BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

venerdì 16 luglio 2010

Graziano Accinni e il progetto Ethnos, suoni e tradizioni dalla Val D’Angri

La pubblicazione di O Bannu, è l’occasione per intervistare Graziano Accinni e per parlare con lui del progetto Ethnos di cui da qualche anno è promotore ed animatore. Il risultato è stata un intervista di grande interesse tanto dal punto di vista prettamente musicale quant’anche da quello più tecnico, essendo lui un apprezzatissimo chitarrista non solo nell’ambito della riproposta folk.

Partiamo da lontano, Graziano, puoi raccontarci come è nato il progetto Ethnos? Le tue esperienze precedenti erano sul versante pop con Mango ma anche rock date le tue collaborazioni con Jan Anderson dei Jethro Tull…
Il Progetto Ethnos nasce prima di tutte le mie esperienze sia in ambito Pop che Rock e anche Blues nel senso che,io sono cresciuto in un ambiente familiare dove mio nonno suonava la chitarra mio padre e cinque miei zii suonavano tutti questo strumento e conoscevano i repertori di Musica Popolare della Lucania ed altro per fare un esempio mio nonno era appassionato di tango e mio padre di liscio. Io ho continuato a imparare la chitarra frequentando il Gruppo Folk del mio paese Moliterno dove nei primi anni 60 un monaco francescano aveva intrapreso una grande ricerca tra gli anziani recuperando un patrimonio di canzoni, poesie e brani devozionali da sorprendere anche Ernesto De Martino. Naturalmente stiamo parlando di una zona come la mia “La Val d’Agri dove a cavallo tra il 1818 e i primi del novecento vi erano i cosiddetti Musicanti viggianesi che con i loro strumenti: arpa popolare,violini,flauto e canto,giravano tutto il mondo spingendosi fino nella lontana Australia passando per le grosse capitali Europee. Un movimento di musicanti accompagnati anche da Bambini che in quel periodo venivano identificati con la loro musica i loro repertori andavano da brani devozionali quali le novene natalizie, canzoni popolari, brani napoletani ed arie d’opera, questa miscellanea veniva chiamata ”Musica alla viggianese” di tutto questo i grandi etnomusicologi di mezzo mondo ne sono a conoscenza ecco perché in me è nata la volontà di creare questo progetto.

Il progetto Ethnos nasce con l’idea di recuperare le sonorità della musica popolare lucana, puoi illustrare ai lettore di Blogfoolk, l’importanza musicale della Basilicata, una regione che ricordiamo confina con due terre importantissime per la musica popolare ovvero il Salento e la Calabria…
La Basilicata si è sempre trovata al centro di regioni che hanno fatto prima di noi un gran lavoro di divulgazione ma mi viene in mente un frase di Diego Carpitella durante un convegno proprio a Viggiano dove lui diceva durante la sua presentazione questa frase” Signori volevo dire che questo mio intervento è intitolato”L’Etnomusicologia Lucana” ma poteva essere chiamato “L’etnomusicologia Italiana è nata in Lucania”, questo cosa vuol dire che in Basilicata non vi è stato un grande lavoro di divulgazione ma di ricerca ad opera di grandi come De martino e questa ricerca è stata fatta dalla Rai con un grossa equipe negli anni 50 nella provincia di Matera proprio dal grande Ernesto De Martino subito dopo le ricerche effettuate nel 1948 in Sardegna in Sicilia e nel Lazio.

Quanto vi ha influenzato il crescente fenomeno della riproposta nel Salento e in Calabria?
Io con il mio gruppo siamo stati invitati nel Salento per la manifestazione”Canti di Passione” nella Grecia Salentina li ho potuto constatare che le istituzioni hanno lavorato molto sulle nuove generazioni creando scuole e corsi di ballo per la Pizzica e la Taranta. Ho visto personalmente personaggi come Sergio Blasi credere fortemente nei loro progetti divulgativi e con un lavoro durato quasi vent’anni coinvolgendo artisti di vario genere vedi Zawinul,o Copeland dei Police gradualmente sono riusciti a canalizzare l’attenzione di tutta la Nazione con la ormai famosa Notte della Taranta. Personalmente non mi sento di dire che sono stato influenzato perché nei primi anni 80 amavo alla follia i chitarristi come Al di Meola, De Lucia, Mc Laughlin, Larry Coriel e da questi che è nato tutto naturalmente ho sentito l’esigenza di cerare qualcosa inerente alla mia cultura ecco perché sono nate queste Tarantelle a velocità folle, le polche sono state accelerate e all’interno si possono trovare diversi stilemi dalla musica di Django Rheinard a quella del flamenco da quella del fado al sirtaki e la musica medio orientale a questo punto posso citare anche l’articolo del giornalista lucano che ci ha visto per la prima volta all’Università di Basilicata diceva ”provate ad immaginare due mostri sacri della sei corde come Al Di Meola e John Mac Laughlin che suonano come indemoniati tarantelle lucane ed avrete un immagine abbastanza definita degli Ethnos gruppo musicale moliternese che si è messo in testa di riscoprire e riproporre la straordinaria tradizione musicale lucana”. Questa frase mi emozionò non poco e conservo un bel ricordo di quella giornata all’università.

In che misura queste il suono di queste due terre ha influenzato la musica popolare lucana?
L’influenza delle Regioni limitrofe alla Basilicata la si può notare gia dai brani che io ho raccolto ai confini con la Calabria e la Campania i brani sono per metà lucani e per l’altra delle regioni che adesso sono confinanti con la Lucania ma a metà dell’800 erano territorio della provincia della Basilicata sto parlando della zona del Pollino in Calabria, del Cilento in Campania e della parte della murgia in Puglia. Posso dire che alcune suonate dei Musicanti della mia zona provengono dalla Corte di Napoli allora capitale Europea, i nostri musicanti suonavano spesso a Napoli durante le novene natalizie, lì hanno attinto molto anche da musicisti classici dell’Europa visto che delle volte si trovavano all’interno delle stesse feste di corte, da lì si deduce che parecchi brani hanno strutture e melodie classicheggianti questo scambio avveniva sempre e in ogni luogo dell’Italia di allora (Granducato di Toscana,il Regno di Sardegna,i Granducati di Modena e Parma, e le più grandi città del lombardo-veneto). E quindi parlare di influenza e cosa molto ardua almeno per me che sono un musicista e non un etnomusicologo.

Ci puoi tracciare il percorso artistico degli Ethnos che vi ha condotto dagli esordi a O’Bannu? Come si è evoluto il vostro approccio con la riproposta e il vostro suono?
Il percorso artistico è avvenuto in modo abbastanza inusuale perché ho avuto un impatto un po’ all’Americana cioè scegliendo i musicisti con dei provini, la prima fase è stata piuttosto semplice perché mi trovo in una regione (Basilicata) ricca di chitarristi di ogni genere il primo chitarrista era un mio ex allievo cresciuto con me il secondo proveniva da esperienze di conservatorio molto traumatiche ed il suo inserimento è stato un po’ di vendetta nei confronti di ambienti che sono un po’ chiusi verso l’esterno. Quindi a questo punto si trattava di provare il nucleo principale di tutto il progetto le tre chitarre due elettroacustiche con corde in acciaio e una classica con nylon. Tutto l’impasto sonoro dipende da questo, due chitarre che all’unisono fanno i temi fino ad incrociarsi cioè (le diverse voci di terza e alcune volte di quinta) e la chitarra classica che armonizza ed arpeggia durante tutta la durata dei brani. Dopo questa fase sono riuscito a pescare cantante e percussionista con un solo colpo dopo aver provato con altri. Sul percussionista devo spendere due parole perché si tratta di un piccolo batterista che suona delle percussioni insieme alla cassa e i loops. La metodologia fa parte più del Pop che della musica etnico-folk ma questa è la caratteristica maggiore del mio progetto. Alla fine durante una serata si è aggiunto al gruppo il sassofonista perché amico del mio bassista (un vero talento musicale anche sulla chitarra). All’inizio facevamo solo serate su serate con un discreto successo poi ho incominciato a registrare un po’ di album sia di stampo pagano che devozionale, alla fine di questo percorso abbiamo ho fatto con Ennio Rega il punto della situazione e artisticamente è nato questo sunto di ricerca e di virtuosismo di contaminazione e di archiviazione inserendo anche un brano originale “Devozionale di Pietro Di Lascio che ormai purtroppo non è più tra noi. I brani sono da far risalire ad epoca tra il 1870 ed i primi del 900, ovviamente abbiamo rivisitato con giusta sensibilità culturale la melodia e costruito una contaminazione che è un po’ lo specchio di tutte le culture che hanno attraversato in lungo e in largo la nostra Area.

Parliamo di O’ Bannu, come nasce questo disco? So che il nome deriva dai Banditori, figure mitologiche dei paesi rurali fino a qualche anno fa…
Io ho visto in azione l’ultimo banditore a Moliterno si chiama Dicillo detto anche “Mattacchioni” all’interno del mio repertorio c’è un brano dedicato a questa figura “O BANNU” che esalta la figura del banditore con scioglilingua dialettali in rima che ti fanno capire cosa si vendeva in paese in quel periodo dai prodotti per la cura del corpo ai medicinali tipo il chinino, gli “attacchi” per le scarpe o alle corde e tutti i prodotti che andavano dallo”stoccu”o vintricieddu dalla peci ai cirini ra i cappieddi alli trastani pi lu scularieddi (le cartelle per gli scolari) una nota simpaticissima della vita di un paese del profondo sud.

Ci puoi parlare del metodo di ricerca con il quale avete approcciato il materiale tradizionale della valle dell’Agri?
L’approccio è semplicissimo soprattutto quando si parla del proprio paese o della propria zona, entri nelle case degli anziani i quali gentilmente ti offrono ospitalità perché conoscono te o la tua famiglia e poi tra un bicchiere di rosolio o di vino ti raccontano un po’ di cose e se sei fortunato incominciano a cantare o a suonare vecchie melodie in ricordo della loro gioventù con un po’ di pazienza perché devi stuzzicarli la loro mente assopita non sempre ricorda tutto ma nel loro cervello c’è sempre quell’angolino che una volta smosso ti regala tutta una vita e tanti tesori di saggezza e cultura popolare.


Alla Lucania, Ernesto De Martino ha dedicato Sud e Magia, quanto vi hanno influenzato i suoi studi di antropologia?
Ernesto De Martino ha influenzato un po’ tutti e anche me per un verso l’altra influenza io l’ho avuta dal monaco francescano Padre Policarpo Trojli che mi ha influenzato insieme al gruppo folk GI.FRA di Moliterno anche sul lato devozionale. I nostri avi avevano molta più fede di noi credevano ed erano ispirati, le melodie più serie e più belle appartengono proprio al devozionale, inni ai santi e poesie dedicate a Gesù Cristo ne fanno degli autentici capolavori melodici e poetici. Posso dire che alcuni brani come Crevu sono indatabili, anziane di 80 e 85 anni non ne conoscevano l’esistenza, solo un pronipote che attualmente fa il bibliotecario è riuscito a ricordarsi il testo perché il suo bisnonno glielo cantava prima di addormentarsi.
In realtà va detto che il De Martino ha svolto una ricerca più sul versante del materano, in quel periodo 1952 era molto arretrato rispetto alla provincia di Potenza più evoluta sia civilmente che culturalmente. L’etnomusicologo nel Materano ha trovato in quel periodo molti brani e credenze arcaiche che sono rimaste negli annali della ricerca su campo in Italia.

Come lavorate sugli arrangiamenti dei brani popolari?
Sugli arrangiamenti ci lavoro da solo a casa nel mio studio privato per prima cosa prendo le melodie che più mi ispirano e con la chitarra provo alcuni passaggi armonici per poi farmi guidare stesso dalla melodia o da quello che le canzoni raccontano su sentieri di contaminazione.
Con l’incrocio delle chitarre si arriva subito alla sonorità degli strumenti a doppio coro quindi buzuki, mandolini, chitarre portoghesi ed altro, doppiando all’unisono e doppiando anche le altre voci si arriva subito a questo risultato poi insieme agli altri musicisti in studio si prova tutto il resto.

Nel disco ritornano sonorità mediterranee che partono dal Marocco e arrivano in Grecia? Come mai avete intrapreso questa strada di contaminazione?
Le sonorità marocchine o andaluse o greche arrivano come ho detto prima dal fatto che la melodia di questi brani è molto Mediterranea e anche i brani che venivano interpretati con gli organetti o con le zampogne suonati con le chitarre e velocizzati acquisiscono involontariamente queste sonorità sono le melodie che hanno insite il mediterraneo in tutte le sue vesti.

Come riuscite a muovervi tra rispetto per le radici e contaminazione sonora?
Il rispetto delle radici è molto semplice abbiamo a che fare non con le arie di una cultura ma con gli originali: le melodie che accelero se le suono a velocità originale non sono per niente intaccate, alcuni anziani quando vengono ai nostri concerti cantano i brani perché li riconoscono, sono solo abbelliti dal gusto e dall’esperienza chitarristica e compositiva, all’interno di ogni strofa originale inserisco delle micro melodie e dei riff che servono da stimolo al musicista e all’arrangiatore.

Nel disco trovano posto oltre ai canti tipici di lavoro anche canti devozionali, puoi parlarci di questo particolare genere di canti?
Posso parlare dei canti devozionali,quelli a me fanno un effetto particolare le melodie sono di una semplicità ed una raffinatezza indescrivibile. Si nota l’enorme differenza tra i brani che raccontano un amore non corrisposto o una storia di paese e i brani che raccontano la storia di una Santa o di un santo o di Dio o dell’ira di Dio il che è molto peggio, brani che in alcuni passaggi trovi cose che si perdono nella notte dei tempi tipo ”Nell’antica sipultura risuscitavu la creatura” e tante altre cose che neanche immaginavo che esistessero. Noi apparteniamo ad una nazione che ha vissuto tanto a tal punto che ormai non vive quasi più, io spero in un cambiamento della società italiana, se noi dovessimo riprenderci tutto quello che abbiamo dato al mondo sia di cultura che di invenzioni resterebbe molto poco a tutti. Tante cose le abbiamo dimenticate e messe da parte come cose fuori moda o vecchie e il resto del mondo ci studia: in Cina conoscono la Tarantella e noi nei nostri matrimoni balliamo la lambada. Se balliamo una tarantella siamo “tamarri” se invece balliamo la macarena siamo dei “fighetti”.

Quali sono i vostri progetti futuri? Come si evolverà il vostro lavoro di ricerca?
I progetti futuri prevedono più archivio e una parte molto più elettronica con l’ausilio dei guitar synth e di alcuni Dj ma sempre con melodie originali, per parlare in gergo architettonico cercherò di mettere un po’ di cristallo trasparente e moderno intorno ad una casa molto antica sperando nel giusto equilibrio.


Ethnos - O bannu (Scaramuccia Music)

Ethnos nasce dall’idea di Graziano Accinni, apprezzato chitarrista e collaboratore di nomi prestigiosi come Mina e Jan Anderson, di rielaborare e rileggere la tradizione musicale lucana, partendo da un approccio del tutto nuovo che parte dalla necessità di riscoprire in maniera critica e creativa le sonorità del passato. In buona sostanza attingendo a piene mani dal passato si possono creare strutture musicali del tutto nuove, senza però perdere il contatto con le fonti originarie. Prodotto e distribuito da Scaramuccia Music e sotto la direzione artistica del cantautore Ennio Rega, O’Bannu, questo il titolo del nuovo disco del progetto Ethnos prende spunto dalla figura del banditore, ovvero un antesignano della pubblicità o delle televendite, che girava per le fiere di paese, pubblicizzando l’arrivo di questo o di quel commerciante. Il disco presenta sedici brani di ottima fattura, ascoltando i quali si viene letteralmente rapiti dal fascino della tradizione contadina del popolo lucano. Tra fattucchiere, filtri magici, ritualità, gesti, suoni, colori, si viene in contatto con un repertorio denso di sfumature non solo di interesse storico ma anche musicale. La base dalla quale, Accinni e gli Ethnos sono partiti, è stato il repertorio musicale della Valle dell’Angri nella provincia di Potenza, che dopo averlo studiato approfonditamente con lunghe ricerche sul campo hanno rielaborato, arricchendolo e colorandolo con nuovi arrangiamenti. Vivono così una nuova vita nenie, canti religiosi, tarantelle e ballate d’amore, le cui nuove sonorità rimandano ad altre tradizioni mediterranee come quella greca o marocchina o ancora il fado e la musica andalusa. Il filo logico seguito in fase di arrangiamento dei singoli brani non mostra cadute ma anzi, svela tutto il suo eclettismo superando di gran lunga il pastone sonoro dai toni mediterranei a cui ci hanno abituato anche certi autori di spicco. Per capirlo basta ascoltare la prima traccia Polcabasilicata, nella quale si apprezza un esplosione di suoni e suggestioni che partendo dalla tradizione lucana arriva a guardare al country d’oltreoceano, ma nel corso del disco si ha la netta sensazione di essere di fronte ad un esperimento ampiamente positivo e dal certo impatto dal vivo. La difficoltà di lavorare su due fronti ovvero la riscoperta delle antiche radici musicali e la sperimentazione, non intacca mai il risultato finale, ma anzi ci permette di scoprire anche tutte le doti tecniche di questo gruppo. Brillano così brani come la title track, la malinconica e sofferta Crevu nella quale Accinni da prova di essere un chitarrista di talento sopraffino ricamando la melodia con un arpeggio di rara bellezza, o ancora il canto devozionale Madonna del Sacro Monte, intonato dalla splendida voce di Petro di Lascio, e proveniente da una registrazione sul campo. Di ottima fattura sono poi anche lo strumentale Antidotum, le più immediate ed orecchiabili Sona Si Vuoi Sunà e Fiore Ri Lu Fiori, e le ballate Rusariu e Sciucam. Il vertice del disco tuttavia lo si raggiunge con Lucanae, una tarantella dal sound sontuoso ma suonata con il solo ausilio di chitarre, basso e percussioni, che chiarifica, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutta la qualità e la solidità non solo artistica ma anche concettuale del progetto Ethnos.


Salvatore Esposito

Riccardo Tesi & Maurizio Geri - Sopra i tetti di Firenze Omaggio a Caterina Bueno (Materiali Sonori)

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“Caterina questa canzone la vorrei veder volare sopra i tetti di Firenze per poterti conquistare”, così cantava Francesco De Gregori nella splendida Caterina, brano dedicato a Caterina Bueno, una delle più importanti ricercatrici e cantanti della tradizione popolare italiana. Dopo la sua morte prematura avvenuta nel 2007, questa splendida canzone continua ancora a farci emozionare nel suo ricordo, ed è probabile che abbia dato lo spunto ai suoi due allievi Riccardo Tesi e Maurizio Geri, quando hanno deciso di dedicarle un doppio album, dal titolo proprio Sopra i Tetti di Firenze. Nel gruppo che accompagnava Caterina Bueno in studio, nei suoi concerti ma anche nelle sue ricerche, entrarono tra la fine degli anni settanta e l’inizio degl’anni ottanta due giovani ma talentuosissimi musicisti, ovvero Tesi e Geri, che con lei mossero i loro primissimi passi attraverso l’affascinante mondo della tradizione popolare italiana e al suo fianco rimasero poi per ben dieci anni. Questo disco, dunque, non nasce con il semplice intento di renderle omaggio ma piuttosto, rappresenta l’ideale continuazione e cristallizzazione del percorso di ricerca intrapreso con lei. Ascoltando il disco si ha la sensazione di entrare in un’atmosfera senza tempo, dove un gruppo di musicisti animati dal solo amore per la musica popolare, danno voce ad un passato non tanto lontano da noi, ma molto vicino dal punto di vista dei temi. Il repertorio preso in esame è quello dell’Italia contadina, un Italia che non c’è più, un Italia che non aveva ancora visto la fine della sua innocenza e lottava per un pezzo di pane, sudando e lavorando nei campi, per scongiurare l’emigrazione. Quell’Italia non esiste più, è vero, ma i brani scelti per questo disco sembrano aver acquisito una dimensione nuova ed attuale, allorchè si parla di sfruttamento dei lavoratori, di antimilitarismo, di sofferenza. Non mancano anche brani tratti dal repertorio religioso popolare così come, ovviamente, non è possibile resistere alle mille sfumature vernacolari del dialetto toscano, che qua e là sottolineano con ironia l’amaro della realtà. L’ulteriore particolarità di questa raccolta risiede anche nella scelta di Tesi e Geri di inserire una serie di brani inediti risalenti alle ricerche effettuate con Caterina Bueno negli anni ottanta e che sebbene da lei interpretati dal vivo non avevano mai trovato posto su disco. La sensazione che si ha nel fluire dei vari brani, è che Tesi seguendo la sua naturale propensione alle collaborazioni e al lavoro di squadra, abbia volutamente cercato per questo disco una dimensione collettiva, quasi avesse voluto ricreare quell’atmosfera che animava il gruppo di Caterina Bueno. E’ per questo che al fianco di Tesi e di Geri, che rispettivamente suonano l’organetto diatonico e la chitarra, troviamo un gruppo eccellente composto da una delle grandi eredi della Bueno ovvero Lucilla Galeazzi alla voce, Claudio Carboni al sax, Filippo Pedol basso, Stefano Melone al piano e Marco Fadda alle percussioni. A questi va aggiunto un cast importante di ospiti composto da Gianna Nannini, Piero Pelù, Daniele Sepe, Nada, e Davide Riondino, che impreziosiscono i singoli brani. Il risultato è un disco che pur mantenendosi stretto alla tradizione, non nasconde la sua inclinazione alla sperimentazione di soluzioni inedite ed innovative, caratterizzando in modo determinante la riproposizione di brani del passato dai quali emerge un energia del tutto nuova. Ecco allora incrociare con il folk toscano, echi di world music, spruzzate di jazz e ammiccamenti al liscio da balera. Nel corso dei diciannove brani, tutti splendidamente suonati ed interpretati a brillare in modo particolare sono l’iniziale Italia Bella Mostrati Gentile introdotta dalla voce dell’attore toscano Carlo Monni, le struggenti Donna Lombarda e Sirio, ma soprattutto la commovente resa di Caterina di Francesco De Gregori che chiude un disco di grande bellezza ed eleganza, che si candida ad essere uno dei dischi di musica popolare dell’anno.


Salvatore Esposito

La Munglesa - La Munglesa (Nota)

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Lino Straulino non ha bisogno di presentazioni, ne’ tantomeno di complimenti che celebrino il suo modo di fare musica, per lui parla la sua lunga ed articolata produzione artistica ed in particolare il suo disco più affascinante La Bella Che Dormiva, uscito nel 2005 con la rivista World Music. Quel disco aveva rappresentato per lui, cantautore e ricercatore di canti tradizionali del Friuli, uno snodo importante della sua carriera, essendo stato un ulteriore e fondamentale step di approfondimento delle sue ricerche sul repertorio tradizionale del nord Italia. La naturale evoluzione di quello splendido disco è stato il progetto La Munglesa, gruppo da tempo meditato e rodato nel corso del FolkEst con la complicità di due vecchi amici come Bruno Cimenti (bouzuki) e Andrea Del Favero (percussioni) ma completato qualche mese più tardi con l’ingresso nella formazione di Gabriella Gabrielli, voce ed anima di dei Zuf de Zur, e delle eccellenti strumentiste Elisabetta Macchion (violoncello) ed Elisabetta Boiti del gruppo Clamor et Gaudium (flauti barocchi, cornamusa e ghironda). Uscito originariamente un po’ in sordina nell’autunno dello scorso anno e ristampato di recente dall’etichetta friulana Nota, il disco è stato inciso in presa diretta (con l’eccezione delle voci e delle percussioni) nell’arco di un weekend dello scorso anno, con la collaborazione di Bruno Cimenti. Ne è risultata una raccolta di nove ballate popolari della tradizione piemontese tratte tanto dalla preziosa raccolta ottocentesca di Costantino Nigra quanto dalle ricerche di Roberto Leydi e quelle della cantrici Eva Tagliani e Teresa Viarengo. Proprio a quest’ultima è ispirato l’intero disco, con la particolarità di essere caratterizzato da arrangiamenti che spaziano da atmosfere medioevali al folk di matrice anglosassone. Tale scelta, è solo in apparenza non filologica, ma è tesa non solo a rendere più appetibile al grande pubblico tale patrimonio musicale ma soprattutto punta a riscoprire e a recuperare il background celtico che caratterizza la natura primitiva della tradizione popolare del nord Italia. Larga parte dei brani selezionati per l’occasione, sono ben noti agli appassionati del genere e spaziano dalla classica Cecilia in una versione dal testo ancor più drammatico e struggente e dall’arrangiamento lento e pieno di pathos, a Prinsi Raimund e Papa, demi la bela, fino a toccare le intensissime Moran e I Falciatori, che rappresentano senza dubbio i due vertici del disco. Il progetto La Munglesa rappresenta qualcosa di molto importante per la musica popolare italiana, e mette in luce il particolare approccio alla ricerca di Lino Straulino, che per molti versi ricorda quello di musicisti come Bert Jansch o John Renbourn tanto per eleganza interpretativa quanto per rigorosità nella rielaborazione dei brani tradizionali. Ciò che è poi il vero e grande valore aggiunto di questo disco è la voce di Gabriella Gabrielli, che vantando origini piemontesi e familiarità con il dialetto, è riuscita a fare di un collettivo friulano, uno dei migliori esempi di riproposta della tradizione musicale del Piemonte, rinverdendo i fasti di gruppi come Lionetta o Cantovivo dell’indimenticato Alberto Cesa, a cui è dedicato il disco. Ai lettori consigliamo vivamente l’acquisto di questo disco, sebbene sia caratterizzato da una difficile reperibilità, ma certamente per chi ha familiarità con gli acquisti on line non sarà certamente un limite.

Salvatore Esposito

Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica – Taranta D’Amore (Parco della Musica Records)

L’avventura di Ambrogio Sparagna alla guida dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica continua con Taranta D’Amore, disco che segue a due anni di distanza La Chiarastella, riuscita raccolta di canti della tradizione natalizia del meridione d’Italia. Sebbene concettualmente molto simile al precedente, questo nuovo disco entra in un vero e proprio campo minato, lo stesso che Sparagna si trovò ad affrontare nelle vesti di Maestro concertatore della Notte della Taranta. Al di là, infatti, dei paragoni che si è voluto cercare con il progetto Transitalia di Maurizio Martinotti, Taranta D’Amore, non è altro che l’evoluzione e la risonanza dell’esperienza di Sparagna in Salento. Il suono della Notte della Taranta è stato per tre anni indissolubilmente caratterizzato dall’apporto del musicista laziale, il quale ha senza dubbio dato un impronta ed un metodo difficilmente eguagliabili all’Orchestra, ma quella contaminazione sonora che caratterizza l’unicità del concertone si era andata lentamente affievolendo. E ‘chiaro, dunque, che se la sua esperienza alla guida dell’Orchestra sul palco di Melpignano non si fosse bruscamente interrotta dopo tre anni, due eccellenti dischi e un misto di polemiche e soddisfazioni come strascico, è probabile che invece di parlare di Taranta D’Amore, staremmo qui a parlare del terzo o quarto disco che documentava la Notte della Taranta. Non è casuale, infatti, che almeno la metà del repertorio preso in esame provenga dai brani arrangiati in quegl’anni e per altro già pubblicati nei già citati dischi incisi dal vivo nella piazza di Melpignano (Le). Sebbene Sparagna sia un musicista, un ricercatore e un interprete sopraffino della musica di riproposta, il suo approccio spesso entra in contrasto con i puristi ed è fisiologico che insieme alle lodi arrivino anche le critiche. Proprio le critiche che furono mosse soprattutto all’ultima edizione della Notte della Taranta da lui diretta, possono calzare a pennello anche a questo disco, che parte dal nobile intento di cercare un comune denominatore tra il coacervo di tradizioni musicali del Sud Italia e finisce per presentare un suono sin troppo stratificato e monolitico, che cancella in gran parte le sfumature che differenziano ad esempio la pizzica salentina dal saltarello laziale. Insomma, ci risiamo. Anche questa volta, infatti, non mancheranno lodi, critiche e sottolineature con la penna rossa. L’ascolto è senza dubbio piacevole e sarebbe un eresia dire che Taranta D’Amore è un brutto disco, ma passare da una vibrante resa di Suspiri De Core cantata magistralmente da Mario Incudine ad un brano originale come Libera Nos A Malo, scritta dallo stesso Sparagna e non avvertire grosse differenze dal punto di vista sonoro, trasmette una sensazione strana, quasi si cercasse forzatamente di canonizzare la Taranta come linguaggio musicale unico per il Sud Italia. Certo il disco presenta momenti di eccellenza, spesso coincidenti con le performance vocali della talentuosa Alessia Tondo, il cui merito della sua scoperta come voce va tutto a Sparagna, e che brilla i Ilie-Mu, Santu Paulo delle Tarante e Sia Benedetto Ci Fice Lu Mundu, ma spiacciono anche il tradizionale siciliano Cuntu cantata da Mario Incudine e la travolgente Pizzica di San Vito guidata dalla voce e dal mandolino di Mimmo Epifani. Taranta D’Amore con tutti i suoi limiti, è comunque un disco che merita rispetto, non fosse altro che per il lavoro di rielaborazione svolto da Sparagna e per la qualità dei musicisti che raccoglie l’Orchestra Popolare Italiana, realtà unica e preziosa per la musica popolare italiana.


Salvatore Esposito

Massimiliano D'Ambrosio - Cuore di ferro (Emerald records)


Il Folkstudio di Giancarlo Cesaroni fino al 1998 è stato per l’Italia una vera e propria fucina di cantautori da Antonello Venditti a Francesco De Gregori, passando per Luigi Grechi e Mimmo Locasciulli e fino alla sua chiusura non ha mai smesso di regalarci belle sorprese. L’ultima della serie è Massimiliano D’Ambrosio, classe 1972, ultimo e più che degno discendente della scuola cantautorale romana, con alle spalle un apprezzato album di esordio, Il Mio Paese del 2005, che ha ricevuto apprezzamenti non solo dagli addetti ai lavori ma anche da personaggi esterni al mondo della musica come padre Alex Zanotelli. Cuore di Ferro, il suo secondo album è stato pubblicato lo scorso anno ma il suo eco non sembra essersi spento affatto. Prodotto dallo stesso Massimiliano D’Ambrosio, il disco presenta nove brani densi di suggestioni musicali e letterarie che spaziano da Lawrence Ferlinghetti a Stefano Benni passando per Edoardo Sanguineti e Jorge Amado. Un fluire di emozioni, di stimoli e citazioni letterarie che cattura l’ascoltatore sin da subito con l’intesa ballata Sette Notti Senza Luna, brano dai toni irish e dalla struttura tipica dello scioglilingua popolare, ma è con La Danza Immobile (l’amore ai tempi del Folkstudio) che il cantautorato di D’Ambrosio emerge in tutta la sua forza poetica. Si passa poi a L’Ufficiale, brano nel quale viene tratteggiato il ritratto di un impiegato kafkiano, un burocrate che odia il suo lavoro ma che poi esegue con intransigenza e spirito di sottomissione per il suo direttore, e che apre la strada alla splendida La Via Sul Porticciolo, tratto da una poesia di Ferlinghetti e caratterizzata da un arrangiamento toccante ed evocativo che esalta tutta la forza del testo. Seguono poi la title track che racchiude e sintetizza bene tutto lo spirito del disco, La Scuola più Strana del Mondo su testo di Stefano Benni e Teresa Batista ispirata dal libro omonimo di Jorge Amado. Sul finale ritornano gli stilemi tipici della musica popolare con Luna Lunera ispirata da una frase di Federico Garcia Lorca e caratterizzata da un ritmo coinvolgente e con la splendida An Sachàn, composta in collaborazione con la cantautrice Kay McCarthy. Nel complesso Cuore di Ferro, è dunque un disco solido, ben costruito e soprattutto caratterizzato da un cantautorato illuminato, ben lungi dagli abusati stilemi tipici della canzone italiana e ben degno di reggere il peso della tradizione artistica del Folkstudio.


Salvatore Esposito

Nu Indaco – Su Mundu (Helikonia)

Nati da un’idea di Mario Pio Mancini, polistrumentista tra i più apprezzati della scena world italiana e da suo incontro con l’arrangiatore e tastierista Antonio Nastasi, gli Indaco hanno rappresentato un esperienza musicale per molti versi rivoluzionaria nella nostra penisola e non è un caso che abbiano raccolto un buon successo e soprattutto abbiano attirato l’attenzione di vari musicisti di prestigio come Andrea Parodi, Eugenio Bennato, Mauro Pagani, Paolo Fresu, Daniele Sepe e Massimo Carrano che hanno collaborato a dischi come Amorgòs e Vento del deserto. Il percorso del gruppo però si era interrotto cinque anni fa con il loro ultimo disco, Terra Maris che si caratterizzava per influenze che spaziavano dal jazz alla musica ambient, snaturando per certi versi l’anima del gruppo. Mario Pio Mancini nel contempo aveva dato vita all’esperienza con gli Ypsos, gruppo nato nel 2007 e durato il tempo del solo e purtroppo unico Oltremare, disco di rara bellezza ed intensità. Nell’ultimo anno il polistrumentista romano ha deciso di rispolverare gli Indaco ed aggiungendovi il prefisso Nu, ha dato vita ad una fase due del gruppo. Rispetto al passato ora il gruppo si è trasformato in un vero e proprio collettivo musicale che partendo da una solida base costituita da Antonio Nastasi alle tastiere, Lele Lunadei al basso, Martino Cappelli alle chitarre, Alessandro Severa alla fisarmonica, Monica Gugga alla voce e Gianni Polimeni alla batteria, si apre con molta più naturalezza alle collaborazioni esterne. Con questo nuovo assetto, i Nu Indaco hanno inciso Su Mundu, disco di grande portata innovativa e caratterizzato da scelte assolutamente coraggiose dal punto di vista musicale. Partendo dalle tradizioni musicali della Sardegna, Mancini è riuscito a tracciare un percorso di ricerca attraverso le sonorità del mediterraneo e a contaminarla con influenze che spaziano dalle danze greche alla tamorra napoletana fino a toccare sonorità più moderne come il rock e l’elettronica dark-wave. Insomma, Nu Indaco, è un laboratorio musicale in eterno divenire dove convivono anime e culture differenti in un meltin’ pot sonoro di grande intesità. Sorprende così vedere il cantautore Enzo Gragnaniello alle prese con il rock di Velia, o il vecchio amico Arnaldo Vacca già nella prima formazione degli Indaco dare nuova vita a il Vento del Deserto insieme all’eclettico Daniele Sepe, o ancora Antonio O’Lione che presta la sua tamorra e le castagnette per Salentu ed E’ fatta notte ‘o padrone chiagne, dove brilla anche il violino distorto della talentuosa H.E.R. . La lista dei vari collaboratori di questo progetto è ancora molto lunga e ad ogni brano c’è davvero dal restare incantati, come nel caso di Nu saltarello e Moresca nuziale tratta da Forse Il mare di Ritmia e alle quali partecipano i suonatori di zharb e tabla Mohssen Kasirossafar e Sanjay Kansa Banik, o nelle riletture di Spezie degli Indaco e Gilgamesh degli Ypsos dove protagonista è clarinetto e il sax soprano di Luigi Cinque. Tornando al gruppo, fondamentale ci sembra l’apporto di Monica Cucca, la cui versatile voce le permette di passare con disinvoltura da brani tradizionali sardi come Su Nuraghe e Su Mundu, quest’ultima su testo del frate cappuccino Francesco Brandino, al rap di Haif e Dune.02 Feddayn sull’Intifada palestinese. Mario Pio Mancini con la collaborazione di Valentino Saliola e Antonio Nastasi che lo hanno aiutato in fase di produzione è riuscito a rendere omogenee ed armoniche le tante sonorità che popolano Su Mundu, un lavoro non da poco ed assolutamente lodevole. Insomma questo disco forse non farà la felicità dei puristi della musica popolare ma certamente rappresenta un punto di riferimento importante per coloro che nel futuro vorranno dedicarsi alla contaminazione sonora.


Salvatore Esposito

Matteo Strukul – Nessuna Resa Mai: La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero, Meridiano Zero pp. 192 € 14,00


In parallelo con l’uscita del doppio album dal vivo Rolling Live, l’editore Meridiano Zero che da tempo cura una eccellente collana di libri “rock”, ha pubblicato la prima biografia di Massimo Priviero, scritta da Matteo Strukul, già autore di un volume simile per Massimo Bubola. Proprio il libro dedicato al cantautore veronese è stato il canovaccio base da cui l’autore è partito per la scrittura di Nessuna Resa Mai, questo il titolo dell’opera, che similmente si sviluppa attraverso una lunghissima intervista divisa in capitoli, nel corso della quale si attraversa in lungo ed in largo la vita artistica e non di Massimo Priviero. Attraverso una scrittura semplice e diretta, emerge la figura del rocker jesolano, che avrebbe dovuto rappresentare una rivoluzione per la musica italiana, ma che si è fermato ad un passo dal successo vero senza scendere mai a compromessi, trovandosi poi chiuse molte e forse troppe porte in faccia. Il giornalista padovano è riuscito così a rendere la narrazione molto affascinante e la scelta di aver preferito un dialogo diretto piuttosto che una fredda intervista riportata meccanicamente non può che dirsi riuscita. Emergono così ricordi del passato, l’avventurosa vicenda che lo ha portato ad incidere il primo disco, ma soprattutto gli incontri fatti in questi anni, su tutti quello con Little Stiven che ha prodotto uno dei suoi album. A vent’anni dall’esordio con San Valentino, Priviero sembra voler evitare di fare bilanci, ma piuttosto lo abbiamo visto rilanciare e puntare tutto sulla canzone d’autore, riuscendo a salire sul palco del prestigioso Premio Tenco. Un segno evidente che per lui non esiste una resa, mai. Il Priviero degli ultimi anni è attratto dalla poesia, dall’impegno culturale e politico e i suoi ultimi lavori sugli anni della Resistenza non fanno altro che confermare che è in atto la sua seconda giovinezza. Quando nella sua città di adozione, Milano campeggiavano manifesti con su scritto: "Ho visto il futuro del rock italiano e il suo nome è Massimo Priviero", forse non erano così sbagliati, infatti se esiste un cantautore rock a tutto tondo in Italia è proprio lui. Il cantautore jesolano è uno che non si è mai arreso, e il messaggio principale che da cogliere in questo libro è proprio questo. E significativo in questo senso è la risposta alla domanda di Strukul: "Nessuna resa mai: a che cosa non vuoi arrenderti oggi come ieri?", "Potrei rispondere che non voglio arrendermi al fatto che i valori vengano calpestati quotidianamente, o alla loro perdita. Gran parte di quello che scrivo è fatto di pezzi di umana resistenza…" . Nessuna Resa Mai è dunque, un libro da leggere fino in fondo, perché è ben lontano dall’essere semplicemente un libro dedicato ad un cantautore, è piuttosto un ritratto di un uomo che non ha mai messo in vendita la sua vita.
Salvatore Esposito

Massimo Priviero - Rolling Live (Universal)


Negli ultimi anni Massimo Priviero ha conosciuto una seconda giovinezza artistica con dischi come Testimone, Dolce Resistenza e Rock & Poem, quest’ultimo un tributo alla musica e ai cantautori che hanno influenzato il suo songwriting. A coronamento dei successi raccolti, sia di pubblico che di critica, arriva Rolling Live, doppio album dal vivo con dvd, che rappresenta anche il primissimo disco live per il cantautore veneto. Registrato e filmato nel corso del concerto tenutosi il 28 marzo di quest’anno al Rolling Stone, il concerto raccoglie venti brani tra classici del passato, cover e inediti. Al suo fianco una eccellente band guidata dal chitarrista Alex Cambise (che tra l’altro sta preparando il suo sorprendente debutto come cantautore), da Onofrio Laviola (pianoforte) e completata da Sergio Leonarduzzi, Giancarlo Galli (chitarre elettriche), Mauro Piu (basso) e Giovanni Massari (batteria), senza contare la partecipazione speciale del talentuoso Michele Gazich al violino. Sin dall’ascolto delle primissime tracce si ha la sensazione di avere di fronte un cantautore al vertice della sua ispirazione, in grado di dare nuovo peso anche ai brani più vecchi e di creare un atmosfera densa di poesia rock. Una rarità, insomma, nel panorama musicale italiano dove il linguaggio poetico difficilmente ha fatto rima con il rock in senso stretto. Ritornano così a nuova vita brani come San Valentino, Bambina di Strada, Nessuna Resa Mai e Pane, Giustizia e Libertà ma anche non meno fascino trasmettono brani come le più recenti Bellitalia, Dolce Resistenza, La Strada del Davaj e Nikolajevka. Di ottima fattura sono anche le cover come la resa rock di Ciao Amore Ciao di Luigi Tenco, Mr. Tamburine Man di Bob Dylan e We Shall Overcome, tuttavia il vertice del disco lo si toca con le splendide Fragole a Milano e Grande Mare. Completano il disco i tre brani inediti Lettera al Figlio, Vivere e Splenda Il Sole, che confermano lo stato di grazia di Massimo Priviero e sottolineano come il suo percorso artistico si sia indirizzato verso la canzone d’autore pur mantenendo stretto il rapporto con il rock. Di ottima fattura è anche il dvd di cui se ne apprezza la regia, pur non presentando particolari bonus a suo completamento.

Salvatore Esposito

martedì 6 luglio 2010

Gastone Pietrucci, la voce e l'anima de La Macina - Speciale


INTERVISTA ESCLUSIVA


Gastone Pietrucci è uno dei più brillanti ed appassionati studiosi della tradizione popolare marchigiana e più in generale di quella italiana, con La Macina, gruppo del quale è da sempre l’anima e il cuore, ha percorso un lungo cammino artistico che negli ultimi anni lo ha condotto a realizzare la preziosa trilogia, Aedo Malinconico ed Ardente Fuoco ed Acque di Canto, di cui di recente è stato pubblicato il terzo ed ultimo volume. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere con lui la storia di questo importante e prezioso progetto artistico e per scoprire i suoi prossimi programmi per il futuro.


Con Aedo Malinconico Vol.3 sei arrivato alla conclusione della trilogia, vorresti raccontare ai lettori di Blogfoolk, il percorso di questo progetto?

Il progetto è iniziato con la pubblicazione del primo volume della trilogia (2002), poi proseguito con la pubblicazione del secondo (2006) ed ora conclusa con la pubblicazione del terzo (2010). Un lavoro che (come ho scritto nella presentazione del volume III) seguendo la linea del primo (ripresa e nuove interpretazioni di brani già precedentemente incisi, insieme a brani inediti, registrato in presa diretta), prosegue ed amplifica la linea già intrapresa dal secondo: quello dell’inserimento, in scaletta, di ben cinque brani al di fuori del repertorio “popolare” marchigiano de La Macina. Tanto che al tradizionale sottotitolo Canti della cultura orale marchigiana è stato aggiornato: ed altri percorsi. Un lavoro, tra l’altro, che ho potuto realizzare, grazie a questo splendido collettivo di grandi musicisti e soprattutto di grandi ed indispensabili amici e compagni di viaggio, che stanno con me da più di dieci anni e che li voglio ricordare uno ad uno: Adriano Taborro, il nostro eccezionale e grandissimo Direttore musicale, Marco Gigli, (che sta con me da una vita!), Roberto Picchio (un fisarmonicista formidabile) e gli ultimi arrivati i percussionisti/batteristi Michele Lelli e Riccardo Andrenacci, nonché Giorgio Cellinese, prezioso, indispensabile coordinatore di tutti noi.


Questo nuovo capitolo ha un impostazione differente rispetto ai due precedenti, ovvero estende il suo raggio anche alla canzone d'autore. Come mai questa scelta?

Non ti so dare una spiegazione precisa di questa scelta. Perché tutto è avvenuto naturalmente, quasi per forza di inerzia. Dice bene Enrico de Angelis nella prefazione a questo nostro terzo volume, riferendosi alla nostra scelta di incidere brani, d’autore come quelli di Virgilio Savona, di Piero Ciampi, di Vangelis, accanto a brani della tradizione orale marchigiana da me raccolti nella mia più che quarantennale ricerca sul campo: “ [...]Ce n’è per tutti: per chi ama Piero Ciampi, appunto, e per chi ama Caterina Bueno. La Macina ha cancellato confini, ha abbattuto frontiere come dovrebbe essere ovunque per qualsiasi genere di frontiere.” Credo che sia l’impostazione giusta e direi ormai prioritaria del Gruppo.


Il disco si sarebbe dovuto aprire con un brano tratto da una poesia di Franco Scataglini, Tutto è corpo d'amore, come mai poi nel disco non è presente?

L’ho scritto nella pagina del libretto, dove doveva essere stampato il testo poetico di questo grande, immenso e straordinario poeta anconetano, mentre al suo posto, viene riportata mestamente la seguente “fredda” citazione: Per espressa volontà degli eredi, la canzone “Tuto è corpo d’amore”, musicata da La Macina su testo di Franco Scataglini, non può essere inclusa in questo CD. In poche parole, gli eredi, con una decisione inspiegabile, infelice e a dir poco assurda, hanno proibito (dopo ben quasi sette anni che La Macina ha cantato ed interpretato Scataglini alla luce del sole, avendone musicate ben... ventiquattro liriche, e dopo che il brano, regolarmente inciso era stato inserito, come pezzo d’apertura in questo terzo volume, (tolto a malincuore dal master, un attimo prima della pubblicazione). Una ferita che abbiamo voluto far vedere anche graficamente: infatti nella lista dei brani del CD, abbiamo volutamente lasciato il titolo contestato, sbarrato, anzi “sfregiato” da una linea rossa, come una ferita che ancora sanguina, perché si sappia quanto questa decisione assurda, direi... “kafkiana” degli eredi, abbia non solo ferito, ma offeso un artista e tutto un gruppo che si sono sentiti e si sentono, così praticamente “scippati” di un grande, lungo ed appassionato lavoro. Un lavoro poi riconosciuto come uno dei più alti, dei più corretti e soprattutto calzanti e “popolari” de La Macina. Ti riporto il giudizio sul nostro lavoro, espresso da Massimo Raffaeli, un grande critico e soprattutto uno dei massimi studiosi (essendo stato tra l’altro anche fraterno amico) di Scataglini: “La lingua di Scataglini […] è la lingua medesima dei provenzali e di Dante ma, nello stesso tempo, è il bacino in cui rampollano da sempre i dialetti, gli idiomi di un’atavica civiltà rurale e artigianale. Inimitabile è la pronuncia del poeta anconetano ma è di lì che deduce la sua materia prima; ed è lì che La Macina lo incontra, nell’intersezione di carne esplosa e struggente spiritualità, nella speciale risonanza che fa della voce popolare un segno di aristocrazia. Non si tratta, da parte di Gastone Pietrucci e della Macina, di un meccanico mettere in musica Scataglini, ovvero di illustrarlo (che sarebbe operazione parassitaria, persino temeraria); si tratta, semmai, di interpretarlo e, alla lettera, di tradurlo, come farebbe un pittore, uno scrittore o appunto un musicista che si ispirasse esplicitamente alla sua opera […] Perciò si tratta di una loro specialissima offerta; anzi un omaggio, di cuore”. Ironia del destino: lo stesso giorno che gli eredi di Scataglini negavano ottusamente la liberatoria, gli eredi di Pier Paolo Pasolini, ce la concedevano (senza nessuna difficoltà) sulla lirica “Supplica a mia madre”, che come la contestata “Tuto è corpo d’amore”, La Macina aveva musicato. E’ proprio vero: “nemo profeta in patria”! Non aggiungo altro se non il lapidario e folgorante commento di Alessio Lega a questo nostro increscioso (e non per colpa nostra)... incidente di percorso: “La mancata pubblicazione del Cd Macina/Scataglini è un delitto, per te, per Scataglini e soprattutto per chi ama la poesia". Non credono che servano più altre parole!.





Ci puoi parlare della splendida Angelo Che Me L'Hai Ferito il Core?
Questo è un canto popolare, anzi un insieme di canti lirici-monostrofici, che io ho trovato in una serie di registrazioni, fatte dal 1976 al 1977 a Monsano (un piccolo paese dell’anconetano) con una grande informatrice (tra l’altro abitante sul mio stesso pianerottolo di casa), Elvira Corsetti Pirani (1902-1983) detta “La Pirana” ex-contadina, originaria di Cupramontana (An) . Per la prima volta noi l’abbiamo incisa nel nostro disco del 1993, che portava lo stesso titolo del canto. Ora, in questa trilogia dell’ “Aedo...”, dovendo riproporre in nuovi arrangiamenti alcuni tra i più bei brani del nostro repertorio, ho avuto la fortuna ed il grande “regalo”di questa nuova, folgorante, strepitosa versione di Marino Severini dei Gang. Tutto è nato quando qualche anno fa abbiamo montato insieme (nel 2005 e poi ripreso nel 2008) un nuovo spettacolo, tra me i due fratelli Severini ed Alessio Lega, dove tra l’altro ci scambiavamo anche i brani dei nostri repertori. In quell’occasione Marino, presentò la “sua” bellissima versione del nostro “Angelo...” e da quel giorno non ho avuto... pace, sino a che non l’abbiamo incisa insieme.


Nel disco reinterpreti in modo magistrale Il Natale è il 24 di Piero Ciampi, ci puoi parlare di questo brano e del motivo per cui l'hai preferita ad altri brani del livornese?
Anche qui niente è venuto a caso. Da anni, dopo aver scoperto in un negozio in un modo addirittura fortuito ed inconsueto, un disco di Piero Ciampi, (come se quel vecchio LP mi avesse “chiamato” ed attirato stranamente la mia attenzione) e dopo esserne rimasto, all’ascolto, a dir poco... “folgorato”, sono riuscito, dopo vari tentativi andati a vuoto e dopo anni di studio, a montare nel 2005, con La Macina e grazie alla Macina, tutto un Concerto-Omaggio: “Sono bello, bellissimo, il più bravo e non perdono”, su questo immenso poeta-cantante che è stato Piero Ciampi, “barbone celeste della musica italiana” (come lo ha definito splendidamente da Massimo Raffaeli), interpretando ben diciotto brani del suo repertorio, con la partecipazione straordinaria, come voce narrante, addirittura di Enrico de Angelis, uno dei massimi conoscitori e studiosi dell’opera di questo immenso e purtroppo semisconosciuto artista livornese. E così dovendo scegliere, almeno una canzone da inserire in questo nostro ultimo lavoro, tra “Bambino mio”, “Tu no”, “Il vino”, “Mia moglie”(gli ultimi brani rimasti per così dire, in “lizza” tra i diciotto ripresi da noi) insieme a “Il Natale è il 24”, abbiamo alla fine scelto quest’ultimo (non ti dico, dopo quante discussioni e ripensamenti), perché ci sembrava il nostro arrangiamento, non dico innovativo, ma decisamente “nostro” e molto calzante. Però credimi sarebbe molto bello, un giorno, poter incidere tutto un CD, con tutti i brani del Concerto-Omaggio de La Macina a Piero Ciampi, senza far più nessun altro “sacrificio”!


Hai incluso nel disco anche E' Lunga La Strada di Virgilio Savona, ci puoi parlare di questo brano che era già apparso nel disco tributo fatto dal Tenco?

E’ lunga la strada fa parte del repertorio “politico” meno conosciuto di Virgilio Antonio Savona, leader e fondatore dello storico Quartetto Cetra, recentemente scomparso. La versione live che viene riportata nel CD è stata eseguita dai Macina-Gang, nell’edizione del “Tenco 2004”, dove eravamo stati invitati come “Super-Gruppo dell’anno”, ed è tratto dal CD Seguendo Virgilio. Dentro e fuori il Quartetto Cetra . Cd che documenta tutti i filoni, dagli anni ’50 agli anni ’80, della multiforme produzione di Savona, nelle inedite ed esclusive interpretazioni, commissionate dal Club Tenco, degli artisti presenti in quella 29° Rassegna della canzone d’autore: dagli Avion Travel a Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, da Samuele Bersani a Roberto Vecchioni, da Alessio Lega a Caparezza, Pietra Montecorvino, Lou Dalfin, Leonardo Manera, Stefano Vergani, Carlo Fava e appunto i Macina-Gang. Tra l’altro il brano di Virgilio Savona, è stato anche per noi una grande e piacevole scoperta, tremendamente attuale, di grande forza, credo ben eseguito e con un arrangiamento di grande impatto, tanto che mi è sembrato giusto inserirlo anche nel nostro ultimo lavoro, se non altro come prezioso ed ulteriore documento di questa, per noi, ubriacante collaborazione con i Gang, e con i grandi Fratelli Severini.

Al disco hanno collaborato oltre ai tuoi amici Gang, anche la Banda Osiris, un Orchestra da Camera, Marco Poeta e Ambrogio Sparagna, ci puoi parlare di queste collaborazioni?
Vedi le collaborazioni una volta iniziate sono come le... “ciliegie”, una ti porta all’altra e viceversa. Discograficamente abbiamo iniziato con i Gang, che poi li ho voluti in tutti e tre i volumi della trilogia dell’ “Aedo...”. Ma poi ti ricordo che nel primo disco abbiamo avuto il preziosissimo contributo di Giovanna Marini, Rossana Casale, Riccardo Tesi, per poi continuare nel secondo, ancora con Giovanna Marini e poi con Moni Ovadia, Allì Caracciolo, il grande sax di Federico Mondelci (tra l’altro inserito anche nel terzo disco, nella “traccia fantasma”, con una stupenda ed inedita composizione “Invictus”, scritta ed interpretata appositamente per la Macina), sino a questo ultimo disco, dove hanno partecipato con la loro “gioiosa pazzia”, la Banda Osiris, l’ubriacante guitarra portuguesa di Marco Poeta, lo struggente organetto popolare di Ambrogio Sparagna, addirittura un’Orchestra da Camera, della Scuola Musicale “G.B. Pergolesi” di Jesi, diretta dal Maestro Stefano Campolucci, che ha arrangiato ed orchestrato una nostra vecchia “serenata”: “Dormi dormi mia giovane ‘nesta...”, portandomi letteralmente in un mondo (quello della cosiddetta musica “colta”) completamente lontano dal mio mondo “popolare”, ma che alla fine ha cancellato e soprattutto abbattuto ogni frontiera ed ogni steccato di genere, come del resto ha bene sottolineato Enrico de Angelis nella sua preziosissima prefazione al nostro CD n. 3. Un’esperienza, quest’ultima, che mi ha enormemente arricchito (anche se mi ha fatto “faticare” e studiare non poco): infatti il Maestro Campolucci, tra l’altro è riuscito (dopo una serie serrata di esercizi vocali) a tirar fuori dalla mia voce delle tonalità impensabili , con le quali io non avrei mai e poi mai osato avventurarmi e rischiare. Invece il risultato è stato anche per me, a dir poco stupefacente e direi molto gratificante!


Parlando dei brani tradizionali ho apprezzato Mentre Che Rastrellava che nel primo volume era cantata da Giovanna Marini...

Si l’ho voluto riprendere, anche se in prima battuta, l’avevo “dato” a Giovanna. Un piccolo frammento, una “reliquia” di una grande ballata che mi ha sempre affascinato. Un modo tra l’altro per omaggiare due grandi artiste, due grandi folk singer italiane, appunto Giovanna Marini e l’indimenticabile Caterina Bueno.


Ci puoi parlare di Supplica a Mia Madre, come mai avete scelto questo testo di Pasolini?

Anche Supplica a mia madre, una delle più intense, drammatiche e struggenti liriche di Pier Paolo Pasolini, musicata sempre da Adriano Taborro, fa parte di un altro nostro Progetto, ed è stata eseguita per la prima volta il 9 Giugno 2005, al Teatro “Pergolesi” di Jesi, nel Concerto grosso per Pier Paolo Pasolini: “A Pà” Concerto (Regia di Allì Caracciolo, con La Macina, i Gang, Grazia De Marchi, Claudio Lolli, Paolo Capodacqua ed Alessio Lega) che aprì le tre giornate dedicate a Pasolini,“Sporgersi insieme sull’abisso”, volute dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura di Jesi, a trent’ anni dalla sua barbara morte. In quell’occasione interpretammo alcune liriche di Pasolini, come “Notturno”, “I ragazzi giù nel campo”, “Che cosa sono le nuvole” ed appunto “Supplica a mia madre”, musicata da La Macina. Proprio per l’occasione di quell’importante concerto, scelsi proprio io di musicare quella lirica pasoliniana, perché è stata da sempre una delle sue poesie che mi aveva colpito ed emozionato, e credimi ogni volta che ora la canto, mi emoziono profondamente.


Dicono Di Me di Anna Maria Testa e Vangelis, è un brano molto adatto alla tua voce... ce ne puoi parlare?

Pensa ho conosciuto per la prima volta questa canzone di Vangelis nella versione di Milva in un suo LP “Identikit”, credo del 1988. E già allora mi aveva enormemente colpito. Il testo sembrava scritto anche... per me. Non me lo ho mai dimenticata. Addirittura nel 2007, ho intitolato un mio concerto (per sola voce e pianoforte) appunto “Dicono di me”, nel quale, per la prima volta senza il supporto de La Macina, ma accompagnato solo al piano da un giovane e bravissimo artista, Fabio Verdini, ho voluto ricantare tutte quelle canzoni che in tutti questi anni, erano rimaste nel mio cuore, da “Dicono di me” (To The Unknowen Man), di Vangelis Annamaria Testa, ed in sequenza, “Accontentati del mio amore” di Bruno Lauzi, “Luna tucumana” di Atahualpa Yupanqui, Sotto la tua bianca stella (Unter Dayne Vaise Shtern), di A. Sutskever-A. Broda (tradotta in italiano dal sottoscritto), “Carmela” di Salvatore Palomba-Sergio Bruni, “Picture In a Frame” di Waitz-Brennan, “Dal fronte non è più tornato” di Vladimir Vyssotskij, “ Sodade” di Louis Morais- Amandio Cabral, “ Vedrai vedrai” di Luigi Tenco, “ Lagrima” di Amalia Rodrigues-Carlos Concalves, “Tu no”, di Piero Ciampi, Alfonsina y el mar” di Ariel Ramirez –Felix Luna, “ Un’amica in viaggio”di Marco Ongaro, “ Col tempo” (Avec le temps) di Leo Ferré- Gino Paoli. E così ho voluto ricordare anche quest’altro bel lavoro, inserendo, a chiusura del disco, proprio “Dicono di me”, come quasi a voler idealmente chiudere con quel perentorio “non m’importa niente”, tutto il mio personale, tenace ed intenso percorso artistico. Tanto che per rafforzare questo che ti ho detto, a differenza della versione di Milva che finiva con la strofa: “e mi stupirò/mi spazientirò/mi spaventerò/ed insisterò/m’innamorerò/ma non cambierò/ m’innamoro sempre.”, io, volutamente ho posticipato la penultima strofa del testo, che mi sembrava perfetta, per un... gran finale (penserò poesie/e dirò bugie/e dirò eresie/e farò idiozie/brevi allegrie/poi malinconie/dicono di me/ non m’importa niente).


Chiude il disco l'inedito Pora Giulia, ci parli di questo tradizionale?

Avevo già inciso questa versione de “La pora” Giulia, durante la realizzazione del primo volume dell’ “Aedo...”, nel 2002, poi l’avevo accantonata, scegliendo di inserire altri brani. Ora facendola ascoltare a Marco Poeta (per una collaborazione a questo ultimo nostro disco) lui ne rimase così colpito, da riarrangiarla e trasformarla in un “fado”. Pensa che una volta entrati in sala di registrazione, l’abbiamo immediatamente incisa, così di getto, senza fare praticamente nemmeno una prova. Infatti se ascolti bene il brano, ti accorgerai che ci sono delle sbavature tra voce e strumento, delle imprecisioni, che alla fine però abbiamo deciso di lasciare, perché in fondo hanno reso ancora più “caldo”, più “vero”, più “popolare”, anche se relativamente “sporco” tutto il brano. Però ho voluto regalare (“nella traccia fantasma”) oltre alla versione dell’informatrice, anche la mia prima originaria e diciamo “fedele” versione all’originale.


Tra le tue produzioni più recenti c'è anche il libro con Giorgio Cellinese, Jemece a ffa’ un sonnellino in fondo allo stagno... ci puoi parlare di questo progetto che vede anche la presenza di un disco?

Giorgio Cellinese è abruzzese, originario di Atri, una piccola cittadina del teramano. I casi della vita lo hanno portato, prima a Milano, poi definitivamente qui nelle Marche, dove ha incontrato La Macina, diventandone al più presto uno dei suoi più assidui e fedeli collaboratori. Infatti, preso anche lui dalla “febbre” della ricerca sul campo, mi ha seguito diligentemente e con sempre maggior entusiasmo in tutti questi anni, raccogliendo e “salvando” insieme a me, una quantità considerevole e preziosissima di materiale folclorico marchigiano. Le nostre ricerche erano, e sono indirizzate principalmente nelle Marche ed in particolare nell’anconetano, ma qualche cosa è stato raccolto, oltre che in Umbria, anche in Abruzzo e proprio nell’ambito della sua famiglia: con la madre Carmela e le zie Giuseppina, Elvira e Rosmunda (l’unica ancora vivente). Poi tutte quelle registrazioni sono rimaste “sepolte” sotto la gran mole di lavoro e di bobine che via via, attraverso gli anni, andavano freneticamente accumulandosi. Dovendo iniziare per la Regione Marche, nel 2001, un meritorio lavoro di riordino, catalogazione del materiale raccolto in tutti questi trentacinque anni di ricerche, Giorgio ha dovuto finalmente mettere mano, riascoltando ed iniziando a sistemare, e soprattutto a salvare dal rischio di deterioramento e di definitiva perdita, le migliaia di ore di registrazione accumulate. Da questo immane lavoro, sono emerse, come per miracolo, le “nostre” registrazioni fatte ai suoi familiari dal 1980 al 1992 e da lì l’idea di un primo spettacolo, appunto “Jemece a ffà’ un sonnellino in fondo allo stagno...”, proprio nel 2001, nell’ambito del Monsano Folk Festival. Dopo quel primo spettacolo, con La Macina, che gli farà sempre da spalla e da colonna sonora, assecondandolo e seguendolo in questo suo e nostro viaggio della memoria, ne sono scaturiti altri due lavori, “Sanda Lucie che ll’ucchie pizzute...” nel 2002, ed il terzo nel 2004 “Ecco arriva Giò Giò...”, che praticamente ha chiuso la Trilogia della memoria. Visto il grande e caloroso successo ottenuto da queste tre performance, ci era sembrato giusto racchiudere il tutto in un libro, con Cd allegato, curato dal sottoscritto, intitolato appunto: “Jemece a ffa’ un sonnellino in fondo allo stagno” (Ricordi e tradizioni popolari atriane della Famiglia Cellinese), che fu presentato con uno Spettacolo Inaugurale inaugurale al Monsano Folk Festival 2008, con la partecipazione de La Macina e quella straordinaria di Marino & Sandro Severini (Gang), che tra l’altro figurano anche come ospiti nel CD omonimo allegato al libro.


Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ci sarà anche un volume IV di Aedo?

No, la trilogia dell’”Aedo...” si chiude definitivamente e giustamente qui. Di progetti, ne ho tanti per la testa, ma uno in particolare mi intriga enormemente. Devi sapere che da un po’ di tempo, sto chiedendo a tutti i miei amici musicisti del mondo popolare e cantautoriale italiano, di scrivermi e "regalarmi" una canzone inedita (in italiano, in dialetto, senza nessun tema specifico che non quello dell'ispirazione di ognuno). L'idea iniziale era quella poi di cantarle con La Macina in un concerto e magari poi anche inciderle. Poi verso la fine dell'anno Alberto Cesa, l'indimenticabile leader e "voce" del gruppo storico piemontese "Cantovivo", mi manda una sua personalissima canzone: Col pugno nella mano (dove parla di se stesso e con tanto affetto anche di me). Poi proprio il 31 dicembre, mi manda questa e-mail che ti trascrivo letteralmente: "Caro Gastone, spero tu stia in ottima forma. Nel 2010 riusciremo a incontrarci e a cantarne due assieme? Un besito dalla mia compañera Angeles, tua fan sfegatata!!! Alberto". Torino 31.12.2009. Io gli risposi immediatamente che proprio in quei giorni mi stava frullando per la mente un nuovo progetto e che glielo avrei comunicato al più presto. Infatti avevo accantonato il progetto primario di limitare il Progetto musicale solo a noi de La Macina, ma pensavo di estenderlo a tutti coloro che mi avevano scritto (o che mi avrebbero scritto) una canzone, ed interpretarla insieme a loro. Quindi realizzare un doppio, ponderoso CD con tutto il fior fiore del mondo popolare italiano. Un pò come abbiamo fatto tempo fa con i Macina-Gang, nel nostro Cd comune: "Nel tempo ed oltre cantando". Io come voce e filo conduttore insieme a tutti gli autori e ai loro Gruppi. Quindi per intenderci: Gastone con Alberto e il suo "Cantovivo", con Carlo Muratori e il suo Gruppo, con Maurizio Martinotti ed i suoi Tendachënt, con Claudio Lolli ed i suoi musicisti, con Alessio Lega, con Fabrizio Poggi e i "Turututela", con Mauro Gioielli ed il suo Tratturo, Paolo Capodacqua, Marco Ongaro, Piero Cesanelli (per citarne solo alcuni che già mi hanno omaggiato della loro canzone inedita) e così via di seguito con tutti gli altri, come Corrado Sfogli e Fausta Vetere della N.C.C.P., Gualtiero Bertelli, i Fratelli Mancuso (che hanno appena aderito con entusiasmo al Progetto). Questo avrei voluto dire ad Alberto, se la morte non ce l'avesse strappato via. Così ora questo Progetto non è più soltanto mio, ma è anche "suo", tanto che ormai, grazie a lui, porta anche un titolo, suggeritomi da un verso stupendo della sua canzone: infatti, riferendosi a me, lui mi descrive: "Con la mia voce in spalla...". Penso che non ci possa essere titolo migliore e più significativo! Quindi anche se sarà un Progetto faticoso, lungo, lo porterò avanti, anche grazie a lui: in fondo noi viviamo di sogni e questo credo sia veramente un gran bel sogno, per il quale valga la pena lottare. Io spero vivamente di farcela!. Certo il Progetto fa tremare i polsi, ed in un momento storico così confuso, così triste, così maledettamente piatto e senza speranze, come sembra sia condannata, a vivere questa povera, incattivita, impaurita e smemorata Italia, tutto sembra difficile, insormontabile, condizionati e limitati come siamo, dal momento economico non favorevole, nel quale si dibatte l’Italia, ma anche e soprattutto ciò che significa cultura in questo nostro Bel Paese!


Giorgio Cellinese & La Macina - Jemece a ffà un sonnellino in fondo allo stagno

Conosciuto come il sesto de La Macina, Giorgio Cellinese, dopo anni di oscuro lavoro dietro le quinte, è uscito allo scoperto per dare vita ad uno splendido libro con cd, Jemece a ffà un sonnellino in fondo allo stagno, che raccoglie i ricordi e le tradizioni popolari della sua famiglia, e della piccola cittadina abruzzese, Atri, dove risiedeva da piccolo. Questo disco arriva a coronamento di una serie di spettacoli dedicati a questo corpus di canti raccolti da Cellinese e riarrangiati insieme a La Macina, gruppo incontrato al momento del suo trasferimento da Milano alle Marche. Proprio con Gastone Pietrucci, ha dato vita ad una intensa ricerca sul campo e con lui ha raccolto e salvato la memoria di molto materiale folcloristico marchigiano. Spesso però le loro ricerche li hanno condotti anche in Umbria ed in Abruzzo, e proprio nell’ambito della famiglia Cellinese ebbero modo di raccogliere molte registrazioni, che per tanto tempo sono rimaste sepolte nell’archivio e sono riemerse di recente durante un opera di riordino del materiale per la Regione Marche. Ritornano così alla luce documenti eccezionali raccolti tra il 1980 e il 1992, che compongono questo bel libro che documenta quelle ricerche e il cd. Il libro, aperto dalle introduzioni di Gastone Pietrucci, Marino Severini dei Gang e Allì Caracciolo, si snoda attraverso foto, trascrizioni di riti, favole come quella di Cappuccetto Rosso in una versione tutta abruzzese ben lontana da quella di Perrault, e testi di canzoni tradizionali, il tutto è raccolto con un pizzico di nostalgia, quasi fosse un epoca la cui memoria va scomparendo e che Cellinese tenta riuscendoci di recuperare prima che il tempo la cancelli irrimediabilmente. Un libro insomma, che come il titolo che altro non era che l’invito che la mamma rivolgeva al piccolo Giorgio riluttante ad andare a letto, è un atto d’amore struggente, che cristallizza una tradizione non solo familiare ma regionale che necessitava di essere preservata. Splendido ovviamente è anche il cd, che accompagna il libro dove sono contenuti diciannove brani dal repertorio tradizionale abruzzese, incisi tra il 2006 e il 2007 con la partecipazione di Marino e Sandro Severini dei Gang che con la Macina interpretano il tradizionale Benediciamo a Cristoforo Colombo, il tutto inframezzato da scioglilingua e parlati tratti dalle registrazioni sul campo.

Salvatore Esposito




Gastone Pietrucci & La Macina - Aedo Malinconico ed Ardente Fuoco ed Acque di Canto Vol. III - Canti della cultura orale marchigiana ed altri percorsi (Storie di Note)



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Aedo Malinconico ed Ardente Fuoco ed Acque di Canto, trilogia dedicata alla riproposta di canti della cultura orale marchigiana, giunge con questo terzo volume alla sua conclusione. Tempo di fare bilanci insomma, ma il risultato mai come in questo caso è scontato. Si tratta di una delle opere più belle ed ambiziose che la musica di riproposta in Italia abbia conosciuto, un trittico di grande spessore, un diamante a tre facce di rara bellezza. Nessuno se non Gastone Pietrucci avrebbe potuto fare di meglio, almeno per quello che concerne la musica popolare marchigiana, che lui da anni ormai rappresenta in prima persona, inseguendo l’urgenza di preservare dall’oblio una tradizione orale che rischiava di scomparire con l’ultima generazione di anziani. Gastone Pietrucci, La Macina, un connubio che negli ultimi anni è riuscito ad arrivare anche all’attenzione del grande pubblico, ma che alle spalle ha un lungo percorso fatto di decenni di studi, ricerche sul campo, catalogazione e rielaborazione di materiale raccolto nei paesini delle Marche, un percorso in salita denso di sacrifici ma che alla fine sta ripagando con grandi soddisfazioni. Non importa, dunque se per un capriccio o per ripicca gli sia stato negato l’utilizzo di Tutto E’ Corpo D’Amore, una canzone nata su una poesia di Franco Scataglini e scelta per aprire questo terzo ed ultimo capitolo di questa trilogia. Questo Volume 3, rispetto agli altri due rappresenta l’anello di congiunzione tra canzone d’autore e musica popolare, e in questa visione quella poesia musicata da Pietrucci e Adriano Taborro, avrebbe cristallizzato come trait d’union queste due anime che ora convivono nel percorso artistico de La Macina. Questo piccolo grande dispiacere per non poter sentire questa splendida canzone, della quale lo stesso Gastone Pietrucci mi aveva raccontato in una vecchia intervista per Folk Bullettin, viene del tutto cancellato dall’ascolto di questo disco. Il disco, segue nell’impostazione i due precedenti mescolando brani già precedentemente incisi riproposti in versioni nuove con inediti registrati in presa diretta, ma ciò che lo rende diverso è la scelta di deviare il cammino verso “altri percorsi”. Ecco allora brillare le interpretazioni di Pietrucci di brani forse poco noti al grande pubblico ma certamente considerabili tra le pietre miliari della canzone d’autore italiana, è stupore puro misto ad incanto sentire la personalissima voce del marchigiano colorare di passione E’ Lunga La Strada di Virgilio Savona (già nota per essere parte del tributo al cantante ed autore del Quartetto Cetra), o rendere ancor più struggente e commovente Il Natale è 24 di Piero Ciampi. Sempre sullo stesso versante si pongono Supplica a Mia Madre, toccante poesia di Pier Paolo Pasolini musicata dal Pietrucci e To The Unknown Man di Vangelis tradotta in italiano con il titolo Dicono Di Me da Anna Maria Testa, quest’ultima posta a chiusura del disco. Larga parte è però dedicata ai canti tradizionali e ad aprire il disco è la bellissima Angelo che me l’hai ferito ‘l core, in una versione inedita in duetto con Marino Severini dei Gang, che fa il paio con La Pora Giulia, canto tratto dal repertorio dei cantastorie riletto quasi fosse un fado con la complicità della chitarra portuguesa di Marco Poeta. Meravigliose sono poi la riproposta di Mentre Che Rastrellava, che avevamo già incontrato nel primo volume interpretata da Giovanna Marini, Mariuccina a mme mme gela… riletta con la complicità della Banda Osiris e Coraggio amore mio…, canto antichissimo risalente all’epoca appena successiva al 1799 quando Napoleone Bonaparte emanò la coscrizione obbligatoria. Non manca anche una incursione nelle sonorità classiche, con lo splendido arrangiamento di Dormi Dormi Mia Giovane Nesta, nella quale troviamo ospite l’Orchestra da Camera della Scuola Pergolesi e un tributo appassionato a Caterina Bueno con il canto di lavoro So’ stato a llavorà a Montesicuro, un brano di grande attualità in cui viene affrontato il tema delle morti sul lavoro. Questo terzo volume di Aedo Malinconico ed Ardente, sugella un progetto di grande spessore non solo musicale ma anche culturale. Da non perdere!

Salvatore Esposito

Fabrizio Poggi & Chicken Mambo - Spirit & Freedom (Ultra Sound Records)


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Appassionato cultore e studioso del blues, nonché armonicista raffinatissimo, Fabrizio Poggi nel corso della sua carriera artistica ha seguito un percorso di ricerca rigoroso ed intenso che partendo dalla sua terra natia lo ha condotto negli Stati Uniti, dove ha avuto modo di studiare ed approfondire la musica roots. La formazione artistica di Fabrizio Poggi è stata dunque a suo modo unica, infatti nel suo stile si mescolano le influenze che gli vengono dalla tradizione popolare italiana con quelle della musica americana in generale e del blues in particolare. Di questa particolarità se ne era avuta contezza già nei primissimi lavori con i Chicken Mambo, ma è emersa in tutta la sua importanza con Mercy, che partendo dalle radici della musica gospel ne esplorava le commistioni con il blues, senza mai perdere di vista l’italianità di fondo che caratterizza lo stile artistico di Poggi. Spirit & Freedom, il nuovo album del musicista pavese e dei suoi Chicken Mambo, arriva a chiarificare i contorni della faccenda, mostrandoci un Fabrizio Poggi intento a ripercorrere le sue ispirazioni musicali attraverso un lungo viaggio negli States dove ha avuto modo di incontrare amici famosi e musicisti a lui sempre cari, che lo hanno condotto in dietro nel tempo alla riscoperta di brani che da sempre gli appartenevano. Prodotto magistralmente dal batterista Stefano Bertolotti ed inciso tra gli States e gli studi Ultra Sound di Belgiosioso, il disco presenta diciotto brani per un totale di oltre settanta minuti di grande musica, durante i quali insieme al musicista pavese riscopriamo tutte le sfumature musicali della musica made in USA. Spirit & Freedom è un disco pieno di suggestioni, di immagini, paesaggi che rimandano a ricordi personali dell’autore, quasi fosse un diario di viaggio, nel quale confluiscono ricordi e stati d’animo. E’ il caso ad esempio della splendida Jesus Called Me In Heaven, dedicata all’amico Alessandro Rava, un brano intenso dai sapori border impreziosito dall’accordion di Roberto Sacchi e da un intreccio tra chitarre, banjo e ukulele sul quale si stende magnifica l’armonica di Fabrizio Poggi. Durante l’ascolto si scoprono man mano i tanti ospiti che caratterizzano questo disco, ma ben lungi dall’essere una parate di stelle, il tutto suona armonico e compatto come nel caso dell’iniziale I'm on My Way con i Blind Boys of Alabama e Charlie Musselwhite ad affiancare Fabrizio Poggi, o della bellissima Stayed on Freedom traditional reso magicamente con la complicità di Guy Davis e di Augie Meyers all’organo, o ancora le cover di I Shall Be Released di Bob Dylan, Halleluja di Leonard Cohen e In My Hour Of Darkness di Gram Parsons. Tra le perle del disco vanno ricordate, la delicatissima I Heard the Angels Singin' in duetto con Eric Bibb e con la partecipazione di Garth Hudson all'organo hammond e Maud Hudson ai cori, lo spiritual Glory Glory e il tributo a Willy De Ville con Heaven Stood Still nella quale troviamo come ospite Flaco Jimenez. Insomma Spirit & Freedom, è un disco nato dal cuore ed realizzato con amore, nel quale la passione per il blues diventa il pretesto per tornare in dietro nel tempo alla riscoperta delle passioni musicali che hanno animato l’intera carriera di Fabrizio Poggi. Un disco definitivo, che rappresenterà un importante punto di ripartenza per i Chicken Mambo, che si candidano ad essere il gruppo italiano più americano che ci sia in giro. Una lezione importante per tutti i musicisti italiani con la passione per la musica roots. Assolutamente consigliato!
Salvatore Esposito

Gualtiero Bertelli e la Compagnia delle Acque – Annicinquanta: i canti di un'Italia che torna a vivere (Nota)

In occasione della pubblicazione de “L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, libro dedicato all’avventura degli immigrati italiani e alla xenofobia che subirono durante tra la fine del 1800 e la metà del secolo scorso, è nato il fortunato sodalizio tra l’inviato ed editorialista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e il cantautore Gualtiero Bertelli, che li ha portati ha realizzare diversi spettacoli sugli Anni Cinquanta, sulla Resistenza e L’Immigrazione, con i quali hanno attraversato l’Italia con pochissimi mezzi tecnici, realizzando il considerevole numero di quasi cinquecento concerti, tutti applauditissimi. Spettacoli di impegno civile insomma, che mescolando monologhi e musiche con fotografie e filmati, hanno tracciato un percorso nella memoria di un’Italia che non c’è più, quella del sacrificio, della povertà e della sofferenza, ma anche delle piccole storie individuali e popolari. Musica che fa Storia, e Storia che si fa Musica, ma anche parola come nel caso de Il Maestro Magro, romanzo di Stella dal quale è nato prima lo spettacolo omonimo e poi Annicinquanta, disco prodotto dalla sempre attivissima etichetta friulana, Nota, che mette in fila quindici brani tra inediti e riproposizioni dal repertorio di Domenico Modugno, Italo Calvino, Sergio Liberovici, Fausto Amodei e Mario Pogliotti. Canti tradizionali, brani d’epoca che ci riportano in quel periodo in cui l’Italia dopo aver patito le sofferenze della Seconda Guerra Mondiale e del Fascismo, tornava a vivere. Un Italia ricca, viva, piena di contraddizioni e sfaccettature ma ancora innocente nella sua ingenuità, poi sarebbe arrivato il Sessantotto, la disillusione, gli Scandali di Stato e niente sarebbe stato più come prima. Gualtiero Bertelli e la Compagnia delle Acque sono riusciti nell’impresa di dipingere un affresco in musica di quegl’anni colorato con arrangiamenti eleganti e colori musicali di grande brillantezza. Un lavoro corale, insomma nel quale Gualtiero Bertelli funge da perfetto regista, mentre Cecilia Bertelli si fa carico della maggior parte delle parti cantate insieme a Giuseppina Casarin e Sandra Mangini. Al loro fianco La Compagnia delle Acque, gruppo di eccellenti e versatili musicisti composto da Maurizio Camardi (saxofoni, flauto traverso, autharp, udu drum), Rachele Colombo (voce, chitarra, bouzouki, percussioni), Paolo Favorido (pianoforte e tastiere), Danilo Gallo (contrabbasso, chitarra, dobro), Simone Nogarin (chitarra, voce) e Michele Troncon (batteria, percussioni, campanelli, xilofono). Durante l’ascolto brillano così il medley iniziale composto da Addio, Addio Amore e Amara Terra Mia di Modugno, le divertenti In Riva al Po ed Ero Un Comunista interpretate da Gualtiero Bertelli, ma soprattuto Questa Democrazia di Mario Pogliotti. Insomma Annicinquanta è un disco prezioso che non mancherà di sorprendere anche l’ascoltatore casuale, e quasi fosse un documentario de La Storia Siamo Noi, rappresenta una opera meritoria non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello culturale e storico.

Salvatore Esposito