BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

giovedì 27 maggio 2010

Speciale: Michele Gazich e La Nave dei Folli


di Salvatore Esposito

Apprezzato come produttore, lodato come musicista, ma forse poco noto come autore di canzoni, Michele Gazich è stato una delle rivelazioni del 2009 con il progetto musicale La Nave Dei Folli, disco che nasceva da un articolato percorso artistico tra influenze letterarie, musicali e suggestioni cinematografiche. La pubblicazione del secondo album de La Nave dei Folli è l’occasione per intervistare Michele Gazich, con il quale abbiamo discusso del disco di debutto, della genesi di questo nuovo lavoro, delle sue ispirazioni e da ultimo, anche di interessanti progetti per il futuro…
Come nasce il progetto "La Nave dei Folli"?
Nasce da un desiderio di comunicare, di aprire il mio cuore. Sono un produttore artistico, un autore ed un musicista, ma non un cantante e non ho voluto improvvisarmi tale, come troppe volte si usa in Italia. Ho scritto queste canzoni per la voce di Luciana Vaona. Ho ideato questo progetto musicale cinque anni fa e ci ho lavorato negli ultimi due anni. Accanto a me, al violino e alla viola, ho voluto musicisti che stimo profondamente e che sono anche miei amici: oltre a Luciana, Beppe Donadio al pianoforte, Fabrizio Carletto al basso ed Elena Ambrogio al flauto.
Ci parli della realizzazione del primo disco? Come nato questo suono così classico, quasi da musica da camera?
Ho prodotto, originariamente, una stesura più "normale" dell'album con chitarra e batteria, poi, non avendo nulla da perdere alla mia età, ho osato di più. Ho eliminato chitarra e batteria e mi sembra che i testi arrivino pi intensamente all'ascoltatore.
Ad aprire il disco di debutto è L'Idiota tornato in città ci parli di questo brano?
L'Idiota sono io e sei tu, siete voi, cari lettori. Il dolce sorriso dell'ubriaco contro il ghigno da Quarto Reich del Grande Fratello.
Il brano più intenso del disco è l'attualissima Guerra Civile, cosa ha ispirato questo brano?
La Guerra Civile in corso tra i soldi e lo spirito. Con Mark Olson siamo stati obbligati a suonare, oltre che nei regolari concerti, anche in quasi 100 centri commerciali americani. Il disgusto era crescente. In viaggio da un centro commerciale all'altro, tra Abilene e Colorado Springs, ho scritto questa canzone.
Tra il diavolo ed il mare un brano ricco di poesia e soprattutto caratterizzato da uno splendido arrangiamento…
Volevo scrivere una filastrocca e ho pensato ad una musica da filastrocca, tra "l'ingenuo" surrealismo della ballata popolare e lo straniamento di certa musica di Mozart. Non venuta subito: abbiamo dovuto sperimentare a lungo, tuttavia. Ne avremo incise 30 versioni diverse...
Nel disco sono presenti alcune canzoni tra virgolette "d'Amore" penso a Venere di Carta o Canzone dell'amore Lungamente Atteso, ci parli del tuo approccio con questa tematica?
Le due canzoni che citi sono due facce dell'Amore. Il protagonista de "La Venere di Carta" "ha buttato via la chiave e ogni porta casa d'altri" e in "Canzone dell'Amore lungamente atteso" la ritrova tra le mani dell'amata. Cerco di scrivere d'Amore con intensità: cosa c'è di più importante nella vita? Brucerei il mio violino se potesse servire a scaldare il mio Amore.
C' una connessione tra la copertina e Come Giona? Nelle note di copertina scrivi che ispirato ad un ambone romanico scovato in una chiesetta vicino l'Aquila? Come si inserisce la figura biblica di Giona in questo disco?
L'ambone romanico, in effetti, raffigura le storie di Giona. La canzone, che narra simbolicamente del profeta ingoiato e poi vomitato dalla balena, introduce alla tematica del poeta, del profeta dell'intellettuale rinchiuso, isolato dalla società, tipico della nostra era, ma non solo (si va da Torquato Tasso ad Antonin Artaud), e di cui parlo anche nella canzone successiva "Poeta in Gabbia".
Nel disco hai dedicato un brano ad Ezra Pound, quanto ti ha influenzato la sua scrittura?
Pound, frainteso e giudicato solo per la sua presunta adesione al fascismo, per cui ha, tuttavia ampiamente pagato con residenze coatte in gabbia e manicomio, dal 1945 al 1958, stato uno dei massimi poeti della nostra era: lo troviamo, non a caso, nella "Captain's tower" assieme a T.S.Eliot nella dylaniana "Desolation Row". Lo leggo da quando ero ragazzo, lo ritengo un mistico dell'Amore: ha influenzato la mia scrittura (nel senso che mi ha invitato ad un rigore morale nello scrivere, a migliorare la mia abilità artigianale), ma soprattutto ha influenzato la mia vita. Sono un artista anche perchè ho letto Pound.
Tutti i brani sono caratterizzati da suggestioni letterarie, cinematografiche, filosofiche e poetiche, quanto questi elementi concorrono durante la composizione dei tuoi brani?
Più che altro ho voluto mettere queste allusioni nelle canzoni, per far conoscere a chi mi legge cose che io amo ed ammiro, per condividerle con i miei lettori, perchè la mia opera non sia sterile, chiusa in se stessa, ma porti i miei lettori/ascoltatori anche verso altri lidi a bordo della nave: dai film di Bergman alle canzoni di Brassens, eccetera. Si tratta sempre d'Amore, comunque: le citazioni non sono fatte per intellettualismo. Sono cose che io amo.
Come giudichi questo tuo debutto come autore a quasi due anni di distanza?
Grazie per il "molto noto". Troppo generoso. Sono la persona meno adatta a giudicarmi. Posso solo dirti che non proprio un debutto per me, in quanto ho sempre scritto. A quarant'anni, avendo ormai vissuto la maggior parte della mia vita, mi parso sensato condividere questi scritti con un pubblico, che, per ora, sembra aver gradito.
Sono passati quasi due anni dal primo disco con La Nave dei Folli, ci racconti il percorso che ti ha condotto a Dieci Esercizi Per Volare?
Abbiamo fatto parecchi concerti in Italia ed Europa. Ciò ha fatto sì che sia nato un disco più colorato, in cui c'è il suono di una band. Mi sono sentito confortato dal fatto che tanti si siano riconosciuti nella mia voce poetica e musicale e ho desiderato mettere tutto ancora più a fuoco. Ho continuato a scrivere canzoni, senza soluzione di continuità, quando ho concluso il primo CD. C'era un'urgenza di scrittura che non sono riuscito a contrastare. Le canzoni che sono nate sono state subito diverse dalla prima fase: melodicamente più immediate e molto legate una all'altra a livello tematico.
In particolare dal punto di vista sonoro cosa è cambiato? Dall’ascolto si comprende chiaramente un approccio diverso, meno minimalista…
Ho desiderato produrre un album che riepilogasse ed estremizzasse in un certo senso le sfaccettature del mio fare musica. Per cui puoi trovare un brano come "L'Angelo ucciso" per soli archi e chitarra classica e un brano acido come "Hai mai sentito ardere il tuo cuore?", in cui il violino urla supportato dalla chitarra elettrica... Inoltre ho trovato un ambiente estremamente solidale e partecipe nello studio di registrazione MacWave di Brescia. Il tecnico del suono Paolo Costola, che unisce anni di studio in America ad una sensibilità squisitamente europea, mi ha permesso di muovermi in diverse direzioni. Colgo l'occasione per segnalare che è Paolo al mandolino in due importanti canzoni del nuovo album.
Quanto sono stati importanti i nuovi innesti nella band? In particolare del nuovo chitarrista, un vero valore aggiunto..
Marco Lamberti, il chitarrista ci ha seguiti da subito, a partire dal tour 2009. Quando lo presento, in concerto, lo chiamo "Il Maestro dell'anima, in quanto la dolcezza e la veemenza del suo suono hanno veramente un qualcosa che conduce in un'altra dimensione. In realtà, nell'album Dieci Esercizi per Volare, l'unico musicista nuovo è lui. Ma nuovo è l'approccio sonoro in generale. Ho anche estremizzato l'uso del violino, come dicevo, dal classico al punk! Fondamentale resta il bassista Fabrizio Carletto, il cui suono è prodotto di una ricca e curiosa cultura musicale e di un background di vero folk, forgiato sulle curente e i balet delle vallate del basso Piemonte, verso la Francia. Luciana Vaona, poi, ha cantato e narrato le mie canzoni con molto gusto.
Nel disco hai usato il piano wurlitzer uno strumento che mi rimanda direttamente a On The Beach di Neil Young, c’è una motivazione particolare per questa scelta a parte quella del gusto sonoro in fase di arrangiamento?
Ho usato il wurlitzer electric piano in due canzoni. Ne "L'Angelo ubriaco" lo suona Beppe Donadio: volevo, in questo caso, che il suono leggero e frizzante del wurlitzer trattato in maniera virtuisistica contrastasse con il testo invece forte ed espressionista, in cui l'Angelo ubriaco implora: "Insegnami e capire il dolore". Ne "L'Angelo di Saorge" lo suono io, in maniera molto più semplice. In questo caso, l'allusione a "See the sky about to rain", meravigliosa canzone di On the beach è proprio azzeccata. Il suono del wurlitzer crea, in quest'altro caso, un'aura quasi magica, ricca di aspettative e di presagi, in cui il soprannaturale, il mistero sta per irrompere.
Dieci Esercizi Per Volare è il secondo disco di una trilogia, come si svilupperà nel seguito? Di solito il secondo album di una trilogia è sempre quello fondamentale, cioè è la chiave di volta… ci puoi parlare del disco in questo senso?
Come ti dicevo, Dieci Esercizi per Volare mostra tutta la mia tavolozza sonora. E' l'azzurro aperto del cielo, fa vedere un po' tutto quello che so fare a livello di scrittura e di produzione. Nasce dalla percezione gioiosa di poter davvero fare un altro disco dopo il primo. Contiene brani come la title track, che sono il mio breviario esistenziale in edizione tascabile, dove si parla di rose, di figli, di pozzi, di preghiera, di viaggi, di professori e di follia. Insomma un riassunto di tutte le tematiche a me care. Sì, hai ragione, è una chiave di volta.
Il primo disco de La Nave dei Folli nasceva sulla scia di una certa urgenza creativa, Dieci Esercizi sebbene abbia avuto una gestazione simile, cioè on the road, sembra più studiato, più meditato…
In realtà la scrittura è sgorgata in maniera inaspettata e continua, in maniera ancora più fluente e costante che nel primo album. Molto più meditato è stato il lavoro in studio di registrazione: ha impegnato vari mesi, mesi di ricerca, di approfondimento e di gioia di fare musica insieme alla mia band, La Nave dei Folli.
Venendo ai brani ci puoi illustrare la splendida "Canzone della Pietra che Rotola"?
Da tempo eseguivo in concerto traditionals angloamericani, come la stupenda Jackaroe ed era nato in me il desiderio di produrre un analogo italiano di brani come questo. Da lì l'idea si è evoluta rapidamente. La musica è in qualche modo influenzata dal folk di cui ti parlavo prima, quello a cavallo tra Piemonte e Francia, mentre il testo riporta a casa un'immagine seminale della musica americana: la pietra che rotola, rolling stone. “Rolling stone gathers no moss (pietra che rotola non fa muschio)” era solito dire Joe Hill: autore di canzoni, predicatore, viaggiatore avventuroso su treni merci, ma anche tra i fondatori del sindacalismo americano. “Pietra che rotola non fa muschio”: Joe Hill lasciò scritte queste parole anche nel suo testamento nel 1915, come un invito a non stare fermi, ma ad essere sempre in azione. Da allora l’America, e non solo l’America, è stata percorsa da molte pietre che rotolano, rolling stones, e molte canzoni sono state scritte sulle pietre che rotolano. Ho provato a scriverne una anch’io, riportando ancora una volta tutto a casa, come ti dicevo, anche perché il motto del vecchio Joe Hill era la traduzione di un proverbio latino: saxum volutum non obducitur musco”.
In molti brani fai riferimento agli angeli, hanno una dimensione metaforica nel tuo immaginario letterario?
Sono sempre stato affascinato da queste creature intermedie tra i due mondi. Creature spesso terribili e ammonitrici. I miei angeli non sono angeli Liberty con i riccioloni d’oro e i camicioni color pastello; gli Angeli che io ho visto urlavano parole di fuoco e lottavano con gli uomini, come l’Angelo che lottò con Giacobbe. Altre volte, come nel film Il Cielo sopra Berlino di Wenders o nelle Elegie Duinesi di Rilke questi esseri perfetti, queste articolazioni della luce bramano l’imperfezione umana. Vogliono provare sensazioni, diventare esseri finiti, abbandonare l’infinitezza.
Le influenze di cui risente il tuo songwriting sono molteplici, in particolare vedo che spesso fai riferimento al cinema, alla poesia e alla religione…
Il mio songwriting è la mia vita, solo che la mia vita non è in rima. Scrivo influenzato da cose che mi interessano e che amo, di cui parlo ogni giorno con chi mi sta attorno. Mi piace che la mia scrittura sia inclusiva, che includa cioè in se tante cose, tanti spunti. Mi piace che la mia scrittura alluda ad altri: se, grazie alle mie esplicite allusioni, qualcuno si guarderà Miracolo a Milano di Vittorio De Sica o leggerà i poeti Ezra Pound o Pier Paolo Pasolini, sarà per me una delle soddisfazioni più grandi.
So che ti è molto cara la Title Track che ne puoi parlare?
Ti dicevo prima: è il mio breviario esistenziale. Aggiungerei che ho voluto presentarla con un linguaggio semplice e piano, appunto da filastrocca, perché non volevo che suonasse come un’altisonante lezione, ma piuttosto come un canto alla vita e ai suoi misteri da cantare tutti assieme. E’ un brano dalla metrica serratissima (in questo senso mi ha impegnato parecchio), perché volevo che fosse fluidissimo e memorizzabile.
Quali sono le ispirazioni dietro la bellissima "Angelo di Saorge"?
Saorge (Région Provence Alpes Côte d’Azur, Département des Alpes-Maritimes, Francia), è un luogo dove la montagna si scalda all’aria di mare, aria di luce. A Saorge la terra è spalancata, aperta, lucente di visioni. Sono andato tante volte a Saorge, sempre attendendo qualcosa che è giunto l’anno scorso, nel corso di una visita, proprio il lunedì dell’Angelo. Ero seduto, con mio figlio, accanto allo storico lavatoio e mi sono improvvisamente sentito liberato dall’angoscia e ho pensato con serenità al lasciare, al giorno in cui morirò.
Il disco si chiude con un acquerello sonoro "Stella Guarda Stelle", come nasce questo brano?
Te lo posso raccontare con precisione: mi trovavo alla stazione di Chivasso, vicino a Torino e, in un bar, un uomo molto ubriaco ed anziano inveiva contro le due solite cose contro cui si accaniscono gli ubriachi: Dio e le donne. Era un’interminabile serie di bestemmie e di insulti. Improvvisamente quest’uomo si ferma, esce dal suo logorroico delirare e dice: “La sera quando torno a casa sono felice quando rivedo il mio cane, Stella. Se la notte è serena, le dico: Stella guarda le stelle!” Mi è rimasta nelle orecchie questa espressione e ci ho costruito attorno la canzone, in memoria di quel momento. La mia Stella, tuttavia, non è un cane…
Quali sono i progetti futuri per la Nave dei Folli? Quando arriverà il terzo volume di questa trilogia?
La trilogia dovrebbe concludersi l’anno prossimo. Il prossimo album ne sarà il cuore e sarà rosso come il sangue. Ne ho anticipato un paio di canzoni nel miniCD Collemaggio, che prende il titolo dal monumento-simbolo della città. Il 6 e il 7 aprile 2010, con La Nave dei Folli, a L’Aquila, in occasione dell’anniversario del terremoto, abbiamo suonato tre concerti in un giorno e mezzo gratuitamente e gratuito è stato l’ingresso ai concerti. A L’Aquila tanti sono venuti a prendere, davvero pochi a dare; quasi nessuno ora, un anno dopo il terremoto, quando è scemata l’emotività vuota e teatrale dei media e sono rimasti solo la solitudine e il dolore degli uomini. Vorrei qui segnalare che l’incasso per la vendita del CD Collemaggio (contenente la canzone omonima ed altre due canzoni) sarà interamente dato per un fine molto concreto: il restauro di Santa Maria Degli Angeli, che è una piccola Collemaggio. Il terremoto ha inferto gravi lesioni interne e ne ha danneggiato la facciata medievale e l’antico rosone. Il CD è acquistabile direttamente da Giuseppe Dell’Orso, professore di Liceo a L’Aquila che mi ha aiutato a capire cosa è successo e cosa non è successo nella sua città nell’ultimo anno (+39 331 4209163; orsogi@gmail.com).
Quali sono invece i tuoi prossimi progetti, so che hai in programma un disco con Eric Andersen…
La Nave dei Folli mi richiede lavoro quotidiano, per rispondere all’attenzione crescente che ci circonda. Dall’inizio dell’anno, inoltre, ho lavorato intensamente con Anna Petracca che è già la nuova cantante de La Nave dei Folli nel live dall’inizio dell’anno e anche sul miniCD Collemaggio. E’ stata una svolta importante: Anna dà peso e forza alle mie parole. Tra tutte le mie collaborazioni, ho scelto di mantenere solo quelle veramente feconde sul piano umano ed artistico e con un respiro veramente internazionale. In marzo ho registrato un live con Eric Andersen a Köln, in Germania, che uscirà nel corso dell’anno in vinile e in CD, ma c’è in programma altro lavoro con Eric, in studio. Eric è uno degli originali, uno di quelli che hanno fondato la figura del cantautore (il suo primo album è del 1965!); suonare con lui è per me sempre un grande onore ed un’occasione di studio e di approfondimento. In Luglio uscirà il nuovo album di Mark Olson, nel quale ho suonato e curato la composizione e l’arrangiamento degli archi: lo abbiamo registrato a Portland, Oregon, lo scorso autunno. Quest’estate, inoltre, riprenderò la collaborazione con Michelle Shocked.

Michele Gazich e La Nave dei Folli - Dieci Esercizi per Volare (FonoBisanzio)
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Quando lo scorso anno Michele Gazich pubblicò il disco omonimo di debutto della sua band, La Nave dei Folli, non ci stupì affatto l’alta qualità tanto delle composizioni quanto l’eleganza degli arrangiamenti. Non si trattava di un debutto qualsiasi ma era un disco che giungeva a coronamento di un intenso percorso musicale, che lo aveva visto collaborare con artisti nazionali ed internazionali, nel corso del quale il musicista e produttore bresciano aveva avuto modo di affinare il proprio stile. Ciò che però ci sorprese fu l’originalità del songwriting di Gazich che attraverso molteplici suggestioni letterarie e cinematografiche, era riuscito a confezionare un disco di grande intensità, dai tratti raffinati ma allo stesso tempo mai scontati. A distanza di un anno Michele Gazich, torna con Dieci Esercizi per Volare, il secondo disco con La Nave dei Folli e che rappresenta il secondo volume di una particolarissima trilogia, che una volta completata si svelerà in tutta la sua complessità artistica e spirituale. "Il primo album era il disegno; nel secondo ci ho messo i colori", così Gazich ha voluto sottolineare la sostanziale differenza con il disco di debutto, che emerge soprattutto a livello di arrangiamenti, ora indirizzati verso una maggior ricchezza e pienezza del suono. In questo senso importanti sono stati anche l’ingresso nella band dell’ottimo chitarrista Marco Lamberti e del mandolinista Paolo Costola, che hanno contribuito in maniera determinante alla riuscita di diversi brani. Laddove nel disco di debutto, Gazich aveva lavorato per sottrazione in questo nuovo disco lo vediamo alle prese con alchimie sonore più complicate non più basate esclusivamente sugli archi e sul piano, ma aperte a influenze stilistiche diverse che arrivano a lambire il rock e la musica da camera. Per comprendere esattamente quanto detto sin ora basta ascoltare già la prima traccia, Canzone della Pietra Che Rotola, una ballata di impianto folk-rock influenzata da sonorità occitane, nella quale pur non utilizzando la batteria, Gazich è riuscito ad imprimervi un forte spessore melodico puntando su originale quanto inaspettato intreccio tra chitarra e mandolino. Segue l’intensa Sanguedolce, una ballata intima e sofferta influenzata nella scrittura da Leonard Cohen , nella quale la voce di Luciana Vaona regala una delle performance migliori del disco. Il piano wurlitzer suonato da Beppe Donadio è protagonista ne L’Angelo Ubriaco, ballata visionaria dai toni psichedelici ispirata dal film omonimo di Akira Kuroswawa, nella quale si apprezza una scrittura particolarmente ispirata ma soprattutto un arrangiamento degno delle migliori produzioni d’oltreoceano. L’amore per la letteratura di Gazich emerge nella poetica e struggente L’Angelo Ucciso, dedicata a Pier Paolo Pasolini, caratterizzata da uno splendido dialogo tra il quartetto d’archi e la chitarra arpeggiata di Marco Lamberti. Quasi fosse un vinile, a chiudere la prima parte è il rock intenso di Non Ho Ali, un brano ruvido ma allo stesso tempo intenso e poetico nelle cui pieghe si scoprono rimandi a Il Cielo Sopra Berlino di Wim Wenders. Ad aprire la seconda parte o il lato b, se preferite, c’è la title track, uno dei brani più intensi e suggestivi di tutto il disco, una poesia in forma di filastrocca sul rapporto padre-figlio su cui è cucito un arrangiamento di rara bellezza con il piano suonato da Fabrizio Carletto a guidare la linea melodica e il violino di Gazich a cesellare lo splendido refrain strumentale. La tematica degli angeli torna in Chi Vede L’Angelo? un brano introspettivo, meditativo, nel quale Gazich ci parla a cuore aperto della sua ricerca spirituale. Altro brano di eccezionale fattura è L’Angelo di Saorge, ispirato dagli splendidi panorami delle Alpi Marittime della Costa Azzurra, e caratterizzato dal piano wurilitzer suonato dallo stesso Gazich. Sul finale si torna al rock con la Hai Mai Sentito Ardere Il Tuo Cuore?, il cui titolo tratto dal Vangelo di Luca, funge da contraltare ad un invettiva sui nostri tempi. Chiude il disco Stella Guarda Stella una moderna romanza d’opera dal testo dolcissimo. Dieci Esercizi Per Volare è un disco complesso, che necessita un ascolto approfondito, meditato. E’ un lavoro prezioso, da apprezzare a fondo, perché solo ascoltandolo con attenzione, si riescono a cogliere tutte le sfumature e le suggestioni che la scrittura e gli arrangiamenti di Gazich sanno regalare. Insomma, un saggio di canzone d’autore italiana da non perdere.
Salvatore Esposito

Michele Gazich e La Nave Dei Folli - Collemaggio (FonoBisanzio)
A breve distanza dall'uscita di Dieci Esercizi Per Volare, Michele Gazich e La Nave dei Folli hanno dato alle stampe Collemaggio, splendido cd singolo (contenente la canzone omonima ed altre due canzoni) e nato per finanziare il restauro la chiesa di Santa Maria Degli Angeli a L'Aquila a cui il terremoto ha inferto gravi lesioni interne e ne ha danneggiato la facciata medievale e l’antico rosone. Ad aprire il disco è title track è un brano di struggente bellezza e a riguardo Gazich scrive: “la canzone è stata scritta grazie alla conoscenza con Giuseppe Dell’Orso, Professore di Liceo a L’Aquila, che mi ha fatto vedere cosa succedeva nella sua città dopo il 6 aprile 2009, senza che ne venisse data testimonianza significativa dai media". Il brano si muove su una linea melodica tesa ed evocativa che si sposa alla perfezione con il testo nel quale Gazich non risparmia critiche sulla gestione della ricostruzione, dopo il terremoto che ha colpito la città abruzzese lo scorso anno. Brilla per l'eccellente interpretazione la voce di Anna Petracca, da poco entrata in pianta stabile nella Nave Dei Folli, e di cui si apprezza una grande versatilità vocale, perfetta per l'eclettismo musicale di Gazich e del suo collettivo. A seguire c'è la ben nota Guerra Civile, già presentata nel primo disco, mentre nuova di zecca è anche Il Mio Mattino, una ballata pianistica caratterizzata da un testo denso di poesia, nel quale il nuovo mattino diventa metafora della speranza di rinascita per L'Aquila e la sua gente. Collemaggio è un atto d'amore per una città bellissima e piena di storia, il cui cuore non ha smesso mai di battere nonostante tutto il dolore che l'ha colpita.
Salvatore Esposito
Il CD ha il prezzo base di 5€ + 2€ di spese di spedizione (ma chi vuole dare di più, lo può fare) ed è acquistabile contattando il Prof. Giuseppe Dell’Orso al numero +39 331 4209163 o all’indirizzo di posta elettronica: orsogi@gmail.com.

Opa Cupa - Centro Di Permanenza Temporanea (11/8 Records/Felmay/Egea)

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Opa Cupa, da leggersi Opa Tzupa, è il grido tipico che da inizio alle danze dei zingari del Sud-Est Europeo, e Cesare Dell’Anna lo ha voluto come nome del progetto musicale nato nel corso di interminabili tourneé su un fugone al quale presto si sono aggiunti anche Adnan Hozic e Admir Shkurtaj. Ben presto quello che era un semplice gioco è diventa uno rigoroso percorso di ricerca nel repertorio tradizionale balcanico, il tutto senza perdere di vista l’interesse per stili e culture diverse. Piano Piano Opa Cupa è diventato un vero e proprio collettivo che vede riuniti intorno all’eclettico e vulcanico trombettista Cesare Dell’Anna musicisti provenienti da culture sempre più varie che spaziano dall’Albania all’Algeria passando per il Salento fino a toccare la Romania. Il sound di Opa Cupa è così un caleidoscopio sonoro ricco di fascino, caratterizzato da una colta e raffinata tecnica interpretativa, che mescola esperienze che vanno dal folk a jazz, passando per gli estam e gli horo dai tempi dispari ed irregolari tipici della tradizione balcanica. Il nuovo album degli Opa Cupa, Centro di Permanenza Temporanea è dedicato all’Albania Hotel, la cui storia rappresenta la risposta dell’arte e della cultura alle immotivate e fin troppo rigorose politiche per l’immigrazione del governo. Cesare dell’Anna, ha voluto raccontare con la sua musica, questo luogo di speranza, questo contenitore multietnico, dove moltissimi extracomunitari senza permesso di soggiorno trovano un pasto caldo, un letto, uno strumento da suonare. A lavorarci sono musicisti, artisti, persone straordinarie che riescono a risolvere i problemi di tutta questa gente, che approdando là evita il centro di accoglienza, evita il rimpatrio, evita i lager legalizzati. Nelle tracce di questo nuovo lavoro degli Opa Cupa confluiscono le sonorità del Mediterraneo, quelle che partono dal Salento e toccano i Balcani, sono sonorità che vivono nel sangue e nel cuore dei tanti immigrati che approdano d’inverno sulle spiagge del Salento alla ricerca di una speranza, di una terra libera. Centro Di Permanenza Temporanea è un disco di resistenza pura, di resistenza all’indifferenza, un disco che sprigiona forza, contenuti sociali, e che lancia un grido di disperazione ma allo stesso tempo d’amore. Durante l’ascolto emergono così brani come la famosa My Favorite Things di John Coltrane riletta in una travolgente ritmica 7/8 tipica del balkan jazz, ma anche brani tipicamente bandistici come la bellissima Neelie, già presente nel live di Girodibanda, la splendida Ebb Tide dalla colonna sonora dei Clowns di Fellini, o ancora la sentita Mr. Hozic dedicata al cantore bosniaco Adnan Hozic scomparso recentemente. Tra i brani migliori vanno segnalati certamente la struggente CPT, due inutili parole cantata dalla bravissima Irene Lungo, e il tributo a Nino Rota, A Rota. Centro di Permanenza Temporanea è un disco prezioso che, oltre ad essere un saggio di eccellente eclettismo musicale, rappresenta un importante messaggio per quanti hanno dimenticato il problema degli immigrati sulle coste Salentine, dopo i clamori generati dalla stampa nei primi anni novanta.
Salvatore Esposito

InSintesi - Salento In Dub (AnimaMundi)

Gli InSintesi, ovvero Alessandro Lorusso e Francesco Andriani de Vito, un duo di dj e musicisti leccesi da un decennio impegnati nella rilettura della musica etnica attraverso l’elettronica e il dub. A tre anni di distanza da Subterranea, tornano con un nuovo album, Salento in Dub con il quale si misurano con alcuni interessanti remix tratti dalle più recenti produzioni dell’etichetta salentina AnimaMundi con l’aggiunta di alcuni preziosi inediti. Un lavoro insomma dedicato al Salento , alla sua musica, alle sue traduzioni, e non è un caso che per l’occasione si sia mobilitato il meglio della scena reggae, popolare ed etnica, concedendo a questo duo, canzoni da remixare e voci per poter dar vita a brani nuovi. In questo senso vale la pena citare anche la partecipazione di alcuni ospiti come I-dren Marco dei Black star line (dub siren), MissMykela (cori), Andrea Presa dei Transalento (mantra), Gianluca Milanese (flauto traverso). A fare da trait d’union tra la musica tradizionale e quella elettronica è il dub, con i suoi suoni in levare, che i sposa con campionamenti bucolici, controre elettroniche, canti alla stisa, ritornelli tradizionali. Nel corso delle dodici tracce si spazia dal suoni mediterranei della Salentorkestra al reggae di Apres La Classe e Sud Sound System fino a toccare i ritmi balcanici degli Opa Cupa. Il risultato è un disco illuminante, prezioso, divertente, che affascina anche l’ascoltatore occasionale e magari non particolarmente ferrato in tema di musica popolare. Certo i puristi, i talebani del folk, saranno pronti a criticare ogni singola nota di questo disco, ma è bene sottolineare che il lavoro degli InSintesi non è stato di mera riproposta ma di re-invenzione, di ri-lettura. Il vestito ritmico cucito a brani come Centeuna della Salentorkestra o Nazzu Nazzu di Nidi D’Arac, è significativo in questo senso. Se la musica popolare salentina gioca spesso per sottrazione, gli InSintesi riempiono i suoi vuoti, ne arricchiscono le ritmiche rendendole più accattivanti all’orecchio meno attento. Il vestito dub certamente calza a pennello, viceversa, a Lu Salentu Brucia dei Sud Sound System o a Marie degli Apres La Classe che per l’occasione ospitano anche Terron Fabio, o ancora agli Opa Cupa la cui Sotu e Sotu vive una nuova vita. Non mancano le voci femminili di Raffaella Aprile la cui Fei? viene remixata in chiave ska, di Alessia Tondo che brilla in una versione inedita di Pizzica di Aradeo, ma soprattutto di Anna Cinzia Villani che suggella il brano migliore del disco ovvero Mamma La Luna, a cui gli In Sintesi regalano un particolarissimo arrangiamento sperimentale. Tra i brani inediti segnaliamo in fine Alla Ricerca di Te interpretata da Papa Gianni e la sua versione dub, Alla Ricerca del Dub. Il progetto Salento è un esperimento che può dirsi certamente riuscito non solo per la qualità del lavoro degli InSintesi ma anche per la lungimiranza di AnimaMundi che ha messo a disposizione il meglio delle sue produzioni artistiche.

Salvatore Esposito

"Musica dal Cuore" racconti musica e canzoni della spiritualità Ebraica 14 Aprile 2009 Otranto, Castello Aragonese.

La terra d'Otranto ha un legame molto forte con la tradizione ebraica, non solo perchè nello splendido mosaico di Pantaleone, che copre il pavimento del Duomo, è raffigurato l'albero della vita della Sephirot, elemento fondamentale della Kabbalà ebraica, ma anche e sopratutto perchè è un dato storico acclarato che nel 1480 all'epoca del massacro degli Ottocento Martiri, nella città idruntina fossero ancora attive alcune scuole talmudiche. Ecco, cosi, si comprende facilmente lo spirito che ha animato AnimaMundi e il Nigunim Trio Italià, nell'organizzazione di questa serata di musiche e racconti della spiritualità Ebraica in occasione della Pasqua Cristiana e della Pesach Ebraica, con la quale hanno voluto celebrare entrambe le importanti ricorrenze religiose. L'evento realizzato in collaborazione tra l'etichetta AnimaMundi e l'amministrazione comunale di Otranto, si è tenuto nella Sala Triangolare del Castello Aragonese, e ha visto protagonisti sul palco il Nigunim Trio Italyà, formazione locale composta da Renato Grilli, Rocco Nigro e Nadia Martina. Ad introdurre la serata è stato Giuseppe Conoci il quale dopo i ringraziamenti di rito, ha sottolineato non solo il valore storico e culturale dell’attività del Nigunim Trio, volto alla riscoperta della musica della tradizione klezmer e sefardita, ma ha anche posto l'accento sull'importanza del dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani, due religioni accomunate da un forte di biosogno di unione con Dio ma divise per anni da incomprensioni e ghettizzazioni reciproche. Iniziato lo spettacolo, grazie alla forte presenza scenica e istrionica dell'attore Renato Grilli, si viene lettalmente trascinati attraverso un fluire di musiche e racconti che hanno fatto immergere letteralmente il folto pubblico presente in un atmosfera senza tempo, fatta non solo di grande spiritualità ma anche di scoperta di un mondo a molti del tutto ignoto ma assolutamente non privo di fascino, ovvero quello della tradizione ebraica. Eccellente è stata anche la resa scenica dello spettacolo-concerto, con l’ottima Nadia Martina che spesso si è anche abbandonata al ballo trascinata dalla fisarmonica di Rocco Nigro. Insomma una serata piena di magia e di grande fascino, da cui certamente tutti coloro che vi hanno preso parte sono usciti arricchiti, non solo per aver scoperto la tradizione spirituale ebraica ma anche per aver avuto modo di conoscere le qualità artistiche del Nigunim Trio.

Salvatore Esposito

Gianni Bosio Clara Longini - 1968 Una Ricerca In Salento, Kurumuny, 2007, pp 348, Euro 25,00 (Allegati tre cd audio)


Seguendo un po’ ciò che aveva fatto Alan Lomax con Diego Carpitella nel 1954, allo stesso modo Gianni Bosio e Clara Longhini dell’Istituto Ernesto de Martino di Milano, si recarono nel Salento per una lunga campagna di ricerca. Il risultato di quei giorni di ricerche attraverso musica e tradizioni popolari è contenuto quasi interamente in 1968 Una Ricerca In Salento, libro nel quale i due ricercatori hanno raccontato la loro esperienza, arricchendola di numerose trascrizioni di canti e di un eccellente raccolta fotografica. Inoltre al volume sono allegati ben tre dischi nei quali è contenuta un ampia selezione di tutte le field recordings di Bosio e della Longhini, in cui si passa da canti, nenie e filastrocche ai suoni della quotidianità come le campane e i mercati, fino a toccare l’atmosfera di festa di una banda e di una processione. Il testo è introdotto dai preziosi interventi dell’indimenticato Ivan Della Mea e di Luigi Chiriatti, che sottolineano l’importanza storica di questo libro ma soprattutto la grande rilevanza culturale di quest’opera vista nel suo insieme. La prima parte del volume, quella certamente più accattivante ed interessante dal punto di vista meramente giornalistico è dedicata ad un dettagliato diario di viaggio redatto da Clara Longhini, la quale documenta passo passo le tappe del loro viaggio, raccontando aneddoti e storie ma anche tutte quelle piccole difficoltà incontrate sul loro cammino di ricerca. La seconda parte invece è dedicata all’apparato fotografico attraverso il quale, seguendo per certi versi la traccia di Lomax, la Longhini ha cercato di documentare visivamente non solo i cantori ma anche le scene tipiche della vita rurale del Salento, tuttavia maggiore ci sembra la loro attenzione verso le festività religiose, più volte documentate come nel caso delle festa dei Santi Martiri di Otranto. 1968 Una Ricerca In Salento è, dunque, un opera monumentale, nel cui interno riscoprire piccole sfumature di quotidianità rurale in cui il canto e la musica rivestono una funzione primaria, a partire dai canti di lavoro per finire alle ritualità religiose. Parlando proprio di ritualità religiose è bene sottolineare come il vero tesoro nascosto di questa splendida pubblicazione è la Passiùna tu Cristù, di cui nel libro è contenuta una copia anastatica della trascrizione manoscritta di Salvatore Russo mentre nel terzo disco è riportata per intero l’incisione di questo toccante canto eseguito durante le festività Pasquali. I brani dei due dischi sono stati tutti trascritti e tradotti nel libro, dal dialetto salentino e dal griko, e ciò rende estremamente fruibile il contenuto di essi, oltre che ne lascia apprezzare ogni dettaglio grazie ad un’attentissima opera di riordino e di catalogazione di ogni singola registrazione sul campo. Insomma 1968 Una Ricerca In Salento è un dono straordinario che viene concesso non solo agli studiosi e ai cultori delle tradizioni popolari ma a tutti coloro la cui curiosità li ha spinti verso il Salento.
Salvatore Esposito

Claudia Bombardella Ensemble - Un Mondo Fra Le Mani (Suoni e Armonie)

Claudia Bombardella è un talento naturale e questo lo aveva ampiamente già dimostrato con il live Paesaggi Lontani, tuttavia questo suo nuovo album Un Mondo Fra Le Mani ha tutta l’aria di essere il suo disco della piena maturità artistica. La bravissima polistrumentista (suona infatti clarinetto, fisarmonica e sax baritono) si è fatta affiancare per l’occasione da una band di ottimi musicisti tra cui spicca l’eccellente Silvio Trotta (mandolino, bouzouki, chitarra battente, tamburello) già con Musicanti del Piccolo Borgo e Trio Tresca, ed inoltre Gloria Merani (violino e voce), Filippo Burchietti (violoncello e voce), Massimo Pinca (contrabbasso e voce). Insomma tutti questi ingredienti contribuiscono a fare di Un Mondo Fra Le Mani, un disco prezioso nel quale si rincorrono poesia e suggestioni folk. Rispetto al passato Claudia Bombardella sembra più attenta ai particolari a livello di produzione e come lei stessa scrive nelle note di copertina questo lavoro “è uno sguardo meravigliato sul mondo evocativo dei suoni, in cui si intrecciano momenti riflessivi, ricordi di antiche tradizioni, il tutto speziato di ironia”. Così attraverso atmosfere sonore apparentemente lontane tra loro, si compie un vero e proprio viaggio in un atmosfera senza tempo, quasi stessimo cavalcando le ali di un sogno in cui suggestioni, ricordi e misteri si ricorrono e si confondono. I diciassette brani di Un Mondo Fra Le Mani, rappresentano una sorta di caleidoscopio sonoro nel quale si confondono e si mescolano le tradizioni più disparate, si va dall’oriente di Bardesum, splendido canto tradizionale armeno a Silentium, nata su un testo de poeta russo Tiutjev fino a toccare la il nord Europa con Heimo kva, un canto tradizionale norvegese musicato dalla Bombardella. Ciò che però sorprende è la capacità di creare magicamente qualcosa di nuovo partendo dalla tradizione italiana come accade in brani come l’iniziale Tarantorta o la conclusiva Il Naso/Tarantulla. Nelle pieghe del disco stanno i brani più densi di poesia come nella splendida Il Canto delle Braci o l’evocativa Luna Nera/Antico Richiamo, un brano dai toni quasi mistici e dal testo che sembra venire da una tradizione rurale senza tempo. Difficile scegliere quale brano sia migliore dell’altro, resta un disco splendido frutto di un lavoro di ricerca rigoroso ed unico nel suo genere che speriamo valga alla Bombardella tutti i giusti riconoscimenti che ha dimostrato di meritare nel corso della sua carriera.

Salvatore Esposito

Pìvaritrio + Compagnia del Maggio di Frassinoro - E ghè pü temp che vitta/C’è più tempo che vita (Tutl/Comune di Frassinoro)

Un racconto musicale delle stazioni della vita, dall’infanzia alla vecchiaia, che rinnova il bel sodalizio fra il Pivaritrio (Fabio Bonvicini, Mario Nobile e Renzo Ruggiero) e il quartetto corale di Frassinoro guidato da Marco Piacentini, quest’ultimo in veste anche di autore e, soprattutto, di tastierista. Con il loro terzo CD, inciso per l’etichetta discografica faroese Tutl, gli emiliani proseguono nel recupero di materiali folklorici dell’Appennino modenese, con puntate anche nei territori montani reggiani e bolognesi. Su questi repertori costruiscono il loro suono aggraziato ed elegante, con la consueta attenzione riservata ai timbri (flauti dolci, piffero, ocarina, organetto, ghironda, nyckelharpa, violoncello, pianoforte, armonium, tastiere), agli incastri delle parti vocali, in virtù del contributo sostanziale dei maggiarini, la cui linea del canto è ricca di abbellimenti ma anche di tensione emotiva. Tra ninna nanne, marce, danze, stornelli, ballate, spiccano “Chiüchiürümèlla”, declinazione locale del settecentesco Cicerenella partenopeo, “Ambasciata d’amore”, canto rituale del Maggio drammatico di Riolunato, l’accorato “Il disertore” sulla coscrizione obbligatoria, con le voci giuste in bella evidenza, e “Ti ct’atacc i tacc”, composto da Piacentini, che riprende la prassi del concertato lirico con la presenza congiunta di voci soliste e coro su versi allegri sposati alla struttura musicale drammatica.


Ciro De Rosa

The Waifs - Live From The Union of Soul (Compass/Jarrah/MGM)


A dispetto delle eccezionali performance dal vivo dei Waifs di cui si era sentito parlare un gran bene in occasione della loro partecipazione come opener di Bob Dylan, i dischi in studio di questa promettente band ci avevano lasciato sempre un po’ perplessi. Questo nuovo album dal vivo, Live From The Union Of Soul, è così l’occasione giusta per scoprire come le potenzialità di questa band emergano a pieno proprio dal vivo, infatti le loro canzoni sul palco vivono una nuova vita rispetto ai dischi in studio e acquistano una rinnovata freschezza. L’intreccio di chitarra, banjo e armonica, diventa la base di un sound brillante e perfetto per il loro storytelling folk rock che trova la sua massima espressione nella splendida London Still. Nel corso dei quattordici brani presenti in scaletta abbiamo modo di scoprire la grande versatilità sonora di questa band che si dimostra perfettamente a suo agio a passare dal rock al folk fino a toccare il bluegrass. Tra i brani migliori vale la pena citare Sundirtwater dall’album omonimo del 2007, l’eccellente Downroads che insieme a Rescue rappresenta i due momenti più romantici del disco, ma anche le introspettive versioni acustiche di Sweetest Dream e Stay. Non meno interessanti sono I Remember You, un brano old time velato di jazz, ma anche il blues di Nashville Country Blues e il bluegrass di When I Die. Un discorso a parte lo merita la splendida un classico della From Little Things di Paul Kelly, qui rivista con la partecipazione di John Butler. Insomma se volete veramente capire di che pasta sono fatti i Waifs meglio affidarvi ad un disco dal vivo, piuttosto che ad uno in studio, sul palco questi ragazzi svelano tutto il loro talento, non c’è che dire.
Salvatore Esposito

sabato 22 maggio 2010

Intervista a Roberta Alloisio

La pubblicazione di Lengua Serpentina, che gli ha fruttato il premio Viarengo, è l’occasione giusta per intervistare Roberta Alloisio. Con lei abbiamo ripercorso tutta la sua carriera dagli esordi fino al disco più recente di cui ce ne svela segreti, ispirazioni e suggestioni…

Vorrei cominciare la nostra intervista con un salto indietro nel tempo ovvero ai tuoi esordi ed in particolare al teatro, che ha in qualche modo caratterizzato la tua vita...

L’ha caratterizzata da prima che nascessi. Pare che mio nonno abbia incontrato mia nonna durante uno spettacolo di piazza, mentre tutti e due guardavano col naso all’insù il passaggio di un funambolo. Mio padre poi conobbe mia madre perché cercava una cantante per una delle sue “riviste”. Era il dopoguerra e lui aveva una piccola compagnia teatrale, e lei si presentò al provino. Insomma sembra un’esperimento di psicogenealogia…piacerebbe a Jodorowsky! Poi quella che nei miei è sempre stata una passione, sfociò negli anni ’70 in spettacoli che mio padre metteva in scena con i giovani del quartiere in cui vivevamo. E’ stato naturale quindi per me e mio fratello essere da subito sul palco. Io avevo 8 anni e Giampiero 16, ed è stato proprio lui, che già a 18 aveva scritto Venezia che poi cantò Francesco Guccini, a portarmi, più tardi da Giorgio Gaber. Gaber si è ritrovato un’adolescente scontrosa e un po’ selvatica, tanto che conservo un biglietto che mi arrivò insieme alle rose per la prima dello spettacolo “I viaggi di Gulliver”, di cui lui curava la regia per il Teatro Carcano, con su scritto “Qualche sorriso in più sarebbe gradito…” da allora ogni sorriso è dedicato… Il teatro mi ha insegnato uno strano rigore, sua caratteristica profonda, che continua ad appassionarmi quando la incontro. Anche se in forme differenti, dalla precisione maniacale di Gaber, alla poesia di Ceronetti o alla gioiosa fatica collettiva condivisa con i colleghi del Teatro della Tosse. Certo i linguaggi ora si mescolano in continuazione, ogni cosa contamina l’altra e l’arricchisce. Credo, spero, sia questa la mia forza, anche come interprete.

Parallelamente al teatro hai coltivato la tua passione per la musica, nel 2000 hai partecipato al tributo a Fabrizio De Andrè...

A casa, di musica, se ne ascoltava davvero tanta, e di tutti generi, dalla lirica alla musica leggera, dal folk agli chansonnier francesi. Quando andavamo in vacanza, stipati in una seicento, mia madre ci insegnava a cantare a tre voci, regalando a noi tutti intonazione e divertimento, ma soprattutto era quando alla radio o alla televisione comparivano gli “imperdibili” che avveniva la nostra formazione. Lei chiamava tutta la famiglia e vai, tutti rapiti ad ascoltare Mina, Gaber, Battisti, De Andrè, Guccini.. Poi devo dire che in questa famiglia un po’ “spessa”, dove tutti erano più grandi e perennemente impegnati a fare la rivoluzione, il canto per me rappresentava una della poche chance di espressione più profonda. Cantavo, ancora e ancora, segretamente, quando tutti uscivano, di nascosto chiusa nella mia stanza, e che fatica uscirne! Ancora adesso tremo se devo cantare davanti agli amici o a poche persone! E anche la mia sordità deve aver contribuito. Da piccola ho avuto molti problemi con l’udito, che ancora adesso non è perfetto, quindi credo di avere un ascolto interno molto accentuato. Probabilmente io continuo a cullarmi. Il tributo a De Andrè è stato un treno preso a metà, mi voleva Don Gallo, dicendo “ma belin perchè invece di andare a parlare sempre di tossici e prostitute stavolta non ci mandiamo la Roberta che canta per tutti noi, che ci rappresenta cantando una bella canzone di Fabrizio?”. Solo che io ero ancora nella stanzetta, ero incinta di otto mesi, mi sentivo molto fragile, e poi so di non essere “agguerrita”, ho preferito andare con Giampiero, proponendo tra l’altro un brano che parlava proprio di uno dei ragazzi della Comunità di Don Gallo. Quando dopo di noi Celentano è incappato in quella tremenda amnesia io mi sono sentita in colpa, era come se io me la fossi risparmiata e se la fosse beccata lui. Pazzesco, sapevo che se fossi andata da sola sarebbe successo a me. Ma devo dire che la presenza di una “pancia” su quel palco, proprio mentre si celebrava una morte è stata profondamente commovente, così come commovente sono state le manifestazioni d’affetto della gente per strada nei giorni seguenti, tutti l’hanno vissuta come una presenza simbolica, e io conservo per mio figlio la foto di Piazza De Ferrari stracolma di gente, in fondo lui c’era.

Parlando di Fabrizio De Andrè il tuo album, Lengua Serpentina, sembra una sorta di figlio di Creuza De Ma, Quanto c'è di Faber nel tuo modo di fare canzone...

Fabrizio De Andrè ha sdoganato il dialetto genovese, prima di “Creuza De Ma” per molti di noi il dialetto era considerato “volgare”, qualcosa di molto basso, anche se abbiamo avuto un grandissimo Gilberto Govi, padre di tutta una schiera di grandi comici genovesi, da Grillo a Crozza, a Luca e Paolo. E negli arrangiamenti, lui e Pagani hanno riportato Genova al centro del mondo, del Mediterraneo, riportando in auge la Storia della città, che per molto tempo era stata dimenticata, rimossa. Prima di lui era come se della Superba, musicalmente, rimanesse poco. C’era si l’esperienza straordinaria del Trallalero, ma per il resto era come se non avessimo nulla o poco da cantare. Lui però l’ha fatto da grande autore e poeta qual’era, la mia è stata un’opera di ago e filo…

Il dialetto genovese, sembra essere tornato di moda e non solo per il tuo splendido disco ma anche per quello più recente di De Scalzi. Cosa ha rappresentato per te questa scelta del genovese per le tue canzoni?

Ho avuto la fortuna di lavorare molti anni al Teatro della Tosse, e Tonino Conte, il suo direttore, peraltro napoletano, ha sempre avuto la libertà e la curiosità di indagare la letteratura genovese, facendo musicare già vent’anni fa, i primi manoscritti genovesi datati intorno al 1200. Io avevo cantato quelle cose già allora, e avevo sentito che lavorare su un linguaggio che simbolicamente richiamasse in maniera così prepotente le radici di una moltitudine, e le mie stesse radici di donna ligure, figlia, nipote, di donne che cantavano alle finestre facendo “i lavori” o aspettando i mariti che tornavano dal mare, era una grande libertà, e stranamente la voce si faceva più autentica, si irrobustiva di significato. Anche nei laboratori che si fanno nelle scuole o nelle grandi accademie di teatro si usa il dialetto per “sciogliere” l’espressione. E’ una tecnica, così capita di sentire Amleto che parla in napoletano, genovese, veneto…

Venendo più direttamente a Lengua Serpentina, ci puoi parlare com'è nato questo progetto e sopratutto com'è nata la tua collaborazione con l'Orchestra Bailam?

Grazie a Carla Peirolero, fondatrice del Festival Suq, nel 2004 ci siamo trovati in Russia a dover rappresentare Genova in una rassegna teatrale, e quando io mi sono chiesta che cosa potessi cantare, ho avuto la fortuna di avere vicino a me gli strepitosi musicisti dell’Orchestra Bailam che ostinatamente si rifiutavano di “toccare” De Andrè, e quindi sono stata costretta con il loro aiuto a rispolverare quel famoso repertorio affrontato anni prima al Teatro della Tosse. E ad accorgermi che l’atmosfera che si creava mentre eseguivamo “Noi che semper naveghemmo”, tratto dal Manoscritto dell’Anonimo Genovese del 1200, ad esempio, riportava perfettamente in vita la nostra Storia, la nostra cultura, il nostro essere “genovesi”. E’ stato quindi naturale proseguire quegli esperimenti, e far nascere “Lengua Serpentina”, grazie soprattutto agli arrangiamenti di Franco Minelli, leader dell’Orchestra Bailam, che si è appassionato al progetto, anche cominciando a scrivere nuovi brani, sempre però su testi recuperati dalla tradizione letteraria, colta o popolare, che io cucivo insieme. Per questo parlo di ago e filo…

Leggendo le varie recensioni di Lengua Serpentina ho letto sempre la parola contaminazione, tuttavia non trovi che Genova, in virtù della sua posizione geografica sia stata un po' culla e allo stesso tempo la cassaforte di quelle sonorità e culture che hanno viaggiato sulle onde del
mediterraneo?
Si assolutamente! Questa è stata la grandezza di De Andrè… ricordarcelo! Perché noi ce l’eravamo dimenticato. Il nostro dialetto è infarcito di termini arabi, greci, spagnoli, ci sono pezzi di Genova sparsi in tutto il mediterraneo, dove abbiamo anche avuto la fortuna di suonare. Ad Istambul c’è la Torre Galata e tutto un quartiere genovese, a Sudak, in Ucraina, sul Mar Nero, c’è una grandiosa fortezza con 12 torri dove nel 1600 vivevano 9000 genovesi. Genova era una città dove i musulmani avevano diritto di preghiera, c’erano moschee nelle zone del porto dove recitavano il Corano guidati dal Papa Nero, chiamato in dialetto “U Papasso”. Era dunque un brulicare di suoni e lingue.

E sempre citando l’Anonimo Genovese:

Tanto numerose sono le persone straniere

sia in città sia lungo la costa

con navi piccole e grandi

che giungono piene di mercanzie

che tutti i giorni, mattina e sera

le strade sono molto affollate…

Addirittura lui dice “troppo affollate” pensa che casino doveva essere….

Ci puoi parlare del lavoro di ricerca compiuto sulle fonti tradizionali, visto che nel disco spesso ricorrono brani risalenti addirittura al Medio-Evo?

Come ho già detto, conoscevo l’esistenza di materiale “importante” già da diverso tempo, la cosa che mi colpiva anzi era che nessuno ne avesse ancora fatto niente. Perché De Andrè ha lavorato da autore, ricreandolo quasi il dialetto, rievocandolo, anche se qualcosa ha preso dalla tradizione, come poi ho scoperto, ad esempio il ritornello di “A Cimma”, è una formula magica che i cuochi usavano per curare le bruciature, e anche l’inizio di “Creuza De Ma”, se ci fai caso, è un omaggio proprio a “Lengua Serpentina” di Ceriana (Imperia). Comunque io ero incuriosita dal fatto che nessuno avesse ancora usato tutto ‘sto ben di Dio, anzi devo dirti che ho spinto per fare il disco velocemente perchè mi sembrava anche strano che nessuna voce femminile l’avesse affrontato. Ascoltavo fado, flamenco, morna, canti siciliani e canti sardi, la grande Elena Ledda e Yasmine Levy, Maria del Mar Bonet e Dulce Pontes e pensavo “ma perché io non posso cantare qualcosa di altrettanto “emotivo” nella mia lingua?” E’ così che è nato “Lengua Serpentina”, come una sorta di “falso storico” ricreato però rigorosamente su testi originali, era quello che secondo me costruiva le fondamenta del progetto, il fatto di avere in bocca “pietra”, parole antiche che davvero rappresentavano da secoli il nostro vivere. E poi come si dice in dialetto “raccatto” tutto quello che trovo nelle biblioteche, sulle bancarelle, e ho anche scoperto, nelle carte di mio padre, che è mancato prima che uscisse il disco, che anche lui aveva raccolto molto materiale sulla tradizione popolare genovese e del basso Piemonte, e pensa che senza sapere nulla a volte ho scelto le stesse cose.

Sarebbe interessante per i nostri lettori conoscere qualcosa di più di Soffio brano ispirato alla Divina Commedia e alla Bibbia...

“Soffio” nasce per “Esistenza Soffio che ha Fame” spettacolo con Don Gallo e Carla Peirolero dedicato a Qohelet, libro sapienziale della Bibbia. L’abbiamo scritta io e Edmondo Romano su una traduzione di Guido Ceronetti, e ci è sembrata da subito molto intensa, era anche un momento di grande sintonia tra noi e ci sembrava bello inserirla nel cd, anche se alcuni erano perplessi, in fondo questo cd ha due anime: una più barricadiera e casinara, e un’altra voluta fortemente da me e Edmondo Romano, dove fosse possibile una maggiore morbidezza…però la difficoltа dell’inserimento stava proprio in questo, rischiava di essere pretestuoso inserire una cosa in italiano in un cd quasi completamente in dialetto…ed ecco quindi un escamotage teatrale: in fondo “Soffio” racconta della vita che passa, in un soffio appunto, dei capelli che non torneranno mai più neri, e tutto questo cantato dalla mia voce, una voce in qualche modo “giovane” ancora lontana dalla vecchiaia. Quindi mi è sembrato affascinante che a precedere il canto ci fosse, recitata, una voce di una grande attrice dialettale 80enne, Germana Venanzini, che recitando un frammento di Paolo e Francesca della Divina Commedia, parlasse di un amore così forte, insomma mentre la voce giovane parla di rinuncia, la voce anziana invita alla passione. E mi sembrava anche un bel modo di far conoscere la Divina Commedia nella bellissima traduzione dell’Abate Gazzo. Perché la Divina Commedia è tradotta non solo in tutte le lingue del mondo ma anche in tutti i dialetti italiani, bisogna saperlo! Io ha la fortuna di lavorare con Paola Bigatto che fa spettacoli proprio su questo, è grazie a lei che esiste quel brano…

Il disco spazia anche verso altre tradizioni penso a quella rom in Siuscia e Sciorbi o a Ya Salm per quanto riguarda quella araba, come sei riuscita a rendere il suono omogeneo...

Questo è un miracolo di Franco Minelli, è lui che ha curato gli arrangiamenti, anche se io ho voluto nel disco altre cose, tipo “Amor non ti partire” o i brani di Edmondo Romano, perché avevo voglia di “isole”, di avere ogni tanto un clima più largo, evocativo… Però ripeto, riguardo al suono e agli arrangiamenti grazie Franco! Grazie Orchestra Bailam! Tutti musicisti strepitosi con un’energia straordinaria! E poi sono anche belli…

Da amante della storia Medioevale mi ha colpito molto Il Santo Graal, brano scritto da te e senza dubbio uno dei più riusciti del disco, ci puoi raccontare qualcosa a riguardo?

E’ un brano nato per uno spettacolo teatrale. La moglie di Giampiero, Simonetta Cerrini, filologa, ha scritto un bellissimo libro sui templari “la Rivoluzione dei Templari” appunto, edito in Italia da Mondadori. Da questo libro tempo fa avevamo tratto spunto per uno spettacolo di massa (spettacoli ideati da Giampiero dove i professionisti si mescolano con decine, a volte centinaia, di cittadini-artisti, un po’ sulla falsariga dei Sacri Misteri). Nello spettacolo però aveva una ritmica totalmente differente, sarebbe stato difficile inserirlo così com’era. Allora ho chiesto a Franco di stravolgerlo, e lui, grande cultore della muisca mediorientale, ha ideato questa specie di “taxim”, dove la voce e l’oud dialogano…


Sul tuo sito, tra i tuoi progetti ho visto diverse proposte interessanti come Qohelet, Via del Cinque e Indiavolate, puoi illustrarli ai nostri lettori?

Io credo che al di là di tutte le lamentele che sento, e noi genovesi di “mugugno” ce ne intendiamo, ci sia spazio per il bello. Solo che il nostro essere artisti non può più essere passivo. Deve essere propositivo e imprenditoriale. Forse questo mio pensiero nasce dal fatto che ho mancato il successo commerciale o forse non l’ho neanche cercato, non mi ricordo, e quindi assurdamente sono più libera nei contenuti. Quindi si, forse fatico un po’, non ho la villa, anche se vivo dignitosamente del mio lavoro, ma posso e devo proporre in continuazione, inventarmi formule nuove, lontane dagli stereotipi e dall’ego. Così nascono questi vari spettacoli… “Esistenza Soffio che ha Fame” è nato perché Carla Peirolero, in piena crisi sentimentale, è andata disperata da Don Gallo (lui nello spettacolo lo racconta e dice “eri veramente messa male…”). Nel cercare di confortarla lui le ha appunto regalato Qohetet nella strepitosa traduzione di Ceronetti, dicendole “magari ci fai uno spettacolo”. Io, che ancora credo ai “segni” dico “si, facciamolo, vedrai guarirai, guariremo tutti facendolo!” Non so se siamo guariti, però lo spettacolo è molto bello, parliamo di cose che ci toccano profondamente ed ha avuto un grande e vero riscontro presso pubblico e critica, e continua a girare. “La Via del Cinque” nasce con Paola Bigatto, attrice di grande cultura e ironia, che ama rielaborare materiale inusuale con grande intelligenza. Con lei abbiamo pensato a dei progetti confezionati apposta per i Musei di Genova. A volte itinerando proprio tra i quadri. E’ stata un’esperienza molto bella, perchè c’è sempre stata la libertà di fare cultura senza bisogno di proporre prodotti commerciali. Ma il bello è che spesso abbiamo potuto scegliere materiale altrimenti improponibile, tipo il manuale di ricette della compagna di Gertrude Stein da cui è nato “Un pesce per Picasso” per la Galleria d’Arte Moderna o “La donna perfetta” raccolta di consigli alle spose dal 1300 agli anni ’50, creato per il salotto buono di Villa Luxoro. “Indiavolate” nasce dalla simpatia immediata per Patrizia Merciari, bellissima fisarmonicista bionda. E’ stata lei che dopo avermi sentito cantare mi ha contattato, e io che comunque stavo già lavorando da un po’ di tempo con l’Orchestra Bailam, ho preso come un ulteriore “segno” la sua telefonata, pensando che due donne e una fisarmonica fosse una proposta perfetta, agile e accattivante. Lei è una sorta di bambina prodigio, che giovanissima ha vinto un sacco di premi importanti in questo strano mondo, a me prima sconosciuto, della fisarmonica. E’ nato così questo recital, coraggioso e un po’ retrò, dove io in realtà pensavo che avremmo fatto più “sperimentazione” e che invece è diventato l’evocazione di un mondo lontano, tra la balera e il caffè chantant, con momenti esilaranti dove, nel recupero di certe macchiette anni ’30, o nella riproposta di brani finto popolari che Gaber e Luporini scrivevano per Ombretta Colli, io finalmente scateno la mia parte comica.

Con tuo fratello Giampiero hai lavorato all'Assemblea Musicale Teatrale con cui hai anche inciso un disco per Storie di Note, ci puoi raccontare quest'avventura, che tra l'altro ti ha visto debuttare nel 1977...

Nel 1977 al Premio Tenco, avevo 13 anni, i codini e il naso da clown, spero vivamente che il destino mi conceda una seconda occasione, con un’immagine più dignitosa almeno. Che dire, in famiglia eravamo abituati a mescolare tutto, dal Gruppo Teatro Quartiere di Oregina creato da papà, per cui Giampiero scrisse le canzoni dei primi spettacoli, nel giro di qualche anno si passò alla nascita dell’Assemblea Musicale Teatrale. Ricordo ancora l’emozione di quando andavo a vedere mio fratello e io che ero in platea, soffrivo per lui. Il gruppo ebbe un successo strepitoso, tanto che Guccini li volle come gruppo spalla. Si facevano i palasport allora. Ma io avevo la scuola, facevo le medie, e al momento di scegliere tra liceo artistico e la vita randagia del teatro, ho preferito la scuola, pentendomi quasi subito, ma in realtа io credo ci fosse già la voglia di affermarmi autonomamente. Tutta la vita ho combattuto con il fatto di essere “la sorella di”, tra l’altro Giampiero non era solo famoso e precoce, ma anche oggettivamente, e non lo dico da sorella, quasi un genio, lui scrive testi e musiche delle sue canzoni, è un drammaturgo raffinato, canta e recita benissimo, ha una memoria mostruosa e una testa che funziona a una velocità doppia rispetto a quella degli altri, insomma era proprio un casino averlo vicino, altro che autostima, ti senti sempre e comunque una larva. Finalmente con “Lengua Serpentina”, a quarant’anni, me ne sono liberata… con amore, infatti lavoriamo ancora insieme.

Tornando alla tua carriera, Lengua Serpentina ha raccolto molti consensi, e vinto vari premi tra cui il prestigioso Viarengo, avrà un seguito a breve? Quali sono in particolare i tuoi progetti futuri?

Ho debuttato qualche sera fa con la nuova formazione composta da Fabio Vernizzi al piano, Marco Fadda alle percussioni e Riccardo Barbera al contrabbasso. E entro pochi giorni entreremo in sala. Certamente altre sonorità per il nuovo disco, dove affronterò anche qualche tradizionale vero questa volta, ma sto ancora “partorendo”. E’ difficile anticipare, come avrai capito, lavoro sempre con un misto di volontà, caso, fiducia, destino, accoglienza. Wna “visione”, in qualche modo precisa, che intuitivamente controllo, che però si arricchisce continuamente e costantemente dell’apporto dei generosi compagni di viaggio che incontro. Quindi per scaramanzia preferirei non parlarne troppo!

Il premio Viarengo è arrivato a celebrare l’altro mio pezzo di mondo, le altre mie radici. Per metà io sono infatti piemontese, quando mi hanno detto che avevo vinto, intanto ho pianto perché mi è sembrata la prima cosa gratis della mia vita, e poi ho pensato che nonna Rita e bisnonna Taviula dovevano, da lassù, averci messo lo zampino. Mi piacerebbe nel nuovo disco fare un omaggio a Teresa. Con molto piacere ti parlo invece di “Tutte le carte in regola per essere Piero” teatro-canzone dedicato a Piero Ciampi, con Adolfo Margiotta e Fabio Vernizzi al piano. Nasce da un’idea di Adolfo ma so di essere stata motore di questa cosa, chiedendo a Giampiero di scriverne il testo e al Teatro della Tosse di produrlo. E così è stato! Sono felice perché siamo riusciti a creare uno spettacolo emotivo, stando lontani dallo stereotipo di un Ciampi perennemente maledetto e alcolizzato, aprendo lo spettacolo a un discorso più ampio sull’essere artisti oggi e sul rapporto tra uomo e donna. E poi quando replichiamo vedo crescere ogni sera il talento di Margiotta che tra l’altro canta come pochi attori fanno. E mi commuovo pensando che forse con la mia presenza in scena è come se contribuissi a lenire un po’ la solitudine del vero Ciampi…almeno simbolicamente. Insomma a me sembra di essergli vicino per davvero…


Salvatore Esposito

Kamafei - Spitte De Focu (Sud Ethnic)

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"Se te vite lu labbru rrusicatu, dinne ca è stata na spitta de focu", nelle parole di questo tradizionale è racchiusa tutta l’energia, i colori e la forza della musica dei Kamafei, band di riproposta salentina che con Spitte de Focu, giunge al suo secondo album, che rappresenta il completamento del lavoro cominciato con il loro debutto Il Caldo Che Scorre. A differenza dei tanti gruppi che negli ultimi anni si sono affacciati sulla scena musicale salentina alle prese con la riproposta, i Kamafei, hanno cercato di rileggere la tradizione attraverso un più coinvolgente eclettismo musicale che spazia parte dalle loro radici musicali per toccare ora il rock, ora il reggae, ora il dub, il tutto senza mai tralasciare una particolare attenzione tanto per l’uso del dialetto, quanto per le forme e le strutture musicali. Ascoltando questo nuovo album si ha la sensazione di ascoltare qualcosa di veramente nuovo rispetto anche a quanto proposto negli ultimi anni da Sud Sound System e Après la Classe, che parimenti hanno compiuto un percorso similare. Nelle tracce di Spitte de Focu si ha la sensazione che tutti gli elementi siano in perfetto equilibrio, le sonorità tradizionali salentine di cui si fa portatore Antonio Melegari (voce, fisarmonica, tastiere), si amalgamano alla perfezione con il basso elettrico dub di Marco Santoro Verri, con il reggae di Matteo Manni (voce, percussioni, tamburello), e la passione per il flamenco del chitarrista Stefano Calò. In quest’ottica va letto anche l’utilizzo di strumenti aticipi per la tradizione come campionatori e batterie elettroniche, che risultano sempre misurati e mai eccessivi o invadenti. Non ci sembra dunque tanto strano che un mostro sacro della riproposta come Luigi Chiriatti, abbia benedetto questo disco, esaltando nelle note di copertina, la bravura di questi ragazzi che sono riusciti a re-inventare la tradizione arrivando ad integrare ed arricchire la tradizione con istanze moderne, come dimostrano anche i testi che spaziano da tematiche sociali a problematiche tipicamente locali come l’immigrazione. A dare man forte ai Kamafei troviamo anche un importante cast di collaboratori, dalla splendida voce di Alessia Tondo a quelle di Puccia e Cesko degli Après la Classe, passando per il sax di Alessio Così alle chitarra di Franco Viva, fino al piano di Luigi Russo e i fiati di La Jambre. Per comprendere anche lo spirito che anima questo disco vale la pena riportare quanto dice il bassista Marco Santoro Verri: “Più che un progetto, spitte de focu è la felicità di fare musica, la stessa che prova un bimbo nel guardare i fuochi pirotecnici o quella velata da malinconia di uno sguardo anziano che osserva il passare del tempo attraverso lo scoppiettio del fuoco”. A fargli eco è anche Antonio Melegari che aggiunge: “Con Spitte de Focu, un altro traguardo è stato raggiunto, la tradizione e le idee tradizionali non bisogna mai perderle o trascurarle, ecco perché cerco di difendere ciò che mi è stato insegnato…ma questo non significa, che la contaminazione non fa bene….anzi, forse…si crea una nuova tradizione….”. Durante l’ascolto del disco emergono diversi brani interessanti, su tutti vale la pena citare i tradizionali la Caddhrina, riletta in una travolgente chiave folk-reggae, la splendida Fimmene Fimmene in duetto con Alessia Tondo e la Pizzica di Cutrofiano con ospite il grande Uccio Aloisi. Tra i brani migliori vanno segnalati la trascinante rilettura di De Sira, l’intenso canto delle carceri Ceserina in cui sono ospiti Francolino Viva e Alessia Tondo. Chiudono il disco le parole sagge di Uccio Aloisi, quasi a chiudere un cerchio tra innovazione e tradizione. Assolutamente consigliato!

Salvatore Esposito

Tarantavirus – Cesare Dell’Anna - Lu_ragno arricchito (11/8 Records/Felmay/Egea)

Già leader degli Opa Cupa ed ideatore del progetto Girodibanda con cui si è esibito nel corso del passato Concertone de La Notte della Taranta, Cesare Dell’Anna, è uno dei musicisti salentini più apprezzati in Italia e questo per il suo eclettismo, la sua capacità di osare, di sorprendere, e di re-inventare la tradizione. Partendo dalla sua formazione jazz, Lu Cesare come lo chiamano gli amici, ha costruito un personalissimo percorso musicale che parte dalla tradizione balcanica degli Opa Cupa per toccare quella bandistica tipica dell’Italia Meridionale fino a sfociare nello sperimentalismo di Tarantavirus, nel quale la tradizione salentina incontra la musica elettronica in un connubio tanto riuscito quanto sorprendente. Lu_ragno arricchito, inciso dal vivo nel 2006 a Soleto nel corso del Festival della Notte della Taranta, è il secondo capitolo di Tarantavirus, un progetto che vede la percussività tipica della tradizione salentina mescolarsi e confondersi non solo con i beat tipici della musica elettronica ma arricchirsi addirittura di altri suoni, colori, voci e ritmi che Dell’Anna estrae magicamente dal suo cappello a cilindro. La musica popolare, rurale, si veste di sonorità urbane, la pizzica pizzica, diventa techno pizzica e si arricchisce di sfumature, diventa megafono di disagio sociale, espressione di una socialità necessaria. Ascoltando Lu_ragno arricchito si comprende come il lavoro di Dell’Anna non sia stato finalizzato alla creazione di un prodotto da suonare nei rave, ma piuttosto sia un lavoro di ricerca, che rimanda per certi versi a quanto fatto da un grande gruppo come la Cinematic Orchestra o per rimanere nel Salento, al lavoro di Lapassade. Tarantavirus è visionaria, incarna i ritmi ossessivi della ritualità salentina, recuperando l’aspetto imprescindibile della ritualità della trance, e in questo fondamentale è stato il coinvolgimento in questo lavoro dei cantori della tradizione. Al fianco di Dell’Anna troviamo così, alcuni eccellenti musicisti jazz come il sassofonista Raffaele Casarano, i pianisti Mirko Signorile, Mauro Tre e Marco Rollo; i fiati di Giancarlo Dell’Anna, Davide Arena, Luca Manno e Claudio Cavallo; Stefano Valenzano al Basso, Egidio Rondinone alla batteria e Marcello Zappatore alla chitarra, ma soprattutto le voci salentine dei Menamenamò, Vito Giannone, Enza Pagliara, Claudio Cavallo ed Emanuele Licci a cui si aggiunge la presenza di Said Tibari che accompagna con le sue melodie magrebine alcuni brani tradizionali. Ad aprire il disco è Arranenè virus nella quale l’elettronica ci introduce in una pizzica travolgente condotta dalla voce di Enza Pagliara, si passa poi alle sonorità magrebine di Lecce/Casablanca fino a toccare i ritmi balkan de La Notte dell’Atalanta. La Notte Nera, dedicata all’Albania Hotel e al drammatico problema dell’immigrazione, è una sorta di spooken word in cui emergono le contraddizioni di una terra di frontiera come il Salento. Spettacolare sono poi prima la Pizzica alla Giannone con protagonista Vito Giannone e poi Kalinifta, il tradizionale griko qui riletto in una sorprendente versione jazz. In Normali o Anormali è protagonista la voce di Tibari che impreziosisce un brano dalle sonorità eclettiche che vedono mescolarsi pizzica, jazz e ritmi techno dance. Sul finale arrivano poi i brani più belli overo Lu ragnu arrichitu,un incessante techno jazz dal grande fascino in cui si apprezza un eccellente improvvisazione al piano, la trascinante Cavallo vincente ma soprattutto una strabordante Menamenamò riproposta in una versione affine all’arrangiamento di Stewart Copeland ma con l’aggiunta di una inedita veste techno che rende molto più fantasiosa e accattivante la parte ritmica. Tarantavirus è un disco unico, un progetto pieno di fascino che non mancherà di sorprendere e di far discutere, e questo in barba ai puristi a tutti i costi.

Salvatore Esposito