuta che con il suono del suo violino alleviava e curava il morso della taranta. Il fascino della sua musica, le voci dei cantori e l’amore per la tradizione hanno accresciuto via via il mio amore per la musica del popolo, la musica popolare. Così nel 1997 fondai il mio primo gruppo, Dakkamè, con cui ho inciso Nauna. Successivamente ho avuto modo di collaborare con Officina Zoè, Uccio Aloisi, Enza Pagliara, realizzando colonne sonore per film, documentari, teatro. Etc. In parallelo ha preso vita nel 2002 anche il progetto SalentOrkestra insieme ad altri musicisti.

Puoi parlarci della SalentOrkestra…

Questo progetto è nato con l’obiettivo di riscoprire la tradizione popolare attraverso brani originali, ampliando il contesto a tutta la cultura del Mediterraneo ed aprendoci quindi ad influenze greche, balcaniche, che si potessero amalgamare con la pizzica. Abbiamo intrapreso questo percorso, anche per dare voce a quell’espressione di dolore del popolo, dei migranti, degli sfruttati e non abbiamo fatto altro che studiare i brani tradizionali così come ci venivano dagli informatori e nello stesso tempo cercare di amalgamarli a nuovi suoni e a stili musicali diversi.

So che hai lavorato anche con un altro gruppo i Mayis…

Nel 2005 con Valerio Daniele, Vito de Lorenzi, Giuseppe Spedicato e Raffaele Casarano abbiamo fondato questo gruppo, che propone uno spettacolo del tutto nuovo fatto di brani inediti e classici della tradizione salentina. Insieme a loro e ad altri musicisti ho inciso il mio primo disco come solista, Mandatari. L’incontro tra personalità musicale di Valerio Daniele è più orientata verso suoni contemporanei e la mia matrice più popolare ha generato una proposta musicale nuova, orientata verso sonorità acustiche nella quale confluiscono elementi di musica popolare, ma anche di altri generi come il jazz. Abbiamo cercato di mescolare le sonorità mediterranee con elementi più moderni, senza però perdere di vista la tradizione, mantenendo integri i testi, le melodie tradizionali, le tessiture armoniche su cui è stato suggestivo adagiare sonorità jazz e su cui è molto interessante anche apprezzare l’improvvisazione estemporanea.

Tornando alla SalentOrkestra, ci puoi parlare di Centueuna?

Il nostro primo disco Centueuna è il risultato di quel percorso nelle sonorità del Mediterraneo di cui ti parlavo prima. E’ stato soprendente esplorare sonorità di terre che sono a noi vicinissime come la Grecia e l’Albania. Nel gruppo c’è Redi Hasa, violoncellista albanese da tempo trapiantato nel Salento che ci ha permesso di scoprire tantissimo della sua musica e che ha contribuito in maniera determinante a questo progetto. La tradizione salentina è stata un punto di partenza da cui partire per attraversare il “Grande Mare Bianco” come lo chiamavano gli arabi, il Mediterraneo, su cui il Salento è sempre stato un crocevia di culture. Questo passaggio è avvenuto in modo molto naturale, volevamo scoprire la radice dei suoni, volevamo recuperare le voci, gli strumenti e le sonorità radicate nel tempo, lasciate a noi dai popoli che hanno percorso e conquistato questa terra. Per raggiungere questo risultato, c’è voluta un intensa attività di ricerca sul campo, effettuata a diretto contatto con le persone.

Ascoltando il disco mi ha colpito moltissimo Jetoi…

E’ un brano importantissimo per la SalentOrkestra, di cui io ho scritto il testo e Redi Hasa la musica. Abbiamo scritto questo brano per la colonna sonora del film-documentario omonimo di Mattia Soranzo ed Ervis Eshja, che racconta della tragica vicenda di una nave di profughi albanesi affondata dalla Marina Militare Italiana. E’ un brano di grande impatto emotivo, le note, il testo, l’atmosfera trasmette dolore, disperazione per quella tragedia che poteva essere evitata, che era necessario evitare. Così non è stato e questo brano vuole essere una denuncia ma allo stesso tempo un tributo a tutti coloro che hanno perso la vita per cercare la libertà in un’altra terra.

Nel disco sono presenti vari canti d’amore come Alla Ripa De Lu Mare e T’aggiu Amata Comu Na Rosa…

Abbiamo scelto questi canti d’amore perché è necessario riscoprire questo lato particolare della musica saletina, che non è solo pizzica ma anche tanto altro. Abbiamo rielaborato i testi, gli arrangiamenti e il risultato è, secondo me, positivo perché abbiamo fatto emergere la vera anima di questi brani

Nel disco c’è anche un altro brano originale la Ninna Nanna…

Come ti ho detto, i brani originali nascono da un grande studio sulle fonti tradizionali ed un esempio è la bellissima e dolcissima Ninna Nanna composta da Gianluca Longo. Lui è riuscito ad elaborare un testo molto bello ed intenso, così come la musica.

Parliamo delle pizziche, ovvero Tarantella A Cumpà Uccio, L’Indiavolata e Nella…

Tarantella A Cumpà Uccio è un tributo a Uccio Aloisi, uno dei nostri miti, uno degli ultimi custodi della tradizione e non potevamo non celebrarlo in qualche modo. L’Indiavolata invece è tratta dal disco di Massimiliano Morabito, Sende Na Rionette Sunà e deriva dal repertorio di Luigi Stifani. Nella invece è una sorta di collage di strofe di varie pizziche, messe insieme con una particolare attenzione alla parte ritmica.

Qual è la differenza sostanziale tra Mandatari e Centueuna?

La differenza che c'è tra Mandatari e Centueuna è che sono due modi diversi di intendere la tradizione con il primo cerco di reinventarla secondo canoni nuovi, mentre con il secondo abbiamo cercato un contatto diretto con la terra, abbracciandoci anche a tutto quello che il mare ci porta.

Veniamo al tuo importantissimo lavoro di ricerca per Kurumuny con cui hai pubblicato lo splendido libro dedicato alle Sorelle Gaballo…

Ho conosciuto le Sorelle Gaballo grazie ad un amica, nipote delle sorelle. Sapendo che io ero un musicista e mi occupavo di musica popolare, questa mia amica mi disse che le zie cantavano in modo particolare e spesso durante le feste di famiglia. Le dissi che dovevo conoscerle assolutamente e dopo aver organizzato, finalmente ebbi modo di ascoltarle. Ci sono voluti due anni di durissimo lavoro di prove, un lavoro di sgrossamento, perché in qualche modo avevano anche imbarbarito il loro modo di cantare, tuttavia sono riuscito a recuperare lo spirito vero del loro canto polivocale. Ho provato più volte a cambiare le strutture a seconda delle loro voci, ogni volta il risultato era stupefacente. Era magia pura. Sono donne che hanno vissuto la vera ruralità, che hanno raccolto il tabacco, il grano, che hanno zappato la terra. Sono donne che vivono ancora questa ruralità. Durante gli anni dell’emigrazione si erano trasferite in città, ma poi hanno fatto ritorno al loro paese natale, Nardò , dove vivono tutt’ora. E’ una cosa senza tempo… Hanno imparato il canto contadino dalla loro mamma, suonatrice di organetto e dal loro papà, che cantava. Sono quattro voci diverse, arcaiche, quattro voci con quattro modi diversi di approcciare i vari brani, tra loro armonizzano, ti trasmettono i loro sentimenti, il tutto a cuore aperto. Averle conosciute, averle studiate, aver trascritto i loro canti con l’etnomusicologo Giuseppe Spedicato è stato come scoprire un tesoro, del quale nessuno ne sospettava l’esistenza. Dopo la morte di Luigi Stifani, Tora Marzo, Cesare Monte e tante altre personalità forti e interessanti della tradizione musicale locale, tutti pensavano che la zona di Nardò avesse esaurito il suo patrimonio musicale ed invece non è stato così. Quest’anno le Sorelle Gaballo hanno aperto il concerto de La Notte della Taranta e non senza preoccupazione mi sono deciso ad invogliarle ad andarci, salvo però affidarle ad Enza Pagliara per evitare loro un impatto con quella realtà così diversa, così mediatica.

Ci sarà un seguito per questo lavoro di ricerca?

E’ già pronto il secondo volume che conterrà anche delle parti strumentali eseguite dai due fratelli, e poi ho in preparazione un terzo lavoro di ricerca dedicato al folk della terra di Nardò. Aggiungo infine la pubblicazione di un mio nuovo progetto che uscirà nell’etate 2010, dal titolo “Sulu…un uomo del Sud”.

Autori Vari, Alan Lomax in Salento, Kurumuny, 2007, pp.108, Euro 12.00


Dal 12 al 17 agosto del 1954, Alan Lomax si recò nel Salento per condurre una ricerca sul campo insieme a Diego Carpitella, il risultato fu un corpus di ben centosettanta registrazioni audio e oltre settanta fotografie in bianco e nero. La sua passione per la fotografia era figlia di una vera e propria vocazione per quest’arte, infatti Lomax era solito accompagnare le sue field recordings con numerose fotografie che in qualche modo cristallizzassero e testimoniassero , attraverso una sorta di diario visivo, quello che era il paesaggio naturale o urbano, l’ambiente sociale nel quale operavano i musicisti e i cantori della tradizione. Degna di grande lode è questo splendido libro fotografico, Alan Lomax in Salento, dell’attivissima Kurumuny, casa editrice da lungo tempo ormai attivissima sul fronte della conservazione e della promozione delle tradizioni popolari Salento. Il libro raccoglie larga parte del materiale fotografico realizzato da Lomax durante la sua permanenza in Salento, e contiene i preziosi interventi di Luigi Chiriatti, Anna Lomax, Goffredo Plastino, Luisa Del Giudice, Segio Torsello i quali analizzando attentamente l’opera del ricercatore americano pongono l’accento sulla sua costante attenzione verso il mondo del lavoro, della povertà e delle precarie condizioni di vita in cui versavano i contadini del Salento. Ecco così tra le struggenti immagini di tabacchine, traineri (carrettieri), cazzatori (spaccapietre) e prefiche, appaiono spaccati del Barocco salentino, delle splendide pietre leccesi, di muretti a secco, furnieddhi e carcare. Questa splendida raccolta fotografica, racconta un Salento rurale, pieno di un fascino che oggi è solamente intuibili dietro la coltre del tempo, ma le cui tradizioni godono ancora ottima salute, nonostante il turismo di massa, la Notte della Taranta e quant’altro. In conclusione, suonerà anche superfluo, ma ci piace sottolineare lo spirito di ricerca che animava Alan Lomax, capace non solo, con pochi mezzi, di catturare su nastro la vera anima della tradizione popolare ma anche di saper cogliere i momenti più intensi del canto come nel caso delle splendide immagini scattate ai Cantori di Martano e alle tabacchine intente nel loro lavoro.

Salvatore Esposito

Franca Masu - Uniques (Aramùsica)

Nata ad Alghero, città fortemente influenzata dalla cultura catalana e portoghese, Franca Masu, figlia del pittore Manlio Masu, ha vissuto tutta la sua vita a contatto con l’arte e dopo aver a lungo praticato la musica jazz nel 1997 si ha intrapreso un percorso di ricerca attraverso le radici musicali del Mediterraneo ed in particolare della Sardegna. Lentamente è stata travolta dalla passione per le sonorità della penisola iberica e allo stesso tempo ha riscoperto l’antico catalano che da secoli sopravvive nella sua Alghero. Nel 2001 debutta con El Meu Viatge, il suo primo disco cantato in catalano e prodotto da Mark Harris, seguono poi a brave distanza Alguímia e Acquamare, fino a giungere all’ultimo album, il bellissimo Hoy Como Ayer del 2008. Uniques, è una raccolta di sette brani estratti dai primi tre dischi che illustra tutto il percorso artistico della Masu fatto non solo di grande ricerca ma soprattutto di ottima musica. Ascoltando brani come Mès a Prop e L’Alè dal primo album si comprende sin da subito che la particolarità dello stile della cantante sarda sta nel fatto di riuscire ad interpretare la tradizione con un tale livello di eleganza da poter competere anche su versanti più commerciali. Lo stile vocale della Masu è dunque mirato tutto sulla potenzialità del suo canto che, senza voler risultare cacofonici, incanta quando si abbandona a vocalizzi liberi sulle onde degli eccellenti arrangiamenti confezionati dai suoi musicisti. I due brani estratti dal secondo disco Alguímia, ovvero L’esperanca e Venu ancorada, si pongono in continuità con quanto fatto nel primo disco ma vi aggiungono forse più personalità, il suono si fa più evocativo, il suo cantato più convinto e profondo, il tutto a beneficio delle atmosfere che ora spaziano dalle sponde della Catalogna alla Sardegna per passare al Portogallo e al fado. Sa mama ‘e s’abba e Mirant èstrelles, estratte da Acquamare ci svelano come il percorso di ricerca della cantante Sarda si sia allargato, e abbia tanto acquisito un taglio sempre più personale ma anche una forte dose di eclettismo che l’ha condotta a mescolare fino a confondere tutte le influenze musicali a lei più care, fino a crearne un suono personalissimo. L’unica pecca di Uniques è che la sua diffusione è molto limitata e soprattutto ha la pecca di non contenere nessun brano dall’ultimo disco della Masu, tuttavia la bellezza e la forza delle sue canzoni ci fanno dimenticare ogni cosa, mentre ci abbandoniamo in questo viaggio lungo le coste del Mediterraneo.

Salvatore Esposito

George Merk - X (Tube Jam Records)


Essere figlio d'arte nel mondo della musica, sappiamo bene che più che rendere la strada in discesa, complica non poco la vita. Gli esempi che potremmo fare sarebbero tantissimi e soprattutto molti di essi non positivi. Molto spesso abbiamo assistito al nascere di stelline con il cognome pesante, che dopo aver cavalcato l’onda del successo sulla spinta dei loro più famosi genitori, sono svaniti, fino ad eclissarsi completamente, in qualche altro caso invece le cose sono andate diversamente, e con molta umilità il figlio d’arte di turno ha avuto il coraggio di puntare tutto su se stesso, e di costruirsi una carriera autonoma. E’ il caso ad esempio di Jackob Dylan o di Ziggy Marley, ma per restare in Italia, vogliamo raccontarvi la storia di George Merk. Svizzero di nascita ma inglese d'adozione, questo giovane e promettente rocker è figlio di due mostri sacri della musica leggera italiana, ovvero Teddy Reno e Rita Pavone. A dispetto però della storia musicale dei suoi genitori, nel suo sangue scorrono potenti dosi di Beatles, Jethro Tull, Who, Kinks, e Faces. Merk e dopo una lunga gavetta è riuscito a mettere insieme un power trio con il quale ha realizzato X, il suo album di esordio. Prodotto e distribuito dall'emergente etichetta idie italiana, Tube Jam Records, il disco è una sorta di piccolo bignami della musica rock inglese e mescola tanto ballate dal grande impatto pop con brani elettrici con tanto di psichedeliche chitarre post punk. Brano di punta del disco è senza dubbio il primo singolo estratto Mask On, già in heavy rotation sulle frequenze della BBC inglese, ma non mancano altri episodi di eccellenza come l’iniziale Welcome To The Show, Ants & Spider, A Lazy One e la splendida My Love. Senza fare rivoluzioni, George Merk ha messo insieme una bella raccolta di brani che se ci fosse giunta dalle sponde inglese, è probabile che sarebbe candidata ad essere il caso musicale dell'anno.
Salvatore Esposito

Freestone - The Temple of Humanity (Pink Records)


Nati intorno alla figura dell’eclettico cantautore e polistrumentista, Harm Timmerman, gli olandesi Freestone sono una band di prog rock che mescola influenze che partono dal jazz e arrivano a toccare la musica ambient, il folk e il pop ammiccando tanto ora ai Pink Floyd ora agli Enigma ora al prog inglese. L’originalità della loro proposta musicale non si limita però al solo stile, davvero originale e suggestivo ma si allarga anche alle tematiche trattate nel loro album di debutto, The Temple Of Humanity, un concept album in cui viene illustrata la storia dell’uomo, il suo rapporto con la religione, la tradizione, il mito e i simboli ancestrali. E’ dunque un viaggio attraverso l’arte, la filosofia, la letteratura, in un continuo scorrere di suggestioni musicali che sottolineano in modo eccellente anche i passaggi più criptici dal punto di vista prettamente letterario. Il disco si apre con Turn The Key, una rock ballad che attraverso chiaroscuri letterari ci schiude le porte a questo viaggio, in cui incontriamo il trascinante uptempo della misteriosa Children Of The Window, l’evocativa Out Of The Dark ma soprattutto la splendida The Ancient Of Days, un brano jazz rock in cui si apprezza il contrasto tra i beat elettronici e il sax suonato da Alex Simu. Un discorso a parte lo merita Documentum Intellige, brano che parte con lo splendido piano suonato da Cas Straatman e sfocia in suggestive atmosfere che ricordano vagamente gli Enigma con il coro “da chiesa” composto da membri dei Toonkunstook Beer e Tight Bars. Il disco si fa poi più soffuso nelle sonorità con lo strumentale Seven Step Staircase che introduce all’emozionante Walking Through This Sacred Place. Particolarmente interante ci sembra anche la title track un brano dal crescendo ritmico in cui brilla l’ottimo intreccio tra piano e sax sostenuto in modo elegantissimo dal drumming di Theun Suphert. Chiudono il disco Pathway On My Own e la tenue Tracing To The West. Insomma The Temple Of Humanity è un disco che incuriosce ad ogni ascolto tanto per la cura con cui sono state saggiamente mescolate le varie influenze musicali quant’anche per l’inusule filo conduttore che lega tutti i brani.
Salvatore Esposito

Ciansunier - Canzoni da Osteria Volume, 8 (Vernante)

I Ciansunier sono nati con il preciso scopo di riscoprire un universo musicale, quello del liscio, che negl’anni Settanta ed Ottanta era stato ingiustamente derubricato da musica popolare, e quindi con una solida tradizione alle spalle, ad intrattenimento da balera. Scavando nella tradizione italiana, francesce e occitana, i Ciansunier, nel corso degl’anni, hanno riportato alla luce canti di osteria della tradizione piemonese e non, storie di alpini e bersaglieri, di "amanti che si lasciano" e di "belle che si maritano", fino a creare con la loro discografia un vero e proprio corpus di riproposta. La loro serie di dischi con canzoni da osteria, è così arrivata al numero otto, e sulla scia di quanto fatto in passato, anche in questa occasione hanno messo insieme sedici brani che spaziano dai canti tradizionali a Sfiorisci Bel Fiore di Jannacci, il tutto ovviamente legato da un filo comune sia tematico sia stilistico. I Cansunier, sono un collettivo di musicisti, molto aperto alle collaborazioni e oltre alla line up classica composta da Loris Cavallera (voci e chitarra acustica), Paolo Marchesi (voci e Moretti 66cl), Alberto Giuliano (Fisarmonica), Fabrizio Carletto (basso) Danilo Dalmasso (rullante) Marco Lamberti (Chitarra acustica e classica), per incidere questo Volume 8 della loro produzione si sono uniti alla band, Michele Gazich al violino, Roberto Tentori alla fisarmonica e Andrea Cavalieri che partecipa alla voce in genovese a Canterò. Ascoltando questo nuovo disco, si viene letteralmente immersi in un atmosfera senza tempo. Immaginate dunque, tovaglie a quadretti, caraffe o fiaschi di vino rosso, carne alla brace, il tutto a far da sfondo a brani come L’Arsignol che apre il disco o a Gira L’amore, un brano ballabile che con il suo ritmo saltellante ci introduce nell’alla festa. Ogni nota di questo Volume 8 suona spontanea e vitale, quasi le registrazioni fossero il frutto di sedute di registrazioni improvvisate. Andando più a fondo si scopre che il suono è molto ben delineato e tutti gli strumenti contribuiscono a rendere più vera l’atmosfera di festa da osteria. Tra i brani più belli vanno citati senza dubbio Qui Comando Io, Paese e la splendida Sfiorisci Bel Fiore di Jannacci, anche se la palma del miglior brano del disco spetta senza dubbio a Miniera di Bixio e Cherubini. Insomma se avete voglia di immergevi nella scanzonata atmosfera di un’osteria, tra vino rosso e canzoni, questo disco farà certamente la vostra felicità. Il Volume 8 della saga dei Ciansunier è una prelibatezza per palati fini, proprio come un piatto di buon arrosto da osteria.

Salvatore Esposito

Buddy & Julie Miller - Written in Chalk(New West/I.R.D.)


Fresco vincitore del premio come musicista country dell'anno, Buddy Miller, è ormai una leggenda della musica americana, essendo non solo un produttore e arrangiatore di pregio (ascoltatevi lo strepitoso Raising Sand di Robert Plant e Alison Krauss), ma anche un chitarrista e songwriter sopraffino. Una vita spesa per intero sul palco e molto spesso insieme alla moglie Julie con la quale dal 1981 forma una delle coppie più ammirate della scena di Nashville. Questa vita però, lo scorso 19 febbraio, stava per perderla proprio nel suo posto preferito, sul palco, durante un concerto del tour 3 Girls With Buddy, insieme a Emmylou Harris, Shawn Colvin e Patty Griffin, quando è stato colto da un improvviso infarto. Per fortuna Buddy si è salvato, grazie ad un tempestivo intervento di by-pass e così è riuscito a vedere non solo il successo del suo ultimo album con la moglie, Julie, Written In Chalk ma soprattutto è riuscito a ritirare il prestigioso premio di cui parlavamo poche righe fa. Parlando di Written In Chalk, invece, dobbiamo sin da subito sottolineare che questo disco è senza dubbio il vertice della produzione di Miller, essendo la perfetta sintesi di songwriting rock e musica roots, meta da lui sempre inseguita. Rispetto alle produzioni passate, in questo album si apprezza una sorprendente coralità, laddove tutti i musicisti (e che musicisti!! Larry Campbell, Matt Rollings, Brady Blade, Stuart Duncan) sembrano essere determinanti nella costruzione del suono. Written In Chalk è il disco che esprime i suoni della Nashville di oggi, una scena molto diversa da quella degl'anni cinquanta o degl'anni settanta, ma non meno interessante. Emblematico in questo senso è la partecipazione di Robert Plant che duetta con il duo nella splendida What You Gonna Do, Leroy di Mel Tillis, brano dall'impostazione blues imbevuto di suoni di New Orleans, in cui la voce dell'ex-Led Zeppelin contribuisce a rendere assolutamente fascinosa l'atmosfera. Andando più a fondo si scopre un sound essenziale ma reso davvero accattivante dalla scelta di indirizzare il sound verso stilemi vintage, A farla da padrone, a livello di scrittura è però Julie che firma la maggior parte dei brani, come la splendida June per soli chitarra acustica e due voci, o la jazz A Long, Long TIme, o ancora le divagazioni più rock di Gasoline And Matches e Smooth. Attraverso i vari brani si ha modo di rimanere letteralmente affascinanti dalla bellezza delle armonie vocali che le voci di Buddy e Julie riescono a creare, e ciò emerge soprattutto in brani come la title track, Don't Say Goodbye e Chalk, entrambe queste ultime con la partecipazione della splendida voce di Patty Griffin. Non manca qualche incursione nella musica black con One Part, Two Part in cui appare alla voce Regina McCrary alias Regina Havis, vocalist di grande pregio e sopratutto famosa per essere stata nella band di Bob Dylan tra il 1979 e il 1981. Chiude un disco straordinario, una cantante straordinaria, Emmylou Harris che presta la sua voce nell'elegantissima The Selfishness Of Man. Written In Chalk è dunque il completamento di un articolato percorso artistico, compiuto da Buddy e Julie Miller che ha visto in Universal United House of Prayer la sua prima e splendida pietra. Il cerchio è chiuso, altre sorprese però ci attendono in futuro.

Salvatore Esposito

Blanchard & Ricciardelli - Londonbound (Sketch)


Da sempre la Toscana, con il suo Chiantishire, è statata considerata una sorta di enclave inglese in terra italiana. Un legame che ha radici storiche ben radicate, ma che dal punto di vista musicale sembra essere diventato quasi inscindibile. Si veda il disco di Ernesto De Pascale e Ashley Hutchings, si vedano i tanti progetti musicali nati sull’asse Firenze-Londra. Recentissima è anche la proposta musicale dell’inglese Adrian Blanchard e dell’italiano Fabrizio Ricciardelli, che unite le forze, hanno realizzato Londonbound, disco composto da dodici brani, a cui partecipa anche l’ottimo Fabrizio Consoli, che scavano in un filone musicale che spazia dal beat inglese degl’anni sessanta al miglior cantautorato di matrice americana. Se volessimo cercare un riferimento ci sarebbe da dire che Blanchard & Ricciardelli sono riusciti a mescolare lo stile compositivo di Paul McCartney con l’eleganza e la ricerca sonora di Brian Wilson. Attenzione però dei dieci brani nemmeno uno sa di già sentito, e questo è un dato importante, perché Blanchard e Ricciardelli, hanno sintetizzato due culture diverse di far musica non volgendo lo sguardo al passato ma guardando al futuro. E’ per questo che splendidi sono brani come la divagazione psichedelica di Take Care When You Land o la sontuosa Now On Earth con il suo intreccio di piano ed archi per capire che la scommessa può dirsi assolutamente vinta. Ma c’è di più, perché quando meno te lo aspetti arriva la spiazzante Shadows Creeping che con il suo ritmo trascinante ci svela anche il lato più leggero di questo disco. Certo più indicativa come brano cardine del disco è la ballata Love To Believe, che lascia intravedere grandi cose per il futuro, nel caso il sodalizio dovesse proseguire oltre questo disco. Insomma Blanchard e Ricciardelli hanno fatto un gran bel disco che siamo certi, nonostante la distribuzione poco capillare, troverà grandi consensi.


Salvatore Esposito

domenica 25 aprile 2010

Slow Study - Will T. Massey (Will T. Massey)


Fino ad un anno fa, Will T. Massey era uno dei grandi desaparecidos del rock. Dopo un album di debutto esaltante uscito nel 1991, di lui si erano perse le tracce a causa di non meglio precisati problemi personali, il silenzio però è stato interrotto prima con due raccolte di brani acustici poi con il più che soddisfacente Letters From The Wind. In questa scia di ricostruzione della sua carriera, si inserisce la pubblicazione di Slow Study, un disco di cui nemmeno i suoi più affezionati seguaci sapevano l’esistenza. Si tratta di incisioni risalenti al 1989 ovvero alle sessions precedenti a quelle per il disco di debutto, e che vedono la presenza del grande Lloyd Maines alla produzione. Inciso per essere stampato su cassetta in una tiratura limitatissima, Slow Study consentì a Will T. Massey di essere preso in considerazione dalla MCA, che successivamente gli fece firmare un sostanzioso contatto. I brani di Slow Study tornano oggi disponibili in versione rimasterizzata su cd e vedono la presenza di quattro inediti, ovvero due alternative takes e due nuovi brani. Accanto a lui troviamo alcuni dei più apprezzati session men texani, ovvero Jasse Taylor (chitarre), Ponty Bone (accordion), Gene Elders (fiddle), George Ensle (chitarre acustiche),Tish Hinojosa (seconda voce in Long Distance Love) e lo stesso produttore Lloyd Maines che spazia tra dobro, chitarre e lap steel. Rispetto al disco di esordio del 1991, qui è possibile ascoltare un Will T. Massey ancora profondamente legato alle sue radici texane, ma soprattutto sempre pronto a citare tra le righe ora Townes Van Zandt, ora Guy Clark. Significative in questo senso sono la sorprendente I’ll See You Around, il dolcissimo walzer On The Sofa Outside, l’honky tonk di I’ll Be Gone e la melodica Homeless Heart. Non mancano inoltre spaccati folkie come in Mr. Mr. Johnson's Store e The Last One to Leave, divagazioni elettriche nel country rock (The Road That Brought Us Here), incursioni nel rhythm’n’blues con tanto di fiati in The Hell You Raised. Riascoltato oggi Slow Study, risente del tempo, ma non si può non apprezzare la scrittura di Will T. Massey, una vera e propria supernova del rock.
Salvatore Esposito

Vinicio Capossela - Nel Niente Sotto Il Sole (Atlantic/Wea)


Il 2006 è stato senza dubbio l’anno di Vincio Capossela. Un disco, Ovunque Proteggi, apprezzatissimo da pubblico (oltre 100 mila copie vendute) e critica (Targa Tenco) ma soprattutto il Gran Tour che lo ha portato in giro in lungo ed in largo in tutta Italia raccogliendo ogni sera trionfi esaltanti. Sia per ragioni strettamente commerciali sia per fotografare un tour tanto fortunato, era praticamente certo che arrivasse anche un disco dal vivo, proprio mentre Capossela si dice sia già al lavoro per completare un disco di brani tradizionali. Nel Niente Sotto Il Sole, questo il titolo del disco, è un progetto molto più articolato di quanto si possa immaginare. Seguendo, infatti, la moda che vuole ormai tutti i dischi nuovi accompagnati da un Dvd, Capossela ha superato i limiti del Dvd non limitandosi solamente alla riproposizione in video di un concerto o di una serie di highlights dal tour ma piuttosto ha creato qualcosa di completamente nuovo che richiamasse l’interno processo creativo di Ovunque Proteggi dalle session di registrazione fino ad arrivare sui palchi di mezza Italia dove l’ha trasformato in un canovaccio da teatro dell’arte su cui ogni sera ha ricreato il suo mondo popolato da Minotauri, Meduse, Marajà, tarantolati, innamorati persi e chissà quanti altri strani figuri partoriti dal suo genio nati, vissuti e morti in una sera. Trovano così posto tanto immagini del tour invernale nei teatri, tanto quelle del tour estivo all’aperto e sempre in scenari particolari come l’Anfiteatro Romano di Ostia o la Terrazza del Pincio di Roma ma anche numerosi esterni filmati come la Tomba Dei Giganti di Tolmes in Sardegna e la processione di Pasqua a Scicli in provincia di Ragusa. Il tutto è stato confezionato con una particolare attenzione ai colori passando dal bianco e nero pasoliniano di Non Trattare e Signora Luna ai colori caldi che ricreano la suggestione dei teatri come nel caso di Lanterne Rosse e SS dei Naufragati. Splendido il finale con Ovunque Proteggi ripresa nel corso dell’ultimo concerto del Grand Tour durante la Notte Bianca a Roma. Non stupisce la scelta dei brani che copre gran parte di Ovunque Proteggi senza però tralasciare alcune perle dal repertorio precedente come Il Ballo di San Vito, Corvo Torvo e Marajà, in un fluire di suoni, immagini e colori che sa di concept-album a tutti gli effetti. Numerosissimi i bonus che vanno da alcuni appunti video di Ovunque Proteggi, all’esibizione nel corso della già citata processione a Scicli, fino alla Lettera a Nutless e alla rassegna stampa del tour. Particolare è anche il cd audio che contiene quasi tutti i brani del Dvd con la differenza di presentare versioni alternative estratte da altri concerti. Nel Niente Sotto Il Sole, come si sarà capito, non è un semplice disco, è qualcosa di più, è un esperienza sonora e visiva nella quale perdersi per poi non ritrovarsi più.

Salvatore Esposito

Tony Joe White - Live from Austin, Texas (New West/IRD)

La storia musicale di Tony Joe White parte dal 1968, quando pubblicò il suo disco d’esordio Black & White per la Monument (allora famosa per i dischi di Roy Orbison), e che ben presto divenne una sorta di manifesto di quel genere “indefinibile” che mescola country, soul e rock. Tony Joe White con quello che fu poi definito swamp rock, aveva dato nuova linfa al country ma allo stesso tempo si era insinuato nella soul music ormai orfana dei giorni d’oro della Stax. In particolare fu Polk Salad Annie, che gli diede la spinta verso il successo, soprattutto perché fu scelta da Elvis Presley per essere reincisa da lui. A Presley si accodarono poi tanti altri artisti famosi come Dusty Springfield e Salomon Burke, fino a raggiungere attualmente il numero di duecento. Parallelamente al suo nuovo album, Uncovered, è uscito per la New West un disco e un dvd che raccolgono un intero concerto realizzato da White, nel 1980 per il programma tv Austin City Limits. Si tratta di una performance eccellente, che vede scorrere brani straordinari come la già citata Polk Sald Annie, la altrettanto famosa Willie and Laura Mae Jones, e alcune perle dimenticate come Swamp Rap, Redneck Woman e una strabordante Mama Don’t Let Your Cowboys Grow Up To Babies. Il vertice del disco è però una fantastica resa di Rainy Night in Georgia, che conferma come Tony Joe White nonostante le non eccellenti doti vocali sia una delle colonne dell’American Music.

Salvatore Esposito

Artisti Vari - Wounded Heart Of America - Tom Russell Songs (Hightone)


Un doppio album raccoglie alcune delle più riuscite cover di Tom Russell, tra brani già noti, rarità e inediti.
“Tom Russell riunisce in una sola persona Johnny Cash, Jim Harrison e Charles Bukowski. Le sue canzoni parlano del cuore ferito dell’America” da quest’affermazione di Lawrence Ferlinghetti è nata l’idea di realizzare questo particolare tributo a Tom Russell, che mette insieme brani già noti ma anche rarità ed inediti tra cui ben quattro brani dal vivo dello stesso Russell. Ad aprire il disco è Veteran’s Day eseguita da Johnny Cash, brano presente solo nell’edizione in vinile di Boom Chicca Boom del 1989, seguono poi perle come Gallo Del Cielo magicamente pennellata da Joe Ely dal Live @ Antone’s, Navajo Rug proposta da Jerry Jeff Walzer, e il duetto dello stesso Russell con Ramblin’ Jack Elliott su The Sky And The Mude Blow. Di ottimo valore sono anche Manzanar rivisitata da Laurie Lewis, Acres Of Corn ripresa da Iris De Ment, il duetto tra Ian Tyson e Nanci Griffith su Canadia Whiskey e i due brani in cui compare il compianto Dough Sahm ovvero St. Olav’s Gate e Haley’s Comet con i Texas Tornados. Il finale è da brividi con quattro brani dal vivo dello stesso Russell, la rovente Cuban Sandwich con l’accompagnamento di Barrence Whitfield, Home Before The Dark, Who’s Gonna Build Your Wall e The Death Of Jimmy Martin, tutte e tre eseguite con una rock band in cui brilla la chitarra di Redd Volkaert.
Salvatore Esposito

Halfway - Remember the River (Laughing Outlaw Records )


Se il debutto Farewell To The Fainthearted, era stato un antipasto promettente, Remember The River, il secondo album degli australiani Halfway è il loro disco della maturità. Prodotto da Rob Younger (Radio Bridman), il disco allontanandosi dall’attitudine Americana, svela tanto brani dall’impeccabile musicalità e dalla costruzione perfetta (Factory Floor, Favour For A Friend) ma anche divagazioni sonore sperimentali(The Ballad Of Liza Browne) che superano i confini dell’alt-country, in cui è molto facile restare impigliati.
Salvatore Esposito

Sancto Ianne - Mò Siente (FolkClub Ethnosuoni)


Nati nella piccola San Giovanni di Ceppaloni (Bn) nel 1995, i Sancto Ianne, sono una delle realtà più interessanti della scena folk rock italiana, nelle loro vene scorre sangue Sannita, il sangue di quel popolo che fece passare sotto le Forche Caudine, i Romani, e che mai si sottomise a loro nonostante fossero stati conquistati dopo lunghe battaglie. Ascoltando i loro dischi si comprende con quanta caparbietà e decisione approccio la musica e soprattutto quale sia lo spirito che animi le loro canzoni, ovvero la riappropiazione di un patrimonio culturale che nonostante i blackout generazionali non ha mai abbandonato la loro terra. I loro testi hanno spessore e forza e raccontano di uomini e luoghi che conservano asprezza e dolcezza ma allo stesso tempo riscatto e desiderio di rivalsa, il tutto condito da una grande cura per gli arrangiamenti e per l’uso di strumenti tradizionali. Lo si era capito già con il loro album di debutto Tante Bannere, Tanti Padrone del 2000, quali erano le loro potenzialità ma è stato con l’ottimo Scapulà del 2002 che hanno raccolto maggiori consensi e affermazioni. Oggi ritornano con un nuovo album, Mò Siente, che mette a frutto tutta l’esperienza accumulata in questi cinque anni sui palchi sia italiani sia esteri (come la prestigiosa partecipazione al Festival Interceltique de Lorient in Bretagna, dove si sono aggiudicati il premio Trophee dagan celtic cider). Distribuito dalla Folkclub Ethnosuoni, Mò Siente, si colloca precisamente tra la nuova corrente folk meridionale ‘E Zezi e Bottari di Portico e il folk rock di Modena City Ramblers e Gang, nella loro musica infatti i temi popolari ricorrono l’attualità e la contaminazione con echi del maghreb e armonie celtiche. All’ascolto il disco risulta ben suonato e prodotto in modo elegante, e si svela in tutta la sua ricchezza canzone dopo canzone. A monopolizzare la scena è sempre e comunque la voce istrionica di Giani Principe, ma fondamentale è anche l’apporto delle chitarre di Ciro Schettino (autore in larga parte dei brani), della fisa di Sergio Napoletano e dell’irresistibile sezione ritmica composta da Alfonso Coviello e Massimo Amoriello. Si attraversano tematiche varie come quella del ricordo dell’infanzia (Pe’ La Via), gli immigrati che lavorano come stagionali (Un Futuro a Sud, scritta da Mario Salvi) e storie di anarchia prost-unitaria (A’ Banda D’O’ Matese), passando per danze spensierate (Juorno ’e Festa e Tarantella D’a Fatica/N’ata Botta) e filastrocche popolari (Uno ’nponta ’a Luna). E’ però con Uocchie, che il disco trova il suo vertice, una ballata commovente impregnata di sapori mediterranei che ancora una volta affronta il tema dell’immigrazione ma questa volta con la partecipazione di Faisal Taher alla seconda voce. Una citazione particolare la merita poi la già citata A’ Banda D’O’ Matese, che racconta il tentativo di “rivoluzione sociale” di un gruppo di anarchici di San Lupo (Bn) nella primavera del 1877 allorchè sollevarono la popolazione del Matese a ribellarsi al regno Sabaudo. Traditi però, vennero processati a Benevento ma successivamente furono assolti e accolti in festa dalla popolazione. Notevole è anche Port’Arsa, che richiama una delle porte di Benevento (città dalla storia secolare, a lungo sotto il dominio Longobardo e successivamente enclave dello Stato Della Chiesa nel Regno delle Due Sicilie), e che qui diviene simbolo di memoria storica. Più in ombra sono brani come Nuje Ca Nun Stammo Vicino O’ Mare e Peppe ‘O Mago, quest’ultima troppo vicina a stilemi vicini agli ‘E Zezi, ma si tratta solo di dettagli, i Sancto Ianne hanno tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto ancor più importante nella scena folk italiana.
Salvatore Esposito

Robert Gordon & Chris Spedding featuring The Jordanaires - It’s Now or Never (Ryko/Audioglobe)


Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Elvis Presley, e il newyorkese Robert Gordon con l’inglese Chris Spedding, da sempre suo fido braccio destro, ha inciso per l’occasione un tributo al grande cantante di Memphis. A sostenerli nell’impresa ci sono i Jordanaires, un gruppo vocale che fu già al fianco di Elvis sin dalla metà degl’anni cinquanta e che con lui riuscirono a portare il gospel nelle case di tutti gli americani. It’s Now Or Never, questo il titolo del disco, è un progetto interessantissimo, in quanto sia Gordon, sia Spedding, sia i Jordanaires hanno nel proprio Dna artistico questa musica e non possono che essere i migliori interpreti della musica di Elvis. In passato qualcosa di simile era riuscita anche a Paul McCartney con Run Devil Run, ma qui siamo in territori molto più rigorosi e soprattutto non c’è una nota, una singola nota che non funzioni alla grande. Ad esempio, la mitica Peace In The Valley che già nell’originale vedeva protagonisti i Jordanaires, qui brilla per alcune intuizioni a livello di arrangiamento come l’uso dell’hammond e delle chitarre acustiche, aprendo un ulteriore passaggio nel tempo alla riscoperta di quelle radici che furono il fuoco ispirativi della band. Strepitose sono anche le riletture di Don’t Leave Me Now, di I’m Left You’re Right She’s Gone ma soprattutto della traccia che da il titolo al disco, ovvero It’s Now Or Never. Se Gordon alla voce mostra personalità da vendere, Spedding alla chitarra fa faville come nel caso di Lawdy Miss Clawdy in cui da lezione di come si suona il rockabilly, entrambi rappresentano un vero e proprio baluardo per quel rock che fece da nutrice di band come Beatles e Rolling Stones. Mai come in questo caso però si ha la sensazione che il passato possa rivivere, ed ecco che It’s Now Or Never appare per quello che è ovvero un disco nuovo che suona come un disco del passato, o forse come un disco del passato caduto per caso nella polvere dei nostri tempi. L’importante è solo goderselo.

Salvatore Esposito

Speciale Riserva Moac


Come nasce la Riserva Moac?

La Riserva Moac nasce dall’incontro di sette ragazzi, alcuni di noi eravamo già amici da qualche tempo. Essendo Bojano una piccola cittadina di provincia non ci si può meravigliare se subito abbiamo deciso di mettere in pratica quello che per alcuni è stato studio, per altri pura passione: la musica e tutto il linguaggio che da lei scaturisce. Un po’ per voglia di comunicare, un po’ per combattere il tedio del paese abbiamo cominciato a scrivere canzoni e musiche per cercare di evadere e comunicare la nostra situazione. E così è stato.


Come mai avete scelto il dialetto molisano per le vostre canzoni?

La scelta del dialetto per alcune delle nostre canzoni fa parte di quella operazione di recupero-rilancio-riqualificazione del nostro bagaglio di storia, memoria e tradizioni. Qualcuno ha detto: "Dobbiamo essere più aderenti al presente, che noi stessi abbiamo contribuito a creare, avendo coscienza del passato e del suo continuarsi (e rivivere)."


Parlando sempre di Molise, come siete riusciti a far confluire la musica tradizionale del Molise nello stile che avevate in mente?

Semplicemente pensando che non tutto era stato espresso e non tutto era stato tentato nel campo delle nostre sonorità. Non avevamo in mente uno stile preciso e univoco da perseguire, ma sapevamo solo di avere a disposizione un enorme, a tratti inutilizzato, bagaglio musicale e culturale dal quale attingere e per il quale tessere un vestito più favorevole al nostro tempo e alle nostre abitudini musicali.


Parallelamente all’uso del dialetto avete scelto di affiancare ai classici strumenti moderni anche strumenti tradizionali. Come mai questa commistione?

Credo che Roberto "Zanna" Napoletano, autore delle musiche e di gran parte degli arrangiamenti del gruppo, soffrisse molto nel vedere strumenti dalle enormi potenzialità come zampogna, ciaramella e fisarmonica relegati soltanto ad un uso arcaico e pastorale, che li consegnava soltanto ad un pubblico di nicchia. Un uso poco accattivante per quelli che, come noi, sono abituati ad altri generi e che, quindi, tendono a non conoscere, per questioni di abitudini diverse, queste sonorità e tutto il mondo che si portano dietro.


Il vostro Etno-Folk, lo vedo come un meltin’ pot in cui confluisce rock, folk, dub, ska, jazz, musica e tradizioni popolari…quando avete cominciato quali erano i vostri riferimenti?

Essendo sette persone molto diverse fra noi, ognuna con il proprio bagaglio musicale, sarebbe troppo lungo dirti i riferimenti di ognuno. Essendo tanti, comunque, nella Riserva si stemperano, perdono i loro connotati precisi e si amalgamano in un unico grande melting pot, questa bella immagine che ci hai regalato.


Quali sono le vostre principali ispirazioni a livello compositivo?

Di tutto, ti basti pensare che suoniamo anche strumenti provenienti dalle parti del mondo più disparate, e che riprendiamo ritmiche e stili delle culture altre allo stesso modo come ci facciamo prendere dal rock, dalle musiche popolari, dalla classica, da tutto il mondo dell’alternativo e dell’indipendente.


Avete partecipato a diverse rassegne importati come Mantova Festival e Arezzo Wave, come cambia la vostra musica sul palco rispetto al disco?

Sul palco siamo molto più istintivi e sanguigni mentre sul disco siamo più precisi e rigorosi. Il live è il nostro habitat naturale, in cui parliamo, soffriamo e sudiamo con tutte le persone presenti. E’ il live il momento in cui si crea con impulsività il villaggio globale della Riserva Moac.


Come nasce il vostro nuovo lavoro Bienvenido?

"Bienvenido" è praticamente il risultato della nostra esigenza di fare il punto della situazione, nell’Aprile del 2005. Già dal titolo del disco abbiamo cercato di evidenziale la fisicità, l’effettiva realtà della Riserva che vogliamo costruire e nella quale tutti sono i benvenuti. Sono 13 tracce che raccontano di noi, del nostro modo di vedere e interpretare ciò che ci sta attorno e che ci sta a cuore, e nelle quali abbiamo cercato di evidenziare tutte le anime del gruppo e della nostra musica. La realizzazione è stata davvero massacrante, trovare la forma giusta e più comunicativa per le proprie canzoni non è affatto semplice, ma alla fine il risultato ci ha ripagato di tutti gli sforzi e le tensioni accumulate.


Nelle vostre canzoni non è raro trovare tematiche sociali o di protesta. Come vivete questa dimensione combat?

Semplicemente siamo consapevoli che con il nostro sforzo e con tutte le occasioni che abbiamo per presentarci e parlare a gente sempre nuova e diversa, possiamo anche noi contribuire alla costruzione del cambiamento, di una società più giusta, attenta e responsabile. Forse è solo una lontana speranza, ma ci piace crederci lo stesso.


In Poli (S) tica vi soffermate su tematiche più sofferte come la guerra, la musica secondo voi può ancora cambiare il mondo o è solo un grido di rabbia per una situazione che non cambierà mai?

Ti faccio un esempio: quando abbiamo suonato sul palco di Piazza San Giovanni a Roma, lo scorso I° Maggio, abbiamo davvero avuto la conferma che la musica racchiude in se stessa una potenza enorme. La musica può essere davvero una sorta di "potere buono": se riesce ad unire un milione di persone sotto il senso del I° Maggio, e se riesce a portare alla nostra attenzione ciò che questa data rappresenta, anche con un evento mediatico come il concertone, può fare anche altro. La musica è, in questo caso, un tramite, un diffusore partecipato di istanze e di sollecitazioni. E noi crediamo a tutto questo…


L’Oceanico, è secondo me il brano più intenso del disco, citate Dylan, vi ispirate a Orwell, ora dovete raccontarci tutto ma proprio tutto di questo brano…

Mi folgorò la lettura di "1984". Mi ha colpito la capacità dell’autore di rendere reale quel mondo e quell’ipotesi. La sensazione di sentirsi controllati e sorvegliati anche nelle parti più intime e nascoste del proprio essere mi ha fatto pensare a quanto la televisione di oggi, con i suoi reality e le sue pubblicità, riesca davvero a imprigionarci la mente ed a clonarci in migliaia di esserini omologati secondo le leggi del consumo e dell’apparire. Il Dylan della canzone, in realtà, è Dylan Dog: ricordo la copertina di un numero del fumetto, che riproduceva il quadro di Magritte "Golconda" in cui migliaia di uomini vestiti tutti uguali scendono dal cielo. Ho immaginato così il controllo e la capacità clonatoria dei media moderni e degli spazi pubblicitari fatti apposta per catturarci.



Ungaretti è una fotografia di guerra, ci parlate di questo brano?

"Ungaretti" è il ripensamento e il pentimento di un uomo-soldato che ha vissuto in prima persona le insensate atrocità della guerra, dopo che l’aveva incoraggiata quando non ne era direttamente coinvolto. Quelli che sostengono la guerra senza viverla, quelli che la finanziano non subendola, che ne sanno della sua barbarie? E soprattutto, quanta indifferenza nei confronti di chi la subisce realmente? "Ungaretti" voleva essere una sveglia per quelli come noi che, apparentemente, non sono coinvolti nei conflitti che gravano sul mondo, e che pensano di potersi assolvere facilmente.


Per Ungaretti avete fatto anche un video ce ne parlate?

Il video è nato dalla collaborazione con l’Associazione "Voci per la Libertà" – Amnesty International di Villadose (RO), ed è stato girato dal regista Stefano Bertelli. Il soggetto, l’idea visualizzare la canzone in quel modo, la tematica dei bambini sono state tutte sue interpretazioni, devo dire abbastanza efficaci. E l’esperienza di attori, per noi, è stata una piacevole ed inaspettata scoperta, in cui credo ci cimenteremo ancora volentieri.


Viagge dent’ e fore… si riallaccia alle vostre radici. Io sono Molisano, come voi è so che nel nostro DNA c’è un grande senso di appartenenza. Potete dirci la vostra a riguardo alla luce di questo brano?

Questo brano dice semplicemente che per costruirsi un futuro migliore, per inventare l’altro mondo possibile rispetto a questo è importante avere anche una piena consapevolezza delle proprie radici, del proprio punto d’origine. Non possiamo essere cittadini del mondo (e cittadini della Riserva) se dimentichiamo da dove veniamo. La coscienza della propria provenienza permette di rapportarsi meglio ad altre culture, modi di vita, derivazioni diverse. Perché dalla diversità c’è sempre tanto da imparare.


Quali sono i vostri programmi per il futuro?

Uno spartiacque fondamentale è stata la nostra esibizione sul palco del I° Maggio 2006 in piazza San Giovanni. Abbiamo avuto la possibilità di presentarci ad un numero enorme di persone, sia in piazza che nella diretta tv, e credo che questo porterà sicuramente movimento per quanto riguarda il nostro tour e tutta l’attività del gruppo. Per quest’estate continueremo a presentare a chi ancora non ci conosce il nostro primo disco "Bienvenido". Contemporaneamente stiamo già pensando a nuovi brani che saranno il risultato di tutte le esperienze e le sensazioni accumulate in questi quasi tre anni di attività…e sicuramente ne verrà fuori un altro disco ed un altro viaggio.



Riserva Moac – Bienvenido (Upr/Edel)




In una terra dalle antiche tradizioni popolari come il Molise, suona sorprendente sapere che esiste una interessante realtà musicale di estrazione etno-folk-rock come la Riserva Moac, un collettivo musicale nato dall’incontro Roberto Napoletano e Oreste Sbarra con artisti provenienti da diverse estrazioni musicali e che si pone come obiettivo primario il reinventare la tradizione popolare attraverso una babele di generi sonori moderni che partendo dal combat folk, attingono a piene mani dal sound dei Balcani, dalla patchanka, dallo ska e dal jazz. Tuttavia il loro sound è fortemente legato alla tradizione come dimostra il recupero di particolari strumenti della tradizione popolare come zampogna, ciaramella e fisarmonica che ben si sposano sia all’uso del dialetto di area matesina sia ad un pizzico di elettronica. Il loro disco di esordio, Benvenido, pubblicato dalla Ultimo Piano Records, è una bella sorpresa sin dallo strumentale Introterra che guidato dal suono della cornamusa apre il disco e introduce a Bienvenido en la riserva in cui si apprezza l’ottimo duetto tra Fabrizio “Pacha Mama” Russo e Mariangela “Maya” Pavone. Prendono corpo così le tematiche del disco, ovvero il ritorno alle origini, alla propria terra ma anche la lotta politica che emerge a pieno nella velenosa Poli(s)tica. Ottime risultano tracce come Ohi Mama e Viagge dent’e fore che ripercorrono per certi versi i sentieri battuti dai 99 Posse, ma che in effetti splendono di luce propria grazie ad ottimi testi. Meno riuscite sono le incursioni nel mondo hip hop di L’Oceanico che un po’ sfigura di fronte alla bontà di Ungaretti, per la quale la Riserva Moac ha realizzato anche un video. Muoversi in territori minati come quelli dell’etno-folk-rock, è stato per il collettivo molisano una scommessa non di poco conto, vale però il risultato sicuramente positivo e al quale siamo sicuri daranno presto un seguito.

Salvatore Esposito

Intervista a Max Meazza


Ci puoi parlare dei tuoi primi passi nel mondo del rock?

Ho cominciato a cantare come front man nei gruppi rock dall'età di 16 anni nei locali di Milano dal Piper al Pipe's, in quegli anni ho conosciuto Walter Calloni che era il batterista di un gruppo abbastanza scarso e gli ho chiesto di unirsi al mio gruppo.


Quali sono stati i dischi e gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?

Highway 61 di Bob Dylan, Jimi Hendrix Experience, Tons of sobs dei Free che comprai in un negozietto a Soho a Londra, Undead dei Ten Years After, Fresh Cream dei Cream e più avanti If I could only remember my name di David Crosby,Bryter Layter di Nick Drake che comprai a Londra, Fire and Rain di James Taylor,Desperado degli Eagles.


Come nasce invece la tua passione per la musica west coast?

L'ascolto di Eagles,CSNY, James Taylor, Joni Mitchell mi hanno portato a suonare e scrivere brani acustici con la mia prima Martin regalatami da mio padre.


Nel 1974 hai fondato i Pueblo, forse una delle prime (se non la prima in assoluto) a fare west coast in Italia...come è nata quest'avventura?

E' nata dalll'incontro tra me Claudio Bazzari che era appena tornato dalla California e Fabio Spruzzola (re delle armonie vocali stile west coast) e dalla mia amicizia con MIchelangelo LaBionda, lui ha creduto subito nel nostro talento ci ha fatto incidere i nostri primi provini in Savile Row a Londra alla Apple. Il passo successivo é stato firmare un contratto con La Polygram, e incidere su etichetta Polydor (quella dei miei eroi i Cream) è stata una grande gratificazione per me. E' vero siamo stati i primi a fare questo genere di musica,eravamo gli Eagles italiani!


Con i Pueblo hai registrato agli Apple Studios e la Polygram spinse molto il vostro progetto fino a mettervi sotto contratto, avete inciso due dischi e siete andati in tour con le Orme ma poi nel 1977 è finito tutto...come mai?

Sono stati anni fantastici,il nostro primo singolo Mariposa vendette (dichiarati!?) 35.000 copie. Incidevamo negli studi della nostra casa discografica,radio,televisioni e avevamo l'autista di Paul Getty jr.che ci portava in giro in macchina. Abbiamo girato l'Italia in tour insieme alle Orme ed é stato diveretente,loro allora erano una band molto considerata. Incidevano a Burbank in California e la casa discografica aveva affittato per loro la villa sul Sunset Boulevard che era stata di Rodolfo Valentino. Anche il nostro secondo singolo Song girl andò bene,come anche Long knife Jackson il terzo singolo che impazzava nelle radio libere. Registrammo l'album Pueblo,con dei bravissimi session-men di quei tempi, tra cui Tullio De Piscopo,Stephen Shlaks ecc... Dopo 3 anni le mie idee differivano da quelle dei nostri produttori che nel frattempo avevano guadagnato il disco d'oro con la disco-music. La casa discografica ci mise nelle mani di un nuovo produttore,fratello di Vangelis.Voleva farci incidere negli studi del fratello a Londra,ma non aveva i nostri gusti. Dopo di ché chiesi la risoluzione del contratto,credo di essere stato uno dei pochi che lo ha fatto a quei tempi lasciando una major. I Pueblo si sciolsero ed io con la produzione dei LaBionda andai a monaco doi Baviera ad incidere per l' Ariola un singolo Boulevard molto Doobie Brothers,Robert Palmer registrato con un gruppo di bravissimi amici (Walter Calloni,Claudio Bazzari,Massimo Spinosa,Maurizio Preti,Stefano Pulga,Amedeo Bianchi).

Ci puoi parlare del tuo primo album come solista, Shaving The Car?

Sentivo l'esigenza di fare da solo,e di lavorare al mio primo album solista.Con la produzione ancora dei LaBionda incisi 10 nuovi brani cantati in italiano,ma il risultato non mi soddisfava soprattutto per la lingua. Tornai a cantare l'intero album In inglese,come avevo sempre fatto. Non state a menarmela,l'inglese é la
lingua universale del rock,il resto sono chiacchere.......i canti delle mondine non mi interessano! Così rilevai l'intera produzione e chiusi con i vecchi produttori,
da allora ho sempre prodotto i miei albums da solo.


Il tuo secondo album, Personal Exile, vede la partecipazione del mitico Skip Battin, ci puoi raccontare di questo disco e del tuo rapporto con Skip?

Skip Battin (so long......) era un simpatico personaggio che ho portato in giro per Milano e che incideva per la mia stessa etichetta,l'Appaloosa di Franco Ratti. Io ero l'unico artista italiano tra Greg Harris,Blues Band,David Essig,Pat McLaughlin ecc....Durante le sessioni per il mio album Personal Exile mi raccontava dei Byrds,dei New Riders e dei Flying Burrito Bros, di come viaggiavano coast to coast per suonare a New York e di come Gene Parsons si era stancato di stare lontano dalla moglie ritirandosi in campagna a produrre corde per chitarre. Kim Carnes,che lui chiamava "beautiful lady", era la sua donna preferita. Abbiamo registrato un duetto:"Small hand big heart".


Better Late Than Never del 1984 segna per te una svolta importante ospitando jazzisti famosi come Attilio Zanchi... ce ne parli?

Durante gli anni 80,nell'era delle batterie elettroniche, ed io,come al solito ribelle in contro tendenza,chiamai quasi solo jazzisti per il nuovo album Better
Late than never. Tiziano Tononi,Attilio Zanchi,Amedeo Bianchi,Claudio Bazzari,
Isabella Pinucci (allora moglie di Ezio Guaitamacchi) furono i musiciscti prescelti. E' stato un esperimento,in molte parti pienamente riuscito. Ai tempi passava un video di "Two weeks in Rio" a Videomusic e il brano ebbe un buon air play nelle radio.


Il seguito della tua discografia ti ha visto autore di ottimi album, ma anche di una reunion a sopresa con i Pueblo con l'ottimo The Big Thunder. Come nacque quella reunion?

Alla fine del secolo decisi per una rimpatriata con Claudio Bazzari e i nostri Pueblo. Fu come ritrovarsi tra vecchi compagni di scuola,la mia voglia di rock era tornata prepotente. Incidemmo quasi dal vivo in studio un paio di nostri cavalli di battaglia,Rio Hondo e Long Knife Jackson in versione molto più "cattive".Sono molto contento di tutti i brani,un po' meno dell'incisione,ma la sostanza c'é. Rain in the Face, Big Knife, Billy the kid sono brani da riproporre live con la mia nuova band.


Nelle liner notes del come back dei Pueblo inviti Crosby ad entrare nella band...come mai?

Crosby é solo il soprannome di Fabio Spruzzola,il terzo Pueblo.......era uno scherzo
in suo onore.


Veniamo a West Coast Hotel. Il disco è molto bello, intenso e suonato magnificamente. Lo vedo come una sorta di raccoglitore stilistico, c'è il rock, il jazz, il folk e appunto quasi come fosse una sorta di fusion la west coast. La tua idea di West Coast si è dunque evoluta come quella, ad esempio dei CPR, spaziando dal rock al jazz. Tutto questo è un punto di arrivo per te (visto che già nel 1984 avevi sperimentato questo sound) o una sintesi da cui ripartire artisticamente?

E' vero West Coast Hotel é un vero e proprio contenitore di tutte le mie esperienze,gli stili,i suoni,il mio mondo musicale che ho costruito durante la mia carriera, dal folk, al rock,al blues,al jazz. Il disco é suonato ed arrangiato benissimo e nei siti americani é stato accolto in maniera entusiasta, con mia grande sorpresa,non per niente,senza falsa modestia, nel sito Bluedesert.dk che é una specie di bibbia della West Coast music appaio insieme a Michael McDonald, Kenny Loggins, Bill La Bounty, Marc Jordan ecc... é stato un onore per me,unico italiano........God
bless you. Ho ricevuto i complimenti anche dal mio amico Robbie Dupree!


Perché hai scelto questo titolo, West Coast Hotel?

E' semplicemente uno state of mind,un titolo legato all'immagine della cover di Ettore Buganza scattata a L.A. e al mio amore per la California dove abitano da anni
i parenti di mia madre. Se un giorno me ne andrò dalla mia città (Milano)mi piacerebbe sistemarmi a Santa Barbara.


Anche in questo disco ci sono molto ospiti in particolare Paolo Fresu e Walter Calloni..quanto hanno influito nel sound complessivo?

Sono dei colori,aggiungono classe alle mie composizioni, con le porcherie che sentiamo alla radio ogni giorno, gli ascoltatori dovrebbero infilarsi una buona cuffia e riconoscere il suono di Fresu,così come si riconosce quello di Miles Davis o di Chet Baker.


Ho parlato prima di fusion, Blue Heart, mi sembra la perfetta sintesi di rock ballad intrecciata con il jazz. Come nasce questo brano?

Blue heart é un brano dedicato a Chet Baker ed é un brano che mi dà emozioni ogni volta che lo riascolto. Al basso c'é Stefano Cerri,che con mio grande dispiacere é mancato subito dopo la registrazione e ogni volta che lo risento il mio pensiero va a lui lassù.


La tenue ballata Alaska è degna del miglior Crosby, con la sua tessitura acustica delicatissima. Qual è stata l'ispirazione di questo brano?

Alaska,come quasi tutte le mie canzoni é stata scritta con un accordatura aperta(RE) e le posizioni sono del tutto inventate, alla maniera di Joni Mitchell o David Crosby. L'ispirazione é un sogno ricorrente.....la donna che ami ti sfugge sempre e la devi inseguire dall'Alaska al Messico......ti dicono che l'hanno vista guidare un'auto scoperta e tu continuerai ad inseguirla.


Duffle Jim torna su atmosfere acustiche questa volta più affini agli Eagles di Desperados. Mi sbaglio?

Duffle Jim é una canzone a cui sono molto legato, quì é in una versione più arrangiata, ma io continuo a preferire la prima versione che ho inciso in studio alle due di notte da solo con la mia martin, ha una magia particolare,irripetibile.


Il brano di apertura The Last Goodbye sfiora il blues, un condimento in più al sound o semplice scelta stilistica a livello compositivo?

Mai come oggi il blues é nel mio cuore. Ho cominciato a cantare blues e rock e adesso,come sempre,torno alle mie radici,ai dischi che ascoltavo da ragazzo John Mayall con Eric Clapton,Sonny Boy Williamson, Mike Bloomfield.


Ci parli del tuo processo creativo? Come nascono i tuoi brani?

E' qualcosa che viene improvvisamente da dentro, non so mai come e quando,ma quando arriva le mie dita si muovono da sole sulla tastiera. Strofa, ponte,inciso, due righe con il titolo, ed ecco é un nuovo pezzo. Wow! Feel like making love!


Non suoni dal vivo da molto tempo, porterai in tour West Coast Hotel?

Sì,stavolta,a Dio piacendo,tornerò sul palco. E' passato troppo tempo, per molti anni sono stato a scrivere nella mia mansarda come Nick Drake. A skin too few. Adesso il rock e il blues si agitano dentro e Paul Rodgers chiama. Tornerò con la MAX MEAZZA BAND con l'amico Lucio Bardi.


Pur lavorando non hai mai abbandonato la musica incidendo con regolarità molti dischi, quanto conta per te adesso la dimensione live della tua musica?

Ho deciso di dedicarmi soltanto alla mia musica,non ho più molto tempo ed é meglio morire sul palco povero,che ricco dietro ad una scrivania.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Stai componendo nuovi brani?

Stiamo facendo la promozione di West Coast Hotel, sono stato a Controradio a Firenze dall'amico Ernesto de Pascale per la trasmissione "Il popolo del blues" due ore che
potrete ascoltare sul network di Radio Popolare credo il 25 0 26 novembre. Suonerò acustico insieme a Claudio Bazzari e Lucio Bardi a RockFiles di Ezio Guaitamacchi su LifegateRadio. Poi Rock FM dal'amico Fabio Treves.

Speciale Massimo Priviero


La poesia rock cantata da Massimo Priviero

di Salvatore Esposito

Massimo Priviero è uno dei più onesti e colti cantautori rock italiani, le sue canzoni hanno da sempre avuto uno spessore artistico che va ben oltre la semplice musica estendendosi sino alla poesia ma soprattutto la storia, di cui il rocker veneto è fine conoscitore. Il suo ultimo album, Dolce Resistenza, ha raccolto consensi di pubblico e critica, proprio per questa sua capacità di fondere la storia con la poesia e con il rock. Questa volta però, Massimo Priviero, si è lanciato in un impresa non da poco. Un disco di cover o meglio in un disco contenente le interpretazioni personalissime di alcuni dei classici del rock e non solo che lo hanno influenzato nella sua carriera artistica. Rock & Poems, questo il titolo del disco, contiene e sintetizza magnificamente un pezzo di storia del rock, rileggendola in modo eccellente e soprattutto con quella passione e quell’amore che contraddistinguono un appassionato. Rock & Poems, è così un regalo a se stesso ma anche ai fans nel trentennale della sua carriera artistica, un personale greatest hits della storia del rock in cui è tornato alle radici della sua ispirazione artistica. Ne abbiamo parlato con lui in questa intervista…

Come nasce Rock & Poems? 
"Rock And Poems" è il bisogno di ritrovare e di "ribaltare" le mie radici musicali che sono principalmente in certo rock, blues e folk. Credo che certe canzoni e certa musica siano state da linfa e da riferimento non confinabile ad un paese preciso, anche se ad un paese preciso fanno riferimento. Sono un patrimonio del mondo, sono spesso cultura popolare, sono musica e poesia con cui ci siamo formati e che sono diventate parte della nostra vita spesso e volentieri cambiandola. Mi spiego...la musica e la poesia sono vera libertà e sono quello con cui son cresciuto e che è dentro di me. A quel punto posso ritrovare Dylan e allo stesso modo posso cercare i canti degli alpini della Julia. Senza confini alla mia anima.

Qual è lo spirito che ha animato questo progetto? 
E' il mio nono album, a un anno da un disco come "Dolce Resistenza" che, come si usa dire, è anche andato bene. "Rock And Poems" non centra nulla nè con operazioni commerciali di cantanti o cantautori, nè con raschiamenti di fondi di barile più o meno mascherati. Non rifaccio canzoni di cantautori italiani ma cerco le origini del mio viaggio, di quello stesso viaggio che mi portava da ragazzo a girare l'Europa con la chitarra in mano per suonare molte di queste canzoni per le strade, a volte per pagarmi i miei vagabondaggi. Il termine "cover" non mi piace, anche se è d'uso comune. Gran parte delle canzoni di "Rock And Poems" prendono strade lontanissime dalle versioni originali e ci sono due inediti. E tutto poi gira intorno a un certo uso della voce, a un certo tipo di emozione e di energia che prediligo, sie nelle cose più "suonate" che in quelle più scariche. Facessi Dylan chitarra voce e armonica, per intenderci, sarei un pazzo da appendere al muro. Come se i Green Day avessero fatto Lennon com'era. Invece l'hanno ribaltato e, devo dire, a mio modo di vedere in maniera splendida. Intendo dire che vale se rimani te stesso, magari ritrovando alcuni pezzi di strada da dove sei partito e che sono state pagine del diario tuo e di tanta altra gente. Gente che percorreva la tua stessa strada e che magari non hai mai incontrato ma che la musica ha il potere di far incontare.

Hai scelto dei classici non solo della storia del rock ma anche più in generale della musica pop, quanto è stato difficile confrontarsi con questi brani storici?
Sai, come puoi immaginare mettere le mani sui classici è molto più dura che farlo su pezzi "minori", nel senso di meno conosciuti. Rischi l'osso del collo...ma sono quelle che ti hanno "cresciuto", che sono entrate nella tua vita, verso cui hai un "debito". "The Great Pretender" è una canzone meravigliosa, dallo struggimento fortissimo. Da bambino mi capitava di sentirla canticchiare dagli adulti, viste le mie origini spesso in un inglese con forte cadenza veneta. La ascoltavo mentre girava sui vecchi giradischi e di riflesso la canticchiavo anch'io. In sala l'abbiamo provata in tanti modi, l'abbiamo fatta "rock" suonandola con molta forza. A volte ho dovuto frenare la band quando la suonavamo, un altro po' e ne avremo fatto una versione "Clash"..... l'abbiamo fatta davvero con grande piacere.

Due brani di Bob Dylan, poi Springsteen, Fogerty, Tom Waits, cosa hanno rappresentato questi cantautori per te?
Dylan e in particolare "Freewheelin'" sono state la salvezza e la condanna di un ragazzo che tanti anni fa decise di incominciare a suonare e a scrivere. Chiaro che ho amato molto anche Fogerty e Springsteen, come Young, Waits, Van Morrison e altri grandi. Sono stati per me importanti riferimenti e loro stessi hanno avuto grandi riferimenti prima di loro. La musica è questo. Tu sei te stesso e nello stesso tempo sei parte e figlio di quel che hai vissuto e sentito. Questo vale sempre e a qualunque livello.

Mi ha colpito molto la scelta di Ol’ 55…
Ol' 55 è come sai una canzone del primo Waits. Sono molto legato a questa canzone, come pure ho amato molto i primi Eagles e per questo ho riletto "Desperado". Sono due capitoli di una stessa poetica "solitaria" che mi appartiene molto. E' molto di quello che ero ed è molto di quel che sono rimasto. Non è facile da spiegare, tocca forse corde troppo intime da raccontare, è una cosa che hai negli occhi e che segna i tuoi passi, le tue scelte, spesso molte tue decisioni. I solitari, che in questo mondo spesso diventano i perdenti.....per il "grande pubblico" è anche quel che sei tu, che sono io, intendo, visto che non suono a San Siro o non sono in cima a classifiche, o visto che non sopporto tante e forse troppe cose, visto che non mi sono mai venduto bene. Visto che tanti anni fa me ne sono andato da una grande multinazionale dopo un album "andato" benissimo, prodotto da "Little" Steven Van Zandt, perchè questa gente doveva pilotare il successo di altri, molto più scaltri a vendersi , molto più abili a vendere successi che al mondo dovevano sembrare accaduti per caso o senza spinte particolari. Così è. Ma è difficile spiegare "al mondo" che a volte ci sono dietro delle tue scelte precise, difficile spiegare che hai cercato altro, che hai cercato di salvare il menestrello di tanti anni prima, quello che suonava "Tambourine" nelle metropolitane e non sognava il successo, ma che inseguiva la sua idea di libertà portandosi dietro le sue mappe. Difficile da spiegare. Come è difficile fare rock in Italia senza parlare come si parla al bar. Ecco, ti racconto pezzi di me e ti dovrei dire che "Desperado" è un capolavoro di canzone, ma questo già lo sai. Come "Ol '55". Storie e immagini di solitari e di perdenti. Suonate con forza.

Parliamo dei tuoi due brani inediti ed in particolare di Marchin’ On che mi ha ricordato Phil Ochs.. 
Bellissimo il tuo riferimento a Phil Ochs, un grande poeta davvero, conosco quel disco...Se avessi su un cappello me lo toglierei! Quando registrai "Dolce Resistenza" avevo in testa anche la versione inglese dell'album, non è stato difficile, è stato molto naturale. Così sono uscite "Resistance" e "Marchin'On". Sono due canzone estreme e sono parte della poetica a cui sono più vicino, sono due "modi di resistenza" apparentemente lontani che però si ritrovano nel bisogno di vita che va oltre tutte le cose, e che vedi nella marcia del soldatino in mezzo alla neve e nei due amici-fratelli che corrono guardando il mondo che è corso più in fretta di loro, ma che non è riuscito ad ammazzare il loro patto, il loro legame. Chitarre distorte e fisarmoniche, fisarmoniche e chitarre distorte. Due anime che volano vicine, credimi.

Oltre ai tuoi due brani inediti ci sono anche due traditional, ce ne puoi parlare?
Lily l'anno fatta in tanti di quei modi! Penso sia uno dei moduli melodici più belli che esistono nella tradizione popolare...è una canzone d'amore così malinconicamente toccante, maledettamente e stupendamente irlandese. Oh, la potevo immaginare rifatta da Knopfler o da una qualsiasi scalcinata band da pub e un po' mi si arrossavano gli occhi comunque, quando la provavo. Alla fine, come hai sentito, siamo anche saliti di un tono e abbiamo aperto una chitarra distorta, per darci una botta finale al cuore, senza remissione. Vedi anche lì, fisarmoniche e chitarre distorte. Dio, se sapessi suonare la fisa sarei un uomo felice. Su "We Shall Overcome" cosa ti potrei dire...è l'unica "cover", come si dice, che facciamo nei concerti ormai da diversi anni, insieme a "Chimes Of Freedom", e che si aggancia ad una mia canzone. Ne abbiamo inciso questa versione "minimale", praticamente piano e voce. E' una canzone che ha dentro un vero bisogno di libertà, a me arriva sempre come un canto che "si canta" da solo..non so, come se tu lo facessi magari di notte quando torni a casa in macchina e ti ritrovi a modulare qualcosa prima sottovoce e poi un po' più forte e vai avanti per un po' senza fermarti ma sentendoti un po' meglio, per ragioni che non sai mai...

Ci sarà un volume due di Rock & Poems?
Non ho idea al momento se ci sarà un volume due, ti dirò che è stato doloroso e difficile per me non includere nell'album delle versioni di Young, di Browne e di Drake, per esempio, che erano già a buon punto. Certamente faremo il possibile anche per portarlo fuori dall'Italia e nei concerti che faremo prepareremo anche uno "spazio" preciso dove suoneremo buona parte di questi classici, ovviamente attraverso questa rilettura. Come hai sentito è un album dove credo e spero tu possa trovare molta forza, molta emozione, spesso molta poesia, ed è fatto, come dicevano tempo fa con tanto "sangue, sudore e lacrime". Spero che piacerà alla mia gente e spero che piacerà anche a chi, come me, è molto figlio di questo modo di fare e di scrivere musica. In qualche modo, per quel che mi riguarda, un po' glielo dovevo. Certamente so che lo dovevo a quel menestrello di cui, un po', prima ti raccontavo.

Massimo Priviero - Rock & Poems (Universal)
Massimo Priviero è uno dei più onesti e colti cantautori rock italiani, le sue canzoni hanno da sempre avuto uno spessore artistico che va ben oltre la semplice musica estendendosi sino alla poesia ma soprattutto la storia, di cui il rocker veneto è fine conoscitore. Il suo ultimo album, Dolce Resistenza, ha raccolto consensi di pubblico e critica, proprio per questa sua capacità di fondere la storia con la poesia e con il rock. Questa volta però, Massimo Priviero, si è lanciato in un impresa non da poco. Un disco di cover o meglio in un disco contenente le interpretazioni personalissime di alcuni dei classici del rock e non solo che lo hanno influenzato nella sua carriera artistica. Rock & Poems, questo il titolo del disco, contiene e sintetizza magnificamente un pezzo di storia del rock, rileggendola in modo eccellente e soprattutto con quella passione e quell’amore che contraddistinguono un appassionato. Priviero non è nuovo ad interpretazioni di classici della musica rock, già nel bellissimo Testimone aveva riletto in italiano Eve Of Distruction di Barry McGuire e inoltre da tempo, ben prima che la riscoprisse un certo Springsteen, esegue dal vivo una magnifica versione del traditional We Shall Overcome. Rock & Poems, è così un regalo a se stesso ma anche ai fans nel trentennale della sua carriera artistica, un personale greatest hits della storia del rock in cui è tornato alle radici della sua ispirazione artistica. Si parte ovviamente da Bob Dylan, con una strepitosa Chimes Of Freedom riletta in una versione assolutamente originale quasi fosse uno spooken word, segue Sound Of Silence di Simon & Garfunkel, la poesia di Tom Waits di Ol’ 55 (resa celebre dagli Eagles) e ovviamente si giunge a Springsteen con The Promise Land, riletta con piano e fisarmonica a tessere una trama sonora splendida. Si torna poi a Bob Dylan con Blowin’ In The Wind, che apre la strada a The Great Pretender e a due classici del rock ovvero Desperado degli Eagles e Have You Ever Seen The Rain dei Creedence Clearwater Revival. Completano il lotto delle interpretazioni due traditional, Lily Of West e We Shall Over Come. A soprendere però sono i due inediti inclusi nel disco, ovvero le versioni in inglese di due brani presenti in Dolce Resistenza, Marcin’ On e Resistance, entrambi svelano un lato completamente diverso di Priviero, ovvero la sua grande abilità di maneggiare poeticamente la lingua inglese. Di tratta di due piccole gemme che si amalgamano perfettamente con i tanti classici del rock presenti in questo disco. Era un impresa coraggiosa, Rock & Poems, Massimo Priviero l’ha superata con il suo solito slancio rock e tanto coraggio.

Salvatore Esposito



Massimo Priviero - Sulla Strada (Universal)
Dopo vent’anni di onorata carriera Massimo Priviero, ha deciso di raccogliere in un disco antologico sedici brani del suo songbook, tutti risuonati e riarrangiati con la sua nuova band, alla quale per l’occasione si è unito anche l’ottimo Michele Gazich al violino. Sulla Strada, questo il titolo del disco non è da considerarsi come un operazione meramente commerciale, ma ha tutti i contorni di un desiderio da parte del cantautore veneto di far riscoprire le sue canzoni, dopo il recente successo di dischi come Testimone e Dolce Resistenza. Gli ingredienti per un disco di tutto rispetto ci sono tutti, il suo songwriting sempre molto affine al blue collar rock, la sua ottima band e soprattutto una voce oggi molto più matura e decisa nell’interpretare brani il cui successo risale anche ai primi anni della sua carriera. Oltre a tredici brani scelti dal suo repertorio il disco presenta tre brani nuovi ovvero Bellitalia, Volo e la splendida Addio Alle Armi, quest’ultima ispirata al romanzo omonimo di Ernest Hemingway e che prosegue il filone sulla guerra aperto da Nicolaievka in Testimone. Il disco mette dunque in fila brani risalente agli anni ottanta come San Valentino, Bambina di strada, Nessuna resa mai, Angel e L'ultimo ballo ma anche cose più recenti come Giustizia e Libertà, I Segni del Tempo, la già citata Nikolaievka, Diluvio, l’affascinante Strada Del Davai e Dolce Resistenza. Nel complesso i brani si integrano e si amalgamano alla perfezione al livello sonoro ma ciò che colpisce è la crescita intellettuale di Massimo Priviero come autore, infatti i brani più datati, pur godendo di un fascino tutto loro, sembrano soffrire di fronte ai brani più recenti, che mettono in evidenza come sostanzialmente le istanze espressive del cantautore veneto si siano evolute verso la canzone d’autore molto più colta e personale. Sulla Strada è dunque l’occasione giusta per conoscere il cantutorato di Priviero e di apprezzarne tutta la sua evoluzione.

Salvatore Esposito