BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

lunedì 11 ottobre 2010

Alessandro Ducoli, una mina vagante nel cantautorato italiano

Attivo ormai da un decennio, Alessandro Ducoli è un eclettico cantautore dallo stile imprevedibilmente originale, che mescola rock e musica d’autore in uno stile sempre pronto a sorprendere. I suoi dischi non sono semplici raccolte di canzoni, ma piuttosto delle sorprendenti opere concettuali, introdotte spesso da un racconto nel quale si rintracciano le varie ispirazioni e caratterizzate da suggestioni e riflessioni personali. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui della sua carriera, della sua lunghissima discografia ma soprattutto degli ultimi lavori discografici, senza tralasciare una breve retrospettiva sugli esordi.

Come è nata la tua passione per il rock?
E’ nata per caso. Mia sorella maggiore aveva assistito al concerto di Neil Young a Milano. Quello dei lacrimogeni. Mi sembra nel 1987. Il suo resoconto fu perentorio. Neil Young era vomitevole. Ho cominciato così a chiedermi chi fosse Neil Young. Fu allora che chiesi ad alcuni compagni di classe di duplicarmi vari dischi del canadese, Harvest, Zuma, After The Goldrush, Rust Never Sleeps. Di quel periodo però ricordo ben poco a parte i ritornelli di Baglioni e le tette di Madonna. Ricordo che ero un povero pirla che faticava a tenere il passo dei miei coetanei emancipati che partecipavano a concerti, happening serali di ascolto dei dischi lasciati dal cugino che adesso vive in India. Gli anni '80, che oggi in parte ho rivalutato, sono stati un vero calvario. Per la mia presenza scenica, ero più magro di adesso, e avevo una certa dimestichezza con l'armonica, così entrai a cantare in un gruppetto. Gli Springs. De Andrè, De Gregori, U2, Springsteen e anche Like a Hurricane. Una banda di bassissimo livello. Grande passione però. Non credo serva altro per amare il Rock'n'Roll. Il resto è ordinaria follia da rockettaro di provincia. Compreso il periodo Grunge e il classico ritorno alle origini per il ripasso dell'accademia Beatlesiana, di Elvis, Stones e contaminazioni Motown. Abbastanza normale. Molto simile alla faccenda di tanti altri con cui la sera mi trovo a parlare dell'ultimo disco di Mark Lanegan, della perdita di identità del Rock italiano o di come la presenza di Yoko Ono sia stata il triste presagio della nefasta influenza che certe signore hanno avuto sui migliori rocker della storia. I Rocker vivono il Rock'n'Roll 18 ore al giorno. Io suono circa 2 ore, altre 6 in genere scrivo e le altre 10 lavoro. Purtroppo non ho mai avuto il coraggio di seguire la strada del Rock. C'è ancora qualche fantasma nella mia vita e fino a che sarà così non potrò mai dirti cos'è la strada del Rocker. Presto lo sarò, a cinquant'anni forse. Non importa. Un giorno sarò un rocker e saprò dirti cosa significa esserlo con precisione.

Hai parlato di Neil Young come tuo primissimo punto di riferimento. Quanto ha influenzato il tuo songwriting?
… Big john's been drinkin' since the river took Emmy Lou … a volte piango quando riascolto Powderfingher. Le immagini sono lì, da toccare, da vivere. Non stai sentendo un racconto. Nessuno ti sta raccontando niente. Sei dentro nel racconto insieme a tutti gli altri e tieni in mano il fucile. Sai che Big John non beve perché è un ubriacone, beve perché la vita non è stata gentile. Non hai più ventidue anni, se li hai sono sempre troppo pochi, oppure non li hai mai avuti. Sai che sulla barca ci sono dei guai. Sai che non consegnano la posta. A volte sento quasi la stessa paura del ragazzo. So tutto di quella famiglia anche se nessuno di loro mi ha mai raccontato niente. Mi piace pensare che si possa scrivere e comunicare la stessa intensità di sensazioni. Non so se ci riesco nelle mie canzoni ma a volte mi piace pensare che è così. L'ascolto ciclico di Powderfingher ovviamente serve anche a guarirmi dalla presunzione.

Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai pubblicato il tuo primo album, Lolita?
Sono ingrassato e sono sempre più stanco. Suono anche un po' meglio ma continuo ad essere un chitarrista mediocre. Ho preso lezione di canto e me la cavo sempre meglio con i testi. Mi sono laureato. Ho distrutto tre macchine. Mi piace il malto scozzese. Non fumo più e continuo ad essere interista. Odio Baglioni, Giacobbe, Fogli e Pupo. Fiordaliso non esiste. Considero Mogol la causa principale dell'agonia della musica italiana. Sono orgoglioso che la prima canzone che ho imparato a suonare sia The river e non La canzone del sole. Il Grunge mi ha cresciuto onesto e sicuro dei miei sentimenti. Ho scoperto Stevie Wonder e Caetano Veloso. Mi piace Monk. Mi farei un giro con la figlia di Peter Gabriel, per piacere e per opportunità. Al prossimo concerto acustico presenterò una mia personale rivisitazione di Into my arms con chitarra e armonica. Vorrei essere uno degli animali, uno a caso, del booklets di Boys for Pele. Carlito Brigante non ha mai ascoltato Lolita. Adriano Celentano è ospite dei salottini per ricordare il Faber e non consoce il testo di Piero. I miei colleghi comprano due dischi all'anno e i dieci che si masterizzano sono peggio della merda. Gigi d'Alessio è in studio con Tony Levin. Canto con gli Spanish Johnny. Penso che Van Morrison da quando ha abbracciato la fede di Scientology faccia solo dischi pietosi. Rino Gaetano continua a produrre libidine. De Gregori scrive "… ed ho imparato che l'amore insegna ma non si fa imparare …". Spendo più soldi in birra che in vestiti e acconciature. Spendo più soldi in musica che in vacanze. Gli unici giorni di ospedale o di malattia che ho fatto sono attribuibili a contusioni da sabato sera. Ho scritto Come un Setter. Simona Ventura presenta Quelli che il calcio e suo marito è condannato per aver truccato partite. Jannacci nonostante tutto continua a non arrendersi. Ombretta Colli è un grande dubbio. Mi vergogno sempre meno. Rimetto i rimorsi insieme alla birra in eccesso. Mi piacerebbe suonare il piano. Oltre a tutto questo ho trovato dei grandiosi compagni di viaggio e continuo a fare musica e canzoni.

Nei panni di Bacco Il Matto hai inciso Cercatori d’Oro...
Il nostro sito si apriva con il messaggio "il Rock'n'Roll è la nostra principale necessità". Bacco il Matto era il mio pseudonimo SIAE poi adottato nella prima formazione del Bacco e quindi divenuto una figura complessa formata da 4 loschi individui. Qualche mese fa ho scritto una canzone per raccontare l'avventura di Bacco il matto. La canzone, intitolata "Tombstone", la sua spiegazione si apre con queste parole: " … il Rock'n'Roll che diventa metafora. Il Far West lentamente si trasforma nell'america di oggi e il Cow Boy a volte non riesce a capire. La contrapposizione tra l'equilibrio perfetto dei campi di frumento e l'autostrada viene cancellata dal profilo di una signorina sdraiata tra le spighe. Il ritorno a Tombstone diventa un invito per quelli che hanno lasciato il cavallo per la salire sul treno. Per quelli che hanno dimenticato che il Rock'n'Roll non è uno stile musicale ma uno stile di vita". Forse il progetto del Bacco non è ancora finito ma in questo momento le cose sono cambiate rispetto a quel periodo e soprattutto sono cambiate le persone. Bacco il Matto ha navigato per circa 4 anni ogni tipo di palcoscenico proponendo molta energia e grande sentimento.

Sempre in Cercatori D'Oro c'è la splendida Raffaella di Cheap Taylor, ci racconti la storia di questo brano?
Cheap Taylor era in Italia nel '99 per presentare i suoi bootlegs parigini. Mauro Eufrosini era il suo riferimento logistico e gli ha dato "San Marco" quasi per caso. In quel periodo Mauro ci seguiva per procurarci qualche serata. Dopo qualche mese Cheap ha mandato a Mauro un DAT per noi. Su quel nastro c'era una canzone che lui disse di aver scritto in Italia e che gli sembrava giusto che diventasse nostra. Raffaella. Ci sembrava un sogno. Era la giusta ricompensa per dei cercatori d'oro che in quel periodo erano già in studio per registrare un nuovo disco. Abbiamo provato a contattarlo senza mai riuscirci, solo per dirgli grazie.

Qual'è stato il tuo sviluppo artistico e cosa è cambiato nella tua musica in questi anni?
Seriamente questa volta. Non so se si tratta di sviluppo artistico. Forse i cambiamenti sono dovuti al cambiamento della persona. Dal punto musicale, nonostante la fortuna di suonare con musicisti che sanno fare il loro mestiere, credo non sia molto migliorata. Conosco gli stessi tre ritmi di dieci anni fa e suono solo con un po' di precisione in più. Il cambiamento più significativo forse lo osservo nel modo di scrivere. La maturazione non è solo attribuibile alla maggior possibilità di trovare argomenti perché la vita vissuta è un po' di più rispetto a qualche anno fa. Credo sia invece legata alla ricerca lirica di questi anni. Ricerca che continua tutt'ora. Quello che ti ho detto prima riguardo Big John è tutto vero. L'uso della parola dev'essere sacro. Sempre e comunque al servizio della bellezza. Anche se racconta cose brutte. Sempre e comunque per arricchire una figurazione armonica, un ritmo, una melodia. Musicalmente nessuno mi ha mai capito perché ho fatto progetti tra loro molto diversi. Ma nella mia deontologia di canzone "Vito malavita" e "Lulù" raccontano le stesse cose. Sono canzoni e basta.

Come riesci ad indirizzare le tue ispirazioni tra le tue varie anime di Rocker e di Cantautore raffinato?
Si tratta di ossigeno, per me scrivere è una necessità, senza restare legato a nessun genere, ma semplicemente alla necessità di saper adattare la scrittura (anche nel senso filologico del termine) a diversi contesti musicali; è una cosa che mi incuriosisce molto. Quando mi riesce bene è la conferma che quello che ho studiato e amato è servito a qualcosa.

Veniamo alle esperienze più recenti, cominciamo con La Band Del Ducoli, quella che ti ha fruttato la partecipazione alla prestigiosa compilation del Mantova Festival, ci racconti qualcosa di questo progetto?
Mantova ci ha trattato come le pezze del culo. Non mi piace ricordare la Banda del Ducoli partendo da Mantova. Partiamo da Giovanna e dalle sue sorelline. Arcangelo Buelli e Massimo Saviola mi hanno salvato da una brutta situazione. Gravi problemi in famiglia, sul lavoro e il progetto Bacco il Matto finito nel cesso per le priorità di qualcuno (… forse il Bacco ritornerà, ma adesso le priorità sono le mie). Mi avevano già aiutato con Malaspina ed erano incuriositi dal pazzo Ducoli di Ubriachezza molesta e di Io convivo bene con la mia pazzia. Il disco successivo hanno poi deciso di aiutarmi a costruirlo in maniera più decisiva. Le canzoni di Anche io non posso entrare sono praticamente già Banda del Ducoli anche se in quel periodo la cosa non era ancora ufficiale. Il disco è stato arrangiato da Mario Stivala con cui avevo fatto già Malaspina ma molte cose sembravano ancora troppo legate a certe figurazioni ritmiche e armoniche sovrautilizzate nei miei dischi. Massimo e Arky hanno arricchito il lavoro con arrangiamenti nuovi e soprattutto con nuove soluzioni ritmiche e armoniche. Sono stati a loro a chiedermi se ero interessato a promuovere il disco con una nuova Band. Sono stati chiamati Lorenzo Lama alle chitarre e Renato Saviori alle tastiere. Lorenzo era già stato contattato per suonare le chitarre di Anche io non posso entrare e quindi conosceva già praticamente metà del repertorio. Massimo e Arky conoscevano già anche Malaspina. Renato impara un repertorio in un paio di settimane. Ci sono voluti molti concerti per capire il suono e per trovare una dimensione che potesse valorizzare sia il mio personaggio sia la grande forza di una band con un sound non proprio italiano. Un periodo prezioso. In primo luogo sono stato messo di fronte ad alcune lacune assolutamente inaccettabili per chi pretende di essere pagato, anche solo 50 euro a serata, per proporre la sua musica. Sistemati alcuni ulteriori dettagli abbiamo iniziato a scrivere il disco delle taverne. Alcune canzoni erano bozze di idee e canzoni già scritte nell'ultimo periodo. Altre le abbiamo scritte insieme. Il disco era già rodato un anno prima della sua uscita. Abbiamo suonato diverse canzoni nelle più diverse situazioni live. Per cercare di capire la risposta del pubblico a certi pezzi non sentiti. Berlicche e Sgangherata erano canzoni che già ci venivano richieste alla data successiva. Lenta fu eseguita la prima volta al Vamolà di Bologna ci viene ricordata ancora oggi. Altre canzoni erano più complicate e avevano bisogno di più cura. Quando le canzoni erano ormai completamente assimiliate abbiamo deciso di registrarle. Tutto fatto da Arky e da Massimo che in studio, per la cronaca lo studio è di Arky, se la cavano come sul palco. Non so se si può dare una definizione della musica della Banda. La cosa che credo sia più importante è il fatto che il nostro suono conserva grande orecchiabilità nonostante la complessità di alcune soluzioni (non è così naturale come si potrebbe pensare). Questo significa che vengono rispettati sia i capricci narcisi del musico sia l'obbligo di non aggredire il pubblico delle canzoni, perché comunque di questo si tratta, con cose troppo complicate. Forse non è nemmeno vero questo. La complessità dev'essere riferita alla tua unità di misura delle cose. Bisogna però comunque ammettere che l'Italia della canzone oggi non propone grandi ricerche e complessità. Tenco era avanti anni luce rispetto a troppi personaggi che oggi vendono canzoni e vanno in giro a dire a tutti che suonano e cantano. Sostengono di suonare persino i dj (il minuscolo non è una distrazione). La Banda cerca di suonare mettendo il suo bagaglio musicale a servizio della canzone. Il mio mestiere è quello di rendere accessibile a più gente possibile il messaggio. Il resto, come sempre, lo fa il ritmo. Adesso stiamo cercando di capire se il disco delle taverne ha finito il suo corso promozionale (peraltro magrissimo come sempre) oppure se occorre proseguire a promuoverlo perché comunque non lo conoscono in tanti (1300 persone finora). Resta il fatto che abbiamo quasi spremuto le nostre risorse mentali, fisiche ed economiche, peraltro già affossate dall'estenuante lavoro di produzione del disco. Vorremmo verificare ancora una stagione, per poi decidere. Io personalmente spero che la decisione sia per il nuovo disco perché non mi piace aspettare che succeda qualcosa. Ci sono in giro troppi figli, cugini, nipoti, leccaculo e fratelli d'arte per pensare che ci succeda qualcosa. Il materiale per il nuovo disco è già pronto. Vorrei fare un trilogia cantautorale che comprenda tre situazioni tipicamente care al cantautore: la canzone d'amore, la canzone crepuscolare e la canzonetta. Ovviamente tutto condito di sano delirio. Un'opera a scaglioni (come nell'esercito). Ne riparliamo quando la Banda ha metabolizzato il mio desiderio e ha deciso definitivamente di seguirmi in questo suicidio musicale. L'unico vero rammarico che ho è l'assenza di situazioni per suonare dal vivo. Intendo situazioni in cui ti vengono riconosciute almeno le spese o un po' di riconoscenza per aver fatto ballare e bere un po' gente (… anche altro, succede). Credo che questa cosa dipenda più dal fatto che la musica in Italia è in un baratro molto scuro, piuttosto che dall'indisponibilità di spazi. La gente oggi non ascolta musica e non vuole sentirla quando ha del tempo libero. Intendo la maggior parte della gente. Se si occupasse più tempo alla ricerca di un po' di musica (non è vero che costa troppo, se sai cercare costa anche meno di quello che pensi), piuttosto che ai consigli dell'esperto o della "pulizia del viso" e di altre cagate che fino a due anni fà non erano nemmeno presenti nel vocabolario, le cose sarebbero forse migliori. Non importa io continuo a mantenere attiva la mia flora intestinale con del Caol Ila e lascio i fermenti vivi a quelli che stanno fermentando.

Taverne, Stamberghe e Caverne, ci mostra Alessandro Ducoli nelle vesti del cantautore…
Molte canzoni proposte da Bacco il Matto erano già presenti nella parte che se vuoi possiamo definire più cantautorale. Sgangherata, Berlicche e anche Delirio ordinario stavano per essere arrangiate per il terzo disco del Bacco (mai finito). Tom Waits al Tropicana Motel suonava ballads ma era pieno di Rock'n'Roll e di Blues. Mi piace pensare soltanto che una canzone debba servire alla comunicazione. Occorre raccontare qualcosa, ovviamente sperando che ci sia qualcuno disposto a sentirla, perché hai qualcosa da dire. Se usi il Rock o altri stili non importa, il senso è quello. Se poi ti riferisci ad alcune atmosfere latin presenti nelle taverne occorre considerare che comunque quel disco fa parte di un progetto più ampio che non comprende solo canzoni del Ducoli ma di una Banda in cui il Ducoli è canta anche e scrive i testi.

Ho letto che insieme al disco ci doveva essere un libro…
Infatti. Il progetto delle Taverne è un'opera scritta insieme a Marco Quaroni. Il disco è la colonna sonora ipotetica di un lungometraggio ispirato al libro di Quaroni. L'opera nel suo insieme si intitola Uomini delle taverne. Il libro si intitola L'uomo delle taverne e comprende diversi argomenti molto cari sia a me che a Quaroni. Credo che sia un'opera interessante. Sicuramente rappresenta la radiografia esatta del mio modo di vedere le cose. Per capirla fino in fondo ovviamente occorre leggere anche il libro ma non ho quasi nemmeno la mia copia. Bisogna chiederle direttamente la lui. Purtroppo le cose con Quaroni non sono andate come speravo. Sono temprato.

Nel disco è presente un brano nel quale ritorna la Nina di Ho Visto Nina Volare di De Andrè..
… un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena….. Esattamente uguale a Powderfingher. La bellezza mi commuove. Più schifo abbiamo intorno e più le cose belle appaiono grandi. La musica italiana ha bisogno di esprimere questa bellezza. Ce la stiamo sputtanando. Soffriamo ipocrisia. La nostra musica puzza lontano un chilometro di ipocrisia. Io personalmente ne ho pieni i coglioni di gente che scrive canzoni che descrivono realtà assolutamente lontane dalla vita quotidiana di oggi. Anche se si tratta di scrivere questioni intimiste o di denunciare che non sei d'accordo con la realtà, o ancora per protesta. Siamo pieni di canzoni con testi che hanno solo un senso musicale (peraltro mai pienamente calzante con la musica e con il ritmo che accompagna le parole) ma non sai cosa raccontano. Quando te lo spiegano capisci ancora meno. Risultato: la settimana successiva non ti ricordi nemmeno cosa dicono. Si ricordano soltanto fregnacce orecchiabili per decerebrati Quando non si sa più che cazzo fare si fanno tributi a Battisti. Giusto perché Mogol ha ancora bisogno di soldi. Il rock è grande perché ognuno che ascolta Back in black pensa di camminare come un uragano. Tutti quelli che hanno cantato Bobby Jean hanno un amico che avrebbero voluto salutare. Chi cavalca il sabato sera pensa di essere Johnny Yen. Quelli che cantano Rock in the free world si battono ogni giorno perché anche il loro piccolo mondo sia libero. Tutti comunque personaggi che possono essere la tua realtà. Anche se si tratta di altri continenti e di altri sabati sera. Nel rock italiano di oggi puoi riconoscerti in una canzone per qualche settimana, la settimana successiva sei già cambiato. La canzona non va più bene. Io sono stato Johnny Yen 15 anni fa e a volte lo sono ancora oggi. A volte sono Big John. Altre quel pirla del Ducoli. La musica dei cantautori barcolla ma riesce ancora a raccontare qualcosa (anche se molti cantautori oggi sono narcisi peggio di Elton John, che almeno suona come un dio). Gente che scrive testi apocalittici, sentenziosi e autodistruttivi e poi fa colazione con i biscottini della nonna. Gente che parla di grandi sentimenti e poi si spara enormi strisce di cocaina in mezzo alle puttane. L'unica purezza di cui veramente sentono il bisogno è nel taglio della polverina. Iggy Pop dovrebbe fotterseli tutti. Poi ci sono quelli che scrivono secondo gli stilemi del Rock ma non si capisce da che parte stanno. Chiedete a Ligabue se c'è anche solo un 1% dei suoi fans che conosce Neil Young. Io la radio che passa Neil Young non la conosco, non esiste. Nelle sue radio da fumetto cinematografico forse. Bella situazione. Scusate lo sfogo. Comunque De Andrè cantava la bellezza di tutte le cose. Questo è il senso delle cose.

Veniamo al presente, com'è nato il connubio Bogartz e Ducoli?
L'idea di fare un disco insieme ad Andrea Bellicini, basso e voce dei Bogartz, c'era già da un po'. Sempre sospesa fino a quando Davide Sapienza ci ha ricordato che poteva essere curioso ascoltare Ducoli e i Bogartz insieme. Io avevo alcune canzoni rimaste indietro dalle scorribande di Bacco il Matto. Altre cose mi sarebbe piaciuto rubarle ai Bogartz e mettermele addosso. Quindi ho iniziato a parlarne con loro che hanno capito l'intenzione del lavoro e abbiamo costruito Tonight's The Day. Abbiamo iniziato ad arrangiare i pezzi che avevo proposto e a riarrangiare le canzoni che mi erano piaciute immediatamente del loro repertorio. Andrea Bellicini ha scelto dal mio repertorio "Perfetta" per riarrangiarla a loro modo. Insomma uno scambio di idee. La scelta di inserire una cover è nata dalla necessità di segnalare immediatamente all'ascoltatore che i Dogs sono assolutamente schiavi, discepoli o qualcosa di simile, del rock'n'roll. La scelta di "Tonight's the night" era praticamente obbligata. L'arrangiamento che ne ho proposto ai Bogartz è stato subito approvato. Loro hanno completato l'idea e hanno scelto i suoni. Tutto molto immediato. Quasi naturale. Un’escursione in territorio alieno . La cosa è nata per caso perché loro mi hanno sempre preso per il culo per il mio atteggiamento un po' selvatico. La storia di Moody Crow Pit che si legge nel sito dei bogartz è nata proprio così, così come l'idea dei nomi. Sono contento di essere Cletus, Ducoli, Bacco il Matto. Mi piace l'idea. Molti adesso mi chiamano Cletus. Prima mi chiamavano Bacco. Ducolo. Adesso sono Cletus perché pensano che vivo davvero in una palude. Forse è vero. Abbiamo scelto nomi che potessero rispecchiare la personalità del gruppo, ad ogni nome è stato dato un soprannome altrettanto cercato. Il mio soprannome ad esempio è quello di uno Small Batch della Jim Beam. Nella palude non si beve solo fango.

Quanto c'è di istintivo in questo disco, io lo sento rabbioso, folle incontrollato.....
Tutto. The Mud! Come dice Bellicini, dovevamo costruire un pungo di canzoni affamate. I cani che ho in mente io hanno sempre molta fame. La follia non è clinica, è fisica, è solo riconducibile al desiderio di bruciare tutto in un colpo solo .

E' la stessa follia che anima i personaggi del Ducoli?
Certamente. Io più che di follia preferisco parlare di delirio. Per me il deliro è una sorta di follia reversibile. Quindi ti permette anche di sopravvivere a te stesso. Dev'esserci sempre un po' di delirio perché aggiunge teatro alla vita. Credo che la renda più piacevole. Più interessante. La cosa difficile è rendere il delirio, oltre ad assicurarsi che sia reversibile, sempre rinnovabile. Per non ripetersi. Per non copiare se stessi. Finora, senza grandi presunzioni, penso di esserci quasi riuscito.

Di chi è la colpa dell'aria da noir che tira nell'album dei Bogartz o di Ducoli?
Della palude.

Quali sono i riferimenti letterari presenti in Tonight's the day?
I riferimenti letterari dovete chiederli a Bellicini perché è un grande appassionato e studioso di letteratura americana. Io conosco solo Jack London e Steinback. Leggo molto poco. Potrei anche raccontarvi cifre di cui vergognarmi sulla mie letture. Ho letto alcune cose che mi sono piaciute molto ma non credo nemmeno di ricordarmi gli autori. Forse "Lacqua", ultimo pensiero di un vigilante pentito di una multinazionale delle risorse idriche in un ipotetico futuro negativo, può essere avvicinata a qualche racconto ecologista di Sepulveda ma l'ho scritta prima di leggerlo. Un certo cinema americano riesce ad essere molto letterario. "Angeli con la faccia sporca" è la storia di Ducoli e dei Bogartz. … ?

Perchè avete scelto il titolo Tonight's The Day?
Dovevamo costruire un disco scuro. Tonight's the night è il disco più scuro di Neil Young. Più di Times Fades Away. Più di Sleeps with Angels. Ho chiesto a Marco Grompi di spiegarmi il significato reale di quel titolo. La sua risposta è stata eloquente: "La notte, La notte più lunga". Quando la notte è uguale al giorno sei finito nel Tonight's The Day". C'è qualcosa che non va. Almeno alle nostre latitudini. Almeno se consideri la normalità è divisa tra notte e giorno. La cosa che non va forse sei tu. Non ci sono accezioni negative, semplicemente il fatto che sei finito in una sorta di baratro. Di buco. Di fosso. La reversibilità di questa condizione non è un dato esatto. L'unico dato esatto è il fatto che il tuo giorno viene vissuto esattamente come vivi la notte. Se la notte dormi, lo fai anche di giorno. Se la notte non respiri, non la fai nemmeno di giorno. Se la notte scrivi, lo fai anche di giorno. Se la notte bevi, idem. Se fai sesso, lo stesso. Tonight's The Day. Il mio problema peggiore è che sto vivendo una condizione simile pur continuando a fare una vita normale durante il giorno sovrapponendo le cose tra loro. Giorno di 32 ore. Caos.

Quando sei On The Road per suonare qual'è il tuo rapporto con il pubblico?
Mi piace cercare un livello di comunicazione. Mi piace raccontare le canzoni per verificare se sono cose in cui si riconoscono le persone che sono nel locale. Voglio capire se sono le stesse cose che vivono loro. Mi piace raccontargliele come non si sarebbero mai immaginati. Poi mi piace divertire. Il Rock'n'Roll è fatto per godere! Credo che un concerto debba avere tre caratteristiche fondamentali: professionalità, sentimento e ritmo. La professionalità è d'obbligo perché ti permettere di capire la realtà di quello che stai facendo. Inoltre è anche sinonimo di rispetto per il pubblico (non guasta mai; troppi artisti vanno in giro nei club a raccontare le loro nenie monocorde e monoriitmiche pensando che raccontare i propri sentimenti sia sufficiente per fare della musica una forma d'arte). Il sentimento è il motore del Rock'n'Roll. Il ritmo muove le chiappine e dietro alle chiappine si muove tutto il resto. Rosalità!

Di te mi ha colpito la tua personalità multiforme, poeta, rocker, cantautore...Bacco Il Matto, Banda Del Ducoli, quante sono le tue anime? O forse ne hai una sola? O ancora hai preso spunto da Bonnie Prince Billy aka Palace Brother aka Will Oldam...
Non lo so più nemmeno io. Negli ultimi tempi al posto del cervello ci ho il purè. Come nel Vesuvio per Lello Arena. Credo che un buon artista, passatemi questa autodefinizione, debba essere in grado di teatralizzare il suo personaggio. Fa parte dello spettacolo e finché c'è Rock'n'Roll c'è speranza (.. forse è stipendio … non è la stessa cosa.. non importa). Bacco il Matto cantava "Nuda e cruda", la stessa del Ducoli. Potrei farla anche con i Dogs, sarebbe la "Nuda e cruda" di Cletus. Nel lavoro del Kerouac, un vero concept in questo caso, Jack Kerouac viene catapultato nell'Italia di oggi all'inizio di un sabato sera ed ha tempo fino al mattino per cercare di riconoscere il Beat nella realtà che lo circonda. La ricerca prima appassionata, poi agitata, poi disperata, avviene tra il continuo alternanrsi di tre anime che lo accompagnano nel suo viaggio. Non ti anticipo nulla, ti manderò il lavoro. Credo che riuscire a convivere con diverse personalità senza creare danno a se stessi e agli altri sia una cosa accattivante. Finora "… non ho fatto mai del male a nessuno", a me forse sì. Sono quasi corroso.
Una domanda per concludere....se ti dicessero che il rock è morto cosa risponderesti?
Troppo facile. Ti risponderò senza usare riferimenti del "vecchio maestro". Come ti ho detto parlando di Tombstone, il Rock'n'Roll non è un genere musicale, è uno stile di vita. Finchè ci sarà l'uomo, ci saranno uomini che vivranno il Rock'n'Roll. Gli altri non mi interessano.

Com'è nata l'idea di raccogliere in un unico cofanetto, Malaspina, Anche Io Non Posso Entrare e Taverne, Stamberghe e Caverne?
Avevo finito le copie dei singoli dischi e metterli in un cofanetto triplo mi ha permesso di risparmiare un po’ di soldi (peraltro senza l’intervento di Agostino Bettinelli, che ha pagato l’intero cofantetto, non l’avrei mai stampato). Inoltre racchiudere in un “blocco unico” un periodo importante del "giovane" Ducoli mi sembrava interessante. Non dico così perchè oggi sia vecchio ma semplicemente perchè in quei dischi ci sono un sacco di errori di gioventù che sperò di aver corretto con il tempo (... un cantante stonato a mio avviso non dovrebbe fare troppi dischi…). Comunque è stato un periodo di canzoni e concerti che i tre dischi riassumono molto bene e che mi è piaciuto sintetizzare nell’acronimo temporale “Quando si tagliava la coda ai cani” (…tra l’altro non so se oggi gliela tagliano ancora…). E poi ci sono canzoni come “Giovanna”, “Delirio ordinario”, “Primo treno per Roma” e “Io convivo bene con la mia pazzia” che ancora oggi nei miei concerti sono molto apprezzate.

Hai avuto modo di collaborare con il progetto Manè che ha fruttato uno splendido disco, a cui presto verrà dato un seguito ci parli di questa esperienza?
Mi piace pensare che l’utilizzo delle parole possa adattarsi ad ogni tipo di soluzione musicale. Con Pierangelo ho lavorato molto sull’aspetto “elettronico” della musica (anche se in quel disco ci sono un sacco di strumenti suonati, i campioni e i sintetizzatori sono la parte dominante). Abbiamo cercato di fare un disco che riportasse gli ascolti alle prime cose di Garbo, che sia io che lui, riteniamo essere uno degli artisti italiani tra i più trascurati… un vero genio. Inoltre Pierangelo è molto legato a sonorità come quelle di Joy Division, New Order, Soft Cell, Depeche Mode prima maniera che a me personalmente piacciono molto. Adesso stiamo cercando di chiudere il mix di ClockWork Orangina, il nuovo disco. È già il terzo mix che scartano lui e Valerio Gaffurini, tecnico del suono… a me piaceva anche il primo mix ma in effetti, ogni volta che mi dicono “abbiamo cambiato un po’ di cose perché non era abbastanza cattivo” devo ammettere che suona meglio. Speriamo che a settembre possa essere pronto, è un disco in cui credo molto… come del resto era anche per Cromo Inverso.

Qualche anno fa hai dato vita al progetto Spanish Johnny... com'è andata finire?
Abbiamo preso un po’ di ferie! Il progetto era diventato difficile perché si trovavano poche occasioni per proporre le canzoni. Credo che torneremo presto a fare nuove canzoni ma per ora va così… VIVA SPANISH JOHNNY!

Come nasce il progetto Cobb And The Other Apostles?
Gli “Apostoli” sono più un concetto musicale che una band. Ho coinvolto varia gente che ritengo abbia la giusta attitudine nei confronti del Rock’n’Roll. In questi giorni sto definendo i dettagli del disco con cui vorrei concludere l’avventura di Cletus Cobb (il mio pseudonimo all’interno del progetto), si intitola I Never Shot An Indian e dovrebbe comprendere anche le ristampe di tutti i dischi fatti da Cletus con il My Uncle The Dog, gli Spanish Johnny e “gli altri Apostoli”. Temo però che tutto sarà vincolato ad una “rapina alle poste” oppure anche solo alla possibilità di trovare uno sponsor perché ho davvero finito tutti i dollari.

Ci puoi parlare di Easylove? Come nasce questo disco e quali sono state le tue ispirazioni?
Easylove è il mio disco preferito, ci suono le cose che mi piace suonare e ci sono i concetti che mi piace raccontare. È nato dalla necessità di virare la direzione di marcia dei deliri di Cobb su sonorità folk-blues; nei progetti precedenti avevo lavorato sul “garage” con i My Uncle The Dog e sul Rock più o meno classico con gli Spanish Johnny. Ci sono canzoni che amo e che credo mi descrivano in maniera “perfetta”: Little Potato, Fool’s Cage, Real Yoko e Love Micol. E poi c’è Hank’s Apostle…

Sempre con Cobb And The Other Apostles hai inciso I Leave My Place To The Bitches, quali sono le differenze con Easylove?
Le sonorità di questo lavoro dovevano essere “spudoratamente” Rock’n’Roll ma l’approccio di scrittura è stato identico a quello di sempre. C’è una versione acustica del disco, chitarra e armonica, che suona molto vicina a Easylove o a Jokerjohnny II, l’abbiamo scartata per evitare di ripetere il giochetto della soluzione facile. Ne è uscito un disco immediato e davvero “forte”… inoltre, dopo aver raccolto i commenti vari dei dischi precedenti e soprattutto certe facili “descrizioni” del mio lavoro, ho pensato di mandare un po’ tutti affanculo con il breve e immediato concetto …ciao ragazzi, io lascio il mio posto alle troie.

In I Leave My Place To The Bitches la tua scrittura sembra aver raggiunto la piena maturità, com'è cambiato negli anni il tuo approccio al songwriting?
Spero che sia davvero così. Te lo potrò confermare solo se I Never Shot An Indian uscirà come davvero spero…

Veniamo a Piccoli Animaletti che si può dire essere il successore di Brumatica, seguendo il tuo sentiero da cantautore.. come si è evoluto il tuo stile tra questi due dischi?
Sono passati cinque anni e soprattutto ho ripreso a macinare Rock’n’Roll, che ti salva sempre e comunque la vita. Piccoli Animaletti contiene la sintesi di canzone nel senso più comune del termine ma suona quasi rock in alcune sue sfaccettature. E comunque l’elemento determinate di tutta la faccenda credo che ci sia stata una certa maturazione (almeno spero) che conferisce al lavoro finale una coesione forse maggiore dei dischi precedenti.

In Piccoli Animaletti hai avuto modo di collaborare con musicisti prestigiosi, ce ne puoi parlare?
Ho lavorato ancora con Ellade Bandini, poi c’è Max Gabanizza, Michele Gazich e Giorgio Cordini. Gli altri musicisti sono quelli che invece mi sopportano ancora dopo dieci anni di dischi e canzoni: Mario Stivala (con cui ho scritto buona parte delle canzoni del disco), Andrey Kutov (con cui suono dal vivo ogni volta che ci chiamano), Mirko Spreafico e Valerio Gaffurini (Santo subito!). Ritengo di essere fortunato ad aver la possibilità di coinvolgere certa gente, non ho una produzione e certe cose possono davvero diventare difficili…

Piccoli Animalletti è una sorta di concept, come nasce? Quali sono le ispirazioni?
Volevo fare un disco “orecchiabile”, fatto di canzoni che non avessero un filo conduttore comune ma che semplicemente potessero suonare in qualsiasi disco le vai a mettere. È un disco che fino ad un mese dalla sua uscita non riuscivamo a far suonare come doveva… è stato un vero e proprio calvario gestire quattordici canzoni così “arrangiate” ma credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Il disco è dedicato ad Antonio Ligabue e a tutti gli “animaletti” che hanno popolato i suoi pensieri e i suoi quadri, doveva essere pieno di colori e forse ci siamo riusciti. Mi prendo anche un po’ di prestigio ricordandoti che il Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue mi ha concesso, per la grafica del disco, la possibilità di utilizzare tutte le riproduzioni dei suoi quadri, oltre ad un quadro inedito per il retro della copertina.

All'interno del disco è presente anche un racconto, una sorta di filo rosso che collega i vari brani...
Sì, anche se non è necessario legare le due cose in maniera assoluta. Questa “pippa” del raccontino da allegare al cd è una novità degli ultimi dischi… mi piace molto anche se non vorrei che venga fraintesa: odio i cantautori che quando non fanno dischi scrivono libri pubblicati con grandi case editrici… rubano spazio a scrittori che fanno fatica anche solo a stamparsi da soli i libri, figuriamoci a trovarsi una casa editrice… comunque non è il momento delle polemiche.

Sei un vulcano di idee e di ispirazione. Come riesci a tenere testa a tutto, dalle sessions alla stampa dei dischi. Hai il tempo di dormire la notte? Visto che comunque hai un lavoro che ti impegna molto...
La notte non dormo più, ho delle vistose occhiaie, fumo e bevo molto. Credo che dovrò prendermi un po’ di ferie anche io come gli Spanish Johnny ma per ora non ci riesco. Il mio lavoro più che impegnarmi mi piace, nonostante il populismo antistatale di questi ultimi mesi, riesco ancora ad amarlo e farlo con onestà.

Ci parli del progetto Artemisia?
Artemisia absinthium appartiene alla trilogia iniziata con Brumantica e completata con Piccoli animaletti. È un disco “leggero”, volutamente leggero. È stato scritto, come gli altri due, con lo zampino di Mario Stivala (chitarrista più preparato di me quando si tratta di esplorare i vari territori della sei corde). È il disco con cui ho definitivamente capito che autoprodursi può darti grandi soddisfazioni personali (ovviamente artistiche e non certo economiche).

Quali sono i tuoi progetti futuri? Che abiti vestirà i Ducoli prossimamente?
A ottobre uscirà Biocosmopolitan, il nuovo disco di Boris Savoldelli. È un bel disco e contiene anche alcune canzoni rivistate da Degeneration Beat che avevo fatto con i Brother K. Poi spero che esca ClockWork Orangina e poi sto iniziando a registrare il nuovo disco: Sandropiteco. Spero che vada tutto bene…


Ducoli – Lolita’s Malts (Ducoli/Mousemen)

E’ una cosa abbastanza comune che artisti e gruppi tornino in studio per reincidere alcuni brani della loro produzione, molto più difficile è che rimettano mano su un disco intero. Alessandro Ducoli ovviamente non poteva sottrarsi a questa sfida, così cogliendo l’occasione della ristampa del suo disco di debutto, Lolita datato 1996, lo ha affiancato ad un altro disco, nel quale rilegge per intero tutto il disco, ovviamente stravolgendolo e re-inventandolo come solo lui riesce a fare. E’ nato così il progetto Lolita’s Malts, nel quale si tocca con mano la sorprendente evoluzione sonora di un disco che partendo da un impostazione cantautorale dalle eleganti atmosfere jazzy, viene rivoluzionato attraverso sonorità elettroniche. Il risultato è spiazzante al confronto tra i due dischi, tuttavia il progetto può dirsi assolutamente riuscito. Infatti i brani vivono una nuova vita come nel caso di Benny Jag Blue, della quale viene esaltata la ritmica reggae in levare o ancora la fascinosa Luna Ubriaca, nella quale l’arrangiamento quasi ipnotico e la voce filtrata fanno da contorno perfetto ad un testo denso di poesia. Da segnalare inoltre sono Nuda e Cruda e Sapore Nero, entrambe caratterizzate da atmosfere che mescolano il Tom Waits di The Black Raider e i Depeche Mode. Ad impreziosire il tutto ci sono anche dieci racconti, scritti dallo stesso Ducoli, e che vanno a completare ed arricchire le storie che sono dietro ai vari brani. Insomma Lolita’s Malts, proprio come il wiskey è un distillato di musica e poesia da sorseggiare e gustare con calma.

Bacco Il Matto - Cercatori d'oro (Autoprodotto)

Bacco il Matto è una delle reincarnazioni di Alessandro Ducoli, rocker, songwriter, poeta e….younghiano DOC della Val Canonica. "Cercatori d'oro" è il secondo disco di questa band, che dopo il fortunato San Marco, si ripropongono con un disco ispirato dal mitico After the Gold Rush, a cui è ispirato anche il titolo. Certo il linguaggio è tipicamente italiano così come gli stilemi musicali, tuttavia l'impronta di Neil si sente e viene fuori da ogni traccia come un fantasma buono che benedice e bacia questo lavoro. Il disco denota una grande padronanza del songwriting così come degli arrangiamenti puliti, solidi e mai scontati. Nei nove brani di cui l'ultima traccia regalatagli dal mitico Chip Taylor, si percorre una sorta di viaggio, stile concept album sulle orme dei cercatori di oro. Le loro storie, le loro passioni che la voce di Alessandro Ducoli, vivifica supportata alla grande dall'apporto delle chitarre di Nicola Bonetti e dall'ottima sezione ritmica composta da Dario Filippi, al basso e dall'ottimo batterista Mauro Ferretti. I brani migliori sono quelli più spiccatamente di impostazione rock-italico come Gesù mi ha chiesto di restare, Vito Malavita, Ho trovato l'oro, a cui bisogna aggiungere la piccola perla pop molto radio-friendly, Mani nude. Un caso a parte è poi il brano conclusivo, Raffaella, firmata come detto da Chip Taylor, in cui emerge prorompente il grande songwriting di colui che diede vita a canzoni come Wild thing (Troggs, Jimi Hendrix) e Try - just a little big harder (Janis Joplin).

Ducoli – Quando Si Tagliava La Coda Ai Cani (Mousemen)

Quando Si Tagliava La Coda Ai Cani, è un triplo album che raccoglie tre dei dischi più importanti del percorso artistico di Alessandro Ducoli, ovvoero Malaspina, Anch’io Non Posso Entrare e Taverne, Stamberghe e Caverne. Il primo Malaspina, datato 1999, è un viaggio entusiasmante nella poesia, trasportati dalla corrente di un fiume di musica in piena. Le tracce svelano arrangiamenti soffusi quasi jazzy che non smettono mai di sorprendere, la poesia a volte scanzonata e ubriaca, a volte passionale al punto da toccare e riscaldare il cuore, sono le passioni, le impressioni di un uomo, di un cantautore che si mette a nudo attraverso le proprie canzoni. Più vicino alla poetica di Waits che a quella del nostrano Capossela, Alessandro Ducoli, nelle nei panni da solista, è un cantutore dal songwriting raffinato, pulito che tocca il suo vertici in brani come la prima traccia del disco L'amore arriva come un temporale, Tutti al bar, Omicidio Consentito e Il soldato dell'amore, quest'ultima traballante e sconclusionata come nessuno riuscirebbe ad immaginare. Anche io non posso entrare, il terzo disco di Alessandro Ducoli, è un disco che impressiona sempre di più ad ogni ascolto e che lungo le undici tracce lascia che l'ascoltatore attraversi la poetica tutta italiana vicina al miglior Piero Ciampi, il songwriting stradaiolo di Willie De Ville e John Mellencamp e il cantautorato tutto americano di Neil Young e Lou Reed. Si tratta dunque di brani molto coinvolgenti in cui emerge ancora una volta l'alta competenza musicale di Alessandro Ducoli che riesce nell'impresa di mescolare sapientemente tutte le sue influenze creando un disco vario e mai piatto. Durante l'ascolto emergono con grande forza alcuni ottimi brani come Perfetta, reincisa di recente e in parte tradotta in inglese per il progetto My Uncle The Dog, la tenue e romantica Il primo ballo, Lulù, Arrivederci ancora e il quasi ska di Tre Linee confuse che spezza per un attimo la tensione del disco. Chiude la raccolta, Taverne, Stamberghe, Caverne, inciso insieme alla Banda del Ducoli nel 2003. Il musicista camuno (Val Camonica) in questo disco svela una galleria di personaggi strani, dai tratti romantici, mai allineato con il quotidiano e soprattutto abituali frequentatori di taverne e di fiere, dove si incrociano le loro storie, le loro illusioni, i loro amori. Così dopo il raffinato Anche io non posso entrare Ducoli cambia ancora rotta, e diventa un cantastorie pronto ad immergersi nella realtà dei bohemien di provincia accompagnato da una band eccellente che riesce nell'impresa di rendere stradaiolo il disco infatti, sembra suonato nel mezzo di un paese in festa senza tempo dove si affollano rumori, voci, treni, bambini. Ad accompagnare Alessandro Ducoli troviamo una band di tutto rispetto dove spiccano i nomi di Massimo Saviola e Arcangelo Buelli, che due tipi che con la musica ci sanno fare. E ciò lo si sente fortemente nel sound complessivo che ha subito, rispetto ai dischi precedenti di Ducoli, un evoluzione totale facendosi ricettore di un meltin' pot in cui si fondono rock d'autore, blues, funk e spruzzate qua e là di jazz. Venendo all'ascolto il brano che colpisce di più è sicuramente Nina, che suona come un omaggio a Fabrizio De Andrè e alla sua Genova che viene rievocata dal suono del mare sul finale. Sul versante rock mi piace segnalare due grandi canzoni come Berlicche e Delirio ordinario, in cui riemerge a tratti il Ducoli indomabile rocker. Non vanno sottovalutati anche episodi come la radiofonica Un sabato felice e il blues scanzonato di Sgangherata. A completare questo splendido triplo album c’è un corredo di splendide foto, alcune scansioni da un vecchio quaderno delle elementari, ma soprattutto Nuvolette, una piccola raccolta di racconti brevi, nei quali si viene in contatto diretto con tutto l’immaginario poetico di Alessandro Ducoli.


My Uncle the dog – Tonight’s The Day (Autoprodotto)

Elijaj "Dizzy" Craig, Cletus "Knob Creek" Cobb, Aaron "The Dutchman" Van Doren, Ivan Ramiro Gares e con la partecipazione del Rev. Martin Johan "Donkie" McManus…A vedere i credits sembra di essere di fronte ad una di quelle rock n' roll band misconosciute provenienti da chi sa dove che fanno figo solo a saperle citare in una conversazione. E invece…questi sono i soprannomi scelti dai Bogartz e Alessandro Ducoli per il progetto My Uncle The Dog. Entrambi attivi da diversi anni nella scena alternative italiana hanno deciso, sul finire del 2003, di unire le forze e ritrovarsi negli studi Arky di Paratico (BG) per incidere un disco insieme. Tonight's The Day, è nato così in soli tre giorni di incisioni, creando un connubio perfetto tra l'approccio energetico dei Bogartz e quello da songwriter, con il vizio della poesia, di Ducoli. Il titolo scelto per questo disco, Tonight's The Day, è senza dubbio un omaggio a Neil Young, considerando anche il fatto che il brano che apre il disco è proprio quella Tonight's The Night che tanto piace a noi fan del Loner canadese. Tuttavia l'ascolto rivela una band più vicina ai Bed Seeds di Nick Cave che ai Crazy Horse, sarà per i testi crudi, sarà per l'uso grattugiato delle chitarre ma l'alchimia tra Bogarz e Ducoli ci mostra le potenzialità enormi di questo progetto. "Tonight's the day" è così un disco prezioso da cui solchi sgorga un magma sonoro che infuoca la notte come un alba alcolica, in cui emergono i ricordi oscuri di qualche ora prima. Scenari gotici, incontri voodoo, divinità canine, donne misteriose emergono tra chitarre impazzite, come schegge incontrollate vanno a conficcarsi nei pensieri in uno scenario post-psichedelico. Il repertorio scelto per l'occasione in parte è proviene dal disco di esordio dei Bogartz, "Honeymoons in the desert" e in parte dal repertorio di Alessandro Ducoli. Tonight's The Night di Neil Young, apre le danze con il suo andamento oscuro a cui i My Uncle The Dog aggiungono molto del loro trasformandola in un brano post-rock con chitarre potenti che fendono la melodia e le voci incontrollate che sembrano venir fuori dalle porte dell'inferno. E' una scelta quasi obbligata, una scelta programmatica perchè il secondo brano Lacqua, proveniente dal repertorio di Alessandro Ducoli, ed è una oscura rock ballad tutta giocata sull'alternarsi di nevrotica quiete e slanci elettrici incontrollati che sfociano nello splendido ritornello. Dal repertorio dei Bogartz arriva poi la brutale Jennifer, in cui l'animale costretto de Lacqua cerca di liberarsi dalle catene della repressione, ottimo in questo caso il cantato quasi trattenuto che vivifica il testo. Dopo tre brani potentissimi arriva la splendida ballata notturna Tonight's the day (worry?), sempre dal repertorio dei Bogartz, in cui le chitarre acustiche introducono un crescendo accompagnato dal sax e dalla voce che con l'ingresso della batteria sfocia si trasforma in un canto ipnotico guidato dalla chitarra elettrica. Il brano migliore del disco è però ad appannaggio di Alessandro Ducoli, ovvero Hey perfect, che rispetto all'originale presente su Anch'io Non Posso Entrare è stravolta in un brano dai toni southern rock e cantata in parte in inglese e infarcita di un armonica ficcante che si sposa a perfezione con i riff delle chitarre. Sul finale arrivano poi la tormentata Dio dei Cani e Zachary Taylor che confermano sostanzialmente tutta la bontà di questo disco che si chiude con la speranza di vedere ancora insieme Ducoli e i Bogartz, chissà sulla lunga distanza cosa sarebbero capaci di fare.

Manè - Cromo Inverso (Black Wave Record)

Cromo Inverso è un progetto musicale che nasce dall’incontro di Manè e Valerio Gaffurini con il cantautore camuno Alessandro Ducoli, ovvero tre persone diverse, tre personalità diverse ma con un unico fine da conseguire, un grande disco. Manè, questo il titolo del disco, è la realizzazione del cammino fatto insieme dai tre musicisti che hanno tentato di far confluire sonorità progressive e new wave in un rock dai tratti colti in cui lo spleen dei Fiori Del Male va a braccetto con i testi introspettivi tipici dello stile di Ducoli. Il disco composto da otto brani più una bonus track, si caratterizza come un viaggio onirico in cui poesia, rock e suggestioni prog avvolgono l’ascoltatore fin dalle prime note. Si parte con Immagine, il brano cardine di tutto il progetto in cui batterie elettroniche e le chitarre di Gaffurini fanno da sfondo ad un testo magnificamente interpretato dal falsetto di Manè che arriva a toccare vertici di grande intensità lirica. Meno interessante è il successivo brano Numero Uno, tesa e per certi versi fuori fuoco tanto che subito dopo ad affondarla arriva Le Fleur Et Le Mal, un brano di rara intensità in cui sprazzi elettrici e beat elettronici incorniciano un testo magnifico. Seguono la toccante Nereide e la sognante poesia di Per te, due brani dal grande impatto emotivo in cui protagonista è ancora il falsetto di Manè abilmente supportato da cori che compaiono e scompaiono creando alchimie vocali e sonore elegantissime. Si passa poi ad atmosfere più sincopate con Onirica, la cui linea melodica riconduce alle ultime produzioni in studio della PFM con tanto di archi e di ritornello ad uncino che rapisce l’ascoltatore con tutto il suo trascinante mood radiofonico per nulla banale per altro. Chiudono il disco Maria Bambina e la title track, entrambe completano alla perfezione un disco dal fascino innegabile a cui toglie qualche margine di eccellenza solo la presenza di qualche piccola caduta. Un disco che piacerà sicuramente agli appassionati di musica prog e non solo, speriamo solo non sia un episodio unico ma che Cromo Inverso cresca e diventi davvero un progetto a lungo termine.

Spanish Johnny – Jokerjohnny I/Jokerjohnny II (Autoprodotto)

Blu Dakota, Henry Dakota, James O’Presley, Geremiah Smith, Santiago Lobo e Cletus Cobb, sono gli Spanish Johnny, un gruppo di musicisti dalla forte passione per il rock ‘n’ roll e con il sogno di ritagliarsi un pezzettino di America tra le valli camune. A guidarli è Cletus “Jokerdog” Cobb, ovvero l’ennesima incarnazione di Alessandro Ducoli, che questa volta partendo dall’esigenza di esprimersi attraverso il linguaggio rock più puro, riscopre il sogno americano e le sue disillusioni dipingendo l’evoluzione della storia che ha ispirato Springsteen per Incident On 57th Street. Nascono così i due volumi di Jokerjohnny, che compongono un progetto denso di fascino, nel quale gli Spanish Johnny sintetizzano in uno stile originalissimo la poesia di Dylan e l’immaginario di Springsteen. Il primo volume, composto da sette brani, si apre con la potentissima Badlands che con le sue chitarre taglienti ci conduce attraverso un testo eccellente che lascia intuire tutto lo spirito che animerà i brani successivi. L’impatto rock dei vari brani è travolgente e in questo senso fondamentale ci sembra l’apporto di Enrico Vezzoli alias Henry Dakota, che impreziosisce con i vari brani con i suoi interventi al piano, al trombone e alla fisarmonica. Tra i vari brani brillano l’eccellente cover di Jokerman di Bob Dylan e gli splendidi originali Zabulon e Demas, entrambe caratterizzate da arrangiamenti eccellenti e da una scrittura che rimanda a Steve Earle. Il secondo volume di Jokerjohnny, è una sorta di evoluzione estremizzata del disco precedente e non a caso come copertina è stata scelta The vanishing race, Navajo di Edward S. Curtis, che rende molto bene l’atmosfera polverosa e desolata di questo secondo capitolo degli Spanish Johnny. E’ in questo contesto che vanno lette la riscrittura musicale di Born In The U.S.A., le citazioni di Growin’ Up e Point Blank, che insieme agli altri brani vanno a comporre un insieme di storie dense di poesia come nel caso de La Mia Cellula di Guardia, nella quale brilla l’istrionica voce di un Ducoli in versione luciferina o dell’evocativa Natale 1890. Questo secondo volume di Jokerjohnny non lascia scampo anche quando vengono evocati i fantasmi di vecchi eroi del passato come Rino Gaetano in Rino e di Jim Morrison in Morrison’s Ladies. Chiude il disco R’n’r Funeral, quasi Ducoli, avesse voluto con quel brano chiudere un cerchio, una storia, una nuova avventura. Certo però prima o poi gli Spanish Johnny torneranno a macinare rock e allora state pur certi saranno sorprese!

Alessandro Ducoli – Brumatica (DoubleStroke Records)

Alessandro Ducoli è uno dei più prolifici cantautori italiani della nuova generazione. Non si contano quasi più i suoi dischi, le sue collaborazioni e i suoi side-project, tuttavia i maggiori consensi li ha ottenuti con La Banda del Ducoli, partecipando anche alla prima edizione Mantova Musica Festival, e con Bacco il Matto calcando i palchi di tutto il Nord Italia, portando in giro un live act particolarmente coinvolgente. Nonostante i tanti progetti paralleli e le band create, ha sempre mantenuto viva la sua carriera come solista di cui si ricorda Lolita (che sarà presto ristampato in una doppia versione). Il suo nuovo album come solista, Brumatica, è senza dubbio il lavoro fin qui prodotto da Alessandro Ducoli, e questo non solo per la presenza di un grande cast di musicisti (Ellade Bandini alla batteria, Ares Tavolazzi alla basso, Fabrizio Bosso alla tromba, Tino Tracanna al sax, Sandro Gibellini alle chitarre, e Alessandro Galati alle tastiere) ma per l’ottima qualità delle composizioni. Si spazia da influenze che partono da Tom Waits per incontrarsi con Roberto Vecchioni e Paolo Conte, il tutto condito da sane atmosfere jazzate. Un vestito splendido insomma per canzoni che raccontano la scienza che studia le nebbie del fiume, ovvero la Brumatica. E chi meglio di Ducoli poteva raccontarci questa scienza, essendo lui un esperto di scienze naturali e forestali. Le canzoni di questo disco, dipingono atmosfere autunnali, intimiste con tratti malinconici pieni di nostalgia. La consistenza del disco la si percepisce ascoltando l’ultimo brano, una splendida resa jazz de La Canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè, a cui Ducoli ha cucito un vestito nuovo dai tratti elegantissimi con la tromba di Fabrizio Bosso in grande evidenza. Brumatica necessità qualche ascolto in più per essere apprezzato a pieno, poi esplodono come lampi brani come Blou, Maddaluna, Nebbia e Sabbia ma soprattutto la toccante Tutta colpa sua. Sono canzoni d’amore ma anche di demoni interiori che toccano il cuore piano, lentamente, fino a conquistarlo. Brumatica è una piccola gemma nascosta, che merita di essere scoperta da tutti coloro che amano la canzone d’autore.

Cobb & The Other Apostles – I Leave My Place To The Bitches (Autoprodotto)

Cletus Cobb dopo l’avventura con gli Spanish Johnny è tornado a farsi vivo con una nuova band, The Other Apostles, con i quali ha dato vita ad un nuovo capitolo della sua vita. Libero dalle claustrofobiche ossessioni di provincia che hanno ispirato i due disco con gli Spanish Johnny, Ducoli alias Cobb, ci regala un disco pieno di energia nel quale convoglia tutta la disillusione di un musicista costretto ad esibirsi in uno strip bar prima delle spogliarelliste. I Leave My Place To The Bitches è un disco intenso, e soprattutto molto vario dal punto di vista sonoro infatti, si spazia dalle venature funk nello shuffle della title track alla rock più puro della rovente Like Rolling Stone. Sebbene a tratti il disco conceda qualcosa in termini di originalità, pescando a piene mani nelle sonorità degl’anni settanta, il risultato non può che dirsi assolutamente positivo e a tratti anche esaltante come nella travolgente Straight Up Coffie, un brano denso dal punto di vista sonoro, nel quale chitarre e tastiere fanno da cornice alla voce femminile o nell’altrettanto bella House In The Woods, che chiude il disco e che rimanda al Neil Young degli anni settanta.

Ducoli – Artemisia Absinthium

Artemisia Absinthium è uno dei dischi più intriganti di Alessandro Ducoli, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello concettuale. Infatti, seguendo una rodata e per altro fortunata abitudine il cantautore camuno ha corredato il disco di una novella, presente nel booklet, con la particolarità che gli stessi brani sono parte del racconto, in un alternarsi di letteratura, poesia e musica. Al fianco di Ducoli, per l’occasione ci sono i Bartolino’s un quartetto molto versatile dal punto di vista musicale, composto da Andrey Kutov (piano), Mirko Spreafico (percussioni), Alessandra Cecala (contrabbasso) e Mario Stivala (chitarra). L’ascolto ci regala sette brani di ottima fattura, nei quali si apprezza l’eleganza degli arrangiamenti e del songwriting di Ducoli, che in questo caso dimostra ancora una volta di saper dosare alla perfezione tutti gli stilemi tipici del cantautorato italiano. A brillare in modo particolare sono brani come Meridiana, in cui brilla l’ottima ritmica e l’intreccio tra la chitarra di Stivala e il piano di Kutov, e Artemisia nella quale riscopriamo un Ducoli intimista, capace di trasmettere a cuore aperto i suoi sentimenti all’ascoltatore. Nel complesso piaccio in modo particolare i testi, nei quali Ducoli si sbizzarrisce nel trovare soluzioni poetiche sempre sorprendenti come nel caso de L’Armistizio, il cui ritornello ad uncino è tra le cose più belle ed interessanti del disco. Sebbene duri solo ventisette minuti, Artemisia Absinthium è un disco completo, che va ascoltato bene, anche alla luce dell’imprescindibile racconto che lo accompagna.

Ducoli – Piccoli Animaletti (Autoprodotto)

Piccoli Animaletti è l’ultimo disco in ordine di tempo della sterminata discografia di Alessandro Ducoli, e per certi versi può dirsi un evoluzione del metodo di lavoro utilizzato per Artemisia Absinthium, ancora una volta infatti ad accompagnare i brani, c’è una raccolta di racconti collegati ai vari brani. La differenza sostanziale risiede però nella band, una sorta di Bartolino’s evoluti con l’inserimento di ospiti speciali del calibro di Ellade Bandini (batteria), Max Gabanizza (basso) e Michele Gazich (violino). A legare i vari brani tra loro è la tematica comune, delle condizioni degli animali in gabbia, uomini compresi, che Ducoli descrive con disincanto attraverso una poetica tenue e delicata. L’ascolto rivela sonorità eleganti che sembrano rimandare a Bacco Il Matto, come nel caso dell’iniziale La Malura con Ducoli che si cala nei panni del cantautore introspettivo, o della pianistica confessione personale di I Miei Cento Difetti, o ancora della waitsiana Una Silvia. Di ottima fattura sono anche Una Nuova Città, nella quale Ducoli regala una eccellente prova vocale, la chitarristica Il Mulo, la delicatissima La Cinciallegra e la poetica Laccabue, dedicata al pittore Antonio Ligabue. Sorprendente è poi la scelta di far cantare un coro di bambini diretto da Barbara Bellotti, in Piccoli Animaletti, nella quale ad essere rinchiusi in una gabbia sono gli uomini. Il vertice del disco lo si tocca però con Dialogo di Guerra, dedicata ad Ilaria Alpi ed impreziosita dal violino di Michele Gazich, che riesce a costruire una linea melodica eccellente. Chiude il disco la filastrocca in dialetto camuno Le Renne Sulla Neve Perenne, che fotografa molto bene lo spirito con il quale è nato questo disco, tra disillusione e sogno, tra maturità e un pizzico di fanciullezza.


Salvatore Esposito

Il Viola Di Maria – Di Rosso e Di Blu (AFQ Produzioni)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

Quando lo scorso anno assistemmo alla presentazione del disco Di Rosso e Di Blu, all’epoca ancora inedito, restammo incantati dalla qualità della proposta del gruppo Il Viola di Maria, una collettivo sperimentale nato nel 2006 dall’incontro tra la talentuosa Maria Mazzotta, già voce del Canzoniere Grecanico Selentino, con alcuni tra i più talentuosi musicisti salentini come Manuela Selinaro alle percussioni, Redi Hasa al violoncello, Valerio Daniele alla chitarra e Rocco Nigro alla Fisarmonica. La cosa che più ci aveva impressionato era stato non solo l’impatto sonoro che questa band riusciva a creare, ma anche l’evidente lavoro di studio, sperimentazione e ricerca che avevano compiuto sulle sonorità tradizionali del Sud Italia e sulle varie influenze balcaniche che le caratterizzano. A distanza di più di un anno, il loro sogno di pubblicare Di Rosso e Di Blu è finalmente diventato una realtà, e oggi ritroviamo intatte tutte le emozioni che Il Viola Di Maria ci aveva regalato nel concerto alla Masseria Santa Lucia di Alessano (Le), il luogo nel quale il disco è stato inciso dal vivo ed in presa diretta. L’album presenta dieci brani tra tradizionali ed inediti, nei quali è racchiuso tutto l’immaginario alla base della proposta de Il Viola Di Maria, ovvero un continuo percorso di ricerca che affronta le contraddizioni in musica, l’amore le tradizioni, cercando una via unica per la musica mediterranea. Durante l’ascolto a rapire il fascino dell’ascoltare sono gli eleganti arrangiamenti nei quali brilla l’eccellente interplay tra la chitarra del talentuoso Valerio Daniele, la fisarmonica di Rocco Nigro e il violoncello di Radi Hasa. Quasi fosse un percorso di viaggio che attraversa il Mare Adriatico per raggiungere le coste del Tirreno, il disco parte dal Salento con il tradizionale Sotto L’Ombra dei Ciliegi per toccare ora la Bulgaria con Tugnala e Malka Mona ora l’Albania con Me Ka Marre Malli Per Nenen Time ora ancora la Sicilia con A Curuna di Otello Profazio fino a giungere a Napoli dove ci accoglie la poesia della Marinaresca firmata da Roberto De Simone. Ad guidarci in questo viaggio è la voce di Maria Mazzotta, che si svela in tutta la sua potenza espressiva e in tutta la sua versatilità, passando con disinvoltura dal bulgaro all’albanese, fino a toccare il siciliano. Tra i brani originali, meritano assolutamente di essere citati la riscrittura di Jetoi di Redi Hasa, qui completamente rivista nell’arrangiamento rispetto all’originale pubblicato su Centeuna della SalentOrkestra, lo strumentale Meriggio con Valerio Daniele assoluto protagonista della scena con il suo stile chitarristico raffinatissimo, ma soprattutto il Mondo Di Rosso e Di Blu, un brano dal testo semplice eppure denso di poesia ed emozioni. Insomma Di Rosso e Di Blu è un disco di straordinaria bellezza, che contribuisce in modo determinante a chiarire che la scena musicale salentina non è solamente concentrata sul palco de La Notte Della Taranta, ma piuttosto è aperta al confronto, allo studio e alla sperimentazione. Consigliato!



Salvatore Esposito

Premio Nazionale Città di Loano per La Musica Tradizionale Italian VI Edizione, 26-31 Luglio 2010

Da sei anni a Loano, bella marina del savonese, si intessono fitte trame che interessano tradizioni musicali orali d’Italia, memoria, e canzone d’autore. Pur raggiungendo il suo vertice nel festival di luglio, Il Premio Città di Loano lavora tutto l’anno, con l’Associazione Compagnia dei Curiosi che ne cura la direzione organizzativa ed artistica, in collaborazione con il giornalista musicale John Vignola (Mucchio, Radio 2), e seleziona i dischi dell’annata che, com’è noto, saranno votati nella primavera successiva dalla giuria di circa 60 giornalisti, specializzati e generalisti. In un 2010 segnato dall’ignominioso attacco governativo alla cultura, la manifestazione loanese va quasi in controtendenza, pur subendo un consistente taglio di budget, se è vero che le amministrazione comunale e provinciale entrambe di centro-destra, si battono con fierezza e competenza (anche questo un fatto inusuale per la classe politica) perché la manifestazione conservi l’alto profilo che ha guadagnato di anno in anno. L’edizione numero sei ha riempito gli spazi concertistici della riviera di ponente di villeggianti ma anche di un pubblico più ristretto di fidelizzati cultori della musiche tradizionali. Come di consueto, articolate a programmazione ad ingresso gratuito, con concerti applauditissimi,e la sezione laterale pomeridiana de “il Premio incontra,” che ha proposto riflessioni e showcase. Si è iniziato con la presentazione del volume Sta terra nun fa pi mia, con l’autrice, l’etnomusicologa Giuliana Fugazzotto, il discografico Valter Colle ed Enrico De Angelis, giornalista e direttore artistico del Premio Tenco.
Un viaggio nell’universo dei 78 giri che consentono di ricostruire le vicende dei emigranti italiani negli States nel primo Novecento. Altro incontro quello con Mirco Menna, protagonista con la siciliana Banda di Avola dell’ottimo … e l’italiano ride. Si è parlato del disco, del ruolo cruciale delle bande musicali nella cultura musicale del nostro Paese con Ciro de Rosa e Beppe Greppi dell’etichetta discografica Felmay, ma, soprattutto, si è ascoltato Menna, in compagnia del fido fisarmonicista Massimo Tagliata, eseguire brani tratti dal suo recente album. Ancora, spazio ai maestri liutai (Ettore Lòsini, Valerio Gorla, Walter Rizzo) che hanno esposto e suonato i loro strumenti, e al duo Stefano Valla (piffero) e Daniele Scurati (fisarmonica), che malgrado la pioggia, nella accogliente Piazza Palestro gli stagisti di Annalisa Scarsellini, che mettevano a frutto la due giorni dedicata alle danze delle 4 province. Magnifici Valla e Scurati, profondamente legati al territorio di Cegni e alla cultura musicale di questa’area culturale transregionale. 
Il loro Per Dove? (Buda Records) è stato una delle migliori incisioni del 2009, anche se omessa da molti giurati del Premio. Passando al piatto forte dei concerti serali, il festival ha deciso di dedicare una serata al compianto Andrea Parodi, nativo della Sardegna ma vissuto fino a 17 anni nel savonese. Lo spttacolo Vuxi du Mä, ‘Ogh’e mare ha visto sul palco prima la destrezza vocale del trio sardo femminile Balentes, poi il percussionista Marco Fadda, sempre avvincente nelle sue creazioni ritmiche, che con Marco Cambri, cantautore-poeta genovese, ha dato vita ad uno spettacolo intitolato A curpi de pria e de tamburo, pieno di suggestioni linguistiche e sonore. Superlativa la serata con il veneziano Gualtiero Bertelli & La Compagnia delle Acque che ci hanno condotti in un viaggio nella memoria dell’Italia degli anni Cinquanta: uno spaccato di storia sociale in note. Deludente la prova dei lucani Ethnos. L’ottimo chitarrista Graziano Accinni rilegge il repertorio rituale e profano della val d’Agri, ma l’uso di basi percussive appiattisce inesorabilmente una musica che ha nel ritmo la sua essenza primigenia. 
Ben altra serata quella con Enzo Avitabile & Bottari. Avremmo preferito che Enzo portasse a Loano il suo Napoletana, che gli ha fatto vincere il Premio come miglior disco del 2009, ma indubbiamente l’appeal del concerto con i Bottari è davvero irresistibile, se per di più si pensa che il concerto ha rischiato di saltare a causa dei forti temporali abbattutisi quel giovedì 29 luglio su tutto il ponente ligure fino ad un’ora prima dl concerto, allora vanno ringraziati la professionalità del server e la determinazione del compositore di Marianella nel suonare. Dopo aver presentato alcuni brani da Napoletana, accompagnandosi all’arpicella pentatonica, Enzo e la sua macchina percussiva e di fiati sono partiti in una coinvolgente e rodatissima cavalcata musicale che ha fatto ballare e parlare idioma napoletano molti liguri e padani. Il giorno successivo Riccardo Tesi e Maurizio Geri hanno portato in scena il loro tributo all’arte di Caterina Bueno (1943-2007). Per un artista come Riccardo Tesi, Sopra i tetti di Firenze è un passaggio necessario affinché la memoria della Bueno e del canto popolare non vada dispersa. Sul palco con loro la magnifica vocalist Lucilla Galeazzi, lo straniante Davide Riondino e la sempreverde Nada, che si è ritagliata un piccolo spazio, oltre il suo contributo al progetto interpretando il suo notissimo cavallo di battaglia. 
Quest’anno il premio alla realtà culturale è stato assegnato dalla direzione artistica a Roberto Sacchi, direttore della storica testata Folk Bulletin in procinto di migrare sul web. Serata conclusiva della manifestazione il 31 luglio con “Il folk dipinto di blu”, la produzione concepita da John Vignola proprio per il festival loanese e affidata ad artisti che, dopo averne studiato ed assimilato le forme e gli stili popolari, propongono un concetto contemporaneo di musica tradizionale. La prima produzione artistica di Domenico Modugno, autore di Polignano a Mare (BR), quella per intenderci degli anni Cinquanta, riprende forme, immagini, suoni e perfino rumori del mondo contadino, la cui cultura, le cui lotte sono state messe in secondo piano se non addirittura cancellate, anche dalla sinistra, per dare visibilità alla centralità operaia, come ha commentato nel backstage Ambrogio Sparagna, fresco della collaborazione con il regista Gianfranco Pannone, autore della pellicola Ma che Storia… che riporta in vita preziosi materiali dell’Istituto Luce, utili per una lettura antropologica della storia dal basso dell’Italia. L’organettista di Maranola è stato tra i protagonisti del concerto finale, nel corso del quale ha ricevuto il riconoscimento del premio alla carriera attribuito dalla direzione artistica del Premio. Modugno è figura unica, cruciale perché mette in atto un gioco delle identità, attraversando le appartenenze locali, ma è anche al centro di discorsi sulle rappresentazioni delle stesse, sul modo di raffigurare il mondo rurale in una fase di cambiamento della società italiana. 
Lui che è pugliese, per volontà di un dirigente Rai, diventa espressione canora della Sicilia (molto credibile, tra l’altro). Che sia stata una richiesta indotta da ignoranza delle origini del musicista? Dal fatto che esistono legami tra dialetti salentini e area della Sicilia occidentale? O ancora, determinata dall’appeal della Sicilia, che nell’Italia in trasformazione, poteva rappresentare, più efficacemente, l’alterità di un mondo arcaico? In ogni modo, quello siciliano è il Modugno che propone canzoni che affrontano la dura realtà della vita isolana. In realtà, il Modugno dei primi anni artistici scriveva in dialetto di San Pietro Vernotico (BR), dove si era trasferito all’età di 4 anni, al quel contesto fanno riferimento canzoni come La Donna Riccia. Al Modugno pugliese, siciliano ma anche al Modugno napoletano (ai cui testi contribuì Riccardo Pazzaglia) è stata dedicata la serata di Loano. Aperta dalla magnifica rilettura dei Radiodervish di Amara Terra Mia, Tu si ‘na cosa grande e Dio, come ti amo!. L’approccio semicameristico della band pugliese, con la voce calda e accorata di Nabil che alterna versi in italiano e arabo fa venire la pelle d’oca. I siciliani Lautari, anche loro adusi alla forma canzone, reinterpretano Malarazza, U pisci spada e Notte chiara. Poi è la volta del maestro dei tamburi Alfio Antico. Il percussionista di Lentini entra alla perfezione nei brani di Modugno: Lu salinaru, Sciccareddu mbriacu, suonata con i Lautari, e Tambureddu; una sequenza tra le più riuscite della serata. Quanto a Riccardo Tesi & Banditaliana, si cimentano con una delicata Resta cu mme, ‘O caffè – il cui refrain è stato ripreso da De André nella sua Don Raffaè – resa con piglio quasi bandistico. Chiude il trittico La donna riccia, con un superlativo Claudio Carboni ai fiati. Finale festaiolo, come è nella cifra stilistica di Sparagna e dell’Orchestra Popolare Italiana, interpreti di Lu minaturi e Lu Giramunnu, dove si mette in luce la voce possente di Raffaello Simeoni, prima della chiusura con tutti gli artisti sul palco ad interpretare ancora Amara Terra mia, emblematica canzone del repertorio popolare di un genio che ha rivoluzionato la canzone italiana.

Ciro De Rosa

Michele Pucci e Giulio Venier – Bootleg! (Folkest Dischi)

Il duo composto da Michele Pucci e Giulio Venier nasce nel 1999 e nel giro di pochi anni si segnala sulla scena folk italiana come una delle proposte musicali più interessanti degli ultimi anni, unendo il fascino della chitarra flamenca e quella del violino, in un alternarsi continuo di suggestioni melodiche dove virtuosismo e tradizione vanno a braccetto dando vita ad un suono assolutamente originale. Il repertorio del duo parte da una rielaborazione della tradizione musicale friulana e spazia fino alle sonorità del centro e nord Europa, il tutto impreziosito da continui rimandi alla musica andalusa. Nella loro discografia si contano due dischi in studio Doismiao del 2000 e Laicht – Luce del 2002, ma è dal vivo che il duo da il meglio di se e non è un caso che il disco più bello da loro pubblicato è Bootleg, un live del 2002 inciso in due chiese a a Galleriano (UD) e Pinerolo (TO) e prodotto da Folkest Dischi. Rispetto ai dischi in studio, in Bootleg si ha modo di apprezzare a tutto tondo le qualità e l’eclettismo strumentale di Pucci e Venier, infatti se il primo è un eccellente chitarrista, il secondo non è da meno al violino e quanto ad inventiva difficilmente esiste in Italia qualche musicista in grado di fargli concorrenza. La loro musica non è affatto sfoggio di qualità tecniche fine a se stesse ma piuttosto è poesia in musica, che li conduce ad esplorare territori musicali che vanno ben oltre i confini del loro Fiuli. Ad aprire il disco è il violino di Venier che ci regala un tema barocco che si evolve lentamente in una cavalcata musicale dai sapori gitani dove il flamenco viene trasformato in una square dance forsennata. L’energia resta altissima con la rielaborazione di Minor Swing di Django Reinhard e Stéphane Grappelli, nel quale Pucci e Venier si divertono ad inserire temi popolari italiani per nove minuti di grande grande musica per soli chitarra e violino. Nel corso del disco si viene in contatto con sonorità che rimandano al folk rock inglese degli anni settanta, come nella spettacolare Rock Burton nella quale il duo omaggia prima i Led Zeppelin, poi i Deep Purple, il tutto con la chitarra suonata da Pucci a fare la parte della sezione ritmica e il violino di Venier a riprodurre i riff chitarristici. Nella seconda parte il disco si fa più introspettivo e così emerge il lato più intimo del duo come nel caso della dolcissima Jesu Cjamin o delle incursioni nel folk nord europeo con Ba-rock Suite. Chiude il disco la sorprendente Furclap, un brano denso di poesia, dalle trame tenui e rarefatte nel quale Venier regala uno dei passaggi strumentali più belli ed intensi di tutto il disco. In attesa di ascoltare il loro prossimo lavoro discografico, che si dice sia imminente, non ci resta che gustarci fino in fondo questo disco, uno dei migliori esempi di grande musica strumentale acustica made in Italy.



Salvatore Esposito

Autori Vari – For You 2: A tribute to Bruce Springsteen (Route 61 Music)

Quando quindici anni fa uscì il primo volume di For You, disco tributo tutto italiano a Bruce Springsteen, con la partecipazione di Luca Barbarossa, Rossana Casale, Marco Conidi, Flor, Chicken Mambo, il Circo Fantasma e altri artisti, fu salutato come un vero e proprio evento, e i fan incalliti del boss attendevano un seguito da molto tempo. Nessuno avrebbe potuto dare un seguito a quel progetto, se non chi l’aveva ideato e prodotto all’epoca, Ermanno Labianca ha raccolto di nuovo la sfida per realizzare il volume due di For You e per l’occasione ha messo in piedi anche una casa discografica indipendente la Route 61, che certamente per il futuro ci riserverà diverse soprese. L’Italia ancora una volta si segnala non solo come uno dei paesi nei quali la passione per il Boss è più sentita ma anche come il paese dove il songwriting del cantautore americano ha avuto più influenza su varie generazioni di cantautori e band. E così in questo secondo volume sfila il meglio di quella scena che Labianca ha definito Americana Made In Italy, ovvero gruppi e solisti che da sempre hanno attinto a piene mani dal folk e dal rock d’oltreoceano. Il repertorio riproposto spazia da un paio di brani inediti risalenti alle prime esperienze musicali di Bruce Springsteen con le sue band giovanili, fino al recente Working On A Dream, passando ovviamente per quella che è stata una delle esperienze più esaltanti del Boss negli ultimi anni, ovvero la Seeger Session Band. Insomma i musicisti italiani si sono diverti a pescare brani qua e là, tra inediti, rarità e brani più famosi, dipingendo il loro ritratto del Boss, un opera dai tratti semplici eppure densi di fascino, che non mancherà di sorprendere gli appassionati e non solo, e forse permetterà a qualcuno di avvicinarsi all’autore di Born In The USA. L’ascolto ci regala emozioni continue sin dalle prime note di It’s Hard To Be A Saint In The City interpretata da uno Springsteeninano Doc come Riccardo Maffoni, che proseguono sempre su alti livelli con la bella versione pianistica di Iceman di Massimiliano Laroca, o ancora con la sorprendente resa di Radio Nowhere di Daniele Groff. Il doppio album, spazia così dallo sperimentalismo chitarristico di PJ Faraglia che rilegge in versione strumentale Trooper e Cadillac Ranch, alle versioni intimistiche e toccanti di Be True e Sherry Darling di Lorenzo Bertocchini, fino a toccare la riuscita versione in italiano di Matamoros Banks ad opera di Luigi Mariano e la travolgente Johnny Bye Bye in salsa rockabilly di Brando. Da segnalare, inoltre, sono la rilettura bluegrass di Tomorrow Never Knows di Francesco Lucarelli, la toccante Land Of Hopes And Dreams dei romani Mardi Grass ma soprattutto Youngstown dei Cheap Wine e Shut Out The Light dei Miami & The Groover, che rappresentano senza dubbio i due vertici del disco. Insomma For You 2 è un'altra bella sorpresa per la scena musicale italiana, non solo per la qualità del progetto ma soprattutto per l’idea di base che punta a creare una scena musicale di riferimento per quegli artisti che vivono la musica con lo sguardo rivolto oltreoceano, e a Bruce in particolare.



Salvatore Esposito

Marco Iacampo - Marco Iacampo (Adesiva Discografica/Edel)

Quando lo scorso anno uscì la bella raccolta di artisti italiani Il Paese è Reale realizzata e promossa dagli Afterhours, tra i vari artisti presenti ci incuriosì molto Che Bella Carovana di Marco Iacampo, cantautore veneziano con alle spalle un lungo percorso artistico che lo ha visto protagonista della scena indie italiana prima con gli Elle e poi con i Goodmoningboy. Dopo aver interrotto i rapporti con quest’ultima band nel 2006, Iacampo ha deciso di focalizzarsi sul suo percorso artistico come solista e così lentamente ha preso vita il suo disco di debutto omonimo. “Comporre le nuove canzoni all'inizio è stato più difficile. Ma alla fine mi sono reso conto che il risultato era molto naturale, genuino. Per questo ho deciso di intitolarlo con il mio nome. Questo disco parla di me, della mia storia”, così il cantautore veneziano commenta il suo album di debutto, un disco in controtendenza rispetto alle sue esperienze passate che lo hanno visto comporre esclusivamente in inglese, una sfida importante che nata da ispirazioni semplice come le canzoni popolari delle Dolomiti o ai modelli sonori beatlesiani o italiani come Bennato e Paolo Conte. Il disco prodotto da Paolo Iafelice, mette in fila tredici brani di ottima fattura dalle eleganti atmosfere elettro acustiche dove spesso protagonista è la chitarra ora acustica ora elettrica. Il songwriting di Iacampo non è pretenzioso ma punta alla semplicità, puntando tutto su strutture classiche filtrate da un personalissimo gusto per l’originalità dei ritmi e delle linee melodiche, che pur rimandando alla tradizione musicale americana, non cadono mai della trappola di sembrare troppo country o troppo blues, ma piuttosto sembrano strizzare l’occhio ora a Devendra Banhart ora a Jack Johnson. I brani già dopo il primo ascolto si fissano nella mente dell’ascoltatore e questo non può che essere un pregio, in quanto l’orecchiabilità è forse uno dei punti forti di questo disco, che in questo modo riesce a liberare tutta la forza espressiva dei testi. Brillano così brani come la già nota Che Bella Carovana, la preghiera laica in chiave pop Miracolo Eccezionale, e le bellissime Tutto a Posto e Navigo nell’Oro, che rappresentano senza dubbio i due vertici del disco. Insomma Marco Iacampo non poteva trovare debutto migliore che questo, in quanto in questi nuovi brani è riuscito in qualche modo a trovare la sintesi tra le sue esperienze passate e il futuro che lo vede alle prese con il cantautorato italiano, della cui scena sarà certamente uno dei protagonisti nei prossimi anni.



Salvatore Esposito