BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

martedì 24 agosto 2010

Matilde Politi, la tradizione musicale siciliana tra canti di lavoro e canti di passione

Musicista e ricercatrice palermitana, Matilde Politi è una delle voci più belle della musica di riproposta italiana. Laureata in Antropologia Culturale e con un ricco bagaglio di esperienze maturate in teatro come attrice, ha seguito un percorso di formazione rigoroso e allo stesso tempo ha condotto un costante lavoro di ricerca e sperimentazione su repertori folk americani, spagnoli e siciliani. L’abbiamo incontrata per parlare con lei del suo percorso musicale, delle sue ricerche e dei suoi dischi.

Ci puoi parlare della tua formazione artistica e del percorso che ti ha condotto alla riscoperta delle radici della musica popolare in terra di Sicilia?
La musica fin da bambina era di casa, mio padre scrive canzoni di repertorio cantautorale italiano, da autodidatta, per questo ci ha fatto studiare musica, a noi due figli, pianoforte e violino, ma soprattutto solfeggio! Io non ho resistito molto, ho preferito imparare da me la chitarra per accompagnarmi nel canto, e ho cantato sempre e tanto, da sola e in compagnia. Poi da adolescente ho cominciato a fare teatro, cercando formazione di tutti i tipi, gruppi autogestiti ed esperimenti vari. La vera formazione teatrale poi l’ho fatta a Pontedera Teatro. La musica popolare l’ho scelta come repertorio e ambito di ricerca, in un momento in cui, da artista, ho avuto bisogno di allontanarmi dal teatro e cercare di focalizzare la mia voglia di cantare in un percorso anche professionale, intrecciato con una sorta di missione culturale

So che hai fatto teatro ai tempi dell’Università, quanto è stata importante questa esperienza nella tua realizzazione come interprete di musica popolare?
Il teatro l’ho fatto diciamo sempre, nel senso che da bambina il mio sogno era di diventare attrice, e non appena ho avuto modo di muovermi da sola, già da adolescente, non ho fatto altro che teatro. Nel corso degli anni ho potuto frequentare e approfondire diversi modi di fare e intendere il teatro, ma poi ho trovato quale fosse “il mio teatro”. Mi sono fermata a lavorare e imparare a Pontedera, era il periodo dell’università, andavo a Roma a dare le materie, ma vivevo e lavoravo a tempo pieno a Pontedera. Così ho acquisito il mestiere del perfomer, un mestiere artigianale, costruito giorno per giorno, esperienza per esperienza, al fianco dei miei compagni di lavoro e dei maestri che frequentavo. Evidentemente il mestiere è quello che mi ac
compagna in ogni mia espe
rienza professionale.

Sei laureata in Antropologia Culturale, e successivamente ti sei dedicata alla ricerca sul campo dei canti della tradizione S
iciliana. Quanto hanno influito i tuoi studi nel tuo percorso artistico?
Mi viene più semplice affermare il contrario, cioè la scelta del percorso universitario è stata condizionata dai miei interessi. Ma questo è scontato! Però voglio dire, non ho trovato strumenti concreti di ricerca e di lavoro sulle tradizioni durante il mio percorso universitario, anche perché ero a Sociologia, anche perché ero fuori sede e lavoravo a tempo pieno. Ho sfruttato al massimo la biblioteca, questo si. E poi ho trovato la strada per intrecciare il corso di studi con il mio lavoro, e ho fatto una tesi sull’Antropologia Teatrale di Grotowski. Diciamo che era tutto già dentro di me, erano i miei interessi, l’Antropologia è un campo che mi appassiona, ciò che riguarda l’Essere
Umano a livello culturale, e l’Altro, le relazioni tra le culture, vicine e lontane, la relazione tra il particolare e l’universale nell’uomo, e nell’uomo performer in particolare, in qualunque cultura.

Hai avuto modo di collaborare con una delle eroine della musica di riproposta in Italia, ovvero Giovanna Marini, quanto è stato importante l’incontro con lei per te?
La prima volta che ho avuto la fortuna di averla come docente era proprio all’interno di un corso di formazione professionale per attori a Pontedera. Lì fu veramente un momento speciale per noi, finalmente tutti ci trovammo a cantare insieme, repertorio popolare regionale italiano, noi eravamo una ventina e rappresentavamo mezza Italia. Riuscì a fare apprezzare a tutti un repertorio troppo misconosciuto dai giovani. Grandiosa!

Qual è il tuo metodo per la ricerca sul campo?
A parte tutto il lavoro sui materiali scritti di documentazione che sono stati prodotti dal settecento a oggi, raccolte di testi, trascrizioni, testimonianze, e poi anche registrazioni (da quando è entrato in uso la pratica della registrazione audio), cerco di incontrarmi il più possibile con persone che ricordano ancora come si cantava un tempo, per ascoltare, e quando è possibile farmi insegnare qualcosa. Ma oltre ai canti e alla musica, è molto bello farsi raccontare storie, come si faceva la vita, e imparare anche parole del dialetto che non sono più in uso, o caratteristiche di una zona piuttosto che di un’altra, della Sicilia

Nella storia della musica popolare siciliana un posto speciale lo occupa Rosa Balestrieri, quali sono le differenze e i punti di contatto tra te e questa grande voce della musica di riproposta italiana?
Fu mia nonna a passarmi delle cassette di Rosa Balistreri, dopo averle sentite per anni, non riusciva più a fare funzionare il registratore e me le regalò. La ascoltai per la prima volta, e mi
emozionai. Ma in seguito ho sempre evitato di ascoltarla troppo perché è talmente forte da influenzare facilmente con il suo stile personale. Credo che ognuno debba trovare in sé ciò che risuona di un canto, e il modo di cantarlo, arrangiarlo e interpretarlo. Per il resto, solo differenze, basta pensare alla sua storia di vita…

Come è nata la tua passione per il canto monodico? Qual è stato il tuo percorso e i tuoi riferimenti nell’apprendimento delle tecniche di canto?
Sono un’autodidatta che va rubando qua e là! Vado avanti da sempre a orecchio, soprattutto per quanto riguarda il canto, e a istinto mi avvicino a quello che mi attrae, che si sposta sempre da una parte all’altra del mondo. E poi canto, canto canto canto tutto quello che ascolto che mi piace che imparo. Una tecnica personale si è andata costruendo nel corso degli anni, so quali sono i maestri ai quali ho rubato di più nel corso di fugaci seminari, ma non sono allieva di nessuno, non ho avuto maestri veri e propri che mi conducessero lungo un percorso.

So che ogni anno curi seminari e
laboratori per il canto, com’è nata poi la passione per l’insegnamento?
Lavorando approfonditamente su se stessi e sul canto, si imparano delle cose, che possono tornare utili anche agli altri che non hanno l’opportunità di scoprirle da soli. Quello che so, che ho imparato, che ho conosciuto, mi piace condividerlo, sia a livello teorico che pratico.

Ci puoi parlare della tua esperienza con il progetto Sarabanda e con il Coro del Centro Astalli?
E’ un progetto che amo molto, che nacque quando tornai a vivere a Palermo: scoprii che la mia città in dieci anni era cambiata parecchio, era diventata una città multietnica, e con un tipo di integrazione particolare, un clima diverso dalle città europee. In qualche modo Palermo è più simile a città che ho visitato fuori dall’Europa che ad altre città italiane del nord. Cominciai a dire che c’è più vicinanza tra Palermo e Nouakchott che tra Palermo e Pordenone! Insomma, volevo conoscere e condividere la città, le strade, la vita, con i nuovi palermitani, i migranti, e la chiave che avevo in mano era la musica. Così nasce la Sarabanda. Oggi è un progetto ospitato dal Centro Astalli di Palermo, una Onlus che opera a Palermo con un centro di accoglienza per richiedenti asilo, molto frequentato, è il più frequentato perché si trova in pieno centro storico, a Ballarò. Ci si incontra in media una volta a settimana e si suona insieme, quasi nessuno ha competenze musicali da professionista, eppure si cerca un repertorio da condividere, tra nigeriani, ivoriani, ghanesi, togolesi, marocchini, tunisini, italiani, bangla, ucraini, chi vuole può venire, chi si impegna può restare, quando siamo in grado andiamo a suonare in pubblico, a volte si guadagna qualche soldo, a volte ci regalano strumenti, a volte solo, ma è il più grande guadagno, si acquista il diritto a dire la propria e ad essere ascoltati da sopra un palco, con un microfono in mano, il diritto a divertirsi, a mettersi in mostra per far vedere quello che sappiamo fare e le ricchezze provenienti da altri mondi musicali. E si balla insieme, si fanno conoscenze, ci si integra concretamente sempre più in un tessuto sociale urbano.

Il tuo disco di esordio, Tirannia è una sorta di concept album dedicato ai canti politici siciliani, puoi parlarci di questo disco? Come è nata l’idea di recuperare questo corpus di canzoni di protesta?
Volevo proprio sapere come se la raccontavano i siciliani la loro storia, e come manifestavano le loro idee politiche attraverso i canti, così ho fatto questa ricerca, che parte dalla rivoluzione dei Vespri Siciliani, alla fine del ‘200, fino alle manifestazioni degli operai dei cantieri navali negli anni settanta. Mi sono divertita molto, ho trovato cose che non mi sarei aspettata… e con sorpresa ho dovuto anche fare una scelta, lasciarne alcuni da parte, erano troppi! Alla faccia di chi dice che i siciliani sono passivi e qualunquisti… ora toccherà fare il volume due!

Nel disco sono presenti due brani che mi hanno incuriosito molto e che fanno riferimento a Salvatore Giuliano, ovvero Il Separatismo e Portella Della Ginestra, che ricorda una delle pagine più buie della storia italiana. Puoi parlarci di questi due brani?
Parlano di un momento buio della storia della Sicilia, come lo sono la maggior parte dalla dominazione araba in poi. A parte gli scherzi, il Novecento è stato veramente difficile da interpretare, ancora le più grandi tragedie non sono state spiegate, o meglio, non c’è la volontà di fare emergere la verità storica. Mi sembrava interessante parlarne da un punto di vista popolare, in questo caso la versione del cantastorie di Riposto Orazio Strano, per niente politicizzato; d’altronde giuliano è stato anche un eroe popolare, fino a un certo momento, una figura mitica nell’immaginario popolare. E il separatismo, il delirio americano, il fallimento dell’esercito dell’Evis, tutte cose di cui sarebbe utile parlare un po’, ai giorni nostri, con le cose che passano in politica. Interessante poi un aneddoto: se avessi pubblicato il disco con la CGIL regionale, che avrebbe dovuto sponsorizzare in occasione dei 60 anni dalla strage di Portella, avrei dovuto cassare i brani su Giuliano, troppo controverso, non gradivano. Si tirarono indietro per difficoltà economiche, e la consolazione mia fu questa, di poter mettere anche Giuliano, a cui tenevo molto.

Nello stesso anno hai dato alle stampe Sugnari, ci parli di questo interessante progetto che riprende le liriche di una poetessa siciliana?
E’ stata una bella esperienza quella di dare corpo sonoro alle poesie di Valeria cimò, palermitana, mia coetanea, con un grande talento per la scrittura poetica. Il trio ha lavorato come in un laboratorio artigianale, a costruire pian piano i suoni e le armonie, con la soddisfazione di andare in studio e registrare tutti i brani in presa diretta in un solo giorno, sempre “buona la prima”!

Il tuo secondo disco sono presenti brani autografi e testi adattati, penso ad esempio Ruciaruci tratta da Fernando Pessoa. Da ricercatrice e cantatrice di riproposta, l’evoluzione naturale ti sta conducendo al cantautorato…
Non sono comunque una cantautrice per natura, sono piuttosto un’interprete. Poi qualcosa ogni tanto viene fuori, inaspettata, e se può trovare posto in mezzo alle altre cose trovo che sia interessante; anche la musica siciliana, tradizionale, in dialetto, non può e non deve restare uno sguardo al passato, nostalgico o no, è un passato talmente lontano, anche se non nel tempo, nello stile di vita, orami c’è un abisso. E scrivere musica siciliana oggi significa per forza scrivere con un linguaggio dell’oggi, la tarantella siciliana non esiste più, non la suona e non la balla più nessuno. Chissà che non si trovi un nuovo modo di suonare la tarantella, che faccia ballare i siciliani di oggi, giovani e anziani.

Sono passati tre anni dal tuo disco d’esordio Tirannia, come si è evoluto il tuo approccio con la tradizione e soprattutto gli arrangiamenti?
All’inizio mi rifiutavo di arrangiare il repertorio tradizionale, preferivo lavorare da sola, con la chitarra, per riproporre i brani in una veste più neutra possibile. Col secondo e terzo disco, confrontandomi con materiali non tradizionali, ho trovato più libertà per arrangiare e giocare con i suoni, gli strumenti, anche non rigorosamente siciliani di tradizione. Ora mi sa che ho preso gusto al suono di gruppo, anche dal punto di vista della gioia di suonare con gli altri…vedremo.

La Sicilia è una delle regioni più belle d’Italia ma è anche una delle più difficili e penso alla piaga della Mafia, piuttosto che al desiderio ancora vivo di autonomia, all’assistenzialismo, alla politica malata.. Quanto è importante oggi fare canzone di protesta in Sicilia…
E’ importante, come sempre, come in ogni luogo. L’Espressione attraverso il canto, la musica, crea condivisione, crea identità culturale, appartenenza, e qui in Sicilia ne abbiamo bisogno. Ma non a livello dei concertini nelle sale di musica colta, nelle associazioni di melomani, o nei teatri d’opera, ce n’è bisogno nelle piazze, nei cortili, nelle strade, dove sta la gente.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sono troppi, ho finito l’inchiostro. Intanto metto in cantiere qualche nuovo brano con il mio gruppo, la mia Compagnia Bella!


Matilde Politi – A tirannia. Canti politici e storici del popolo in Sicilia (Teatro del Sole)

A fronte di una copiosa produzione di materiale della tradizione popolare italiana, è sempre più difficile venire in contatto con dischi che prendono in esame il repertorio dei canti politici e di lavoro. Ancor più difficile è venire in contatto con dischi di debutto dedicati a questo materiale, a patto di non voler pescare nell’ormai abusatissimo combat-folk diventato ormai una caricatura rispetto a quello che esplose negl’anni novanta grazie a Gang e Modena City Ramblers. Uno dei dischi di debutto più sorprendenti degli ultimi anni, nel panorama della musica di riproposta è senza dubbio A Tirannia, Canti Politici e Storici del Popolo in Sicilia di Matilde Politi, musicista e ricercatrice siciliana, che ha dato vita ad un intenso e coraggioso percorso di ricerca attraverso i canti di politici e di lavoro della tradizione sicula. Per comprendere lo spirito che anima questo lavoro è interessante riportare quanto ha scritto la stessa Politi nella presentazione del disco: “(…) Le testimonianze arrivate a noi che, nella lingua del popolo, narrano questi avvenimenti vanno allora lette, seppure distanti nel tempo e nelle forme, come un’unica “cantata” che dimostra come la parte migliore del popolo in Sicilia abbia da sempre reagito, e reagirà, con la stessa fierezza e la stessa determinazione contro ogni “tirannia”. All’ascolto il disco sorprende per lo stile scarno eppure intensissimo dove a brillare è la voce della Politi accompagnata da strumentazione per lo più acustica, senza mai abdicare a sonorità facile ma rimanendo fedele alle strutture originali. Sin dalle prime note della title track, brano che apre il disco e che ci arriva in una struggente versione dal vivo, si comprende chiaramente come la ricercatrice siciliana abbia cercato di ripercorrere quei sentieri tracciati dalla voce dell’indimenticata Rosa Balestrieri, e ciò lo si nota nell’approccio vocale che pur mantenendo tratti molto personali, ci riporta a quel timbro cristallizzato dalla cantrice siciliana. I brani si susseguono in tutta la loro nuda e cruda drammaticità, aprendo uno spaccato sulla storia vista con gli occhi degli oppressi, come nel caso de Guvernu ‘talianu o della profondissima Lamentu pi Turiddu Carnivali su testo di Ignazio Butitta e resa celebre dalle interpretazioni di Ciccio Busacca e Otello Profazio. Insomma A Tirannia è un disco impegnato, che poggia su una solida base fatta di ricerche sul campo e sulle fonti originali, un opera unica nel suo genere che rende omaggio ad una tradizione musicale di cui si vanno perdendo sempre più velocemente le tracce, a favore di sonorità e temi spensierati e più accattivanti. La musica popolare però non è solo danza, ma soprattutto è la voce del popolo, e questo disco arriva a recuperare la vera voce dei lavoratori, oppressi, sfruttati e malpagati, la voce della gente comune che soffre e combatte giorno per giorno.




Matilde Politi – Si Eseguono Riparazioni Dell’Anima (Arcimiccica)

Si Eseguono Riparazioni dell’Anima è il terzo disco di Matilde Politi e segue gli ottimi A Tirannia e Sugnari, dischi diversi nella loro concezione eppure animati dallo stesso spirito fatto di ricerche sul campo e studio delle fonti tradizionali. Questo terzo lavoro della musicista e ricercatrice siciliana rappresenta un ulteriore evoluzione del suo percorso artistico e laddove nel passato aveva rielaborato le fonti originarie, qui se ne serve come ispirazione creativa che la vede alle prese con un cantautorato poetico ed intenso che penetra nel profondo dei sentimenti, delle coscienze e giunge dritta al cuore. Il disco inciso con la collaborazione di ottimi musicisti come Gabriele Politi (violino, viola, oud), Simona Di Gregorio (organetto e concertina), Lelio Giannetto (contrabbasso) e Lajos Zsivkov (darbouka, djembe), vede la cantautrice siciliana destreggiarsi con agilità tra la chitarra, la fisarmonica e le percussioni. La voce intensa della Politi conferisce forza e spessore ad ogni brano, quella forza e quello spessore di chi canta ciò che sgorga direttamente dal suo cuore. Nel suo cantautorato ritroviamo intatta quella voce del popolo che animava A Tirannia, ma qui assume tratti più intimisti e personali e laddove si parlava di politica qui si incontrano temi più personali come nel caso della struggente Figghiu Miu, un dialogo tra madre e figlio di grande intensità emotiva o ancora la bellissima Cumari che ricorda vagamente nella struttura un plazer provenzale. Spesso la Politi rielabora melodie della tradizione adattandovi testi personali, in altri casi compie il procedimento inverso mettendo insieme frammenti di canti raccolti sul campo, il tutto mantenendo fede alle strutture musicali tradizionali, riuscendo a mantenere intatto quella innocenza e quella purezza che sono alla base delle melodie popolari. Insomma Si Eseguono Riparazioni dell’Anima è un disco di grande spessore non solo musicale ma anche poetico e brilla per il profondo studio sulle fonti tradizionali che è alla base di tutta la produzione della Politi.



Salvatore Esposito

BandAdriatica – Maremoto + dvd Rotta per Otranto (Finisterre)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Il progetto BandAdriatica nasce due anni fa, allorquando un gruppo di musicisti salentini composto da Maria Mazzotta (voce), Redi Hasa (violoncello), Emanuele Coluccia (sax tenore e soprano), Andrea Perrone (tromba e flicorno), Vincenzo Grasso (clarinetto e sax tenore), Gaetano Carrozzo (trombone), Giuseppe Spedicato (basso) e Ovidio Venturoso (batteria), guidati dall’eclettico organettista Claudio Prima, intrapresero un viaggio di ricerca attraverso i porti dell’Adriatico, alla riscoperta di quelle radici balcaniche che permeano la tradizione musicale salentina e che per anni avevano studiato con grande dedizione e rispetto. Partendo dal porto di Otranto a bordo della nave Idea 2, BandAdriatica ha fatto tappa nei porti di Dubrovnik, Durazzo e Tirana per poi tornare indietro verso le coste salentine, ripercorrendo tutte quelle mete che da secoli hanno fatto da ponte per i continui scambi culturali e commerciali tra Italia e Balcani.
Riannodando i legami tra le due sponde dell’Adriatico, il collettivo salentino ha sperimentato l’incontro tra suoni e lingue diverse, cercando un territorio comune di confronto e di scambio con i musicisti locali, fino ad esibirsi con loro sullo stesso palco. A documentare questo viaggio di ricerca è il bellissimo film-documentario diretto da Mattia Soranzo, Rotta per Otranto, presente nel dvd allegato al disco, una sorta di diario di viaggio nel quale i vari musicisti raccontano le emozioni, le sensazioni e le esperienze raccolte al fianco dei musicisti locali, il tutto senza dimenticare gli altrettanto emozionanti spezzoni tratti dai concerti effettuati durante le varie tappe. In questo senso è interessante riportare anche quanto ha detto di recente Claudio Prima raccontando di questo progetto: “E’ stato un viaggio straordinario che ci ha portato a conoscere e ad incontrare alcuni tra i più interessanti musicisti dei molti Paesi, dall’Albania alla Croazia. Questo ci è servito non solo a conoscere le loro tradizioni musicali, a scoprire le loro sonorità, i loro strumenti, ma è stato lo spunto per poter scrivere qualcosa di nuovo, per immaginare pezzi che avessero questa esperienza come ispiratrice. Il viaggio, quindi, è stato l’occasione per incontrare tantissima gente, scoprire luoghi e porti che non conoscevamo, è stato particolarmente importante proprio per questa peculiarità, per essere stato uno strumento per immaginare un nuovo esaltante percorso artistico”. Il cammino compiuto da BandAdriatica ha avuto dunque una prima fase, ovvero quella della ricerca sul campo documentata dal documentario Rotta per Otranto e una seconda di tipo creativo, infatti, dalle ispirazioni raccolte durante il viaggio sono nati i dodici brani che compongono il disco Maremoto, al quale hanno collaborato anche musicisti dell’area balcanica quali i croati Ivo Letunic, Mateo Martinovic e la Klapa Otok, le voci bulgare dell’Eva Quartet, gli albanesi Bojken Lako e Ekland Hasa e l’istriano Dario Marusic. Ascoltando il disco si ha la sensazione di salire a bordo di Idea 2 insieme alla BandAdriatica e di attraversare con loro l’Adriatico, in particolare i frammenti di ricordi, di ispirazioni e di esperienze accumulate emergono nei brani in italiano Lascia che sia la musica, Strade alle strade e Non ho più pace mentre l’energia della musica esplode in quelli ripresi nel corso dei concerti a Dubrovnik, a Tirana e a Durazzo, ovvero Bullet, Potkolo e Il mistero della pizzica bulgara, con quest’ultima che è senza dubbio uno dei vertici del disco, rappresentando l’anello musicale di congiunzione tra Balcani e Salento. Non mancano spaccati strumentali con i brani scritti da Redi Hasa, Circe, 500 baci e Red, nei quali la BandAdriatica ha convogliato quelle che sono le influenze musicali nate dai viaggi e dagli ascolti, spaziando dall’Albania, alla Grecia passando per la Macedonia. Splendide sono poi le più riflessive Volveras, cantata in spagnolo e Sirio, una preghiera laica sulla necessità di avere una luce, una guida durante il viaggio. Chiude il disco la scoppiettante La Giostra eseguita da una banda di trenta elementi, un brano originale scritto da Vincenzo Grasso che rimanda alle atmosfere della festa di paese tipicamente salentina con la banda che si esibisce in piazza nella cassa armonica. Insomma Maremoto, con l’imprescindibile compendio del Dvd Rotta per Otranto è un disco prezioso da ascoltare con attenzione, da vivere e da comprendere fino in fondo. Assolutamente consigliato!

Salvatore Esposito

Sursumcorda - La Porta Dietro La Cascata (Dasé Soundlab/Accademia del suono/Egea Music)


La Porta Dietro La Cascata, è il nuovo lavoro discografico dei Sursumcorda, gruppo che sin dalla sua nascita ha cercato di coniugare musica classica, influenze etniche e jazz in uno stile acustico dai tratti originalissimi, che ha rappresentato una vera novità per la scena musicale italiana. SI tratta di un ambizioso doppio album, composto da un primo disco di canzoni e un secondo di tracce strumentali, intitolato Frattali, il tutto caratterizzato da una produzione di livello eccellente, dove cura di particolari ed eleganza la fanno da padronte. Rispetto al passato i Sursumcorda hanno maturato molta esperienza sul campo componendo tante colonne sonore e non hanno fatto altro che migliorare quanto avevano lasciato intravedere con l’ottimo esordio L’Albero dei Bradipi. Dopo essere rimasti in tre del gruppo originario, ovvero Giampiero “Nero” Sanzari (Chitarra Voce), Piero Bruni (Chitarra) e Francesco Saverio Gliozzi (violoncello), in questo disco allargano l’ensemble a cinque con l’ingresso Fabio Carimati (Batteria) e Emanuele “Manolo” Cedrone (percussioni). Ciò che non è cambiato è lo spirito che anima questo gruppo, ovvero la capacità di coinvolgere musicisti di diversa estrazione come nel caso dei fiati suonati dalla ex componente del gruppo Claudia Verdellocco o degli archi diretti da Daniele Ferretti. Nonostante la varietà di strumenti utilizzata non si corre mai il rischio di vedere il sound saturo, ma anzi tutto fluisce in modo armonico e naturale andando a comporre una sorta di concept album nel quale si viene continuamente sollecitati ad andare oltre il fascino della bellezza ma a spingersi oltre, accettando anche il rischio. I testi sono caratterizzati da un grande spessore poetico e si svelano in tutta la loro evocatività sposandosi alla perfezione con le melodie quasi ci fosse una sorprendente complicità tra musica e parole. Ad aprire il disco è la voce di Bal Val, fisarmonicista gitano che con il suo preludio ci invita ad accedere nella porta dietro la cascata, che si schiude per noi nella splendida title track un intenso strumentale dai toni onirici. Segue poi la soffice e leggera Bambina Che Schiaccia I Pinoli, caratterizzata da atmosfere fiabesche di incanto dove chitarra, archi e pianoforte fanno da sfondo ad una favola sull’emozioni della scoperta. Tra i brani più belli va menzionato Il Palazzo, un elogio alla semplicità e alla bellezza del quotidiano, da cui traspare tutta la forza poetica dei testi dei Sursumcorda. Piace l’approccio vocale di Sanzari che con la sua voce da chansonnier, emoziona l’ascoltatore interpretando i singoli brani con trasporto e passione. Le emozioni crescono quando alla voce di Sanzari si aggiunge quella femminile ne A la merci du voyage (In balia del viaggiare) un brano in crescendo che si apre alle influenze del tango trascinata da una coinvolgente fisarmonica. Sul finale arrivano due brani atipici per i Sursumcorda, che vanno nei quali si parla di problemi sociali, quasi dal sogno si tornasse alla realtà. Così si incontrano i nostri antenati emigrati oltreoceano ne La Valigia di Cartone, una bossanova che rimanda alle colonne sonore di Piero Piccioni degli anni settanta, e Tutti I Fiumi Vanno Al Mare, nella quale viceversa si parla dei migranti di oggi, in una storia dura fatta di sopravvivenza e solitudine alla ricerca della libertà. Un discorso a parte lo merita It’s for you dei Beatles nella versione italiana So che tu mi vuoi, interpretata da Mina nel 1965 ed arrangiata da Martelli, i Sursumcorda ne realizzano una versione incantevole dall’arrangiamento elegante e raffinato. Non meno bello ed affascinante è poi Frattali, il secondo disco, una raccolta di brani strumentali, spesso legati ai brani del disco principale, che vivono di vita propria per effetto della ricchezza di suoni e degli arrangiamenti. In particolare ci piace segnalare Frattale 1, dove brilla l’utilizzo del cristallarmonio, strumento raro suonato da Gianfranco Grisi che, si basa sullo sfregamento manuale di bicchieri accordati ad acqua o l’altrettanto bello Frattale 2, che piace per la sua delicatezza e semplicità. La Porta Dietro La Cascata è dunque un disco, ambizioso, caratterizzato da una fortissima identità musicale e da una poesia vibrante di emozioni, un viaggio da compiere a metà strada tra sogni e realtà.

Salvatore Esposito

Nakaira – Di Terra e Di Mare (Alfamusic)

Nati nel 1999 con l’intento di lavorare nella ricerca e riproposizione del repertorio folk siciliano, i Nakaira hanno accumulato in questi anni una lunga esperienza dal vivo non solo in Italia ma anche all’estero come dimostrano i successi raccolti in Gran Bretagna e Scandinavia, nonché un ottimo disco di esordio, Onde Sonore del Mediterraneo del 2005. A distanza di quasi cinque anni, il gruppo siciliano torna con Di Terra e Di Mare, una sorta di concept album incentrato sulla ricerca nella tradizione delle danze e dei canti dei pescatori e dei mercanti che nel corso degli anni hanno attraversato il Mediterraneo, registrato nel corso di quattro anni durante le pause dei tour che hanno visto il gruppo siciliano esibirsi in tutta Europa e non solo. Se per molti versi questo disco è la naturale evoluzione del percorso cominciato con il disco di debutto, rispetto al passato il sound è ancor più accattivante essendosi arricchito dell’uso dell’oud arabo, del saz turco, del friscalettu siciliano, e di altri strumenti etnici come il kaval, il chalumeau e il marranzano, che si affiancano alle trame tessute dal bouzouki e dalle percussioni. Laddove l’esordio era incentrato sulla tradizione musicale siciliana, questo nuovo disco allarga l’orizzonte dei Nakaira a tutto il Mediterraneo, arrivando ad esplorare territori musicali nuovi, di cui se ne era intravista la sagoma in lontananza nella splendida Deserti, scritta a quattro mani con Carlo Muratori. Ad arricchire il tutto c’è la presenza di diversi ospiti come Faisal Taher, il cantante palestinese dei Dounia accompagnato dal percussionista Riccardo Gerbino, l’etnomusicologa greca Smaragdi Boura che impreziosisce con la sua fisarmonica alcuni brani, le voci del siciliano Giampaolo Nunzio de i Beddi e del greco Vassilis Karakoussis. Va segnalato inoltre l’ingresso nella formazione dell’ottimo bassista Marco Carnemolla, già al seguito di Carlo Muratori, che con il suo apporto contribuisce in maniera determinante alla sezione rimtica. Durante l’ascolto si viene trasportati in un viaggio che attraversa che parte dalla Sicilia per toccare la Spagna, la Grecia, la Bulgaria fino a raggiungere la Palestina, in un fluire di suoni ed emozioni che si dipanano attraverso le varie lingue usate nei vari brani, ovvero il siciliano, l’arabo, il greco e il turco. Trovano così spazio contaminazioni sonore che spaziano dal mondo arabo ai Balcani, elementi già presenti nel suono dei Nakaira ma che qui esplodono in una originalissima commistione sonora che li ha portati a mescolare nel loro repertorio, brani della tradizione siciliana con i testi recuperati dal Favara, danze greche, balcaniche e spagnole, fino a toccare alcuni brani originali di ottima fattura, che rappresentano la sintesi di tutte le loro esperienze. Nel complesso a brillare in modo particolare sono brani come Amuri Amuri/Pasacalles de Zamora o Bougrana/Stergios, nei quali si apprezza a pieno tutto il talento di questa band nel cercare un meltin’ pot sonoro dai tratti originali, ma allo stesso tempo fortemente legati alla matrice tradizionale. Di Terra e Di Mare è dunque un disco solido ed ottimamente prodotto che apre un interessante spaccato sul rapporto tra la tradizione musicale siciliana e quella del Mediterraneo, quasi a voler ripercorrere le tappe dei pescatori e dei mercanti che da sempre solcano questo mare.

Salvatore Esposito

Almoraima – Amor Gitano (AnimaMundi, 2010)


Nati nell’estate del 2007 dall’incontro tra il chitarrista flamenco Massimiliano Almoraima, la percussionista Manuela Selinaro e il bassista Luigi Baldassarre, gli Almoraima sono un interessantissimo gruppo salentino che da qualche anno si dedica alla ricerca della tradizione musicale gitana ed in particolare alle varie connessioni musicali che si sono create con essa in terra spagnola. Non è un caso quindi che il nome del gruppo derivi proprio da quel lembo di terra tra Sevilla, Cadiz e Malaga che si chiama Almoraima, dove hanno trovato asilo i Gitani Sindi, provenienti dal Rajasthan, i mori magrebini e gli stessi Spagnoli, tornati dai viaggi nel nuovo mondo carichi di ritmi e sonorità innovative. Il gruppo che ruota intorno alla figura di Massimiliano Almoraima, autore delle musiche e dei testi del gruppo, ha visto in tempi più recenti l’ingresso nella formazione del talentuoso fisarmonicista Rocco Nigro. Il loro percorso di ricerca è stato finalizzato con la pubblicazione di Amor Gitano disco composto da nove brani che spaziano da sonorità spagnole a quelle arabe fino a toccare ritmi e sonorità che rimandano alla rumba cubana, alla guajira e al tango argentino. A completare gli Almoraima per l’occasione troviamo anche diversi ospiti come Redi Hasa al violoncello, Maria Mazzotta e Bruno Bernes alle voci, Virginia Nicolini al bansuri e Mika Fernandes al cajon. L’ascolto è molto coinvolgente e piacevole e sorprende l’attitudine degli Almoraima nel cesellare e curare ogni dettaglio, rendendo il sound particolarmente accattivante ed eclettico, dando vita ad un atmosfera che ispira vibrazioni positive. A caratterizzare il sound in modo particolare è il dialogo continuo tra la chitarra flamenco e la fisarmonica, sul cui sfondo si muovono in modo sensuale e ipnotico le percussioni. Ad aprire il disco è lo splendido strumentale Mañana a cui seguono le fascinose Amor Gitano e Camino Nel Desierto, che rappresentano senza dubbio i brani di punta del disco. Tra i vari strumentali presenti, emergono anche i tre brani cantati ovvero El Duende De Alegria, Azulejos de Lunares e La Madrugada. Amor Gitano è un disco di grande fascino che non mancherà di sorprendere gli amanti della musica tradizionale spagnola e soprattutto regalerà più di una emozione per coloro che a questa tradizione si avvicineranno per la prima volta.

Salvatore Esposito

Ilaria Pastore - Nel mio disordine (Totally Unnecessary Records/Audioglobe)


Cantautrice lombarda dotata di talento ed originalità, Ilaria Pastore giunge al suo debutto discografico Nel Mio Disordine, dopo aver maturato una intensa esperienza dal vivo con il suo trio insieme a Lucio Fasino (basso) e Antonio Fusco (batteria e percussioni). Il disco, composto da dieci brani, è stato inciso con i suoi due storici collaboratori e con la partecipazione di alcuni ottimi strumentisti come Gipo Guarrado (chitarre) che si è occupato anche degli arrangiamenti, Mattia Boschi (violoncello), Valentino Finoli (clarino), Fiorano Bocchino (fender rhodes) e Mell Morcone (pianoforte). Ascoltando Nel Mio Disordine si ha la sensazione di avere di fronte una cantautrice dallo stile originale e mai scontato, che pur inserendosi nella migliore tradizione del cantautorato italiano al femminile, sia riuscita a dar vita a canzoni dai testi profondi e dalle melodie orecchiabili ed immediate. Atmosfere delicate e quasi sognanti fanno da sfondo a storie che sembrano piccole fiabe cantate, come nel caso delle bellissime Miele e I Passi Avanti, il tutto seguendo il fil rouge del tema centrale del disco, ovvero la crescita e i suoi cambiamenti. Le trame tenui degli arrangiamenti valorizzano la bella voce di Ilaria Pastore, che dimostra non solo di avere solide basi musicali ma anche un certo eclettismo nel modulare le varie tonalità, ed in questo senso fondamentale è il suo bagaglio artistico accumulato studiando canto jazz. Se quasi tutto il disco convince pienamente tanto dal punto di vista dei testi quanto da quello prettamente musicale, nel caso di A Volte il disco inverte un po’ la tendenza virando verso sonorità più ruvide, che mal si addicono alla bella voce della Pastore. Sostanzialmente Nel Mio Disordine è un ottimo album di debutto, nel quale si ha la sensazione di avere di fronte una cantautrice matura ed in grado di esprimere al meglio le sue potenzialità e che siamo certi avrà un futuro costellato da belle soddisfazioni. Una scommessa vinta, che però richiede una pronta conferma, diversamente questo disco sarebbe un occasione persa.

Salvatore Esposito

A Fil De Ciel – Vertigo (FolkClub Ethnosuoni)

Gli A Fil De Ciel sono un gruppo piemontese dell’area occitanica, attivo dal 2004, anno in cui diedero alle stampe per Folkclub Ethnosouni il loro disco di debutto, nel quale si apprezzava un rigoroso percorso di ricerca attraverso la tradizione troubadorica medioevale. Nel corso degli anni il gruppo si è evoluto in un progetto molto più articolato con l’ingresso nella line up di una eccellente sezione ritmica e delle tastiere e soprattutto con l’arricchimento del repertorio con composizioni originali e sonorità più moderne ed accattivanti. A testimonianza di questo nuovo corso del gruppo, è recentissima la pubblicazione di Vertigo, disco che mette in fila tredici brani, per lo più tradizionali che spaziano dalla tradizione sefardita a quella spagnola passando fino a toccare quella occitanica e la provenzale. Il gruppo composto da Gabriella Brun (hurdy-gurdy, accordion), Silvio Ceirano (chitarra e percussioni), Roberto Fresia (tastiere), Marco Lovera (trombone, cornamuse), ruota intorno alla splendida ed eclettica voce di Rosella Pellerino, che si muove con personalità e disinvoltura attraverso le diverse tradizioni musicali toccate nel corso del disco. Fondamentale a livello sonoro ci sembra l’apporto del polistrumentista Silvio Ceirano, ma anche quello di alcuni ospiti speciali come Marco Allocco (cello e double bass), Davide Arneodo (violino, slide guitar, mandolino e toy piano) e Michele Piantà (basso), che contribuiscono in maniera determinante alla caratterizzazione degli arrangiamenti. Rispetto al disco di esordio, in Vertigo, si apprezza a pieno tutto lo sforzo compiuto dal gruppo piemontese nel tracciare un vero e proprio itinerario di viaggio attraverso la lingua d’òc, seguendo un fil rouge a spasso nel tempo tra la Val d'Aran in Spagna, il sud della Francia e le quattordici valli piemontesi. Gli A Fil De Ciel sono riusciti così a far emergere sonorità dimenticate, rivestendole di caratteri moderni senza snaturarne il contenuto più profondo, facendo emergere tutta la potenza espressiva dei testi tradizionali, lasciando intatta tutta la loro autenticità. Ciò lo si apprezza anche nei due brani originali presenti nel disco, ovvero la title track composta da Lovera e Manresa scritta da Fresia, entrambe infatti si caratterizzano per una forte impronta tradizionale pur presentando una struttura più eclettica e moderna. Eccellenti dal punto di vista interpretativo ci sembrano i brani tratti dal repertorio religioso ovvero La Gaseta composta da Sergio Berardo ed ispirata ad un frammento del XVI Secolo nella quale si narra la nascita di Gesù, e i tradizionali Sant Jusep embo Maria e La Vierge, quest’ultima caratterizzata da una magistrale prova vocale della Pellerino. Malgrado qualcuno avventatamente li abbia accostati agli irlandesi Moving Hearts, forse sminuendo il grande lavoro di ricerca che è alle spalle di ogni singolo brano, gli A Fil De Ciel, sono senza dubbio una delle più belle sorprese della scena musicale occitanica, della quale spesso si ci limita a ricordare i soli Lou Dalfin. Vertigo, insomma, è un disco di grande spessore che merita un ascolto attento.

Salvatore Esposito

Autori Vari - La Stagione della Beneficenza (Veneto West Records)


La Stagione della Beneficenze è un progetto coordinato dal chitarrista e compositore Mike 3rd che ha visto la realizzazione di tre singoli, prodotti da Ronan Chris Murphy (King Crimson, Tony Levin, Terry Bozzio, etc), i cui proventi delle vendite verranno devoluti a sostegno della causa di Greenpeace, che ha sposato con entusiasmo la causa dando il patrocinio ufficiale, e dell'A.I.R.C. - Associazione Italiana per la ricerca sul Cancro. Proprio Mike 3rd a riguardo afferma: “Vogliamo pubblicizzare l'iniziativa senza alcun limite, più persone verranno a conoscenza del nostro progetto più fondi sarà possibile raccogliere per le nobili cause supportate”. Distribuito su I-Tunes dalla Veneto West Records, indie label guidata dal produttore Ronan Chris Murphy, il progetto vede coinvolti lo stesso Mike 3rd con la meravigliosa cantante americana Cheryl Porter, gli Hypnoise e gli Ex-KGB. I tre singoli pur essendo differenti per stile ed atmosfere, si segnalano per la loro originalità e bellezza. Ad aprire il disco è A Little Poem for the Sea, fascinosa ballata acustica pennellata magistralmente dalla chitarra di Mike 3rd ed impreziosita dalla presenza di Cheryl Porter alla voce. Seguono gli Hypnoise con una line up completamente rinnovata che regalano più di un emozione con In The Twilight, brano che mescola progressive e alternative rock in una miscela esplosiva. Chiudono il terzetto, i talentuosi The Ex-KGB che con Dangerous Toys esplorano i territori nuovi di un irriverent groovy rock assolutamente rivoluzionario. Insomma un progetto che coniuga la beneficenza non può che essere salutato con grande piacere, oltre che per la qualità dei singoli brani ma anche per lo spirito che li ha animati nella loro realizzazione.

Salvatore Esposito

venerdì 6 agosto 2010

Stefano Frollano dalla West Coast e ritorno, tra suggestioni, sogni e passioni


Cantautore romano e giornalista, nonché uno dei biografi ufficiali di Crosby, Stills & Nash, Stefano Frollano giunge al suo secondo album, Sense Of You, disco che segna un importante tappa del suo percorso artistico. Laddove infatti l’album di debutto lo vedeva alle prese con stilemi tipici della west coast, in questo nuovo lavoro è riuscito a far emergere tutta l’originalità della sua proposta musicale, dando vita ad undici brani di ottima fattura. Lo abbiamo incontrato per approfondire la genesi e le ispirazioni di questo nuovo disco.

Sense of You è il tuo secondo disco, quali sono le diversità rispetto al tuo disco di debutto? Cosa è ca
mbiato a livello stilistico e a livello sonoro?A livello sonoro, alla base, se si intende qualcosa che ha a che fare anche con gli arrangiamenti , c'è la matrice folk rock che ho sempre seguito e che fondamentalmente si rispecchia anche nella scelta della strumentazione usata. Non c'è assolutamente quasi nulla di inusuale anche se la scrittura di qualche brano mi ha portato poi a scegliere delle cose piuttosto che altre. Se devo trovare un filo conduttore col precedente posso dirti che, oltre alle voci, soprattutto quelle femminili, ho posto particolare attenzione ai colori ritmici. Anche se non sono un percussionista, amo sentire le percussioni nelle mie canzoni ma cerco di non usarle mai in senso "latino". Piuttosto devono essere amalgamate con il linguaggio che uso, canzone per canzone. Non devono dare una connotazione al brano. A livello stilistico, le canzoni del disco precedente furono scritte e registrate in un arco di tempo molto ampio e riflettevano anche la vicinanza del gruppo di musicisti che frequentavo all'epoca (fine anni '80 e primissimi 90). L'influenza su quel disco , al di là degli arrangiamenti, era nella scrittura molto vicina alla west-coast, che per anni ho ascoltato e suonato. Poi è arrivò il momento di separarsi da certe cose, con affetto, senza rinnegarle, farne tesoro e rielaborarle per un proprio stile. O, almeno, cercare una propria strada.


Rispetto al tuo disco di debutto, Sense Of You lo vedo come un disco più intimista, più introspettivo, forse per certi versi anche più personale rispetto al tuo esordio che era una sorta di diario di viaggio...
Nel disco precedente alcune canzoni erano co-firmate da un altro musicista, quindi ovviamente erano il frutto di una collaborazione. Questo nuovo disco è molto più mio, come si può notare anche dalle tematiche che tratto, vedi il rapporto uomo-donna. A proposito di questo mi piace segnalare che esiste un prologo di presentazione del disco, stampato su un booklet promozionale ma che tutti possono leggere sul mio myspace (www.myspace.com/stefanofrollano ), e anche sul mio sito (www.stefanofrollano.com), che sto ricostruendo per l'occasione. Il disco è incentrato pienamente su questo argomento. Sono storie di addii e riappacificazioni, di separazioni o di gioie e di sogni e di libertà nel rapporto con la donna. Un confronto continuo che tento di comunicare a me stesso e agli altri, usando poi vari stili musicali, che sono quelli che mi hanno accompagnato da sempre. Dal rock ad una certa "fusion" leggera , dall'irish all'acustico. Ovviamente non c'è nessun minestrone! Credo di aver affrontato la musica e la scrittura in maniera molto"leggera". Senza traumi. La sintesi, è un po' il termine o meglio, il tentativo, di "fondere" gli stili con il suono delle parole e il loro significato e poi il loro senso. Insomma, i brani con le loro storie da raccontare non possono essere, se tristi (o viceversa), scritti con un tono interpretativo allegro o con una scrittura o un cantato non credibile. Mi viene in mente la drammaticità di Jack White nella reinterpretazione di Jolene sull'ultimo live dei White Stripes. L'originale cantata da Dolly Parton è qualcosa di veramente osceno. Cito questo esempio perchè il testo, molto triste, viene cantato con una voce da oca giuliva, alla quale aggiungerei la assenza totale di espressività sul volto nel momento del canto, per capirlo basta vedere qualche video su you tube. La versione lacerata, (spostata poi dalla tonalità maggiore alla minore, e re minore se non vado errato - che è anche la tonalità generalmente usata per i Requiem) ridà al testo l'importanza del racconto contenuto e White è credibilissimo quando la canta. L'attacco iniziale ricorda The End dei Doors o Running Dry di Neil Young. Ecco,le mie canzoni non raggiungono dei toni diciamo così estremi ma forse, certi problemi intimi, personali, che sono poi quelli di tutti, andavano cantati e interpretati seguendo la loro naturale inclinazione. Seguendo il tono che le aveva generate. Seguendo la tristezza o la gioia che erano state vissute dai protagonisti. Ad ogni modo, trovo difficile entrare nel profondo dei vari brani, di cui potrei tranquillamente parlare per ore. Spesso trovo inspiegabile come nascano alcune canzoni, alcune sono di completa fantasia, altre fanno riferimento ad episodi accaduti realmente nella mia vita o nella vita di persone a me care. Questa volta il mio viaggio è stato di tipo interiore, ma niente che abbia a che fare con lo spirituale. E' piuttosto una ricerca sull'identità umana e sulla sua realizzazione, che non ha nulla a che fare con il ruolo sociale che ogni essere umano ha nel mondo.


Ancora una differenza che ho rilevato rispetto al disco di debutto, è che il tuo songwriting sembra aver acquisito tratti molto più originali e personali e le reference rispetto ai tuoi miti di sempre Crosby, Stills, Nash & Young. La mia sensazione è che il tuo stile emerge in modo più netto...
Credo ci siano molte suggestioni all'interno del disco, ma non sta a me scoprirle. Spero che qualcuno le trovi così come io ho fatto negli anni, divertendomi ed emozionandomi, nello scoprire i dischi degli autori che amavo. Comunque credo che con alcuni brani, sebbene siano presenti alcuni musicisti dell'entourage di Crosby e Nash, certe cose forse sono diventate un po' lontane, e non è un problema. Assolutamente...


Al disco hanno collaborato musicisti di grande prestigio, ci puoi parlare delle tue varie collaborazioni?

Ci tengo a dire che ho avuto dei musicisti strepitosi ma soprattutto delle persone straordinarie, per le quali nutro un affetto enorme. Saranno sempre legate a me e alle canzoni che hanno saputo forgiare in questo arco di tempo, senza di loro e la loro capacità umana di fare gruppo nulla sarebbe accaduto. James Raymond al piano, all' organo e alle tastiere e Jeff Pevar alle chitarre, già presenti nel primo album, qui entrano negli arrangiamenti e nelle parti in maniera decisa e, in alcuni momenti anche decisivamente. Sappiamo tutti chi sono ma ricordiamoli assieme a David Crosby nella breve ma intensa e bellissima avventura musicale di CPR e poi come accompagnatori di quasi tutti i più grandi nomi della scena internazionale, dal rock al jazz. Siamo molto amici ed è sempre un onore averli accanto. Ci siamo incontrati anche recentemente durante il tour di CSN qui in Italia e ad ottobre faremo qualche altra cosa insieme. Poi naturalmente al basso Marco Vannozzi, per anni collaboratore di Venditti e di altri cantautori italiani. E poi ancora tutti musicisti di esperienza internazionale come Francesco Isola proveniente dall'Inghilterra, dopo aver militato in varie bands e girato per le Isole Britanniche con varie cantanti di rock e soul è ritornato in Italia per collaborare con vari artisti pop. Assolutamente importante il suo ruolo, perchè essenziale. Mai sopra le righe. Pregio di pochi al mondo. Ed è quello che volevo da tutti. Non volevo assolutamente che la tecnica, sebbene presente, diventasse la protagonista. Poi Franco Piana che con il padre Dino ha raggiunto livelli internazionali nel jazz davvero entusiasmanti; i suoi interventi all'interno dell'album sono davvero notevoli. Altro grande musicista è il percussionista Luca Scorziello che ha suonato in tutto il mondo. Qui in Italia ha praticamente collaborato con tutti da Dalla a Baglioni a Britti, giusto per citarne alcuni. Poi l'altro percussionista Max Cusato che assieme a Giuliana De Donno, che suona l'arpa, ha una serie di progetti anche questi a livello internazionale. Giuliana, ha assunto un ruolo importantissimo qui in Italia per la serie di strumenti che suona, dall'arpa classica a quella andina, la celtica e altri strumenti a corda con i quali ha recentemente composto il suo album Harp to Harps. Anche lei vanta rilevanti collaborazioni , dal Teatro dell'Opera di Roma al pop italiano ed internazionale, passando per le avventure più irish e folk a momenti assolutamente intimi oppure popolari. Poi ancora Pierluigi Campili, dell'entourage dello studio di registrazione romano dove sono state realizzate la maggior parte delle incisioni, che è ospite all'Hammond in un brano e che ha dato anche un supporto agli arrangiamenti di alcuni brani e poi ancora il bassista e autore Marco Polizzi (suona con gli Astarte Syriaca band romana di prog-rock con il secondo cd in uscita), che da dietro le quinte, assieme a Vannozzi, si è assunto il ruolo di ingegnere del suono, nonchè di collaboratore a numerosi arrangiamenti. E alla fine come non citare le bellissime cantanti, rigorosamente in ordine alfabetico, Chiara De Nardis, Daria Venuto, Gabriella Paravati (già nel mio primo cd), Laura Visconti e Paola Casella. Che si alternano nei vari brani, dove le loro voci, si fanno di volta in volta interpreti dei ruoli che i testi raccontano, duettando con me. Tutte hanno una grossa esperienza musicale e di spettacolo e sono molto contento del risultato che è stato raggiunto con pochissime prove. Chiara viene dal jazz e dalla bossa nova ma ama sconfinare; Laura è anche autrice e ha spesso collaborato con vari interpreti italiani tra i quali Bobby Soul (qualche suo brano è presente in varie compilations curate da Ernesto De Pascale), Gabriella ha girato l'Italia in lungo e largo e la sua conoscenza della musica americana, in particolare, è davvero notevole. Daria Venuto anche lei autrice di propri brani, sta curando un suo progetto di canzoni in italiano ed ha alle spalle, sebbene giovanissima, una intensa esperienza live. Paola oltre a cantare con una serie di bands è anche attrice di notevole impatto emozionale e spesso è protagonista in tv e al cinema per lungometraggi, sit-com e sceneggiati, tra i quali Un Posto Al Sole, La Squadra, Medicina Generale, Giuseppe Moscati e altri.


Ci puoi parlare del processo creativo che è dietro i vari brani di Sense Of You?

I brani sono stati scritti quasi tutti recentemente, tra il 2007 e il 2009 eccetto per un paio di casi.L'idea della strofa di The Dance invece viene dal passato, addirittura dal 1988. Era una melodia che mi portavo dietro da anni e che alla fine sono riuscito a realizzare. (She Won't) Fly Away e Sense Of You vengono da un 'unica idea anche se poi le ho volutamente arrangiate e ricreate all'interno del disco in due momenti distinti. La canzone è ispirata dalla sceneggiatura di un film ancora inedito, scritto da un autore e attore italiano, Corrado Veneziano, col quale inizierò a collaborare presto per lo sviluppo definitivo di questa colonna sonora. In (She Won't) Fly Away, Jeff suona la slide guitar e al brano abbiamo voluto dare una connotazione fortemente "on the road". La ripresa, ricalca apparentemente questa idea ma all'improvviso l'ascoltatore viene immerso in un'altra atmosfera, più intima, più riflessiva, dove ritorna , riemerge il confronto con la donna e quindi con una voce, un ruolo femminili. Daria Venuto impersona la protagonista del film e ho trovato la sua timbrica molto adatta al linguaggio musicale che ho voluto usare. Le canzoni, tutte le altre, assieme a quelle citate, vengono da momenti anche personali, se vuoi, come ho detto prima. Su Believe ho scelto di suonare un solo alla vecchia maniera e inserire una intro strumentale (forse c’è qualche eco proveniente dall’ascolto della musica dei Seventies). In Your Eyes, oltre al mio solo di armonica , c’ è la fuga finale di piano di James. In questi due brani, a carattere altamente melodico, Gabriella Paravati mostra la sua abilità ma anche l'emozione e il coinvolgimento. Sul brano Fallin Apart ho lavorato molto con le varie parti di chitarre e le percussioni di Luca e l'organo finale di Pierluigi hanno dato un sound assolutamente Sixties alla canzone. La realizzazione dell'album è durata relativamente poco. Ho impiegato più tempo forse a scrivere che a registrare. A differenza dell'esperienza precedente, dove accadde tutto al contrario. Qui c'erano in gioco cose personali, la ricerca di una verità mia che,attraverso la scrittura, potesse farmi vedere "oltre". Di superare certe difficoltà. E , allo stesso tempo, di divertirmi a cercare di trovare un velo, una seta che potesse nascondere o far trasparire il volto vero delle canzoni, il volto, l'essenza dell'immagine femminile. Cercare di trovare il senso della propria donna interiore, della propria fantasia. Realizzare un album non è una cosa facile, al di là del supporto di una casa discografica (che non c'è stata) o di supporti tecnologici. E' il rapporto che instauri con le tue canzoni. Le scrivi, le cambi, ci ritorni sopra tante volte prima di entrare in studio. Sono stato libero di produrre quello che mi piaceva con le persone che mi piacevano. Devo ringraziare il personale dello studio, lo Zoo Symphony di Roma (www.zoosymphony.com) che con Marco Polizzi e Marco Vannozzi, si è prodigato per mesi alla ricerca del suono e del significato che un progetto così potesse arrivare ad ottenere un ottimo risultato. E le prime recensioni ci stanno confermando questa convinzione. Avevo delle idee quando sono entrato in studio. Alla fine quelle sono rimaste. Ma sono state vestite da tanti colori. Ho seguito tutto il processo fino al missaggio e al mastering. E naturalmente anche le immagini catturate da Filippo Trojano e Giulia Sebastiani e curate poi da Francesca Gorini. Eccellenti artisti, ognuno nel proprio campo che hanno seguito, il "senso" del discorso, fino in fondo. Mi piace sottolineare come il titolo del disco sia stato ispirato da una scritta vista una notte mentre passeggiavo per il centro di Roma con il mio amico Fabio Pellegrini, che mi ha aiutato molto nella realizzazione del brano Hello! e casualmente ci siamo imbattuti in una scritta: "c'è un senso di te"; quella sera si accese la lampadina e volli intitolare questa raccolta di canzoni, questi frutti di carta, in quel modo..."Un senso di te", c'era tutto un mondo romantico, bello e lacerato, drammatico, ma mai disperato, mai sconfitto dietro le canzoni che avevo scritto e il senso di te, donna , fantasia, Musa, era quello che stavo cercando con la scrittura e le canzoni. Non mi interessava sapere cosa avrebbero pensato gli altri. Era ed è una mia ricerca personale che continuerà. Ora però, da questo progetto me ne devo separare. Non a caso, sono tornato recentemente lì, in quella strada, e la scritta sul muro era sparita. Un segno, evidentemente che anche questa esperienza, bella, doveva finire. Sono stato felice di realizzarla ma voglio poter scrivere ancora e migliorarmi. Questo è solo l’inizio. Ho sempre di fondo uno stato di insoddisfazione.


Venendo ai brani, il disco si apre e si chiude con Hello, un brano molto intenso dai tratti molto poetici...

E' stato l'ultimo brano ad essere scritto, come racconta The Spiritual Guidance nel prologo. L'apertura è la mia, un sussurro che diventa poi voce femminile alla fine, alla chiusura dell'album. La canzone è ispirata ad un drammatico episodio, realmente accaduto, e narrato in un libro di Gabriella Paravati. Ho voluto fortemente che a cantarla fosse la stessa Gabriella perché lei è l’immagine di questo brano. Perché solo lei avrebbe potuto comunicarne la forte dimensione emotiva. “Hello!” narra il dolore di una separazione definitiva. Un verso contenuto all’interno, “In A Scanner Darkly”, è il titolo del libro di Philip K.Dick, diventato poi anche un film , uno dei più grossi autori di fantascienza. La frase presa in prestito, assume un'importanza fondamentale per la canzone, per la persona colpita ma anche per tutto il tono e la ricerca dell'album. Questo oscuro guardare, questo guardare la realtà solo con gli occhi fisici, come uno scanner appunto, non consente al protagonista di vedere oltre. C'è invece, per capire più profondamente, bisogno di andare oltre, di vedere con altri occhi la realtà degli altri, dell'altro. E' necessario trovare una propria capacità di immaginare. Qualcosa che ci consenta di vedere l'invisibile. Insomma cercare la fantasia, questa nostra donna interiore, che prima immaginata ci consenta poi, nella realtà di conoscerla veramente. Ma Hello parla anche di speranza. Di poter rivedere o di ricordare chi si è perduto definitivamente. "Tu sei ancora vivo dopo tutto e io non voglio lasciare il tuo nome scivolare via. Bagnerò le mie dita in oscuro guardare e sentirò dirti ancora Ciao!". Ecco la proposizione è quella della fantasia, di ricordare, non solo a livello cosciente la persona perduta, ma anche, nel sogno, ricrearla, appunto con la fantasia interna, che è solo dell'essere umano. Bagnare le dita nel proprie lacrime di dolore perchè sono quelle che, testimonianza di una affettività non perduta, ti danno la possibilità di tenere viva dentro se stessi la persona amata. Insomma continuare a tenere la propria sensibilità, a non annullarla o non farsela annullare. David Crosby mi ha scritto dopo aver sentito questa canzone. Un giorno potrebbe prendere in prestito questi versi e adattarli alla sua storia o a quella del gruppo,"dopo tutto siamo ancora vivi..."


Tra le varie tracce ho molto apprezzato Chagall's Song. So che sei un grande appassionato di arte, quanto ti ha influenzato questa tua passione nella composizione dei vari brani di Sense Of You?

Chagall's Song è il racconto di una storia d'amore dove il "lui" deve rapportarsi con questa separazione decisa improvvisamente da "lei" e anche se il dolore è forte, lui continua a sperare di poterla ritrovare, di rincontrarla, di poter trasformare i momenti che i due avevano mancato in altri momenti, di poterne creare di nuovi. E il tutto avviene sotto un quadro di Chagall, La Passeggiata. E' il quadro dove il pittore russo tiene per mano la sua compagna che vola in alto sullo sfondo della propria città, la passeggiata in aperta campagna. Dove lui e lei non si guardano l'un l'altro ma guardano fuori, verso di noi. La rappresentazione assolutamente di libertà del rapporto e non come qualche critico al contrario, adducendo motivi prettamente politici a questo quadro, ha dichiarato. E' proprio questa potente immagine, questa immagine di rapporto che ha catalizzato la mia attenzione e lasciandomi così concludere la canzone che fa riferimento espressamente al volo di lei sopra di lui. E credo che nel disco questa canzone rappresenti uno dei momenti più forti. James Raymond è straordinario qui. Così come le percussioni e i suoni di Luca Scorziello preso tra congas triangolo shaker e chissà cos'altro. E vi confesso anche che di questa canzone esistono solo due takes. Tutte due buone. Registrate in venti minuti. Chiara De Nardis qui usa la voce per il riff ma infonde e lascia immaginare la voce della protagonista che , a suo modo, personalissimo, fa da eco al protagonista maschile della love story. Il finale rimane aperto. Le voci dei due si ricongiungono solo per un altro attimo in un I love You. Forse l'ultimo, chissà, per poi separarsi definitivamente. Un po' come nel quadro, dove lei è tenuta da lui. Ma sta per volare via o per rimanere?? Questa immagine del volo mi seguiva sempre, anche in (She Won't) Fly Away. Sembra assumere vari significati in varie canzoni...il volare via definitivamente oppure lasciar volare via l'altro proprio perchè lo si ama. Lasciarlo libero di essere sé stesso.


Veniamo a The Dance, un brano che presenti anche in versione editata, ci puoi parlare della genesi di questo brano e del particolare intro che caratterizza la versione del disco...

L'idea di usare la tromba mi è venuta dopo aver pensato al riff. Ho cercato di dar vita ad un brano pop/soul, ma con qualche suono alla Steely Dan e allora ecco che Raymond al fender rhodes e Pevar alle chitarre (ritmiche e soliste che si rincorrono continuamente, con botta e risposta) hanno circondato la tromba di Franco Piana. I tre insieme a Luca, che fa un solo di percussioni, e alla base ritmica si lasciano andare nei dialoghi strumentali della coda. Paola ha impreziosito il brano con un ottima interpretazione. Forse è il brano più spensierato dell’intero cd. Abbiamo registrato insieme anche una versione acustica della canzone, una chitarra e due voci. Nella versione dell'album io suono una acustica ed una elettrica. Abbiamo fatto la versione radio, che credo insieme a (She Won't) Fly Away e Northern Lights sia uno dei brani più radiofonici.


Mi piacerebbe che illustrassi ai lettori di Blogfoolk la bellissima Northen Lights, altro brano che considero fondamentale per il disco...

Questo brano, come tutti gli altri è nato da una struttura sostanzialmente acustica, con l'accordatura in Double Dropped D, cioè con i due MI abbassati di un tono. In realtà sei canzoni su dieci di questo disco sono in qusta accordatura. Trovare nuove soluzioni sonore e accordi sospesi è sempre una ricerca intrigante. Se c'è stata una evoluzione allora, tanto per tornare alle battute iniziali, devo dire che in questo sono andato avanti ed ora sto scrivendo un altro paio di brani con altre accordature. Northern Lights è quasi un gioco. Chiesi a Giuliana di riarrangiarla per l'occasione e a Laura di studiare le voci. Abbiamo lavorato tantissimo con Laura e abbiamo provato varie takes. Anche lei aveva scritto le parti per le voci. Per quanto riguarda le percussioni Max Cusato durante le sessions si è divertito a farci vedere e sentire cose incredibili. Attualmente la canzone è una delle più trasmesse in Olanda e in Danimarca.


Sul finale ci sono altri due brani che mi hanno molto colpito Memory Of Your Love, nella quale ho percepito qualcosa di molto personale e la title track, sulla quale vorrei che tu ti soffermassi.

Memory è uno dei brani scritti nel passato. Avevo sempre sognato di scrivere un pezzo così. E' uno dei più suggestivi. All'inizio era una semplice folk ballad. Poi piano piano con l'aggiunta degli strumenti è diventata qualcosa che a molti ha suggerito di un volo notturno tra i grattacieli di qualche città. Lui nella notte che cammina, durante la pioggia, pensando che non ha la forza di riallacciare una storia intensa con la sua donna. Marco Vannozzi suona due bassi, uno acustico, l'altro elettrico, al flicorno c'è'sempre Piana. Io suono l'acustica e la mia inseparabile White Falcon.


Il disco dal punto di vista sonoro è molto ricco, come ti stai organizzando per presentarlo dal vivo?

Sto organizzando una band che mi consenta anche di riproporre anche qualche canzone del disco precedente e qualche cover che amo. E' un po' prematuro ora ma credo che nel primo giro ci concentreremo sul nuovo disco. Mi piacerebbe ricreare questa sorta di romanticismo che è dentro le canzoni. Ritrovare il suono e il senso, appunto di tutte le canzoni. Nello spettacolo successivo vorrei poter avere anche a supporto le immagini che abbiamo realizzato durante le registrazioni e quelle che invece che mi hanno ispirato per la realizzazione dell'album.



Stefano Frollano – Sense Of You (Autoprodotto)


Talentuoso chitarrista e cantautore, Stefano Frollano vanta un invidiabile percorso artistico che lo ha visto protagonista sulla scena musicale nazionale ed in particolare romana con band come, Skydog, The Wave, Karma e Young & Old (tribute band di Neil Young) ma, anche al fianco di Crosby, Stills & Nash, di cui è stato anche co-autore dell’opera omnia a loro dedicata. Sense Of You, il suo secondo disco, giunge a quattro anni di distanza dall’album di debutto e presenta undici brani, nei quali il cantautore romano quasi fosse un concept album tratta il tema del rapporto uomo-donna, fino ad immergersi in riflessioni intimistiche sul dolore e sulla separazione. Stefano Frollano con Sense Of You, è riuscito laddove il disco di debutto sembrava trovare i suoi limiti, ovvero nella capacità di fare proprie le varie ispirazioni musicali che gli venivano dai suoi trascorsi e nel dare uno spessore più personale ai testi. Questo nuovo album, nasce così sotto auspici ed ispirazioni diverse, molto più profonde e forse molto più sentite, quasi in queste canzoni ci fosse un urgenza comunicativa, un esigenza di confrontarsi con se stesso e con chi avrà cura di ascoltare a fondo queste canzoni. Frollano è riuscito a creare una zona franca, in cui lasciare che la poesia fosse il veicolo delle proprie storie non solo personali ma anche ispirate da fatti e storie a lui vicine. A livello sonoro si apprezza una grande cura per gli arrangiamenti ed in questo senso fondamentali ci sembrano le tante collaborazioni di rilievo che Frollano ha voluto per questo disco, ed in particolare quella con James Raymond (piano) e Jeff Pevar (chitarra) ma anche con artisti italiani di grande spessore come Marco Vannozzi (basso), Franco Piana (tromba), Giuliana De Donno (arpa) e Luca Scorziello (percussioni). Ad aprire e chiudere il disco c’è la struggente Hello! Un brano che nella parte iniziale è cantato da Frollano stesso mentre in quella conclusiva dalla bravissima Gabriella Paravati. Proprio Hallo!, è la chiave di volta di tutto il disco, attraverso le intense e sentite liriche di questa canzone emerge il tema della perdita, della separazione definitiva, la scoperta di un dolore improvviso che ti lascia senza fiato. In questo senso piace sottolineare come anche l’approccio vocale di Frollano sia molto più convinto nell’interpretazione, segno evidente che queste canzoni sono figlie di un percorso intensissimo. Nel corso del disco emergono poi altri brani, quasi tutti impreziositi dalla presenza di voci femminili come quella di Daria Venuto, Chiara De Nardis, Paola Casella e Laura Visconti ed in particolare corre l’obbligo di citare le splendide Chagall’s Song, ispirata da La Passeggiata del pittore russo, The Dance (presente anche in versione radio edit come bonus track), e la toccante Fallin’ Apart. Sul finale arriva poi il vertice del disco ovvero la title track, un brano elettrico nel quale brilla l’ottimo intreccio chitarristico, nonché l’intenso testo che racchiude un per certi versi l’anima più profonda di questo disco. Se Stefano Frollano riuscirà a dare la giusta visibilità a questo lavoro, suonando dal vivo, siamo certi che avrà le soddisfazioni e il successo che merita.


Salvatore Esposito

Adria – Penelope (Violipiano)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Al debutto discografico con la piccola etichetta molisana, ma già attivi da un lustro, gli Adria sono Claudio Prima (organetto, voce), Redi Hasa (violoncello), Emanuele Coluccia (sax tenore e soprano, pianoforte), Maria Mazzotta (voce), Vito De Lorenzi (batteria, percussioni). L’idea di Adria scaturisce dalla collaborazione tra Prima, uno dei maggiori esponenti dell’organetto contemporaneo in Salento, l’albanese Hasa, salentino d’adozione ed elezione, e Coluccia, musicista di formazione jazz. La memoria corre subito a Bandadriatica, di cui questi artisti fanno parte, ensemble anch’esso alla ricerca di vie comuni tra le sponde adriatiche. Tuttavia, in Adria si avverte una maggiore propensione a far confluire lirismo, moduli musicali di terra d’Otranto, tratti popolari dell’area albanese e un ampio orizzonte jazzistico. la figura di Penelope assurge a simbolo di una relazione indissolubile con questo mare. L’iniziale “Favole” è una canzone dalla luce e dai colori folk salentini in cui si apprezzano la vocalità avvolgente della Mazzotta, i caldi passaggi di sax e le eleganti costruzioni del trio d’archi (due violini e una viola). Si cambia registro con “Penelope”, brano dall’avvincente impasto sonoro, in equilibrio tra forza espressiva dei solisti e dimensione d’insieme. Se “Canto” si riporta ad atmosfere più intimiste, con “25 trecce” – illuminata dall’oboe di Mario Arcari – e “Siamo arrivati stanotte” stilemi melodici albanesi e vorticosità ritmiche balcaniche si fanno preponderanti. “Non ti ho detto” è costruita su dialoghi timbrici ed improvvise impennate. In “G24”, “Tre di fiori” e “La grande guerra” l’incontro-scontro tra violoncello e organetto, tra matrici jazz, musica contemporanea e forme ispirate alle musiche tradizionali si fa più pronunciato, conducendo ad una voluta caoticità. La voce di Maria si connota per la vibrante tensione narrativa nella rilettura del tradizionale “Non sento”, uno degli episodi più alti del disco, mentre le trame d’insieme del conclusivo “Jader” gettano ancora un ponte tra genti adriatiche.



Ciro De Rosa

Vagabond Moon - Tutte le canzoni di Willie Nile 1980-2010 (libro + cd) di Guidetti Paride (a cura di), Fernandel – Collana Vite dei Santi, 2010 €18


Per celebrare i trent’anni di carriera di Willie Nile, Paride Guidetti in collaborazione con l’attivissima casa editrice Fernandel, ha di recente curato il volume Vagabond Moon, che raccoglie i testi e le traduzioni delle canzoni del cantautore di Buffalo. Aperto da un breve ma appassionante ricordo di Massimo Massimi sulla scoperta agli inizi degli anni ottanta di Willie Nile da parte dei fan italiani, ed impreziosito da un ottimo saggio firmato da Marco Denti e Mauro Zambellini sul particolare rapporto tra il cantautore e la sua città di adozione New York, il libro trova la sua parte fondamentale nelle traduzioni di Valeria Ruggiero. La cura con la quale la brava traduttrice ha approcciato il songwriting di Nile, ci permette di addentrarci fino in fondo nella sua poetica e scoprire così le tante influenze letterarie che lo hanno accompagnato durante la sua carriera, ma anche alcuni tragici eventi come l’11 settembre e la strage della stazione di Madrid, a cui ha dedicato la splendida Cell Phones Ringing In Pocket Of Death contenuta in uno dei suoi dischi più belli, Streets Of New York. Questo libro giunge così particolarmente gradito ai fans italiani, in virtù del particolare rapporto di elezione che Nile ha con il nostro paese, dove ha sempre trovato grande apprezzamento di pubblico e critica, proprio come Dirk Hamilton ed Elliott Murphy. Ad accompagnare e completare il libro c’è poi uno splendido disco dal vivo inedito, che Nile ha concesso in esclusiva alla Fernandel e nel quale interpreta dieci brani che vanno a coprire quasi per intero tutta la sua produzione artistica. Nell’economia generale del libro, questo disco è così determinante, perché permette anche a coloro che non conoscono il talento di Nile di venire in contatto con le sue canzoni, apprezzando a pieno tutta la sua semplicità, fino a percepire le sfumature del suo cantautorato, che sebbene trovi ispirazione in Bob Dylan e tutta la tradizione cantautorale americana, è figlio della new wave e del punk. Questo live è dunque la testimonianza più intensa di come il cantautore di Buffalo meriti un posto di rilievo nella storia del rock, tanto per la poesia delle sue canzoni quanto per la sua semplicità come uomo.



Salvatore Esposito

Crosby, Stills & Nash – 19 Luglio 2010, Roma, Cavea dell’Auditorium Parco della Musica

A cinque anni di distanza dall’ultimo tour, Crosby, Stills & Nash sono tornati in Italia per una serie di quattro concerti durante i quali, oltre a riproporre diversi classici del loro repertorio, hanno presentato in anteprima alcuni dei brani, che entreranno a far parte del loro prossimo disco, una raccolta di classici del rock rivisti attraverso la lente della loro inconfondibile cifra stilistica. La penultima tappa del tour nella nostra penisola si è tenuta nella bella cornice della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma e ha offerto al pubblico un concentrato di emozioni e momenti di grande musica. E’ innegabile però che anche per Crosby, Stills & Nash il tempo stia inesorabilmente scorrendo. Dei tre chi è invecchiato meglio è certamente Nash, che orami rappresenta un punto di riferimento importante per il trio non solo dal punto di vista musicale. Se David Crosby sembra aver resistito a tutti i problemi di salute, Stills è quello che durante questo tour italiano ha mostrato in modo più evidente i suoi limiti non solo fisici ma anche prettamente vocali, e questo lo si è notato sin dal brano di apertura, Woodstock di Joni Mitchell, cantato con non poche difficoltà dall’ex Buffalo Spri
ngfield. Il concerto, comunque, ha vissuto momenti di grande intensità anche grazie a Stephen Stills, il quale alla chitarra non ha fatto mai mancare il suo apporto regalando ottimi assoli come nel caso di Long Time Gone magistralmente cantata da Crosby e nella ripresa di Bluebird dei Buffalo Springfield. Un Graham Nash in gran spolvero ha incantato la platea dando il meglio di se nei brani da lui composti ovvero Marrakesh Express, Military Madness, Chicago e la struggente In Your Name, brano inedito proveniente dal cofanetto Reflection pubblicato lo scorso anno. Fondamentale a livello sonoro è senza dubbio l’apporto della band che vede nella sezione ritmica, composta dallo storico collaboratore di CSN Joe Vitale alla batteria e Robert Glaub, il suo perno fondamentale mentre James Raymond (piano e tastiere) e l’ottimo Todd Caldwell (organo) arricchiscono i tessuti melodici con grande eleganza. Uno degli highlight della serata è stata certamente Dèjà Vu, con mattatore David Crosby alla voce e un ottimo Stills alla chitarra, che ha diretto una lunga suite strumentale nella quale ogni componente della band ha avuto il suo spazio per mettersi in evidenza. Non meno bella è stata anche la resa di Wooden Ships, che ha chiuso la prima parte del concerto. Dopo un break di quindici minuti, il trio torna sul palco per il set acustico durante il quale si torna indietro nel tempo, tanto con alcuni classici come Helplessy Hoping di Stills quanto anche con la serie di cover che spaziano da una intensa
Norvegian Wood dei Beatles a Midnight Raider degli Allman Brothers band passando per il Bob
Dylan di Girl From North Country e Ruby Tuesday dei Rolling Stones fino a toccare una splendida versione full band di Behind Blue Eyes dei Who. Questo spaccato acustico è stato certamente il più coinvolgente per il pubblico che ha spesso accompagnato ai cori il trio in diversi brani, mentre ha assistito in religioso silenzio alle splendide Delta di David Crosby e Cathedral di Graham Nash. La sempre bella e romantica, Our House, dedicata da Nash a Stefano Frollano e Francesco Lucarelli, da tempo fan del trio nonché loro biografi, ha aperto la parte conclusiva del concerto durante la quale è arrivato l’altro grande highlight della serata, ovvero Almost Cut My Hair. I bis finali, Love the One You’re With di Stills e Teach Your Children di Nash hanno chiuso una serata densa di poesia e grande musica. Sul palco Crosby, Stills & Nash hanno dato tutto e forse molto di più di quanto è nelle loro attuali possibilità e questo non può che lasciarci commossi, nel vederli affrontare con passione e trasporto i loro brani, con la stessa partecipazione di quando avevano vent’anni. E’ questo il miracolo di Crosby, Stills & Nash, è questo che li ha portati a resistere al tempo e forse anche a cambiare un po’ il mondo.


Salvatore Esposito