Intervista a Dario Muci
Autori Vari, Alan Lomax in Salento, Kurumuny
Franca Masu - Uniques (Aramùsica)
George Merk - X (Tube Jam Records)
Freestone - The Temple of Humanity (Pink Records)
Ciansunier - Canzoni da Osteria Volume, 8 (Vernante)
Buddy & Julie Miller - Written in Chalk(New West/I.R.D.)
Blanchard & Ricciardelli - Londonbound (Sketch)
giovedì 29 aprile 2010
Indice numero 01/2010
Intervista a Dario Muci

In una splendida giornata di fine agosto, abbiamo incontrato ad Otranto, Dario Muci, fondatore insieme a Massimiliano Morabito e Giancarlo Paglialunga de la SelentOrkestra, con lui abbiamo parlato della sua carriera, delle sue ricerche e i suoi prossimi progetti.
Come è nato il tuo amore per la musica popolare, quali sono stati i tuoi primi passi attraverso la tradizione?
L’amore per questa musica mi è stato trasmesso da mio nonno Carmelo Marsano, un contadino, un mandataro. Nel Salento non c’era innamorato che non portasse le serenate alla propria donna, ma questo non poteva essere fatto direttamente e c’era bisogno di un cantore che eseguisse questi canti, il mandataro appunto, una sorta di messaggero d’amore che cantasse sotto la finestra dell’amata. Poi c’è stato l’incontro fondamentale per la mia carriera con il maestro Luigi Stifani, un barbiere, un musicoterapeuta che con il suono del suo violino alleviava e curava il morso della taranta. Il fascino della sua musica, le voci dei cantori e l’amore per la tradizione hanno accresciuto via via il mio amore per la musica del popolo, la musica popolare. Così nel 1997 fondai il mio primo gruppo, Dakkamè, con cui ho inciso Nauna. Successivamente ho avuto modo di collaborare con Officina Zoè, Uccio Aloisi, Enza Pagliara, realizzando colonne sonore per film, documentari, teatro. Etc. In parallelo ha preso vita nel 2002 anche il progetto SalentOrkestra insieme ad altri musicisti.
Puoi parlarci della SalentOrkestra…
Questo progetto è nato con l’obiettivo di riscoprire la tradizione popolare attraverso brani originali, ampliando il contesto a tutta la cultura del Mediterraneo ed aprendoci quindi ad influenze greche, balcaniche, che si potessero amalgamare con la pizzica. Abbiamo intrapreso questo percorso, anche per dare voce a quell’espressione di dolore del popolo, dei migranti, degli sfruttati e non abbiamo fatto altro che studiare i brani tradizionali così come ci venivano dagli informatori e nello stesso tempo cercare di amalgamarli a nuovi suoni e a stili musicali diversi.
So che hai lavorato anche con un altro gruppo i Mayis…
Nel 2005 con Valerio Daniele, Vito de Lorenzi, Giuseppe Spedicato e Raffaele Casarano abbiamo fondato questo gruppo, che propone uno spettacolo del tutto nuovo fatto di brani inediti e classici della tradizione salentina. Insieme a loro e ad altri musicisti ho inciso il mio primo disco come solista, Mandatari. L’incontro tra personalità musicale di Valerio Daniele è più orientata verso suoni contemporanei e la mia matrice più popolare ha generato una proposta musicale nuova, orientata verso sonorità acustiche nella quale confluiscono elementi di musica popolare, ma anche di altri generi come il jazz. Abbiamo cercato di mescolare le sonorità mediterranee con elementi più moderni, senza però perdere di vista la tradizione, mantenendo integri i testi, le melodie tradizionali, le tessiture armoniche su cui è stato suggestivo adagiare sonorità jazz e su cui è molto interessante anche apprezzare l’improvvisazione estemporanea.
Tornando alla SalentOrkestra, ci puoi parlare di Centueuna?
Il nostro primo disco Centueuna è il risultato di quel percorso nelle sonorità del Mediterraneo di cui ti parlavo prima. E’ stato soprendente esplorare sonorità di terre che sono a noi vicinissime come la Grecia e l’Albania. Nel gruppo c’è Redi Hasa, violoncellista albanese da tempo trapiantato nel Salento che ci ha permesso di scoprire tantissimo della sua musica e che ha contribuito in maniera determinante a questo progetto. La tradizione salentina è stata un punto di partenza da cui partire per attraversare il “Grande Mare Bianco” come lo chiamavano gli arabi, il Mediterraneo, su cui il Salento è sempre stato un crocevia di culture. Questo passaggio è avvenuto in modo molto naturale, volevamo scoprire la radice dei suoni, volevamo recuperare le voci, gli strumenti e le sonorità radicate nel tempo, lasciate a noi dai popoli che hanno percorso e conquistato questa terra. Per raggiungere questo risultato, c’è voluta un intensa attività di ricerca sul campo, effettuata a diretto contatto con le persone.
Ascoltando il disco mi ha colpito moltissimo Jetoi…
E’ un brano importantissimo per la SalentOrkestra, di cui io ho scritto il testo e Redi Hasa la musica. Abbiamo scritto questo brano per la colonna sonora del film-documentario omonimo di Mattia Soranzo ed Ervis Eshja, che racconta della tragica vicenda di una nave di profughi albanesi affondata dalla Marina Militare Italiana. E’ un brano di grande impatto emotivo, le note, il testo, l’atmosfera trasmette dolore, disperazione per quella tragedia che poteva essere evitata, che era necessario evitare. Così non è stato e questo brano vuole essere una denuncia ma allo stesso tempo un tributo a tutti coloro che hanno perso la vita per cercare la libertà in un’altra terra.
Nel disco sono presenti vari canti d’amore come Alla Ripa De Lu Mare e T’aggiu Amata Comu Na Rosa…
Abbiamo scelto questi canti d’amore perché è necessario riscoprire questo lato particolare della musica saletina, che non è solo pizzica ma anche tanto altro. Abbiamo rielaborato i testi, gli arrangiamenti e il risultato è, secondo me, positivo perché abbiamo fatto emergere la vera anima di questi brani
Nel disco c’è anche un altro brano originale la Ninna Nanna…
Come ti ho detto, i brani originali nascono da un grande studio sulle fonti tradizionali ed un esempio è la bellissima e dolcissima Ninna Nanna composta da Gianluca Longo. Lui è riuscito ad elaborare un testo molto bello ed intenso, così come la musica.
Parliamo delle pizziche, ovvero Tarantella A Cumpà Uccio, L’Indiavolata e Nella…
Tarantella A Cumpà Uccio è un tributo a Uccio Aloisi, uno dei nostri miti, uno degli ultimi custodi della tradizione e non potevamo non celebrarlo in qualche modo. L’Indiavolata invece è tratta dal disco di Massimiliano Morabito, Sende Na Rionette Sunà e deriva dal repertorio di Luigi Stifani. Nella invece è una sorta di collage di strofe di varie pizziche, messe insieme con una particolare attenzione alla parte ritmica.
Qual è la differenza sostanziale tra Mandatari e Centueuna?
La differenza che c'è tra Mandatari e Centueuna è che sono due modi diversi di intendere la tradizione con il primo cerco di reinventarla secondo canoni nuovi, mentre con il secondo abbiamo cercato un contatto diretto con la terra, abbracciandoci anche a tutto quello che il mare ci porta.
Veniamo al tuo importantissimo lavoro di ricerca per Kurumuny con cui hai pubblicato lo splendido libro dedicato alle Sorelle Gaballo…
Ho conosciuto le Sorelle Gaballo grazie ad un amica, nipote delle sorelle. Sapendo che io ero un musicista e mi occupavo di musica popolare, questa mia amica mi disse che le zie cantavano in modo particolare e spesso durante le feste di famiglia. Le dissi che dovevo conoscerle assolutamente e dopo aver organizzato, finalmente ebbi modo di ascoltarle. Ci sono voluti due anni di durissimo lavoro di prove, un lavoro di sgrossamento, perché in qualche modo avevano anche imbarbarito il loro modo di cantare, tuttavia sono riuscito a recuperare lo spirito vero del loro canto polivocale. Ho provato più volte a cambiare le strutture a seconda delle loro voci, ogni volta il risultato era stupefacente. Era magia pura. Sono donne che hanno vissuto la vera ruralità, che hanno raccolto il tabacco, il grano, che hanno zappato la terra. Sono donne che vivono ancora questa ruralità. Durante gli anni dell’emigrazione si erano trasferite in città, ma poi hanno fatto ritorno al loro paese natale, Nardò , dove vivono tutt’ora. E’ una cosa senza tempo… Hanno imparato il canto contadino dalla loro mamma, suonatrice di organetto e dal loro papà, che cantava. Sono quattro voci diverse, arcaiche, quattro voci con quattro modi diversi di approcciare i vari brani, tra loro armonizzano, ti trasmettono i loro sentimenti, il tutto a cuore aperto. Averle conosciute, averle studiate, aver trascritto i loro canti con l’etnomusicologo Giuseppe Spedicato è stato come scoprire un tesoro, del quale nessuno ne sospettava l’esistenza. Dopo la morte di Luigi Stifani, Tora Marzo, Cesare Monte e tante altre personalità forti e interessanti della tradizione musicale locale, tutti pensavano che la zona di Nardò avesse esaurito il suo patrimonio musicale ed invece non è stato così. Quest’anno le Sorelle Gaballo hanno aperto il concerto de La Notte della Taranta e non senza preoccupazione mi sono deciso ad invogliarle ad andarci, salvo però affidarle ad Enza Pagliara per evitare loro un impatto con quella realtà così diversa, così mediatica.
Ci sarà un seguito per questo lavoro di ricerca?
E’ già pronto il secondo volume che conterrà anche delle parti strumentali eseguite dai due fratelli, e poi ho in preparazione un terzo lavoro di ricerca dedicato al folk della terra di Nardò. Aggiungo infine la pubblicazione di un mio nuovo progetto che uscirà nell’etate 2010, dal titolo “Sulu…un uomo del Sud”.
Autori Vari, Alan Lomax in Salento, Kurumuny, 2007, pp.108, Euro 12.00

Franca Masu - Uniques (Aramùsica)

Nata ad Alghero, città fortemente influenzata dalla cultura catalana e portoghese, Franca Masu, figlia del pittore Manlio Masu, ha vissuto tutta la sua vita a contatto con l’arte e dopo aver a lungo praticato la musica jazz nel 1997 si ha intrapreso un percorso di ricerca attraverso le radici musicali del Mediterraneo ed in particolare della Sardegna. Lentamente è stata travolta dalla passione per le sonorità della penisola iberica e allo stesso tempo ha riscoperto l’antico catalano che da secoli sopravvive nella sua Alghero. Nel 2001 debutta con El Meu Viatge, il suo primo disco cantato in catalano e prodotto da Mark Harris, seguono poi a brave distanza Alguímia e Acquamare, fino a giungere all’ultimo album, il bellissimo Hoy Como Ayer del 2008. Uniques, è una raccolta di sette brani estratti dai primi tre dischi che illustra tutto il percorso artistico della Masu fatto non solo di grande ricerca ma soprattutto di ottima musica. Ascoltando brani come Mès a Prop e L’Alè dal primo album si comprende sin da subito che la particolarità dello stile della cantante sarda sta nel fatto di riuscire ad interpretare la tradizione con un tale livello di eleganza da poter competere anche su versanti più commerciali. Lo stile vocale della Masu è dunque mirato tutto sulla potenzialità del suo canto che, senza voler risultare cacofonici, incanta quando si abbandona a vocalizzi liberi sulle onde degli eccellenti arrangiamenti confezionati dai suoi musicisti. I due brani estratti dal secondo disco Alguímia, ovvero L’esperanca e Venu ancorada, si pongono in continuità con quanto fatto nel primo disco ma vi aggiungono forse più personalità, il suono si fa più evocativo, il suo cantato più convinto e profondo, il tutto a beneficio delle atmosfere che ora spaziano dalle sponde della Catalogna alla Sardegna per passare al Portogallo e al fado. Sa mama ‘e s’abba e Mirant èstrelles, estratte da Acquamare ci svelano come il percorso di ricerca della cantante Sarda si sia allargato, e abbia tanto acquisito un taglio sempre più personale ma anche una forte dose di eclettismo che l’ha condotta a mescolare fino a confondere tutte le influenze musicali a lei più care, fino a crearne un suono personalissimo. L’unica pecca di Uniques è che la sua diffusione è molto limitata e soprattutto ha la pecca di non contenere nessun brano dall’ultimo disco della Masu, tuttavia la bellezza e la forza delle sue canzoni ci fanno dimenticare ogni cosa, mentre ci abbandoniamo in questo viaggio lungo le coste del Mediterraneo.
Salvatore Esposito
George Merk - X (Tube Jam Records)

Freestone - The Temple of Humanity (Pink Records)

Nati intorno alla figura dell’eclettico cantautore e polistrumentista, Harm Timmerman, gli olandesi Freestone sono una band di prog rock che mescola influenze che partono dal jazz e arrivano a toccare la musica ambient, il folk e il pop ammiccando tanto ora ai Pink Floyd ora agli Enigma ora al prog inglese. L’originalità della loro proposta musicale non si limita però al solo stile, davvero originale e suggestivo ma si allarga anche alle tematiche trattate nel loro album di debutto, The Temple Of Humanity, un concept album in cui viene illustrata la storia dell’uomo, il suo rapporto con la religione, la tradizione, il mito e i simboli ancestrali. E’ dunque un viaggio attraverso l’arte, la filosofia, la letteratura, in un continuo scorrere di suggestioni musicali che sottolineano in modo eccellente anche i passaggi più criptici dal punto di vista prettamente letterario. Il disco si apre con Turn The Key, una rock ballad che attraverso chiaroscuri letterari ci schiude le porte a questo viaggio, in cui incontriamo il trascinante uptempo della misteriosa Children Of The Window, l’evocativa Out Of The Dark ma soprattutto la splendida The Ancient Of Days, un brano jazz rock in cui si apprezza il contrasto tra i beat elettronici e il sax suonato da Alex Simu. Un discorso a parte lo merita Documentum Intellige, brano che parte con lo splendido piano suonato da Cas Straatman e sfocia in suggestive atmosfere che ricordano vagamente gli Enigma con il coro “da chiesa” composto da membri dei Toonkunstook Beer e Tight Bars. Il disco si fa poi più soffuso nelle sonorità con lo strumentale Seven Step Staircase che introduce all’emozionante Walking Through This Sacred Place. Particolarmente interante ci sembra anche la title track un brano dal crescendo ritmico in cui brilla l’ottimo intreccio tra piano e sax sostenuto in modo elegantissimo dal drumming di Theun Suphert. Chiudono il disco Pathway On My Own e la tenue Tracing To The West. Insomma The Temple Of Humanity è un disco che incuriosce ad ogni ascolto tanto per la cura con cui sono state saggiamente mescolate le varie influenze musicali quant’anche per l’inusule filo conduttore che lega tutti i brani.
Salvatore Esposito
Ciansunier - Canzoni da Osteria Volume, 8 (Vernante)

I Ciansunier sono nati con il preciso scopo di riscoprire un universo musicale, quello del liscio, che negl’anni Settanta ed Ottanta era stato ingiustamente derubricato da musica popolare, e quindi con una solida tradizione alle spalle, ad intrattenimento da balera. Scavando nella tradizione italiana, francesce e occitana, i Ciansunier, nel corso degl’anni, hanno riportato alla luce canti di osteria della tradizione piemonese e non, storie di alpini e bersaglieri, di "amanti che si lasciano" e di "belle che si maritano", fino a creare con la loro discografia un vero e proprio corpus di riproposta. La loro serie di dischi con canzoni da osteria, è così arrivata al numero otto, e sulla scia di quanto fatto in passato, anche in questa occasione hanno messo insieme sedici brani che spaziano dai canti tradizionali a Sfiorisci Bel Fiore di Jannacci, il tutto ovviamente legato da un filo comune sia tematico sia stilistico. I Cansunier, sono un collettivo di musicisti, molto aperto alle collaborazioni e oltre alla line up classica composta da Loris Cavallera (voci e chitarra acustica), Paolo Marchesi (voci e Moretti 66cl), Alberto Giuliano (Fisarmonica), Fabrizio Carletto (basso) Danilo Dalmasso (rullante) Marco Lamberti (Chitarra acustica e classica), per incidere questo Volume 8 della loro produzione si sono uniti alla band, Michele Gazich al violino, Roberto Tentori alla fisarmonica e Andrea Cavalieri che partecipa alla voce in genovese a Canterò. Ascoltando questo nuovo disco, si viene letteralmente immersi in un atmosfera senza tempo. Immaginate dunque, tovaglie a quadretti, caraffe o fiaschi di vino rosso, carne alla brace, il tutto a far da sfondo a brani come L’Arsignol che apre il disco o a Gira L’amore, un brano ballabile che con il suo ritmo saltellante ci introduce nell’alla festa. Ogni nota di questo Volume 8 suona spontanea e vitale, quasi le registrazioni fossero il frutto di sedute di registrazioni improvvisate. Andando più a fondo si scopre che il suono è molto ben delineato e tutti gli strumenti contribuiscono a rendere più vera l’atmosfera di festa da osteria. Tra i brani più belli vanno citati senza dubbio Qui Comando Io, Paese e la splendida Sfiorisci Bel Fiore di Jannacci, anche se la palma del miglior brano del disco spetta senza dubbio a Miniera di Bixio e Cherubini. Insomma se avete voglia di immergevi nella scanzonata atmosfera di un’osteria, tra vino rosso e canzoni, questo disco farà certamente la vostra felicità. Il Volume 8 della saga dei Ciansunier è una prelibatezza per palati fini, proprio come un piatto di buon arrosto da osteria.
Salvatore Esposito
Buddy & Julie Miller - Written in Chalk(New West/I.R.D.)

Blanchard & Ricciardelli - Londonbound (Sketch)

domenica 25 aprile 2010
Slow Study - Will T. Massey (Will T. Massey)

Vinicio Capossela - Nel Niente Sotto Il Sole (Atlantic/Wea)

Tony Joe White - Live from Austin, Texas (New West/IRD)

La storia musicale di Tony Joe White parte dal 1968, quando pubblicò il suo disco d’esordio Black & White per la Monument (allora famosa per i dischi di Roy Orbison), e che ben presto divenne una sorta di manifesto di quel genere “indefinibile” che mescola country, soul e rock. Tony Joe White con quello che fu poi definito swamp rock, aveva dato nuova linfa al country ma allo stesso tempo si era insinuato nella soul music ormai orfana dei giorni d’oro della Stax. In particolare fu Polk Salad Annie, che gli diede la spinta verso il successo, soprattutto perché fu scelta da Elvis Presley per essere reincisa da lui. A Presley si accodarono poi tanti altri artisti famosi come Dusty Springfield e Salomon Burke, fino a raggiungere attualmente il numero di duecento. Parallelamente al suo nuovo album, Uncovered, è uscito per la New West un disco e un dvd che raccolgono un intero concerto realizzato da White, nel 1980 per il programma tv Austin City Limits. Si tratta di una performance eccellente, che vede scorrere brani straordinari come la già citata Polk Sald Annie, la altrettanto famosa Willie and Laura Mae Jones, e alcune perle dimenticate come Swamp Rap, Redneck Woman e una strabordante Mama Don’t Let Your Cowboys Grow Up To Babies. Il vertice del disco è però una fantastica resa di Rainy Night in Georgia, che conferma come Tony Joe White nonostante le non eccellenti doti vocali sia una delle colonne dell’American Music.
Salvatore Esposito
Artisti Vari - Wounded Heart Of America - Tom Russell Songs (Hightone)

Halfway - Remember the River (Laughing Outlaw Records )

Sancto Ianne - Mò Siente (FolkClub Ethnosuoni)

Robert Gordon & Chris Spedding featuring The Jordanaires - It’s Now or Never (Ryko/Audioglobe)

Speciale Riserva Moac


Intervista a Max Meazza

Speciale Massimo Priviero



