BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 25 novembre 2010

I Personaggi del Folk: Roberto Sacchi


Noto per essere il direttore di FolkBullettin nonché per la sua carriera di musicista che lo ha visto a lungo nella line up dei Suonatori delle Quattro Province e attualmente al fianco di Fabrizio Poggi, Roberto Sacchi è una delle figure più autorevoli della musica popolare italiana. Lo abbiamo intervistato per parlare del nuovo corso di FolkBullettin, della sua carriera di musicista e dell’esperienza con i Chicken Mambo.


Innanzitutto grazie infinite per averci concesso questa preziosa intervista. Blogfoolk, deve tantissimo alla rivista che da molto tempo tu dirigi, ovvero Folk Bullettin, quello che io ho sempre definito la versioneitaliana di Sing Out!. E per questa nostra chiacchierata partirei proprio daFolk Bullettin, com'è nata questa bellissima avventura?
E’ scaturita da un evento triste: la prematura scomparsa di Paolo Nuti, fondatore e presidente del Folk Studio Group di Saronno (VA) e di Folkitalia, che negli anni Ottanta erano un punto di riferimento obbligato per chiunque in Italia fosse appassionato di musica folk. Il Folk Bulletin era il ciclostilato mensile che spedivamo ai Soci, uno strumento di lavoro e di scambio, nel quale si riconoscevano già le caratteristiche che avrebbe assunto in futuro. Quando Paolo morì, mi tornarono in mente le parole che mi aveva detto pochi mesi prima: “Roberto, occupati del giornale, fallo diventare importante”. Da allora ho assunto questo impegno e non l’ho più abbandonato. Essendo già giornalista di professione, questo mi ha certo aiutato… Come mi hanno aiutato i miei vicedirettori “storici” Marco La Viola e Tiziano Menduto e tutte le decine di collaboratori che si sono succeduti nel corso di vent’anni, fra i quali ci sei anche tu.

Nel corso degli ultimi cinque anni, io personalmente ho vissuto molto da vicino le ultime evoluzioni di FolkBulletin collaborando a stretto contatto con te. Vorrei però che i lettori conoscessero da vicino com'è cambiato il mondo della musica popolare italiana negli ultimi anni ed in parallelo com'è cambiato il modo di fare informazione?
Dal punto di vista musicale è senza dubbio meno isolato, grazie soprattutto al fatto che gli arrangiamenti dell’ultimo folk revival tendono sempre più al pop e quindi ciò rende possibili interscambi fra mondi un tempo incompenetrabili. Anche il modo di fare informazione è cambiato, di conseguenza: oggi che si potrebbe essere meno superficiali grazie alla quantità di informazioni facilmente raggiungibili e sempre a disposizione, tristemente scopriamo che al pubblico dei lettori non interessa affatto di essere informato in maniera seria e consapevole. L’”appassionato” non esiste quasi più, oggi il pubblico è generico, mediamente pigro, direi –con un solo aggettivo- “casuale” .

Folk Bulletin ha avuto come caratteristica principale quella di avere uno sguardo ampio su tutto ciò che fosse musica del popolo. Quanto è importante oggi la riscoperta delle radici?
Se c’è una cosa che dà fastidio al potere è che le persone studino la storia e sappiano trovare nel passato le risposte che il presente non può dare. Nessuno può scrivere una storia del rock senza parlare di blues, nessuno può parlare di blues senza citare l’Africa, nessuno può spiegare l’Africa senza sapere cosa sono la deriva dei continenti e le migrazioni primordiali dei popoli. Tutto è concatenato, tutto è conseguenza di qualcosa che c’è stato prima. La riscoperta delle radici, oggi come ieri, è importante perché spiega il presente, prevede il futuro e soprattutto coscientizza gli individui e le masse, impedendo loro di cadere nel tranello, amato invece dal potere, che la casualità o la necessità immediata siano il motore di qualcosa. Le frane che travolgono i treni in Alto Adige e spazzano via interi villaggi nel messinese non succedono per caso. Anche la musica popolare può aiutare a capirlo. In questo senso, pur non parlando quasi mai di politica, Folk Bulletin è stata spesso considerata una testata politica, nel bene e nel male. E ciò mi onora.

Negli ultimi anni un ampio risalto sulla rivista che dirigi lo ha avuto il blues. Ci parli di questo aspetto della rivista, curata dal grande Fabrizio Poggi?
Il blues è un aspetto del folk, e quindi Folk Bulletin ne ha sempre parlato. La rubrica “BluesBorders”, oggi curata da Fabrizio Poggi, esisteva già nel primo decennio di vita della rivista, affidata ad altri collaboratori. Poi l’avevamo sospesa per qualche tempo, fino a quando Fabrizio mi ha fatto questo grande regalo: volerla riprendere e rilanciarla. Chi meglio di lui avrebbe potuto farlo?

La crisi economica vi ha costretto ad una trasformazione di Folk Bullettin ma so che ritornerete prestissimo alla grande...
La crisi del settore discografico e del circuito della musica dal vivo (i nostri principali introiti pubblicitari) ci hanno costretto a una ritirata strategica prima che fosse troppo tardi. Il prossimo autunno debutteremo on line con www.folkbulletin.com ma non appena se ne verificheranno le condizioni, torneremo a stampare. Come ho lasciato capire rispondendo a una domanda precedente, a noi preme soprattutto che le nostre idee vengano diffuse e condivise. Il modo in cui questo può succedere è del tutto secondario.

Facendo un passo indietro, anche se non abbiamo mai parlato di questo, ma conoscendoti posso dare per certo che è nato prima il Roberto Sacchi musicista, rispetto a quello giornalista e direttore di giornale e vorrei che ci parlassi proprio di questo lato forse meno noto ai lettori...
In effetti ho cominciato a studiare il pianoforte da bambino, come tanti. Ma man mano che passavano gli anni, mi rendevo conto che come pianista classico avrei avuto poche se non nulle possibilità di emergere per palesi limiti; non ho mai smesso di suonare accontentandomi di un po’ di piano-bar nel ristorante di un amico pur di non smettere. Il primo gruppo di cui ho fatto parte è stato un quintetto di folk scozzese e irlandese, chiamato Happy Sound, con il quale abbiamo partecipato a una delle prime edizioni di Folkermesse a Casale Monferrato, nel chiostro di Santa Croce. Io suonavo il sintetizzatore, utilizzando registri di organo e pianoforte. Ricordo che proprio in quella occasione esposi ai piedi del palco un tavolino con le copie di Folk Bulletin, che comunque usciva già da qualche anno. Direi che il Roberto G. Sacchi musicista e il Roberto G. Sacchi giornalista sono più o meno coetanei.

Come valuti certi festival come la Notte della Taranta che hanno assunto dimensioni mainstream ad ampio raggio?
Il folk non è fatto per eventi oceanici. Non è fatto per riempire gli stadi olimpici. Ha in sé una delicatezza intrinseca, una storia, dei valori che mal si conciliano con le masse urlanti tipo concerto del Primo Maggio a Roma e con la possibilità di fruizione che il luogo può offrire. Con questo non voglio dire che il folk non meriti successo popolare, anzi… Ma la qualità dell’ascolto è imprescindibile. E poi i temi che tratta, anche se spesso semplici e essenziali, mal si conciliano con la inevitabile superficialità che accompagna certe manifestazioni di successo, dove andare “dentro” l’epidermide è praticamente impossibile. La pizzica terapeutica si ballava sull’aia della masseria: cosa resta di quel rito se lo spostiamo a San Siro? Una danza confusa e frenetica erroneamente ballata da tutti, e poco più.

Ci puoi parlare della tua esperienza con i Suonatori delle Quattro Province?
Senza nulla togliere agli Happy Sound, con i quali mi sono onestamente divertito parecchio ma non credo di aver lasciato un segno indelebile nel folk revival italiano, l’esperienza con I Suonatori delle Quattro Province è stata molto gratificante e formativa. Ho fatto parte di questa formazione dal 1989 al 1996, realizzando nel 1993 un disco che considero ancora adesso attuale e di grande valore artistico, “Racconti a Colori”. L’idea di inserire il sintetizzatore come quarto elemento a dialogare con piffero, cornamusa, chitarra e fisarmonica fu molto coraggiosa, ma i risultati non mancarono, anche se il successo fu più di critica che di pubblico. Ho però recentemente appreso con piacere che, sia pure con un certo ritardo, le 5000 copie vendute (che nel folk italiano sono un traguardo piuttosto ambito) sono state raggiunte. Non solo, il “Valzer in DO”, unico brano del disco arrangiato da me, è già stato ripreso –con lo stesso arrangiamento- da altri tre gruppi nel corso degli anni. Sono cose che fanno piacere…

Negli ultimi anni hai collaborato a stretto contatto con Fabrizio Poggi, prima con i Turututela e poi con i Chicken Mambo, ci parli di questa tua esperienza?
Fabrizio è una grande persona e collaborare con lui è un vero piacere. Abitando anch’io in provincia di Pavia seguivo da vicino le sue produzioni artistiche apprezzandone la coerenza e l’originalità, ma è stato con il progetto Fabrizio Poggi e Turututela che abbiamo cominciato concretamente a collaborare. I due dischi “Canzoni popolari” e “La storia si canta” e decine di concerti in Italia e all’estero sono il risultato di questa collaborazione. Poi Fabrizio ha opportunamente deciso di concentrare il suo impegno sul blues e Turututela è attualmente in fase di stand by.

Con i Chicken Mambo hai inciso due dischi splendidi: “Mercy” e “Spirit & Freedom”. Ci parli di queste due esperienze?
Devo premettere che, oltre che con Fabrizio, anche con gli altri musicisti della band ho un rapporto bellissimo, armonico sia dal punto di vista umano, sia da quello musicale. Questo penso che sia alla base del significato che ha per me suonare con tutti loro. Se “Mercy” l’ho vissuto come un insolito debutto (chi l’avrebbe mai detto che a cinquant’anni suonati avrei inciso un disco di blues?) con tutte le esitazioni del caso, il mio approccio con il successivo “Spirit & Freedom” è stato più maturo e consapevole. Oltre a suonare, ho strettamente collaborato con Fabrizio alla stesura del libretto, elemento non certo di secondaria importanza nell’equilibrio caratteristico delle ultime produzioni dei Chicken Mambo.

La tua collaborazione con Fabrizio Poggi ti ha dato grandi soddisfazioni, ma siamo curiosi di sapere se coltivi qualche progetto parallelo.
Non è ancora un progetto, forse è poco più di una idea… Credo che oggi, per il folk e quindi anche per il blues, sia necessario uscire dalla ghettizzazione dei generi e degli stili per andare verso quella che trent’anni fa Giorgio Gaslini definiva “musica totale”. Mi piacerebbe realizzare un concept-album in cui ci fosse spazio per la canzone popolare come per il blues, per la canzone d’autore come per il pop di qualità, per i testi letterari come per le frasi melodiche: potrebbe essere un regalo che faccio a me stesso per i miei sessant’anni, traguardo che non è poi così lontano. Non so ancora chi potrebbero essere i miei compagni di strada in questa avventura, ma ho ancora quattro anni per pensarci. Mi piace lavorare senza pressioni…

Uccio Aloisi, la voce di un Salento che non c’è più

A vederlo sul palco trasmetteva un’ energia e un magnetismo tali da farlo competere tranquillamente con un Mick Jagger di turno, eppure da qualche anno la salute non gli permetteva più di ballare, la sua voce, sebbene ancora forte, aveva imboccato il viale del tramonto, ma nonostante fosse seduto, non mancava mai di condire i suoi canti con introduzioni dense di ironia e sarcasmo. Uccio Aloisi, era ed è la voce di quel Salento che non c’è più, il punto d’incontro tra la tradizione rurale e la riproposta, l’antico che incontrava il moderno e vi si confrontava faccia a faccia, a muso duro, con quell’orgoglio che solo i Salentini riescono a tirare fuori dal nulla. Uccio Aloisi era il canto, era la terra, era il mare che faceva da ponte con le culture dell’altra sponda dell’Adriatico. Cumpare Uccio, la sera del 21 ottobre ci ha lasciato. Se n’è andato in silenzio, la notizia in un attimo a fatto il giro di tutta Italia, veicolata dalla velocità dei Social Network, dove nel giro di pochi minuti si sono riempite le pagine dei Salentini e non solo, di messaggi di cordoglio e di accorati ricordi. Mi piace pensare che un attimo prima di abbandonare questa terra, Uccio abbia detto qualche battuta delle sue, magari per esorcizzare un momento inevitabile della sua vita, magari per salutare tutti ancora una volta con il sorriso. 
Mi piace immaginare che per lui la morte non è stata chiù brutta de na cambiale, ma che l’ha accolta con la stessa serenità con la quale aveva superato i tanti acciacchi degli ultimi anni. Classe 1928, Uccio Aloisi nasce Cutrofiano, un paesino del Salento, da una famiglia contadina e sin da piccolo è educato al duro lavoro per sopravvivere giorno dopo giorno. Nel corso della sua vita cambia decine di mestieri, senza però mai perdere di vista il suo amore per la musica, quella della cultura orale salentina, quella che serve a dare forza e vigore al lavoro dei campi, ad alleviare la fatica. Suona e canta da sempre, sin da giovane, lo chiamano nelle feste di paese, nelle sagre, arriva a suonare con Luigi Stifani, il celebrato violinista-barbiere-terapeuta di Nardò e poi negli anni settanta, mentre cresce il fermento della prima riproposta, da vita con Uccio Bandello e Uccio Melissano a “Gli Ucci”, vero e proprio gruppo musicale con il quale ripropongono sul palco il repertorio che un tempo avevano appreso nei campi. Arriva il successo prima in Italia e poi all’estero, ma lui resta quello che è, un contadino prestato alla musica. Spento il revival degl’anni settanta, vent’anni dopo c’è il ritorno di fiamma, con la Notte della Taranta, la nascita dell’Uccio Aloisi Gruppu, e addirittura il suo primo disco Robba De Smuju, pubblicato nel 2003 dal Manifesto. La sua presenza scenica unica e il suo naturale modo di catturare l’attenzione del pubblico, lo consacrano come leggenda, e tutta la sua vita dimostra come la tradizione abbia ancora tanto da dire ai nostri Tempi Moderni.
L’essere stato l’ultimo degli Ucci a sopravvivere più a lungo, gli ha permesso di diventare il veicolo di una tradizione che parte da lontano, passa attraverso gli stornelli, i canti d’amore, i canti alla stisa e raggiunge la pizzica moderna. Uccio non era una reliquia, non era un mostro sacro, non era un divo, non nessuna delle cose, che si leggono in queste ore che ci hanno separato da lui e dal suo canto. Uccio era un uomo semplice, che amava le romanze di Tito Schipa, che adorava i canti d’amore, e che forse un po’ odiava anche il palco della Notte della Taranta, dove la grande varietà degli stili musicali della tradizione salentina vengono sintetizzati nella sola pizzica. E non è un caso che in un intervista si sfogò dicendo: “Na’ pizzica, poi n'altra pizzica, ancora na' pizzica e la gente se rumpe li cujuni”. Questa estate sul palco de La Notte della Taranta a Melpignano, concludendo la sua esibizione aveva commosso tutti, ringraziando i medici che lo avevano curato e che gli avevano permesso di tornare sul palco. Era stanco, provato dalle sofferenze, ma nei suoi occhi luccicava ancora l’entusiasmo di quando aveva vent’anni, lo stesso entusiasmo che lo vedeva inseguire come seconda voce l’altro grande ed indimenticato Uccio, Uccio Bandello. La prima volta che ebbi la fortuna di sentirlo, fu nel 2004 quando il carrozzone di Craj, l’indimenticabile e bellissimo spettacolo-concerto di Giovanni Lindo Ferretti e Teresa De Sio approdò nel borgo medioevale di Caserta Vecchia. Sul palco insieme a lui c’erano anche gli indimenticati Matteo Salvatore e Pino Zimba. Fu magia pura, e per me amore a prima vista. Da quel momento cominciò un percorso di lento avvicinamento alla tradizione musicale della Puglia in generale e del Salento in particolare, ho scoperto il fascino delle voci dei cantori, l’ipnotico suono del tamburello, la profondità e la semplicità di quei testi nati per alleviare le fatiche e il sudore del lavoro nei campi. Successivamente mi è capitato più volte di rivedere Uccio sul palco, spesso proprio a Melpignano. Non mi ricordo in quale circostanza, accadde che i nostri sguardi si incrociarono nel backstage della Notte della Taranta, rimasi immobile, sospeso tra il desiderio di volergli stringere la mano e il timore reverenziale di avere di fronte la tradizione. Mi mancò il coraggio o forse fu solo il timore di non disturbarlo dopo la sua esibizione, ma alla fine non mi restò che guardarlo allontanarsi accompagnato dal suo gruppo. Uccio Aloisi era una delle radici più solide ed antiche di quell’albero maestoso della tradizione musicale salentina, e sebbene fisicamente non ci sia più, la sua anima continuerà a permeare ed illuminare la vita di tanti musicisti che in lui hanno visto un esempio di dedizione e passione per la musica ma soprattutto di amore per la propria terra. Addio Uccio suona con gli angeli!




Salvatore Esposito

Ariafrisca – La Strada Delle Rose (Ass. Cult. Ariafrisca)


La strada delle Rose è il terzo disco degli AriaFrisca, gruppo salentino nato intorno all’omonima associazione culturale, da anni impegnata nella ricerca e nel recupero delle tradizioni popolari del tacco d’Italia. Il percorso compiuto dagli AriaFrisca a partire dal loro disco di debutto, Fiata Jentu!, pubblicato nel 2003, è stato indirizzato alla ricerca sul canto polifonico tradizionale ed in particolare il loro lavoro si è basato sulla ri-elaborazione di brani tradizionali poco praticati dagli altri gruppi di riproposta, tutti ovviamente derivanti da attenti studi sulle fonti tradizionali. Nell’approccio con la tradizione gli AriaFrisca hanno posto molta cura nel riprendere fedelmente i testi tradizionali e soprattutto nel conservare le strutture melodiche classiche. Ciò contraddistingue il loro suono è racchiusa nella particolare colorazione musicale data dall’utilizzo di flauti, ciaramelle e pifferi, che contribuiscono in maniera determinante a creare un atmosfera elegante, quasi “da camera”. In questo senso non trascurabile è anche il fatto che gli Ariafrisca vantino una formazione ampia e versatile composta da Maria Antonietta De Filippis (voce, nacchere, danza), Mauro De Filippis (voce, fisarmonica, thin whistle, ciaramella), Angelo Sarcinella (chitarra), Giuseppe Napoli (chitarra), Salvatore Trianni (voce, armonica a bocca, tamburello, tammorra, cupa cupa, martelli), Mino Scanderebech (flauto dolce, flauto tenore, chamelot, sax soprano), Totò De Lorenzis (tamburello, tammorra, cupa cupa, organetto diatonico), e Antonio Venneri (contrabbasso). Ben lungi dall’essere alla ricerca spasmodica di esperimenti e commistioni sonore, questo gruppo salentino ha puntato dritto alla tradizione, cercando di curare ogni dettaglio dalle voci, agli strumenti, passando per gli arrangiamenti e i testi tradizionali raccolti durante le ricerche sul campo. Questo metodo di lavoro ha permesso ai componenti del gruppo di crescere musicalmente e soprattutto di crearsi un personale bagaglio di studio e conoscenza diretta, elementi fondamentali per coloro che intendono lavorare sulla riproposta della musica tradizionale. In particolare il loro nuovo album, La Starda delle Rose, rappresenta l’evoluzione del discorso cominciato nel 2006 con il doppio Sona ca nc’è l’aria, infatti ogni singolo brano rappresenta una tappa di un più complesso ed articolato percorso di studio e di ricerca, nel quale il gruppo è arrivato anche a scrivere nella lingua della tradizione, utilizzando gli stilemi tipici delle composizioni tradizionali, affiancandovi le esperienze musicali raccolte nel corso della loro attività artistica. La Strada delle Rose è dunque un viaggio coinvolgente attraverso la musica popolare salentina, e le multicolori varietà sonore delle voci, dei canti alla stisa, il tutto mantenendosi lontani dalla ricerca ossessiva del ritmo o delle sonorità commerciali. L’ascolto dei dieci brani del disco è dunque mai privo di fascino con la voce di Maria Antonietta e Mauro che si intrecciano, si rincorrono, ricreando quell’alchimia che rende unico il canto polivocale salentino. Brillano così i canti di lavoro come Lu Sule Calau Calau, le pizziche come Lu tommareddhu meu e Pizzica di San Vito, i canti d’amore come la struggente Damme nu ricciu e Alla ripa te lu mare, tutti caratterizzati da una particolare cura degli arrangiamenti strumentali e vocali. Chiude il disco una sorprendente bonus track, ovvero versione del traditional irlandese Molly Malone, tratto dalla colonna sonora del corto Fimmene Fimmene di Michele di Lonardo, e che si caratterizza per un crescendo strumentale che parte dai cieli d’Irlanda e arriva ai cieli del Salento. Proprio questo brano, sebbene estraneo al progetto del disco, ci sembra significativo per comprendere le tutte le potenzialità di questo ottimo gruppo.




Salvatore Esposito

Lorenzo Riccardi – Clessidra (C&P Lorenzo Riccardi)


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Lorenzo Riccardi è uno di quegli artigiani della canzone d’autore italiana, cresciuti prendendo a modello contemporaneamente la poesia di Fabrizio De André e la protest song americana, nel corso degli anni è riuscito a ritagliarsi una propria cifra stilistica, come dimostrano il disco di debutto Strade Perse del 1997 e lo splendido Tra Fiamma e Candela del 2003, entrambi molto apprezzati dal pubblico e dalla critica. Un po’ per scelta, un po’ per non essersi trovato nel posto giusto al momento giusto, Lorenzo Riccardi ha scelto di vivere la sua carriera di cantautore lontano dalle logiche commerciali e dai clamori dei grandi palchi, ma piuttosto ha puntato a far crescere i suoi brani quasi fosse un artigiano, a forgiare ogni singola nota e ogni singola parola imprimendovi tutto se stesso, con passione e senza pensare mai al successo che questo o quel brano potrebbe avere. Le canzoni di Lorenzo Riccardi nascono così lentamente, cesellate con cura, decantate come il buon vino, e giungono a noi quando è il momento giusto. E’ per questo che abbiamo atteso sette anni dalla pubblicazione di Tra Fiamma e Candela prima che venisse pubblicato il suo terzo album, Clessidra, che mette in fila dodici brani inediti suddivisi in due parti proprio come accadeva con gli Lp. Sin dalla struttura del disco, si ha la sensazione di essere di fronte ad un disco d’altri tempi, un lavoro maturo, impegnativo e senza compromessi, come se ne sentono pochissimi di questi tempi. Nella prima parte Classidra ci presenta un Lorenzo Riccardi in studio che interpreta i suoi brani in presa diretta circondato da un gruppo di musicisti di prestigio tra cui ricordiamo Stefano Cattaneo, Beppe Caruso, Betty Verri, Cesare Pizzetti e Roberto Aglieri, mentre nella seconda invece sono raccolti sei brani registrati dal vivo tra il 2006 e il 2007 con ospiti come Enrico Mantovani, Max Gabanizza e Michele Gazich. L’ascolto ci svela un Lorenzo Riccardi in grande forma, in grado di pescare nella migliore tradizione folk americana ma allo stesso tempo di rileggerla attraverso la lente della canzone d’autore italiana di Fabrizio De Andrè e Francesco Guccini. Ad aprire il disco è una straordinaria versione dell’inedito di Fabrizio De Andrè Dai Monti della Savoia, che Riccardi rilegge con eleganza e grande trasporto facendo riemergere l’anima popolare del brano, la cui composizione risale ai primi anni cinquanta e rientra in uno studio del cantautore genovese sulla tradizione orale. Seguono poi due eccellenti ballate autografe ovvero L’Equivoco di Colombo e Una Piuma, quest’ultima in duetto con Max Manfredi e la brava Betty Verri a fare i controcanti, il vertice del disco arriva però con l’attualissima Basso Impero e La Morte In Parlamento nelle quali il cantautore pavese dipinge in modo ironico e pungente l’attuale situazione politica e sociale italiana. Un discorso a parte lo merita poi la struggente versione di Hear The Angel Singing di Larry Johnson che Riccardi rilegge con eleganza con il solo accompagnamento della sua chitarra e di Roberto Aglieri al flauto basso. La seconda parte del disco si apre con la versioni dal vivo della bellissima ed intensa Essere Libero e dell’evocativa Yemanjà, ma è con A Poppa del Pilar che si raggiunge l’altro vertice del disco con il cantautore pavese alle prese con un brano degno del miglio Francesco Guccini. Sul finale arriva poi la riuscita versione di un antico tradional tradotto in italiano come Al Di Là Del Mare, ripresa dal vivo ed eseguita con una band straordinaria composta da Michele Gazich al violino, Max Gabanizza al basso, Enrico Mantovani alla chitarra elettrica e Stefano Cattaneo alla fisarmonica. Chiudono il disco Vivere Morire, eseguita dal solo Riccardi alla chitarra acustica, e la title track, brano scritto e registrato in casa nel 1992 e recuperato per l’occasione. Proprio questo brano ci sembra assolutamente significativo per comprendere a pieno non solo il senso di questo disco, ma più in generale di tutto il percorso artistico del cantautore pavese, un artista prezioso e senza dubbio ancora tutto da scoprire.



Salvatore Esposito

Piccola Bottega Baltazar - Ladro di rose (Azzurra Music)


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Il percorso artistico della Piccola Bottega Baltazar è stato un vero e proprio crescendo, che li ha visti pubblicare tre ottimi dischi che hanno segnato il passo per la loro maturazione ma soprattutto sono serviti a prendere le misure non solo con il loro talento ma anche con il loro eclettismo. Lentamente hanno allontanato lo spettro del perfezionismo a tutti i costi, così come quello del temibile narcisismo musicale, caratteristica comune a quei gruppi che hanno fin troppa coscienza di avere del talento. Liberi ormai da qualche tempo dall’incedere di questi pericoli, che avrebbe certamente minato il proprio percorso, la band veneta ha recentemente dato alle stampe il suo quarto disco, Ladro di Rose, un piccolo gioiellino composto da quindici brani per cinquantacinque minuti di fitti di musica, parole e suoni sempre sorprendenti. Si tratta di un disco che sfonda definitivamente i canoni e gli stilemi della canzone d’autore, per indirizzarla verso sonorità ad essa ancora estranee come la dance, il minimalismo elettronico, il rumorismo, la indie e il surf. Ad aprire il disco è Sogno di Maggio, un brano dal testo veloce, incessante, che ricrea la corsa verso la donna amata, dove le stampelle diventano prima bicicletta, poi motorino, moto, Mustang, carrozza imperiale, treno, portaerei. L’atmosfera si fa poi scura con La donna del cowboy, che a ritmo quasi dance con contrabbasso, batteria e fisarmoniche che ammiccano all’elettronica, racconta una storia d’amore sul cui sfondo si muovono le vicende del crimine organizzato. Splendide sono poi le canzoni in dialetto veneto come nel caso di La campana de Bassan, Le rose d'ogni mese e Strologo, quest’ultima una sorta di lunario che regala immagini di rara poesia. Il vertice del disco è senza dubbio, la splendida Nostra Signora delle Antenne, introdotta da una poesia trovata in tasca a Zaher Rezai, immigrato afgano alla cui memoria il disco è dedicato, un ritratto della nostra società dominata dai media e dall’indifferenza. Questo brano, che suona come un omaggio a Fabrizio De Andrè, è la dimostrazione di come partendo da un modello a cui ispirarsi si possa creare qualcosa di nuovo ed originale. Di ottima fattura sono anche l’acquerello agreste di Ferragosto nell’orto, il jazz delicato di Se Una Notte di Inverno e il piccolo romanzo in canzone di Stefania Dorma Vestita. Ladro di Rose è, dunque, un disco intenso, profondo, studiato nei minimi particolari, dove ogni nota e ogni parola ha una sua precisa posizione e funzione, nulla è lasciato al caso, quasi la Piccola Bottega Baltazar avesse cercato di tessere contemporaneamente una trama fatta di musiche e parole. L’esperimento, se così si può definire, può dirsi certamente riuscito sia sotto il profilo musicale, sia dal punto di vista cantautorale.



Salvatore Esposito

PietrArsa & Mimmo Maglionico – Napoli World Style (AlfaMusic/Egea Distribution)


Pietrarsa è il nome della pietra lavica del Vesuvio ma è anche il nome del luogo, vicino Napoli, dove i Borbone decisero di impiantare le officine che costruivano le locomotive che viaggiavano sulla prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici. La scelta del musicista napoletano Mimmo Maglionico di usare questo nome per il suo progetto musicale non è dunque casuale, infatti quelle zone ai piedi del Vesuvio custodiscono anche un patrimonio musicale popolare antichissimo legato alla tamorra contadina. I PietrArsa nascono partendo proprio da quelle radici arcaiche della musica rurale per aprirsi ad un folk postmoderno, libero dalle maglie della riproposizione filologica e aperto alle contaminazioni della world music. Una scommessa, insomma, che Maglionico, forte del suo background classico è riuscito vincere sin dal primo disco “pietrArsa” del 2005 e con il tour successivo che ha condotto il gruppo anche al di fuori dei confini nazionali tra Francia, Spagna, Croazia, Grecia e Pakistan. A distanza di quasi cinque anni è arrivato anche il secondo disco del gruppo napoletano Napoli World Style, anticipato dal singolo Stamme cchiù vicina, presentato durante la Festa di Piedigrotta e composto da nove brani tra originali e tradizionali. Rispetto al disco di esordio la componente ethno-world sembra aver acquisito maggiore predominanza nel sound, ma si tratta solo di una impressione superficiale, infatti Maglionico è riuscito nell’impresa di mescolare strumenti di tradizioni musicali diversi e sonorità differenti, conducendoli nel solco della tradizione cosicché la batteria arriva a dialogare con la forza incessante delle tamorre, il basso elettrico con la chitarra battente, l’oud e il bouzuki con i mandolini e i flauti con le ciaramelle. La tradizione musicale campana si apre così non solo alle sonorità mediterranee ma arriva a lambire il pop, il rock e la new age attraverso sonorità eclettiche sempre accattivanti dal punto di vista musicale. A mantenere vivo il contatto con la tradizione del passato c’è l’attento recupero dei testi della tradizione in dialetto, attraverso un laborioso lavoro di ricerca sulle fonti tradizionali. L’ascolto rivela un disco brillante e per molti versi sorprendente, come nel caso dell’iniziale A Puntata, una tamurriata in salsa dance nella quale attraverso testi cantati in napoletano e arabo, i PietrArsa denunciano il sistema dei mass media e il loro impatto sull’opinione pubblica, o della altrettanto bella Nata Guerra una ballata dalle tenui sonorità mediterranee nella quale il dolore dei conflitti tra i popoli lascia spazio alla speranza di un mondo migliore, o ancora il singolo Stamme cchiù vicina, nella quale è raccontato il dramma della camorra. Nella seconda parte il disco, vira verso brani dalla matrice tradizionale come Madonna de Castiello, Rondianella e Miez’a festa de’ paranze, una travolgente tamurriata-etnopop nella quale vengono omaggiati alcuni dei grandi personaggi della musica campana. Tra i brani migliori del disco vanno segnalati la splendida Procidana in omaggio a Concetta Barra, riletta attraverso la lente new-age, il tributo a Renato Carosone con una scoppiettante versione de O’ Sarracino cantata in arabo e napoletano, ma soprattutto la splendida Elisabetta che chiude il disco, un brano sempre del repertorio di Carosone ma mai pubblicato nel nostro paese ma edito solo in Francia. Napoli World Style è dunque un disco tutto da ascoltare per capire dove sta andando la musica tradizionale napoletana, che da sempre si è mostrata ora apertissima alla contaminazione ora viceversa chiusa su se stessa, imprigionata dai languidi sapori neo-melodici.




Salvatore Esposito

La Banda Di Piazza Caricamento - Nu-Town (Promo Music Records/Edel)


Sono passati tre anni da quel gioiellino che era Babel Sound, il disco di esordio de la Banda di Piazza Caricamento, collettivo multietnico composto da quindici giovani musicisti provenienti da cinque continenti e guidati da Davide Ferrari, da allora la formazione è cresciuta dal punto di vista musicale, ha avuto modo di accumulare grande esperienza dal vivo, ma anche da quello numerico essendo arrivata a contare ben ventitré elementi, nonostante alcune defezioni. Questi tre anni caratterizzati da intensa attività live, prove e laboratori, sono, dunque, serviti per concepire ed ideare il loro secondo disco, Nu-town, che raccoglie dieci brani caratterizzati dalla classica formula che vede l’italiano affiancato da altre lingue come arabo, sanscrito, russo e lingue fantastiche ideate da Davide Ferrari. Rispetto al disco di esordio, oltre ai cambi di formazione, anche il sound si è evoluto verso una contaminazione sempre più raffinata che parte da echi di musica tradizionale per allargarsi a visioni contemporanee, il tutto senza perdere mai di vista l’improvvisazione. La particolarità di Nu-town è condensata però nel connubio armonico di tradizioni diverse che convivono e dialogano tra loro, fino a confondersi nel linguaggio universale della musica e del ritmo. Se per certi versi la Banda di Piazza di Caricamento sembra ricalcare il percorso de l’Orchestra di Piazza Vittorio, ciò che la rende diversa è però l’approccio con la ricerca sonora, non essendo limitata solo alle sonorità tradizionali ma bensì indirizzata verso un eclettismo che la fa ammiccare ora al dub ora all’elettronica ora ancora al rap e all’hip-hop come nel caso della splendida Aprile Remix. Di eccellente fattura è anche Save The Children – Nzola che apre il disco e affianca alle voci d’Africa, le percussioni e i fiati sudamericani, il balafon e la kora, le gonga e le chitarre in una sorta di Babele sonora di grande fascino. Le stesse atmosfere permeano anche brani come Nada Raga, la sinuosa Cala La Luna e la sognante Dansu. Chiude il disco Dolcenera di Fabrizio De Andrè, in una versione che rimanda al trallallero ligure, ma che nulla aggiunge e nulla toglie ad un disco di grande bellezza e fascino. La Banda Di Piazza Vittorio è un collettivo che merita attenzione non solo per l’eclettismo che riescono ad infondere nella loro musica ma soprattutto per l’amore con il quale approcciano la contaminazione sonora attraversando i cinque continenti.




Salvatore Esposito

Zibba Almalibre - Una cura per il freddo (Volume / Altoparlante/ Universal)


Una cura per il freddo è il secondo disco per Zibba e arriva a quattro anni di distanza dal già apprezzato Senza Smettere di Fare Rumore, disco che segnalò il cantautore ligure nella scena indie italiana. Rispetto al disco di debutto, inalterate sono rimaste le ispirazioni ovvero quelle fatte sulla strada, durante i concerti, le amicizie, i luoghi conosciuti, ciò che è cambiato è lo stile ora più indirizzato verso il jazz, pur senza perdere le varie influenza che spaziano dal folk americano quello irlandese, da Tom Waits al teatro-canzone italiano. Ad accompagnarlo troviamo i versatili Almalibre composti da Andrea "the Bale" Balestrieri alla batteria, Lucas bellotti al basso, Daniele "Drago" Franchi alle chitarre, Fabio Biale al violino, pronti sempre ad assecondare Zibba nelle sue divagazioni musicali e a fornire la cornice perfetta per la sua voce istrionica. Ad aprire il disco è Mahllamore un brano dai toni jazzy molto ritmato nel quale viene descritta la passione in tutte le sue sfumature dall’innamoramento al sesso alla passione spirituale. Si passa poi alla ballata cantautorale in senso stretto prima con Ordine e Gioia e poi con Una Parola, Illumina, quest’ultima caratterizzata da un dialogo strumentale tra pianoforte e archi. Il sound si fa più brillante con Ammami, per trasformarsi successivamente nell’avvolgente country blues in salsa italiana Dauntaun, un brano denso di poesia urbana caratterizzato da un finale sorprendente a base di hip-hop. La dissacrante Bon Voyage apre la strada alla poesia di Scalinata Donegaro, una ballata nella quale viene raccontata la storia della sua famiglia ed impreziosita dalla partecipazione di Paolo Bonfanti alla slide guitar. A spiccare in modo particolare, però sono due brani L’Odore dei Treni e Soffia Leggero, in entrambe emerge una scrittura che guarda già oltre questo disco, quasi rappresentassero un anticipazione sulle prossime mosse di Zibba. Sul finale arrivano poi il rock di Rockenroll, un brano forte ed incisivo che suona come una spallata all’ipocrisia, lo swing di Tutto è casa mia, e la poesia di Una Parte di Te, Quattro Notti e Dove Vanno a Riposar Le Api. Una cura per il freddo è un disco dettato dalla passione, un disco nato dal cuore per riscaldare altri cuore.



Salvatore Esposito

Alex Cambise – Tre Vie Per Un Respiro (Astrea Music)


Noto per essere il fulcro della band di Massimo Priviero e per aver collaborato con artisti italiani del calibro di Tullio De Piscopo, Aida Cooper, Andrea Mirò e Marco Ferradini, Alex Cambise dopo vent’anni spesi come session man e produttore, debutta Tre Vie Per Un Respiro, il suo primo album come solista, che raccoglie dodici brani di cui alcuni scritti nel 1992, ed altri più recenti nati negli ultimi anni. Registrato agli Astrea Digital Studios di Trezzano Sul Naviglio (Mi), il disco vede la partecipazioni di diversi ospiti d’eccezione come quali Massimo Priviero, Riccardo Maffoni, Massimo Maltese, Michele Gazich, che affiancano Cambise nei vari brani. La scelta di raccogliere in questo disco brani composti in epoche e periodi differenti, ha rappresentato una vera e propria scommessa, che però può dirsi completamente vinta. Infatti, Alex Cambise ha lavorato molto sulla forma canzone, cercando la vera anima dei vari brani, evitando la ricerca spasmodica della perfezione, ma puntando dritto a valorizzare il contenuto dei vari brani. E’ il caso ad esempio delle bellissime Oltre Il Tempo e Dimmi Dove Sei, due brani dal grande impatto rock e nei quali brilla la partecipazione di Massimo Priviero, ma che mettono molto bene in evidenza le qualità di Cambise come autore e performer, in grado di imprimere ai vari brani la propria cifra stilistica, in termini di qualità ed originalità. Nel corso del disco si spazia così dal rock di brani come Diogene Nel Fango, a ballate di impianto folk come nel caso della splendida, La Ragazza Di Longarone impreziosita dal violino di Michele Gazich e senza ombra di dubbio uno dei vertici del disco. Non manca qualche incursione nel folk rock come nel caso di S.r.l., che sembra rimandare a certa atmosfere affini agli ultimi dischi dei Gang, o nel cantautorato in senso stretto come nel caso di Lacrime dove brilla l’ottimo testo di Massimo Priviero, o ancora nella ballata come nel caso di Faccia di Pietra nella quale vengono messi alla berlina tutti coloro che si vendono per fama o per denaro. Sul finale il disco si fa più notturno prima con Ore Piccole, un brano dai toni jazzy con ospite Riccardo Maffoni ed impreziosito dal sax di Massimo Maltese, e poi con Dieci Passi, un brano degno di Tom Waits con tanto di fiati in grande evidenza. Insomma Tre Vie Per Un Respiro è un disco di ottima fattura che si inserisce perfettamente il quel filone di cantautorato rock italiano che in Massimo Bubola e Massimo Priviero ha trovato i suoi massimi interpreti.




Salvatore Esposito

lunedì 11 ottobre 2010

Alessandro Ducoli, una mina vagante nel cantautorato italiano

Attivo ormai da un decennio, Alessandro Ducoli è un eclettico cantautore dallo stile imprevedibilmente originale, che mescola rock e musica d’autore in uno stile sempre pronto a sorprendere. I suoi dischi non sono semplici raccolte di canzoni, ma piuttosto delle sorprendenti opere concettuali, introdotte spesso da un racconto nel quale si rintracciano le varie ispirazioni e caratterizzate da suggestioni e riflessioni personali. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui della sua carriera, della sua lunghissima discografia ma soprattutto degli ultimi lavori discografici, senza tralasciare una breve retrospettiva sugli esordi.

Come è nata la tua passione per il rock?
E’ nata per caso. Mia sorella maggiore aveva assistito al concerto di Neil Young a Milano. Quello dei lacrimogeni. Mi sembra nel 1987. Il suo resoconto fu perentorio. Neil Young era vomitevole. Ho cominciato così a chiedermi chi fosse Neil Young. Fu allora che chiesi ad alcuni compagni di classe di duplicarmi vari dischi del canadese, Harvest, Zuma, After The Goldrush, Rust Never Sleeps. Di quel periodo però ricordo ben poco a parte i ritornelli di Baglioni e le tette di Madonna. Ricordo che ero un povero pirla che faticava a tenere il passo dei miei coetanei emancipati che partecipavano a concerti, happening serali di ascolto dei dischi lasciati dal cugino che adesso vive in India. Gli anni '80, che oggi in parte ho rivalutato, sono stati un vero calvario. Per la mia presenza scenica, ero più magro di adesso, e avevo una certa dimestichezza con l'armonica, così entrai a cantare in un gruppetto. Gli Springs. De Andrè, De Gregori, U2, Springsteen e anche Like a Hurricane. Una banda di bassissimo livello. Grande passione però. Non credo serva altro per amare il Rock'n'Roll. Il resto è ordinaria follia da rockettaro di provincia. Compreso il periodo Grunge e il classico ritorno alle origini per il ripasso dell'accademia Beatlesiana, di Elvis, Stones e contaminazioni Motown. Abbastanza normale. Molto simile alla faccenda di tanti altri con cui la sera mi trovo a parlare dell'ultimo disco di Mark Lanegan, della perdita di identità del Rock italiano o di come la presenza di Yoko Ono sia stata il triste presagio della nefasta influenza che certe signore hanno avuto sui migliori rocker della storia. I Rocker vivono il Rock'n'Roll 18 ore al giorno. Io suono circa 2 ore, altre 6 in genere scrivo e le altre 10 lavoro. Purtroppo non ho mai avuto il coraggio di seguire la strada del Rock. C'è ancora qualche fantasma nella mia vita e fino a che sarà così non potrò mai dirti cos'è la strada del Rocker. Presto lo sarò, a cinquant'anni forse. Non importa. Un giorno sarò un rocker e saprò dirti cosa significa esserlo con precisione.

Hai parlato di Neil Young come tuo primissimo punto di riferimento. Quanto ha influenzato il tuo songwriting?
… Big john's been drinkin' since the river took Emmy Lou … a volte piango quando riascolto Powderfingher. Le immagini sono lì, da toccare, da vivere. Non stai sentendo un racconto. Nessuno ti sta raccontando niente. Sei dentro nel racconto insieme a tutti gli altri e tieni in mano il fucile. Sai che Big John non beve perché è un ubriacone, beve perché la vita non è stata gentile. Non hai più ventidue anni, se li hai sono sempre troppo pochi, oppure non li hai mai avuti. Sai che sulla barca ci sono dei guai. Sai che non consegnano la posta. A volte sento quasi la stessa paura del ragazzo. So tutto di quella famiglia anche se nessuno di loro mi ha mai raccontato niente. Mi piace pensare che si possa scrivere e comunicare la stessa intensità di sensazioni. Non so se ci riesco nelle mie canzoni ma a volte mi piace pensare che è così. L'ascolto ciclico di Powderfingher ovviamente serve anche a guarirmi dalla presunzione.

Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai pubblicato il tuo primo album, Lolita?
Sono ingrassato e sono sempre più stanco. Suono anche un po' meglio ma continuo ad essere un chitarrista mediocre. Ho preso lezione di canto e me la cavo sempre meglio con i testi. Mi sono laureato. Ho distrutto tre macchine. Mi piace il malto scozzese. Non fumo più e continuo ad essere interista. Odio Baglioni, Giacobbe, Fogli e Pupo. Fiordaliso non esiste. Considero Mogol la causa principale dell'agonia della musica italiana. Sono orgoglioso che la prima canzone che ho imparato a suonare sia The river e non La canzone del sole. Il Grunge mi ha cresciuto onesto e sicuro dei miei sentimenti. Ho scoperto Stevie Wonder e Caetano Veloso. Mi piace Monk. Mi farei un giro con la figlia di Peter Gabriel, per piacere e per opportunità. Al prossimo concerto acustico presenterò una mia personale rivisitazione di Into my arms con chitarra e armonica. Vorrei essere uno degli animali, uno a caso, del booklets di Boys for Pele. Carlito Brigante non ha mai ascoltato Lolita. Adriano Celentano è ospite dei salottini per ricordare il Faber e non consoce il testo di Piero. I miei colleghi comprano due dischi all'anno e i dieci che si masterizzano sono peggio della merda. Gigi d'Alessio è in studio con Tony Levin. Canto con gli Spanish Johnny. Penso che Van Morrison da quando ha abbracciato la fede di Scientology faccia solo dischi pietosi. Rino Gaetano continua a produrre libidine. De Gregori scrive "… ed ho imparato che l'amore insegna ma non si fa imparare …". Spendo più soldi in birra che in vestiti e acconciature. Spendo più soldi in musica che in vacanze. Gli unici giorni di ospedale o di malattia che ho fatto sono attribuibili a contusioni da sabato sera. Ho scritto Come un Setter. Simona Ventura presenta Quelli che il calcio e suo marito è condannato per aver truccato partite. Jannacci nonostante tutto continua a non arrendersi. Ombretta Colli è un grande dubbio. Mi vergogno sempre meno. Rimetto i rimorsi insieme alla birra in eccesso. Mi piacerebbe suonare il piano. Oltre a tutto questo ho trovato dei grandiosi compagni di viaggio e continuo a fare musica e canzoni.

Nei panni di Bacco Il Matto hai inciso Cercatori d’Oro...
Il nostro sito si apriva con il messaggio "il Rock'n'Roll è la nostra principale necessità". Bacco il Matto era il mio pseudonimo SIAE poi adottato nella prima formazione del Bacco e quindi divenuto una figura complessa formata da 4 loschi individui. Qualche mese fa ho scritto una canzone per raccontare l'avventura di Bacco il matto. La canzone, intitolata "Tombstone", la sua spiegazione si apre con queste parole: " … il Rock'n'Roll che diventa metafora. Il Far West lentamente si trasforma nell'america di oggi e il Cow Boy a volte non riesce a capire. La contrapposizione tra l'equilibrio perfetto dei campi di frumento e l'autostrada viene cancellata dal profilo di una signorina sdraiata tra le spighe. Il ritorno a Tombstone diventa un invito per quelli che hanno lasciato il cavallo per la salire sul treno. Per quelli che hanno dimenticato che il Rock'n'Roll non è uno stile musicale ma uno stile di vita". Forse il progetto del Bacco non è ancora finito ma in questo momento le cose sono cambiate rispetto a quel periodo e soprattutto sono cambiate le persone. Bacco il Matto ha navigato per circa 4 anni ogni tipo di palcoscenico proponendo molta energia e grande sentimento.

Sempre in Cercatori D'Oro c'è la splendida Raffaella di Cheap Taylor, ci racconti la storia di questo brano?
Cheap Taylor era in Italia nel '99 per presentare i suoi bootlegs parigini. Mauro Eufrosini era il suo riferimento logistico e gli ha dato "San Marco" quasi per caso. In quel periodo Mauro ci seguiva per procurarci qualche serata. Dopo qualche mese Cheap ha mandato a Mauro un DAT per noi. Su quel nastro c'era una canzone che lui disse di aver scritto in Italia e che gli sembrava giusto che diventasse nostra. Raffaella. Ci sembrava un sogno. Era la giusta ricompensa per dei cercatori d'oro che in quel periodo erano già in studio per registrare un nuovo disco. Abbiamo provato a contattarlo senza mai riuscirci, solo per dirgli grazie.

Qual'è stato il tuo sviluppo artistico e cosa è cambiato nella tua musica in questi anni?
Seriamente questa volta. Non so se si tratta di sviluppo artistico. Forse i cambiamenti sono dovuti al cambiamento della persona. Dal punto musicale, nonostante la fortuna di suonare con musicisti che sanno fare il loro mestiere, credo non sia molto migliorata. Conosco gli stessi tre ritmi di dieci anni fa e suono solo con un po' di precisione in più. Il cambiamento più significativo forse lo osservo nel modo di scrivere. La maturazione non è solo attribuibile alla maggior possibilità di trovare argomenti perché la vita vissuta è un po' di più rispetto a qualche anno fa. Credo sia invece legata alla ricerca lirica di questi anni. Ricerca che continua tutt'ora. Quello che ti ho detto prima riguardo Big John è tutto vero. L'uso della parola dev'essere sacro. Sempre e comunque al servizio della bellezza. Anche se racconta cose brutte. Sempre e comunque per arricchire una figurazione armonica, un ritmo, una melodia. Musicalmente nessuno mi ha mai capito perché ho fatto progetti tra loro molto diversi. Ma nella mia deontologia di canzone "Vito malavita" e "Lulù" raccontano le stesse cose. Sono canzoni e basta.

Come riesci ad indirizzare le tue ispirazioni tra le tue varie anime di Rocker e di Cantautore raffinato?
Si tratta di ossigeno, per me scrivere è una necessità, senza restare legato a nessun genere, ma semplicemente alla necessità di saper adattare la scrittura (anche nel senso filologico del termine) a diversi contesti musicali; è una cosa che mi incuriosisce molto. Quando mi riesce bene è la conferma che quello che ho studiato e amato è servito a qualcosa.

Veniamo alle esperienze più recenti, cominciamo con La Band Del Ducoli, quella che ti ha fruttato la partecipazione alla prestigiosa compilation del Mantova Festival, ci racconti qualcosa di questo progetto?
Mantova ci ha trattato come le pezze del culo. Non mi piace ricordare la Banda del Ducoli partendo da Mantova. Partiamo da Giovanna e dalle sue sorelline. Arcangelo Buelli e Massimo Saviola mi hanno salvato da una brutta situazione. Gravi problemi in famiglia, sul lavoro e il progetto Bacco il Matto finito nel cesso per le priorità di qualcuno (… forse il Bacco ritornerà, ma adesso le priorità sono le mie). Mi avevano già aiutato con Malaspina ed erano incuriositi dal pazzo Ducoli di Ubriachezza molesta e di Io convivo bene con la mia pazzia. Il disco successivo hanno poi deciso di aiutarmi a costruirlo in maniera più decisiva. Le canzoni di Anche io non posso entrare sono praticamente già Banda del Ducoli anche se in quel periodo la cosa non era ancora ufficiale. Il disco è stato arrangiato da Mario Stivala con cui avevo fatto già Malaspina ma molte cose sembravano ancora troppo legate a certe figurazioni ritmiche e armoniche sovrautilizzate nei miei dischi. Massimo e Arky hanno arricchito il lavoro con arrangiamenti nuovi e soprattutto con nuove soluzioni ritmiche e armoniche. Sono stati a loro a chiedermi se ero interessato a promuovere il disco con una nuova Band. Sono stati chiamati Lorenzo Lama alle chitarre e Renato Saviori alle tastiere. Lorenzo era già stato contattato per suonare le chitarre di Anche io non posso entrare e quindi conosceva già praticamente metà del repertorio. Massimo e Arky conoscevano già anche Malaspina. Renato impara un repertorio in un paio di settimane. Ci sono voluti molti concerti per capire il suono e per trovare una dimensione che potesse valorizzare sia il mio personaggio sia la grande forza di una band con un sound non proprio italiano. Un periodo prezioso. In primo luogo sono stato messo di fronte ad alcune lacune assolutamente inaccettabili per chi pretende di essere pagato, anche solo 50 euro a serata, per proporre la sua musica. Sistemati alcuni ulteriori dettagli abbiamo iniziato a scrivere il disco delle taverne. Alcune canzoni erano bozze di idee e canzoni già scritte nell'ultimo periodo. Altre le abbiamo scritte insieme. Il disco era già rodato un anno prima della sua uscita. Abbiamo suonato diverse canzoni nelle più diverse situazioni live. Per cercare di capire la risposta del pubblico a certi pezzi non sentiti. Berlicche e Sgangherata erano canzoni che già ci venivano richieste alla data successiva. Lenta fu eseguita la prima volta al Vamolà di Bologna ci viene ricordata ancora oggi. Altre canzoni erano più complicate e avevano bisogno di più cura. Quando le canzoni erano ormai completamente assimiliate abbiamo deciso di registrarle. Tutto fatto da Arky e da Massimo che in studio, per la cronaca lo studio è di Arky, se la cavano come sul palco. Non so se si può dare una definizione della musica della Banda. La cosa che credo sia più importante è il fatto che il nostro suono conserva grande orecchiabilità nonostante la complessità di alcune soluzioni (non è così naturale come si potrebbe pensare). Questo significa che vengono rispettati sia i capricci narcisi del musico sia l'obbligo di non aggredire il pubblico delle canzoni, perché comunque di questo si tratta, con cose troppo complicate. Forse non è nemmeno vero questo. La complessità dev'essere riferita alla tua unità di misura delle cose. Bisogna però comunque ammettere che l'Italia della canzone oggi non propone grandi ricerche e complessità. Tenco era avanti anni luce rispetto a troppi personaggi che oggi vendono canzoni e vanno in giro a dire a tutti che suonano e cantano. Sostengono di suonare persino i dj (il minuscolo non è una distrazione). La Banda cerca di suonare mettendo il suo bagaglio musicale a servizio della canzone. Il mio mestiere è quello di rendere accessibile a più gente possibile il messaggio. Il resto, come sempre, lo fa il ritmo. Adesso stiamo cercando di capire se il disco delle taverne ha finito il suo corso promozionale (peraltro magrissimo come sempre) oppure se occorre proseguire a promuoverlo perché comunque non lo conoscono in tanti (1300 persone finora). Resta il fatto che abbiamo quasi spremuto le nostre risorse mentali, fisiche ed economiche, peraltro già affossate dall'estenuante lavoro di produzione del disco. Vorremmo verificare ancora una stagione, per poi decidere. Io personalmente spero che la decisione sia per il nuovo disco perché non mi piace aspettare che succeda qualcosa. Ci sono in giro troppi figli, cugini, nipoti, leccaculo e fratelli d'arte per pensare che ci succeda qualcosa. Il materiale per il nuovo disco è già pronto. Vorrei fare un trilogia cantautorale che comprenda tre situazioni tipicamente care al cantautore: la canzone d'amore, la canzone crepuscolare e la canzonetta. Ovviamente tutto condito di sano delirio. Un'opera a scaglioni (come nell'esercito). Ne riparliamo quando la Banda ha metabolizzato il mio desiderio e ha deciso definitivamente di seguirmi in questo suicidio musicale. L'unico vero rammarico che ho è l'assenza di situazioni per suonare dal vivo. Intendo situazioni in cui ti vengono riconosciute almeno le spese o un po' di riconoscenza per aver fatto ballare e bere un po' gente (… anche altro, succede). Credo che questa cosa dipenda più dal fatto che la musica in Italia è in un baratro molto scuro, piuttosto che dall'indisponibilità di spazi. La gente oggi non ascolta musica e non vuole sentirla quando ha del tempo libero. Intendo la maggior parte della gente. Se si occupasse più tempo alla ricerca di un po' di musica (non è vero che costa troppo, se sai cercare costa anche meno di quello che pensi), piuttosto che ai consigli dell'esperto o della "pulizia del viso" e di altre cagate che fino a due anni fà non erano nemmeno presenti nel vocabolario, le cose sarebbero forse migliori. Non importa io continuo a mantenere attiva la mia flora intestinale con del Caol Ila e lascio i fermenti vivi a quelli che stanno fermentando.

Taverne, Stamberghe e Caverne, ci mostra Alessandro Ducoli nelle vesti del cantautore…
Molte canzoni proposte da Bacco il Matto erano già presenti nella parte che se vuoi possiamo definire più cantautorale. Sgangherata, Berlicche e anche Delirio ordinario stavano per essere arrangiate per il terzo disco del Bacco (mai finito). Tom Waits al Tropicana Motel suonava ballads ma era pieno di Rock'n'Roll e di Blues. Mi piace pensare soltanto che una canzone debba servire alla comunicazione. Occorre raccontare qualcosa, ovviamente sperando che ci sia qualcuno disposto a sentirla, perché hai qualcosa da dire. Se usi il Rock o altri stili non importa, il senso è quello. Se poi ti riferisci ad alcune atmosfere latin presenti nelle taverne occorre considerare che comunque quel disco fa parte di un progetto più ampio che non comprende solo canzoni del Ducoli ma di una Banda in cui il Ducoli è canta anche e scrive i testi.

Ho letto che insieme al disco ci doveva essere un libro…
Infatti. Il progetto delle Taverne è un'opera scritta insieme a Marco Quaroni. Il disco è la colonna sonora ipotetica di un lungometraggio ispirato al libro di Quaroni. L'opera nel suo insieme si intitola Uomini delle taverne. Il libro si intitola L'uomo delle taverne e comprende diversi argomenti molto cari sia a me che a Quaroni. Credo che sia un'opera interessante. Sicuramente rappresenta la radiografia esatta del mio modo di vedere le cose. Per capirla fino in fondo ovviamente occorre leggere anche il libro ma non ho quasi nemmeno la mia copia. Bisogna chiederle direttamente la lui. Purtroppo le cose con Quaroni non sono andate come speravo. Sono temprato.

Nel disco è presente un brano nel quale ritorna la Nina di Ho Visto Nina Volare di De Andrè..
… un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena….. Esattamente uguale a Powderfingher. La bellezza mi commuove. Più schifo abbiamo intorno e più le cose belle appaiono grandi. La musica italiana ha bisogno di esprimere questa bellezza. Ce la stiamo sputtanando. Soffriamo ipocrisia. La nostra musica puzza lontano un chilometro di ipocrisia. Io personalmente ne ho pieni i coglioni di gente che scrive canzoni che descrivono realtà assolutamente lontane dalla vita quotidiana di oggi. Anche se si tratta di scrivere questioni intimiste o di denunciare che non sei d'accordo con la realtà, o ancora per protesta. Siamo pieni di canzoni con testi che hanno solo un senso musicale (peraltro mai pienamente calzante con la musica e con il ritmo che accompagna le parole) ma non sai cosa raccontano. Quando te lo spiegano capisci ancora meno. Risultato: la settimana successiva non ti ricordi nemmeno cosa dicono. Si ricordano soltanto fregnacce orecchiabili per decerebrati Quando non si sa più che cazzo fare si fanno tributi a Battisti. Giusto perché Mogol ha ancora bisogno di soldi. Il rock è grande perché ognuno che ascolta Back in black pensa di camminare come un uragano. Tutti quelli che hanno cantato Bobby Jean hanno un amico che avrebbero voluto salutare. Chi cavalca il sabato sera pensa di essere Johnny Yen. Quelli che cantano Rock in the free world si battono ogni giorno perché anche il loro piccolo mondo sia libero. Tutti comunque personaggi che possono essere la tua realtà. Anche se si tratta di altri continenti e di altri sabati sera. Nel rock italiano di oggi puoi riconoscerti in una canzone per qualche settimana, la settimana successiva sei già cambiato. La canzona non va più bene. Io sono stato Johnny Yen 15 anni fa e a volte lo sono ancora oggi. A volte sono Big John. Altre quel pirla del Ducoli. La musica dei cantautori barcolla ma riesce ancora a raccontare qualcosa (anche se molti cantautori oggi sono narcisi peggio di Elton John, che almeno suona come un dio). Gente che scrive testi apocalittici, sentenziosi e autodistruttivi e poi fa colazione con i biscottini della nonna. Gente che parla di grandi sentimenti e poi si spara enormi strisce di cocaina in mezzo alle puttane. L'unica purezza di cui veramente sentono il bisogno è nel taglio della polverina. Iggy Pop dovrebbe fotterseli tutti. Poi ci sono quelli che scrivono secondo gli stilemi del Rock ma non si capisce da che parte stanno. Chiedete a Ligabue se c'è anche solo un 1% dei suoi fans che conosce Neil Young. Io la radio che passa Neil Young non la conosco, non esiste. Nelle sue radio da fumetto cinematografico forse. Bella situazione. Scusate lo sfogo. Comunque De Andrè cantava la bellezza di tutte le cose. Questo è il senso delle cose.

Veniamo al presente, com'è nato il connubio Bogartz e Ducoli?
L'idea di fare un disco insieme ad Andrea Bellicini, basso e voce dei Bogartz, c'era già da un po'. Sempre sospesa fino a quando Davide Sapienza ci ha ricordato che poteva essere curioso ascoltare Ducoli e i Bogartz insieme. Io avevo alcune canzoni rimaste indietro dalle scorribande di Bacco il Matto. Altre cose mi sarebbe piaciuto rubarle ai Bogartz e mettermele addosso. Quindi ho iniziato a parlarne con loro che hanno capito l'intenzione del lavoro e abbiamo costruito Tonight's The Day. Abbiamo iniziato ad arrangiare i pezzi che avevo proposto e a riarrangiare le canzoni che mi erano piaciute immediatamente del loro repertorio. Andrea Bellicini ha scelto dal mio repertorio "Perfetta" per riarrangiarla a loro modo. Insomma uno scambio di idee. La scelta di inserire una cover è nata dalla necessità di segnalare immediatamente all'ascoltatore che i Dogs sono assolutamente schiavi, discepoli o qualcosa di simile, del rock'n'roll. La scelta di "Tonight's the night" era praticamente obbligata. L'arrangiamento che ne ho proposto ai Bogartz è stato subito approvato. Loro hanno completato l'idea e hanno scelto i suoni. Tutto molto immediato. Quasi naturale. Un’escursione in territorio alieno . La cosa è nata per caso perché loro mi hanno sempre preso per il culo per il mio atteggiamento un po' selvatico. La storia di Moody Crow Pit che si legge nel sito dei bogartz è nata proprio così, così come l'idea dei nomi. Sono contento di essere Cletus, Ducoli, Bacco il Matto. Mi piace l'idea. Molti adesso mi chiamano Cletus. Prima mi chiamavano Bacco. Ducolo. Adesso sono Cletus perché pensano che vivo davvero in una palude. Forse è vero. Abbiamo scelto nomi che potessero rispecchiare la personalità del gruppo, ad ogni nome è stato dato un soprannome altrettanto cercato. Il mio soprannome ad esempio è quello di uno Small Batch della Jim Beam. Nella palude non si beve solo fango.

Quanto c'è di istintivo in questo disco, io lo sento rabbioso, folle incontrollato.....
Tutto. The Mud! Come dice Bellicini, dovevamo costruire un pungo di canzoni affamate. I cani che ho in mente io hanno sempre molta fame. La follia non è clinica, è fisica, è solo riconducibile al desiderio di bruciare tutto in un colpo solo .

E' la stessa follia che anima i personaggi del Ducoli?
Certamente. Io più che di follia preferisco parlare di delirio. Per me il deliro è una sorta di follia reversibile. Quindi ti permette anche di sopravvivere a te stesso. Dev'esserci sempre un po' di delirio perché aggiunge teatro alla vita. Credo che la renda più piacevole. Più interessante. La cosa difficile è rendere il delirio, oltre ad assicurarsi che sia reversibile, sempre rinnovabile. Per non ripetersi. Per non copiare se stessi. Finora, senza grandi presunzioni, penso di esserci quasi riuscito.

Di chi è la colpa dell'aria da noir che tira nell'album dei Bogartz o di Ducoli?
Della palude.

Quali sono i riferimenti letterari presenti in Tonight's the day?
I riferimenti letterari dovete chiederli a Bellicini perché è un grande appassionato e studioso di letteratura americana. Io conosco solo Jack London e Steinback. Leggo molto poco. Potrei anche raccontarvi cifre di cui vergognarmi sulla mie letture. Ho letto alcune cose che mi sono piaciute molto ma non credo nemmeno di ricordarmi gli autori. Forse "Lacqua", ultimo pensiero di un vigilante pentito di una multinazionale delle risorse idriche in un ipotetico futuro negativo, può essere avvicinata a qualche racconto ecologista di Sepulveda ma l'ho scritta prima di leggerlo. Un certo cinema americano riesce ad essere molto letterario. "Angeli con la faccia sporca" è la storia di Ducoli e dei Bogartz. … ?

Perchè avete scelto il titolo Tonight's The Day?
Dovevamo costruire un disco scuro. Tonight's the night è il disco più scuro di Neil Young. Più di Times Fades Away. Più di Sleeps with Angels. Ho chiesto a Marco Grompi di spiegarmi il significato reale di quel titolo. La sua risposta è stata eloquente: "La notte, La notte più lunga". Quando la notte è uguale al giorno sei finito nel Tonight's The Day". C'è qualcosa che non va. Almeno alle nostre latitudini. Almeno se consideri la normalità è divisa tra notte e giorno. La cosa che non va forse sei tu. Non ci sono accezioni negative, semplicemente il fatto che sei finito in una sorta di baratro. Di buco. Di fosso. La reversibilità di questa condizione non è un dato esatto. L'unico dato esatto è il fatto che il tuo giorno viene vissuto esattamente come vivi la notte. Se la notte dormi, lo fai anche di giorno. Se la notte non respiri, non la fai nemmeno di giorno. Se la notte scrivi, lo fai anche di giorno. Se la notte bevi, idem. Se fai sesso, lo stesso. Tonight's The Day. Il mio problema peggiore è che sto vivendo una condizione simile pur continuando a fare una vita normale durante il giorno sovrapponendo le cose tra loro. Giorno di 32 ore. Caos.

Quando sei On The Road per suonare qual'è il tuo rapporto con il pubblico?
Mi piace cercare un livello di comunicazione. Mi piace raccontare le canzoni per verificare se sono cose in cui si riconoscono le persone che sono nel locale. Voglio capire se sono le stesse cose che vivono loro. Mi piace raccontargliele come non si sarebbero mai immaginati. Poi mi piace divertire. Il Rock'n'Roll è fatto per godere! Credo che un concerto debba avere tre caratteristiche fondamentali: professionalità, sentimento e ritmo. La professionalità è d'obbligo perché ti permettere di capire la realtà di quello che stai facendo. Inoltre è anche sinonimo di rispetto per il pubblico (non guasta mai; troppi artisti vanno in giro nei club a raccontare le loro nenie monocorde e monoriitmiche pensando che raccontare i propri sentimenti sia sufficiente per fare della musica una forma d'arte). Il sentimento è il motore del Rock'n'Roll. Il ritmo muove le chiappine e dietro alle chiappine si muove tutto il resto. Rosalità!

Di te mi ha colpito la tua personalità multiforme, poeta, rocker, cantautore...Bacco Il Matto, Banda Del Ducoli, quante sono le tue anime? O forse ne hai una sola? O ancora hai preso spunto da Bonnie Prince Billy aka Palace Brother aka Will Oldam...
Non lo so più nemmeno io. Negli ultimi tempi al posto del cervello ci ho il purè. Come nel Vesuvio per Lello Arena. Credo che un buon artista, passatemi questa autodefinizione, debba essere in grado di teatralizzare il suo personaggio. Fa parte dello spettacolo e finché c'è Rock'n'Roll c'è speranza (.. forse è stipendio … non è la stessa cosa.. non importa). Bacco il Matto cantava "Nuda e cruda", la stessa del Ducoli. Potrei farla anche con i Dogs, sarebbe la "Nuda e cruda" di Cletus. Nel lavoro del Kerouac, un vero concept in questo caso, Jack Kerouac viene catapultato nell'Italia di oggi all'inizio di un sabato sera ed ha tempo fino al mattino per cercare di riconoscere il Beat nella realtà che lo circonda. La ricerca prima appassionata, poi agitata, poi disperata, avviene tra il continuo alternanrsi di tre anime che lo accompagnano nel suo viaggio. Non ti anticipo nulla, ti manderò il lavoro. Credo che riuscire a convivere con diverse personalità senza creare danno a se stessi e agli altri sia una cosa accattivante. Finora "… non ho fatto mai del male a nessuno", a me forse sì. Sono quasi corroso.
Una domanda per concludere....se ti dicessero che il rock è morto cosa risponderesti?
Troppo facile. Ti risponderò senza usare riferimenti del "vecchio maestro". Come ti ho detto parlando di Tombstone, il Rock'n'Roll non è un genere musicale, è uno stile di vita. Finchè ci sarà l'uomo, ci saranno uomini che vivranno il Rock'n'Roll. Gli altri non mi interessano.

Com'è nata l'idea di raccogliere in un unico cofanetto, Malaspina, Anche Io Non Posso Entrare e Taverne, Stamberghe e Caverne?
Avevo finito le copie dei singoli dischi e metterli in un cofanetto triplo mi ha permesso di risparmiare un po’ di soldi (peraltro senza l’intervento di Agostino Bettinelli, che ha pagato l’intero cofantetto, non l’avrei mai stampato). Inoltre racchiudere in un “blocco unico” un periodo importante del "giovane" Ducoli mi sembrava interessante. Non dico così perchè oggi sia vecchio ma semplicemente perchè in quei dischi ci sono un sacco di errori di gioventù che sperò di aver corretto con il tempo (... un cantante stonato a mio avviso non dovrebbe fare troppi dischi…). Comunque è stato un periodo di canzoni e concerti che i tre dischi riassumono molto bene e che mi è piaciuto sintetizzare nell’acronimo temporale “Quando si tagliava la coda ai cani” (…tra l’altro non so se oggi gliela tagliano ancora…). E poi ci sono canzoni come “Giovanna”, “Delirio ordinario”, “Primo treno per Roma” e “Io convivo bene con la mia pazzia” che ancora oggi nei miei concerti sono molto apprezzate.

Hai avuto modo di collaborare con il progetto Manè che ha fruttato uno splendido disco, a cui presto verrà dato un seguito ci parli di questa esperienza?
Mi piace pensare che l’utilizzo delle parole possa adattarsi ad ogni tipo di soluzione musicale. Con Pierangelo ho lavorato molto sull’aspetto “elettronico” della musica (anche se in quel disco ci sono un sacco di strumenti suonati, i campioni e i sintetizzatori sono la parte dominante). Abbiamo cercato di fare un disco che riportasse gli ascolti alle prime cose di Garbo, che sia io che lui, riteniamo essere uno degli artisti italiani tra i più trascurati… un vero genio. Inoltre Pierangelo è molto legato a sonorità come quelle di Joy Division, New Order, Soft Cell, Depeche Mode prima maniera che a me personalmente piacciono molto. Adesso stiamo cercando di chiudere il mix di ClockWork Orangina, il nuovo disco. È già il terzo mix che scartano lui e Valerio Gaffurini, tecnico del suono… a me piaceva anche il primo mix ma in effetti, ogni volta che mi dicono “abbiamo cambiato un po’ di cose perché non era abbastanza cattivo” devo ammettere che suona meglio. Speriamo che a settembre possa essere pronto, è un disco in cui credo molto… come del resto era anche per Cromo Inverso.

Qualche anno fa hai dato vita al progetto Spanish Johnny... com'è andata finire?
Abbiamo preso un po’ di ferie! Il progetto era diventato difficile perché si trovavano poche occasioni per proporre le canzoni. Credo che torneremo presto a fare nuove canzoni ma per ora va così… VIVA SPANISH JOHNNY!

Come nasce il progetto Cobb And The Other Apostles?
Gli “Apostoli” sono più un concetto musicale che una band. Ho coinvolto varia gente che ritengo abbia la giusta attitudine nei confronti del Rock’n’Roll. In questi giorni sto definendo i dettagli del disco con cui vorrei concludere l’avventura di Cletus Cobb (il mio pseudonimo all’interno del progetto), si intitola I Never Shot An Indian e dovrebbe comprendere anche le ristampe di tutti i dischi fatti da Cletus con il My Uncle The Dog, gli Spanish Johnny e “gli altri Apostoli”. Temo però che tutto sarà vincolato ad una “rapina alle poste” oppure anche solo alla possibilità di trovare uno sponsor perché ho davvero finito tutti i dollari.

Ci puoi parlare di Easylove? Come nasce questo disco e quali sono state le tue ispirazioni?
Easylove è il mio disco preferito, ci suono le cose che mi piace suonare e ci sono i concetti che mi piace raccontare. È nato dalla necessità di virare la direzione di marcia dei deliri di Cobb su sonorità folk-blues; nei progetti precedenti avevo lavorato sul “garage” con i My Uncle The Dog e sul Rock più o meno classico con gli Spanish Johnny. Ci sono canzoni che amo e che credo mi descrivano in maniera “perfetta”: Little Potato, Fool’s Cage, Real Yoko e Love Micol. E poi c’è Hank’s Apostle…

Sempre con Cobb And The Other Apostles hai inciso I Leave My Place To The Bitches, quali sono le differenze con Easylove?
Le sonorità di questo lavoro dovevano essere “spudoratamente” Rock’n’Roll ma l’approccio di scrittura è stato identico a quello di sempre. C’è una versione acustica del disco, chitarra e armonica, che suona molto vicina a Easylove o a Jokerjohnny II, l’abbiamo scartata per evitare di ripetere il giochetto della soluzione facile. Ne è uscito un disco immediato e davvero “forte”… inoltre, dopo aver raccolto i commenti vari dei dischi precedenti e soprattutto certe facili “descrizioni” del mio lavoro, ho pensato di mandare un po’ tutti affanculo con il breve e immediato concetto …ciao ragazzi, io lascio il mio posto alle troie.

In I Leave My Place To The Bitches la tua scrittura sembra aver raggiunto la piena maturità, com'è cambiato negli anni il tuo approccio al songwriting?
Spero che sia davvero così. Te lo potrò confermare solo se I Never Shot An Indian uscirà come davvero spero…

Veniamo a Piccoli Animaletti che si può dire essere il successore di Brumatica, seguendo il tuo sentiero da cantautore.. come si è evoluto il tuo stile tra questi due dischi?
Sono passati cinque anni e soprattutto ho ripreso a macinare Rock’n’Roll, che ti salva sempre e comunque la vita. Piccoli Animaletti contiene la sintesi di canzone nel senso più comune del termine ma suona quasi rock in alcune sue sfaccettature. E comunque l’elemento determinate di tutta la faccenda credo che ci sia stata una certa maturazione (almeno spero) che conferisce al lavoro finale una coesione forse maggiore dei dischi precedenti.

In Piccoli Animaletti hai avuto modo di collaborare con musicisti prestigiosi, ce ne puoi parlare?
Ho lavorato ancora con Ellade Bandini, poi c’è Max Gabanizza, Michele Gazich e Giorgio Cordini. Gli altri musicisti sono quelli che invece mi sopportano ancora dopo dieci anni di dischi e canzoni: Mario Stivala (con cui ho scritto buona parte delle canzoni del disco), Andrey Kutov (con cui suono dal vivo ogni volta che ci chiamano), Mirko Spreafico e Valerio Gaffurini (Santo subito!). Ritengo di essere fortunato ad aver la possibilità di coinvolgere certa gente, non ho una produzione e certe cose possono davvero diventare difficili…

Piccoli Animalletti è una sorta di concept, come nasce? Quali sono le ispirazioni?
Volevo fare un disco “orecchiabile”, fatto di canzoni che non avessero un filo conduttore comune ma che semplicemente potessero suonare in qualsiasi disco le vai a mettere. È un disco che fino ad un mese dalla sua uscita non riuscivamo a far suonare come doveva… è stato un vero e proprio calvario gestire quattordici canzoni così “arrangiate” ma credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Il disco è dedicato ad Antonio Ligabue e a tutti gli “animaletti” che hanno popolato i suoi pensieri e i suoi quadri, doveva essere pieno di colori e forse ci siamo riusciti. Mi prendo anche un po’ di prestigio ricordandoti che il Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue mi ha concesso, per la grafica del disco, la possibilità di utilizzare tutte le riproduzioni dei suoi quadri, oltre ad un quadro inedito per il retro della copertina.

All'interno del disco è presente anche un racconto, una sorta di filo rosso che collega i vari brani...
Sì, anche se non è necessario legare le due cose in maniera assoluta. Questa “pippa” del raccontino da allegare al cd è una novità degli ultimi dischi… mi piace molto anche se non vorrei che venga fraintesa: odio i cantautori che quando non fanno dischi scrivono libri pubblicati con grandi case editrici… rubano spazio a scrittori che fanno fatica anche solo a stamparsi da soli i libri, figuriamoci a trovarsi una casa editrice… comunque non è il momento delle polemiche.

Sei un vulcano di idee e di ispirazione. Come riesci a tenere testa a tutto, dalle sessions alla stampa dei dischi. Hai il tempo di dormire la notte? Visto che comunque hai un lavoro che ti impegna molto...
La notte non dormo più, ho delle vistose occhiaie, fumo e bevo molto. Credo che dovrò prendermi un po’ di ferie anche io come gli Spanish Johnny ma per ora non ci riesco. Il mio lavoro più che impegnarmi mi piace, nonostante il populismo antistatale di questi ultimi mesi, riesco ancora ad amarlo e farlo con onestà.

Ci parli del progetto Artemisia?
Artemisia absinthium appartiene alla trilogia iniziata con Brumantica e completata con Piccoli animaletti. È un disco “leggero”, volutamente leggero. È stato scritto, come gli altri due, con lo zampino di Mario Stivala (chitarrista più preparato di me quando si tratta di esplorare i vari territori della sei corde). È il disco con cui ho definitivamente capito che autoprodursi può darti grandi soddisfazioni personali (ovviamente artistiche e non certo economiche).

Quali sono i tuoi progetti futuri? Che abiti vestirà i Ducoli prossimamente?
A ottobre uscirà Biocosmopolitan, il nuovo disco di Boris Savoldelli. È un bel disco e contiene anche alcune canzoni rivistate da Degeneration Beat che avevo fatto con i Brother K. Poi spero che esca ClockWork Orangina e poi sto iniziando a registrare il nuovo disco: Sandropiteco. Spero che vada tutto bene…


Ducoli – Lolita’s Malts (Ducoli/Mousemen)

E’ una cosa abbastanza comune che artisti e gruppi tornino in studio per reincidere alcuni brani della loro produzione, molto più difficile è che rimettano mano su un disco intero. Alessandro Ducoli ovviamente non poteva sottrarsi a questa sfida, così cogliendo l’occasione della ristampa del suo disco di debutto, Lolita datato 1996, lo ha affiancato ad un altro disco, nel quale rilegge per intero tutto il disco, ovviamente stravolgendolo e re-inventandolo come solo lui riesce a fare. E’ nato così il progetto Lolita’s Malts, nel quale si tocca con mano la sorprendente evoluzione sonora di un disco che partendo da un impostazione cantautorale dalle eleganti atmosfere jazzy, viene rivoluzionato attraverso sonorità elettroniche. Il risultato è spiazzante al confronto tra i due dischi, tuttavia il progetto può dirsi assolutamente riuscito. Infatti i brani vivono una nuova vita come nel caso di Benny Jag Blue, della quale viene esaltata la ritmica reggae in levare o ancora la fascinosa Luna Ubriaca, nella quale l’arrangiamento quasi ipnotico e la voce filtrata fanno da contorno perfetto ad un testo denso di poesia. Da segnalare inoltre sono Nuda e Cruda e Sapore Nero, entrambe caratterizzate da atmosfere che mescolano il Tom Waits di The Black Raider e i Depeche Mode. Ad impreziosire il tutto ci sono anche dieci racconti, scritti dallo stesso Ducoli, e che vanno a completare ed arricchire le storie che sono dietro ai vari brani. Insomma Lolita’s Malts, proprio come il wiskey è un distillato di musica e poesia da sorseggiare e gustare con calma.

Bacco Il Matto - Cercatori d'oro (Autoprodotto)

Bacco il Matto è una delle reincarnazioni di Alessandro Ducoli, rocker, songwriter, poeta e….younghiano DOC della Val Canonica. "Cercatori d'oro" è il secondo disco di questa band, che dopo il fortunato San Marco, si ripropongono con un disco ispirato dal mitico After the Gold Rush, a cui è ispirato anche il titolo. Certo il linguaggio è tipicamente italiano così come gli stilemi musicali, tuttavia l'impronta di Neil si sente e viene fuori da ogni traccia come un fantasma buono che benedice e bacia questo lavoro. Il disco denota una grande padronanza del songwriting così come degli arrangiamenti puliti, solidi e mai scontati. Nei nove brani di cui l'ultima traccia regalatagli dal mitico Chip Taylor, si percorre una sorta di viaggio, stile concept album sulle orme dei cercatori di oro. Le loro storie, le loro passioni che la voce di Alessandro Ducoli, vivifica supportata alla grande dall'apporto delle chitarre di Nicola Bonetti e dall'ottima sezione ritmica composta da Dario Filippi, al basso e dall'ottimo batterista Mauro Ferretti. I brani migliori sono quelli più spiccatamente di impostazione rock-italico come Gesù mi ha chiesto di restare, Vito Malavita, Ho trovato l'oro, a cui bisogna aggiungere la piccola perla pop molto radio-friendly, Mani nude. Un caso a parte è poi il brano conclusivo, Raffaella, firmata come detto da Chip Taylor, in cui emerge prorompente il grande songwriting di colui che diede vita a canzoni come Wild thing (Troggs, Jimi Hendrix) e Try - just a little big harder (Janis Joplin).

Ducoli – Quando Si Tagliava La Coda Ai Cani (Mousemen)

Quando Si Tagliava La Coda Ai Cani, è un triplo album che raccoglie tre dei dischi più importanti del percorso artistico di Alessandro Ducoli, ovvoero Malaspina, Anch’io Non Posso Entrare e Taverne, Stamberghe e Caverne. Il primo Malaspina, datato 1999, è un viaggio entusiasmante nella poesia, trasportati dalla corrente di un fiume di musica in piena. Le tracce svelano arrangiamenti soffusi quasi jazzy che non smettono mai di sorprendere, la poesia a volte scanzonata e ubriaca, a volte passionale al punto da toccare e riscaldare il cuore, sono le passioni, le impressioni di un uomo, di un cantautore che si mette a nudo attraverso le proprie canzoni. Più vicino alla poetica di Waits che a quella del nostrano Capossela, Alessandro Ducoli, nelle nei panni da solista, è un cantutore dal songwriting raffinato, pulito che tocca il suo vertici in brani come la prima traccia del disco L'amore arriva come un temporale, Tutti al bar, Omicidio Consentito e Il soldato dell'amore, quest'ultima traballante e sconclusionata come nessuno riuscirebbe ad immaginare. Anche io non posso entrare, il terzo disco di Alessandro Ducoli, è un disco che impressiona sempre di più ad ogni ascolto e che lungo le undici tracce lascia che l'ascoltatore attraversi la poetica tutta italiana vicina al miglior Piero Ciampi, il songwriting stradaiolo di Willie De Ville e John Mellencamp e il cantautorato tutto americano di Neil Young e Lou Reed. Si tratta dunque di brani molto coinvolgenti in cui emerge ancora una volta l'alta competenza musicale di Alessandro Ducoli che riesce nell'impresa di mescolare sapientemente tutte le sue influenze creando un disco vario e mai piatto. Durante l'ascolto emergono con grande forza alcuni ottimi brani come Perfetta, reincisa di recente e in parte tradotta in inglese per il progetto My Uncle The Dog, la tenue e romantica Il primo ballo, Lulù, Arrivederci ancora e il quasi ska di Tre Linee confuse che spezza per un attimo la tensione del disco. Chiude la raccolta, Taverne, Stamberghe, Caverne, inciso insieme alla Banda del Ducoli nel 2003. Il musicista camuno (Val Camonica) in questo disco svela una galleria di personaggi strani, dai tratti romantici, mai allineato con il quotidiano e soprattutto abituali frequentatori di taverne e di fiere, dove si incrociano le loro storie, le loro illusioni, i loro amori. Così dopo il raffinato Anche io non posso entrare Ducoli cambia ancora rotta, e diventa un cantastorie pronto ad immergersi nella realtà dei bohemien di provincia accompagnato da una band eccellente che riesce nell'impresa di rendere stradaiolo il disco infatti, sembra suonato nel mezzo di un paese in festa senza tempo dove si affollano rumori, voci, treni, bambini. Ad accompagnare Alessandro Ducoli troviamo una band di tutto rispetto dove spiccano i nomi di Massimo Saviola e Arcangelo Buelli, che due tipi che con la musica ci sanno fare. E ciò lo si sente fortemente nel sound complessivo che ha subito, rispetto ai dischi precedenti di Ducoli, un evoluzione totale facendosi ricettore di un meltin' pot in cui si fondono rock d'autore, blues, funk e spruzzate qua e là di jazz. Venendo all'ascolto il brano che colpisce di più è sicuramente Nina, che suona come un omaggio a Fabrizio De Andrè e alla sua Genova che viene rievocata dal suono del mare sul finale. Sul versante rock mi piace segnalare due grandi canzoni come Berlicche e Delirio ordinario, in cui riemerge a tratti il Ducoli indomabile rocker. Non vanno sottovalutati anche episodi come la radiofonica Un sabato felice e il blues scanzonato di Sgangherata. A completare questo splendido triplo album c’è un corredo di splendide foto, alcune scansioni da un vecchio quaderno delle elementari, ma soprattutto Nuvolette, una piccola raccolta di racconti brevi, nei quali si viene in contatto diretto con tutto l’immaginario poetico di Alessandro Ducoli.


My Uncle the dog – Tonight’s The Day (Autoprodotto)

Elijaj "Dizzy" Craig, Cletus "Knob Creek" Cobb, Aaron "The Dutchman" Van Doren, Ivan Ramiro Gares e con la partecipazione del Rev. Martin Johan "Donkie" McManus…A vedere i credits sembra di essere di fronte ad una di quelle rock n' roll band misconosciute provenienti da chi sa dove che fanno figo solo a saperle citare in una conversazione. E invece…questi sono i soprannomi scelti dai Bogartz e Alessandro Ducoli per il progetto My Uncle The Dog. Entrambi attivi da diversi anni nella scena alternative italiana hanno deciso, sul finire del 2003, di unire le forze e ritrovarsi negli studi Arky di Paratico (BG) per incidere un disco insieme. Tonight's The Day, è nato così in soli tre giorni di incisioni, creando un connubio perfetto tra l'approccio energetico dei Bogartz e quello da songwriter, con il vizio della poesia, di Ducoli. Il titolo scelto per questo disco, Tonight's The Day, è senza dubbio un omaggio a Neil Young, considerando anche il fatto che il brano che apre il disco è proprio quella Tonight's The Night che tanto piace a noi fan del Loner canadese. Tuttavia l'ascolto rivela una band più vicina ai Bed Seeds di Nick Cave che ai Crazy Horse, sarà per i testi crudi, sarà per l'uso grattugiato delle chitarre ma l'alchimia tra Bogarz e Ducoli ci mostra le potenzialità enormi di questo progetto. "Tonight's the day" è così un disco prezioso da cui solchi sgorga un magma sonoro che infuoca la notte come un alba alcolica, in cui emergono i ricordi oscuri di qualche ora prima. Scenari gotici, incontri voodoo, divinità canine, donne misteriose emergono tra chitarre impazzite, come schegge incontrollate vanno a conficcarsi nei pensieri in uno scenario post-psichedelico. Il repertorio scelto per l'occasione in parte è proviene dal disco di esordio dei Bogartz, "Honeymoons in the desert" e in parte dal repertorio di Alessandro Ducoli. Tonight's The Night di Neil Young, apre le danze con il suo andamento oscuro a cui i My Uncle The Dog aggiungono molto del loro trasformandola in un brano post-rock con chitarre potenti che fendono la melodia e le voci incontrollate che sembrano venir fuori dalle porte dell'inferno. E' una scelta quasi obbligata, una scelta programmatica perchè il secondo brano Lacqua, proveniente dal repertorio di Alessandro Ducoli, ed è una oscura rock ballad tutta giocata sull'alternarsi di nevrotica quiete e slanci elettrici incontrollati che sfociano nello splendido ritornello. Dal repertorio dei Bogartz arriva poi la brutale Jennifer, in cui l'animale costretto de Lacqua cerca di liberarsi dalle catene della repressione, ottimo in questo caso il cantato quasi trattenuto che vivifica il testo. Dopo tre brani potentissimi arriva la splendida ballata notturna Tonight's the day (worry?), sempre dal repertorio dei Bogartz, in cui le chitarre acustiche introducono un crescendo accompagnato dal sax e dalla voce che con l'ingresso della batteria sfocia si trasforma in un canto ipnotico guidato dalla chitarra elettrica. Il brano migliore del disco è però ad appannaggio di Alessandro Ducoli, ovvero Hey perfect, che rispetto all'originale presente su Anch'io Non Posso Entrare è stravolta in un brano dai toni southern rock e cantata in parte in inglese e infarcita di un armonica ficcante che si sposa a perfezione con i riff delle chitarre. Sul finale arrivano poi la tormentata Dio dei Cani e Zachary Taylor che confermano sostanzialmente tutta la bontà di questo disco che si chiude con la speranza di vedere ancora insieme Ducoli e i Bogartz, chissà sulla lunga distanza cosa sarebbero capaci di fare.

Manè - Cromo Inverso (Black Wave Record)

Cromo Inverso è un progetto musicale che nasce dall’incontro di Manè e Valerio Gaffurini con il cantautore camuno Alessandro Ducoli, ovvero tre persone diverse, tre personalità diverse ma con un unico fine da conseguire, un grande disco. Manè, questo il titolo del disco, è la realizzazione del cammino fatto insieme dai tre musicisti che hanno tentato di far confluire sonorità progressive e new wave in un rock dai tratti colti in cui lo spleen dei Fiori Del Male va a braccetto con i testi introspettivi tipici dello stile di Ducoli. Il disco composto da otto brani più una bonus track, si caratterizza come un viaggio onirico in cui poesia, rock e suggestioni prog avvolgono l’ascoltatore fin dalle prime note. Si parte con Immagine, il brano cardine di tutto il progetto in cui batterie elettroniche e le chitarre di Gaffurini fanno da sfondo ad un testo magnificamente interpretato dal falsetto di Manè che arriva a toccare vertici di grande intensità lirica. Meno interessante è il successivo brano Numero Uno, tesa e per certi versi fuori fuoco tanto che subito dopo ad affondarla arriva Le Fleur Et Le Mal, un brano di rara intensità in cui sprazzi elettrici e beat elettronici incorniciano un testo magnifico. Seguono la toccante Nereide e la sognante poesia di Per te, due brani dal grande impatto emotivo in cui protagonista è ancora il falsetto di Manè abilmente supportato da cori che compaiono e scompaiono creando alchimie vocali e sonore elegantissime. Si passa poi ad atmosfere più sincopate con Onirica, la cui linea melodica riconduce alle ultime produzioni in studio della PFM con tanto di archi e di ritornello ad uncino che rapisce l’ascoltatore con tutto il suo trascinante mood radiofonico per nulla banale per altro. Chiudono il disco Maria Bambina e la title track, entrambe completano alla perfezione un disco dal fascino innegabile a cui toglie qualche margine di eccellenza solo la presenza di qualche piccola caduta. Un disco che piacerà sicuramente agli appassionati di musica prog e non solo, speriamo solo non sia un episodio unico ma che Cromo Inverso cresca e diventi davvero un progetto a lungo termine.

Spanish Johnny – Jokerjohnny I/Jokerjohnny II (Autoprodotto)

Blu Dakota, Henry Dakota, James O’Presley, Geremiah Smith, Santiago Lobo e Cletus Cobb, sono gli Spanish Johnny, un gruppo di musicisti dalla forte passione per il rock ‘n’ roll e con il sogno di ritagliarsi un pezzettino di America tra le valli camune. A guidarli è Cletus “Jokerdog” Cobb, ovvero l’ennesima incarnazione di Alessandro Ducoli, che questa volta partendo dall’esigenza di esprimersi attraverso il linguaggio rock più puro, riscopre il sogno americano e le sue disillusioni dipingendo l’evoluzione della storia che ha ispirato Springsteen per Incident On 57th Street. Nascono così i due volumi di Jokerjohnny, che compongono un progetto denso di fascino, nel quale gli Spanish Johnny sintetizzano in uno stile originalissimo la poesia di Dylan e l’immaginario di Springsteen. Il primo volume, composto da sette brani, si apre con la potentissima Badlands che con le sue chitarre taglienti ci conduce attraverso un testo eccellente che lascia intuire tutto lo spirito che animerà i brani successivi. L’impatto rock dei vari brani è travolgente e in questo senso fondamentale ci sembra l’apporto di Enrico Vezzoli alias Henry Dakota, che impreziosisce con i vari brani con i suoi interventi al piano, al trombone e alla fisarmonica. Tra i vari brani brillano l’eccellente cover di Jokerman di Bob Dylan e gli splendidi originali Zabulon e Demas, entrambe caratterizzate da arrangiamenti eccellenti e da una scrittura che rimanda a Steve Earle. Il secondo volume di Jokerjohnny, è una sorta di evoluzione estremizzata del disco precedente e non a caso come copertina è stata scelta The vanishing race, Navajo di Edward S. Curtis, che rende molto bene l’atmosfera polverosa e desolata di questo secondo capitolo degli Spanish Johnny. E’ in questo contesto che vanno lette la riscrittura musicale di Born In The U.S.A., le citazioni di Growin’ Up e Point Blank, che insieme agli altri brani vanno a comporre un insieme di storie dense di poesia come nel caso de La Mia Cellula di Guardia, nella quale brilla l’istrionica voce di un Ducoli in versione luciferina o dell’evocativa Natale 1890. Questo secondo volume di Jokerjohnny non lascia scampo anche quando vengono evocati i fantasmi di vecchi eroi del passato come Rino Gaetano in Rino e di Jim Morrison in Morrison’s Ladies. Chiude il disco R’n’r Funeral, quasi Ducoli, avesse voluto con quel brano chiudere un cerchio, una storia, una nuova avventura. Certo però prima o poi gli Spanish Johnny torneranno a macinare rock e allora state pur certi saranno sorprese!

Alessandro Ducoli – Brumatica (DoubleStroke Records)

Alessandro Ducoli è uno dei più prolifici cantautori italiani della nuova generazione. Non si contano quasi più i suoi dischi, le sue collaborazioni e i suoi side-project, tuttavia i maggiori consensi li ha ottenuti con La Banda del Ducoli, partecipando anche alla prima edizione Mantova Musica Festival, e con Bacco il Matto calcando i palchi di tutto il Nord Italia, portando in giro un live act particolarmente coinvolgente. Nonostante i tanti progetti paralleli e le band create, ha sempre mantenuto viva la sua carriera come solista di cui si ricorda Lolita (che sarà presto ristampato in una doppia versione). Il suo nuovo album come solista, Brumatica, è senza dubbio il lavoro fin qui prodotto da Alessandro Ducoli, e questo non solo per la presenza di un grande cast di musicisti (Ellade Bandini alla batteria, Ares Tavolazzi alla basso, Fabrizio Bosso alla tromba, Tino Tracanna al sax, Sandro Gibellini alle chitarre, e Alessandro Galati alle tastiere) ma per l’ottima qualità delle composizioni. Si spazia da influenze che partono da Tom Waits per incontrarsi con Roberto Vecchioni e Paolo Conte, il tutto condito da sane atmosfere jazzate. Un vestito splendido insomma per canzoni che raccontano la scienza che studia le nebbie del fiume, ovvero la Brumatica. E chi meglio di Ducoli poteva raccontarci questa scienza, essendo lui un esperto di scienze naturali e forestali. Le canzoni di questo disco, dipingono atmosfere autunnali, intimiste con tratti malinconici pieni di nostalgia. La consistenza del disco la si percepisce ascoltando l’ultimo brano, una splendida resa jazz de La Canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè, a cui Ducoli ha cucito un vestito nuovo dai tratti elegantissimi con la tromba di Fabrizio Bosso in grande evidenza. Brumatica necessità qualche ascolto in più per essere apprezzato a pieno, poi esplodono come lampi brani come Blou, Maddaluna, Nebbia e Sabbia ma soprattutto la toccante Tutta colpa sua. Sono canzoni d’amore ma anche di demoni interiori che toccano il cuore piano, lentamente, fino a conquistarlo. Brumatica è una piccola gemma nascosta, che merita di essere scoperta da tutti coloro che amano la canzone d’autore.

Cobb & The Other Apostles – I Leave My Place To The Bitches (Autoprodotto)

Cletus Cobb dopo l’avventura con gli Spanish Johnny è tornado a farsi vivo con una nuova band, The Other Apostles, con i quali ha dato vita ad un nuovo capitolo della sua vita. Libero dalle claustrofobiche ossessioni di provincia che hanno ispirato i due disco con gli Spanish Johnny, Ducoli alias Cobb, ci regala un disco pieno di energia nel quale convoglia tutta la disillusione di un musicista costretto ad esibirsi in uno strip bar prima delle spogliarelliste. I Leave My Place To The Bitches è un disco intenso, e soprattutto molto vario dal punto di vista sonoro infatti, si spazia dalle venature funk nello shuffle della title track alla rock più puro della rovente Like Rolling Stone. Sebbene a tratti il disco conceda qualcosa in termini di originalità, pescando a piene mani nelle sonorità degl’anni settanta, il risultato non può che dirsi assolutamente positivo e a tratti anche esaltante come nella travolgente Straight Up Coffie, un brano denso dal punto di vista sonoro, nel quale chitarre e tastiere fanno da cornice alla voce femminile o nell’altrettanto bella House In The Woods, che chiude il disco e che rimanda al Neil Young degli anni settanta.

Ducoli – Artemisia Absinthium

Artemisia Absinthium è uno dei dischi più intriganti di Alessandro Ducoli, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello concettuale. Infatti, seguendo una rodata e per altro fortunata abitudine il cantautore camuno ha corredato il disco di una novella, presente nel booklet, con la particolarità che gli stessi brani sono parte del racconto, in un alternarsi di letteratura, poesia e musica. Al fianco di Ducoli, per l’occasione ci sono i Bartolino’s un quartetto molto versatile dal punto di vista musicale, composto da Andrey Kutov (piano), Mirko Spreafico (percussioni), Alessandra Cecala (contrabbasso) e Mario Stivala (chitarra). L’ascolto ci regala sette brani di ottima fattura, nei quali si apprezza l’eleganza degli arrangiamenti e del songwriting di Ducoli, che in questo caso dimostra ancora una volta di saper dosare alla perfezione tutti gli stilemi tipici del cantautorato italiano. A brillare in modo particolare sono brani come Meridiana, in cui brilla l’ottima ritmica e l’intreccio tra la chitarra di Stivala e il piano di Kutov, e Artemisia nella quale riscopriamo un Ducoli intimista, capace di trasmettere a cuore aperto i suoi sentimenti all’ascoltatore. Nel complesso piaccio in modo particolare i testi, nei quali Ducoli si sbizzarrisce nel trovare soluzioni poetiche sempre sorprendenti come nel caso de L’Armistizio, il cui ritornello ad uncino è tra le cose più belle ed interessanti del disco. Sebbene duri solo ventisette minuti, Artemisia Absinthium è un disco completo, che va ascoltato bene, anche alla luce dell’imprescindibile racconto che lo accompagna.

Ducoli – Piccoli Animaletti (Autoprodotto)

Piccoli Animaletti è l’ultimo disco in ordine di tempo della sterminata discografia di Alessandro Ducoli, e per certi versi può dirsi un evoluzione del metodo di lavoro utilizzato per Artemisia Absinthium, ancora una volta infatti ad accompagnare i brani, c’è una raccolta di racconti collegati ai vari brani. La differenza sostanziale risiede però nella band, una sorta di Bartolino’s evoluti con l’inserimento di ospiti speciali del calibro di Ellade Bandini (batteria), Max Gabanizza (basso) e Michele Gazich (violino). A legare i vari brani tra loro è la tematica comune, delle condizioni degli animali in gabbia, uomini compresi, che Ducoli descrive con disincanto attraverso una poetica tenue e delicata. L’ascolto rivela sonorità eleganti che sembrano rimandare a Bacco Il Matto, come nel caso dell’iniziale La Malura con Ducoli che si cala nei panni del cantautore introspettivo, o della pianistica confessione personale di I Miei Cento Difetti, o ancora della waitsiana Una Silvia. Di ottima fattura sono anche Una Nuova Città, nella quale Ducoli regala una eccellente prova vocale, la chitarristica Il Mulo, la delicatissima La Cinciallegra e la poetica Laccabue, dedicata al pittore Antonio Ligabue. Sorprendente è poi la scelta di far cantare un coro di bambini diretto da Barbara Bellotti, in Piccoli Animaletti, nella quale ad essere rinchiusi in una gabbia sono gli uomini. Il vertice del disco lo si tocca però con Dialogo di Guerra, dedicata ad Ilaria Alpi ed impreziosita dal violino di Michele Gazich, che riesce a costruire una linea melodica eccellente. Chiude il disco la filastrocca in dialetto camuno Le Renne Sulla Neve Perenne, che fotografa molto bene lo spirito con il quale è nato questo disco, tra disillusione e sogno, tra maturità e un pizzico di fanciullezza.


Salvatore Esposito